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Sfide nucleari. Quanta incoscienza

In Medio oriente Israele (Paese dotato di arma nucleare) si oppone di fatto all’Iran e rischia di scatenare una rischiosissima guerra regionale che potrebbe sfociare in catastrofe. La Repubblica popolare cinese nel frattempo propone un’esercitazione in grande stile che schiera oltre cento velivoli ed una portaerei intorno all’isola “ribelle” di Taiwan che deteriora la sicurezza dell’intera regione dell’Indo-pacifico. Putin ha da poco proferito le ultime minacce nucleari nel quadro non roseo della guerra in Ucraina.

In questo complicato quadro la Nato ha appena iniziato un’esercitazione nucleare sul Mare del Nord. Sembrerebbe una battuta di spirito, eppure l’Alleanza atlantica sta mettendo in scena, a partire dallo scorso 14 di ottobre, una complessa esercitazione per l’utilizzo di bombe nucleari che coinvolge tredici Paesi, fra cui l’Italia, e circa 2000 persone fra militari e civili. Si tratta di una simulazione di attacco nucleare e risposta. È ormai una ricorrenza fissa dell’Alleanza (come si affretta a ricordare Bruxelles) ma quest’anno ha un sapore particolare. Questo sapore è dovuto al disastroso contesto ma anche a ragioni politico-militari e strategiche. Innanzitutto vi è un coinvolgimento massiccio di personale, velivoli e stati, che implica una linea comune fra i governi degli alleati, una linea atlantista e ben consapevole dell’importanza di Stati Uniti e Gran Bretagna per la difesa europea. A livello strategico viene sdoganato il ruolo nucleare della piattaforma F-35 (ci ricorda il think tank Jane’s military): nell’esercitazione viene impiegato per la prima volta in Europa dopo la certificazione il velivolo F-35A con le sue capacità nucleari. L’esercitazione, nominata “Steadfast Noon”, è ospitata principalmente da Belgio e Paesi bassi ma impegna importanti aree del Mare del Nord e al confine con il Baltico (che condividiamo con la Russia).

La scelta politica dei Paesi europei di confarsi in tutto e per tutto alla difesa nucleare Nato è una conferma non da poco in uno scenario geopolitico complicato come quello presente almeno per due ragioni: si conferma con la pratica di voler continuare a investire in un’Alleanza in larga parte eterodiretta (da Washington e Londra) e si ripone estrema fiducia sotto un “Ombrello nucleare” che vede al proprio interno Paesi di serie A e Paesi di serie B. Nella riunione di luglio, vertice Nato dal quale sono discesi vari provvedimenti, come l’aumento dell’investimento nell’Alleanza, gli Usa hanno ribadito la propria intenzione di mantenere un ruolo di riferimento e quindi di “guida” dell’Alleanza insieme al Regno unito. Come se non bastasse in un capo del documento finale (il 29) è ribadito che l’Unione europea rimane un partner essenziale della Nato e che deve essere sviluppata una strategia complementare continuando a evitare “implicazioni non necessarie” degli strumenti in mano alla Nato.

Questa strategia è ormai nota e ha senso per i Paesi dell’Unione per quanto concerne le capacità difensive vere e proprie, o meglio avrebbe senso se l’Alleanza atlantica non subisse il pesante influsso di Usa e Gran Bretagna. Per quanto riguarda invece le capacità influence, come la deterrenza di probabili minacce, avviene che l’Unione deleghi alla strategia Nato gran parte delle sue capacità e possa risultare agli occhi esterni, poco meno che aggressiva nella deterrenza nucleare, ad esempio, come in questo caso.
L’”ombrello nucleare” della Nato è senza dubbio stato un faro durante la guerra fredda, un faro più dell’egemonia statunitense che della democrazia, ma in occasioni particolari, come questa esercitazione nel contesto attuale rischia di creare una discriminazione fra i Paesi.

Vediamo perché: se si decide di abbracciare la strategia nucleare degli Stati uniti e della Gran Bretagna partecipando alle esercitazioni nucleari Nato (che è in larga parte legata a queste strategie), si decide di confarsi alla politica economico-militare Usa che assegna armamento e capacità nucleari in base alla volontà di acquistarli e a interessi più o meno legittimi ma, giustamente, interessi di Washington. Pertanto i Paesi che saranno ritenuti bisognosi di tecnologie di deterrenza nucleare e vorranno impegnarsi nell’acquisto di questa dagli Usa, diverranno paesi di serie “A”, a differenza degli altri. Ad esempio in questa “Steadfast Noon” si assisterà alla novità dell’addestramento dei piloti olandesi su F-35 in grado di trasportare ordigni nucleari americani. D’altronde l’importanza della strategia nucleare per la Nato è confermata dalle parole del neo-Segretario Mark Rutte (che guarda caso è olandese): “La deterrenza nucleare è la pietra angolare della sicurezza dei Paesi Nato. La Steadfast Noon è un importante test per la deterrenza nucleare dell’Alleanza e manda un chiaro messaggio a qualsiasi avversario!”

Il messaggio è arrivato ed è stato recepito da Mosca che ha dichiarato, come riporta Reuters, per bocca del portavoce di Putin, Dimitrij Peskov, che l’esercitazione getta benzina sul fuoco, non di una teorica deterrenza nucleare, ma del conflitto in corso in Ucraina e sulla sua probabilità di trasformarsi in una guerra più impegnativa.
Certo annullare un’esercitazione pianificata per un anno sarebbe stato impossibile per ragioni pratiche e controproducente per ragioni strategiche di deterrenza. Purtuttavia nell’interesse europeo sarebbe stato forse utile mantenere un profilo più basso vista soprattutto l’evoluzione del conflitto ucraino e il ruolo in questo della deterrenza che Mosca e Putin vogliono mostrare nella propria politica interna.

In foto: Una nave e un sottomarino per esercitazioni nucleari

L’autore: Francesco Valacchi è cultore della materia, ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze politiche all’università di Pisa. Si occupa di geopolitica, con particolare riguardo all’area asiatica. E’ appena uscito il suo libro A nord dell’India, storia e attualità politica del Pakistan (edizioni Aracne)

Da Berlusconi a Meloni: Il manuale del martire politico

Sfrenata, incattivita ed evidentemente nervosa la presidente del Consiglio nella sua bulimia di nemici per alimentare il vittimismo ha pubblicato sui suoi social alcune frasi estrapolate da una mail scritta dal sostituto procuratore della Cassazione Marco Patarnello. 

L’intento è di apparire fotocopia di Silvio Berlusconi per indossare la maschera della perseguitata giudiziaria. Anzi, il titolo del quotidiano Il Tempo che pubblica la mail strilla: “Meloni oggi è un pericolo più forte di Berlusconi. Dobbiamo porre rimedio”. 

Peccato che il messaggio incriminato dica tutt’altro, riferendo di un “attacco alla giurisdizione” da parte del governo che “non è mai stato così forte, forse neppure ai tempi di Berlusconi”. “In ogni caso oggi è un attacco molto più pericoloso e insidioso per molte ragioni”, scrive Patarnello, “Innanzitutto perché Meloni non ha inchieste giudiziarie a suo carico e quindi non si muove per interessi personali ma per visioni politiche e questo la rende molto più forte. E rende anche molto più pericolosa la sua azione, avendo come obiettivo la riscrittura dell’intera giurisdizione e non semplicemente un salvacondotto. In secondo luogo – continua la mail – perché la magistratura è molto più divisa e debole rispetto ad allora. E isolata nella società”. 

Se la presidente del Consiglio avesse speso un minuto per leggere l’intero messaggio avrebbe letto che il procuratore dice “Non dobbiamo fare opposizione politica ma dobbiamo difendere la giurisdizione e il diritto dei cittadini ad un giudice indipendente. Senza timidezze”. Ed è un pensiero non solo condivisibile ma addirittura urgente.

Buon lunedì. 

Se le offese di un ministro contro le persone straniere sono senza confini

Salvini Matteo, ministro e vicepresidente del Consiglio, sotto processo per sequestro di persona: “Se qualcuno di questi dodici domani commettesse un reato, rapinasse, stuprasse, uccidesse qualcuno, chi ne paga le conseguenze? Il magistrato che li ha riportati in Italia?” Parla di 12 persone migranti fuggite dalla miseria dei loro Paesi d’origine, per salvarsi e dare una speranza di vita a se stessi e alle loro famiglie.
Parla di persone che chiedono asilo in forza dell’art. 10 della Costituzione italiana.Salvini, invece, non può fuggire dalla miseria morale che lo attanaglia: ne è prigioniero, perché ha scelto come arma di distrazione di massa chi non può difendersi e lo fa da anni.
L’ultimo capro issato sul suo altare sono gli indifesi trofei umani del cinico proibizionismo migratorio esibiti su una nave da guerra che li deportava, invece di accoglierli subito nel più vicino porto sicuro, come impone il diritto del mare e il diritto umanitario. Il capro espiatorio straniero e quindi disumanizzato, autentico capro sacrificato per espiare il peccato originale di una politica che si fa barbarie. E poi l’obbrobrio di additare il migrante come portatore malsano di pericoli e insicurezza: la persona migrante potenziale omicida, rapinatore, stupratore.
Potrebbe configurarsi, nelle parole inascoltabili del ministro, propaganda o istigazione all’odio razziale?
Dopo avere limitato la libertà personale dei migranti salvati dalla Open Arms, costringendoli per settimane a rimanere a bordo in condizioni insopportabili, ora il ministro Salvini Matteo sembra sfidare, con le sue parole infuocate, l’art. 604 bis del codice penale, che punisce chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale.Fin dove può spingersi la parola di un ministro? La sua libertà di parola è illimitata? La forza e persino la violenza con cui viene diffusa – praticamente a reti unificate e in assenza di contraddittorio – sono compatibili con le regole di una democrazia liberale? L’usbergo della legittima critica politica può coprire proprio tutto, persino la criminalizzazione di una categoria di persone in quanto tale (i migranti e i richiedenti asilo), senza conseguenze? L’equazione migrante uguale criminale non può passare e soprattutto non può passare dalla bocca di un ministro che ha giurato fedeltà alla Costituzione della Repubblica.
Le parole d’odio pronunciate dal ministro, poi, debordano sino a travolgere con un’onda melmosa la magistratura che applica il diritto.
Anche questo può avvenire con la malintesa impunità che il ruolo pubblico gli ha sinora assicurato o proprio perché titolare di una funzione pubblica le sue parole d’odio finiscono per alimentare quel clima che ha già giustificato l’assegnazione della scorta ad alcuni magistrati?Altri esponenti del governo parlano di sentenze abnormi ma fuori dalla norma sono loro, che non rispettano nemmeno la più antica delle leggi, quella del mare, narrata da Omero nell’Odissea prima di essere scritta nei testi giuridici: si salvi il naufrago e lo si conduca nel porto sicuro più vicino.E allora miserabili non sono i poveri migranti ma i titolari della macelleria politica che ne fa brandelli per una propaganda miserabile.

L’autore: Andrea Maestri è avvocato e attivista per i diritti umani. Per i tipi di Left ha scritto il libro “Il penultimo respiro di Gaza”

L’odissea di Sindbad e quella dei migranti di oggi

Al Teatro dell’opera di Roma il 16 di ottobre è andato in scena, in anteprima mondiale, l’opera di Silvia Colasanti L’ultimo viaggio di Sindbad – racconto musicale in sette quadri con libretto di Fabrizio Sinisi liberamente ispirato a testi di Erri De Luca per la regia di Luca Micheletti ( in scena fino al 23 ottobre). Commissionata alla compositrice dal Teatro dell’Opera di Roma, e trasmesso in diretta da Rai radio 3, era uno degli eventi più attesi della stagione. La Colasanti rappresenta una figura da tempo affermata in tutto il mondo nel panorama della musica contemporanea (e specialmente nel campo dell’opera e del teatro musicale). Dal 2018 l’autrice collabora con il Festival dei Due Mondi di Spoleto, dove ha presentato in quell’occasione Il minotauro e, l’anno successivo, Proserpine (gli autori del libretto di entrambe le opere erano René de Ceccatty e Giorgio Ferrara), dal 2022 insegna composizione al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma e nel 2023 il Teatro alla Scala le ha commissionato (onore tributato per la prima volta a una compositrice) l’opera Anna A. (su libretto di Paolo Nori), dedicata alla figura della poetessa russa Anna Achmatova, presentata al pubblico a settembre di quest’anno.

Al centro del libretto di Sinisi vi è la figura di Sindbad, vagamente ispirata a quella de Le mille e una notte, ma calata nel mondo contemporaneo. L’avventuroso marinaio mediorietale, interpretato dal baritono Roberto Frontali, questa volta è al timone di una nave che trasporta migranti dalle coste dell’Africa verso l’Europa. «Capitano Sindbad, è bella L’europa?” – chiede una passeggera cieca. “(..) Sembra / la giungla o il mare / piena di sogni / belli e feroci. / Regna una legge / senza perdono, / grande mercato / che non ha pietà: / vince il più forte. / Guardi la gioia / di là da un vetro, / dentro uno schermo / che sembra un muro” – risponde il capitano nel secondo quadro (Le sorelle).  E l’inquisitrice replica “L’Europa è come questa nave: / acqua dappertutto / ma neanche una goccia da bere».

La compositrice Silvia Colasanti, foto di Fabrizio Sansoni

Il primo dei sette quadri in cui è strutturato questo “racconto musicale” è preceduto da un prologo in cui nottetempo i passeggeri salgono sulla nave (“è finita l’Africa. / È cominciato il mare” canta il coro dei bambini). Ad accogliere i passeggeri c’è un accigliato capitano («Malvenuti a bordo. / Sono Sindbad, il Capitano. / Vi porterò in bocca all’Occidente. / Su questa nave faccio io le leggi / e chi sgarra lo butto nel mare», dichiara all’apertura del primo quadro, La notte). Poco dopo la partenza del battello, la voce dei passeggeri raccontano le tragedie che si erano lasciati alle spalle: un soldato toglie la vista a una donna che non voleva obbedire al suo comando, un disertore uccide un suo compagno d’armi alle spalle. Nei quadri successivi l’equipaggio attraversa alcune tragiche vicissitudini: prima una tempesta, poi il parto di un bambino morto che viene gettato in mare. Il tragico epilogo di questo viaggio è solo accennato dal coro dei bambini nel finale («Siamo gli innumerevoli, raddoppio a ogni casa di scacchiera lastrichiamo di scheletri il vostro mare per camminarci sopra. Non potete contarci, se contati aumentiamo»).

La partitura della Colasanti segue l’andamento del testo, i suoi passaggi ora lirici ora narrativi, i suoi riferimenti ora a fatti concreti, ora a sentimenti, quali la nostalgia, la rabbia, l’angoscia, suggeriti dal libretto. L’autrice, che in diverse occasioni ha dimostrato di padroneggiare perfettamente il linguaggio della musica contemporanea, imbastisce un raffinato tessuto sonoro al servizio della macchina scenica. La stessa Colasanti, a proposito, ha scritto: «grande protagonista musicale è proprio il mare, evocato con i suoni nei suoi diversi aspetti. Così esso diviene di volta in volta minaccia nella burrasca, stilizzata attraverso fasce sonore magmatiche e astratte, senza tempo, liquida culla a cui affidare il bambino che viene partorito morto, accompagnato dalla mamma con una ninna nanna antica sostenuta da un’orchestra tramutata in una grande tiorba».

Un ruolo di primo piano è affidato al coro, «impegnato in un ordito contrappuntistico di tipo madrigalistico, che in base alle esigenze del momento scenico si fa personaggio o moderno coro greco, intento a commentare le azioni in scena», spiega l’autrice stessa.

Nel racconto convergono e si intrecciano diverse tradizioni culturali e musicali, che Colasanti ha saputo mirabilmente fondere all’interno di una orchestrazione ricca di spunti sonori, timbri e tonalità provenienti anche da diverse tradizioni musicali. «Il flusso musicale racconta di passeggeri che arrivano da un “altrove” volutamente non definito, in cui strumenti tradizionali di culture diverse dialogano con l’orchestra e la scrittura vocale accoglie inflessioni ed echi popolari accanto alle forme di matrice operistica», annota Colasanti.

Lo scrittore Erri De Luca

Concepire e realizzare uno spettacolo omogeneo e compiuto dal punto di vista drammaturgico a partire da così diverse fonti di ispirazione musicale, diverse tradizioni e diverse radici culturali, un’opera nella quale potessero convergere e convivere riferimenti a Le mille e una notte, ma anche alla Bibbia e al Corano (citati nelle rispettive lingue originali) accanto a Omero e Dante («nostre vite saranno i vostri libri d’avventura. / Portiamo Omero e Dante, il pellegrino e il cieco” – canta il coro dei bambini nel finale), insieme a cenni allo scottante problema contemporaneo delle migrazioni e dei migranti (“Siamo venuti scalzi, senza sentire spine, pietre. / Faremo i servi, i figli che non fate» – sono alcuni versi del citato coro finale), sulla carta non era affatto un compito semplice.

Il merito dell’autrice a mio avviso è proprio quello di avere trovato una unica chiave stilistica musicale personale, che sorregge l’intero spettacolo e, allo stesso tempo, lo rende fruibile anche a un pubblico più vasto.  «Silvia Colasanti riesce a trovare nel linguaggio musicale una perfetta sintesi che non ignora la complessità di scrittura e le sperimentazioni dello scorso secolo, e che – allo stesso tempo – è capace di parlare a un pubblico vasto e non limitato agli addetti ai lavori» dice il direttore dell’orchestra Enrico Pagano.

Occorre infine menzionare anche le scene, a cura di Leila Fteita; la sua scenografia, che richiama quella del ponte di una nave, ma attraverso prospettive deformate che chiamano alla memoria quelle del teatro e del cinema espressionisti, risulta un elemento fondamentale dello spettacolo. La scelta di tagliare in orizzontale la scena, suddividendola in due piani, quello superiore dove entra in scena il capitano e quello inferiore dove compaiono i passeggeri, offre una rappresentazione plastica e immediatamente comprensibile della gerarchia sociale che regna sulla nave. La scelta dei costumi, a cura di Anna Biagiotti, mette in risalto la differenza tra il coro dei bambini, che appaiono come ragazzi di oggi, e i personaggi, vestiti in abiti teatrali di ispirazione mediorientale. Un contrasto evidentemente voluto, per offrire allo spettatore l’immagine di un viaggio allo stesso tempo antico e contemporaneo.

Il gruppo, di cui fanno parte i 27 musicisti dell’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, dà vita a uno spettacolo intenso, che a tratti incanta e a tratti commuove, ma che non elude i temi scottanti del mondo contemporaneo.

 

L’autore: Lorenzo Pompeo è slavista, traduttore, scrittore e. docente universitario. E’ appena uscito il suo nuovo testo teatrale “La caduta di Gomerosol” con la premessa di Marco Belocchi

Un Paese di poveri: la stabilità della miseria, ma tutto va ben

L’Istat ci fa sapere che i poveri nel 2023 erano 5 milioni e 700 mila. In condizione di povertà assoluta erano poco più di 2,2 milioni di famiglie, ovvero l’8,4% sul totale delle famiglie residenti. Il valore è stabile rispetto al 2022. 

La povertà delle famiglie con almeno uno straniero è del 30,4% mentre per le famiglie italiane ci si ferma al 6,3%. È proprio vero, gli stranieri vengono in Italia per fare i lavori che gli italiani non vogliono più fare: i poveri. 

Quasi il 10% degli italiani vivevano l’anno scorso in condizioni di povertà e poiché nulla ci fa pensare che la situazione sia miracolosamente migliorata se ne deduce che una persona su dieci di quelle che incontrate per strada sia al di sotto della soglia della dignità. 

Pensare che questi numeri siano il risultato solo delle politiche del governo Meloni sarebbe superficiale e riduttivo. L’onda lunga della povertà comincia dagli anni 80, quando lo sfiorire del boom economico ha fatto emergere la politica prima condonata dal benessere diffuso. Allora è stato chiaro che i governi che si sono succeduti – chi più, chi meno – hanno avuto come priorità quella di preservare le classi abbienti del Paese, le stesse che esprimono in gran parte la classe dirigente. 

La precarizzazione del lavoro che prometteva libertà e guadagni è stata una delle grandi truffe dei tempi recenti: essere liberi professionisti in un mercato stagnante ha portato come risultato la libertà di azione nello smantellamento del welfare e dei servizi.

La prossima legge di bilancio è innestata sugli stessi binari. E tutto va ben. 

Buon venerdì. 

Nella foto: raccolta alimentare dell’associazione Nonna Roma, 7 giugno 2024 (fb Nonna Roma)

Poesie contro la paura. Il talento di Mirkoeilcane

Mirkoeilcane, foto di Chiara Lucarelli

«Io ti racconto il Carnevale, la festa che finisce male / Le falsità di una città industriale. / Io ti racconto il sogno strano di inseguire con la mano / Un orizzonte sempre più lontano».
È Claudio Lolli. Siamo nel 1973. Poesia? No, sono i versi di una canzone. Ma davvero? Qual è la soglia, quale sarebbe il discrimine tra parole e frasi messe in musica, e quelle scolpite più semplicemente su pagina bianca?
Nell’Ulisse di Joyce il protagonista Bloom a un certo punto del libro ascolta, in un pub, alcune ballate popolari per voce a pianoforte. Il connubio di parole e melodia commuove i presenti e lui si chiede: «Parole. Musica. No, è quel che c’è dietro». Ma cosa c’è dietro? Cos’è che anima l’arte, che a sua volta anima il mondo?
«Io te racconto e si me senti nun lo so / Se te disturbo abbi pazienza ’n artro po’ / Che nun c’avemo mai creduto all’aldilà / Ma ’na canzone nun se sa mai fino a ’ndo po arivà». Parole, versi di Mirkoeilcane. Siamo nel 2023. Un cantautore, un poeta. Scrive questa canzone in cui si rievoca la scomparsa di un amico: una morte, tante morti. Il titolo è “Caro amico ti scrivo”, e si trova nell’album La musica contemporanea mi butta giù.
Nella strofa precedente, come nelle grandi poesie, in poche parole abbiamo tanto, troppo, la perdita, la speranza, la volontà: «Nun sai le vorte che so passato sotto casa tua / Su quer terazzo a Garbatella quanta compagnia / Nun sai le vorte che ho pensato ’mo lo chiamo’ / E poi piagnevo cor telefonino ’n mano».

Mirkoeilcane foto di Chiara Lucarelli

Mirkoeilcane l’ho incontrato alla festa di Mediterranea, una Ong che si occupa di salvare i migranti in mare. Ha chiuso la sua breve performance sul palco con “Stiamo tutti bene”, canzone che presentò a Sanremo nel 2018. Parla dei migranti, di un sogno, di un incubo. E anche qui abbiamo tanto, l’ironia, la tragedia, la dolcezza: «Ma guarda te la jella proprio a me doveva capitare / Quattro giorni su sta barca, intorno ancora solo mare / Ma ti pare giusto / Uno va in vacanza per la prima volta / E quelli lì davanti son capaci di sbagliare rotta… / Ed io vorrei soltanto alzarmi e palleggiare, ah / Ma se soltanto sporgo anche di un centimetro il piede / Questo davanti si sveglia / E inizia a dire che ha sete / Io ho pure sete, fame, sonno / E mi fa male la schiena / Ma non c’è mica bisogno / Di fare tutta sta scena… / Tre giorni fa / Ne hanno buttati una ventina in mare / Mamma dice che volevano nuotare».
La poesia prende la realtà e la rende diversa, ma uguale. Ce la porge, la muta, però solo perché possiamo poi vederla meglio. Ma perché leggere al microscopio una canzone, si dirà? In anni non troppo lontani, un maestro del cantautorato italiano, Francesco Guccini, si chiedeva: «Ma pensa se le canzonette me le recensisse Roland Barthes!» L’effetto della sparata, certo, è comico, perché al gran teorico francese della letteratura e filosofo, esponente di spicco dello strutturalismo, si addicono le opere canoniche, i classici, i capolavori, mica la musica “leggera”! E invece no, da decenni in tante parti del mondo il cantautorato, la musica d’autore, ha con grande evidenza e forza preso un testimone prezioso, un vessillo che a volte la poesia, non certo per sua colpa, non è riuscita sempre a tenere alto. E per questo va guardato anche da vicino, come si guarda alla poesia.
Pensiamo alle polemiche sul Nobel dato a Bob Dylan, tra i poeti della storia del mondo uno dei più grandi. Non hanno fatto breccia nella realtà dei fatti. E perché? Perché la poesia vive e muore indipendentemente da noi. Vive di morte, e talvolta muore di vita. Come in un mare profondo, abissale.
Dylan stesso scriveva, nel 1976, alcuni versi memorabili che indicano, della letteratura intesa come arte di parole e musica, il senso, il mistero – “quel che c’è dietro” direbbe Joyce: «Il tuo alito è dolce, due gemme in cielo i tuoi occhi…/ Sei fedele alle stelle, non a me… / Scrutano il futuro, tua sorella e tua madre, come te / Leggere o scrivere tu non sai, nessun libro sul tuo scaffale / La tua voce è un’allodola, illimitato è il tuo piacere / Ma il tuo cuore è un oceano, misterioso e oscuro». Sono versi in cui leggiamo in controluce proprio il perché primordiale: perché scrivere poesia, perché fare arte, perché artefare?
I cantautori, poeti di oggi, hanno risposto in molti modi. Di recente Brunori Sas ha scritto ironicamente di «Canzoni che parlano d’amore / Perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare? / Che se ti guardi intorno non c’è molto da cantare / Solamente una tristezza che è difficile toccare»; ma questo solo per poi cedere il passo alla motivazione vera che, tramite le canzoni, ci spinge a sentirci tutti coinvolti, a identificarci con la straniante altalena di suoni e parole di una ballata: «E invece no, tu vuoi canzoni emozionanti / Che ti acchiappano alla gola senza tanti complimenti / Canzoni come sberle in faccia per costringerti a pensare / Canzoni belle da restarci male / Quelle canzoni da cantare a squarciagola / Come se cinquemila voci diventassero una sola».
Mirkoeilcane pone la stessa questione di Brunori in “Leggera”, un viaggio autobiografico per i sentieri che portano in chissà quale dove – un salto nel vuoto, la scelta controcorrente di scrivere canzoni contro la paura, poesie in grado di squarciare il velo di una musica contemporanea sempre più allergica alle vere domande: «non è facile convivere con questa idea / di aver sbagliato tutto / e ammettere a me stesso che se c’è una colpa / è solo colpa mia / che gioco a scrivere canzoni / con la penna, il foglio e la malinconia / ma questa è musica leggera / Leggera come un bugia / vuole canzoni da scordare / vuole parole da buttare via».

Mirkoeilcane, foto di Chiara Lucarelli

La magia delle canzoni è trasformare l’invisibile, il dimenticato, in incanto. Spesso anche le piccole questioni diventano grandi nell’arte. Le scomparse, i silenzi, le assenze di questa o quella persona, di questa o quell’idea, tramite la transustanziazione della parola poetico-musicale divengono altro, scenario e paesaggio di tutti, contesto familiare e bruciante.
Questioni private, ad esempio, come il rapporto dell’uomo con lo “spirituale”, erano dibattito pubblico già con De André («Non posso pensarti figlio di dio / Ma figlio dell’uomo / Fratello anche mio», da “!Laudate Hominem”, 1970) o con De Gregori («Gesù piccino picciò, Gesù Bambino / Fa che venga la guerra prima che si può…/ fa che si porti via la malamorte e la malattia / Fa che duri poco e che sia come un gioco», da “Gesù bambino”, 1979). Ora, nel suo dialogo speciale e ironico con il divino (geniale la partecipazione all’album di Giobbe Covatta), Mirkoeilcane dà del tu al Signore per bocca dello sdentato Giovanni, un vecchio che lo invoca facendoci sorridere, e anche riflettere sul presente, alla maniera di Phil Ochs: «Caro Gesù / dico fate qualcosa / io qui lascio due figli, mia moglie Teresa / e un nipote che dopodomani si sposa… io vi stimo Gesù / ma qua sotto è un casino / gente senza memoria che fa distinzione / se uno ha la pelle di un altro colore / quindi caro Gesù / credo sia necessario torniate a vedere / Però per carità non passate per mare / c’è un problema con i porti».
Anche Ochs aveva cantato del “falegname Gesù” («Jesus was a working man»ı) riprendendo una ballata del grande cantautore scozzese Ewan McColl e iscrivendosi sul solco di Woody Guthrie e del suo Gesù agitatore e organizzatore di poveri e lavoratori (vedi They Laid Jesus Christ in his Grave). Nei tre pezzi “dedicati” a Dio dell’album di Mirkoeilcane abbiamo la voce di un Gesù che chiede permesso al padre di donare all’uomo, col senno di poi, nuovi precetti per una nuova umanità: «Punto due: circa la religione / D’accordo sperare in un supervisore / un amico provvisto di super potere / un arbitro onesto clemente e imparziale / antidoto contro un nemico che trama / un idolo armato di scudo e di lama / ma almeno smettetela di litigare / per scegliere come si chiama».
Sono versi che ricordano obliquamente quelli del grande cantautore irlandese Damien Dempsey nella sua ballata anticoloniale e antibritannica, Colony: «Il loro Dio era Gesù Cristo e l’hanno fanno in nome suo / Perché la colpa cadesse su di lui… Con la bibbia in una mano e la spada nell’altra / sono venuti a depurare la mia terra dai gaeli, madri mie e padri miei, mie sorelle, miei fratelli».
Dietro al velo dei versi del cantautore e poeta romano Mirkoeilcane scorgiamo proprio questo, il delicato punto di incontro tra individuo e società, lo sfiorarsi di fragilità e forza – come nel ritratto di una giovane, nell’audace canzone In equilibrio : “La ragazza occhi scuri e attenti / Una foglia d’autunno poggiata sul cuore / Dice lei che è uno scudo sottile / Per non sentire dolore / Quelle gambe leggere leggere / Che hanno attutito anche l’urto peggiore / Che non si piegano al vento, all’invidia e agli sguardi / Di chi la vuole cambiare”.
Perché scrivere poesia è una domanda che non troverà mai risposte adeguate. Le poesie sono traduzioni di originali perduti, suggerisce Gabriele Frasca, e in quanto tali non fanno che riportare un’emozione. Ma poi la rendono, non solo nel senso di porgerla a parole: la ridanno indietro, la restituiscono. Perché i poeti questo fanno: ci rendono a parole, e ci rendono parole.
Eppure, se per scolastica ipotesi dovessimo decidere seriamente di cercare una risposta alla domanda di cui sopra (“Perché scrivere poesia?”), allora sì, l’unica replica soddisfacente forse sarebbe: si scrive perché si fa musica, perché siamo suono. Suono dunque sono; e se sono suono, allora non posso che parlare.
Ecco quel che fanno i poeti. Parlano al vento e del vento. Scrivono lettere, missive perdute, indirizzate al futuro, all’invisibile; perché poi, coi nostri occhi e coi nostri orecchi, quell’invisibile, quell’indicibile, quell’inudibile, noi potremo vederlo, sentirlo, toccarlo.
Siamo perché poesiamo.

Prossimi concerti:

26 ottobre: Bussola live, Teatro del parco, Mestre
6 novembre: Alexander Platz, Roma

L’autore: Enrico Terrinoni è scrittore, traduttore e romanziere
Le foto sono di Chiara Lucarelli italian Culture Through Film/ Photographing Rome Professor
Freelance Professional Photographer

La notizia sul giornalismo che non leggerete in giro

La notizia che non leggerete è l’inchiesta di IrpiMedia sulle molestie sessuali all’interno delle scuole di giornalismo che apre un sipario inquietante su un mondo che dovrebbe essere simbolo di trasparenza e verità. L’indagine rivela una realtà dove il potere si confonde con l’abuso, mettendo a rischio giovani aspiranti giornalisti, spesso già vulnerabili per la precarietà del settore.

Le testimonianze raccolte mostrano uno schema ripetuto: figure di potere – tutor, professori, giornalisti affermati – che sfruttano la propria posizione per intimidire o manipolare giovani donne. Il confine tra autorità e prevaricazione si dissolve, e le vittime si trovano imprigionate in un silenzio soffocante, in parte per paura di ritorsioni professionali, in parte per un sistema che minimizza e copre. 

Un terzo delle studentesse ha raccontato di aver subito discriminazioni, molestie verbali e sessuali in classe e negli stage. La metà delle persone sentite ha riferito di aver assistito o saputo di molestie sessuali e verbali, tentate violenze sessuali, atti persecutori, stalking, ricatti e discriminazioni di genere.

L’unica ricerca nazionale a disposizione sul tema è stata pubblicata nel 2019 dalla Federazione nazionale della stampa (Fnsi) e ha rilevato che, tra le giornaliste assunte in redazione, l’85% ha dichiarato di avere subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della vita professionale.

La riflessione va oltre i singoli fatti: dobbiamo chiederci cosa significhi insegnare giornalismo in un contesto dove il rispetto per gli individui è calpestato. Come possiamo formare professionisti capaci di cercare e raccontare la verità se il primo tradimento avviene all’interno delle aule?

Buon giovedì.

Musk, Meloni e mazzette: Il futuro digitale italiano in bilico

Sogei spa, la società che per conto dello Stato si occupa di modernizzare il Paese, secondo la Procura di Roma si affidava all’antico sistema delle tangenti. Il manager Paolino Iorio, arrestato in flagranza, si stava intascando una mazzetta da quindicimila euro quando è arrivata la Guardia di finanza che lo ascoltava da tempo.  

Un direttore generale di un’azienda controllata al cento per cento dai ministeri dell’Economia e dell’Interno accusato di essere a capo di “un articolato sistema corruttivo” non è certo una buona notizia. Se poi teniamo conto che Sogei si occupa dei delicati sistemi informatici della pubblica amministrazione ci si rende conto che il guaio è bello grosso.

Dietro alle quinte c’è il giovane Andrea Stroppa, informatico che stamane sui giornali viene indicato come genio dell’informatica, hacker, programmatore. Quello che sappiamo è che Stroppa fu un ragazzetto sveglio portato sul palco della Leopolda da Matteo Renzi, molto vicino al caro amico Carrai. Ultimamente è transitato sotto l’ala dell’imprenditore sudafricano Elon Musk che ne ha fatto il suo lobbista preferito per l’Italia. 

Musk e Giorgia Meloni sono una coppia politica di fatto. Lui ama i sovranismi, lei ha bisogno presto di un’infrastruttura che connetta alla rete le aree più remote dell’Italia come promesso nel Pnrr. Così i satelliti di Musk del sistema Starlink sono il connubio perfetto per corrispondenza di amorosi sensi politici e di necessità. Lì in mezzo Stroppa briga per chiudere l’accordo, nonostante qualcuno come il presidente del Copasir Lorenzo Guerini faccia notare che cedere i dati degli italiani a Musk sia un’idea piuttosto perigliosa. 

Stroppa, indagato, dice che è un grande complotto contro Giorgia Meloni. Dimostra di essere il meloniano perfetto per conto di Musk.

Buon mercoledì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni riceve da Elon Musk il Global Citizen Awards conferitogli dall’Atlantic Council, New York, 23 settembre 2024 (governo.it)

Milioni di persone in fuga dal Corno d’Africa. È una crisi senza precedenti

L’emergenza alimentare che sta colpendo il Corno d’Africa rappresenta una delle crisi umanitarie più gravi al mondo, dovuta a una combinazione di fattori legati ai conflitti e agli effetti del cambiamento climatico. In un’intervista Laura Iucci, direttrice della raccolta fondi di Unhcr Italia, spiega le sfide che l’agenzia delle Nazioni Unite sta affrontando nella regione e le soluzioni adottate per garantire assistenza alle comunità colpite. «L’insicurezza alimentare nel Corno d’Africa ha raggiunto livelli critici, con 62,9 milioni di persone colpite in paesi come Etiopia, Kenya, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Uganda e Djibouti», dice Iucci. «L’aggravarsi del conflitto in Sudan ha provocato la fuga di milioni di persone, aggravando una situazione già compromessa dalla carestia, come quella che persiste nel Darfur. La crisi alimentare nella regione è il risultato di molte cause, tra le quali certamente il binomio fatale “violenze ed effetti del cambiamento climatico”, ma influiscono anche i conflitti a livello globale, come la guerra su vasta scala in Ucraina, e la mancanza di soluzioni pacifiche».

Gli effetti del cambiamento climatico nella regione sono devastanti, con siccità e inondazioni che compromettono gravemente le coltivazioni e l’allevamento. I rifugiati e le comunità locali sono fortemente colpiti da queste calamità, come spiega Iucci: «In Etiopia, la lunga siccità e il conflitto hanno avuto un impatto molto forte sulle comunità di pastori che hanno perso i loro allevamenti di bestiame e le attività generatrici di reddito». Anche in Somalia, la più lunga siccità degli ultimi 40 anni ha causato conseguenze disastrose, portando a ulteriori migrazioni forzate.

L’Unhcr presta particolare attenzione alle donne e ai bambini, che risultano essere i gruppi più vulnerabili in questa crisi. Come sottolinea Iucci: «La crisi alimentare determina una maggiore esposizione delle donne alla violenza sessuale e di genere, mentre per i bambini si registra un aumento dei casi di sfruttamento e abuso, abbandono scolastico e matrimoni infantili». Per far fronte a queste emergenze, l’Unhcr garantisce protezione e assistenza attraverso l’educazione, il supporto psicosociale e programmi di assistenza economica diretta, per permettere alle famiglie di procurarsi cibo e altri beni essenziali.

Di fronte agli effetti a lungo termine del cambiamento climatico, l’Unhcr ha lanciato iniziative per rafforzare la resilienza delle comunità sfollate. «Qualche mese fa abbiamo
lanciato il Fondo per la resilienza climatica, che finanzierà esclusivamente gli sforzi per proteggere le comunità sfollate più minacciate», spiega Iucci.

Fame acuta e aiuti insufficienti

Gli aiuti arrivano anche dal Programma alimentare mondiale (World Food Programme) il  che sta intensificando gli sforzi per fornire assistenza alimentare alle comunità in Sudan, dove milioni di persone soffrono di fame acuta dopo 500 giorni di conflitto. La priorità del Wfp è garantire aiuti in 14 aree particolarmente colpite, con un focus sul Darfur occidentale, dove comunità come Kereneik e Sirba sono sull’orlo della carestia.

L’accesso umanitario attraverso il confine di Adre, in Ciad, riaperto di recente, sta permettendo di consegnare regolarmente cibo e forniture essenziali. Finora, il Wfp ha inviato 630 tonnellate di alimenti, sufficienti per sfamare 55.000 persone. Tuttavia, le difficili condizioni stradali causate dalle forti piogge stanno rallentando la distribuzione.

Oltre agli aiuti alimentari, il Wfp sta implementando programmi di assistenza in denaro per
300.000 persone in diverse aree del Darfur, come Geneina e Zalingei, oltre che nelle zone più a rischio carestia a Khartoum. Nella capitale, le cucine comunitarie del Wfp hanno già fornito pasti a 180.000 sfollati, mentre altri 45.000 stanno ricevendo cibo nelle aree colpite dal conflitto.

Somalia. foto di Anna Rauhanen/Save the Children

L’impatto della crisi sulle categorie più fragili

La Somalia, come altre aree del Corno d’Africa, sta attraversando una delle crisi umanitarie più gravi a causa di una combinazione di shock climatici, conflitti e instabilità.  In un’intervista Francesca Sangiorgi, direttrice umanitaria di Save the Children Somalia, e Gianluca Ranzato, Humanitarian strategist di Save the Children Italia, ci hanno spiegato quanto l’impatto sia particolarmente devastante per i bambini.

La crisi che attanaglia la Somalia ha radici profonde.«Dal 2021 la regione ha subito una delle peggiori siccità degli ultimi 60 anni, a cui è seguita una serie di alluvioni senza precedenti – spiega Francesca Sangiorgi-. La siccità ha generato un aumento significativo di malnutrizione e insicurezza alimentare. Inoltre, i cicli di siccità e piogge estreme si stanno accorciando, rendendo difficile per le comunità agricole e pastorali adattarsi. L’instabilità politica e i conflitti interni hanno peggiorato ulteriormente la situazione, mettendo a rischio soprattutto i bambini. I primi mille giorni di vita dei bambini sono particolarmente critici, e se la nutrizione non è assicurata, subiscono un impatto sia fisico che psicofisico».

Gianluca Ranzato aggiunge che la situazione somala non è unica: «anche in altre aree del Corno d’Africa, come l’Etiopia, si osserva una rapida alternanza tra siccità e alluvioni. I picchi di insicurezza alimentare si trovano nelle zone in cui ai cambiamenti climatici si sommano i conflitti».
Uno degli ambiti chiave in cui Save the Children opera è il sostegno all’istruzione dei bambini somali. «Tra le conseguenze del conflitto c’è sicuramente la chiusura delle scuole o per motivi di insicurezza o per danneggiamenti alle infrastrutture scolastiche»,spiega Francesca Sangiorgi. L’organizzazione ha creato strutture temporanee nelle zone protette e fornisce supporto agli insegnanti. Interviene anche nei campi per sfollati e nelle aree di ritorno, riparando le infrastrutture scolastiche danneggiate.
Gianluca Ranzato aggiunge: «l’educazione è solo uno dei quattro pilastri dell’intervento di Save the Children. L’accesso all’educazione, la salute e la nutrizione, la protezione dei bambini e la resilienza economica delle comunità sono i nostri principali obiettivi».

Somalia, foto di Anna Rauhanen

La violenza legata ai conflitti armati rappresenta una delle minacce più gravi per i bambini in Somalia. Save the Children si impegna a ridurre i rischi di protezione per i minori, con particolare attenzione alle “sei gravi violazioni” definite dalle Nazioni Unite, come l’arruolamento dei bambini soldato e la violenza sessuale. «Lavoriamo per ridurre le sofferenze dei bambini e portare la loro voce nelle sedi di advocacy internazionale», afferma sempre Ranzato.
Inoltre, uno degli interventi più critici riguarda i ricongiungimenti familiari, essendo frequente che i bambini vengano separati dai genitori durante gli sfollamenti. L’approccio di Save the Children in Somalia si fonda su una strategia a 360 gradi, che copre numerosi settori, dalla salute alla nutrizione, dall’acqua all’igiene. Francesca Sangiorgi sottolinea come: «il Paese soffra di un enorme divario nella fornitura di servizi sanitari e come l’organizzazione si concentri sulle donne incinte e sui bambini, cercando di prevenire malattie che nel resto del mondo sono ormai facilmente curabili. L’obiettivo finale è rafforzare le capacità locali per garantire la sostenibilità dell’intervento».

In un contesto così ampio e complesso, dove emergono criticità di ogni tipo, appare evidente che non bastano solo gli aiuti finanziari. È fondamentale creare una diffusa consapevolezza culturale a livello internazionale che promuova una maggiore cooperazione tra gli Stati.
Tuttavia, è essenziale che questa consapevolezza sia accompagnata da un reale impegno politico e operativo per implementare soluzioni durature.
Una società degna di essere considerata responsabile non può permettersi di ignorare questa crisi. Il futuro di intere generazioni è in bilico, e solo un’azione coordinata e determinata può cambiare il loro destino. E ogni giorno che passa senza interventi concreti le vittime aumentano in maniera esponenziale.

Crediti foto di Anna Rauhanen/Save the Children

L’autore: Emanuele Manfredo Fioravanzo è studente di giurisprudenza all’Università degli Studi di Padova

La figura limpida di Clara Sereni, scrittrice e donna. Un libro con una lunga intervista inedita

Una lunga intervista a Clara Sereni risalente al 1996 e rimasta finora inedita, dove Tullio De Mauro, Pietro Pedace e Annio Gioacchino Stasi riescono a condividere con lei il senso più profondo della sua scrittura, i temi e i passaggi significativi della sua visione letteraria. Un altro tassello per l’approfondimento dell’opera di una delle voci più limpide del Novecento letterario italiano. È questo il contenuto del libro Il tavolo della memoria familiare. Intervista a Clara Sereni, ali&no editrice, a cura di Annio Gioacchino Stasi e Francesca Silvestri che sarà presentato in anteprima nazionale a Roma venerdì 18 ottobre ore 17,30 presso l’Auditorium dell’Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi (palazzo Mattei, via M. Caetani 32). Oltre ai curatori, saranno presenti il Direttore dell’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi, Antonello De Berardinis, Anna, Marinella e Marta Sereni, Tiziana Bartolini (direttora “Noidonne”). Contestualmente Benedetta Tobagi, presidente del Premio letterario nazionale Clara Sereni leggerà i nomi dei finalisti (sezione Editi e Inediti) della V edizione del Premio che saranno premiati ufficialmente durante la cerimonia che si terrà a Perugia il 9 novembre. La premessa del libro è di Romano Luperini. Memorie di un tavolo da gioco di Annio Gioacchino Stasi è il testo che apre il libro e che qui anticipiamo.

A volte il caso porta a realizzare incontri inaspettati che entrano in uno strano gioco. Il testo che qui viene pubblicato fa parte di una prima stagione di ricerche iniziate a metà degli anni 90 presso “La Sapienza” di Roma quando fui invitato, da Tullio De Mauro, insieme agli amici di Omero e Pietro Pedace, ad organizzare e tenere una sperimentazione sulla scrittura creativa.

Il mio intento e lavoro, che durò oltre un ventennio, si sviluppò senza che avessi programmato nulla, in un vertiginoso confronto con artisti, scrittori, studiosi, filosofi, quali: Valerio Magrelli, Francesca Sanvitale, Lidia Ravera, Marco Bellocchio, Massimo Fagioli, Remo Bodei, Emilio Garroni, Alberto Oliverio, tanti altri ancora e Clara Sereni. Filo di continuità in questo lungo periodo fu il rapporto con Tullio De Mauro con il quale mi laureai sulla sperimentazione che conducevo presso l’Università e Alberto Asor Rosa che volle che mi venisse dato un insegnamento sperimentale a cui parteciparono centinaia di studenti.

Memoria e immagine divennero i fulcri di una ricerca che poneva quesiti sui processi di elaborazione creativa che portano all’atto di scrittura rappresentativa. Immagine di una donna che divenne, nel prosieguo, la concreta partecipazione al modulo didattico denominato “Laboratorio di immagine e scrittura creativa”, dell’artista e ricercatrice Mery Tortolini, che realizzava opere visive e scrittura. Ne è nata una metodologia di stimolazione didattico – formativa che non cerca regole o artifici retorici normalizzanti, ma bensì che indaga il processo linguistico e di pensiero di ciò che denominammo “Pensiero rappresentativo”: la ricerca di un “altro tempo” e di un “silenzio” con il quale confrontarsi. Ogni anno elaboravamo, nel corso universitario, un testo in immagini e parole con gli studenti, successivamente messo in scena, fino a quando realizzammo un lungometraggio “Ombre di luce” e due convegni su “Immaginazione e metodo nelle scienze umane: didattica e formazione”.

Il caso volle che più di venti anni dopo l’incontro, che qui viene riportato, incontrassi Marta Sereni, sorella di Clara, presso l’Istituto centrale per i beni sonori e audiovisivi del MiC dove stavo applicando la metodologia, messa a punto nell’Università, all’audiovisivo, portando anche qui centinaia di studenti a “pensare” facendo racconto per immagini; metodologia proposta in Italia e poi in Europa con un progetto Erasmus. E con Marta realizzammo, insieme agli studenti del Malpighi, un video che raccontava di resistenza, di rapporto con la storia e le immagini femminili.

Le dissi quindi di quell’incontro rimasto orfano nelle pubblicazioni che seguirono e volentieri, insieme ad Enrico Valenzi, Direttore della Scuola Omero, le demmo il testo che qui viene proposto.

Ma ora, rileggendo le domande che rivolgemmo a Clara, non posso che rivedere un percorso in cui lei si prestò a raccontare dell’intima natura del suo fare scrittura e del suo essere scrittrice e donna. La voce, a volte roca, a volte sottile, mi torna nella mente, come il gesto della mano, che allora non sapevo, la portava anche a fare immagini, forme geometriche che, in una cena a casa Sereni, Marta mostrò a me e Mery. Ora che il tempo è passato e i fantasmi, e le immagini e i personaggi di una storia si fanno presenti; devo riconoscere che il tavolo su cui giocammo ha lasciato segni indelebili sulla pelle.

Ora, quella storia familiare, di una generazione di rivoluzionari, mostra ancor più nel drammatico presente la necessità di rivolgersi ad una radicale ricreazione del senso più profondo del racconto umano. La memoria non deve annullare ciò che ci rende uguali e diversi: uomini e donne, grandi e piccoli. La nascita umana che ci consente di Immaginare e creare non è disgiunta dal vedere e distinguere. La Resistenza ad un negativo disumano, che nel presente riacquista forza sulla realtà, deve scoprire quelle forme del pensiero di cui le donne sono da sempre protagoniste. Il tavolo da gioco è una partita che oggi si combatte senza armi, con la mente e lo sguardo su ciò che non c’è, ma che può esserci: la forza delle idee e del pensiero. Ce lo dicono sempre quelli senza potere: donne, bambini, uomini che non hanno perso la speranza; ce lo chiedono i ragazzi con i quali, ancora oggi, io e Mery lavoriamo. Far sparire, far apparire: questo è il problema. Dare vita ad un pensiero critico che si fondi sull’immaginazione e la ricerca, questo è il “Gioco” serio sul quale vale la pena trascorrere il tempo che abbiamo da vivere. Far apparire un’immagine di donna sempre annullata e negata; questo è il problema e la sfida.

L’autore: Annio Gioacchino Stasi è scrittore, linguista e sceneggiatore

Nella foto: Clara Sereni nel 1991 (Foto archivio famiglia Sereni)