Che differenza c’è tra un “4” o un “Insufficiente” su un compito di italiano e alcune frasi in cui l’insegnante evidenzia i punti critici del testo, le parti da approfondire, le idee belle da valorizzare? È tutta una questione di valutazione. Un momento centrale nella vita scolastica, forse il più significativo e delicato perché è quell’atto che, più di qualsiasi altro, evidenzia l’asimmetria del rapporto tra insegnante e studente dove l’insegnante, con la sua competenza e la sua preparazione, dovrebbe dare una risposta ai ragazzi e alle ragazze circa un loro comportamento relativo al percorso di apprendimento.
Nella valutazione coesistono i due assi portanti della scuola: la dimensione didattica e il rapporto tra insegnante e studente e le decisioni che gli insegnanti assumono in base alle valutazioni andranno ad incidere sul percorso didattico degli studenti. Proprio per questo è un tema da sempre al centro di dibattiti che coinvolgono non solo gli addetti ai lavori, ma spesso anche chi sta al di fuori della scuola e sovente chi si occupa di politica.
Negli ultimi anni si sono moltiplicate, in modo particolare, le riflessioni intorno alla valutazione descrittiva, in parte a seguito dell’ordinanza ministeriale del 2020 che prevede nelle schede di fine quadrimestre della scuola primaria si indichino i livelli di apprendimento raggiunti sostituendo i precedenti giudizi numerici, in parte perché sono sempre di più le esperienze di licei o istituti comprensivi dove i voti in itinere sono sostituiti da valutazioni descrittive.
Per affrontare la questione in modo chiaro è importante ricordare che da molto tempo ormai in docimologia, la scienza che studia la valutazione, si distinguono due forme differenti di valutazione in ambito scolastico: la valutazione formativa e la valutazione sommativa.
La valutazione sommativa è una valutazione in chiave rendicontativa, quella che viene svolta alla fine dei percorsi di apprendimento (a metà anno, dopo il primo quadrimestre, a fine anno scolastico o al termine di un ciclo di studi) e indica il livello di apprendimento raggiunto talvolta in funzione di una certificazione. La valutazione sommativa è quindi una valutazione degli apprendimenti mentre la valutazione formativa è la valutazione per l’apprendimento in quanto precede, accompagna e segue il percorso di apprendimento ed ha lo scopo di dare forma futura ad un comportamento indicandone i punti di forza e di debolezza. È quella che dovrebbe esser svolta nelle prove in itinere (cioè nelle verifiche, interrogazioni o prove durante il quadrimestre) e deve riferirsi al percorso di apprendimento svolto dando indicazioni sul modo migliore per raggiungere gli obiettivi previsti che poi, a fine periodo, saranno oggetto di valutazione sommativa.
Maria Arcà e le Indicazioni del 2012: «Puntavamo ad un sapere complesso»
«Le Indicazioni nazionali non volevano essere dei programmi, era il processo di apprendimento che contava. La differenza sostanziale tra allora e oggi sta proprio qui: il fatto di avere degli obiettivi da raggiungere e non delle nozioni da imparare». Maria Arcà, biologa, saggista, ha collaborato per anni con circoli didattici, enti locali (tra cui i Comuni di Modena e Torino) e ha partecipato con il ministro De Mauro nel 2000 alla stesura delle indicazioni legate al riordino dei cicli scolastici e alle Indicazioni nazionali del 2012 (Scienze e Infanzia) con il sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria e il ministro Profumo.
È notizia di questi ultimi mesi la decisione del ministro Valditara di cambiare le Indicazioni nazionali atraverso una commissione (presieduta da Loredana Perla, v. articolo di Diana Donninelli) composta essenzialmente da pedagogisti. Che ne pensa Maria Arcà? «Sì, il ministro si è fatto una corte di pedagogisti, mentre noi invece eravamo dei disciplinaristi, cioè sapevamo perfettamente quali erano le difficoltà e gli obiettivi tecnici da raggiungere». La scienziata fa un esempio: «Vuoi parlare del fegato? Non si può farlo come fosse un evento isolato. Il fegato deve essere coordinato e corredato con tutto il resto del funzionamento del corpo, altrimenti non significa niente. Oppure vuoi parlare del piano cartesiano? Il piano cartesiano ha un senso se tu impari a ragionare sul concetto di variabile e rappresentazione di variabile, strutture rappresentative, interpretazione dei dati, dei grafici, delle figure. Tutto questo, uno che non è disciplinarista non lo sa, per ragioni, diciamo, di formazione».
La decisione di Valditara di mettere mano alle Indicazioni sembra proprio un guardare al passato. E infatti Maria Arcà legge questa iniziativa del ministro come «un bisogno di ritornare a quello che ai miei tempi si chiamava programma, anche se a farlo più che gli insegnanti sono le case editrici che, con autori che magari riprendono testi di altri, scrivono il sussidiario, lo vendono ed è fatta finita. Le Indicazioni a cui ho partecipato, nella loro ambizione, volevano: primo, rispettare l’autonomia dei docenti, secondo, mettere dei traguardi finali».
Insegnare una Italia piccola piccola
In questi ultimi mesi si è parlato molto delle Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione, in relazione alla nomina da parte del ministro Valditara di una commissione incaricata della loro revisione. Questo disegno del governo ha destato molta preoccupazione, ma che cosa deve essere salvaguardato di questa nota di orientamento per la scuola?
Le Indicazioni hanno rappresentato un cambiamento radicale rispetto al passato perché hanno spostato il focus del processo di insegnamento-apprendimento dai programmi delle varie discipline ai bisogni e agli interessi dello studente che devono essere posti al centro della proposta educativa.
Le Indicazioni nazionali del 2012 hanno una lunga storia: l’impulso iniziale è stato dato dal ministro Tullio De Mauro nel 2000 con Gli indirizzi per il curricolo al fine di completare la riforma dell’autonomia scolastica, ma questi indirizzi elaborati da una commissione molto ampia di esperti non sono giunti a una concreta applicazione.
In aperta discontinuità con questo lavoro, la ministra Letizia Moratti nel 2004 propose I piani di studio personalizzati, che non furono accolti positivamente dal mondo della scuola. Il successivo ministro Fioroni nel 2007 ha ripreso il lavoro avviato da De Mauro nominando una commissione di esperti per individuare strumenti capaci di dare alla scuola un ruolo decisivo nella società del cambiamento e porla all’interno di un contesto internazionale. Il documento stilato è stato sperimentato nelle scuole e dopo un confronto con i rappresentanti delle diverse discipline e le associazioni sindacali è stato assunto nel 2012 come base per la definizione delle Indicazioni nazionali, emanate dall’allora ministro Profumo.
Queste indicazioni sono quindi frutto di un percorso molto partecipato, grazie al concorso della comunità scientifica e a un’ampia e approfondita consultazione degli insegnanti. Con l’autonomia scolastica a ciascuna scuola è stato richiesto di organizzare un percorso formativo specifico, per rispondere in modo efficace ai bisogni dei diversi contesti sociali e culturali nel territorio nazionale. La progettazione curricolare di ogni istituto deve tenere conto delle Indicazioni nazionali che sono un testo ampio, e costituiscono una cornice pedagogica e culturale di riferimento dove sono definiti gli obiettivi di apprendimento e i traguardi per lo sviluppo delle competenze al termine del primo ciclo di istruzione.
Il ministero del demerito
La parola merito è il marchio con cui Giuseppe Valditara ha voluto identificare il ministero dell’Istruzione. A due anni dal suo insediamento, quali sono stati i “meriti” del ministro leghista, relatore, ricordiamo, nel 2010 della famigerata riforma Gelmini? I fatti e le parole, i provvedimenti e l’apparato ideologico (reazionario) che sta a monte: questi possono essere i binari per condurre un’analisi ad anno scolastico appena iniziato.
Cominciamo dal disegno di legge approvato il 31 luglio scorso sull’istruzione tecnico professionale, che ben rappresenta il Valditara-pensiero: la scuola al servizio dell’impresa, l’addestramento di giovani lavoratori per rispondere alla richiesta di manodopera sempre più impellente da parte delle aziende. La «filiera tecnico professionale», dice il ministro nel comunicato finale, e non riesce a non usare una parola – filiera – che richiama la produzione meccanica di cose invece che la formazione e la conoscenza di ragazzi e ragazze, cittadini e cittadine della Repubblica. L’istruzione tecnica nella riforma di Valditara è ridotta a 4 anni, gli studenti possono proseguire per due anni negli Its (istituti tecnici superiori) tanto amati anche da Draghi e che in Italia stentano a decollare. Ma chi non ce la farà, nessun problema, potrà andare subito a lavorare.
Il mondo dell’impresa è così intrecciato all’istruzione che è previsto anche, fatto inaudito, che “esperti”, manager, operatori di determinati settori professionali del territorio possano salire in cattedra a insegnare a quegli studenti che, chissà, saranno i loro futuri operai. La sperimentazione partita a settembre riguarda 172 istituti in tutta Italia. Non c’è stata la corsa. Così come si è rivelato un flop il liceo Made in Italy, una brutta copia del liceo delle scienze umane, circa 400 studenti iscritti. Tornando alla riforma dell’istruzione tecnica, questa è stata oggetto di una delle più sonore bocciature che il Cspi (Consiglio superiore della pubblica istruzione) ha riservato alle varie proposte lanciate da Valditara. Già nel 2017 e nel 2021, va detto, l’organo di garanzia aveva espresso parere negativo su una sperimentazione di licei quadriennali. I pareri del Cspi sono obbligatori seppur non vincolanti e comunque sono espressione del mondo della scuola di cui i responsabili di Viale Trastevere dovrebbero tenere conto. Questa volta i componenti del Cspi sottolineano un passaggio problematico: l’anticipo dei Pcto (i Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento che hanno preso il posto dell’alternanza scuola lavoro) al secondo anno. Vale la pena riportare il commento degli esperti che rilevano «con preoccupazione questa tendenza costante verso l’anticipazione di esperienze lavorative che hanno un forte valore formativo se svolte da allievi che abbiano già sviluppato competenze di base e un’adeguata consapevolezza dei propri interessi e attitudini, ma possono risultare insignificanti e perfino pericolose se destinate ad alunni che non siano ancora pronti ad assumere gli atteggiamenti adeguati in contesti reali non scolastici».
Nino Cartabellotta: Sul Sistema sanitario si gioca la democrazia
Le 500mila firme necessarie per indire il referendum abrogativo della riforma Calderoli sull’autonomia differenziata sono state raggiunte lo scorso 21 agosto, segno che il tema è sentito, forse più della riforma costituzionale gemella sul premierato. L’ambito di azione è il terzo comma – fin qui mai attuato – dell’articolo 116 della Costituzione, che prevede forme e condizioni di autonomia attribuite alle Regioni con legge dello Stato in ambiti che vanno dalla salute alle infrastrutture. Ne parliamo, con riferimento alla sanità, con Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, ospite alla Festa dell’Unità di Ferrara (Pontelagoscuro).
Dottor Cartabellotta, una vostra recentissima analisi indica che la spesa sanitaria pubblica vale il 6,2% del Pil, un valore ben al di sotto sia della media Ocse del 6,9% che della media europea del 6,8%. Considerando la spesa sanitaria pubblica pro-capite, l’Italia si colloca solo al 16esimo posto tra i 27 Paesi europei Ocse e in ultima posizione tra quelli del G7. Tradotto, si investe poco. Cosa dedurne con la riforma Calderoli approvata?
La riforma Calderoli sull’autonomia differenziata è destinata ad accentuare ulteriormente le diseguaglianze sanitarie, già evidenti tra Nord e Sud: concedendo maggiori poteri alle Regioni, rafforzerà infatti le più ricche penalizzando ulteriormente quelle più deboli. Oggi la sanità pubblica è la vera emergenza del Paese. Serve un progressivo e consistente rilancio del finanziamento pubblico per la sanità, oltre che coraggiose riforme di sistema per garantire a tutti la tutela della salute. Senza una rapida inversione di rotta, da tracciare nella Legge di bilancio 2025, siamo destinati a rinunciare silenziosamente al diritto alla tutela della salute, già compromesso per le fasce socio-economiche più deboli, per anziani fragili e nel Mezzogiorno.
Dopo 46 anni a che punto è il Servizio sanitario nazionale?
Il Ssn è stato un baluardo per garantire l’accesso universale alle cure, ma oggi, dopo quasi mezzo secolo, si trova a un punto critico. Il definanziamento strutturale e la crescente privatizzazione minacciano i suoi princìpi fondanti: equità, universalità ed eguaglianza. Rischiamo di scivolare inesorabilmente da un Servizio sanitario nazionale fondato per garantire un diritto costituzionale a tutte le persone, a 21 Sistemi sanitari regionali regolati dalle leggi del libero mercato, dove le prestazioni saranno accessibili solo a chi potrà pagare di tasca propria o avrà sottoscritto costose polizze assicurative.
Quando il dubbio diventa patologia
Il disturbo ossessivo-compulsivo. Il pensiero in trappola, di Serena Corio, Sira Dezi, Simona Paciotti, Laura Thouverai, è l’ultima proposta editoriale della casa editrice L’Asino d’oro edizioni e per una serie di motivi che ora approfondiremo, si contraddistingue per essere un’uscita speciale. Il primo, è che L’Asino d’oro edizioni con questo libro taglia il traguardo delle venti candeline della collana Bios Psychè, nata nel 2016 con l’intento dichiarato di rivolgersi ad adolescenti, genitori e insegnanti, fornendo loro degli strumenti di conoscenza sulle patologie mentali, iniziativa che, come diremo più avanti, riveste sempre più un ruolo fondamentale nel confondente panorama della divulgazione psichiatrica sui mezzi d’informazione mainstream. Il secondo e prioritario aspetto che rende speciale questa uscita, lo troviamo all’interno delle sue pagine dove le autrici, con linguaggio chiaro, semplice e accessibile a tutti, affrontano in maniera scientificamente rigorosa un disturbo, quello ossessivo-compulsivo, spesso pervasivo nelle sue manifestazioni sintomatologiche e vero e proprio labirinto per chi si trova a sperimentarlo direttamente o indirettamente. Il disturbo ossessivo-compulsivo (doc), è caratterizzato dalla presenza di ossessioni e/o compulsioni, ha una prevalenza del 2-3% nella popolazione adulta, tra lo 0,5-2% in età infantile e il 4% in età adolescenziale, con un’età d’insorgenza nel 50% dei casi tra gli 11 e i 13 anni. E se la prevalenza del doc in età infantile-adolescenziale di per sé giustifica ampiamente l’esistenza di un volume rivolto proprio ai giovani, ai loro genitori o educatori, le autrici giustamente puntualizzano come: «nell’infanzia e nell’adolescenza non è sempre facile distinguere ciò che va considerato un sintomo da ciò che invece attiene al fisiologico sviluppo psicofisico; infatti, nel bambino il comportamento rituale è in parte connaturato alla crescita: molti rituali sono da interpretarsi come una normale dialettica tra il sentirsi rassicurato e confortato dalla ripetizione e la spinta all’autonomia».
Droga e pazzia. Facciamo chiarezza
«Attenti a definirla malattia. C’è sempre più violenza da chi è ai margini e si droga». Con queste parole Emi Bondi, presidente uscente della Società italiana di psichiatria, nell’intervista pubblicata sul Corriere della Sera dell’1 settembre scorso, ha tentato di spiegare le ragioni alla base dell’omicidio di Sharon Verzeni la notte del 29 luglio ad opera di Moussa Sangare, un giovane ragazzo sconosciuto alla vittima, con la quale l’omicida non aveva intrattenuto alcuna relazione precedente al gesto efferato.
Dell’intervista colpiscono affermazioni come «la violenza non è un prodotto della malattia mentale… spesso nasce in situazioni di marginalità, con uso di sostanze stupefacenti» e come conseguenza di un discontrollo dei propri impulsi». Oppure: «Noi sappiamo che l’uso di sostanze è un elemento che spesso depone per comportamenti aggressivi e violenti, però bisogna capire se lui era sotto l’effetto di droghe quando ha agito. Cambia molto».
Secondo Bondi, quindi, la violenza non è un prodotto della malattia mentale, ma è invece molto frequente tra i tossicodipendenti, perché soggetti più di altri ad un discontrollo degli impulsi. Davanti a queste dichiarazioni la prima, necessaria, precisazione che va fatta, nel tentativo di fare luce su una ipotetica relazione causale che giustifichi la compresenza tra agiti violenti e uso di droghe, è quella che la patologia da uso di sostanze si fonda sempre sulla patologia della mente. Alla base della dipendenza patologica, cioè, c’è sempre la psicopatologia.
Già tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 si è fatta sempre più chiara l’insostenibilità della separazione tra i servizi psichiatrici e quelli per le tossicodipendenze, perché diventava sempre più evidente quanto non prendere in considerazione una problematica psichiatrica in concomitanza alla tossicomania potesse distorcere gravemente la valutazione e la programmazione del trattamento, fino a farlo fallire.
Un filo rosso sangue
Qualche giorno fa sono stato invitato dall’editore di Left, Matteo Fago, a partecipare ad un incontro pubblico e ad una nuova iniziativa del suo giornale (l’ennesima a dire il vero) denominata “Left talk”, una serie di podcast aventi ad oggetto temi di rilevante interesse sociale e culturale sui quali gli ospiti sono chiamati ad esprimere le proprie opinioni sulla base delle diverse competenze professionali o esperienze personali.
L’occasione, manco a dirlo, è stata quella di un nuovo terribile caso giudiziario che i media hanno chiamato “La strage di Paderno Dugnano”, dal nome della località ove si è verificato il fatto, ovvero un comune di quasi 50mila abitanti a poco più di 10 chilometri da Milano dove il figlio diciassettenne, nella villetta familiare, ha ucciso con un numero spropositato di coltellate padre, madre e fratellino di 12 anni.
Insieme a me, oltre a Simona Maggiorelli (infaticabile direttrice di Left) e Marina Parrulli (ottima conduttrice del programma coadiuvata dal suo staff tecnico) c’era un vecchio amico e compagno di viaggio nella esplorazione delle sperdute terre di confine tra psichiatria e giustizia: lo psichiatra Andrea Masini, direttore della rivista Il sogno della farfalla. Sentendoci per qualche minuto la sera prima del programma (tanto per non “pestarci i piedi”) ci siamo immediatamente ricordati di quanto era accaduto in occasione del convegno che si tenne al Teatro Mercadante di Napoli nel giugno del 1996 dal titolo “Fantasia di sparizione formazione dell’immagine idea della cura”.
In quella occasione Masini aveva letto la sua relazione dal titolo “Normalità e follia: l’identità dello psichiatra” alla quale era seguito un vivace dibattito cui avevano preso parte, oltre a Massimo Fagioli, molti altri psichiatri e anche qualche “non addetto ai lavori” tra cui il sottoscritto.
Fu in quella occasione che gli rivolsi una domanda, spinto da una curiosità che sorgeva dalle difficoltà che avevo incontrato nel mio lavoro di sostituto procuratore della repubblica della Procura di Roma tutte le volte che mi ero imbattuto nella necessità di affidare un incarico peritale ad uno psichiatra.
L’assenza della psichiatria
Gli ultimi fatti di cronaca che ci parlano di delitti efferati senza movente richiedono, a noi psichiatri e psicoterapeuti formati con la Teoria della nascita di Massimo Fagioli, una presa di posizione necessaria per contrastare la ridda di interventi, sulla stampa e sul web, che ripropongono sempre e comunque il pensiero dominante. Tanto sono sconcertanti i fatti accaduti, quanto sono avvilenti le interviste rilasciate da specialisti del settore che, interrogati sulla natura dei gesti compiuti, hanno dichiarato la non riconducibilità del gesto ad una malattia mentale. Ci riferiamo in particolare ai delitti, susseguitisi nell’arco di pochi giorni, ai danni di una donna e di una famiglia. Il primo delitto è opera di Moussa Sangare, che ha accoltellato una giovane donna mai conosciuta prima. Una volta fermato, negava qualsiasi coinvolgimento; in un secondo momento, aveva confessato, nel colloquio con il gip, che quella sera aveva avvertito la “strana” sensazione di voler fare del male a qualcuno.
Il giovane era uscito di casa armato di 4 coltelli e, dopo aver incontrato e minacciato due adolescenti, aveva visto una donna e immediatamente aveva deciso: sarà lei la vittima. Dopo il delitto getta tre coltelli nel fiume e seppellisce il quarto per conservarlo “così”, come souvenir. Moussa aveva già mostrato segni evidenti di malattia mentale: isolamento sociale, aggressività nei confronti della madre e della sorella (che lo avevano denunciato).
Questo dato, unito a elementi come l’omicidio senza movente, l’assenza di emozioni, il rito del seppellimento del coltello con quella motivazione bizzarra e incongrua rispetto alla situazione, l’anaffettività che porta a colpire “così”, senza un motivo particolare, costituiscono un quadro sindromico che rientra a pieno titolo nel gruppo delle schizofrenie. Il secondo delitto è stato compiuto da un diciassettenne, Riccardo, che non aveva mai apparentemente manifestato segni evidenti di malattia mentale né comportamenti tali da richiamare l’attenzione di chi gli stava accanto. I giornali riportano che il ragazzo, descritto come «un bravo ragazzo, che aiutava in casa», avrebbe inflitto 68 coltellate, la maggior parte delle quali al fratello minore. Durante l’interrogatorio dice: pensavo che «una coltellata sarebbe bastata», «era da giorni che volevo risolvere il mio malessere, ma non sapevo come». Inoltre racconta una sensazione di «estraneità».
Morando Morandini, i cento anni di un Maestro
A cento anni dalla nascita eventi e libri ricordano il grande critico cinematografico Morando Morandini. Questa sera, 3 ottobre, a Milano (ore 20 cinema Arlecchino in via San Pietro all’Orto) presentazione del libro 100 pezzi facili a cura di Luisa Morandini, già nelle librerie. Durante la serata ci sarà anche l’annuncio del Premio Morando Morandini al miglior libro di cinema italiano della stagione passata e in occasione dei 60 anni dall’uscita nelle sale, la proiezione del film Prima della rivoluzione di Bernardo Bertolucci con Morando Morandini attore. Left lo ricorda con il libro del mese (dal 4 ottobre) Morando Morandini critico di frontiera, con testi inediti, interviste e una selezione delle numerose recensioni pubblicate sulla rivista negli anni 2012, 2013 e 2014. E con una serie di ritratti fotografici di Francesca Fago. Qui pubblichiamo l’introduzione di Luisa Morandini.
Morando Morandini era nato a Milano, il 21 luglio 1924.
Orfano di madre e con padre prigioniero in India, comincia a lavorare prima dei 20 anni, mentre studia Lettere all’Università, come giornalista di cronaca all’Ordine, quotidiano cattolico di Como, dove riesce poi a realizzarsi, passando alla critica, come vice della latinista Bìce Scolari.
Da ragazzo aveva due passioni: i libri (soprattutto di letteratura angloamericana) e il cinema. Prima dei 30 anni riesce a far coincidere il suo lavoro con uno dei suoi due amori di ragazzo.
Entra a La Notte, dove redige con altri colleghi in una redazione assai vivace e stimolante la prima vera pagina degli spettacoli mai esistita su un quotidiano italiano.
Inventa le stelline per la critica ai film, ma anche i pallini per il successo di pubblico. Invenzione che l’ha poi perseguitato tutta la vita. Con una certa ironia del destino da La Notte, passa a Stasera (quotidiano che ebbe una vita sfortunatamente breve) e poi al quotidiano Il Giorno.
Negli anni scrive anche libri di cinema e monografie di registi, di poesia e qualche raro racconto. Indefesso appassionato del lavoro che faceva, nottambulo che lavorava quasi sempre fino alle prime ore del mattino – si autodefiniva «un pigro che lavora tantissimo» – mette in piedi con altri appassionati come lui diversi festival, collabora e fonda riviste specializzate.
«Fare il critico mi ha evitato di fare veramente il giornalista, mestiere che col passare degli anni sempre più detesto: tranne poche eccezioni, i giornalisti passano la prima metà della loro vita a scrivere di quello che non sanno, la seconda a tacere quello che sanno» ha detto con la sua tipica sagacia in un’intervista.
Quando sul finire degli anni Settanta – invasi dalle televisioni private – con Mario Nicolao ha deciso di mettere in piedi il settimanale Tele7 – la celebre piccola guida ai programmi tv ancora in vendita in edicola con successo tutt’oggi – mi ha proposto di collaborare alla creazione di un archivio di recensioni dei film che passavano sul piccolo schermo. Ho sempre avuto il sospetto che l’abbia fatto per tenermi lontana da una carriera di attrice che non condivideva. E così è cominciata una collaborazione tra noi che è poi durata una vita.
Nel 1998 abbiamo deciso di fare insieme, ogni anno, il Dizionario dei film con la casa editrice Zanichelli, impresa avventurosa e molto impegnativa. Abbiamo pubblicato 18 edizioni e io ho poi proseguito da sola – con un minuscolo gruppo di collaboratori – fino alla 27esima edizione, continuando la sua opera e cercando di trasmettere ad altri tutto quello che mi ha insegnato. Pur avendo un mio modo di scrivere, ho imparato a scrivere come lui, perché si è deciso fin dall’inizio di mantenere una unità stilistica nel nostro dizionario. Lavorare insieme è stato sfinente da una parte (la sua severità di giudizio era valida anche nei miei confronti, molto meno con i colleghi o eventuali giovani collaboratori): riuscire ad avere un plauso era tutt’altro che facile, l’invito a rileggere, riflettere, rifare, era continuo; e spesso l’assenza di commenti era da interpretare come un segnale di approvazione. Ma dall’altra parte è stata una scuola di professione e di vita unica, senza fondo e senza fine.
Pretendeva molto da sé stesso, ma anche dagli altri. La più grande soddisfazione che ho avuto è stata quando, ormai diversi anni fa, Morando ha ammesso di non saper riconoscere (sempre più spesso) le schede dei film scritte da lui dalle mie.
Ancora oggi, lavorando, rileggo quello che ha scritto e ogni volta mi colpiscono la capacità di sintesi (dono sempre più raro con il passare degli anni, quasi introvabile con l’invasione di internet, siti, blog, piattaforme e via dicendo), la scrittura elegante e colta, la sagacia, il rispetto che trapela per il lavoro degli altri (dei registi, degli autori, dell’intera troupe) ma anche per il lettore, la pacata ferocia con cui riusciva a volte, con poche parole, a stroncare un film. E sono numerosi i suoi colleghi contemporanei e successivi, a pensarla come me.
«È stato uno dei critici che ha aperto la strada a un rinnovamento culturale della professione. Ha imposto un modo nuovo di guardare i film. Mi ha insegnato a guardare i film con rispetto, anche quelli brutti, a dedicare la stessa attenzione passione intelligenza che si usa per i grandi capolavori» (Paolo Merenghetti).
«Basta leggere una recensione di Morando per accorgersi come le doti di un grande scrittore sono stornate e convogliate ai bisogni di un grande critico per raggiungere, istigare, informare, trovare un modo per rendere ogni volta l’esperienza del cinema un gesto di civiltà nel divertimento» (Silvio Danese).
Cosa posso aggiungere?
È stato il mio maestro, il mio giudice più severo, il mio capo, il mio collega.
Era mio padre.
In apertura: Morando Morandini, foto di Francesca Fago
Il libro di Left dal 4 ottobre per gli abbonati e da acquistare sul sito











