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Poveri Romani finiti nelle fake news

Dal semplice testo scolastico al colossal hollywoodiano, ogniqualvolta si descrive l’impero romano lo si fa raffigurando gladiatori, senatori e comuni cittadini e cittadine rigorosamente vestiti con tuniche e toghe. Al di là delle ovvie differenze stilistiche tra uomini e donne, in effetti, queste lunghe vesti rappresentavano la copertura più diffusa ai tempi degli antichi Romani. Abiti apparentemente leggeri cui facevano da sfondo costruzioni non propriamente adatte a contenere i rigori invernali come templi, fori, domus e ville.
Secondo alcuni il vestiario e l’architettura dell’epoca romana dimostrerebbero che 2000 anni fa a Roma, e in gran parte d’Europa, il clima era decisamente gradevole. Del resto, è difficile oggigiorno immaginare qualcuno che passeggi nel cuore della capitale in pieno inverno con indosso giusto una tunichetta. Le case sono riscaldate e coibentate, così come lo sono i templi e i fori moderni, vale a dire uffici, chiese, musei, centri commerciali ecc., eppure, sebbene Roma non sia certo famosa per i rigori invernali, ma piuttosto per la mitezza del proprio clima, la visione che ne abbiamo oggi e più “fredda” rispetto a quella che ci viene restituita dalla rappresentazione classica. Una visione che ha alimentato, negli anni, dubbi sull’eccezionalità e l’unicità dell’attuale cambiamento climatico, spingendo addirittura taluni ad affermare che all’epoca dei Romani faceva più caldo di oggi.
Come spesso accade, siamo di fronte a una mezza verità. Alla percezione distorta proveniente dall’iconografia storica, vanno aggiunti infatti dati oggettivi provenienti dalla ricerca scientifica. Tra il 200 a.C. e il 150 d.C. (secondo alcuni studiosi anche fino al 400 d.C.), il clima in area mediterranea e su buona parte della regione euroatlantica fu piuttosto stabile e mite: stiamo parlando del periodo noto come “ottimo climatico romano”.

Non una, mille rose

L’idea di curare l’altro, inteso come cercare e trovare una soluzione al “non stare bene”, è sicuramente qualcosa di molto antico nella storia degli esseri umani.
Questo lo si può pensare osservando gli animali che anche se si accorgono quando un altro essere non sta bene, non hanno modo né tentano di fare nulla per l’altro.
Gli esseri umani invece cercano soluzioni, cercano di comprendere cosa succede e tentano di risolvere quello che non va per riportare l’altro alla sanità perduta.
Il pensiero sulla causa, cosa ha determinato lo squilibrio, può essere qualcosa di reale, di oggettivo. Sono cascato e mi sono rotto un braccio.
Oppure, nella misura in cui non se ne capisce l’origine, può essere qualcosa di fantastico, qualche spirito o folletto che invade il corpo del malato o un’idea di divino che manda il malanno. Il non vedere e non sapere è difficile da sostenere. È difficile mantenere un atteggiamento di incertezza. Allora se si perde l’idea che la causa di malattia sia un fatto reale essa può diventare qualcosa che è genericamente pensato come “male” ed essere visto come espiazione di una colpa.
Ed in effetti per tanti secoli la malattia fisica è stata considerata “male”, qualcosa che non ha una causa reale ma è determinata da una qualche entità soprannaturale.
C’è un film di Giorgio Treves del 1986, La coda del diavolo, che rappresenta bene quello che, nel tardo medioevo, era il modo di trattare i malati di sifilide. Essi erano rinchiusi in luoghi di prigionia e la terapia consisteva nel picchiarli con l’idea che questo servisse a scacciare il male da loro.
Essendo la sifilide una malattia trasmessa con i rapporti sessuali, il nesso era che si trattasse di una punizione divina per la eccessiva libertà sessuale. La malattia era la punizione che si doveva espiare per il peccato commesso. Il malato è peccatore e ha la colpa della malattia. In quanto tale va punito per scacciare il male da lui. Ed era inevitabile che questo fosse il pensiero essendo il cristianesimo basato su un’idea di essere umano che ha il peccato originale, di aver voluto vedere e sapere del bene e del male.
Malgrado queste deformazioni estreme, i medici e i guaritori che volevano sapere e conoscere per la cura sono sempre esistiti. Ci sono voluti secoli di scontri e di lotta contro il pensiero religioso ma possiamo dire che la medicina moderna ottiene successi che anche solo un secolo fa erano del tutto impensabili. E penso che possiamo dire che il grande salto epistemologico è stato quando si è capito che ogni malattia è dovuta ad una noxa esterna, a qualcosa che altera il funzionamento fisiologico del corpo.
La scoperta della microbiologia di Pasteur e l’idea del nesso tra “particelle cadaveriche” e la morte delle puerpere di Semmelweiss sono ciò che ha permesso di comprendere malattie prima incomprensibili. La successiva scoperta degli antibiotici e la scoperta dell’immunizzazione indotta dal vaccino, ha determinato la comparsa di una medicina nuova, che poteva immunizzare o curare e far guarire i pazienti da malattie sempre state incurabili e mortali, come la peste, la sifilide, la tubercolosi, il vaiolo.
Questo straordinario salto epistemologico, l’idea che ci sia sempre una causa e che eliminando la causa si risolva la malattia, idea che può sembrare banale ma non lo è perché implica il superamento del concetto di male insito nel corpo, sembra non essere ancora stato compiuto nell’ambito dello studio e della cura delle malattie della mente.
Dico sembra perché ultimamente a leggere sui giornali i commenti degli esperti, di coloro che dovrebbero appunto sapere, per professione, che cos’è la malattia mentale, sembra appunto che non ci siano che idee molto confuse e si ritrovano le idee di male innato che erano comuni nel medioevo per la medicina del corpo. Non si può sapere, perché è il male dentro di noi, un male originario o un abisso, viene detto in tanti modi ma è sempre la stessa cosa, e come tale inconoscibile.
Non sarebbe possibile dire nulla perché incomprensibile il ragazzo di 17 anni che ha sterminato a coltellate il fratello di 12 anni, la madre e il padre, con la motivazione che «voleva essere libero».
Non sarebbe possibile dire nulla del ragazzo che decide che “deve” uccidere qualcuno, la sfortunata Sharon che era là per caso. Non sarebbe possibile dire nulla del perché una ragazza di 21 anni nasconde due gravidanze alla famiglia e al suo ragazzo, uccide i due neonati e li seppellisce in giardino «perché li voleva vicino a sé».
Fatto sta che di casi come questo ce ne sono stati, purtroppo, innumerevoli nel corso degli anni. Tutti accomunati da una incomprensibilità, ma direi meglio una assurdità nelle motivazioni di chi le compie. Tra tanti possiamo citare il caso di Erika ed Omar o il caso di Annamaria Franzoni a Cogne.
In verità esistono nella psichiatria delle parole per definire questa realtà di persone che perdono completamente il rapporto con gli altri al punto tale da poterli uccidere senza apparentemente provare nulla. Le parole sono stolidità e anaffettività, parole che indicano sintomi che possono essere di malattie gravissime.
Non si capisce allora perché gli “esperti” dicano sempre che questi comportamenti così terribili non siano mai riconducibili a malattia. Non ci sarebbe nulla di “sbagliato” nella mente di queste persone che quindi non sarebbero in nulla diverse da chiunque altro.
A me sembra tanto che queste affermazioni “autorevoli” abbiano l’intenzione precisa di dire che questo male, questa violenza terribile e assurda, senza motivo, sarebbe in ognuno di noi, pronta ad esplodere quando meno ce lo aspettiamo. Saremmo tutti assassini, avremmo tutti un abisso dentro di noi. Non si deve dire che queste persone sono malate perché altrimenti potremmo pensare che esista una sanità mentale che riguarda la gran parte degli esseri umani. Non va detto che questa è malattia mentale grave perché altrimenti si potrebbe dire che esistono malattie e disturbi mentali molto meno gravi che possono essere affrontati e curati, che non solo esiste una cura possibile ma che esiste la guarigione.
Se viene negata la malattia, se si dice che non esiste, inevitabilmente ci si trova a pensare che esiste il male e che siamo tutti potenzialmente assassini. La logica è ferrea, è inevitabile.
Se si nega la malattia, il malato non lo è più. Diventa qualcuno tutt’al più da assistere, qualcuno che ha un’esistenza “diversa” che va accettato per quello che è. Perché se non c’è malattia non ci può essere cura e di conseguenza ci può essere solo assistenza, sempre che ci sia e non venga abbandonato a se stesso o ai familiari. Così il malato rimarrà per sempre così com’è.
Su Left abbiamo sempre sostenuto che la negazione della malattia mentale è una tragedia che ha conseguenza politiche molto precise e drammatiche. Non si può e non si deve fare confusione su questo. Perché significa dire che siamo tutti potenzialmente assassini e non è per niente vero. È una sorta di terrorismo culturale, l’idea del male dentro ognuno di noi, qualcosa che ci deve terrorizzare, come a volerci tenere buoni o a terrorizzarci rispetto ad ogni possibile tentativo di voler vedere e comprendere la realtà della mente umana.
È necessario superare questo blocco mentale storico di pensare alla mente umana come qualcosa di inconoscibile. La sfida è scientifica, culturale e anche politica. Perché questa proibizione non è altro che un’idea religiosa, ovvero qualcosa che lega, che blocca, che impedisce di pensare.
Se poi si andasse a guardare con sincerità ed onestà, se questi esperti fossero veramente sinceri ed onesti, dovrebbero dire che tutti sanno che esiste una storia, di 50 e 80 anni, di una vita e mille vite, che ha prodotto decine di libri e centinaia di pubblicazioni, presentazioni, interviste, articoli, video e che su Left abbiamo ospitato per 11 anni ogni settimana nella rubrica Trasformazione, scritta senza nessuna interruzione da Massimo Fagioli.
C’è tutta la possibilità di sapere della mente umana e del perché e come si ammala. Non c’è l’inconoscibile, c’è semmai lo sconosciuto che si può studiare e conoscere.
Storia e ricerca che continuano in altre forme ancora oggi grazie ad una Fondazione Massimo Fagioli, una casa editrice, diverse associazioni e tanti professionisti che ci fanno riferimento. E anche, per quel che possiamo, con Left.
Dobbiamo allora chiederci perché la “cultura”, o perlomeno parte di essa, non vuole che si dica e si veda la verità?
Un aiuto penso ce lo possa dare un vecchio articolo di Massimo Fagioli, “Ragazzino, donne e sifilide”, pubblicato su Lotta Continua nel 1980 e oggi facilmente reperibile in rete.
Leggetelo perché dice tanto anche dell’oggi.

Nella foto: Edvard Munch, Melancholy (1894-96)

Quando manca la terra sotto i piedi

Nel bel mezzo di un tempo dove chi urla si prende la scena, chi ha il potere pretende anche la ragione, chi ha i propri interessi li grida al mondo come fossero quelli di tutti, noi vogliamo occuparci di qualcosa che non ha voce e che è fondamentale: il suolo, la base di tutto. Vogliamo dargli voce per rendere visibile la sua bellezza, la sua forza e la sua fragilità, la sua resistenza e la sua vulnerabilità, la sua generosità e le sue regole. Il suolo è al centro della sfida climatica.
Sfama il pianeta. Produce rimedi medicali. Genera energia. Trasforma in vita ciò che è scarto. Sostiene la vegetazione con un rapporto simbiotico che non ha eguali. Trattiene immense quantità d’acqua. È scrigno di biodiversità. In una parola: senza suolo non esisterebbe vita. Se ne dovrebbe parlare e scrivere ogni giorno e invece incombe il silenzio. Ecco che allora conoscere e far conoscere cosa è il suolo diviene oggi una vera e propria urgenza sociale e non solo ambientale. Il suolo è un ecosistema fragilissimo che ha bisogno di attenzioni e cure. Inquinato, fatica a riprendersi.
Denudato della vegetazione, si impoverisce di biomassa e lentamente muore. Appesantito da macchinari, soffoca. Sfruttato da agricolture industriali, va in coma. Esposto al troppo caldo, vola via.
Coperto artificialmente, si ammala. Ma soprattutto, se viene cementificato e asfaltato muore per sempre e assieme a lui muore tutta la vita e tutto il divenire ecosistemico racchiuso in quel prezioso spessore di 30-50 centimetri. E il suo morire è più frequente di quanto pensiamo. Anzi, in verità pochi pensano che il suolo muoia. Nell’immaginario comune è già una “cosa” senza vita, un supporto a nostra disposizione. Non è un corpo vivo. Non lo sentiamo urlare quando la ruspa lo morde. Non pensiamo agli effetti ecologici e ambientali quando un piano urbanistico ne decide il destino di asfalto e cemento. Né intravediamo il suolo negli alimenti che acquistiamo. Il suolo è un ecosistema invisibile e ignorato con un futuro che dipende dal comportamento dell’inquilino del piano di sopra: da noi.

All you need is Pablo

BASILEA – Il 17 aprile 1967, al terzo tentativo di atterraggio durante un temporale, un aereo si schianta contro una collina vicino all’aeroporto di Nicosia: perdono la vita 124 persone. L’aereo è della Globe Air, compagnia charter di Basilea, azionista principale un tale Peter Staechelin, figlio di Rudolf Staechelin (1881-1946), imprenditore e fondatore di una importante collezione d’arte moderna (Manet, Cézanne, Monet, Van Gogh, Picasso, etc.), della quale da anni, in qualità di prestito permanente della fondazione di famiglia, una ventina di pezzi si trovano esposti al museo d’arte della città di Basilea (il Kunstmuseum, “La collezione pubblica della città”).
Per la Globe Air già in cattive acque, la catastrofe aerea di Cipro è il colpo di grazia e fallisce definitivamente. Il figlio del collezionista, per far fronte ai debitori, si appella alla clausola dello statuto della fondazione, secondo cui i quadri potevano essere alienati in caso di grave necessità di un membro della famiglia. Vende quindi il quadro di Van Gogh, La Berceuse esposto al museo, per 3,2 milioni di franchi ad uno straniero (che dopo un mese lo rivende per 4,5 milioni ad un altro acquirente) e sta per mettere all’asta anche due Picasso: Les deux frères (1907) e Arlequin assis (1923). Peter Meyer, l’allora direttore del museo, avvia una trattativa con Staechelin e questi, alla fine, offre i quadri alla città per 8,4 milioni di franchi. Il consiglio municipale delibera lo stanziamento di 6 milioni in una riunione d’urgenza con solo quattro voti contrari, nonostante il bilancio sia in rosso. Tocca trovare il resto.
Arrivano donazioni pubbliche spontanee da altri comuni e cantoni e anche l’industria farmaceutica e la high society cittadina sborsano del denaro. Ma succede dell’altro: si mobilitano i giovani del pre-Sessantotto della città, gli studenti della scuola d’arte in primis.

Pablo Picasso, la genialità senza confini

«Sebbene avesse anni 30 nel 1914, non ha prestato servizio militare nel nostro Paese durante il conflitto…  Si è fatto una posizione che gli ha consentito in qualità di “pittore sedicente moderno” di guadagnare milioni  e di acquisire la piena proprietà di un castello nei pressi di Gisors, ma ha continuato a coltivare idee estremiste pur orientandosi verso il comunismo». Così la polizia francese “schedava” e teneva d’occhio Picasso. E non si trattò di un solo episodio.

Con uno sguardo nuovo, attento alla storia sociale dell’arte, la mostra Picasso, lo straniero, fino al 2 febbraio a Milano, offre molti spunti inediti per rileggere l’opera del genio malagueño che per tutta la sua vita, nonostante la fama, visse da straniero in Francia, sempre sotto lo sguardo coercitivo della polizia francese e quello negante dell’accademia. Picasso tre volte outsider, perché spagnolo senza cittadinanza in Francia, perché artista di avanguardia, perché fondamentalmente anarchico e poi comunista. Ma che al contempo seppe fare del suo essere straniero una personale identità di ricerca.

Su questo ci dice molto la mostra in Palazzo Reale. Un luogo scelto non a caso poiché nel 1953 ospitò Guernica per volontà dello stesso Picasso come auspicio di pace duratura.

Pablo Picasso (1881 – 1973). La Baie de Cannes Cannes, 19 aprile 1958 – 9 giugno 1958 (C) Succession Picasso by SIAE 2024

Curata da Annie Cohen-Solal e Cécile Debray, Picasso, lo straniero intreccia storia e arte e ci interroga riguardo al presente e alla xenofobia di un’Europa che respinge i migranti e di una Italia che nega anche la cittadinanza a molti giovani con background straniero, nati e cresciuti qui.

Ne abbiamo parlato con Annie Cohen Solal, autrice dell’appassionata e innovativa biografia Picasso, una vita da straniero (Marsilio) – 500 pagine che si leggono come un romanzo storico – e curatrice della mostra di Milano: una mostra davvero importante e che, pregiudizialmente, prima ancora che aprisse, è stata attaccata da destra su Libero proprio perché coglie nel segno riguardo al tema dell’arte, della relazione con l’altro e dei diritti umani. «Ho contestato quel servizio di Libero inviando loro una lettera. E mi fa piacere poter rispondere anche qui su Left perché io non posso concepire il mio lavoro senza un impegno politico», ci dice Annie Cohen Solal al telefono.

Gaza, un anno di crimini contro l’umanità

I miei occhi dentro la Striscia sono quelli di Muhammad, il bambino palestinese di 11 anni a cui ho dedicato il mio libro Il penultimo respiro di Gaza (v. libri nel sito Left). Lui e la sua famiglia, composta da padre, madre e 7 fratelli, dopo l’ennesimo ordine di evacuazione impartito dall’Idf (le forze di difesa israeliane), hanno trovato rifugio a Deir al-Balah, nella zona centrale di quella prigione a cielo aperto che è Gaza da quando l’assedio è divenuto totale.
Ma anche quello non è un luogo sicuro, perché dal 7 ottobre 2023 nessun luogo a Gaza è sicuro: proprio a Deir al-Balah il 27 luglio l’aviazione israeliana ha sganciato tonnellate di bombe sulla scuola Khadijah che le agenzie dell’Onu avevano adibito a centro di accoglienza per 4mila sfollati, facendo l’ennesima strage.
Muhammad soffre di una grave malattia che lo costringe su una sedia a rotelle e il papà mi scrive ogni giorno per descrivermi il progressivo deterioramento delle sue condizioni: la malnutrizione è solo l’ultima delle pene inflitte al suo corpo già infragilito dalla malattia.
Le operazioni militari avviate da Israele dopo la brutale aggressione dei miliziani di Hamas il 7 ottobre scorso non hanno conosciuto tregue né sospensioni, nonostante tre ordinanze cautelari della Corte internazionale di giustizia.
Un anno di inferno che ha bruciato la vita di oltre 40mila civili palestinesi e provocato quasi 100mila feriti.
Un anno in cui tutte le prove a sostegno dell’accusa di genocidio si sono moltiplicate, confermando che la massiccia uccisione di civili inermi a Gaza è caratterizzata esattamente da quell’intent to destroy (l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale) che l’art. II della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del genocidio del 1948 descrive come elemento caratterizzante di questo crimine contro l’umanità.

C’è rabbia per le strade Usa. Ed è rabbia bianca

Il racconto pubblico statunitense poggia da decenni su solide basi: la promessa di prosperità, la sicurezza interna, la stabilità, un nazionalismo non etnico e civico che nel corso del tempo ha soddisfatto le necessità di un continente “da popolare”. Un sogno, quello americano, che è sembrato per lungo tempo un sogno “per tutti”. Ma in realtà non è mai stato per “tutti”. La visione dell’american dream e dell’american way of life è stata per lo più funzionale a un’immagine del mondo portata avanti e sostenuta dai soli Wasp (White anglo saxon protestant), vale a dire un gruppo sociale privilegiato, bianco e di derivazione ancestrale britannica (o comunque nord europea), anche se questo racconto pubblico è riuscito a farsi strada e sopravvivere persino in una società decisamente pluriculturale come quella nordamericana e ad adattarsi, con qualche correttivo regionale, all’intero mondo occidentale.
Almeno fino a quando il meccanismo di rinnovo e sviluppo del racconto non si è inceppato, cioè quando quel “noi” fatto di bianchi speranzosi si è visto rappresentato, e surclassato, dagli “altri”. È il 2008 e un’America impantanata nella politica di lotta globale al terrorismo cerca risposte alla crisi del suo modello culturale, economico e sociale. Il cambiamento è incarnato da Barack Obama.
L’elezione del primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti ha segnato un punto di svolta nel racconto pubblico del Paese: per la prima volta la più alta istituzione pubblica statunitense è stata occupata dal figlio di un immigrato proveniente da una zona periferica del mondo, con una famiglia non agiata alle spalle e che soprattutto è incarnazione del più forte e controverso simbolo dell’alterità interna con cui il Paese e il suo racconto pubblico si erano dovuti confrontare: l’essere nero. Questa apparente vittoria del sistema di valori americano ha esaltato gli animi di chi era affascinato dall’immaginario dell’American dream ma non ne aveva direttamente goduto i frutti. È stato un momento galvanizzante per la periferia di questo racconto: che fosse esterna al Paese (il grande seguito che la figura di Barack Obama ha avuto a livello globale) o interna (un segno molto importante per le minoranze negli Stati Uniti).

L’America al bivio

A inizio della scorsa estate la campagna presidenziale negli Stati Uniti si preannunciava oltremodo aspra nei toni – con Donald Trump nuovamente candidato, impossibile che fosse altrimenti – e povera di contenuti. L’elettorato era demotivato e generalmente scontento dei due sfidanti, l’81enne Joe Biden, presidente in carica, e il 78enne Trump.
A fine estate, lo scenario era completamente cambiato. In nemmeno tre mesi, ci sono stati un tentato assassinio di un candidato, il ritiro dell’altro e l’ascesa della figlia di un giamaicano e di un’indiana alla nomination presidenziale per i Democratici. La più noiosa delle campagne elettorali è diventata tra le più interessanti; uno sviluppo oltremodo significativo, visto che questa tornata elettorale ha un’importanza storica difficile da esagerare.
Ma procediamo con ordine. A fine giugno, i Democratici erano sull’orlo della crisi. La popolarità di Biden languiva da tre anni intorno al 40% e lo stesso elettorato progressista segnalava, sondaggio dopo sondaggio, la preferenza per un altro candidato. Biden però era risoluto a tirare dritto, convinto che anche questa volta avrebbe dimostrato ai suoi detrattori che avevano torto. Dopotutto, nel 2020 non aveva sconfitto Trump conquistando più voti di chiunque altro nella storia Usa (oltre 80 milioni) e andando meglio anche del Partito democratico nel suo complesso?
Per rimettersi in carreggiata, Biden aveva bisogno di dissipare i dubbi riguardo alle sue condizioni psicofisiche, apparse in declino. Questa è la ragione per cui ha cercato un dibattito con Trump con ben quattro mesi di anticipo rispetto all’election day (5 novembre). Ma invece di fugare i dubbi, la performance di Biden li ha confermati: il presidente ha faticato a mantenere il filo e a volte è risultato incomprensibile. A Trump è bastato mostrare energia e un minimo di disciplina per uscire vincitore – e distogliere l’attenzione dalle falsità e affermazioni fuorvianti che costellano tutti i suoi interventi.

Conoscere e sapere è un atto di resistenza

Negli ultimi anni le scuole ricevono tanti finanziamenti, tra Pon e Pnrr, da investire in progetti, arredi scolastici, nuove strumentazioni tecnologiche e didattiche.
A maggio scorso, al Salone del Libro di Torino, 105 insegnanti di ventitré città italiane hanno però sottoscritto un appello per lanciare un allarme contro la deriva che sta prendendo il nostro sistema scolastico. A forza di riforme, decreti e atti legislativi – di destra e di sinistra – si sta creando una scuola progettificio in cui gli studenti stanno sempre meno in classe e sempre più nelle aziende, nelle università, per prepararsi a suon di test e di esami preselettivi, a un futuro universitario e lavorativo che è ancora – giustamente – abbastanza nebuloso nelle menti di quegli adolescenti che dovrebbero dedicare il proprio tempo alla formazione di sé stessi come esseri umani, come cittadini in grado di decodificare il mondo e la realtà, in una prospettiva di conoscenze la più ampia possibile, proprio per saggiare le diverse possibilità che a quell’età ancora si schiudono, senza pensare a efficienza e guadagni. Invece, da un lato si chiede loro di indirizzarsi verso mete professionali precise, dall’altra di pensare alla conoscenza in termini di profitto economico e status sociale, oltraggiando l’essenza della formazione scolastica e della conoscenza. Si viene a creare una scuola invasa di esperti, tecnici, figure professionali esterne che spezzettano i percorsi educativi e formativi; a noi insegnanti viene richiesto di formarci per ruoli e mansioni che non ci appartengono, per assegnarci funzioni di tutor, segretari, burocrati che sono ricompensati con miseri aumenti stipendiali e che, oltre a snaturare la nostra professionalità, ci mettono gli uni in contrasto con gli altri andando a creare gerarchie professionali in un mondo in cui – forse ancora per poco – hanno dominato sempre uguaglianza, democraticità, assenza di spirito competitivo. La competizione sembra diventare sempre più il tratto distintivo delle scuole, che nelle vetrine dei diversi “open day” fanno a gara a mostrarsi come la migliore offerta formativa per le famiglie; degli studenti, sempre più spinti verso una logica di numeri, di merito, di crediti; e infine dei professori che si contendono funzioni strumentali e incarichi di vario tipo per poter accedere a bonus stipendiali e gravitare nelle “zone decisionali” di presidenza e vicepresidenza.

La politica della repressione

“Chi devasta paga”, avrebbe dovuto dire il ministro dell’Istruzione e del merito in visita al Correnti-Severi dopo che durante l’occupazione il liceo milanese era stato violato per 70mila euro di danni. Forse così non si sarebbe dato vita a un binomio cruciale della politica sanzionatoria, ideologicamente coercitiva della destra al governo: l’equiparazione tra dissenso e delinquenza. Milano, febbraio 2024, è una vecchia prassi, ormai, della strategia punitiva di Valditara. All’epoca aveva annunciato che «Chi occupa una scuola e la danneggia va bocciato», ove nessuno si assuma la responsabilità del danno prodotto.
La scuola come luogo di punizioni e (vi ricordate?) di umiliazione e frustrazione. Il ministro rilancia in ogni sua uscita pubblica la sua idea: la riforma della condotta e i processi sommari, le linee cardine.
«Stiamo studiando una norma – aveva promesso – per far sì che chi occupa, se non dimostra di non essere coinvolto nei fatti, risponda civilmente dei danni che sono stati cagionati». Una presunzione di colpevolezza: tutti colpevoli, quindi, a meno che non si riesca a dimostrare il contrario.
Se c’è un settore della vita collettiva dove il codice penale dovrebbe stare lontano questa è la scuola; la frequentano milioni di ragazzi e ragazze che vanno educati ed istruiti usando la razionalità, il sapere, la capacità comunicativa di conoscenze e valori, il rapporto umano, mai il codice penale.
Erano tanti i casi di occupazioni nelle scuole milanesi nello scorso anno scolastico. Ricordiamo anche il caso del liceo classico Beccaria dove circa 200 studenti avevano tentato l’occupazione, ma erano stati bloccati dalla preside. Avevano passato la giornata in cortile e 40 di loro nella notte erano entrati in una palestra forzando l’ingresso, dormendo nell’istituto. All’alba avevano messo catene ai cancelli e barricate nell’atrio. Su richiesta della preside le forze dell’ordine avevano rotto le catene facendo entrare i docenti. Il programma dell’occupazione prevedeva una serie di dibattiti sui temi del giornalismo, della violenza patriarcale, della crisi climatica e della Palestina.