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La Danimarca ha votato la legge che prevede il sequestro dei beni ai rifugiati

Il parlamento danese non ha ascoltato le critiche provenienti dalle organizzazioni per i diritti umani e dall’Unhcr e ha approvato la controversa proposta di legge che prevede la confisca degli oggetti di valore dei richiedenti asilo per pagare per il loro mantenimento.
Il governo danese sostiene che il testo approvato mette i rifugiati sullo stesso piano dei disoccupati danesi, che per ricevere alcuni benefici di welfare devono vendere i beni al di sopra di un certa somma. Il tetto fissato è 10mila corone, meno di 1500 euro, cifra aumentata dalle originali 3mila corone previste. Le fedi nuziali e altri oggetti dal valore sentimentale non verranno sequestrati. Bontà dei parlamentari danesi.

I richiedenti asilo nei Paesi Ocse

Il Parlamento danese non si è limitato a votare questa legge controversa, ma anche a complicare e ritardare la procedura per il ricongiungimento familiare dei richiedenti asilo. Il portavoce dell’Unhcr Adrian Edwards ha dichiarato «La decisione di dare alla polizia danese l’autorità di perquisire le persone in cerca di asilo e confiscare loro gli oggetti di valore è un messaggio dannoso e corre il rischio di alimentare sentimenti di paura e discriminazione, piuttosto che promuovere la solidarietà con le persone bisognose di protezione». Già.

L’account Twitter Save Denmark ha commentato con diversi tweet ironici. «Adesso che la legge è passata assicuratevi di dare una pacca sui rifugiati quando li incontrate nel caso vi fossero sfuggiti oggetti di valore»

Piketty: «La sinistra non faccia promesse che non mantiene». Le proposte per far ripartire la sinistra

Thomas Piketty, l’economista francese divenuto famoso per aver restituito centralità al tema delle diseguaglianze con il suo Capitale, ha scritto questo editoriale per Liberation, molto critico con il governo socialista. Lo abbiamo tradotto quasi tutto perché parla anche della sinistra italiana e della sua capacità di immaginare.

Sì, è possibile combattere le disuguaglianze in Francia e in Europa, qui e ora. Contrariamente alle affermazioni dei conservatori, ci sono sempre delle alternative, tra destra e sinistra, naturalmente, ma anche tra molte politiche di sinistra, tutte rispettabili, ma tra le quali si deve scegliere. Per ridefinire una alternativa di sinistra di fronte alla marea montante di destra, dobbiamo discutere apertamente, in forma esigente e rigorosa: è l’unico modo per evitare che le decisioni vengano poi assunte altrove.

Per affrontare le disuguaglianze, si serve prendere assieme due strade: imporre un riorientamento della politica europea che ci consenta di uscire dall’austerità e dal dumping fiscale e sociale, e, in Francia, adottare le riforme progressiste necessarie, senza utilizzare l’inazione europea come una cattiva scusa.
Partiamo dalla questione europea. Si possono immaginare tre grandi ambiti su cui intervenire con un’ampia gamma di possibilità: la ricerca di politiche migliori nel contesto delle istituzioni esistenti; la rifondazione democratica e sociale di queste istituzioni; l’uscita di sicurezza. Alcuni pensano sia possibile stimolare la crescita, rilanciare l’occupazione e migliorare gradualmente la situazione economica e sociale nel quadro delle attuali istituzioni europee. Questa è la tesi del governo in carica dal 2012 e i risultati si commentano da soli. Tuttavia, si può sostenere che sia possibile fare meglio in futuro e che riformare i trattati non sarebbe cosa facile. La seconda posizione, che difendo, è che rinegoziare il trattato fiscale del 2012 sia possibile e necessario, se si vuole perseguire politiche di progresso sociale in Europa. A quel testo vanno aggiunte la democrazia e la giustizia. La scelta del livello di deficit e la politica di stimolo dovrebbero essere decisa dalla maggioranza di un Parlamento della zona euro, che rappresenti i cittadini in maniera egualitaria e non essere l’applicazione di criteri di bilancio indiscriminati. E dobbiamo superare la regola dell’unanimità per stabilire una tassa comune sulle grandi società e un minimo di giustizia fiscale. Se Francia, Italia e Spagna (che insieme rappresentano il 50% del Pil e della popolazione della zona euro), proponessero un progetto specifico, poi la Germania (poco più del 25%) dovrebbe accettare un compromesso. (…)

La terza posizione, è la via d’uscita: si riconosce il fallimento della zona euro e si immagina uno scenario per il recupero della sovranità monetaria e fiscale. Questa posizione mi pare prematura, penso che dovremmo prima dare una reale possibilità alla ricostruzione democratica e sociale alla zona euro e all’idea di Europa. Ma capisco la frustrazione. Questo dibattito non dovrebbe essere tabù a sinistra (…)
Passiamo alle riforme progressiste per la Francia. Ci sono molte cose che possono essere prese immediatamente, a prescindere dall’esito dei negoziati europei. Come molti cittadini, continuo a pensare che è possibile implementare una imposta progressiva su tutti i redditi, raccolta alla fonte per una maggiore efficienza e personalizzata per promuovere la parità di genere e l’autonomia. Questa nuova tassa potrebbe aiutare a ricostruire un modello di finanziamento della nostra protezione sociale, che si regge troppo sui contributi salariali e il settore privato. La misura potrebbe essere completata da un grande imposta patrimoniale progressiva, dalla fusione della tassa sugli immobili e sulla ricchezza, per alleviare l’onere di chi tenta di accedere alla proprietà e non coloro che hanno già molto.

Ma ancora una volta, ci sono diverse posizioni possibili (…) tutte rispettabili a priori, a condizione però di enunciarle con precisione prima delle elezioni. E non per scoprire, dopo che gli elettori hanno parlato, che le riforme promesse sono impossibili da realizzare e che si deve deliberare l’aumento dell’Iva senza averlo mai nominato in precedenza. Queste menzogne uccidono l’idea stessa di democrazia. Oltre alla fiscalità, si possono fare molte cose in altri settori: istruzione, pensioni, sanità, democrazia sociale. Il sistema di istruzione superiore francese è tra i più diseguali: è il momento di investire pesantemente nelle università e riformare profondamente, conciliando uguaglianza e libertà. Sulle pensioni, è possibile unificare i sistemi pubblici e privati al fine di garantire meglio i diritti delle nuove generazioni e adattare il sistema alla complessità della loro carriera. I dipendenti dovrebbero essere maggiormente coinvolti nelle strategie aziendali: è la strada scelta da Svezia e Germania, funziona meglio di qui e potrebbe ancora essere migliorata. Su tutti questi temi servono dibattito, chiarezza, democrazia. Questa è la condizione di ricreare speranza.

Ritratto di famiglia. Lettera di un padre gay ai partecipanti del “Family day”

family day cirinnà

Sul suo blog, un padre gay, felicemente sposato, cerca di spiegare con una lunga lettera indirizzata ai partecipanti del Family day che non esistono famiglie tradizionali o famiglie arcobaleno. Di famiglia ce ne è una sola ed è quella fatta di inclusione, condivisione, evoluzione.
Ecco il testo completo che potete trovare anche qui

Dedicato a chiunque prenderà parte al Family Day il 30 gennaio a Roma:

Guardate questa foto.
Vi presento tutti.
Partendo da quello pelato (io) che sembra sussurrare qualcosa nell’orecchio dell’uomo che ha appena sposato, in senso orario, Nonna Mimí (mia madre), Nonno Peppe (mio padre), Massimo, il mio migliore amico e testimone di nozze, Giunero, miglior amico di mio marito e suo testimone volato da NY per l’occasione, mio cognato Jude, mia nipote Lauren (ormai ha 20 anni, in foto ne aveva 8) che ha sparpagliato petali di rosa di fronte a noi durante la cerimonia, mia cognata Angela, mio suocero Bill, mio marito Steven.
Quella che vedete è una famiglia raccolta intorno ad un tavolo per festeggiare il nostro matrimonio.
La stessa famiglia che si sarebbe poi raccolta per celebrare la nascita di nostro figlio Gabriel, 5 anni più tardi.
Guardateci tutti in faccia.
Siamo una famiglia.
Celebriamo i nostri reciproci successi, soffriamo per i nostri problemi, ci supportiamo a vicenda, perché una famiglia fa questo.
La famiglia che volete colpire, ostacolare, escludere, disconoscere, è tutta lí.
Vi guarda sorridente da una foto.
È fatta di genitori, figli, nonni, zii, amici intimi.
È la famiglia in cui è nato nostro figlio.
È la famiglia su cui possiamo contare nei momenti difficili.
Opponendovi al giusto riconoscimento di una coppia come la nostra ed alla sacrosanta protezione giuridica dei nostri figli, non solo private i genitori dei propri bambini, ma private i figli dei propri genitori, che li amano, crescono, proteggono, educano ogni giorno.
Private i nonni dei loro nipotini, i nipoti degli zii, i cugini dei cugini, i fratelli dei fratelli.
Non potete proteggere la famiglia, smembrandone una.
La famiglia tradizionale non esiste.
La famiglia arcobaleno non esiste.
Esiste una sola famiglia: è inclusione, condivisione, evoluzione.

Esiste una sola famiglia, in cui nessuno è lasciato solo, in cui tutti, genitori e parenti, si adoperano in diverse misure per il benessere dei più piccoli.
Esiste una sola famiglia, di cui si entra a far parte con impegno, serietà ed amore.
Esiste una sola famiglia, che si crea con rispetto, sacrificio e responsabilità.
Esiste UNA SOLA FAMIGLIA, fatta di persone vere, fatta di persone tra loro diverse, ma legate da sangue e sentimenti, fatta di vite investite nell’amore reciproco.
Oltre i decreti.
Oltre la fede.
Oltre le manifestazioni e le proteste.

Il vero nemico è il distinguo, la staccionata, la cecità di fronte all’universalità dei sentimenti, di fronte all’umanità del cuore.
Conosciate bene i motivi per cui andate a manifestare al Family Day.
Rendetevi conto che se questo fosse un festeggiamento in onore della famiglia, allora noi saremmo tutti lí con voi!
Sappiate però che non è cosí
.
Non festeggiate nulla.
Create solo una trincea più profonda.
Per questo vi chiedo di guardare bene questa foto.
È una foto di famiglia.
La nostra famiglia.
Voglio che vi venga in mente domenica, quando assisterete alle arringhe dei portavoce della discriminazione.
Pensate alla famiglia.
Che è solo una.
Abbiatene rispetto.
Rendetevi conto che la famiglia che intendete proteggere, quella famiglia preziosa, importante, fondamento della società e dell’ordine delle cose, È ANCHE LA MIA e delle persone che amo.

Pensateci.

TQF

Renzi fa coprire le statue di nudi per non scandalizzare il premier iraniano Rouhani

ROHANI A ROMA, 'RAFFORZARE RELAZIONI, ESPLORARE OPPORTUNITA''
Statue coperte ai Musei Capitoli in occasione della visita del presidente iraniano Hassan Rohani, Roma, 25 gennaio 2016. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Pecunia non olet, ma il nudo potrebbe offendere il premier iraniano Rouhani e così, per non mandare in fumo affari tra l’Italia e il governo di Teheran per circa 17 miliardi, Matteo Renzi ha dato ordine di coprire le statue dei Musei Capitolini. Subito si è scatenata tra l’ironico e lo sbigottito la reazione del popolo del web, ecco qualche tweet:


Obama: «Basta celle di isolamento per i minori»

L’America ha un problema con il carcere: una popolazione carceraria enorme, un sistema giudiziario che penalizza i meno abbienti e i marginali (un problema che si ripete un po’ ovunque nel mondo), un sistema spesso razzista. Potrebbe bastare, ma ci sono anche le violenze in carcere e la privatizzazione, che costa soldi alle casse pubbliche e rende il sistema più punitivo del dovuto: più galeotti dietro le sbarre, più soldi alle compagnie private.

È su questo sistema che interviene la scelta di Barack Obama di modificare le norme relativa all’isolamento in carcere, che, spiega il presidente in un articolo pubblicato dal Washington Post, è usato in maniera eccessiva, anche con i carcerati più giovani.

Una ricerca pubblicata da Yale che ha posto domande sulla questione a tutte le amministrazioni carcerarie degli Stati Uniti, ricevendo risposte per circa l’80% del totale della poplazione carceraria (attorno al milione e mezzo di persone)  e citata dallo stesso presidente valuta una popolazione carceraria in isolamento tra le 80 e le 100mila persone. La stessa ricerca segnala come le ragioni per cui una persona finisce in cella sono le più diverse e spesso futili. E come non ci siano normative, procedure chiare: è il direttore del carcere che decide, sostanzialmente a sua discrezione.

Per questo l’amministrazione Obama ha ordinato una revisione del sistema e ha deciso di riformare la normativa per le prigioi federali (quelle su cui ha giurisdizione), abolendo l’isolamento per i giovani e limitandolo in altri casi. Per spiegare le sue ragioni, Obama ha scritto un articolo di cui abbiamo tradotto ampi stralci qui sotto. Questa scelta, come altre fatte durante l’ultimo anno, segnala una volontà del presidente di intervenire in alcune aree oscure del sistema americano. Quelle stesse aree che tendono a penalizzare, marginalizzare alcune parti della popolazione. Spesso le minoranze o la popolazione immigrata. E a lasciarle ai margini dove sono. Anche la battaglia ingaggiata sulle armi rientra a modo suo in questo ambito: molte armi significa stragi commesse dallo squilibrato di turno che fanno notizia, certo, ma anche decine di morti ammazzati nei ghetti neri, dove la cultura delle armi e quella gangsta, assieme, hanno fatto disastri. Specie nella sua Chicago.

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I numeri del carcere negli Stati Uniti

Le persone sottoposte a limitazioni della libertà di qualche forma (compresi i detenuti in attesa di giudizio, le persone agli arresti domiciliari o fuori su cauzione) negli Stati Uniti erano circa 6 milioni e 800mila nel 2014. Le persone dietro le sbarre erano 2 milioni e 200mila.

A essere sottoposto a limiti della libertà personale è il 2,8% della popolazione, il tasso più basso dal 1996. La popolazione carceraria è diminuita dell’1% l’anno dal 2007.

Nel 2010 i carcerati erano al 39% bianchi (64% della popolazione), al 19% ispanici (14%) e al 40% afroamericani (13%).

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L’articolo di Obama

Nel 2010, Kalief Browder , 16 anni del Bronx è stato accusato di aver rubato uno zainetto. Fu spedito nel carcere di Rikers Island in attesa del processo, qui ha subito violenza indicibili per mano dei detenuti e delle guardie – e qui ha trascorso quasi due anni in isolamento.

Nel 2013, Kalief è stato rilasciato, senza essere stato processato. Ha completato con successo un semestre al Bronx Community College. Ma la sua vita è stata una lotta costante per riprendersi dal trauma di essere rimasto mesi rinchiuso da solo per 23 ore al giorno. Un sabato, si è suicidato tra le mura di casa sua. Aveva solo 22 anni.

Negli Stati Uniti l’isolamento in cella è cresciuto in popolarità nei primi anni dell’800, e le motivazioni per il suo utilizzo sono cambiate nel corso del tempo. Oggi questa pratica è sempre più abusata su persone come Kalief.  Con risultati strazianti. Per questo la mia amministrazione ha deciso di prendere provvedimenti per affrontare il problema.

Ci sono ben 100mila persone detenute in isolamento nelle carceri statunitensi – compresi minori e persone con malattie mentali. Ben 25.000 detenuti stanno scontando mesi e anni da soli in una cella minuscola, con quasi nessun contatto umano.

La ricerca suggerisce che l’isolamento ha il potenziale di produrre conseguenze psicologiche devastanti e durature. È stata collegata alla depressione, all’alienazione, riduce la capacità di interagire con gli altri e aumenta la possibilità di comportamenti violenti. Alcuni studi indicano che può peggiorare malattie mentali esistenti e generarne  di nuove. I prigionieri in isolamento sono più propensi a suicidarsi, soprattutto se giovani e con disturbi psichiatrici.

Gli Stati Uniti sono il Paese della seconda chance, ma l’esperienza di isolamento rischia di eliminarla.

In qualità di presidente, il mio compito più importante è quello di mantenere il popolo americano al sicuro. E da quando ho assunto l’incarico, il tasso di criminalità è sceso di oltre il 15 per cento. Nel nostro sistema di giustizia penale, la pena dovrebbe essere adeguata al crimine e coloro che hanno passato il loro tempo in carcere dovrebbero uscirne pronti a diventare membri attivi della società. Come possono esserlo i prigionieri sottoposti a isolamento inutile? L’isolamento non ci rende più sicuri ed è un affronto alla nostra umanità. (…)

 

 

Family Day, non è cecità: è egoismo.

José Saramago, penna nobile portoghese con tanto di nobel in bacheca, nel suo romanzo “Cecità” immaginava un mondo al buio, sparso tra l’incapacità di vedere dei propri cittadini, spenti negli occhi quanto nell’etica, nell’animo e nella speranza. È un romanzo che richiede uno stomaco forte e poca immaginazione per essere pensato come metafora di un tempo in cui la cecità è la bile animale e pelosa di una specie dedita all’autopreservazione, convinta che il mancato progresso degli altri sia la migliore manutenzione dei propri diritti acquisiti.

La battaglia becera e misera contro i diritti civili (degli altri) spera di essere banalmente scambiata per la cecità di un pezzo di Paese impreparato alle novità e tradizionalista per vigliaccheria che chiede a gran voce il diritto di essere arretrato come se fosse una debolezza perdonabile. E invece no. Questi non difendono nessuna famiglia. Questi odiano i gay fingendo di difendere un modello di natura (spesso incapaci loro stessi di mantenere) e rientrano perfettamente nella definizione del saggista Elvio Facchinelli che già nel 1973 (pensa te) scriveva sulla rivista “L’erba”: «Ma che cosa c’è alla radice del rifiuto dell’omosessualità maschile (giacché quella femminile propone un discorso, per ora, e per ragioni connesse alla condizione storica della donna molto diverso e meno significativo)? C’è sostanzialmente, da parte del maschio eterosessuale, la paura di perdere, nel contatto con l’omosessuale, la propria virilità, intesa qui molto profondamente come identità personale. Di fronte all’omosessuale, è come se ciascuno sentisse messa in discussione la sua posizione stessa di maschio e ciò che lo differenzia come individuo; come se quella posizione si rivelasse improvvisamente precaria, o incerta, più di quanto succede di solito. Di qui le reazioni di rifiuto e disprezzo; di qui anche i vari e ben noti comportamenti di ipervirilità aggressiva…».

Non sono ciechi i bigotti armati che flettono in preparazione del Family Day. A loro piacerebbe (e ci sperano) di passare come gli ultimi giapponesi in difesa di una dottrina smentita dalla natura ancora prima dalla storia; se riescono a passarsi come “fuori dal tempo” gli verrà concessa la grazia che si concede ai lenti. Ma non sono lenti, no: sono egoisti. E non sono egoisti di valori, no, perché la maggior parte di loro è incapace di realizzarli, praticarli e li cita semplicemente per abitudine al sentito dire, per allenamento al luogo comune mentre il loro segno distintivo sta tutto nel terrore di essere inadeguati: sperano in un mondo fermo perché sicuri di sbagliarsi a muoversi.

Qui non si tratta, in questi giorni convulsi di miserie declamate, di perdonare una generazione incapace di stare al passo del nostro tempo: questi sono ferocia in abito talare, infimi travestiti da giganti, ignoranti fieri, proiettori ognuno di un proprio dio prêt-à-porter, collezionisti di scalpi, disadattati morali e borghesi incapaci. Qui è la parte peggiore di un Paese che ha elevato l’egoismo a pratica divina in nome della tradizione. Per questo ora la questione dei diritti civili assume un significato che tracima gli omosessuali: ci si gioca l’occasione di scrollarsi di dosso questa crosta di benpensanti che hanno le chiavi della tratta dei nuovi schiavi. Semplicemente più deboli, nemmeno negri.

Non è cecità: è egoismo. Semplicemente.

Buon martedì.

A Roma sotto il parco di Tor Fiscale scoperti rifiuti industriali

Sei acquedotti romani e uno rinascimentale, sepolcri e ville romane, il tracciato dell’antica via Latia. E sotto, grotte e cunicoli di rilevante interesse storico-archeologico trasformate in discariche di rifiuti speciali. Accade a Roma, nella parte “nascosta” del Parco di Tor Fiscale, tra Appia e Tuscolana, territorio tutelato per la sua storia e noto per essere un esempio ben riuscito di paesaggio rappresentativo della “campagna romana”.

Sotto casali agricoli, orti e frutteti, imprenditori senza scrupoli hanno scaricato olii usati e altri scarti di lavorazione e rifiuti pericolosi. A seguito di indagini effettuate anche grazie all’ausilio di droni, la Polizia locale di Roma ha messo i sigilli all’intero sottosuolo di Tor Fiscale, il cui nome deriva dalla torre alta 30 metri che sovrasta l’area verde, eretta nel XIII secolo e dal XVII denominata “del fiscale” in quanto facente parte della tenuta del tesoriere pontificio.

L’area tutelata ospita anche esempi di catacombe risalenti al II secolo dopo Cristo. Nell’effettuare i rilievi con l’ausilio del personale dell’Arpa Lazio, gli agenti della Polizia locale diretti dal comandane Antonio Di Maggio hanno accertato che alcune aziende della zona utilizzavano cavità e cunicoli come sversatoio illegale, creando accessi diretti al sottosuolo in prossimità dei siti produttivi, in modo da scaricare direttamente i rifiuti che producevano, violando le norme in materia ambientale e fiscale.

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«Io sono arrivato in barca»: una campagna australiana per i rifugiati

«Io sono arrivato su una barca». Un messaggio chiaro e diretto rivolto agli australiani, che anche dalle loro parti la retorica anti-rifugiato ha fatto molti adepti ed aperto molte ferite. I came by boat è una campagna lanciata lo scorso novembre che cerca di spiegare nel modo più semplice possibile come mai i rifugiati e gli immigrati non sono un pericolo. Specie in un Paese che, aborigeni esclusi, è fatto esclusivamente da persone i cui antenati sono arrivati in barca.

Negli anni appena passati è capitato in più di un’occasione che navi e barche piene di rifugiati venissero respinte in mare dalla marina australiana o venissero spedite in Malesia e Indonesia. Anche nel lungo tratto di mare che separa alcune isole australiane dall’Indonesia sono morti in tanti.

La campagna è semplice, come spiega la promotrice Blanka Dudas nel video qui sotto, si fotografano persone che sono davvero arrivate in barca, come rifugiati, e che sono arrivati al successo o alla normalità: un chirurgo ortopedico iracheno, una dentista di origine vietnamita e una afghana che lavora nelle associazioni di advocacy per rifugiati. Tre storie diverse, come quella di Blank Dudas, rifugiata bosniaca, e art-director che ha ideato la campagna. Storie eroiche e normali di persone che hanno rischiato la vita per fuggire da guerra o persecuzione politica e che si sono integrate nel migliore dei modi. Il gruppo promotore della campagna, oltre a fare advocacy fa anche formazione a immigrati e rifugiati e in queste settimane ha raccolto i fondi per produrre altri manifesti (una quindicina di persone diverse) e comprare gli spazi pubblicitari dove affiggerli in tutta l’Australia. Una bella idea per un problema serio. In Europa e anche in Australia.

Per Iglesias ahora podemos: la Spagna merita un governo del cambiamento

Il re Felipe VI di Spagna sta per chiudere il giro di consultazioni con le tre principali forze politiche del suo Paese per dare l’incarico al governo. Mentre Mariano Rajoy, leader dei popolari, ha fatto sapere nelle ultime ore che è pronto per assumere il ruolo di primo ministro, il Psoe e Podemos, guidato da Pablo Iglesias, cercano di mettere insieme una coalizione con Izquierda Unida a il partito nazionalista basco per dar vita a un governo di sinistra. Crescono dunque le quotazioni per il leader socialista Pedro Sànchez che con il sostegno di Podemos potrebbe diventare il prossimo premier spagnolo. Secondo Iglesias i tempi sono maturi, «Serve un governo di cambiamento» ha dichiarato durante le consultazioni con Felipe VI. Ecco cosa scrive a proposito del possibile accordo proprio Iglesias sul quotidiano spagnolo El Pais:

 

Il risultato delle ultime elezioni in Spagna apre la possibilità storica per il nostro paese di avere un governo non dominato esclusivamente dalle vecchie macchine di partito che negli ultimi decenni hanno spartito il potere. Per la prima volta possiamo formare un governo plurale e progressista che sia sufficientemente lontano dalle pratiche che avevano dominato in passato la politica spagnola e che garantisca l’attuazione già nei primi 100 giorni di un programma di sostegno e assistenza sociale. Un governo che guidi il paese verso quei cambiamenti costituzionali che gli spagnoli chiedono e si aspettano, che fornisca soluzioni democratiche e nuove formule per contrastare la crisi territoriale e immettere nuove energie nelle istituzioni.
[…] Dopo aver raggiunto un accordo con il Psoe, abbiamo fatto una proposta chiara. I 5 milioni di elettori che hanno dato fiducia al partito socialista e i 6 che hanno creduto nelle istanze di Podemos e degli altri partiti confluiti nell’alleanza possono finalmente vedere concretizzare la speranza di mettere in piedi un governo progressista e composito. Non possiamo deludere quei 11 milioni di elettori […]. Questo governo di cambiamento sarebbe uno dei governi con maggiore base e sostegno elettorale della storia della Spagna. Soprattutto farebbe propria una delle tradizioni più diffuse in Europa: quella del governo di coalizione. Ci sono enormi pressioni da parte dei gruppi di potere per mantenere lo status quo […] ma di fronte a questo immobilismo, abbiamo la possibilità storica di dare il via invece a un avanzamento sociale e democratico che deve farsi strada per modificare gli equilibri di potere in Europa e limitare gli eccessi dell’ ordoliberalismo tedesco.
Lo abbiamo detto molte volte e continuiamo a pensarlo: non confidiamo nell’apparato del Psoe, ma ammiriamo la sua base, i suoi militanti e i suoi elettori.
[…] Questi infatti simpatizzano con noi e sanno che la nostra presenza nel Governo, dalla vicepresidenza fino ai ministeri strategici che più possono corrispondere, è la migliore garanzia affinché il loro stesso partito non tradisca il mandato che con il voto gli hanno affidato.
[…] Non c’è tempo da perdere o da regalare a tutti quelli che sono pronti a suggerire che si potrebbe dar vita a un governo delle larghe intese fra il Partito Pololare di Sanchez, il Psoe di Rajoy e Ciudadanos. Di fronte a un piano del genere, di fronte al piano restauratore degli “immobilisti”, il momento richiede di essere “audaci, audaci e ancora audaci” come disse Danton con una frase che passò alla storia. Siamo in un particolare momento storico in cui quell’intuizione storica che Isaiah Berlin ha chiamato “senso della realtà” dovrebbe spingerci a interpretare un ruolo sulla scena politica che sappia dare risposta alle aspirazioni e alle aspettative della maggioranza degli spagnoli. È per questo che siamo pronti a formare un governo. […] Ho parlato con i leader di altri partiti che sono aperti al dialogo e che non vogliono che a governare sia il partito popolare. Questa domenica ho parlato con Sanchez e mi auguro di cuore che questo governo insieme possa vedere la luce.

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«Muos abusivo». La Cassazione rigetta il ricorso e conferma il sequestro

La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del ministero della Difesa confermando il sequestro del Muos, il sistema militare di comunicazioni satellitari Usa realizzato nella riserva del Sughereto di Niscemi (Caltanissetta), secondo procura e Tribunale del riesame sottoposta a vincolo di assoluta inedificabilità. Per l’impianto di telecomunicazioni ad alta frequenza arriva dunque un nuovo stop dopo le polemiche dei giorni scorsi relative alle verifiche sull’impatto delle onde elettromagnetiche emesse dall’impianto. Verifiche rinviate perché dopo un rimpallo di comunicazioni tra prefetto nisseno e autorità locali è risultato impossibile garantire misure di tutela tali da prevenire eventuali danni alla salute dei cittadini di Niscemi nel corso dei test.

Resta dunque in vigore il fermo dei lavori di ultimazione dell’impianto, disposto con ordinanza il primo aprile dello scorso anno dal Gip di Caltagirone, che aveva giudicato illegittime le autorizzazioni concesse dalla Regione Siciliana, e confermato dal Tribunale del Riesame di Catania. Nei giorni scorsi il Comitato NoMuos ha confermato la preoccupazione per le procedure di verificazione disposte dal Consiglio di Giustizia amministrativa (Cga) per la Regione Siciliana, che dovrebbe pronunciarsi entro il 3 febbraio alla luce della relazione di cinque esperti le cui verifiche, però, sono state rinviate.

L’attenzione del comitato si appunta, tra l’altro, sulla documentazione antisismica relativa all’impianto, sugli strumenti di misurazione dell’Arpa «inviati per taratura alla ditta» e sulle incertezze relative alla sua potenza massima: inizialmente i documenti prodotti dalla Difesa Usa parlavano di 1.600 watt, ma l’ambasciata statunitense ha poi fatto sapere che la potenza «da considerare» è di 200 watt. Il combinato disposto di questi dati non chiari e dell’impossibilità di proteggere la popolazione – spiega i NoMuos – rende evidente un dato: nessuno può misurare l’impatto dell’impianto. A sostegno della loro tesi, i comitati ricordano le conclusioni dell’Istituto superiore di sanità nel rapporto del settembre 2013, che ha negato l’impatto negativo dell’opera ma auspicando una «costante sorveglianza sanitaria» sulla popolazione residente attorno all’impianto «in considerazione della natura necessariamente teorica delle valutazioni effettuate».