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Salvate la Svizzera e la Danimarca! Su Twitter l’ironia contro il sequestro dei beni ai rifugiati

Salvate la sirenetta e i poveri sciatori svizzeri. E anche i Cechi che stanno morendo di fame. E anche gli affamati delegati del World Economic Forum di Davos. Su Twitter ci sono tre account che prendono in giro Svizzera, Danimarca e la loro (vergognosa) politica di sequestrare i beni dei rifugiati per pagare le spese di accoglienza. E poi anche la voglia di chiusura di frontiere della Repubblica Ceca. In Svizzera la scelta era in voga da tempo, mentre in Danimarca la legge, di cui parliamo qui, è stata approvata nei giorni scorsi. Di cosa parlano gli account Twitter, sotto una breve selezione dei loro tweet tradotta, ma intanto li abbiamo intervistati per email e alle domande serie rispondono quasi fino alla fine impersonando il personaggio.

Chi sei?

In primo luogo, devo dire che non posso rivelare la mia vera identità. La guerra civile qui in Svizzera ha reso tutti nemici di tutti. Se scoprono chi sono, le truppe del governo o i gruppi terroristici possono trovarmi e farmela pagare per aver parlato ai media. Sono solo in grado di usare Twitter come SaveSwitzerland per cercare di aiutare i miei connazionali nella tempesta della crisi – la guerra, la fame …Abbiamo sofferto così a lungo, e ora, finalmente, abbiamo trovato una via d’uscita dalla miseria: la ricchezza dei rifugiati ci può salvare! Hanno così tanto, e noi abbiamo così poco.

Tre account nati assieme?
No, io non sono la stessa persona di SaveDenmark o SaveCzechia – ma anche loro stanno combattendo per la stessa causa, mi sento molto vicino a loro.

A che serve l’ironia per rispondere a scelte così orribili da parte dei governi?
 Qui rispondo sul serio: perché farlo? Per la meschinità che vediamo in Europa in questo momento da parte di alcuni paesi – ci sarebbe da ridere se non fosse così reale e tanto brutto.

Dalla Svizzera

«Ho camminato migliaia di chilometri per donare soldi agli svizzeri bisognosi»

«Il tramonto sulle rovine di Ginevra, abbiamo bisogno di fondi per ricostruirla»

«Un’immagine rara dell’ultima fonduta del 2009, prima della grande carestia»

«Grazie di mostrare le foto dei beni dei rifugiati, con tanta ricchezza possono senza dubbio aiutare» 

Poi dalla Danimarca:
«La sirenetta è triste, aspetta il suo prossimo pasto e si chiede da dove arriverà»

«Guardate come è ridotto questo castello, servono le donazioni dei rifugiati per rimetterlo in sesto» 

E dalla Repubblica Ceca:
«La tavola vuota del nostro presidente, rifugiati abbiamo bisogno di voi»

«Rispetto ad altre sono stata fortunata. Mi hanno solo picchiata e derubata». Parola di migrante

amnesty international donne-migranti-violenza

«Sono stata fortunata. Mi hanno solo picchiata e derubata, ad altre è andata peggio». Esraa, non più di trent’anni in fuga dalle bombe che in Siria cadono come fosse pioggia, racconta così il suo viaggio verso l’Europa. Un viaggio che per gli uomini è pieno di insidie e pericoli, e che per le donne lo è ancor di più. Le migranti infatti lungo tutto il percorso richiano la vita e finiscono per subire abusi, molestie sessuali e violenze. Le più fortunate come Esraa vengono “solo” picchiate e derubate. Strana idea di fortuna quella a cui costringe a pensare questo viaggio. Nemmeno arrivate a varcare il confine europeo ci si può sentire al sicuro, Europa in questo caso non è sinonimo né di diritti né di civiltà, anzi, a volte le molestie vengono proprio da chi quell’idea di Civiltà la dovrebbe difendere: uomini in divisa e poliziotti di frontiera per esempio.
Non esistono ancora statistiche ufficiali che possano fornire dei numeri esatti sul fenomeno, ma secondo una nuova ricerca di Amnesty International, sono davvero troppe le donne e le ragazze rifugiate vanno incontro a violenze, aggressioni, sfruttamento e molestie sessuali in ogni fase del loro viaggio. L’organizzazione per i diritti umani chiama in causa anche i governi (europei e non) e le agenzie umanitarie che non forniscono la minima protezione alle donne in fuga da Siria e Iraq.
Al tema il New York Times ha dedicato un reportage e alcune di quelle storie ve le abbiamo raccontate qui, riflettendo su quello che è successo a Colonia e cercando di ampliare la prospettiva al genere, piuttosto che alla nazionalità. Il lavoro di Amnesty International conferma quanto denunciato dall’autorevole quotidiano statunitense. Lo staff dell’organizzazione no profit infatti, solo nell’ultimo mese, ha incontrato fra la Germania e la Norvegia circa 40 donne e ragazze rifugiate, che, al termine di un viaggio che dalla Turchia le aveva portate in Grecia ed era proseguito lungo la “rotta balcanica”, hanno deciso di raccontare la loro storia. A parlare sono gli sguardi, le minacce, quell’insicurezza che tappa dopo tappa le ha avvolte nella paura, nella convinzione che in quanto donne non potevano permettersi il lusso di fidarsi di qualcuno. Molte di loro hanno denunciato che, in quasi tutti i paesi attraversati, hanno subito violenza fisica e sono state sfruttate economicamente, molestate o costrette ad avere rapporti sessuali coi trafficanti, col personale di sicurezza o con altri rifugiati. Oumaya, 22 anni irachena, racconta che in Germania – nella civilissima Germania – una guardia di sicurezza in divisa le ha offerto dei vestiti in cambio di «un po’ di tempo sola con lui». Oumaya è un nome di fantasia, come quello che molte donne usano quando scelgono di parlare di ciò che hanno dovuto subire. Un nome di fantasia necessario per raccontare una storia vera di cui si ha ancora troppa paura. Una storia che pur variando nelle piccole sfaccettature, è comune a moltissime donne.
Hala, ha 23 anni, è partita da Aleppo in Siria spiega che il viaggio è rischioso e lo è ancor di più per chi viaggia sola o non ha i soldi per pagare, perché «sei una preda facile, sei ricattabile. In un albergo della Turchia, un siriano al servizio dei trafficanti mi ha proposto di passare la notte con lui. Mi diceva che avrei pagato meno o addirittura avrei viaggiato gratis, ho rifiutato, era disgustoso. Quando ne ho parlato con le altre ragazze mi hanno detto che era capitato lo stesso a tutte in Giordania. Una mia amica, fuggita anche lei dalla Siria, ha finito i soldi appena arrivata in Turchia. L’assistente del trafficante le ha detto che l’avrebbe fatta imbarcare se fosse andata a letto con lui. Lei si è negata e non è partita. Probabilmente è ancora in Turchia in attesa di trovare un altro modo per continuare il viaggio». Anche Nahla, siriana di appena 20 anni, racconta una storia simile: «Il trafficante mi infastidiva. Ha cercato un paio di volte di toccarmi. Mi stava lontano solo quando ero vicina a mio cugino. Capita spesso che le donne che non hanno soldi per pagare il viaggio vengano molestate da trafficanti che propongono di dormire insieme in cambio di uno sconto».
«Siamo partite in due, solo io e mia cugina, lei ha 15 anni. Per tutta la durata del viaggio sono riuscita a malapena a dormire, avevo il terrore di chiudere gli occhi. – a parlare è Reem, che si sente grande, ma anche lei ha appena vent’anni – Nei campi profughi ho assistito a scene di violenza, riuscivo a riposare solo quando eravamo a bordo del pullman, lì avevo la sensazione di essere un po’ più al sicuro. Nei campi è facilissimo essere toccate e nessuna denuncia quel che succede. Non si può. Si rischierebbe di creare problemi, di bloccare il viaggio». L’imperativo invece è quello di andare avanti, ad ogni costo.


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Alcune delle donne intervistate da Amnesty si concentrano sulla brutalità e la violenza con cui venivano trattate dagli agenti di polizia, specialmente quando il sovraffollamento dei centri di raccolta dei migranti faceva salire la tensione richiedendo l’intervento delle forze di sicurezza.
«La polizia ungherese ci ha trasferiti in un altro campo – ricorda Rania, 19 anni e incinta – il posto era persino peggiore del primo. Era pieno di gabbie, non passava un filo d’aria. Praticamente eravamo in cella. Siamo rimasti lì per due notti. Avevamo diritto a due pasti al giorno. Il secondo giorno la polizia ha picchiato una siriana di Aleppo, solo perché aveva pregato di lasciarla andare via. Sua sorella ha provato a difenderla, lei parla inglese. Le hanno detto che se non stava zitta avrebbero picchiato anche lei. La stessa cosa è successa a un’iraniana, che aveva chiesto un po’ di cibo in più per i suoi figli».
Non è diversa la storia di Maryan, 16 anni: «Eravamo in Grecia. Abbiamo cominciato a piangere e a urlare, così è arrivata la polizia che ha manganellato tutti quanti, anche i più piccoli, colpivano qualsiasi parte del corpo, anche la testa. Io sono stata colpita al braccio. Per il dolore e per la tensione ho avuto un capogiro, sono finita a terra, con le persone che mi cadevano sopra. Quando mi sono ripresa, non trovavo più mia madre. Ho cominciato a piangere fino a che non hanno chiamato il mio nome e sono riuscita a ritrovarla. Il braccio continuava a farmi male, allora ho mostrato a un agente di polizia il braccio dove ero stata colpita, lui si è semplicemente messo a ridere. Ho chiesto di un dottore, hanno risposto a me e a mia madre di andare via». Di continuare il viaggio attraverso montagne, mari, mani, pugni, calci, treni, pullman, violenze, campi rifugiati sovraffollati, molestie. Cercando di non perdere la rotta o se stesse prima di arrivare in Europa.

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Il Luther King Day dopo Black Lives Matter

From left, Sloan Ellsworth, Lilly Anderson, and Leah Williams, all age 6, first graders from Watkins Elementary School in Washington, stand together as they watch a program on the steps of the Lincoln Memorial in Washington, Friday, Jan. 15, 2016. Fifth grade students recited Martin Luther King, Jr.'s 1963 "I Have a Dream," speech and sang a song in honor of his upcoming birthday. (AP Photo/Alex Brandon)

Le relazioni interrazziali e l’esclusione degli afroamericani dalla vita economica e sociale americana sono di nuovo al centro della scena. Oggi negli Usa è il Martin Luther King Day, una festa nazionale che celebra la nascita del reverendo nel 1929 e che alcuni governatori repubblicani degli Stati del Sud hanno rifiutato di onorare per anni. In South Carolina, ogni anno, accanto alla marcia celebrativa, c’è sempre quella di coloro che sfilano con la bandiera confederata, la stessa che quest’anno, dopo la strage razzista in una chiesa di Charleston, è stata ammainata per sempre dal pennone del Campidoglio locale. La novità del 2015 – e probabilmente dell’anno in corso – è che sulla brutalità della polizia, l’esclusione, la necessità di più voce e più partecipazione politica c’è Black Lives Matter un movimento attivo, capace che i democratici corteggiano e corteggeranno perché dia una mano a portare i neri alle urne.

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black-01-800x600Leggi anche: L’importanza di Black Lives Matter nel 2016

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Ecco alcune foto storiche della vicenda del pastore afroamericano che ha guidato ed è diventato – grazie ai suoi assassini – simbolo della lotta degli afroamericani alternate con le immagini della celebrazione di quest’anno che ha coinvolto centinaia di ragazzi.

Fifth-graders from Watkins Elementary School in Washington, stand as they wait their turn to recite a line from Martin Luther King, Jr.'s 1963 "I Have a Dream," speech during a program on the steps of the Lincoln Memorial, looking toward the Washington Monument in Washington, Friday, Jan. 15, 2016. The students recited the speech and sang a song in honor of his upcoming birthday. (AP Photo/Alex Brandon)

Doug Bradshaw, 11, a fifth-grader from Watkins Elementary School in Washington, holds a sign during a program on the steps of the Lincoln Memorial in Washington, Friday, Jan. 15, 2016, where students recited Martin Luther King, Jr.'s 1963 "I Have a Dream," speech and sang a song, in honor of his upcoming birthday. (AP Photo/Alex Brandon)

Fifth-graders from Watkins Elementary School in Washington, point as they sing a song during a program on the steps of the Lincoln Memorial in Washington, Friday, Jan. 15, 2016, where they recited Martin Luther King, Jr.'s 1963 "I Have a Dream," speech and sang a song in honor of his upcoming birthday. (AP Photo/Alex Brandon)

Patrimoniosos, un osservatorio sullo stato di salute dei beni culturali

Da un allarme scattato fra storici dell’arte, archeologi, museologi, professori e studenti universitari riguardo alla svendita di pezzi importanti del patrimonio d’arte italiano nel 2002, è nato il sito Patrimoniosos.it, preziosa e colta sentinella che quotidianamente aggiorna i lettori su quanto sta accadendo in Italia riguardo alla tutela dei beni culturali.

«Tutto è cominciato dalla discussione prima e dall’approvazione poi del D.L. 63/2002 poi convertito in L. 112/2002», racconta l’archeologa Denise La Monica, che insieme ad altri fa parte del nucleo storico che ha fondato questo importante sito, nato a Pisa. «Questa norma istituiva la Patrimonio dello Stato Spa, una società che avrebbe dovuto detenere completi diritti sugli immobili pubblici del patrimonio disponibile e indisponibile, con finalità di gestione e valorizzazione, anche in funzione del supporto a Infrastrutture Spa».

Di fatto questo provvedimento faceva temere che gli immobili pubblici fossero soggetti alla vendita indiscriminata e alla commercializzazione «anche per supportare, sotto forma di garanzia o caparra, la costruzione delle grandi infrastrutture». «In altri termini – afferma il team di Patrimoniosos – si paventava che, con l’approvazione di questo provvedimento, si aprisse la strada alla dismissione massiccia del patrimonio immobiliare pubblico. Che è costituito in gran parte da immobili storici, spesso ex conventi posti nel cuore di centri storici come San Gimignano o Lucca, che sono transitati nelle proprietà dello Stato italiano in seguito alle soppressioni di ordini religiosi e all’incameramento dei loro beni, già alla fine del ‘700 (soppressioni napoleoniche), e poi di nuovo in seguito sulla spinta delle necessità del nuovo Stato italiano».

Poi nei fatti  è sfumata la preoccupante prospettiva di una “Italia spa” per dirla con il titolo di un  pungente libro di Salvatore Settis.

La Patrimonio dello Stato Spa è poi andata incontro a varie difficoltà e non è riuscita ad avviare in maniera significativa quel processo immaginato dai suoi sostenitori  come Giulio Tremonti, allora ministro dell’Economia e delle Finanze e fautore della cosiddetta “finanza creativa”.

Ma quel processo di svendita, purtroppo, non si è fermato?

Anzi, al contrario, si è fatto più insidioso perché sono state tentate molte altre vie per la dismissione del patrimonio immobiliare pubblico: le vendite a trattativa privata, anche in blocco; la costituzione di SCIP, FIP e altri fondi immobiliari; il federalismo demaniale, un processo avviato nel 2010 e intensificatosi dal 2012, con cui si prevede il trasferimento dei beni immobili dal Demanio agli enti locali, in funzione della loro “valorizzazione”. In questo modo si sono moltiplicati i canali di fuoriuscita di beni dal patrimonio indisponibile a quello disponibile, rendendo il meccanismo difficilmente controllabile. Di tutto questo percorso l’Agenzia del demanio è stata protagonista: a partire da una legittima esigenza di conoscere e classificare il patrimonio immobiliare statale, si è attivata anche per promuovere la dismissione dei beni pubblici.
Per tornare a Patrimoniosos, nel 2002 , vi siete fatti tramite della protesta del mondo intellettuale?

Fu promosso un appello, che circolò in rete tra gli addetti ai lavori e raccolse numerose adesioni, 2300 in pochi giorni, in risposta a quel messaggio  indirizzato alle tre massime cariche dello Stato arrivò anche una lettera della presidenza della Repubblica di apprezzamento per l’iniziativa. Il successo dell’appello convinse il piccolo gruppo che aveva promosso la raccolta di firme a dare “stabilità” con la creazione di un sito per raccogliere e a divulgare le notizie sulle politiche riguardo al patrimonio culturale. Si decise allora di creare un luogo, in rete, in cui raccogliere non solo articoli di rassegna stampa, ma anche interventi di addetti ai lavori su questioni aperte, recensioni a libri, oltre che comunicati di associazioni e informazioni su convegni o seminari. Intendevamo cioè creare una piattaforma di dialogo aperta, dinamica e basata sulla raccolta continua e partecipata di informazioni.

le menti brillanti c’erano per i contenuti, ma chi ha dato forma al sito come lo vediamo oggi?
Il sito fu creato, anche grazie all’aiuto gratuito di un grafico molto sensibile alle questioni dell’ambiente e ad uno straordinario ingegnere informatico di origini somale, Jama Musse, e negli anni è stato costantemente tenuto aggiornato, seppur con molti limiti e difficoltà, esclusivamente attraverso la collaborazione gratuita e il contributo volontario di noi che facciamo parte della redazione.Da alcuni anni il sito è ospitato gratuitamente nel server di Umberto Allemandi spa che ha compreso il valore e il significato della nostra iniziativa. Infine nel 2010 il sito ha ricevuto il premio Silvia dall’Orso per la migliore comunicazione nel campo dei beni culturali.

La redazione è composta di persone con una formazione specialistica in archeologia e storia dell’arte; molti di voi fanno ricerca o insegnano all’università. Il caso di Patrimoniosos dimostra che si può fare con successo informazione colta in rete?
Non sappiamo se si possa conseguire il “successo”; ciò che noi abbiamo tentato di fare, in questi anni, ormai tredici, è tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica, ma anche la nostra, attraverso il duro e quotidiano lavoro di redazione del sito, per conoscere direttamente e rimanere sensibili verso le questioni del patrimonio culturale. L’obiettivo è costringere per primi noi stessi e poi, di conseguenza, gli altri cittadini ad interessarsi non solo della storia del nostro patrimonio, che per noi è un requisito ovviamente imprescindibile, ma anche delle attuali politiche, delle dinamiche più correnti che riguardano il patrimonio. Solitamente noi non prendiamo posizione, ma ci limitiamo a raccogliere e riproporre i contenuti già prodotti da altri, per sensibilizzare l’opinione pubblica, dunque aumentare il senso critico e anche, di conseguenza, il livello di tutela del patrimonio.

Qual è il vostro pubblico e come è andato crescendo negli anni?
Il nostro pubblico è composto soprattutto da universitari, studenti e docenti, funzionari del ministero, personale dei musei, giornalisti e addetti all’informazione. Con l’aggiunta di una pagina facebook intitolata Fan di Patrimoniosos abbiamo ulteriormente aumentato l’appeal del sito. Il numero di accessi al sito e alla pagina FB è molto alto; così come il numero di iscritti al sito. Nella fase in cui facevamo una newsletter aumentava di giorno in giorno.

Il sito rilancia petizioni e appelli per la piena applicazione dell’articolo 9. Lo studio dell’arte su Patrimoniosos non è svincolato dall’impegno civile. Che cosa ispira il vostro lavoro? Condividete dei punti di riferimento intellettuale?
In primo luogo condividiamo l’idea che gli addetti ai lavori -archeologi, storici dell’arte, ecc. – debbano impegnarsi per la tutela del patrimonio e del territorio. Il sito è organizzato in sezioni: alcune stabili, presenti fin dall’inizio (appello, leggi, comunicati, eventi, beni in pericolo, rassegna stampa, chi siamo), altre più mobili, attivate nel passato in alcuni casi per allarmi contingenti (ad esempio la sezione Nuovo codice SOS, ad esempio): tutte le sezioni sono comunque ancora accessibili, a costituire un archivio online, e offrono materiali importanti per chi voglia interessarsi della politica per il patrimonio culturale degli ultimi dieci anni.
È stata organizzata anche una sezione intitolata “Bacheca delle tesi”

Sì lì gli interessati possono dare notizia dei propri lavori di tesi svolti su temi di interesse di Patrimoniosos. Sono attualmente censiti in questa sezione circa duecento lavori, che auspichiamo aumentino attraverso la segnalazione diretta di studiosi e ricercatori. Come è chiaramente dichiarato sul sito il nostro intento è animare un dibattito sul patrimonio, rendere consapevoli i cittadini delle questioni aperte e delle decisioni che di volta in volta vengono prese dalla politica. Maggior consapevolezza da parte dei cittadini corrisponde ad un sistema civile e democratico migliore, più funzionante ed efficace. Purtroppo l’inaccessibilità ai cittadini della rassegna stampa del MIBACT non è un buon segno sotto questo punto di vista.

L’archivio di Patrimoniosos è particolarmente prezioso per chi fa informazione. Metterlo a disposizione di tutti come fate da tempo è una importante forma di servizio pubblico?
Certamente lo è, ma non vorremmo in questo sostituirci a chi dovrebbe farlo per compito istituzionale. Molte cose si potrebbero migliorare, ma servirebbero, per questo, fondi che non abbiamo: vorremmo re-ingegnerizzare la sezione dedicata alle Leggi, riorganizzandola in una raccolta più sistematica e ampia dei testi normativi e dei lavori parlamentari relativi al patrimonio culturale; vorremmo riattivare la newsletter; vorremmo essere più attivi, affiancando meglio e di più Italia Nostra, Associazione Bianchi Bandinelli e altre associazioni; vorremmo effettuare un restyling generale, migliorare tutto il content management system. Purtroppo però, come dicevo, siamo solo pochi volontari, attualmente solo sei, ed è già molto impegnativo tenere costantemente aggiornato il sito, almeno le sezioni della rassegna stampa, dei comunicati, degli eventi e delle news, nonché rispondere alla posta che arriva alla redazione.

Patrimoniosos. logo
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Progetti in cantiere?
Patrimoniosos è diventata da qualche anno anche associazione e potremmo raccogliere fondi per attuare interventi di reingegnerizzazione del sito. Si può però forse dire che ormai, nonostante le molte difficoltà, siamo molto affezionati al quotidiano lavoro al sito, che, come dicevo prima, costringe per primi noi stessi a stare con gli occhi ben aperti. Il nostro primo e unico progetto è mantenere in vita il sito, migliorandolo dal punto di vista tecnico e dunque anche comunicativo. È sempre facile nel nostro paese dar vita a nuove attività, ma molto difficile è mantenere in vita ciò che c’è.

La redazione di Patrimoniosos.it è composta da:
Denise La Monica, Donata Levi, Marco Mozzo, Emanuele Pellegrini, Simona Rinaldi e  Martina Visentin

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Nell’ultimo duello prima del voto in Iowa, Clinton prova a contenere Sanders

Paragonati agli scambi di accuse tra repubblicani di qualche giorno fa, i toni accesi del dibattito tra Clinton e Sanders prima del voto in Iowa non sono nulla. Ma certo, c’era da aspettarselo, a pochi giorni dall’inizio delle primarie e con il senatore socialista che incalza la candidata “predestinata” del partito democratico sia in Iowa che in New Hampshire, un po’ di bordate i due se le sono sparate.

Sanders accusa Clinton di non essere abbastanza dura con le banche che spesso la finanziano, Hillary ribatte che il senatore del Vermont ha votato sempre contro ogni tentativo di introdurre regole per ridimensionare la circolazione di armi nel Paese. Ma l’argomento del primo è più forte: Hillary risponde alle accuse sui legami con Wall Street che lei è pronta a difendere la legge Dodd-Frank già approvata con Obama, che introduce alcuni controlli e limiti alle banche e alla finanza. Il problema è che la forza di Sanders, magari limitata a una base liberal ma molto motivata e comunque capace di dare impensierire nelle primarie, è proprio quella di dire che su diseguaglianze e finanza sia necessario fare molto di più. L’altro problema sono i vecchi legami con Wall Street che la senatrice di New York ed ex first lady dell’uomo che ha cambiato in peggio le regole per le banche ha sempre mantenuto. E sui quali Sanders gioca, come si nota da questo tweet contenente un’infografica che mostra quanti contributi alla campagna di Hillary giungano dal mondo della finanza (mentre lui li prende dai sindacati).

Oppure: il candidato della sinistra presenta il suo piano per introdurre una sanità pubblica per tutti e la ex Segretario di Stato risponde difendendo la riforma Obama, sostenendo che con il piano Sanders aumenterebbero le tasse per tutti – non solo per i ricchi – e si riaprirebbe nel Paese un dibattito furioso, simile a quello che si aprì durante l’approvazione di Obamacare. Un dibattito così non fa bene al Paese, che ha bisogno di essere meno diviso di quanto non sia oggi.

Il dibattito ha presentato due buoni candidati (il terzo, Martin O’Malley non è male, ma non ha speranze), capaci a ribattere quando incalzati e ben preparati sulle politiche che propongono. Su questo Hillary è imbattibile. Eppure, il vincitore della serata è Sanders. Non perché abbia fatto meglio, ma perché nelle ultime settimane a crescere nei sondaggi è lui e, di conseguenza, era Clinton ad avere bisogno di una performance speciale. Non è andata così e probabilmente questo dibattito non cambierà la dinamica: nei primi quattro Stati nei quali si vota, i due sono alla pari in Iowa, Sanders è primo in New Hampshire e Clinton in South Carolina e Nevada, dove il voto di neri e ispanici pesa molto di più.

Certo è che, come ha ammesso qualcuno nello staff di Hillary, che la candidata favorita per la nomination ha senza dubbio sottovalutato la forza potenziale di Sanders. Per contenerla Hillary si è spostata a sinistra, ha difeso con forza le politiche di Obama ed ha tentato di distanziarsi un pochino sulla politica estera. Sull’Iran ha detto che l’accordo è ottimo ma che «dopo una buona giornata, ne servono altre prima che torniamo ad avere dei buoni rapporti con il regime di Teheran». La scommessa è sul fatto che i timori per il terrorismo e le guerre facciano scommettere gli americani su un leader affidabile e molto esperto in materia di sicurezza nazionale.

Il fatto che Hillary difenda Obama non era scontato, si capisce sempre di più che la sua scommessa è raccogliere di nuovo la coalizione fatta di minoranze, donne e giovani che ha portato a vincere il presidente afroamericano. Per fare questo deve battere Sanders, ma senza inimicarsi la sua base di sinistra e studenti. E’ anche per questo che i due, lo avevano detto fin dall’inizio della campagna, non trascendono nei toni, ciascuno deve cercare di battere l’altro, senza rendersi antipatico agli occhi dei suoi sostenitori. Il tallone di Achille di Hillary è che accostandosi troppo al presidente in carica non accontenta quegli elettori non entusiasti che chiedono un cambiamento a Washington – sono tanti, anche in America la stanchezza con il business as usual è forte ed ha prodotto la rivolta Obama, quella del Tea Party e ora Trump nelle primarie repubblicane.

A due settimane dal voto, ora pesa la macchina sul territorio: 8 anni fa Hillary venne battuta da Obama proprio grazie a quella. Oggi la campagna Sanders ha dalla sua un entusiasmo simile a quello che contraddistinse la cavalcata vincente dell’attuale presidente. Ma è difficile pensare che, dopo essere rimasta scottata una volta, Hillary non abbia preso delle contromisure.

@minomazz

Oxfam: nel 2015 la ricchezza dell’1% ha superato quella di tutti gli altri

Potenza della lobby finanziaria e paradisi fiscali non conoscono arretramenti. O almeno questo è quanto si evince dai dati raccolti da Oxfam in un nuovo rapporto dal titolo Economy for the 1% (l’economia dell’1%). Utilizzando i dati di Credit Suisse ed elaborandoli, la organizzazione internazionale sostiene che nell’anno appena finito, l’1% più ricco supera tutti gli altri in quanto a ricchezza accumulata. E 62 persone detengono la ricchezza del 50% più povero del pianeta.

Si tratta di notizie note, ma quel che Oxfam segnala è la tendenza preoccupante: dal 2010 a oggi, infatti la ricchezza dei più ricchi è aumentata del 44%, mentre quelle del resto dle mondo è rimasta ferma. Nel 2010 per raggiungere la somma accumulata dalla metà più povera ci volevano 388, ovvero la ricchezza è più concentrata che mai.

Come cresce la ricchezza dei più ricchi mentre gli altri stanno fermi

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(La linea verde rapresenta l’andamento della ricchezza del 50% più povero del pianeta, quella viola la ricchezza dei 62 più ricchi del pianeta – Oxfam)


Il paradosso è che la ricchezza dei super-ricchi, diffusa, nascosta in paradisi fiscali e gestita in maniera tale da fare almeno in parte perdere le proprie tracce, è difficle da rintracciare. E anche Credit Suisse, che se ne intende, sostiene che è probabile che le stime sui più ricchi tra i ricchi siano al ribasso.

Nel 2010 per trasportare i più ricchi tra i ricchi serviva un grande aereo, scherza Oxfam. Oggi basta un autobus e presto un camper

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L’organizzazione internazionale usa il rapporto per lanciare una campagna contro i paradisi fiscali ricordandoci come un’economia tanto diseguale non sia funzionale nemmeno al buon funzionamento del capitalismo così come lo conosciamo. Una cosa che avevamo capito ma che continua a lasciare è che la crisi del 2008 e tutte le successiva hanno accenutato tutti i fenomeni di concentrazione, non solo e non tanto perché la ricchezza dei meno ricchi è diminuita ma per quella dei super-ricchi è cresciuta come se niente fosse.

 [social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/minomazz” target=”on” ][/social_link] @minomazz

Gratteri: quando la feccia ti schizza i figli

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Se i casi della vita ti portano a subire un regime di sicurezza nella vita privata e nel lavoro, al di là delle commerciabili sfumature di paura, ti coglie un inevitabile senso di colpa. Succede ai padri e alle madri che hanno scelto di contrapporsi alla violenza mafiosa (con la legge, con lo studio o con la penna) e che sanno bene quanto una scelta personale ricada sulle persone più vicine. E più ci si ritrova vicini ad una persona finita sotto scorta e più se ne paga il prezzo. E il senso di colpa ha la forma di una domanda: “quanto è giusto che una scelta condizioni così pesantemente la mia famiglia?”.

Antonio Ingroia un giorno raccontò un episodio significativo: sul pianerottolo di casa lui e suo figlio decisero di prendere l’ascensore per scendere al piano terra. La scorta fece cenno che lo avrebbe aspettato all’uscita e si ritrovarono in due, solo in due, lui e il figlio, nell’angusto ascensore eccezionalmente fuori dalle mura di casa e soli, guardandosi in faccia, senza armi e carabinieri. Dice Antonio che suo figlio ebbe quasi un moto di imbarazzo, disabituato com’era a quella intimità un esterno, e a lui venne una gran voglia di abbracciarlo.

Una delle immagini che non riuscirò mai a togliermi dalla testa è la delusione dei miei figli mentre speravano che fosse finito tutto per il meglio e che davvero sarei salito in auto con loro. Speravano fino all’ultimo centimetro e solo quando la divisione diventava certa mi lanciavano un cenno con la mano, qualcosa che era in mezzo tra un saluto e un “sarà per la prossima volta”.

Non ci sono metafore o aggettivi per raccontare il senso di uno schizzo di minaccia che ieri è arrivato al figlio di Gratteri che alla lotta alla ‘ndrangheta sta dedicando una vita intera e anche un pezzo di famiglia. Non ci sono giudizi di buon senso, discussioni accorate o appelli da sottoscrivere: sta tutto nel modo in cui la violenza sancisce i tempi (stonati e contro tempo) di una vita che naturalmente nessuno avrebbe immaginato che potesse svolgersi così. Tra armi e armati, affetti sezionati, spazi recintati e l’inquietudine di un senso di colpa che costa carissimo. Per Gratteri ora ancora un po’ più appuntito.

Se non siete tipi da Family Day né Bagnasco, ecco le piazze a favore della legge sulle unioni civili

Si avvicina l’arrivo in aula al Senato della legge Cirinnà sulle unioni civili, e ogni giorno da qui al 28 gennaio (quando dovrebbe entrare nel vivo la discussione parlamentare) avrà la sua dichiarazione. La settimana è cominciata, ad esempio, con il Cardinal Bagnasco. Che per opporsi alla legge sfodera il più classico degli argomenti: «Ci sono diverse considerazioni da fare ma la più importante», dice, «è che mi sembra una grande distrazione da parte del Parlamento rispetto ai veri problemi dell’Italia: creare posti di lavoro, dare sicurezza sociale, ristabilire il welfare». Il parlamento negli ultimi mesi ha in realtà approvato in velocità una riforma del mercato del lavoro e – quasi – una riforma della Costituzione, oltre che ovviamente la manovra finanziaria. Ma niente. Bagnasco, dopo aver detto che nulla deve insediare la famiglia, sceglie un classico intramontabile: «I problemi sono altri».

Giornalisticamente le parole del cardinale sono però interessanti, e non solo per far polemica: nei giorni scorsi, infatti, sembrava che la Cei dovesse disconoscere o almeno disinteressarsi della piazza convocata contro la legge Cirinnà, del Famili day. Oggi non pare sia così.

Entrando nei giorni clou, questo è comunque un post di servizio. Perché se a Roma (Cei o non Cei) ci sarà il Family day, anche chi sostiene la legge sulle Unioni potrà scendere in piazza, marcando la distanza dai movimenti cattolici che sostengono il fronte parlamentare che vorrebbe la modifica della legge con lo stralcio della stepchild adoption, l’adozione del figlio del partner.

Alcune contro manifestazioni sono state convocate per rispondere all’offensiva contro la legge. Il 23 gennaio è la giornata scelta per una mobilitazione nazionale. Questo è l’elenco delle maggiori piazze dove ci si potrà incontrare.

Sempre che non preferiate andare in piazza con Mario Adinolfi e Bagnasco.

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ALBA: 23 gennaio, ore 16.00, via Vittorio Emanuele
ALESSANDRIA: 23 gennaio ore 16.00, piazzetta Della Lega
ANCONA: 23 gennaio ore 16.30, piazza da definire
ANDRIA (BAT): 23 gennaio ore 18.30, Viale Crispi
AOSTA: 23 gennaio ore 15.00, Piazza Émile Chanoux
AREZZO: 23 gennaio ore 15.30, Piazza San Jacopo
ASTI: 23 gennaio ore 10.30, Piazza S.Secondo
BARI: 23 gennaio ore 16.30 piazza del ferrarese
BENEVENTO, 23 gennaio ore 17.30, Prefettura
BERGAMO: 23 gennaio ore 14.30, Stazione
BRESCIA: 23 gennaio ore 15.00, piazza del Mercato
BOLOGNA: 23 gennaio ore 16.00, piazza Nettuno
BOLZANO: 23 gennaio ore 15.00, Piazza Municipio
CAGLIARI: 23 gennaio ore 16, piazza Costituzione
CALTANISSETTA: 23 gennaio ore 18.00, piazza Falcone e Borsellino
CASERTA, 23 gennaio ore 17.30, piazza da definire
CASTELLANA GROTTE (BA): ore 9.00, piazza Garibaldi
CATANIA: 23 gennaio, ore 18.30 Piazza Stesicoro
CESENA: 23 gennaio, ore 15.30, Corteo da piazza Guidazzi (teatro Bonci)
CHIETI: 23 gennaio, ore 15.00 largo Martiri della Libertà
COSENZA: 23 gennaio ore 11, piazza XI Settembre
CREMONA: 23 gennaio ore 15.30, piazza Roma (zona Pagoda)
CUNEO: 23 gennaio ore 16.00, via Roma
FERRARA: 23 gennaio ore 16.00, piazza Municipale
FIRENZE: 23 gennaio ore 15, piazza della Repubblica
FOGGIA: 23 gennaio ore 17.00, Corso Vittorio Emanuele
GENOVA: 23 gennaio ore 15.00, corteo da piazza della Meridiana
GORIZIA, 23 gennaio ore 11.00, piazza Vittoria.
GROSSETO: 23 gennaio ore 17.00, Piazza San Francesco
L’AQUILA: 23 gennaio ore 15:00, Fontana Luminosa
LA SPEZIA: 23 gennaio ore 17.00, Piazza Garibaldi
LECCE; 23 gennaio, ore 18, Piazza sant’Oronzo
LIVORNO: 23 gennaio, ore 15.00, Corteo da Piazza Attias fino a Piazza del Municipio.
LONDRA (UK): 23 gennaio, ore 15.00 Ambasciata d’Italia
LUCCA: 23 gennaio, ore 16.00, piazza da definire
MANTOVA: 23 Gennaio ore 17.00, Piazza Mantegna
MASSA: sabato 23, ore 16.00, Piazza Mercato
MILANO, 23 gennaio ore 14.30, piazza della Scala
MODENA, 23 gennaio ore 15.00, piazza Mazzini.
NAPOLI: 23 gennaio ore16.30, corteo da piazza Carità a piazza Plebiscito
NOVARA: 23 gennaio, ore 15.30, piazza Martiri
PADOVA: 23 gennaio ore 16.00, via VIII Febbraio
PALERMO: 23 gennaio ore 16.30, piazza Verdi (teatro Massimo)
PARMA: 23 gennaio ore 16:00, Piazza Garibaldi
PAVIA, 23 gennaio ore 15.30, piazza Della Vittoria
PERUGIA: 23 gennaio ore 15.30, Piazza Italia
PESCARA: 23 gennaio ore 16.00, Piazza Salotto
PIACENZA: 23 gennaio ore 15.00, piazza Duomo
PISTOIA: 23 gennaio, ore 17.00, Piazza Gavinana
POTENZA: 23 gennaio ore 17.00, corteo da P.zza Mario Pagano a P.zza Sedile
RAGUSA:23 gennaio ore 18.00, piazza San Giovanni
REGGIO CALABRIA: 23 gennaio ore 18, Corso Garibaldi
REGGIO EMILIA: 23 gennaio ore 16, piazza Martiri del 7 Luglio
ROMA: 23 gennaio ore 15 di fronte al Pantheon (Piazza della Rotonda)
SANREMO: 23 gennaio, ore 15.00, Via Escoffier angolo C.so Matteotti
SASSARI 23 gennaio, ore 17.00, piazza d’Italia
SAVONA: 23 gennaio, ore 16.00, Piazza Sisto IV
SIRACUSA: 23 gennaio ore 21, Largo 25 Luglio (tempio di Apollo)
TARANTO: 23 gennaio ore 20, piazza Maria Immacolata
TORINO: 23 gennaio ore 15.30, piazza Carignano
TRENTO: 23 gennaio ore 16.00, piazza Dante
TRIESTE, 23 gennaio ore 15.00, piazza Unità d’Italia.
UDINE: 23 gennaio ore 15, Piazza San Giacomo
VARESE: 23 gennaio, ore 15.00, piazza Monte Grappa.
VENEZIA: 23 gennaio ore 16.30, Campo Santa Margherita
VERBANIA: 23 gennaio ore 10, piazza Ranzoni
VERCELLI: 23 gennaio ore 15:00, piazza Cavour
VERONA: 23 gennaio ore 15.00, piazza Bra
VIAREGGIO: 23 gennaio ore 16.00, piazza Mazzini
VICENZA: 23 gennaio ore 16.00, Pizza dei Signori.
VITERBO: 23 gennaio ore 18,30, piazza del Plebiscito

In più, nei giorni di discussione della legge. A Roma ci sarà un presidio permanente.
Dal 28 gennaio alle 16:00 al 30 gennaio alle 14:00, a piazza delle cinque lune, non lontano dal Senato.

Ri-scatti, Italia melting pot. Attraverso lo sguardo di artisti immigrati

L’immigrazione è una risorsa importante per il Paese. Non solo da un punto di vista economico. Ma soprattutto culturale. Basta pensare alla letteratura italiana e a quanto si è arricchita grazie al talento di scrittori provenienti da altri Paesi e che hanno scelto di scrivere in italiano, innervandolo di nuovi accenti, espressioni, modi nuovi di usare  la lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio (vedi, per esempio, la nuova edizione di Scrittori e popolo di Asor Rosa edita da Einaudi).  Molto interessante è anche lo sguardo con cui gli immigrati in Italia raccontano il Paese attraverso la fotografia. Per fare emergere nuovi talenti in  questo ambito è nata la rassegna Ri-Scatti aperta  dal 16 al 27 gennaio al Pac di Milano. «È un modo nuovo di incontrare le esigenze dei soggetti socialmente più fragili che vivono nella nostra città, coinvolgendoli in un percorso di riconquista dell’autonomia che diventa racconto di sé e attraverso le immagini», sottolineano gli assessori milanesi Pierfrancesco Majorino e Filippo Del Corno, presentando l’iniziativa.

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«L’immigrazione viene troppo spesso rappresentata come disagio sociale più che come risorsa in un Paese», dice Federica Balestrieri, presidente Riscatti Onlus. Ma la realtà è un’altra. «5 milioni di stranieri pari all’8,3 per cento della popolazione, producono l’8’8 per cento del Pil e denunciano al fisco 45,6 miliardi di euro l’anno». L’obiettivo di Ri-Scatti onlus è trasformare l’immagine che abbiamo degli immigrati, gravemente annebbiata dal pregiudizio.

«E’ importante riscattare il concetto di immigrazione in un momento storico molto delicato e rafforzare l’idea di integrazione come unica via per la pace e l’arricchimento umano e culturale dei popoli», ha sottolineato Balestrieri parlando della nuova edizione della mostra milanese, patrocinata dal Comune di Milano. Ma veniamo a ciò si può vedere al Pac dove la mostra è ad ingresso gratuito.

Ri-scatti presenta un ampio ventaglio di lavori  realizzati da immigrati selezionati e valutati da una giuria di cui fanno parte fra gli altri, Marco Pinna, photo editor di National Geographic, Aldo Mendichi, coordinatore Festival della Fotografia Etica, Fabio Castelli, direttore e fondatore di Mia Fair, Alessia Glaviano, Senior Photo editor di Vogue Italia e Uomo Vogue e molti altri. La giuria ha scelto i primi 3 classificati in base al “percorso” fotografico: «non è il singolo scatto ad essere stato analizzato e valutato dai membri della giuria, ma il ciclo di foto prodotte dai partecipanti, lo sguardo d’insieme, il fotoreportage». Il premio per il primo classificato Marvin Nolasco, di nazionalità filippina è di 1.500 euro; 700 euro per il secondo Analia Pierini, argentina; 500 euro per il terzo Radua Shahat , egiziana. Dalla redazione di Left un caldo invito a  visitare la mostra.

@simonamaggiorel

Primavera araba, l’ultima isola

epa05063942 The winners of the 2015 Nobel Prize, Tunisian National Dialouge Quartet members, (L-R) President of the National Order of Tunisian Lawyers Fadhel Mahfoudh, the Secretary General of the Tunisian General Labour Union Houcine Abbassi, President of the Tunisian Human Rights League Abdessatar Ben Moussa and the President of the Tunisian Confederation of Industry, Trade and Handicrafts, Wided Bouchamaoui watch a torch parade from the balcony of the Grand Hotel in Oslo, Norway, 10 December 2015. The Tunisian National Dialogue Quartet was awarded the 2015 Nobel Peace Prize for its decisive contribution to the building of a pluralistic democracy in Tunisia in the wake of the Jasmine Revolution of 2011. EPA/HAKON MOSVOLD LARSEN NORWAY OUT

Avenue Bourguiba è blindata, l’aria è tesa, polizia e militari sono disposti lungo il viale a gruppi da sette, a cento metri gli uni dagli altri. Il ministero dell’Interno e l’ambasciata francese sono protetti da barriere di filo spinato, carri armati e postazioni di tiro dei cecchini. Ogni obiettivo sensibile – il teatro municipale, la cattedrale cristiana, i grandi alberghi e i ristoranti del lungo viale – è presidiato da uomini in divisa, armati con giubbotti antiproiettile consumati e vecchi steyr aug 1, fucili d’assalto di fabbricazione austriaca. In questo silenzio surreale si svolge la vigilia di Capodanno, con i ristoranti aperti e molti camerieri in piedi a vegliare tavoli vuoti. Il coprifuoco non è l’eccezionale sicurezza per l’ultimo dell’anno. Ogni sera, entro le sette, le attività commerciali si spengono e il viale centrale si svuota completamente, restando militarizzato. Avenue Bourguiba è la strada principale della capitale. La via più ricca della Tunisia e il teatro della rivoluzione del 2011. Il 24 novembre scorso, appena dietro questo viale, un kamikaze si è fatto esplodere dentro un bus provocando la morte di dodici uomini della guardia presidenziale.
Sono passati quasi quattro anni dalla fuga di Ben Ali in Arabia Saudita il 14 gennaio 2011 e la Tunisia è oggi considerata l’unico Paese stabilizzato dopo le Primavere arabe che hanno scosso il Nord Africa e il Medio Oriente. Protagonisti della mediazione sono stati da un lato i partiti politici, con la novità dell’ingresso del partito islamico Harakat al-Nahda (Movimento della rinascita) nel processo istituzionale, dall’altro il “Quartetto per il dialogo nazionale” composto da quattro organizzazioni che rappresentano la società civile. A queste è stato assegnato il premio Nobel per la Pace 2015 per il lavoro svolto a sostegno dell’Assemblea Costituente. Nei giorni successivi a Capodanno, li abbiamo incontrati nei loro uffici di Tunisi, per chiedergli del futuro del Paese.
«Io ho la mia lettura sul Nobel che abbiamo preso», spiega Fadhel Mahfoudh, presidente dell’Ordine degli avvocati e membro del Quartetto. «Il Nobel è certamente l’incoraggiamento di un processo democratico, un bel messaggio, ma questo premio non è tra le priorità del popolo tunisino. I cittadini hanno altri problemi, economici e sociali, sono fieri del riconoscimento, ma non riescono a festeggiare in un momento come questo». Secondo un report della Banca mondiale del 2014, il sistema economico esistente sotto Ben Ali non è sostanzialmente cambiato, anzi la crisi con gli anni si è aggravata e settori strategici dell’economia sono rimasti concentrati nelle mani di élite francofone che sorvegliano ogni tentativo reale di liberalizzazione.
Tra le viuzze di sassi della medina di Tunisi, la città vecchia, si ha l’impressione di un Paese impoverito dove si alternano affascinanti edifici antichi a palazzi sventrati, come colpiti da bombe. In un ostello ottocentesco interamente ricoperto di variopinte piastrelle tradizionali, lavorano due ragazzi ventenni: «Dopo la rivoluzione non è cambiato niente, al governo ci sono sempre gli stessi. Noi nei giorni della rivoluzione siamo stati in piazza a rischiare tutto, compresa la vita, ma a cosa serve la libertà se non c’è lavoro, soldi, cultura? Siamo giovani: se non vedremo futuro, faremo un’altra rivoluzione». In un Paese dove il 55% della popolazione con meno di 30 anni, soprattutto i più istruiti, non trova lavoro, aumenta la disaffezione dei giovani verso il sistema e la classe politica.
«Non si possono esercitare le libertà formali senza lavoro», dice Abdessattar Ben Moussa, rappresentate per i diritti umani e anch’egli premio Nobel. «La Tunisia, rispetto ad altri Paesi nordafricani aveva una classe media. Prima erano in molti ad appartenere a questa classe, tra avvocati e medici. Oggi anche loro sono diventati classe povera. È vero, abbiamo fatto la transizione democratica, ma ora serve la transizione economica: se non c’è quella, la democrazia resta fragile».


 

Continua sul n. 3 di Left in edicola dal 16 gennaio 2016

 

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