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La doppia faccia di Erdogan. L’analisi di Charles King , autore di Mezzanotte a Istanbul

Greci, armeni e altri gruppi di popolazione non musulmana, insieme, costituivano il 56 per cento dell’intera popolazione in Turchia prima della prima guerra mondiale. Massacri e deportazioni li ridussero al 35 per cento alla fine degli anni Venti. Lo scrittore e docente di relazioni internazionali Charles King ricostruisce questo drammatico passaggio storico da un punto di vista speciale: dalle sale di uno storico albergo di Istanbul, il Pera Palace. Dove la leggenda vuole che Agatha Christie abbia scritto Assassinio sull’Orient Express.

Punto di approdo di viaggiatori e scrittori in transito fra Oriente e Occidente, il Pera Palace fu comprato nel 1919 da un industriale del rum, di origini greche, e poi espropriato dallo Stato nel 1923. King lo racconta in Mezzanotte a Istanbul. Dal crollo dell’impero alla nascita della Turchia moderna (Einaudi) un libro che ripercorre importanti pagine di storia del Novecento e che, al tempo stesso, permette di capire molto della Istanbul di oggi.

Professor King ci sono dei nessi fra la storia di Istanbul agli inizi del Novecento e quanto sta accadendo oggi?

Ci sono molte assonanze e similitudini fra i primi anni della Repubblica turca e oggi. L’attuale governo turco, per quanto sia guidato da un partito politico musulmano è erede di una lunga tradizione nazionalista. Quasi tutti i governi turchi, a prescindere dal loro orientamento, hanno sempre visto con preoccupazione il dissenso interno e la prospettiva che un’identità alternativa- armena, greca, curda, alevita – possa sfidare lo Stato. Gran parte del linguaggio politico turco che sentiamo oggi ha radici negli anni Venti. Si accusano le minoranze di avere appoggi esterni e di essere eterodirette. Si stigmatizzano gli intellettuali definendoli in balia di subdole minoranze. Si paventano oscuri complotti politici all’interno di istituzioni dello Stato dicendo che vanno subito sradicati. È una delle costanti nella politica turca nel corso dell’ultimo secolo.

MezzaDalle pagine di Mezzanotte a Istanbul traspare anche una lunga storia di coesistenza fra differenti culture a Istanbul. Ma ora il multiculturalismo viene attaccato dai fondamentalisti e anche dal governo di Erdogan?

Il governo Erdogan presenta una doppia faccia. Dobbiamo ammettere che ha fatto più di qualsiasi altro governo turco dal 1923 a oggi per far rivivere le radici multiculturali della città. E oggi possiamo parlare di molte questioni, dal genocidio armeno alla storia dei greci di Istanbul. Sarebbe stato proibito nel 1990 o prima. Il divieto valeva anche per la questione curda fino a tempi relativamente recenti. Poi, dopo il boom economico, vedendo minacciata la propria sicurezza, il governo Erdogan si è chiuso. E ha cominciato ad additare i curdi come traditori minacciando gli intellettuali turchi che ne sostengono i diritti. Questo governo finisce per cadere negli stessi errori di quelli precedenti (che erano anche più laici), ricalcandone il comportamento. Di fatto Erdogan ha usato una relativa apertura riguardo alla storia e alla cultura come un modo per cementare il proprio autoritarismo.

Che cosa legge dietro l’attacco kamikaze che ha ucciso dieci persone a Sultanahmet?

Purtroppo l’attacco Sultanahmet non era il primo attentato suicida in Turchia, o a Istanbul. Quello del 12 gennaio però, ha colpito il cuore della città e il turismo. La tragica morte di visitatori tedeschi e di altre nazionalità temo getterà un terribile ombra sopra la città negli anni a venire.

Molti accademici sono stati sospesi dall’università per aver espresso le proprie opinioni sull’intervento del governo in Anatolia. Intanto il direttore di Cuhmuriyet Can Dundar e il caporedattore Erdem Gul sono ancora in prigione per aver pubblicato un’inchiesta su un traffico di camion fra Turchia e Siria. Cosa sta accadendo in Turchia riguardo alla libertà di espressione?

Le linee di tendenza generale in Turchia purtroppo vanno tutte nella direzione sbagliata. Erdogan ha sistematicamente attaccato i giornalisti, e ora sembra non avere remore a calpestare principi condivisi dalla classe intellettuale turca. Per giunta sembra ricevere un notevole sostegno politico nel compiere simili azioni. Il che la dice lunga sulla drammatica direzione che la Turchia sta prendendo. L’atmosfera nel Paese oggi è assai più cupa e pessimista rispetto al passato come ho potuto verificare nel corso di molti, molti anni.

La retata di docenti universitari è avvenuta perché hanno firmato un appello che critica il governo e le operazione anti terroristiche nel sud est dell’Anatolia, come giudica le reazioni dell’opinione pubblica internazionale? Si aspettava una presa di posizione più forte?

Io penso che gli amici della Turchia dovrebbero essere molto chiari: quello che vediamo non è il comportamento di un alleato della Nato. Ma ecco la questione difficile: ci sono i governi in Europa, a cominciare dalla Polonia e dall’Ungheria, che si comportano in modi analoghi alla Turchia riguardo alla libertà di parola e alla responsabilità di governo. Vedo dunque la situazione come parte di un problema più generale di indebolimento della democrazia in tutta Europa, non come qualcosa che è unicamente turco.

@simonamaggiorel

Chi è

Charles King
Charles King

Autore di molti libri sull’Europa orientale Charles King insegna International Affairs alla Georgetown University, a Washington. In Italia sono usciti la sua Storia del mar Nero ( Donzelli,2005) Odessa. Splendore e tragedia di una città da sogno (Einaudi, 2013) e Il miraggio della libertà. Storia del Caucaso (Einaudi, 2014)

Perché il sostegno di Sarah Palin in Iowa è importante per Trump

Former Alaska Gov. Sarah Palin, left, endorses Republican presidential candidate Donald Trump during a rally at the Iowa State University, Tuesday, Jan. 19, 2016, in Ames, Iowa. (AP Photo/Mary Altaffer)

«È uno che viene dal settore privato, e nel settore privato i bilanci bisogna tenerli in ordine. capace…È uno capace di comandare e licenziare (che però si dice “fire”, che significa anche sparare). È un comandante in capo! Siete pronti per il comandante in capo che andrà a prendere a calci in culo l’ISIS? Uno che chiuderà i confini per proteggere i nostri posti di lavoro?». In sintesi l’intervento di Sarah Palin al comizio di Donald Trump in Iowa è questo. Ed è molto, per il miliardario newyorchese: l’endorsement dell’ex governatrice dell’Alaska, campionessa conservatrice dei joe six pack e delle hockey mums – il lavoratore che compra il pacco da sei lattine di birra al sabato e della mamma che accompagna i figli a fare sport – può essere importante.

Palin ha tre caratteristiche che possono dare una mano a Trump a fare un ottimo risultato in Iowa. Primo, è un personaggio simile a lui,  un outsider: per quanto sia una politica (lo sia stata) è riuscita a mantenere un’aura di distanza da Washington e da quello che una parte crescente degli americani considera essere un luogo corrotto e marcio – il successo dell’outsider Bernie Sanders in campo democratico ci dice che è una sensazione diffusa.

Secondo, è una celebrity come lui, ma è donna e molto conservatrice, caratteristica che difetta a Trump, che sui temi etico-religiosi è debole: non a caso in Iowa dove l’elettorato del partito repubblicano è anche molto evangelico, è in vantaggio il senatore del Texas, Ted Cruz, che probabilmente vincerà lo Stato grazie all’organizzazione dei religiosi. Trump però può guadagnare, motivare il suo pubblico, fatto di persone poco avvezze alla politica e alla partecipazione alle primarie – la grande incognita è proprio: quanti di quelli a cui piace il miliardario andranno davvero ai seggi delle primarie?

Terzo, è la figura più popolare e importante del partito repubblicano ad aver scelto di appoggiare Donald: è un segnale, per quanto marginale, di una potenziale coalizione dentro il partito, decisa a farla finita con il business as usual. Palin è stata marginalizzata dalla cupola del partito, si è messa in imbarazzo mille volte, ma è rimasta nei cuori dei militanti del Tea Party, che già vedevano in Trump un potenziale campione. Il sostegno di Palin, in Iowa, dove contano le centinaia di voti raccolti e dove Sarah ha una rete fitta di contatti, è potenzialmente un grande aiuto. Non è detto che lo sia nazionalmente, ma l’Iowa pesa: è il primo Stato dove si vota e nel secondo, il New Hampshire, Trump è in netto vantaggio.

Ma che fina ha fatto Sarah Palin da quando fu scelta dall’establishment repubblicano per fare da vice a John McCain nella corsa per la Casa Bianca nel 2008? Per almeno due anni è rimasta la campionessa unica di un partito repubblicano distrutto da una schiacciante vittoria Obama. Lei, assieme a pochi altri, è quella che ha rappresentato la faccia della rivolta della parte marginalizzata del partito perché imbarazzante e impresentabile, ma al contempo corteggiata e fondamentale a vincere le elezioni. Palin è una delle facce del Tea Party anti Stato, anti tasse, anti Washington, che a giudicare dalla forza di Trump nei sondaggi, è oggi la base sociale del partito repubblicano: lavoratori bianchi e pensionati che votano contro i loro interessi.

Fino al 2012 ha seriamente pensato di correre per la Casa Bianca, ma una serie di scandali riemersi dai tempi di quando era governatore (spese eccessive, abuso di potere) e le uscite fuori luogo su una serie di temi e un po’ di gogna mediatica l’hanno fatta desistere. Negli anni ha condotto una serial Tv in cui si aggirava con la famiglia per le nevi dell’Alaska cacciando, nel quale mostrava quanto fosse tosta, ha scritto libri e fatto la ospite negli show Radio e Tv conservatori, firmato un contratto da un milione di dollari con l’all news conservatore FoxNews, venduto milioni di libri (Going Rogue, la sua autobiografia ha venduto tre milioni). E coltivato una rete. Le uscite sballate, come quella in cui per difendersi dalle accuse di non capire di politica estera disse: «Ma come? Io vedo la Russia dalla finestra di casa», non le sono costate. Oggi è una celebrity del mondo conservatore che sa parlare al popolo bianco e un po’ marginale d’America. Quello che sente che il Paese è in mano a una banda di gay, neri, messicani e studenti sinistrorsi di New York e San Francisco intenzionati a distruggere i valori fondanti dell’America: la religione, il fucile e il libero mercato senza Stato. Che quelli siano davvero i valori fondanti o meno è un altro paio di maniche: la crisi economica e dieci anni di propaganda repubblicana e conservatrice hanno creato un senso comune nella destra che fa immaginare un passato che non esiste.

Lo stesso passato a cui si riferisce Trump nel suo slogan: «Make America great again», torna a far grande l’America. Per questo lui e Palin vanno tanto bene assieme. E per il fatto che non hanno il problema della coerenza e della plausibilità delle loro dichiarazioni. Come ha dimostrato l’ascesa di Trump, c’è un pezzo di società americana (ma succede anche in Europa) che se ne infischia del buon senso. Vuole sentir dire certe cose, per quanto improbabili. Trump e Palin sono lì a dirle per loro.

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Ma che ce frega de li gay

Osservate: quando si tratta di punire, l’Italia diventa un paese solido, unito, affamato come un branco di lupi dopo settimane di dieta forzata. La sindrome dell’untore lenisce gli affanni quotidiani e gratifica quell’angolo dello stomaco alla ricerca di qualcuno che sia sempre più colpevole di noi.

I dipendenti pubblici? Fannulloni! I politici? Casta! I calciatori? Strapagati! I giornalisti? Servi! Juventini? Ladri! Tedeschi? Tedeschi! L’Europa? Austeri! Il Sindaco? Città sporca! I clandestini? Clandestini! I rifugiati? Clandestini! I bambini scappati dalle guerre? Clandestini!

E così via in una sequela che si ripete tutti i giorni molto simile a se stessa come se la specie umana (italiota in particolare) abbia coniato nel corso degli anni e dei pregiudizi un mantra al contrario per raggiungere il punto più basso della competenza, della consapevolezza e della socialità. Una pratica che ha reso molti di noi politeisti, divisi tra il proprio dio di ogni di noi e un nuovo dio, quello della lagna, che torna utile per cominciare la giornata. “Trovati un nemico e la tua giornata avrà un senso” è il comandamento mattutino dei nuovi feroci che abitano le nostre giornate. Feroci codardi, ovviamente: l’importante è che il nostro nemico sia lontano da noi, che non condizioni il nostro quotidiano e che non svolga una funzione o un mestiere di qualcuno in famiglia.

Così, tutti iscritti alla palestra del lamento, ci lanciamo nel quotidiano con la parvenza di chi è pronto a iscriversi ad ogni battaglia. E invece no. Sulla questione delle unioni civili e dei diritti degli altri si registra un certo balbettio, come una timidezza così stonata in tutto questo fracasso. Nè a favore e né contrari. Quando si parla della legge Cirinnà al massimo si riesce a sciorinare i safari sessuali di questo o quel politico ma sul tema, concretamente, nulla. I diritti civili delle persone che si amano tra loro indipendentemente dal loro sesso non interessano. Ma che ce frega. Che è il modo migliore per lasciare il campo ai clericali, gli ipocriti, gli ignoranti e i tromboni. Come siamo noi spesso su qualsiasi argomento. Tranne che questo.

Ettore Scola, il cinema è divertimento? Solo se hai qualcosa da dire

Ettore Scola, Marcello Mastroianni e Massimo Troisi

Se ne è andato Ettore Scola grande maestro della commedia all’italiana, che con film come C’eravamo tanto amati (1974) e altri titoli nati dalla collaborazione con Ruggero Maccari, Age e Scarpelli, ha avuto la capacità di affrescare con precisione gli ambienti storici e sociali. Anche grazie alla sua capacità di entrare in rapporto vero con gli attori, il cinema di Scola è riuscito a uscire dal cinema di genere, per diventare cinema di rango europeo, andando ben oltre i limiti della commedia. Basta pensare a film come Ballando ballando (1983) con cui si aggiudicò una César per la regia, uno speciale Orso d’argento al Festival di Berlino, oltre a una nomination all’Oscar come miglior film straniero. Nella sua lunga carriera di premi Scola ne ha accumulati molti, al Festival di Cannes nel 1976 per la migliore regia di Brutti, sporchi e cattivi e poi nel 1977 con  C’eravamo tanto amati  nell’80 con Gasmann e Manfredi con La terrazza  e una Una giornata particolare.

Ettore Scola si era fatto le ossa come regista lavorando al fianco di Antonio Pietrangeli per il film Nata di marzo (1958) e  il drammatico Adua e le compagne (1960).  La sua prima regia fu Se permettete parliamo di donne (1964), affinando la propria arte del ritratto femminile in film come Io la conoscevo bene (1965). Accanto al cinema più comico con Alberto Sordi, Scola non ha mai trascurato l’impegno, anche con film militanti come  Trevico-Torino, viaggio nel Fiat-Nam (1973) e poi partecipando  al film collettivo L’addio a Enrico Berlinguer (1984) e ancora nel 2001 con un altro importante film collettivo, Un altro mondo è possibile, sui fatti avvenuti durante il G8 di Genova.
Dicevamo della sua capacità di dirigeri attori che poi sono diventati un simbolo di una certa Italia e una certa epoca. È questo il caso di Marcello Mastroianni, con il quale nel 1970 Scola diresse  Dramma della gelosia che giocava su un registro comico grottesco.

Una chiave di buffo iperealismo caratterizzava anche Brutti, sporchi e cattivi, spaccato di vita di un gruppo di immigrati meridionali in una borgata romana interpretato da Nino Manfredi. Nel film Permette? Rocco Papaleo (1971), tratteggiava un graffiante ritratto della ricca società americana, mentre in Una giornata particolare, grazie a due icone come Mastroianni e la Loren raccontava la storia di un’amicizia  tra una casalinga e un omosessuale antifascista ambientata nel giorno della visita di A. Hitler a Roma nel 1938. Un film che quest’anno conoscerà una trasposizione teatrale a fine stagione grazie a Giulio Scarpati. E ancora, il nome di Scola  si lega a quello di Jack Lemmon nel film Maccheroni (1985) e a quello di Massimo Troisi con il quale girò Che ora è? (1989) e Splendor (1989) . Pellicole nelle quali il Maestro costruisce una dimensione intima e psicologica.

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Un tratto sensibile di Scola che emerge in opere come C’eravamo tanto amati e La famiglia , film capaci di raccontare con leggerezza profonde trasformazioni sociali, mettendo a fuoco le illusioni del secondo dopoguerra e l’inferno della famiglia borghese. Temi che riemergono come indagine degli incontri-scontri di più generazioni, anche in anni più recenti con film come  La cena (1998). Non sensa una vena di humour nero, che diventa caustica critica sociale in  Concorrenza sleale (2001), pellicola che resituisce il clima cinico e a tratti disperato dell’Italia contemporanea in una oscura storia di crimini familiari. Di Scola è anche il ritratto di un altro grande del Cinema, Fellini, raccontato nel 2013 in Che strano chiamarsi Federico.

«Il cinema è divertimento? Si può anche scherzare e ridere – diceva Ettore Scola – ma bisogna avere qualcosa da dire. Il cinema è un po’ come un faretto che può illuminare ceri argomenti, anche scomodi».

Le foto di Ettore Scola e Federico Fellini

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Al cinema arriva “Il figlio di Saul” e ci porta dentro la fabbrica dell’orrore

il figlio di saul olocausto

Si può rappresentare l’orrore al cinema? Il regista ungherese László Nemes con il film Saul fia (Il figlio di Saul) ci è riuscito. L’orrore è la perdita dell’umanità, che muta gli uomini in “macchine”, costretti per giorni e giorni a sollevare cadaveri, ormai diventati “pezzi”, e a farli ingoiare dai forni crematori per poi disperderne le ceneri nell’acqua, affinché non rimanga più una traccia. La cinepresa, fissa sugli occhi vitrei e sul volto immobile di Saul Ausländer che si muove in spazi claustrofobici tra le voci di tante lingue europee, non dà tregua. Saul (Géza Röhrig) fa parte del Sonderkommando, l’unità speciale di ebrei obbligati dai nazisti a compiere lo sterminio di altri ebrei. «Che sensazioni si provano a stare così? Un uomo non può rimanere umano dopo aver cremato centinaia e migliaia di cadaveri in solo poche settimane», si chiedeva ad aprile scorso su Cinematrix László Nemes. Il suo film, nelle sale italiane dal 21 gennaio, già vincitore del gran premio della Giuria a Cannes, il 10 gennaio si è aggiudicato il Golden Globe come miglior film straniero e adesso corre per l’Oscar. Riconoscimenti meritati perché l’opera prima del 38enne regista ungherese irrompe con forza e originalità nella riflessione sull’Olocausto. Non con il distacco asettico della Storia o del documentario fotografico, e nemmeno con «l’impatto sentimentale» come ha ripetuto lo stesso regista dopo aver vinto il Golden Globe. No, dice Nemes, quello del film è «un approccio intellettuale di ricerca». Non un’operazione astratta ma compiuta «a un livello umano», per capire come mai «a un uomo viene tolta l’umanità». Se non si capisce questo, aveva precisato su Cinematrix, «ricadremo sempre nella distruzione e nella guerra». Nemes racconta una manciata di ore vissute come in trance da Saul che tenta di dare sepoltura al corpo di un adolescente che “crede” essere suo figlio, mentre intorno i suoi compagni si affannano in un coraggioso e vano gesto di ribellione. Saul vive in un mondo suo, non riconosce nemmeno la moglie, che lavora nel reparto degli oggetti e dei vestiti dei deportati.
Il figlio di Saul ha scatenato un dibattito vivace: il filosofo francese Didi-Huberman l’ha definito «Un mostro. Un necessario, coerente, benefico e innocente mostro» ed è stato accolto benissimo dal novantenne Claude Lanzmann – autore del documentario Shoah nel 1985 – il quale, aveva dichiarato a proposito del celebre Schindler’s list, che l’Olocausto era irrappresentabile al cinema. Venduto in 60 Paesi, il film in Ungheria ha ottenuto un successo inimmaginabile. «La reazione delle persone è stata straordinaria. Per essere un film d’arte sta raggiungendo i 100mila spettatori, là dove i film di cassetta arrivano a 150-200mila biglietti. Tutti i giornali, di destra e di sinistra, ne hanno parlato bene», racconta al telefono da Budapest Gabor Sipos, uno dei due soci di Laokoon filmgroup che l’ha prodotto. Alla prima a Budapest era presente anche il premio Nobel Imre Kertész, ex deportato ad Auschwitz, «che si è stupito molto», continua Gabor.

Lui, il suo socio Gabor Rajna, ma anche Nemes e il protagonista, il poeta Géza Röhrig, sono tutti quarantenni che vivono in Ungheria o che comunque vi sono nati ed è come se si fossero incontrati su un interesse comune profondo. «Non c’è niente di personale, è una cosa obiettiva. Dell’Olocausto ne abbiamo sentito parlare sempre, i nonni lo hanno raccontato ai figli, i figli ai nipoti. Noi ormai siamo la terza generazione. Abbiamo visto tutti i film sull’argomento. E tutti parlano di eroi sopravvissuti, di amori spezzati dalla guerra, del pianista super famoso, della bambina, della moglie ecc.». Quando László Nemes, al suo primo lungometraggio, si è presentato a Budapest con la sceneggiatura del film scritta insieme alla scrittrice Clara Royer, dopo aver trovato molte porte chiuse in Francia – dove si era trasferito all’età di 12 anni – la reazione è stata immediata. «Quando ho letto la sceneggiatura, mi sono chiesto: ma è un sogno? Io il film lo vedevo, lo capivo. Funzionava già dal primo momento, non so come. Per la drammaturgia, per il pensiero che c’era dietro», dice Sipos ricordando quel primo incontro nel 2012. Due anni per arrivare alle riprese, nel 2014, dopo aver superato «con una bella magia», le difficoltà sui finanziamenti, ottenuti grazie ad un fondo ungherese per il cinema oltre al contributo dell’associazione americana Claims Conference. Ma l’intuizione era giusta. «Finalmente, mi sono detto. Finalmente si parla di quelli che non sono sopravvissuti, di che cosa hanno fatto per trovare il modo di scappare anche se fisicamente non potevano farlo». L’Ungheria deve fare i conti con un passato pesante: 800mila ebrei, di cui 100mila bambini, deportati dai fascisti ungheresi nei campi di concentramento e mai tornati. «Il braccio destro di Mengele era un medico ungherese (Miklòs Nyszli, ndr). Dopo la guerra scrisse un suo diario che è conosciuto nel mondo intellettuale. Ma del Sonderkommando non si sapeva nulla e in Ungheria è come un tabù», continua il produttore che sottolinea come il film, da Budapest a Tokio, colpisca profondamente gli spettatori. «“Era proprio così”, ci hanno detto dei sopravvissuti di Toronto». Gabor Sipos usa la parola “vertigo” per esprimere la sensazione che provoca la visione del film. Ma quelle “macchine” che si muovono per cancellare persone e corpi, pongono domande, come si chiedeva Nemes. Forse, chissà, potrebbero scaturire nuove riflessioni sulle origini del nazismo. Intanto, un’importante traccia, a livello culturale, la troviamo nella ricerca recente che pone alla base del nazismo il pensiero razzista e antisemita di Heidegger come ha evidenziato in un suo saggio Emmanuel Faye (L’introduzione del nazismo nella filosofia, L’asino d’oro).
Nel campo di concentramento, inoltre, colpisce la determinazione di Saul che, pur oppresso dalla disumanità che lo circonda, cerca di dare sepoltura all’adolescente: quasi un estremo tentativo di salvare la dignità umana dall’annullamento totale. E anche qui riecheggia la ricerca sul pensiero che sta a monte del nazismo. Su Left di un anno fa (n. 2 del 2015), ricordiamo, Gianfranco De Simone aveva scritto, a proposito del concetto heideggeriano di essere: «C’erano uomini, gli ebrei, senza mondo, come le pietre, enti materiali». E quindi tali da essere resi inesistenti come denuncia magistralmente il film Il figlio di Saul.
(ha collaborato Francesca Zappacosta)

Oscar solo per bianchi nell’anno di Black Lives Matter. E Spike Lee non ci sta

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Lo scorso 20 settembre l’attrice afroamericana Viola Davis, vincitrice dell’Emmy Awards per il suo ruolo da protagonista nella serie tv How to get away with a murder, ritirando il premio aveva catturato l’attenzione del mondo con il suo discorso parlando di quanto fosse difficile per le attrici di colore, non solo ricevere un premio per le loro performance, ma anche solo ottenere dei ruoli che andassero al di là dei classici stereotipi razziali.

Ciò che separa le donne di colore da tutte le altre sono le opportunità. Non si può vincere un Emmy per ruoli che semplicemente non esistono. Quindi, questo è per tutti gli sceneggiatori, le persone che hanno riscritto la definizione di essere bella, essere sexy, essere una donna protagonista ed essere nera.

Il discorso e la vittoria della Davis sembravano aprire una strada e mostrare che le cose nel mondo dello show business stavano cambiando.
Un sogno però che è durato poco e che, proprio in occasione di un’altra attesissima cerimonia, quella degli Oscar, ci impone un brusco risveglio. Per il secondo anno consecutivo infatti fra i candidati alla prestigiosa statuetta non compare nessun attore o regista di colore. La protesta è dilagata velocemente su Twitter dove in molti hanno commentato l’accaduto utilizzando l’ #OscarSoWhite lanciato dal regista afroamericano Spike Lee che ha rifiutato l’invito a partecipare a questi Academy «troppo bianchi», durante i quali doveva ritirare un premio alla carriera. Un altro rifiuto è venuto dall’attrice Jada Pinkett, moglie di Will Smith, stupita come molti altri colleghi della mancata nomination del bravissimo Michael B. Jordan protagonista di Creed – Nato per combattere. Sulla querelle che getta l’ombra della discriminazione sugli Oscar è intervenuta con un lungo comunicato la presidente dell’Academy Cheryl Boone Isaacs, anche lei di colore:

Il tweet con la foto del comunicato dell’Academy

Vorrei riconoscere il meraviglioso lavoro dei candidati di quest’anno. Mentre festeggiamo il loro straordinario traguardo, ho il cuore spezzato e sono frustrata dalla mancanza di diversità. Questa è una questione difficile ma importante, ed è ora di grandi cambiamenti. L’Academy sta facendo passi importanti per modificare la composizione dei nostri membri. Nei prossimi giorni e settimane condurremo una revisione del nostro sistema di reclutamento per introdurre la diversità di cui abbiamo tanto bisogno nel gruppo del 2016, e in quelli successivi. Come molti di voi sanno, abbiamo già introdotto delle modifiche di questo tipo negli ultimi quattro anni. Ma il cambiamento non sta arrivando veloce come vorremmo. Dobbiamo fare di più, e farlo meglio e più in fretta. Questa cosa ha dei precedenti nella storia dell’Academy. Negli anni Sessanta e Settanta si trattava di coinvolgere membri più giovani per rimanere vivaci e rilevanti. Nel 2016, la missione è l’inclusione in tutte le sue sfaccettature: genere, colore della pelle, etnia e orientamento sessuale. Capiamo le preoccupazioni molto reali della nostra comunità, e ringrazio molto tutti quelli di voi che si sono messi in contatto con me nel nostro sforzo di andare avanti insieme.

Nonostante le parole della Isaacs fa riflettere il fatto che tutto questo accada mentre nella società statunitense la segregazione della comunità nera sia un problema sempre più grave e proprio nell’anno in cui è esploso il movimento Black Lives Matter per dare una risposta alle crescenti ingiustizie razziali delle forze dell’ordine nei confronti degli afroamericani.

L’industria cinematografica di Hollywood perde l’enorme occasione di contribuire a costruire immagini positive capaci di scardinare gli stereotipi che spesso contribuiscono alla discriminazione razziale.

La reazione di Spike Lee su Instagram 

#OscarsSoWhite… Again. I Would Like To Thank President Cheryl Boone Isaacs And The Board Of Governors Of The Academy Of Motion Pictures Arts And Sciences For Awarding Me an Honorary Oscar This Past November. I Am Most Appreciative. However My Wife, Mrs. Tonya Lewis Lee And I Will Not Be Attending The Oscar Ceremony This Coming February. We Cannot Support It And Mean No Disrespect To My Friends, Host Chris Rock and Producer Reggie Hudlin, President Isaacs And The Academy. But, How Is It Possible For The 2nd Consecutive Year All 20 Contenders Under The Actor Category Are White? And Let’s Not Even Get Into The Other Branches. 40 White Actors In 2 Years And No Flava At All. We Can’t Act?! WTF!! It’s No Coincidence I’m Writing This As We Celebrate The 30th Anniversary Of Dr. Martin Luther King Jr’s Birthday. Dr. King Said “There Comes A Time When One Must Take A Position That Is Neither Safe, Nor Politic, Nor Popular But He Must Take It Because Conscience Tells Him It’s Right”. For Too Many Years When The Oscars Nominations Are Revealed, My Office Phone Rings Off The Hook With The Media Asking Me My Opinion About The Lack Of African-Americans And This Year Was No Different. For Once, (Maybe) I Would Like The Media To Ask All The White Nominees And Studio Heads How They Feel About Another All White Ballot. If Someone Has Addressed This And I Missed It Then I Stand Mistaken. As I See It, The Academy Awards Is Not Where The “Real” Battle Is. It’s In The Executive Office Of The Hollywood Studios And TV And Cable Networks. This Is Where The Gate Keepers Decide What Gets Made And What Gets Jettisoned To “Turnaround” Or Scrap Heap. This Is What’s Important. The Gate Keepers. Those With “The Green Light” Vote. As The Great Actor Leslie Odom Jr. Sings And Dances In The Game Changing Broadway Musical HAMILTON, “I WANNA BE IN THE ROOM WHERE IT HAPPENS”. People, The Truth Is We Ain’t In Those Rooms And Until Minorities Are, The Oscar Nominees Will Remain Lilly White. (Cont’d) Una foto pubblicata da Spike Lee (@officialspikelee) in data:

Per David Oyelowo l’attore di Selma gli Oscar non sono rappresentativi

Trivelle, per la Corte Costituzionale il referendum si può fare

La Corte Costituzionale ha detto sì: il referendum sulle trivelle è ammissibile. Nei prossimi mesi gli italiani potranno votare per rispondere al quesito sulla durata delle attività petrolifere – autorizzazioni, esplorazioni e trivellazioni – già autorizzate entro le 12 miglia dalla costa.

Il quesito appena ammesso è l’unico sopravvissuto dei sei proposti da nove Regioni, mobilitate contro le norme “pro-trivelle” del decreto Sblocca Italia e quelle precedentemente approvate dall’Esecutivo guidato da Mario Monti. Con la legge di Stabilità, il governo Renzi aveva tentato di scongiurare il ricorso alle urne, che si accavallerebbe con la campagna elettorale per le elezioni amministrative rischiando di danneggiare i candidati “filo-governativi”.

Le norme approvate in consiglio dei ministri – ha stabilito la Corte di Cassazione – non sono bastate a “rispondere” alle richieste di intervento legislativo contenute nei quesiti e ora i giudici costituzionali dichiarano ammissibile un quesito rimodulandolo.

La Regione Abruzzo, intanto, si era sfilata nei giorni scorsi dall’elenco delle Regioni “No Triv”: i consiglieri di maggioranza, infatti, hanno autorizzato il rappresentante del Consiglio regionale a non agire per conflitto di attribuzione davanti alla Consulta ritenendosi soddisfatti dell’intervento del governo con la legge si Stabilità. Così, il 15 gennaio la Regione si è costituita in giudizio dinanzi alla Corte costituzionale contro le altre 9 Regioni e a sostegno del governo Renzi. Una decisione, che è valsa l’accusa di tradimento al presidente D’Alfonso e alla sua maggioranza.

L’Onu, in Iraq 18mila civili morti in due anni, 3500 schiavi nelle mani dell’Isis

Un rapporto redatto dalla Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Iraq (UNAMI) e dall’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani fornisce dettagli sull’impatto che la presenza dell’Isis sta avendo sulla popolazione civile irachena. Secondo l’Onu, che fornisce dati solo sulla base di documenti e testimonianze verificate, tra gennaio e ottobre del 2015 nel Paese dilaniato da più di dieci anni di guerra, i civili morti sono almeno 18.802 e 36.245 i feriti. Le persone costrette ad abbandonare le loro case sono invece 3,2 milioni, tra cui più di un milione di bambini in età scolare. Circa la metà di queste morti è avvenuta a Baghdad, lontano dalle zone di guerra.

Il rapporto, redatto dalla Missione delle Nazioni Unite di assistenza all’Iraq (UNAMI) e l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani (OHCHR), si basa in gran parte sulla testimonianza ottenuto direttamente dalle vittime, sopravvissuti o testimoni di violazioni dei diritti umani internazionali o internazionale il diritto umanitario, comprese le interviste con gli sfollati interni.

«La violenza subita dai civili in Iraq rimane sconcertante. Il cosiddetto Stato islamico dell’Iraq e il Levante continua a commettere violenze e violazioni dei diritti umani internazionali e del diritto umanitario sistematica e diffusa. Questi atti possono, in alcuni casi, ammontano a crimini di guerra, crimini contro l’umanità, e possibilmente genocidio», si legge nel rapporto. «Durante il periodo di riferimento, Daesh ha ucciso e rapito decine di civili, spesso in modo mirato. Le vittime includono chi si oppone alle regole dell’ISIS, funzionari del governo di Baghdad, ex personale di polizia ed esercito, medici, avvocati, giornalisti e leader tribali».

Il rapporto descrive numerosi esempi di esecuzioni pubbliche anche mediante fucilazione, decapitazione, rogo di persone vive o per defenestrazione. Le testimonianze raccolte parlano anche dell’assassinio di bambini soldato fuggiti dalla prima linea di combattimento – 8-900 sono i ragazzi rapiti a Mosul. «L’Isis ha continuato a sottoporre donne e bambini alla violenza sessuale, in particolare sotto forma di schiavitù sessuale», afferma il rapporto, che sostiene che almeno 3500 persone, tra donne e bambini, in prevalenza Yazidi siano tenute prigioniere.

Il rapporto ha anche documentato presunte violazioni e abusi anche da parte delle forze di sicurezza irachene e le forze associate, comprese le milizie e le forze tribali, unità di mobilitazione popolare, e Peshmerga. Il governo spesso non consente ai profughi l’accesso ad aree sicure. La condotta delle forze filo-governative «desta preoccupazioni che vengono effettuate senza prendere tutte le precauzioni possibili per proteggere la popolazione civile e obiettivi civili».

Il rapporto sottolinea infine come molti altri sono i morti indiretti del conflitto, persone a cui manca accesso all’acqua, al cibo, alle cure.

 

 

Europa e Stati Uniti contro gli insediamenti in Israele. Un tentativo di rilanciare un processo di pace in panne?

Due reprimende in poche ore e relazioni che, nonostante l’amicizia e l’alleanza politico-militare, restano meno che tiepide. L’Europa e gli Stati Uniti hanno mandato messaggi molto simili a Israele. L’ambasciatore di Washington in Israele ha criticato duramente le politiche di insediamento in Cisgiordania di Israele, una critica che è raro sentire con questi toni da parte di un esponente tanto importante della diplomazia americana.

Parlando alla conferenza annuale dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale, Daniel Shapiro ha detto che Washington è «preoccupata e perplessa» per la politica di continua espansione degli insediamenti, politica che fa emergere molti dubbi sulle intenzioni di Israele e il suo impegno dichiarato di consentire la creazione di uno Stato palestinese indipendente. Shapiro ha usato come esempio il riconoscimento di alcuni avamposti in Cisgiordania, avvenuto nonostante le promesse di Netanyahu agli Stati Uniti di non procedere.

Shapiro ha poi osservato che Israele limita lo sviluppo economico palestinese in Cisgiordania e definito inadeguata la politica repressiva nei confronti delle violenze dei coloni – l’ambasciatore lancia questa accusa nonostante la recente denuncia contro i sospetti in un incendio doloso mortale contro una famiglia palestinese. «A volte sembra che ci siano due livelli di applicazione dello Stato di diritto: uno per gli israeliani e l’altro per i palestinesi». In effetti,  Yesh Din gruppo israeliano per i diritti umani, che ha raccolto dati relativamente a più di mille inchieste aperte, ha riferito come nell’85% dei casi, le indagini sulle violenze dei coloni finiscono con un nulla di fatto. Yesh Din nota parallelamente come gli attacchi dei coloni nei confronti dei villaggi palestinesi siano raddoppiati.

Dal fronte europeo arrivano altre cattive notizie per Netanyahu: nonostante le pressioni e il lavorio diplomatico del governo israeliano su Ungheria, Repubblica Ceca, Cipro, Bulgaria e Grecia, l’Unione europea ha adottato all’unanimità una risoluzione che critica gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. La risoluzione è stata approvata dal Consiglio degli affari esteri dopo che la Grecia, che Israele sperava ponesse il veto, ha deciso di votare la risoluzione.
La risoluzione sottolinea che gli accordi tra Europa e Israele si applicano entro i confini pre-1967, aggiungendo che «l’Ue deve inequivocabilmente ed esplicitamente indicare la loro applicabilità ai territori occupati da Israele nel 1967. Non si tratta di un boicottaggio di Israele, che l’Unione europea si oppone fermamente». La misura segue l’obbligo di etichettatura dei prodotti provenienti dagli insediamenti e prosegue: «Ricordando che gli insediamenti sono illegali secondo il diritto internazionale, costituiscono un ostacolo alla pace e minacciano di rendere impossibile la soluzione dei due Stati, l’Ue ribadisce la sua ferma opposizione alla politica e le azioni intraprese in questo contesto, come la costruzione della barriera di separazione al di là di insediamento di Israele le 1967 linee, demolizioni e confisca – tra cui i progetti finanziati dall’UE – sgomberi, trasferimenti forzati compresi di beduini, avamposti illegali e le restrizioni di movimento e di accesso. Chiede a Israele di porre fine a tutte le attività di insediamento e a smantellare gli avamposti costruiti dopo il marzo del 2001, in linea con i precedenti obblighi». L’idea di separare la politica nei confronti di Israele da quella degli insediamenti è, tra le altre cose, contenuta in uno studio dell’European Council on Foreign Relations.

Sia Europa che Stati Uniti ribadiscono con questi toni di essere stanchi delle politiche adottate di Netanyahu e alla scarsa propensione del governo di destra a perseguire la strada della diplomazia per rilanciare un processo di pace che mai come ora è in una fase di stallo. Bibi, per conto suo, ha risposto con durezza sia alle parole europee che a quelle dell’ambasciatore a Washington: «Sbagliate e inaccettabili». I rapporti tra Israele, Ue e Usa sono ai minimi termini dopo i tentativi vani di Tel Aviv di bloccare gli accordi sul nucleare iraniano entrati in vigore in questi giorni.

Le nuove pressioni sul governo Netanyahu sembrano essere un tentativo, l’ennesimo, di prendere una qualche iniziativa per rilanciare un processo di pace. La preoccupazione per la catastrofica situazione mediorientale ha fatto passare in secondo piano il conflitto tra israeliani e palestinesi. L’amministrazione Obama ci ha provato varie volte e, vista la fissazione di John Kerry con il conflitto israelo-palestinese e la volontà di lasciare in eredità qualcosa in Medio Oriente, è probabile che faccia un nuovo tentativo. Anche l’Europa ha aumentato il livello di pressione e le violenze a bassa intensità di questi mesi segnalano una tensione nella regione che cresce. Il problema della diplomazia è legato alla mancanza di interlocutori: Netanyahu non lo è e in campo palestinese non ce n’è di forti e credibili.

Cara Boschi, questa volta non vi riuscirà di non parlarne

Il silenzio lo spezza l’ex capogruppo PD alla Camera che dice «ora la Boschi deve spiegare» e ricorda come nel 2010 fu proprio il PD a sfiduciare Caliendo (Forza Italia) per i suoi incontri con Carboni, il faccendiere della P3. E le parole di Speranza sono certamente solo la punta di un malessere interno che non tarderà ad organizzarsi e strutturarsi contro la ministra Boschi. Nelle carte dell’inchiesta della Procura di Perugia (per una presunta evasione fiscale del faccendiere Valeriano Mureddu) c’è scritto a chiare lettere che Pier Luigi Boschi, ex vice presidente di Banca Etruria oltre che padre della ministra, ha incontrato almeno due volte Flavio Carboni per avere un “consiglio” sulla nomina del direttore generale dell’istituto bancario. Ormai siamo andati oltre alle illazione e alle dicerie: c’è anche il controverso faccendiere nel recente passato dell’istituto aretino e papà Boschi.

Quindi? Quindi, non ce ne voglia la ministra, ma si sbriciola in un soffio l’immagine bucolica che Maria Elena Boschi ha dipinto del proprio padre durante il suo intervento alla Camera mentre si discuteva la mozione di sfiducia presentata dal Movimento 5 Stelle. Non è consuetudine dei padri di famiglia italiana media (e non solo media) incontrare rappresentanti (già sputtanati) delle ultime massonerie all’amatriciana che hanno infestato il Paese. Non regge nemmeno l’ipotesi che tutto questo sia accaduto per caso: gli incontri sono stati almeno due (e quindi consenzienti) e sinceramente non capita d’incontrare un massone in coda dal fruttivendolo e cominciare a chiacchierare del tempo, del traffico e poi finire per consultarsi su un possibile direttore generale della banca. Questa volta alla ministra (che si sta intestando la riforma della Costituzione, ricordatevelo) servirà molto di più di una struggente parodia del padre di famiglia tutto casa e lavoro e, nel migliore dei casi, dovrà prenderne le distanze dopo essersi sciolta nella sua ultima dichiarazione d’amore. Insomma: in qualunque caso la Boschi è all’angolo e questa volta né a lei né al suo pigmalione Matteo Renzi riuscirà di spicciare la vicenda come se fosse solo una maldicenza.

Ma c’è, se possibile, un aspetto ancora peggiore nelle novità degli ultimi giorni: se prima si poteva pensare che l’errore di Renzi fosse quello di trascinare il Giglio Magico (la sua banda di amichetti d’infanzia, per dirla più prosaicamente) nei ruoli apicali di governo e quindi ci si poteva imputare un certo provincialismo e una meritocrazia più d’affetti che di valore oggi con la comparsa sullo sfondo della massoneria il Presidente del Consiglio mostra di essere molto distante dal self made man (oddio, un altro, ebbene sì) che si “è fatto” grazie al proprio intuito politico. C’è nell’incontro tra Flavio Carboni e papà Boschi tutti il vecchio odore stantio della seconda Repubblica che avrebbe dovuto essere rottamata. Renzi rischia di essere più il grande riesumatore piuttosto che rottamatore. E su questo rischia la faccia. E il governo.