Il contratto nazionale scade e al tavolo del rinnovo si siedono dopo tanto tempo uniti Cgil Cisl e Uil, dall’altro lato Federmeccanica. In palio il superamento del contratto nazionale in una ottica aziendale. Su Left la parola a Maurizio Landini, leader Fiom e a Stefano Franchi, dg di Federmeccanica. Mentre crescono i lavoratori autonomi e on demand che di tutele non ne hanno ancora mai viste.
Prosegue poi il viaggio di Left nelle città dove si andrà al voto per le amministrative: la contesa a Roma sempre più “città chiusa” mentre i candidati di Milano devono fare i conti con l’eredità pesante del sindaco Pisapia. Tra economia e cultura, un dialogo tra Maurizio Pallante e Filippo La Porta sulla decrescita, e per la cronaca giudiziaria, la storia del “suicidio assistito” di un medico che aveva curato il boss Provenzano. Negli Esteri un’inchiesta sul potente figlio di Erdogan, mentre dalla Russia una nuova morte di un dissidente accende i sospetti. Dalla Grecia l’impegno di Tsipras sulle pensioni e sull’accoglienza ai migranti, mentre avvocati e agricoltori sfilano in piazza contro la riforma.
Apre la cultura un confronto fra due scrittrici che hanno scelto di vivere all’estero e cimentarsi su una lingua diversa dalla loro: Chiara Mezzalama a Parigi e Jhumpa Lahiri a Roma. Per la scienza, la ricerca delle onde gravitazionali che, se rilevate, daranno ragione ad Einstein. Infine, negli spettacoli, Stefano Bollani si racconta attraverso i suoi musicisti-mito.
Lavoro di fantasia. Cosa trovate nel nuovo Left
Cara sanità, aumentano gli italiani che rinunciano a curarsi o chiedono un prestito
Prestiti per la macchina nuova, per il cellulare nuovo, per le spese pazze. E, nel 4% dei casi, prestiti per la salute: impianti di ortodonzia per sé o per i figli gestione di terapie di lunga durata fino, anche, ai trattamenti di bellezza e operazioni di chirurgia estetica. Sono sempre di più gli italiani che, non avendo contanti, scelgono la strada del prestito personale per curarsi. Ce lo dice uno studio di Facile.it che, in collaborazione con Prestiti.it, ha esaminato più di 20mila richieste di finanziamento, presentate da giugno a novembre 2015.
La voce “spese mediche” raggiunge quasi il 3,82% delle motivazioni nelle richieste di finanziamento. Nello stesso periodo sono stati erogati più di 28mila prestiti a sostegno di pratiche estetiche o sanitarie, per oltre 340mila euro. Mediamente si tratta di un dipendente del settore privato, di 44 anni, che richiede un prestito personale di 6.600 euro, da restituire in 58 mesi, quasi 5 anni. e che può contare su uno stipendio medio di 1.500 euro. Una buona fetta, però, l’11% sono pensionati. Da evidenziare l’aumento sostanziale delle richieste da parte delle donne: normalmente circa il 75% delle richieste di prestito arrivano da uomini, quando parliamo di finanziamenti per le spese mediche il gap si riduce di parecchio e le donne rappresentano ben il 39% del campione analizzato. Le donne? Puntano a una cifra inferiore, 6.100 euro contro 6.900 euro, anche perché possono contare su uno stipendio medio di 1.200 euro mensili, contro i 1.700 degli uomini. Ovviamente, i numeri cambiano cambiando regione: in testa la Toscana e il Friuli Venezia Giulia (che superano il 6%), in coda Campania e Puglia dove la percentuale si assesta attorno al 2%.
A settembre il ministero della Salute, guidato da Beatrice Lorenzin, ha stilato la lista dei 208 esami “inutili”: estrazione e ricostruzione dei denti, radiologia diagnostica (incluse risonanze e tomografie), prestazioni di laboratorio (esame del colesterolo, medicina nucleare) esami di genetica. Che costano ogni anno al Servizio sanitario nazionale circa 13 miliardi di euro. Questo è l’elenco:
E poi ci sono i tagli alla sanità e la legge di stabilità. Tagliando 4 miliardi di budget alle Regioni, di fatto, li toglie alle strutture ospedaliere e alla salute, dal momento in cui oltre il 70% del bilancio delle Regioni è destinato alla sanità.
Intanto, aumenta il tasso di rinuncia a cure e prevenzione da parte dei cittadini. Rilancia l’allarme Federconsumatori: una parte crescente della nostra popolazione non sia più in grado di sostenere le spese per la salute. Le liste di attesa si fanno sempre più lunghe, i ticket e super ticket sempre più cari. Morale della favola: 15 cittadini su cento rinunciano a curarsi, si apprende dall’Ufficio Parlamentare di bilancio. Non rimane che rifugiarsi nella sanità privata, per chi può. E per chi non può ci sono sempre i prestiti personali.
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Riforme e Pa, Renzi passa all’incasso e inaugura una lunga campagna elettorale
Missione compiuta: Matteo Renzi ha condotto in porto la “mutazione genetica” del suo partito e ora può inaugurare la campagna elettorale 2016-2018. Ieri il premier ha chiuso la partita della riforma costituzionale incassando anche l’ok della minoranza Pd al Senato (meno Walter Tocci, più verdiniani e affini) e ha aperto quella del referendum confermativo, invocando il sostegno del “popolo” e garantendo che se non arriva ne trarrà le conseguenze. Meglio dunque lavorare a pancia bassa per “vendere” i risultati di quasi due anni di governo.
«Io non so quanti di voi due anni fa avrebbero scommesso su quello che sta accadendo» ha detto stamattina il presidente del Consiglio mentre presentava i decreti attuativi della riforma della Pubblica amministrazione con i ministri Madia e Giannini. Poi scarica sul Parlamento la patata bollente delle unioni civili e giù con l’elenco degli obiettivi centrati: «Se ci avessero detto che la legge elettorale veniva fatta, che i senatori per tre volte votavano la loro abrogazione, che la pubblica amministrazione avrebbe fatto uno sforzo di questo tipo» nessuno ci avrebbe creduto.
È un Renzi fiero di aver inglobato il Corpo forestale nell’Arma dei carabinieri, dell’abbassamento delle tasse e del «recupero di ruolo dell’Italia», quello che risponde ai giornalisti prima di partire per Losanna, dove i “prodi” Malagò e Montezemolo conducono la battaglia per portare le Olimpiadi a Roma. «Questo è un Paese che è ripartito: l’Italia ha smesso di essere quella che si lamenta soltanto – annuncia – Se poi prendessimo anche le Olimpiadi… sarà dura ma ci proviamo».
Un altro fiore all’occhiello? «L’annuncio di Cisco e di Apple di voler investire da noi: due grandi multinazionali che vengono qua e non altrove». E poi le norme sui «furbetti del cartellino». Nell’annunciarle, questa mattina, il presidente del Consiglio ha indugiato a lungo sull’impiegato che timbrava il cartellino in mutande a Sanremo, spiegando che d’ora in poi (o meglio da aprile, quando il decreto avrà passato il vaglio delle Camere) non ci sarà più alcuna discrezionalità dei dirigenti, che dovranno intervenire “senza se e senza ma”: «Noi diciamo: se non lo licenzi, licenziamo anche te», ha spiegato.
Se a questo si aggiunge l’imminente rimpasto di governo – finalizzato ad assecondare soprattutto le scalpitanti attese degli alfaniani – la mutazione può dirsi compiuta. E il premier e leader del Pd “neocentrista” può affrontare con nuovo slancio i prossimi appuntamenti elettorali, dai referendum (c’è anche quello sulle trivelle) alle amministrative, fino alle politiche del 2018.
Renzi sulla stepchild non si spende: per una volta «decide il parlamento»

Intervenendo alla conferenza stampa di presentazione degli undici decreti sulla pubblica amministrazione varati mercoledì notte dal consiglio dei ministri (tra cui c’è la stretta sui “furbetti” del badge), e prima di volare a Losanna per sostenere la candidatura di Roma per le Olimpiadi 2024, Matteo Renzi ha ribadito la sua posizione sulle unioni civili.
In particolare, rispetto alle ultime notizie sul dibattito parlamentare, il premier ha detto: «Il governo in questa vicenda non interviene ma rispetta il dibattito parlamentare». Dice «in questa vicenda», Renzi, perché sa bene che il suo governo ha abituato giornalisti e parlamentari a ben altri standard di interventismo. Non si spende dunque Renzi sul destino delle adozioni. Dice «una legge ci deve essere» e poi però aggiunge «ci sono dei punti delicati su cui le divisioni sono trasversali».
È notizia di queste ore, però, che sono i senatori cattolici del Pd ad aver proposto una nuova pena per chi ricorre alla gestazione per altri all’estero. Sarebbe così punito il genitore fino a 12 anni di carcere. Ma Renzi si dice «contento della qualità del dibattito», per lui «non si sono alzati muri».
Bene emendamenti Pd su utero in affitto. Almeno su questo siamo d’accordo
— Maurizio Sacconi (@MaurizioSacconi) 20 Gennaio 2016
Lo scoop de L’Espresso su Crocetta e Borsellino? Mai esistito
Ci avevano fatto un’apertura in grande stile. C’era anche il video in appoggio di Lirio Abbate che chiedeva di gran carriera a Rosario Crocetta di dimettersi. C’era anche il piccolo “giallo” delle firme sotto l’articolo che cambiavano per uno strano mimetismo. Eppure che Rosario Crocetta avesse ascoltato l’amico (e medico) Matteo Tutino pronunciare la frase «la Borsellino va fatta fuori come suo padre» riferendosi alla Borsellino Lucia, figlia di Paolo e assessore nella giunta regionale siciliana ne erano sicuri tutti. O quasi.
Quando la Procura di Palermo confezionò tanto di comunicato stampa per dire che quella frase non risultava dai controlli fatti sulle intercettazioni gli amici de L’Espresso fecero gli offesi. Ma come. Ma certo. Ma se non ci credete ci offendete. Intanto le “grandi firme” cominciavano ad eclissarsi: Piero Messina e Maurizio Zoppi furono i giornalisti rimasti con il cerino in mano. E tutti a pensare “ora quelli de L’Espresso tirano fuori l’intercettazione e la chiudiamo qui” e invece niente. Ma l’intercettazione non ce l’abbiamo fisicamente ma l’abbiamo ascoltata. Ah. Quindi sarà da qualche parte. Forse.
Intanto il Governatore Crocetta, sempre scenograficamente iperbolico nel suo agire, raccontava di avere pensato al suicidio e anche autorevoli associazioni antimafia gridarono allo scandalo. Invece. Invece non è vero niente. Dice la Procura di Palermo, che ha appena chiuso le indagini, che quella frase non è mai esistita. E i giornalisti si beccano un processo per calunnia e pubblicazione di notizie false.
È malafede? No. L’Espresso è un settimanale che ha allevato le firme che hanno insegnato l’inchiesta in questo Paese ma oltre alla consueta cautela forse sarebbe il caso di imparare (tutta la categoria) ogni tanto a dire “scusate” o “ci siamo sbagliati”. Almeno per sanare quest’aria di sicumera che gocciola dal Governo fino a quaggiù. È un gesto rotondo e profumatissimo chiedere scusa perché garantisce l’onestà intellettuale di chi se ne prende il peso. Qualcuno che chiede scusa è sicuramente qualcuno con più esperienza rispetto ad un minuto prima. È una presa di coscienza e anche un atto di coraggio. Alleniamoci tutti. Ci farà bene.
(A proposito: forse sulla squadra a 5 femminile di Locri la ‘ndrangheta non c’entra proprio niente. Lo dicono le prime indagini. E quindi su quello forse avrò sbagliato anch’io.)
Il colore degli Academy Awards (e della disuguaglianza). Anche Clooney contro #OscarSoWhite
Anche George Clooney si scaglia contro l’Academy “dei bianchi” per l’esclusione dalle nomination di attori e registi neri e più in generale delle minoranze. A rappresentare i Latini per esempio c’è solo il solito Alejandro González Iñárritu. Contro gli #OscarSoWhite (questo l’hashtag di protesta lanciato dal raggiata Spike Lee) anche la giovane attrice Lupita Nyong’o, protagonista di Star Wars, e vincitrice dell’Academy nel 2014 come attrice non protagonista per 12 anni schiavo. Al magazine Variety Clooney, vincitore di cinque Golden Globe e due Oscar, ha dichiarato: «Dieci anni fa si faceva un lavoro migliore. Pensate solo a quanti afro-americani venivano nominati. Credo che la questione da porre adesso sia: quante possibilità esistono oggi per le minoranze di lavorare in film di qualità?». La risposta sembra essere: molto poche.
A infiammare la polemica anche i dati, risalenti al 2012, di una ricerca fatta dal Los Angeles Times che ha rivelato che lo squilibrio fra bianchi e neri è presente fra gli stessi membri dell’Academy che votano le nominations. Ecco l’infografica.
(innografia realizzata da Giorgia Furlan)
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La vita nelle miniere di diamanti del Brasile (e i bambini minatori della Repubblica Democratica del Congo)

Le foto che vedete qui sotto riguardano una miniera di diamanti del Brasile. Condizioni di lavoro spaventose come quelle in molte altre miniere a cielo aperto del pianeta. Ci sono luoghi in cui il commercio di diamanti ha, come noto, generato guerre. In teoria oggi i commercianti internazionali hanno firmato un protocollo e aderito al cosiddetto Kimberley process, un processo di certificazione che indica la provenienza delle pietre da zone non di guerra, ma secondo un rapporto Onu del 2014, l’anno precedente sono state contrabbandate pietre per 140mila carati dalla Repubblica Centrafricana. Da zone di guerra in Africa viene una parte consistente di quel 65% del totale di diamanti che proviene dal continente.
A proposito di vita nelle miniere, in questi giorni Amnesty International e Afrewatch hanno denunciato le condizioni di lavoro nelle miniere di cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo. Il rapporto ricostruisce il percorso del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smart phone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili.
Ai fini della stesura del rapporto, Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE.
Una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l’evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e sei hanno promesso indagini. Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici o batterie automobilistiche fanno lucrosissimi profitti, calcolabili in 125 miliardi di dollari l’anno, e non riescono a dire da dove si procurano le materie prime, nella Repubblica Democratica del Congo i bambini minatori – senza protezioni fondamentali come guanti e mascherine – perdono la vita: almeno 80, solo nel sud del paese, tra settembre 2014 e dicembre 2015 e chissà quanto questo numero è inferiore a quello reale.
Secondo l’Unicef, nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere delle regioni meridionali della Repubblica Democratica del Congo. Prevalentemente, nelle miniere di cobalto.
Come Paul, 14 anni, orfano. È uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International in vista del rapporto. Ha iniziato a lavorare nella miniera a 12 anni. Ha già i polmoni a pezzi:
«Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere».
Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei “minerali dei conflitti” che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno.
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Il 2015 ha distrutto il record dell’anno più caldo di sempre, parola di NASA
L’anno scorso ha distrutto ogni record per quanto riguarda il caldo: il 2015 è stato il più caldo da quando, nel 1880, si è cominciato a misurare la temperatura. Così hanno annunciato oggi le due agenzie scientifiche americane, NASA e NOAA National Oceanic and Atmospheric Administration. Nella foto qui sopra in blu le aree del pianeta nelle quali la temperatura misurata è stata più bassa che nell’anno precedente. Non noterete molti blu.
«Il 2015 è stato di gran lunga l’anno record in tutti i set di dati di relativi alla temperatura che si basano sui dati strumentali e di superficie,» ha dichiarato Gavin Schmidt, direttore dell’Istituto Goddard per gli studi spaziali della NASA, che ha dato l’annuncio. Questo dato, ha aggiunto, «Sottolinea una volta di più il fatto che il pianeta è in una fase di riscaldamento».
L’anno è stato 0.13 gradi centigradi più caldo del 2014, l’anno record precedente, secondo la NASA. Per la NOAA l’aumento è intorno ai 0,16 °. Sembrano incrementi minimi, ma gli scienziati ci dicono invece che un aumento simile significa aver «distrutto» il record dell’anno precedente: «Normalmente quando registriamo un record come questo parliamo di aumenti medi infinitesimali». Il 2014, infatti, deteneva a sua volta il primato, ma l’annuncio dell’anno scorso era stato più cauto: l’incremento era minimo e, quindi, bastava non aver registrato bene la temperatura di uno o due giorni e il primato decadeva. Qui, sembra di capire dalle parole degli scienziati, siamo a un salto di qualità. Anche se in alcune zone della Groenlandia e del Nord Atlantico ha fatto freddo in maniera anomala. Il fatto che questo sia un anno in cui si manifesta El Nino, che di solito fa aumentare le temperature nell’anno successivo, fa prevedere un anno peggiore l’anno prossimo.
Carrai, l’amico di Renzi 007 a consulenza
Non berrà il Martini né potrà vantare sigle numeriche, 007 o simili. Maria Elena Boschi però non ha escluso, intervenendo alla Camera, che Marco Carrai possa ricevere presto una consulenza da palazzo Chigi sul tema della sicurezza digitale, dei servizi segreti.
L’indiscrezione della stampa è così confermata. O comunque non smentita. E legittimi sono quindi i dubbi espressi non solo dalle opposizioni (dai 5 stelle a Forza Italia) ma anche dalla minoranza dem. «Non posso immaginare che venga affidato un incarico così delicato al miglior amico del premier» ha detto ad esempio Roberto Speranza. E per Miguel Gotor – che invece immagina benissimo – la nomina sarebbe «un segno di debolezza, che dimostra come Renzi non si fidi di nessuno».
Sventolando soprattutto il tema del conflitto di interessi (Carrai tra le varie aziende è anche socio di una che si occupa di sistemi di sicurezza, software e gestione dati) i 5 stelle hanno allertato il Copasir (e per questo Boschi precisa che il comitato sarà informato su come il governo spenderà le risorse aggiuntive stanziate dalla manovra), mentre Sinistra Italiana ha presentato l’interrogazione che ha portato Boschi in aula. Che non ha smentito un possibile arrivo di Carrai a palazzo Chigi, pur rassicurando il senatore Marco Minniti «è stato, è e sarà» il referente del Governo per la sicurezza.









