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Meno dieci all’Iowa, Sanders è di nuovo in vantaggio su Clinton

Democratic presidential candidate, Sen. Bernie Sanders, I-Vt. meets with attendees during a campaign stop, Thursday, Jan. 21, 2016, in Peterborough, N.H. (AP Photo/Matt Rourke)

Mancano 10 giorni al voto in Iowa e gli ultimi sondaggi fanno tremare Hillary Clinton. Bernie Sanders è tornato in vantaggio nello Stato delle pianure congelate ed è in vantaggio da mesi – era scontato – nel “suo” New Hampshire. I sondaggi e la partecipazione ai comizi galvanizzano la base giovane e liberal del senatore del Vermont, dando entusiasmo e voglia di darsi più da fare per riscrivere un libro già scritto, quello della nomination di Hillary Clinton. L’incertezza della nomination repubblicana, dove in testa rimangono due candidati outsider, contribuisce all’ottimismo dello staff di Bernie. La speranza è di ripetere la sorpresa Obama del 2008. Sarebbe un miracolo ma due vittorie nei primi Stati in cui si vota cambiano il ritmo delle cose e il giorno dopo il New Hampshire nei quartieri alti democratici si comincerà a chiedersi se c’è la possibilità di lanciare un terzo candidato forte nella contesa (il ritorno di Joe Biden? La paladina liberal Elizabeth Warren?).

Che comunque vada ha già cambiato la dinamica delle primarie democratiche: se si parla di regole per le banche, tasse ai ricchi, diritti del lavoro è merito suo. Ma non solo: l’America di questi anni è cambiata, i movimenti e le grandi campagne per il salario minimo, per i diritti omosessuali, Black Lives Matter, gli immigrati organizzati che chiedono diritti sono tutte basi e persone da cui partire. I democratici, insomma, si scoprono alla loro sinistra nonostante se stessi. E Bernie, che in un tempo passato sarebbe stato marginale, oggi è al centro della scena politica. Interessante da notare: sul canale Youtube di Hillary ci sono decine di spot web anti repubblicani. Ieri c’è il primo (o il secondo) anti-Sanders.
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Il matrimonio gay per il papa è un “oggettivo errore”. Siete pregati di sprecare meno inchiostro sulla “rivoluzione” di Francesco

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Uno le cose le sa, le scrive da un decennio, le studia da più di vent’anni. Poi però la vita ti costringe ad ascoltare una pletora di gente sbandata (pure a sinistra) che quotidianamente si esercita a immaginare una presunta divisione tra Chiesa buona e chiesa cattiva, moderna o antiquata, chiusa o aperta. O peggio, talvolta la vita ti costringe a “convivere” con gente che ti guarda impietosita (perché tu non puoi capire la portata della rivoluzione…) che si esercita ad immaginare un Bagnasco cattivo e un Francesco buono. Una Chiesa che abbraccia tutti, il famoso “ospedale da campo” (in effetti simile alla nostra sinistra!) e una che le rema contro, che erge muri. Andrebbe Francesco al Family day? Aprirebbe Francesco ai matrimoni tra omosessuali? Banalmente equiparerebbe le unioni civili ai matrimoni? Quante ne avete lette? Da Melloni a Scalfari… quante?
NO. Ve lo dice di persona, papa Francesco. Senza grandi fronzoli, lapalissiamo come lo è la dottrina. Da secoli. Anzi dalle sue origini. «Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione». Il “mitico” Francesco nell’udienza alla Rota Romana per l’inaugurazione dell’anno giudiziario ha ribadito che «la famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al sogno di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità» ma che «coloro che per libera scelta o per infelici circostanze della vita, vivono in uno stato oggettivo di errore, continuano ad essere oggetto dell’amore misericordioso di Cristo e perciò della Chiesa stessa”.
Allora poche constatazioni, c’è una marea di gente che, per la Chiesa, vive in un stato di “oggettivo errore” che comunque è oggetto di amore misericordioso di Cristo, ma che però non è «famiglia voluta da Dio, indissolubile, unitiva e procreativa», e non è sogno di Dio e non salverà l’umanità. Punto e basta. Siete pregati di sprecare meno inchiostro sulla “rivoluzione” di Francesco.

Saul Leiter il fotografo che inventò il colore

Saul Leiter: Taxi, ca. 1957.

«(…) Ho sempre fotografato in modo molto libero, senza avere in testa nessuna particolare immagine, fotografia o dipinto, che sia. Chi vede i miei dipinti pensa che esiste una relazione tra l’uso del colore nei miei quadri e nelle fotografie. … Cerco di rispettare determinate nozioni di bellezza anche se per qualcuno si tratta di concetti vecchio stile. Certi fotografi pensano che fotografando la miseria umana, puntano i riflettori su problemi seri. Io non penso che la miseria sia più profonda della felicità».

– Saul Leiter, fotografo (1923-2013)

 

Il ruolo pioneristico che Saul Leiter ebbe nella storia della nascita della fotografia a colori è stato riconosciuto solo recentemente. Pittore autodidatta e successivamente fotografo di moda, fu tra i primi, già nel 1946, ad utilizzare le storiche pellicole a colori Kodachrome, per i suoi scatti.  Dal 22 gennaio fino al 3 aprile il suo lavoro viene celebrato con una bella retrospettiva alla Photographers’ Gallery di Londra: oltre 100 opere tra fotografie a colori e bianco e nero, quaderni di appunti e schizzi.

 

(in apertura © Saul Leiter, Taxi, ca. 1957)

 

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(gallery a cura di Monica di Brigida)

Open Migration, per parlare di rifugiati e immigrati con il cervello

È possibile fare informazione su rifugiati e migranti senza il cadavere di un bambino sulla spiaggia greca, senza le drammatiche storie dalla “Giungla” di Calais o dalla rotta balcanica? C’è un nuovo sito, nato pochi giorni fa, che crede di sì. Che si possa sfidare il populismo, il razzismo e gli stereotipi, anche attraverso dati e infografiche. Si chiama Open Migration ed è un progetto con cui CILD, la Coalizione italiana libertà e diritti civili, vuole migliorare la qualità dell’informazione sull’immigrazione.

Guardando al microscopio della statistica si scoprono molte cose. Per esempio che gli eritrei sono arrivati in massa in Italia nel 2015 ma che pochissimi hanno scelto il nostro paese come destinazione finale. È in questo grafico il fallimento del Regolamento di Dublino, che impone la presentazione della domanda d’asilo nel paese d’approdo in Europa. La battaglia che si sta combattendo a Bruxelles sulla pelle dei migranti emerge dai numeri se sono interrogati nel verso giusto. Angela Merkel sbandierava a fine dicembre un milione di rifugiati giunti in Germania 2015. Ma da dove viene quel numero? È vero? Su cosa si fonda?

A Matteo Salvini piacerebbe selezionare i rifugiati per religione. Ma è possibile? No, di certo, diremmo tutti. Ma su quali basi giuridiche si fonda questo divieto? La risposta su Open Migration è affidata al giurista. Si deve credere a chi parla di “invasione musulmana” in Italia? Andando a vedere i numeri la risposta è no, perché la percentuale di islamici nel nostro paese è costante (un terzo degli stranieri) da più di vent’anni a questa parte e perché la nazionalità più presente è quella romena, bianca e cristiana.

Oltre ai numeri ci sono le idee. E nella sezione dedicata sono ospitate le opinioni di Zygmunt Bauman (“la sospensione della democrazia verso i migranti è una vittoria del terrorismo”) e di Nando Sigona, sociologo a Birmingham, sul fallimento della politica di relocation europea.

Ecco, Open Migration vuole essere uno strumento attraverso cui comprendere al meglio un fenomeno come quello delle grandi migrazioni e al tempo stesso che possa aiutare a ripulire l’informazione e, soprattutto, la disinformazione che circola intorno a migranti e rifugiati.

 

Due esempi di cosa fa Open Migration con numeri e grafiche qui sotto. Sono grafici utili a discutere, ragionare, pensare a politiche e riportare le cose, i fatti dove sono, lontano dal rumore che ci frastorna.

In Italia si parla molto di invasione islamica, eppure tra il 2003 e oggi la percentuale di immigrati musulmani è diminuita ovunque, come si evince dalla infografica qui sotto (l’articolo qui)


La seconda grafica riguarda ancora l’Italia e ci segnala come, nonostante tutto, l’ondata di rifugiati abbia cambiato la nostra percezione delle cose. Il dato riguarda le ricerche effettuate su Google negli anni passati: quest’anno abbiamo cercato meno clandestini e più rifugiati (qui l’articolo). IT_Google-search-trend-year

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Il mondo dei robot: cos’è la quarta rivoluzione industriale e che impatto avrà sul lavoro

Sota è un piccolo robot Made in Japan, parla, e muove le braccia. Di mestiere fa l’aiuto infermiere: è in grado di misurare la pressione, ricordare ai pazienti quali medicine prendere e a che ora, svolgere altre piccole funzioni accessorie nell’assistenza di routine ai pazienti di una casa di cura per anziani. Palro invece dimostra gli esercizi di ginnastica ai pazienti, può leggere loro le notizie da un tablet e cantare delle canzoncine. I video dimostrativi, le foto dei robot sono carine, divertenti e simpatiche. Il fatto che siano condite dall’estetica giapponese ce li rende divertenti. Sota e Palro sono l’esemplificazione alta 50 centimetri del mondo che verrà. Non sappiamo come sarà, ma sappiamo per certo che il progresso tecnologico prodigioso di questi anni sta cambiando le nostre vite, la società e il modo in cui ci relazioniamo tra noi e con le cose. E che nei prossimi anni assisteremo ad altre novità.

Nel freddo di Davos, in questi giorni, si discute anche e soprattutto di questo. Certo, c’è la preoccupazione enorme per la frenata dell’economia cinese, la caduta del petrolio, il rischio che le paure degli investitori rendano difficile trovare fondi con cui avviare le start-up della Silicon Valley – anche i titoli di giganti in buona salute come Netflix e Facebook hanno perso molto nei giorni passati. Ma un tema su cui gli appartenenti alle elites mondiali di ogni ambito possibile discuteranno è quello che gli organizzatori del World Economic Forum definiscono, in un rapporto titolato The future of Jobs, la “Quarta rivoluzione industriale”. Si tratta di un tema grande, e sia Foreign Affairs, la più importante rivista di questioni internazionali del pianeta, che il Financial Times, dedicano degli speciali alla questione proprio in questi giorni di Davos.

Di che parliamo? La quarta rivoluzione industriale è tale, come l’introduzione del vapore, dell’elettricità e dei computer nella produzione perché, scrive Klaus Schwab, direttore esecutivo del WEF su Foreign Affairs, il progresso tecnologico è veloce ed esponenziale come mai in passato, l’impatto della trasformazione riguarda ogni settore industriale e ogni Paese e la portata delle trasformazioni riguarda la produzione, il management, la governance. Il progresso tecnologico, inoltre, abbatte le barriere tra la sfera fisica, digitale e biologica. Ci sono aspetti positivi e negativi in questa quarta rivoluzione industriale: «gli scenari più pessimistici dicono che abbia il potenziale di robottizzare l’umanità, ma potrebbe anche portare l’umanità a una nuova e collettiva coscienza basata su un senso di destino comune. Molto dipende da noi e dai governi», scrive Schwab.

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Robot e questioni etiche

Come quando passammo dalle campagne alle fabriche o da queste all’automazione e all’economia dei servizi, le questioni che la Quarta rivoluzione industriale apre sono enormi, di ordine economico, sociale e persino etico. Nel nostro banale quotidiano. Se persone come Elon Musk, il padrone di Tesla che vive e guadagna con tecnologie avanzate, mette in guardia sul fatto che l’intelligenza artificiale è «potenzialmente pericolosa più del nucleare», come ci ricorda il Financial Times, c’è di che osservare, studiare, capire e inventare politiche e regole. Facciamo un esempio etico che è quello dell’articolo del FT in cui si parla di Musk: l’auto senza pilota, qualcosa che è molto vicino dal diventare un prodotto di consumo. Mettiamo che un auto senza conducente si trovi di fronte alla scelta di fare un incidente andandosi a schiantare contro un muro, colpendo una bicicletta con a bordo un bambino, scontrandosi con un auto.

Il pilota umano avrà un millesimo di secondo per decidere quale opzione vagliare e si baserà sull’istinto di sopravvivenza o sulla compassione umana (o magari sulla propria età e stato di salute). Cosa farà il computer? Chi lo programma per compiere una scelta del genere? Se il programma compierà sempre la scelta razionale (salvare il contenuto dell’auto che guida), potrebbe fare scelte etiche sbagliate. Dove, come e fino a che punto l’intelligenza artificiale (o la medicina bionica o l’invasione della privacy) deve, può andare? E chi impone regole su temi così enormi? Al momento i governi sembrano più interessati a incentivare qualsiasi cosa sia investimento su un terreno che diventerà di competizione internazionale. Enormi pericoli riguardano  il possibile uso aggressivo o malevolo di queste tecnologie: ci sono voluti anni di diplomazia per trovare un accordo sul nucleare civile iraniano che evitasse la possibilità per Teheran di dotarsi di una bomba, decine di questioni simili si porranno su molti dei progressi portati dalla Quarta rivoluzione industriale: dall’uso dei Big Data alla questione dei rischi legati alla dipendenza dalle macchine. (continua sotto la scheda)

Come cambierà il lavoro da qui al 2020? Cosa dice “The future of jobs”

  • Il rapporto è il frutto di una ricerca che ha interpellato manager di imprese che impiegano 15 milioni di persone, nelle 15 economie più importanti del Pianeta e nove settori industriali, sostiene che i cambiamenti legati all’intelligenza artificiale, nanotecnologie, stampanti 3D, genetica e biotecnologia determineranno da qui al 2020 la perdita di 5 milioni di posti di lavoro.
  • Anzi, per la precisione i posti persi saranno 7,1 milioni, ma in alcuni settori industriali (computer, ingegneria, matematica, architettura, servizi professionali, Media & Entertainement) se ne guadagneranno 2,1 milioni.
  • I posti persi saranno in ambienti white collar: banche, finanza, sanità.
  • Le donne subiranno il contraccolpo peggiore perché più spesso impiegate nelle occupazioni destinate a essere rimpiazzate dalla Quarta rivoluzione industriale e soprattutto dalla poca presenza nei settori destinati a crescere (notoriamente nella silicon valley non ci sono donne o quasi).
  • Dal punto di vista geografico, i Paesi in cui l’occupazione aumenterà sono quelli dell’Asean, Messico, Stati Uniti e Regno Unito, dove, sostengono i ricercatori, per ragioni ovviamente diverse e in stadi di sviluppo diversi, la formazione dei lavoratori sui settori destinati a produrre nuova occupazione è più avanzata. Turchia, Cina, India e Italia sono tra le grandi economie che richiederanno un maggiore re-training per la forza lavoro inadeguata.

E cosa succederà al lavoro?

Nella scheda qui sopra ci sono le previsioni per i prossimi anni contenute nel rapporto del World Economic Forum. Torniamo ai due piccoli robot giapponesi: quante assistenti infermiere e assistenti domiciliari smetteranno di lavorare per causa loro? E quanti autisti di autobus, camion, treno, hostess e steward di aerei verranno rispediti a casa? La digitalizzazione dei servizi finanziari e bancari ha già reso desuete le agenzie bancarie alle quali siamo abituati. E un’enorme massa di bancari.

Le analisi sul futuro del lavoro divergono. Chi è più sereno su questi temi ci spiega che grida di dolore e spavento sul futuro del lavoro si sono ascoltate ad ogni passaggio tecnologico epocale, dalla spinning jenny – la spoletta meccanica che ha cambiato il modo di produrre nel tessile – alla robotizzazione dei primi anni 80. Eppure l’occupazione non è crollata. Altri, come gli economisti del Massachusetts Institute of Technology, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, autori di Race against the machine e The second machine age, restano ottimisti, ma ci ricordano che la rivoluzione tecnologica produrrà anche un aumento potenziale delle diseguaglianze, renderà desuete molte mansioni oggi affidate ai colletti bianchi stravolgendo il mercato del lavoro e, come ha scritto Martin Wolf, «creare una divisione tra coloro che possiedono i robot e gli altri, qualcosa di simile a quanto capitò tra proprietari terrieri e i contadini senza terra». Una lettura confermata in un libro bianco di UBS pubblicato anch’esso in occasione di Davos: che prevede una probabile polarizzazione della forza lavoro, nella quale i più ricchi e connessi diventeranno rapidamente più ricchi. «Coloro nella posizione migliore dal punto di vista delle competenze per sfruttare l’automazione e la connettività, che in genere hanno già elevati tassi di risparmio, potranno beneficiare del fatto di possedere più beni il cui valore sarà spinto verso l’alto dalla quarta rivoluzione industriale», si dice nel rapporto.

Gli anni seguiti alla crisi finanziaria del 2008 hanno contribuito ad un aumento delle diseguaglianze nel pianeta e nelle società a capitalismo avanzato. Le tecnologie – che pure possono essere strumenti di avanzamento su mille fronti, a partire dal cambiamento climatico – accompagnano e accelerano questo processo aumentando la ricchezza di investitori e portatori di saperi collocati nei gradini alti del mercato del lavoro e tutti gli altri. In altre rivoluzioni industriali i cambiamenti hanno prodotto sconquassi nella società e generato risposte politiche (i sindacati, il welfare, le regole). In passato ci sono voluti decenni e passaggi traumatici non da poco. Stavolta le cose sono andate a una velocità enorme e sarà il caso di ragionare, osservare e governare questi processi. Si tratta di una delle grandi sfide dei prossimi anni. Non dei prossimi decenni.

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Noi, la generazione dei dispersi con i paninari al governo

Siamo tra i trenta e i quarant’anni. Siamo quelli che hanno un ricordo del mondo senza internet. E poi dei primi modem che facevano quel suono extraterrestre per connettersi di toni alti e bassi come una sirena scarica e disturbata. Abbiamo vissuto l’euforia degli anni ’80 in cui l’impegno era diventato démodé, tutti ad inseguirci su nuovi mondi futuribili che, ci assicuravano, ci avrebbero per forza portato a stare meglio. Poca politica. Poca nel senso che davvero sembrava possibile stare senza politica: basta l’economia. Avresti detto, per quelli della mia generazione, che ce l’avremmo fatta semplicemente stando in scia, inseriti bene nella corrente, spediti e trasportati, attenti a non scendere sotto la soglia minima del divertimento.

Abbiamo avuto padri che hanno lavorato, fatica vera, e poi si sono imborghesiti sclerotizzando la speranza. “Abbiamo fatto tutto questo per voi” ci dicevano. E non lo dicevano con sicumera o bausceria, no, erano convinti per davvero che ci fosse un serbatoio pieno di opportunità, che tutto quel stare bene (o bene essere) sarebbe bastato per generazioni. È così che siamo stati paninari: convinti di avere il diritto di decidere il nostro “giusto” che non contava fosse “giusto” per gli altri, con una visione egocentrica del mondo instillata da una comunicazione che “ehi, dice a me!” e sempre pronti a contestare i servizi a disposizione, molto meno ad offrirne, ma ci perdonavamo lo stesso. Ah: ci perdonavamo da soli. Ovviamente.

Poi quando semplicemente le cose hanno cominciato a non andare come pretendevamo abbiamo cercato di salvarci. Ma noi, uno a testa. Ognuno per sé. Se c’è meno posto per “paninare” non significa mica che dobbiamo “paninare” meno tutti: significa che qualcuno dovrà smettere. E non certo io. La generazione degli “io”. Abbiamo pensato che la crisi fosse una falce che avrebbe preso solo quelli già sostanzialmente pericolanti e anche se abbiamo finto una preoccupazione di plastica giusto per solidarietà abbiamo pensato fino all’ultimo minuto che “figurati, mica viene a me”.

E poi è venuta a noi. E ci siamo costretti a fingere di essere ancora in sella. Se mi convinco io convinco anche gli altri. E così tutti con l’ottimismo al litro come anabolizzante per “rimanere in pista”. Abbiamo deriso gli sconfitti chiamandoli perdenti, abbiamo riso smargiassi delle sfide degli altri. Altro che Sarri e Mancini: da paninari era finocchio chi tirava troppo debole il pallone, chi aveva i pantaloni di flanella, chi arrossiva, chi non aveva il walkman, chi non partecipava all’autogestione e anche chi all’autogestione ci credeva troppo e per davvero, chi non aveva la risposta pronta, chi non era bello, chi aveva solo amici brutti, chi aspettava da solo il treno, chi non era d’accordo, chi non la pensava come noi, chi aveva i denti gialli, chi non aveva mai bigiato la scuola almeno una volta e anche chi faceva sempre il biglietto del treno. Forse davvero noi, quelli della mia generazione, siamo stati i primi ad essere fieri della propria superficialità, a curare la narrazione.

Poi, quando davvero il mondo è cambiato, eravamo così poco allenati che siamo stati i nuovi “dispersi”. Arrabattati a cercare una sponda. Ma soli. Dispersi tutti nello stesso Paese ma dispersi tra di noi. Incapaci di una socializzazione che non fosse concentrica. Come la storia della cicala e della formica: noi siamo le cicale. Ma dopo un corso di individualismo spinto. E così oggi dobbiamo correre, studiare di notte, per imparare in fretta e furia a diventare “blocco sociale”. Pensa te, che parola da sfigati.

E al governo abbiamo i paninari. Che la storia non succede mica per niente. Già.

Daniele Silvestri nel nuovo video canta del «governo non votato e di terza mano» di Matteo Renzi

Le foto dal set del videoclip

È online “Quali alibi”, il nuovo video di Daniele Silvestri, che presto sarà anche in tour. Un video che, non ve lo dobbiamo dire noi, è piuttosto critico con i tempi che viviamo e – indirettamente – con il governo “che non votiamo”. La stessa idea di un quotidiano che ha per testata La voce del megafono è un messaggio esplicito. Silvestri, come del resto ha fatto in maniera costante durante la sua carriera, osserva la realtà con piglio critico e ironia.

Abbiamo messo in fila alcuni fotogrammi del video in cui Silvestri sembra essere piuttosto critico nei confronti del governo Renzi. In particolare nella parte in cui si dice:

Mi era sembrato di notare un fatto poco chiaro
come una specie di governo ma di terza mano
con un programma mai approvato che però seguiamo
e neanche posso non votare
perché non votiamo

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Tutte le date del tour di Daniele Silvestri

27 febbraio FOLIGNO (Auditorium San Domenico (sold-out)

10 marzo GENOVA (Teatro Politeama)

11 marzo AOSTA (Teatro Splendor @ Saison Culturelle)

12 marzo  SENIGALLIA (An) (Teatro la Fenice)

18 marzo ISERNIA (Auditorium Unità d’Italia)

19 marzo PESCARA (Teatro Massimo)

21 marzo BARI (Teatro Petruzzelli)

22 marzo NAPOLI (Teatro Augusteo)

23 marzo LECCE (Teatro Politeama Greco)

24 marzo MATERA (Teatro Duni)

1 aprile PADOVA (Gran Teatro Geox)

2-3 aprile MILANO (Teatro Arcimboldi)

5 aprile REGGIO EMILIA (Teatro Valli)

7-8-9 aprile ROMA (Auditorium Conciliazione)

14 aprile Udine (Teatro Nuovo Giovanni da Udine)

15 aprile TRENTO (Auditorium Santa Chiara)

16 aprile CESENA (Nuovo Teatro Carisport)

18 aprile TORINO (Teatro Colosseo)

19 aprile Firenze (Teatro Verdi)

6 maggio CAGLIARI (Auditorium del Conservatorio)

7 maggio SASSARI (Teatro Comunale)

12 maggio COSENZA (Teatro Rendano)

13 maggio CATANIA (Teatro Metropolitan)

14 maggio PALERMO (Teatro Golden).

Danimarca alla guerra della salsiccia anti-rifugiato: una città rende obbligatorio il maiale nelle mense

In Danimarca i maiali sono importanti. Come il latte: grazie alle quote e a una tradizione rurale questi due prodotti – che di alberi da frutto nelle pianure dello Jutland non ne crescono – sono colonne portanti dell’economia agricola danese. Del resto, in Danimarca vivono molti più maiali che uomini e il 77% degli allevamenti e 15mila persone che ci lavorano sono proprio in Jutland. E l’export agricolo del Paese è cruciale per il settore agricolo e per l’economia.

I maiali sono anche l’ultimo strumento adottato da qualche politico della destra danese per mostrare di fare di tutto per opporsi all’arrivo di rifugiati. Il consiglio municipale di Randers, città di 61mila abitanti nel nord dello Jutland, la penisola collegata all’Europa che confina con la Germania, ha infatti deciso di dichiarare la guerra delle salsicce e delle polpette.

Il voto di lunedì scorso ha reso obbligatorio per le istituzioni pubbliche, tra cui mense di asili e asili nido, si servire piatti di carne di maiale nei loro menu. La ragione è dichiarata: preservare l’identità e la cultura danese.

Ora, chiunque abbia messo piede in un supermercato, in un ristorante o in una mensa danese è a conoscenza del fatto che pancetta, polpette, wurstel, arrosto di maiale ti guardano da ogni vetrina, vassoio, menu. L’idea di questo regolamento comunale è evidentemente una manovra politica parte di una campagna più grande anti rifugiati e anti-Islam.

Come spesso avviene in questi casi, i promotori dell’iniziativa hanno spiegato che non vogliono forzare nella maniera assoluta nessuno – ebrei e musulmani – a mangiare carne contro le loro convinzioni religiose.

Eppure, sulla sua pagina Facebook, Martin Henriksen, leader del Partito del popolo danese, ha scritto: «Dovrebbe essere inutile dire che è inaccettabile vietare gli elementi che contraddistinguono la cultura alimentare danese…cosa viene dopo?! Il nostro partito si batte, a livello nazionale e locale per la cultura danese … e, di conseguenza, lottiamo contro le regole islamiche che pretendono di dettare ai bambini danesi quel che dovrebbero mangiare».

L’ex ministro all’integrazione Manu Sareen, ha detto a The Independent che il tentativo è quello «di imporre un’ideologia… in questo caso sui bambini». Il New York Times cita invece la pagina Facebook

La socialdemocratica di Raven, Fatma Cetinkaya, si dice preoccupata e spiega al New York Times che la città non ha avuto mai problemi di integrazione o di criminalità e che questa misura rischia di alimentare tensioni. Sempre sul quotidiano newyorchese si cita l’archeologa e conduttrice radiofonica Ayse Dudu Tepe, che scherza: «In un Paese che conta più maiali che essere umani è perfettamente sensato che ci sia un partito che si occupi di maiali»· Del resto, grazie al partito del popolo danese è anche stata approvata la legge che prevede il sequestro dei beni ai rifugiati per pagarsi le spese. Farebbe ridere se non fosse tragico.

 

Turchia, Giulietti: «Sterminio del dissenso. L’Europa si muova»

«Quando si tratta di far rispettare i parametri monetari e finanziari, come è accaduto per la Grecia, gli interventi sono visibili, clamorosi e a piedi uniti, quando invece si tratta di far rispettare i diritti della libertà all’interno della comunità europea e anche con i Paesi alleati, gli interventi sono silenziosi, sottobanco e sussurrati». Giuseppe Giulietti, presidente della Fnsi, denuncia l’assenza di una politica dei governanti europei nei confronti della libertà d’informazione. Oggi Giulietti insieme ai colleghi di Articolo 21 e ai rappresentanti di Amnesty è andato a protestare davanti all’ambasciata turca a Roma. La richiesta è semplice: libertà per i giornalisti turchi incarcerati. Proprio oggi comincia il processo alla giornalista Ceyda Karan, del giornale Cumhuriyet, «un quotidiano che dà voce a tutte le opposizioni», dice Giulietti. Qual è la colpa della giornalista? Aver pubblicato la vignetta che Charlie Hebdo aveva pubblicato dopo la strage nella redazione. Questo avrebbe offeso il sentimento religioso del popolo turco.

Come riporta Articolo 21 tra i querelanti ci sono nomi eccellenti e vicini al premier Erdogan: Mustafa Varank (il suo braccio destro), Bilal Erdoğan (suo figlio), Berat Albayrak (suo genero), Sümeyye Erdoğan e Esra Albayrak (sue figlie).

Nelle carceri turche da 40 giorni inoltre, sono imprigionati sia il direttore che il caporedattore di Cumhuriyet. Can Dündar, il direttore, aveva scritto una lettera a Le Monde in cui rivolgeva «una richiesta d’aiuto dall’inferno», quello riservato alla stampa dal premier turco. Il14 gennaio La Repubblica ha pubblicato una lettera di Dundar diretta al premier Renzi (vedi sotto) in cui il giornalista ricordava i valori fondativi dell’Europa. Che in Turchia non vengono rispettati.

«Tutti i rapporti internazionali – l’ultimo è quello di Reporters sans frontières, dimostrano che la Turchia è un Paese che ha una situazione drammatica per quanto riguarda l’informazione. È uno dei Paesi dove c’è uno dei più alti numeri di giornalisti in carcere e la situazione si è particolarmente aggravata dopo le recenti elezioni. Erdogan si è sentito investito di un potere assoluto e soprattutto cinicamente sta utilizzando la necessità che ha l’Europa di un supporto nei confronti del contenimento del fenomeno migratorio», afferma Giuseppe Giulietti. «Erdogan sta cinicamente sta utilizzando quest’alleanza raggiunta con l’Europa per procedere allo sterminio di ogni forma di dissenso e di opposizione». Il premier turco si sente “sciolto” da ogni vincolo rispetto ai principi del diritto internazionale sui diritti civili.

Nel pomeriggio una delegazione di Fnsi, Articolo 21 e Amnesty andrà al Ministero degli Esteri dove ci sarà ad attenderla il sottosegretario Benedetto Dalla Vedova. «Noi andremo a dire una cosa banale: sì, comprendiamo tutte le ragioni della politica estera, delle alleanze internazionali, però questo non può portare in Turchia come in Arabia Saudita a chiudere gli occhi sulle violazioni dei diritti, a pensare che questi siano un optional. Bisogna con sapienza diplomatica pensare sia alle alleanze ma anche alla rivendicazione e al rispetto dei diritti nei trattati internazionali tra l’altro sottoscritti anche dalla Turchia», aggiunge Giulietti. E non c’è solo la Turchia, ma anche l’Arabia Saudita, salita agli onori delle cronache anche negli ultimi giorni per la vicenda del poeta palestinese Asrhaf Fayadh condannato a morte per apostasia. «Purtroppo è una marea. Non solo Reporters sans frontières ma anche Freedom House rivela che ci sono violazioni in Yemen, Iran, Cina. Un lungo elenco. Sta diventando un’abitudine la repressione del dissenso. Nel caso del poeta palestinese ospite dell’Arabia ha solo espresso le sue opinioni attraverso le sue poesie. Ci sono moltissimi giornalisti musulmani che stanno sotto regimi oppressivi».

E cosa può fare la stampa in Italia? «Bisognerebbe essere capaci di battersi per la libertà di espressione non solo dei colleghi bianchi e occidentali, ma anche quando sono di altro colore, o religione; la nostra capacità di metterci in rete con loro sarebbe un contributo importante per le loro battaglie. Mentre invece soffriamo molto quando veniamo sfiorati nelle nostre capitali soffriamo quasi zero quando si tratta del poeta palestinese».

Articolo 21 ha aderito alla campagna di Amnesty per Asrhaf Fayadh e ha raccolto centinaia di migliaia di firme. Il problema però sempre lo stesso: costringere i governi a rivedere le loro trattative e gli accordi diplomatici con i Paesi che violano i diritti umani. E anche fuori i confini europei, visto che Giulietti, racconta, ha avuto «qualche manifestazione di dissenso con dei rappresentanti della commissione europea a proposito delle posizioni che noi assumiamo sulla Polonia e l’Ungheria».

I problemi dell’informazione in Europa devono poi riguardare tutti i giornalisti, anche in Italia. «Mi dicono: ma perché ci dobbiamo occupare dei turchi, degli arabi, occupiamoci delle vertenze dei freelance italiani. Ebbene, questo è un tipico atteggiamento che porta dritto dritto alla sconfitta. Se sei in grado di far sentire che sei una grande organizzazione che si occupa della difesa dei diritti ovunque, a prescindere dal contesto, sei più forte ad affrontare anche le vertenze del tuo Paese. Non c’è una contraddizione a difendere l’ultimo precario e la dignità dei giornalisti nel mondo».

Turchia: lettera dal carcere “Non svendete la libertà in nome della lotta all’Isis”

di Can Dündar – direttore del quotidiano Cumhuriyet, detenuto nella prigione di Silivri –
Rispettabile Presidente del Consiglio Matteo Renzi, Le scrissi una lettera quando venni incarcerato a fine novembre per un articolo che avevo pubblicato come direttore del quotidiano Cumhuriyet. In quei giorni era in programma un suo incontro con il primo ministro turco sulla situazione dei rifugiati siriani. Era in corso la trattativa perché la Turchia non inviasse i rifugiati in Europa e li ospitasse sul suo territorio in cambio di un aiuto di tre miliardi di euro. Nella mia lettera la pregavo di non dimenticare i valori fondativi dell’Europa in nome dell’accordo.
Quei valori, che anche noi da anni difendiamo con determinazione, erano libertà, diritti umani e democrazia. Ideali da lungo tempo calpestati dal regime del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Ci auguravamo che l’avvicinamento tra l’Unione Europea e la Turchia legato alla crisi dei migranti facesse da freno a questo comportamento, ci auguravamo che avrebbe avvicinato la Turchia alla democrazia.
Lo scorso novembre, ai giornalisti presenti a Bruxelles al vertice Ue-Turchia, lei disse: “Come gli altri miei colleghi, anche io ho con me la lettera di due giornalisti turchi arrestati”. E sottolineò: “Nel dialogo con la Turchia, per l’Italia hanno grande importanza i diritti umani, la democrazia e il primato della legge”. Può immaginare quanto paradossale suoni questa dichiarazione dalla cella dove siamo stati gettati.
Se i cittadini turchi sostengono il processo di avvicinamento alla Ue è perché considerano i valori europei un’àncora per una Repubblica laica, democratica e moderna le cui fondamenta vennero gettate da Mustafa Kemal Atatürk. Siamo consapevoli che questi ideali sono così preziosi da non poter essere sacrificati in nome di un negoziato. Se oggi siamo tenuti in isolamento da oltre 40 giorni in Turchia, considerata dai media internazionali “la più grande prigione al mondo per i giornalisti”, è perché, con quella consapevolezza, ci siamo schierati contro la deriva del Paese verso un regime autoritario. Siamo in carcere perché abbiamo provato che tir dell’intelligence turca portavano armi ai gruppi jihadisti in Siria.
All’origine della crisi dei rifugiati c’è anche la guerra civile in Siria alimentata pure con l’appoggio dell’Occidente. Ora seguiamo con interesse il tentativo di placare l’incendio da parte di coloro che si sono travestiti da pompieri dopo averlo appiccato. Purtroppo, dato che Erdogan ha assunto il controllo di gran parte dei media, è sempre più difficile darne notizia. Chi ha il coraggio di farlo è vittima di attacchi, aggressioni, minacce, processi e carcere.
Anche se gli interessi attuali dell’Europa rendono necessario ignorare temporaneamente le violazioni dei diritti umani, noi continueremo a chiedere il loro rispetto a qualsiasi prezzo. Se rinunciamo all’umanità davanti alla scelta “rifugiati o libertà”, perderemo infatti tutti e tre quei valori. Can Dundar
(pubblicato da La Repubblica il 14 gennaio 2016)