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Agnes Heller su Colonia: «Quando i soldati ungheresi molestavano le ragazze»

«Anche se non conosciamo con precisione i fatti, sappiamo abbastanza per poter fare qualche riflessione su quanto è accaduto a Colonia il 31 dicembre scorso quando donne che festeggiavano per strada state aggredite e molestate». Con una precisazione, dice Agnes Heller: «Comprendere non significa tollerare».

«In fondo non è difficile capire che cosa sia successo anche senza ipotizzare che ci fosse dietro un’organizzazione e un piano prestabilito», prosegue la filosofa ungherese. «Più della metà degli immigrati sono giovani uomini. Parliamo di uomini in viaggio da sei mesi. Una volta arrivati sono riusciti a procurarsi cibo e un posto sicuro dove stare. Ma nessuna donna tedesca farebbe l’amore con loro. Non sono abituati all’alcol, che è proibito dalla loro religione. Bere ha avuto su di loro un effetto dirompente. Qualcosa di simile è accaduto anche a Budapest subito dopo la guerra, quando i soldati tornarono a casa. Non potevo camminare per strada, senza essere molestata da un uomo, a volte anche due o tre. Se prendevo un tram c’era sempre qualcuno che ne approfittava. Nella calca, non c’era modo di sfuggire ed io ero molto imbarazzata. Posso capire che sul momento qualcuna abbia esitato a segnalare, perché si vergognava». E poi aggiunge: «Per i giovani musulmani, responsabili delle aggressioni a Colonia, una donna che beve e balla con gli uomini in pubblico è una puttana. Per questo forse non avevano neanche piena consapevolezza di commettere un crimine».
Vede un conflitto fra differenti culture dietro le molestie di Colonia e un attacco ai diritti e alla identità delle donne?
Dagli anni 60 in poi i costumi sessuali sono cambiati radicalmente in Occidente: le molestie sessuali sono inaccettabili. Anche personaggi politici di primo piano (vedi ultimamente in Israele) sono stati costretti a dimettersi perché sospettati di molestie. Nel mondo musulmano nessuno si è dimesso, piuttosto è successo il contrario. Fra le donne immigrate che mi è capitato di vedere non ce ne sono a capo scoperto in pubblico. Il solo fatto di avere i capelli sciolti, da un musulmano può essere letto come un segno di disponibilità. Con ciò non voglio dire che sia così per tutti i musulmani, probabilmente riguarda solo una minoranza che poi agisce “in buona coscienza”, proprio come molti uomini nel mio Paese che perseguitavano le adolescenti nel dopo guerra. È chiaro però che il comportamento degli aggressori musulmani di Colonia, per quanto pochi, contraddice le norme di correttezza condivise oggi in Europa. @simonamaggiorel


 

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Dallo Stato dell’Unione all’kamikaze di Istanbul, la settimana per immagini

President Barack Obama delivers his State of the Union address before a joint session of Congress on Capitol Hill in Washington, Tuesday, Jan. 12, 2016. (AP Photo/Evan Vucci, Pool)

Nell’immagine di apertura il presidente Barack Obama pronuncia il suo discorso sullo stato dell’Unione prima della sessione congiunta del Congresso a Capitol Hill a Washington. 12 gennaio 2016.
(AP Photo/Evan Vucci,Pool)

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Carlo Lucarelli indaga sul passato coloniale italiano

Nel romanzo Il tempo delle iene – che insieme a L’ottava vibrazione e Albergo Italia forma una trilogia – Carlo Lucarelli ripercorre la storia del colonialismo italiano in Eritrea. Lo fa in forma di giallo raccontando le avventure del commissario Colaprico e del suo braccio destro, l’eritreo Ogbà. Riuscendo a tratteggiare un vivido quadro delle nostre responsabilità in questa campagna africana, all’inizio ammantata di_il-tempo-delle-iene-1445387285 incivilimento risorgimentale e di vanità della monarchia sabauda. E poi sfociata nel feroce colonialismo fascista. «Sul nostro dimenticato o comunque sempre poco conosciuto passato coloniale gli storici hanno scritto molti libri, saggi approfonditi sia per quanto riguarda l’Italia liberale che poi quella fascista», fa notare lo scrittore bolognese. «Ma ciò che ancora ci manca è un immaginario familiare che possa riempire quei momenti e fargli da sfondo. Il compito della narrativa è proprio questo: mettere in scena dei meccanismi
riempiendoli di emozioni». In effetti è piuttosto curioso che per capire le dinamiche del colonialismo molti di noi abbiano più presente la vicenda del generale Custer che quella Vittorio Bottego. «Io stesso fin da bambino sapevo tutto di Little Big Horn e niente della battaglia di Adua. Anche perché – dice Lucarelli – studiare e appropriarsi di quel passato significa capire molto di quello che succede nel presente, che spesso ha proprio là le sue radici».

Una frase di Sherlock Holmes torna a risuonare in questo ultimo romanzo di Lucarelli pubblicato da Einaudi: «Non c’è niente di più innaturale dell’ovvio». E nel pensare comune ovvia, quanto costruita ad hoc, è l’immagine degli italiani “brava gente”. La leggenda del «colonialismo dal volto umano» è stata una delle più longeve e tenaci. Tanto che storici come Angelo Del Boca hanno passato la vita a cercare di smontarla, scrivendo libri che documentano la violenza italiana. E con lui grandi scrittori come Corrado Stajano.

«Gli studi di Angelo Del Boca sono fondamentali per chiunque voglia avvicinarsi all’argomento come anche quelli di Nicola Labanca, Irma Taddia o Massimo Zaccaria. Corrado Stajano, poi, è sempre un maestro. «Il mio immaginario “coloniale” viene da lì – ammette Lucarelli -, dall’esperienza diretta su quei luoghi e dall’esame critico di memoriali e fotografie». Ma il mito degli italiani brava gente, non investe soltanto il periodo coloniale. «Si estende pesantemente anche alle guerre e all’occupazione italiana. È un mito ambiguo e ingannatore, per cui possiamo trovare a livello individuale moltissimi esempi di grande umanità, ma altrettanti e più – soprattutto a livello collettivo- esempi di quella ferocia e di quella crudeltà. Quello che abbiamo fatto in Etiopia con i gas, per esempio, o con le stragi di Addis Abeba e Debrà Libanos, oppure quello che abbiamo fatto nella Jugoslavia occupata con i nazisti, lo dimostra senza possibilità di equivoco»….@simonamaggiorel ( continua sul numero in edicola)

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Libia, le braci della guerra civile

Siamo in Libia, in missione, in prima linea: in zona di crisi. O crISIS. A curare e trasportare quindici degli oltre cento feriti dell’attentato del 7 gennaio scorso, quando un’autocisterna bomba ha colpito la scuola di addestramento di polizia Al Jahfal a Zlitan, sulla costa, 160 km da Tripoli. L’attentato più sanguinoso che si ricordi dal 2011 ha fatto registrare un bilancio di 74 morti su 400 presenti. Per questa situazione, Faiez al Sarraj avrebbe firmato una richiesta di soccorso indirizzata alle divise italiane sul territorio. Il nuovo premier a capo del Consiglio presidenziale ha l’arduo compito di trovare l’unità tra i frammenti di un Paese alla deriva estremista. E la missione affidatagli sembra impossibile: serrare il vaso di Pandora del caos africano – vaso che si credeva di chiudere e invece si aprì del tutto il 20 ottobre 2011, giorno della morte del dittatore sanguinario Mu’ammar Gheddafi.

Più che un Paese, la Libia è una questione, un dossier sempre più ampio, che dalla wilaya, il golfo di Sirte, arriva fino al sudsahariano golfo del Fezzan. Più che uno Stato, la Libia è il numero di una risoluzione Onu, la 2238, datata 10 settembre 2015, secondo cui la situazione nel Paese «costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale».


 

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I media e i fatti di Colonia. “Cari giornalisti sbagliate. Dovete diventare dei ricercatori sociali”

colonia molestie rifugiati sui media

Ci risiamo. Dopo i fatti di Colonia, la Silvesternacht delle violenze alle donne da parte di gruppi di nordafricani, l’informazione ha segnato di nuovo un passo falso. Gli esempi non mancano. Prendiamo l’ultimo numero di Panorama dove campeggiano decine e decine di foto segnaletiche di uomini con la striscia nera sugli occhi e la scritta “La faccia violenta dell’immigrazione” con tanto di indicazione di un “Capodanno del terrore” anche in Italia. Serena Chiodo di Cronache di ordinario razzismo nell’editoriale del 14 gennaio collega questa copertina al fondo del direttore di un giornale che oltranzista non è, come La Stampa. Dove però Maurizio Molinari ha scritto (qui) sul “branco di Colonia” definendo quello che è successo  “un atto tribale”.

Che cosa sta accadendo all’informazione? Eppure Carta di Roma in un suo recente report del 15 dicembre aveva evidenziato come nel corso del 2015 fossero sì aumentate le notizie relative agli immigrati ma senza che questo fenomeno creasse un aumento della paura.

Ne abbiamo parlato con il professor Carlo Sorrentino, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Firenze, studioso dell’evoluzione dei percorsi della notizia – il titolo anche di un suo saggio -, mentre adesso sta ultimando un lavoro sulla formazione dell’opinione pubblica. Più attenzione ai fenomeni complessi, con i giornalisti che dovrebbero diventare ricercatori sociali e prima di tutto, classi politiche che non inseguono l’opinione pubblica ma che cercano davvero di promuovere l’integrazione attraverso l’interculturalità: ecco le proposte del sociologo.

Professor Sorrentino come le è sembrata la reazione dei media dopo i fatti di Colonia?

Modesta, e per un motivo semplice. Continuiamo a fare l’errore che a me sembra più tragico, quando si parla di immigrazione. Cioè si continua a usare una categoria di tipo emergenziale. Nel caso di Panorama o nei casi più classici come Libero, ma anche nel caso di attori sociali, come la Lega, legando l’immigrazione alla sicurezza. Oppure nel senso opposto alla solidarietà. In entrambi i casi – o cacciarli o salvarli – si tratta di logica emergenziale. E invece occorre muoverci in un altro modo.

Quale?

Bisogna prendere atto che questo è il più grande fenomeno del secolo e che non si potrà tornare indietro. Ed è anche un bene, questo, va detto. Quindi il fenomeno va gestito, ma non secondo una logica emergenziale. Poi bisogna considerare che la diversità crea diffidenza.

Come si fa a superare la diffidenza?

L’unico modo è mescolarsi. Quando parliamo di integrazione – che è una bella parola ma molto difficile da realizzarsi – non teniamo conto che l’integrazione non è soltanto costituita da determinate politiche di welfare, che garantiscano l’aspetto formale della cittadinanza. No, l’integrazione è soprattutto quotidianità culturale.

Cosa intende per mescolarsi?

Un Paese a cui dobbiamo guardare è il Canada. A parte il fatto che lì è stato più semplice essendo un mondo nuovo e fatto di immigrati, tuttavia si è lavorato su politiche fondamentali sull’immigrazione. Hanno fatto sì che – al contrario della Francia – gli immigrati non andassero ad abitare nelle zone di periferia ma che fossero diffusi su tutto il territorio. Un fenomento che da noi per fortuna si è verificato, visto che il nostro Paese è fatto di mille comuni. E pur avendo messo in campo pochissime politiche sull’immigrazione e concentrate magari su determinate regioni, noi vediamo che in Italia il fenomeno è meno drammatico rispetto ad altri Paesi. Dovremmo perseguire quindi dei progetti legati più all’interculturalità che alla multiculturalità.

E i media allora come si devono muovere in questa situazione?

I media operano soprattutto in una logica di etichettamento. Hanno poco tempo e devono inevitabilmente stereotipizzare, per cui c’è il bianco e nero, il buono e il cattivo ecc. Questo è un problema serio. Si tratta di una modalità di rappresentare la realtà che non funziona più e che non può fermarsi alla semplicità classificatoria dei decenni scorsi, perché tutti i fenomeni sociali – prendiamo per esempio le unioni civili – sono fenomeni complessi.

Qual è l’errore maggiore che  stanno facendo adesso i media?

Quello di derivare i comportamenti sessisti – se parliamo di Colonia in particolare – alla cultura religiosa di appartenenza. Certo, sicuramente esiste un problema che determinate culture dei migranti sono culture in cui i rapporti tra i sessi sono molto verticali e subordinati, ma è la religione o una tradizione culturale a dire questo? Lo squilibrio del rapporto tra i sessi è molto maggiore in Italia rispetto ai Paesi scandinavi, per esempio. Ma questo non dipende direttamente dalla religione. Ma questo ragionamento i media non lo fanno.

Ma cosa dovrebbero fare, approfondire, studiare?

Dovrebbero imparare dei metodi di lavoro che sono un po’ più riflessivi. Capisco che i media devono categorizzare, perché devono uscire tutti i giorni, tutti i minuti. Non ci si può aspettare un trattato sociologico. Però chi fa questo mestiere, sempre più fondamentale, dovrebbe avere la mente sgombra da pregiudizi e riflettere sul senso di quello che accade, senza rifugiarsi in facili categorie. I media purtroppo avallano la logica da curve calcistiche che ormai pervade la società. Questa è una logica dell’appartenenza – o sei con me o sei contro di me – ma i media dovrebbero rappresentare i fenomeni con un’altra logica, quella della distinzione. Per il mescolamento noi dobbiamo cercare di discernere. Diciamo che è un problema quasi di tipo ontologico. Voi giornalisti dite che vi limitate ai fatti, io dico che da un po’ di anni delimitate i fatti. Ma se tu hai questo compito di rendere visibile una cosa rispetto ad un’altra devi riflettere bene perché la rendi visibile. Mi sembra però che non c’è una grande consapevolezza di questo.

A differenza di dieci anni fa quando il flusso continuo di notizie non c’era, non le sembra che oggi il giornalista dovrebbe avere competenze diverse?

Sono assolutamente d’accordo. Credo che il giornalismo dovrebbe distinguersi in tre fasi. Un po’ come succede con i medici. Quando ti laurei vai a fare la guardia medica, una fascia basic, diciamo, questa è la breaking news. Poi ci sono gli altri livelli, la capacità di interpretazione di quelle notizie, la cosiddetta curation. Fino ad arrivare al ruolo del giornalista che diventa sempre più vicino a quello del ricercatore sociale. A me piacerebbe che nascessero delle joint venture tra gli editori e le università. I giornalisti di domani dovrebbero nascere non nelle attuali scuole di giornalismo ma in una sorta di factory dove si impari proprio a pensare in maniera riflessiva. Insomma, in un mondo complesso anche il sistema dei media dovrebbe diventare più complesso. Invece adesso i media sono un po’ spenti, tra la logica tradizionale della fretta e del mercato. Certo, questa funziona perché se pubblichi notizie di Belen e Balotelli vendi, ma perdi l’altra gamba del giornalismo che è quella del valore sociale.

A proposito del valore sociale, l’ultima domanda riguarda la scarsa reazione dei giornali rispetto ad una frase del presidente del consiglio Matteo Renzi che – rimandando la depenalizzazione del reato di clandestinità – ha motivato questa decisione per “la percezione di insicurezza da parte dei cittadini”. Non le sembra che una frase del genere crei ulteriore allarme?

Questo è il vero problema. Al di là dei giornalisti, se la classe dirigente politica abdica a un ruolo di costruzione dell’opinione pubblica e invece la insegue, viene meno alla sua funzione. Perde senso, ed è il problema più grande delle democrazie occidentali in questo momento. Se si dice che c’è una percezione di insicurezza fai due danni: da una parte non cerchi di incidere sull’opinione pubblica, dall’altra, inseguendola, produci quella che si chiama una profezia che si autoadempie. Se io infatti sento una frase del genere allora penso davvero che la situazione sia grave, ingenero più sfiducia. Questo è il grande problema delle classi dirigenti – e io ci metto anche i giornalisti – che inseguono l’opinione pubblica e poi ne diventano vittime.

Colonia dell’assurdo

Colonia il cielo è limpido, ma c’è un freddo pungente. Il sole delle 13 di sabato 9 gennaio irradia le persone raggruppate sugli scalini tra il duomo e la stazione centrale, l’Hauptbahnhof. Matthieu (il nome è di fantasia), 30 anni, si aggira nervoso. I suo grandi occhi azzurri sono incastonati in un viso pallido, nascosto sotto a un cappuccio grigio – lo sguardo invasato. Dalla bretella destra del suo zaino penzola un rosario di legno. Ogni volta che muove le braccia, la croce sobbalza. Sei un “mollaccione”. Mi fai schifo. Sono venuto dalla Francia per difendere le tue donne. Vuoi aspettare che questi musulmani te le violentino tutte?, esclama in inglese, indicando un signore brizzolato sulla cinquantina. Un ragazzo tedesco-tunisino che passa di lì, lo sente e si ferma. Cominciano a discutere. Il tedesco dice di capirlo, che gli arabi che hanno in Francia sono spazzatura, racalle, ma che in Germania è diverso, che non deve generalizzare.
Henriette, 65 anni, ha in mano un cartello che recita: “Angela Merkel , sei riuscita a farci preoccupare per la vita dei nostri nipoti”. Karl, un signore di settant’anni, dice che ci vorrebbero quelli marroni, Die Braunen, per dare una lezione a questi qua. Quando gli chiedo chi siano i “marroni”, si imbarazza, mi guarda e dice: Beh, insomma, i fascisti, no? Die Faschisten. Tutt’intorno ci sono altri 5 o 6 gruppi di persone che discutono di religione, del senso dell’integrazione, del «multikulti» (un’abbreviazione che sta per “multiculturalità”).
In fondo agli scalini cinquanta persone osservano il tutto. Altre passano e scorrono via. I cameraman delle emittenti televisive sono sparsi per la piazza e a turno si avvicinano per qualche ripresa. A una settimana dai fatti di Capodanno, la piazza della Stazione centrale di Colonia somiglia a un palcoscenico pronto a essere occupato da chiunque. Basta un po’ di coraggio. In televisione ci si va di sicuro. Intanto, alle ore 15, dall’altro lato della stazione va in onda il secondo atto della saga Silvesternacht, “Capodanno”. Se c’è qualcuno che è pronto a cavalcare l’onda degli avvenimenti sono i Patrioti contro l’Islamizzazione del Mondo Occidentale, cioè Pegida.

Nero-Rosso-Giallo

Il Breslauer Platz è un’enorme isola pedonale, divisa da un’entrata della metro. Da una parte, un tripudio di bandiere nero-rosso-oro. Dall’altra, i movimenti anti-razzisti e anti-fascisti. A fare da contorno 1.700 forze dell’ordine. Da un anno e mezzo, ogni volta che Pegida scende per strada, i movimenti di sinistra organizzano contro-manifestazioni. Questa volta però la competizione ha una sfumatura diversa: vince chi riesce a rivendicare il “discorso anti-sessista”. Nell’aria si sente tutto il peso dei fatti dei giorni scorsi. Le persone raccolte lungo il binario 11 della stazione sembrano quasi spettatori di un match. Tra queste c’è Anastasia, 33 anni, architetto, originaria del Khirgizistan e cresciuta in Germania. La notte di Capodanno si trovava poco lontano dalla stazione e dal duomo: Eravamo a due passi, all’inizio del ponte. C’era una quantità di gente incredibile. Sul momento non mi sono resa conto. Solo più tardi ho capito cosa avevo scampato. Le chiedo se ce l’ha con i rifugiati. Dice di no. Ma crede che 1.1 milioni (il numero di rifugiati arrivati in Germania nel 2015) siano troppi. La regione Nord Reno Westfalia, ne ha accolti 310mila quest’anno. 10mila hanno trovato dimora a Colonia. Quando chiedo ad Anastasia se ha paura di andare in giro da sola, ride. Poi si fa seria: Quello che mi spaventa sono le conseguenze che possono esserci ora. Confessa che quella è la sua prima manifestazione. È come se fosse stata risucchiata nella politica senza neanche volerlo. Probabilmente è successo a molti dopo il 31 dicembre. Verso le 17 i cortei dell’Antifa e di Pegida prendono il via e fanno il loro corso. La prima finisce pacificamente un’ora e mezzo dopo al Hans Böckler Platz. La seconda viene sciolta dalla polizia con gli idranti.

Ce l’hanno con gli arabi

Descrivere la Colonia degli ultimi 30 anni è facile: città di confine; città che ha accolto migliaia di migranti italiani e turchi; città del carnevale più sfarzoso di Germania. In due parole: città aperta. Forse proprio per questo il Paese si sente ancora più ferito. La gente ha cominciato a interessarsi alla fede musulmana dopo l’11 settembre del 2001, racconta Sarah (ancora un nome di fantasia), 34 anni, quando le chiedo del rapporto tra Colonia e la sua confessione. La incontro dopo la manifestazione in un bar del quartiere belga. I muri sono tappezzati di vecchi libri senza copertina. Lei è nata in Azerbaigian. Nel ’96, quando aveva 14 anni, i suoi genitori decisero di trasferirsi in Germania. Mi racconta dell’ossessione di dover imparare il tedesco. Perché sono venuti qua? Perché i miei genitori volevano garantire una formazione a me e mio fratello, afferma. La sua non è una storia fatta di povertà, miseria e guerre, anzi: sua madre è chirurgo e sapeva il tedesco già prima di trasferirsi. Anche in Germania ha trovato lavoro in ospedale. Sarah dice che ancora oggi sua madre specifica di essere medico quando si presenta al telefono: Lo fa per compensare il suo accento. C’è ancora un razzismo delle piccole cose in questo Paese. Poi però ammette che sua madre ce l’ha con gli arabi che arrivano ora. Fosse per sua madre, entrerebbero in Germania solo persone qualificate.


 

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Le lacrime di Obama

Le lacrime di Obama sono una metafora del tempo che viviamo. Questo presidente ha fatto per l’America certamente più dei Bush, padre e figlio, ma anche più di Clinton e di Reagan: ha varato una riforma sanitaria, dato impulso all’economia verde, risollevato il sistema bancario dopo la terribile crisi del 2007-2008, infine ha contrastato, con qualche successo, l’aumento della disoccupazione.
Eppure tanta America gli volta le spalle. L’ultimo sondaggio Cbs contrappone a un 46 per cento di cittadini statunitensi che ne approva l’operato, un altro 47 per cento che disapprova la sua politica. Fra i repubblicani fa faville Donald Trump, che montò contro Obama una campagna denigratoria sfruttando il suo secondo nome, Hussein, per dirgli addirittura: non sei americano. E il candidato democratico a succedergli sarà probabilmente Hilary Clinton, avversaria sprezzante nelle primarie del 2007, che promette all’America una politica più tradizionale e realista, certo meno visionaria.
C’è poi un’America – e ha tanta voce – che vorrebbe un muro alla frontiera con il Messico, che ripudia la sanatoria dei lavoratori immigrati voluta da Obama, che accusa il Presidente di aver reso il Paese meno sicuro, che si schiera con gli agenti bianchi che sparano su ogni negro che si muova. Un’America che, dopo ogni attentato, corre a comprare fucili da guerra per difendersi a mano armata. E una che accusa Obama, e non i precedenti trent’anni di liberismo, di aver moltiplicato le disuguaglianze e frustrato la fiducia della middle class nel sogno americano.
Obama ha chiuso due ferite infette da mezzo secolo. Riavviato il dialogo con la Cuba dei Castro, aperto il confronto con l’Iran degli Ajatollah. Può dire game over, avendo eliminato il nemico pubblico numero uno, l’ispiratore dell’attentato alle torri gemelle. Ma dopo Al Qaeda, è arrivato il Daesh. L’alleato saudita simula una guerra con l’Iran, bombardando e invadendo lo Yemen e provocando gli islamici sciiti con l’esecuzione di Al Nimr. A Obama sfugge il controllo nel giardino del petrolio, in Medio Oriente. E così l’avversario della guerra fredda, tenuto a bada in Ucraina, entra in quel giardino e, come un playmaker, guida l’offensiva contro il Califfato che gli alleati renitenti degli Stati Uniti avevano rinviato e sabotato.
Certo Obama può ben dire, nel suo settimo discorso sullo stato dell’unione, di aver fatto molto, contro il terrorismo, per la sicurezza e per il benessere dei suoi concittadini. Ma è come se a ogni ferita sanata se ne aprisse un’altra. Perciò l’ultimo discorso del presidente e le sue lacrime di pochi giorni prima, vanno letti uno accanto alle altre. Obama ha fatto molto, ma facendo ha rimosso il velo d’inganno. Ha detto agli americani e al mondo che non può esserci una sola superpotenza capace di regolare ogni cosa. Un governo multipolare del mondo è cosa difficile, mai tentata. Si può schiacciare la testa del califfo, come si è fatto con Al Qaeda, ma il terrorismo tornerà in altre forme. Si può superare una crisi, provare a riconvertire la macchina produttiva, ma l’americano medio non crede che i figli vivranno meglio.

Orgoglio e lacrime. Mi torna in mente un film di 11 minuti firmato da Sean Penn. Un vecchio parla alla moglie morta, innaffia dei fiori secchi, vive nell’ombra. Poi crollano le torri ed entra la luce nella sua stanza. Il vecchio comprende e piange. C’è chi giudicò quel film un insulto all’America ferita dal terrore. Gli stessi che imputano a Obama di disvelare la realtà. Per noi, però, la verità è rivoluzionaria.

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Cartoline contro il Muos

Oltre 180 opere, 113 artisti, 17 paesi diversi. Sono i numeri della mostra “Mail Art NoMuos” inaugurata a Enna, una carrellata di cartoline arrivate da tutto il mondo a supporto di una battaglia che in Sicilia va avanti da molto tempo contro il Muos, il potentissimo sistema satellitare Usa, rappresentato da tre gigantesche antenne paraboliche istallate a Niscemi, al centro della Sicilia in una splendida riserva naturale. La mostra, che si tiene alla Galleria Civica, viene inaugurata a quattro giorni dalla decisione del prefetto di Caltanissetta di non procedere con i test sull’impianto per motivi di sicurezza.

renata-e-giovanni-stradada-1 schoko-casana-rosso-1 samuel-montalvetti-argentina no muos planer-russia no muosResterà aperta fino a domenica 17 gennaio ed è «frutto – spiega la vulcanica Cinzia Farina, ideatrice e curatrice dell’evento – di un progetto lanciato nell’agosto 2014 per sensibilizzare il resto del mondo al problema dell’istallazione statunitense in questa parte di Sicilia, in difesa del nostro territorio, della democrazia, della pace e della salute dei cittadini», insieme al Comitato NoMuos di Enna, diretto da Angelo Barberi. Non a caso è stata scelta la Mail Art, letteralmente arte che viaggia per posta, che preferisce comunicare il proprio messaggio, di diffondersi e dialogare col mondo, al di fuori dei circuiti tradizionali, del sistema delle gallerie e dei mercanti, del business.

All’appello hanno risposto moltissimi artisti, nomi noti nel panorama culturale contemporaneo e rappresentanti storici della MailArt mondiale, che questi mesi hanno inviato nel cuore della Sicilia le loro cartoline da tutta Europa, dagli Stati Uniti, da Israele, dalla Russia, dai paesi dell’America Latina, dal Canada e dalla Turchia. Tra gli artisti italiani che hanno voluto inviare una loro testimonianza c’è anche Rap, ovvero Chiara Rapaccini, illustratrice e designer, che per oltre trent’anni è stata la compagna di Mario Monicelli. «Ci sono anche autori emergenti e persone semplicemente sensibili al tema proposto, che si sono cimentate per la prima volta in questa entusiasmante esperienza», aggiunge Cinzia Farina, che aggiunge: «Abbiamo deciso di non esporre le cartoline greetings dalla guerra, ma di distribuirle tra i visitatori, che ne faranno ciò che vogliono, tenersele o spedirle a loro piacimento». Un altro modo per rendere l’arte patrimonio di tutti.

Giachetti ha detto sì (con il via libera di Bettini e Zingaretti)

Dal belvedere del Gianicolo (ma parlando delle periferie) Roberto Giachetti accetta l’investitura ricevuta da Matteo Renzi. Si candida così alle primarie che il partito democratico farà a marzo, due mesi prima delle elezioni amministrative.

Il vicepresidente della Camera comincia dunque la sua campagna elettorale, dà appuntamento per i dettagli alla prossima settimana, e però sa già di avere davanti a sé un’autostrada.
La minoranza dem vorrebbe infatti trovare un nome da contrapporre al candidato renziano, ma per ora le carte non escono da mazzo. E anzi, si registrano due perdite di peso, in città. Tanto il presidente della Regione Nicola Zingaretti quanto Goffredo Bettini (per anni animatore delle giunte Veltroni e poi “inventore” della candidatura di Ignazio Marino, quando Renzi sostenne Gentiloni) hanno infatti detto che a loro Giachetti va benissimo.

Bettini lo ha detto dicendosi disinteressato alle vicende romane (è europarlamentare, adesso) e pronto a sostenere «le indicazioni del segretario nazionale». Zingaretti è stato invece più esplicito. Per la minoranza dem è una doccia fredda. Zingaretti è una potenza, in città, una delle anime non renziane del partito romano. E però ha detto: «Sosterrò Roberto Giachetti sindaco. Come ha detto Renzi è un candidato credibile che può vincere».

17 gennaio | La rassegna di domani

fermate le rotative

Un giorno semplice, per noi giornalisti. Con due titoli già scritti. Crollano le borse: giù Londra, Francoforte, Parigi e Milano. Perché? Perché il barile del petrolio è sceso di nuovo sotto i 30 dollari. Così in Europa i prezzi ristagnano e i Paesi emergenti sono nella peste, visto che insieme al petrolio vanno giù tutte le materie prime. Perchè la locomotiva cinese continua, inesorabole, a rallentare la sua andatura. Perché la ripresa negli Stati Uniti è a macchia di leopardo e, per esempio, i dati sulla produzione manufatturiera nello Stato di New York sono peggiori delle attese. La ripresa robusta su cui puntava il nostro governo sembra, purtroppo, una chimera.

Le spine di Juncker pungono Renzi potrebbe essere l’altro titolo. Se primo o secondo, dipende se si intende dare centralità alla politica oppure ai mercati. «La smetta di offendere l’UE» ha detto il presidente della commissione di Bruxelles al rottamatore. E poi ha aggiunto: «La flessibilità l’ho introdotta io», insomma, non fare il furbo! Prima reazione, imbarazzata, di Padoan: «Non intendevamo offendere». Mogherini fa l’equidistante, cioè prende le distanze da chi l’ha imposta in Europa.

Altro titolo che potrebbe – secondo me, dovrebbe – trovare spazio in prima: 12 professori fatti arrestare da Erdogan perché avevano promosso un appello per la pace e a favore dei curdi.

Giachetti si candida, Fassina si frega le mani. D’accordo, il titolo non lo troverete in questa forma, ma è un fatto che il radical-piddino, di recente assiduo bastonatore di grillini e “sinistri”, abbia finalmente comunicato la sua intenzione di correre per la candidatura alla carica di sindaco della Capitale. Fassina ha colto la palla al balzo: vedete che non c’erano le condizioni per un candidatura unitaria col Pd?

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