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Libia, perché un intervento italiano o europeo sarebbe un errore

Ci sono due processi simultanei in corso sulla Libia. Uno è il dialogo politico promosso dall’Onu e sostenuto (almeno a parole) da tutti i Paesi dell’area. I suoi punti culminanti sono stati la conferenza internazionale a Roma il 13 dicembre e la firma di un accordo di pace tra le fazioni libiche quattro giorni dopo in Marocco. Quella firma ha portato alla nascita di un governo di unità nazionale con a capo l’ex architetto Faiez Serraj che però ancora non opera in Libia. Nonostante qualche progresso significativo, la scadenza del 17 gennaio per il completamento del processo politico potrebbe passare senza che la Libia abbia allo stesso tempo un governo riconosciuto dalla comunità internazionale ed effettivamente governante dalla capitale Tripoli.
Il secondo processo in atto sulla Libia è l’avanzata in parallelo dell’Isis e delle pressioni, in Europa ed in Italia, per una risposta armata da parte europea. Il cosiddetto Stato Islamico in Libia è operativo da più di un anno. Inizialmente formato dai reduci libici della guerra in Siria (la brigata “Battar”), il Daesh libico si era installato nella città di Derna da cui però è stato cacciato nel giugno scorso da un’inedita alleanza tra jihadisti anti-Isis e popolazione locale. Ora opera nella Libia centrale, attorno alla città di Sirte ed è formato da alcune migliaia di militanti soprattutto di provenienza nordafricana. La popolazione locale vive Daesh come un’occupazione straniera.
L’espansione di Daesh in Libia spaventa soprattutto per il suo potenziale di attrazione per i jihadisti della regione a cui potrebbe offrire un’opportunità di addestramento e di basi militari molto più vicino a casa ma anche per la possibilità che i jihadisti arrivino a controllare le risorse petrolifere libiche e poi ad attaccare l’Europa.


 

Questo commento è sul n. 3 di Left in edicola dal 16 gennaio 2016

 

SOMMARIO ACQUISTA

 


Più salirà il livello dell’offensiva jihadista e più forti si faranno le voci per attacchi aerei occidentali. La risoluzione Onu 2259 approvata a dicembre stabilisce che qualsiasi forma di “assistenza” debba passare per l’approvazione del nuovo governo libico ma il rischio è che in assenza di progressi del primo processo (quello politico, appunto) alcuni paesi decidano di attaccare lo stesso in Libia. è molto probabile che in quel caso l’Italia si accodi a Francia, Gran Bretagna e USA anche per avere una voce in capitolo sulla strategia.
Sarebbe un grave errore. Non è chiaro cosa potrebbero conseguire degli attacchi aerei contro una forza che non ha ancora caratteristiche propriamente militari quanto piuttosto di una forza terroristica che si muove di città in città. Servirebbe piuttosto un contrasto a terra, fatto da forze libiche in nome della liberazione del Paese da un’occupazione straniera. Ci sono solo embrioni di questa risposta: le guardie petrolifere (di tendenza seccessionista della Cirenaica) hanno respinto l’offensiva sui pozzi in coordinamento con l’aviazione della città di Misurata, precedentemente ostile.
L’Europa deve far crescere il coordinamento tra queste forze ed aiutare tutte le forze libiche (comuni, forze sociali, tribù) a dare una risposta politica unitaria. Un intervento occidentale in assenza di ciò delegittimerebbe il governo di Serraj e deresponsabilizzerebbe i gruppi armati libici. Spetterebbe invece alla risposta unitaria libica di cui sopra, eventualmente, chiedere un supporto aereo occidentale.

*European Council on Foreign Relations – Londra

Il contadino invisibile. Il ministero delle Politiche Agricole cambia nome

A rottamare l’agricoltura italiana , con un sol colpo, ci avevano pensato in molti, a cominciare da quelli che volevano abolire il ministero dell’agricoltura per non dover affrontare la riforma del suo fallimentare funzionamento ma sembra che solo il primo ministro Renzi ci possa riuscire.

Così almeno a stare all’annuncio ufficiale che, ci informa, “Il dicastero delle Politiche Agricole cambia nome e diventerà “ministero dell’Agroalimentare” ( presidente del Consiglio Matteo Renzi nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Chigi – 13.01.2016) per accompagnare l’accordo da 6 miliardi di euro siglato tra governo e Intesa San Paolo per finanziare il settore agroalimentare”. A leggere il comunicato si capisce che per il Ministro Martina e per il governo per “agroalimentare” si intende “agribusiness.” cioè industria agroalimentare. E’risaputo che, in questa visione, “…la componente agricola tende a sparire, mentre assume un peso sempre maggiore il settore distributivo…” e delle industrie agroalimentari a monte ed a valle della produzione agricola.

Tutti a lamentarsi di quanto “la politica sia separata dal paese”, quindi non ci sorprendiamo che il governo non si ricordi che l’agricoltura italiana – il cosiddetto settore primario – a pari merito con quella francese , sia la più importante dell’UE, che – stando ai dati ISTAT (SPA, 2013) – e’ fatta di 1.516.000 aziende e 992.000 occupati (cioè il 72% degli occupati del settore) contro gli occupati nelle imprese industriali del settore ( tutto compreso, anche la ristorazione e gli ambulanti) che rappresentano solo il 28% degli occupati.

Viene ripetuto continuamente che l’export agroalimentare è quello che tira, che ci salverà il mercato mondiale della crescita dei consumi alimentare nei paesi emergenti e nelle megalopoli (magari dando credito alle stime ottimiste proiettate al 2050 quando la crisi economica sarà solo un ricordo), senza mai dirci chi produrrà quello che esportiamo o esporteremo.

Vediamo come sono andate le cose con il nostro commercio internazionale agroalimentare, ricordando comunque che le vendite dell’ agroalimentare “italiano” dipendono per tre quarti ancora dal mercato domestico. (ISMEA). “Ancora sostenute dal deprezzamento dell’euro, le esportazioni dei prodotti agroalimentari italiani migliorano invece la perfomance già positiva dei mesi precedenti, con un solido più 7,1% nei primi 5 mesi dell’anno 2015”(ISMEA). E ancora “Da segnalare il contributo particolarmente positivo dell’agricoltura che avanza all’estero dell’11,8% a fronte di un incremento più contenuto dell’industria alimentare (+6%)”. Questi dati sono riferiti, però, al 2014 che si era chiuso con un meno 1,65% sul 2013 per l’export del settore primario (in cui il settore primario per uso alimentare riportava un meno 1,54 %) e con un più 0,69 per le importazioni ma con un più 1,63% per l’ importazione di prodotti per uso alimentare del settore primario. Per l’ industria agroalimentare, il 2014 si era chiuso con un più 2,89% sul 2013 per l’export, mentre le importazione avevano realizzato una crescita del 4,38% sul 2013 (Federalimentare Servizi srl ). Come dire, nessuno di questi dati fa prevedere miracoli nell’ export mentre evidenziano una continua erosione del mercato interno da parte delle produzione importate.

L’industria agroalimentare italiana ha molte caratteristiche, decantate dalla mitologia del made in Italy, tra cui quella di essere effettivamente poco “italiana”. Sulle 114 grandi Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (con oltre 250 addetti) nel nostro paese (ISTAT), 27 sono a controllo estero (“multinazionali”) e 87 sono a controllo nazionale. Le multinazionali nell’agroalimentare, pur rappresentando solo lo 0,3% dell’imprese (183 in totale, comprese quelle di dimensione più ridotta ), realizzano il 14 % del fatturato totale, il 14,2% del valore, il 17,3 % degli investimenti in ricerca ed innovazione ed occupano 30.600 addetti (ISTAT, 2013), pari al 7,1% degli addetti. Nel 2013 hanno fatturato circa 18 miliardi di euro.

Il loro scambi all’interno dello stesso gruppo rappresentano il 71,8% dell’export totale delle Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco “italiane” (ISTAT, anno 2013). Che qui sia celato la performance delle esportazioni agroalimentari italiane? Sostenere l’export agroalimentare rafforzerà le multinazionali del settore presumibilmente a scapito della PMI italiana ancora esistente..

Qualche nome (in ordine di volume di fatturato totale, 2012): Unilever Plc/Unilever NV, Nestlè, Lactalis, Heineken N.V., Groupe Danone. Ferrero, la prima delle imprese italiane, sta al 12.mo posto in questa graduatoria.

Se solo si guardasse con occhio attento (e competente) la struttura dell’economia agricola del paese, certo che dovremmo cambiare nome al Ministero, magari chiamandolo “Ministero dell’alimentazione, agricoltura e sviluppo rurale”.

Ma prima di cambiare il nome al Ministero sarebbe sicuramente più utile cambiare visione dell’agricoltura del paese, immaginando di valorizzare la capacità produttiva, di investimento e transizione agro ecologica di quel milione di aziende agricole di piccola e media dimensione che sono la struttura portante dell’agricoltura italiana e della sua capacità di fornire occupazione oltre che alimenti di qualità prima di tutto al mercato interno nazionale ed europeo.

«Se torneno i democristiani annamo tutti pe’ stracci». Franco Citti e Ninetto Davoli testimonial del Pci per Roma

E’ morto Franco Citti: un altro mondo, un’altra stagione culturale e politica. Ecco venti minuti di video ripreso dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio in cui lui, Ninetto Davoli e Antonello Venditti spiegano l’importanza di votare Pci: dall’acqua corrente alle passeggiate ai Fori imperiali. La cultura, il centro dove anche i borgatari possono andare a passeggiare e il sindaco che parla con la gente (e Caltagirone dipinto come il male)

Cannabis, la depenalizzazione è solo una sanatoria

cannabis

La depenalizzazione della coltivazione della cannabis è stata decisa oggi in Consiglio dei ministri, all’interno di un pacchetto più ampio di depenalizzazione, tra cui la guida senza patente.
Prima di cantare vittoria, che sia ben chiaro: non si tratta di una liberalizzazione, né tantomeno di un disegno di legge volto al libero utilizzo per fini personali della sostanza, nemmeno a scopi curativi. Di fatto, è una sorta di “sanatoria” riguardante quelle aziende che già coltivano cannabis per fini terapeutici. Per loro, qualora dovessero contravvenire alle motivazioni per cui hanno ottenuto l’autorizzazione alla coltivazione, d’ora in poi, anziché di illecito penale, si tratterà ora di illecito amministrativo, e la pena di un anno verrà sostituita con una sanzione da 5mila a 30mila euro.
Fra questi, sarebbe il caso per esempio dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze in cui è attualmente in corso il programma di sperimentazione della coltivazione della marijuana terapeutica. Qui, la produzione è stata fissata in 100 chilogrammi di cannabis terapeutica l’anno stimati come fabbisogno nazionale.
Per tutti gli altri, la coltivazione di “erba” resta reato. Niente a che fare dunque con la medicalizzazione della cannabis, né con un provvedimento che semplifichi o ampli la coltivazione a scopi terapeutici.
Nel frattempo, si attende che prosegua l’esame della proposta di legge sulle “Disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati”, presentata dall’intergruppo Cannabis legale e firmata da quasi 300 parlamentari.
Lavori che invece molte Regioni dello Stivale stanno varando autonomamente, andando ben al di là della regolamentazione medica, e anticipando le misure del tanto atteso disegno di legge. È il caso, fra le altre, di Toscana e Sicilia.

Antigone e la CILD, che promuovono la campagna Non me la spacci giusta, in favore di una legalizzazione vera, commentano:

Questa depenalizzazione non avrà quindi alcun impatto sulla condizione delle carceri né, tantomeno, su quella delle tante persone che si curano già oggi con la cannabis terapeutica, auto-coltivandola, con tutte le conseguenze penali del caso, come ci raccontano storie di attualità. Attualmente un terzo dei detenuti è recluso per aver violato le leggi sulla droga. Lo Stato spende oltre 1 miliardo l’anno per tenere in carcere queste persone che hanno commesso reati di alcuna pericolosità sociale. Molti Paesi hanno capito che la questione droghe non si risolve con la criminalizzazione dei consumatori. Lo stesso Obama ha concesso numerose “grazie” nelle ultime settimane per chi era in carcere per questo tipo di reati.

In Europa, l’unico Paese a consentire il consumo di cannabis – a scopo medico quanto a scopo ricreativo – è l’Olanda, mentre la Germania ne consente la coltivazione e la vendita solo dietro specifica autorizzazione dell’istituto federale per le droghe e le medicine.

 

 

Attacco jihadista in una base militare in Somalia, i miliziani rivendicano l’uccisione di 60 soldati

somalia attacco jihadista

60 i soldati del Kenya uccisi in un attacco sferrato dai miliziani somali di al-Shaabab legati ad al-Qaeda contro una base di peacekeeper dell’Unione Africana (Ua) a Ceel Cado, nel sudovest della Somalia a circa 550 chilometri da Mogadiscio. Questi i numeri rivendicati dal gruppo islamico sulla propria radio online, gli al-Shaabab hanno fatto inoltre sapere che i propri uomini sono entrati nella base e dichiarato: «abbiamo preso pieno controllo della base». Bbc ha raccolto le testimonianze dei residenti nelle vicinanze della base che sembrano confermare e dichiarano di aver sentito un’enorme esplosione (probabilmente un primo attacco bomba per entrare nella base) a cui è seguita una pesante sparatoria. «Abbiamo poi visto un combattente di al-Shabab in città. – hanno continuato gli abitanti sentiti telefonicamente da Bbc – Abbiamo anche visto i soldati keniani che fuggivano dal campo.Al momento il campo è nelle mani di al-Shabab . Possiamo vedere auto militari in fiamme e soldati morti dappertutto. Non ci sono vittime civili ma la maggior parte delle persone sono fuggite alla città».
Alcune immagini che stanno documentando quanto accaduto via twitter:

Una cartina per capire il terrorismo jihadista in Africa

Trump, Cruz, Rubio: nell’ultimo dibattito prima del voto in Iowa il gioco si fa duro

Hanno litigato sull’immigrazione – o meglio su chi sarebbe più duro con gli immigrati – sul luogo di nascita di Ted Cruz, senatore texano nato in Canada, cosa che secondo Donald Trump e alcuni giuristi rende impossibile la sua nomina a presidente, sulle tasse. E si sono attaccati con una certa durezza, anche quelli che fino a ieri tendevano a evitare di farlo. E poi hanno attaccato Obama e Clinton, specie sull’ipotesi di limitare la circolazione delle armi.
L’ultimo dibattito Tv (il cinquecentesimo?) prima del primo voto nelle primarie vedeva solo sette persone sul palco e tre persone da tenere d’occhio: Donald Trump, Marco Rubio e Ted Cruz. I tre sono andati tutti piuttosto bene e confermano l’idea di un partito repubblicano Usa che corre piuttosto a destra.

  Qualche scambio duro, qualche battuta azzeccata e alcune tra le solite cose. Prendiamo qualche battuta per capire il tono. Quando Trump spiega che sarebbe imbarazzante per l’America nominare Cruz (che essendo nato in Canada potrebbe non essere, secondo alcune interpretazioni della costituzione e della definizione di “naturalizzato”), il senatore del Texas risponde: «Mesi fa Donald ne aveva parlato, dicendo che i suoi avvocati avevano studiato la cosa e che non presentava problemi. Da settembre a oggi non è cambiata la costituzione, ma io sono salito nei sondaggi». Risposta: «Mettiamo che io scelga Ted come mio vice, se poi i democratici ci facessero causa?». Replica di Cruz: «Facciamo così, ti nomino io e così se è vero quel che dici, io decado e tu finisci con il diventare presidente». Cruz a sua volta accusa Trump di incarnare i valori di New York (liberale, europea, poco conservatrice, ossessionata dai soldi) e Trump replica indignato sulla reazione eroica dei newyorchesi dopo l’11 settembre «con la puzza di morte…tutti amavano New York e i newyorchesi». Applausi in sala. Jeb Bush prova ancora una volta a conquistare il cuore dei moderati attaccando Trump – un’ossessione, il suo account Twitter non fa altro – «Davvero vuoi chiudere il Paese ai musulmani? Tutti? Non è così che creiamo una coalizione per fermare l’ISIS. I curdi sono nostri alleati e sono musulmani». Funzionerà? Ad oggi la moderazione non ha funzionato, ma chissà che non ci siano masse di repubblicani decisi ad andare a votare per un candidato meno estremo. [divider] [/divider]

Cosa cercano gli americani su Google durante il dibattito? Quanti follower si guadagnano su Twitter?


 

Marco Rubio, senatore della Florida conservatore quanto basta che resta la speranza dei piani alti del partito per fermare la deriva estremista, ha attaccato Clinton su Benghazi: «Chi mente alle famiglie delle vittime non può essere responsabile della sicurezza nazionale» e si è scontrato con Christie (che a sua volta lo attacca pensando che indebolendo lui, il nuovo moderato ma abbastanza conservatore da piacere alla base non può che essere lui).

A sua volta Rubio si è dovuto difendere per aver cambiato posizione sull’immigrazione. Prima voleva una riforma, oggi promette di chiudere le frontiere. «La questione sicurezza è cambiata», prova a dire. Debole: la sua debolezza sta proprio nell’aver cambiato posizione su alcune cose perché dopo aver provato a emergere come figura centrista-conservatrice si è reso conto che la base che avrebbe votato alle primarie è in cerca di un candidato sanguigno.

Cosa ci dice questo dibattito di nuovo? Niente. O meglio, che ci sono due campagne in corso, quella nazionale, dove tre candidati dominano e quella locale dove gli stessi tre sono avanti, con Trump molto primo in New Hampshire, mentre in Iowa è appaiato a Cruz. Poi c’è la campagna locale, fatta di spot Tv che contengono attacchi molto più violenti di quelli che i candidati si sono fati sul palco e dal lavoro sul territorio, che implica porta-a-porta, telefonate, ricerca di appoggi locali importanti, insistenza su temi locali. Per Bush, Christie, Kasich e altri la sfida rimane quella: organizzare la campagna locale al meglio, ottenere buoni risultati nei primi Stati e, quindi, riemergere come candidato nazionale.

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Gli attacchi in Tv

Due esempi di spot anti Rubio, che ha cambiato posizione su alcuni temi da quando è candidato. I suoi avversari lo accusano di flip-floppin’ (cambiare posizione, appunto) e di essere uno che sceglie sulla base dela convenienza

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Per altri, Trump in testa, la sfida è quella di essere così popolare d portare gente a votarlo a prescindere dalla proprie capacità operative sul territorio. Per Cruz siamo alla via di mezzo: è lui che sta emergendo come campione dei conservatori più duri, è forte come performer a livello nazionale, ma ha anche avuto la capacità di organizzare attorno a sè il voto evangelico. Ai vertici del partito, ai miliardari che donano soldi resta da capire cosa fare nelle prossime settimane se Cruz o Trump, come appare sempre più probabile – emergeranno come i frontrunner. Chi è il più papabile per la sfide contro Clinton e chi cercare di fermare? Da mesi alcuni nel partito repubblicano ci si rompono la testa. E non trovano una soluzione.

DDL Unioni Civili: e i codardi gridarono «squadristi!»

Niente di nuovo sotto al sole se il PD non riesce a chiudere l’accordo (anche e soprattuto con se stesso) nel DDL cosiddetto “Cirinnà” che il PD stesso ha presentato. Niente di nuovo del resto se il Partito Unico della Nazione che è al governo è talmente largo da non riuscire a stringersi praticamente su nessuna riforma che riguardi i diritti civili delle coppie dello stesso stesso in Italia: a forza di annacquare i valori pur di restare insieme succede che si diventa potabili ma demineralizzati.

Ma la farsa ieri ha toccato il suo picco quando il sito gay.it ha pubblicato un elenco con i nomi della trentina di senatori del PD che hanno intenzione di opporsi alla (loro!) legge. Le rettifiche e i commenti dei parlamentari (che gay.it ha raccolto qui certosinamente) fanno impallidire anche la pagina Facebook degli “amici in convento per la marmotta stufata con peperoni”. Per dare un’idea del tenore:

“Inqualificabile metodo squadrista quello di esporre liste di proscrizione con tanto di foto segnaletiche.”

“Iniziativa miserabile”

“Metodi squadristici della lista di proscrizione”

“vere e proprie liste di proscrizione di quei senatori”

Vorrebbero, i nostri senatori, poter essere contro o a favore di una legge nell’ombra dell’anonimato, confidano in un Paese tutto intorno che la smetta di osservare chi vota cosa e pretendono di essere modernissimi nei comizi e poi di nascosto rimettersi di corsa il cilicio prima di schiacciare il pulsante del voto. Forse il problema è che ormai sono stati allevati così a lungo a non tirare il guinzaglio e non morsicare la museruola che non distinguono più gli ammaestrati, gli ammaestratori, i padroni e la libertà di osservazione e diritto di curiosità del cittadino.

E così ieri in Italia, provincia di Bengodi, è avvenuto che sono stati accusati di proscrizione quegli stessi omosessuali che sono proscritti da decenni in una nazione ultima sul tema dei diritti rispetto a tutti gli altri. Gli oppressi sono stati accusati di essere oppressori e di volersi liberare con troppa maleducazione. Che meraviglia.

Ma la mediazione, vedrete, è vicina: finirà che i gay non si potranno sposare ma in cambio avranno il diritto di divorziare. E sicuro saranno tutti d’accordo. E poi potranno mettere in sordina tende più spesse alle finestre del Parlamento. Bene così.

Le presidenziali repubblicane spiegate con Star Wars (dallo staff di Hillary Clinton)

«Non sottovalutate il potere della forza» inizia così un articolo pubblicato sul sito ufficiale di Hillary Clinton, candidata democratica in corsa per la Casa Bianca. Clinton ha molte chance di diventare il primo presidente donna degli Stati Uniti, ma, nonostante venga data per favorita, rimane agguerrita e pronta a cercare in tutti i modi di spiegare agli americani qual è il lato giusto da cui stare.  In che senso? Che per riuscire ad essere eletta le serve il sostegno dei giovani e delle minoranze e anche di risultare “likable”, ovvero piacere all’elettorato. Quello è il suo tallone d’Achille ed è per questo che investe risorse enormi per risultare simpatica: andare al Saturday Night Live a farsi prendere in giro da un’imitatrice, postare sue foto sui social mentre fa la nonna o utilizzare Guerre Stellari per prendere in giro i repubblicani serve proprio a questo. Che c’è di meglio di Star Wars, la colossale saga spaziale ideata da George Lucas – diventata con l’uscita dell’ultimo episodio una vera e propria ossessione – per spiegare lo scarso progressismo dei candidati repubblicani alle giovani generazioni che è fondamentale portare alle urne a novembre (e strappare a Bernie Sanders, molto popolare tra gli under35)?

L’ex segretario di Stato americano infatti non si è ispirata a Guerre Stellari solo durante il dibattito democratico concludendo con la famosissima battuta: «che la forza sia con voi», ma ha anche diffuso sul suo sito ufficiale un post per dire che «quest’anno i Repubblicani hanno ricordato che il Lato oscuro della forza è vivo e vegeto». Ecco perché:

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Donald Trump, tra le mille cose, ha detto che avrebbe proibito ai musulmani di entrare negli Stati Uniti. Il droide C-3PO dichiara in merito: «siamo spacciati»:


Chris Christie si “trumpizza” e rilancia. Lui farà di più per rendere l’America di nuovo grande: vieterà l’ingresso negli Stati Uniti anche agli orfani siriani di 5 anni. La reazione di C1-P8 commenta perfettamente le esternazioni dell’attuale governatore del New Jersey:

Jeb Bush chiama “anchor baby” (bambini d’ancoraggio) i figli nati su suolo americano da immigrati privi di documenti, come dire che vengono fatti nascere negli Usa per poi poterci restare. Si tratta di bambini che sono a tutti gli effetti  cittadini americani visto che negli Usa vige lo Ius Soli. Han Solo è sconsolato:

Ben Carson rivela al mondo una verità che avevamo sotto gli occhi ma nessuno aveva mai osato pronunciare: essere omosessuali è “assolutamente” una scelta, la prova provante è il carcere, dove si sa… Yan Solo questa volta appare disorientato:

Marco Rubio ha detto che si impegnerà per abrogare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E ha anche detto che prova empatia per Darth Vader. Abbasso i gay viva il signore oscuro insomma.

Fortunatamente c’è la luce, Hillary Clinton, o almeno così suggeriscono quelli che lavorano alla sua campagna elettorale:

e il maestro Yoda ha già reso pubblico su twitter il suo endorsement

 

 

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/GioGoloightly” target=”” ][/social_link] @GioGolightly

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/minomazz” target=”on” ][/social_link]@minomazz

 

Muos, rinviati i test sui rischi sanitari. «Impossibile proteggere la popolazione»

Dovevano essere i giorni della verità: il 13 e 14 gennaio il Muos di Niscemi – il sistema di comunicazione satellitare realizzato nella base militare nissena al servizio del dipartimento di Difesa Usa – doveva essere acceso alla massima potenza, per consentire a un gruppo di esperti di misurare i campi elettromagnetici. Ma l’accensione è stata rinviata, perché – ha scritto il prefetto di Caltanissetta Maria Teresa Cucinotta – le autorità locali non sono in grado di garantire misure di precauzione per tutelare la salute della popolazione. Così i test non sono stati effettuati. E i giorni che avrebbero dovuto dirci come funziona e quanto impatta il Muos sul territorio, ci hanno invece raccontato che non si possono adottare misure di prevenzione dei rischi sanitari «in assenza di ogni elemento di conoscenza e valutazione».

 

Li chiamano “verificatori” i cinque esperti che hanno il compito di sovrintendere ai test, nominati uno dal Consiglio nazionale delle ricerche, uno dal Consiglio universitario nazionale e tre dai ministri della Salute, dell’Ambiente e delle Infrastrutture (il fatto che la maggioranza del collegio sia di nomina governativa ha fatto storcere il naso a molti osservatori). Lo scorso novembre sono stati incaricati dal Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) di effettuare ulteriori accertamenti dopo che, a febbraio dello scorso anno, il Tar di Palermo aveva annullato l’autorizzazione a realizzare l’impianto in accoglimento del ricorso del Comitato No Muos e del Comune di Niscemi. Il governo però non si è fidato della relazione del perito nominato dal Tar (Marcello D’Amore, il docente emerito di Elettrotecnica alla Sapienza di Roma che aveva evidenziato i rischi sanitari). Il ministero della Difesa ha a sua volta proposto ricorso al Cga, che ha disposto le verifiche e quindi l’individuazione dei cinque esperti.
Il Muos visto dall'alto

Nei giorni scorsi, a ridosso dei due giorni di rilevamenti, uno scambio di comunicazioni tra collegio di valutazione, Digos e Prefettura ha dato corso allo stop. Davanti alle perplessità del prefetto sul tema delle “precauzioni”, la presidente del collegio di valutazione, Maria Sabrina Sarto, ha comunicato che avrebbe approfondito la questione con gli altri componenti del collegio e con le autorità statunitensi, per avere dettagli sul funzionamento del Muos, proponendo per giunta un’accensione dei sistemi radianti «alla minima potenza così da poter escludere ogni riflesso negativo sulla popolazione».

 

Alla luce dei fatti, Comitato No Muos e associazioni ambientaliste annunciano nuove mobilitazioni ed esprimono forte preoccupazione: la decisione del rinvio dei test – spiegano – per come si è determinata dimostra che gli stessi verificatori non erano in grado di indicare quali siano le misure precauzionali efficaci e non conoscevano nel dettaglio il funzionamento dell’impianto. Anche l’accensione parziale proposta dalla presidente Sarto, aggiungono, desta perplessità e denota un preoccupante grado di improvvisazione. Il team di esperti avrebbe dovuto consegnare le sue conclusioni entro il 26 gennaio. Ora che le verifiche sono state sospese, è in forse anche la pronuncia definitiva del Consiglio di giustizia amministrativa prevista per il 3 febbraio.

Jakarta, cosa sappiamo dell’Isis in Indonesia

Police officers take cover behind a vehicle during a gun battle with attackers near the site where an explosion went off in Jakarta, Indonesia Thursday, Jan. 14, 2016. Attackers set off explosions at a Starbucks cafe in a bustling shopping area in Indonesia's capital and waged gunbattles with police Thursday, leaving bodies in the streets as office workers watched in terror from high-rise windows. (AP Photo)

Le autorità indonesiane non hanno dubbi: c’è l’ISIS dietro all’attacco a Jakarta. Da quando il 13 novembre Parigi è stata messa a ferro e fuoco, l’Indonesia sostiene di avere ricevuto seri segnali e annunci di attacchi. Il primo Paese musulmano del pianeta non è nuovo a stragi terroristiche, anche se spesso queste sono figlie di scontri tra comunità (a Sulawesi, tra cristiani e musulmani) esplose dopo la caduta di Suharto nel 1998. Lo stesso Suharto è alla base della nascita dei gruppi armati come Jemaah Islamiyah, i cui leader finirono diverse volte in carcere e in esilio durante il suo regime.

L’attentato peggiore è quello del 2002, quando Jemaah Islamiyah fece 200 morti a Bali. L’ultimo attentato grave è del 2009, contro un hotel Marriot. Un assalto con kamikaze e commandos armati, più piccolo ma simile nella dinamica a quelli di Delhi e Parigi, non si era mai verificato. Secondo l’intelligence indonesiana la guerra civile siriana e la nascita del Califfato hanno ridato slancio alle organizzazioni islamiste, consentendo loro, attraverso i viaggi di andata e ritorno di ristabilire relazioni internazionali dopo che quelle con al Qaeda non hanno più la forza che in passato.

Se sul terreno qualche gruppo indonesiano ha portato aiuti ad al Nusra (al Qaeda in Siria), il Consiglio dei mujaheddin, principale gruppo jihadista del Paese, che viene da Sulawesi, e la maggior parte dei siti di ispirazione jihadista hanno deciso di stare con il Califfato. Del resto Daesh parla della creazione di un Califfato e si rivolge all’Islam globale, mentre al Nusra nasce e cresce come un gruppo anti-Assad, meno attraente per qualcuno che viene dall’estero. Il 4 agosto 2014 un video dal titolo traducibile con «Compattare i ranghi» veniva postato su YouTube, il filmato mostrava un combattente indonesiano in Siria che faceva appello a partire per la Siria e a unirsi alla guerra globale.

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(Un fotogramma del video del 4 agosto che invita indonesiani e malesi a unirsi all’Isis)

Decine di indonesiani legati a Hilal al-Ahmar, l’organizzazione umanitaria del gruppo terroristico Jemaah Islamiyah (JI), hanno fornito aiuto pratico al Califfato, mentre alcune centinaia di combattenti hanno formato con altre persone provenienti da Malesia e forse Filippine, una brigata del Sud est asiatico. Detachement88, l’unità speciale anti-terrorismo della polizia indonesiana dice di aver documentato 202 casi, mentre gli esperti di USAID parlano di 350. Le reclute ISIS sono sia giovani che vecchi jihadisti appartenenti a gruppi armati già attivi. Si tratta di studenti, persone marginali, ma anche di laureati e professionisti. Le reti jihadiste indonesiane che hanno scelto in maggioranza di stare con l’ISIS (e quindi non con al Nusra/al Qaeda) hanno svolto il ruolo di tramite: in Indonesia, insomma, il foreign fighter che parte è già immerso in un contesto jihadista.
La preoccupazione delle autorità indonesiane era proprio quella di assistere a un ritorno degli attentati kamikaze o esplosivi frutto dell’addestramento e della formazione alla costruzione di bombe in Siria e Iraq. Un rapporto dell’agenzia per la cooperazione degli Stati Uniti (USAID) del settembre 2015 sostiene che lo scarso impatto dell’ISIS nel Paese fino a questo momento sia dovuto a un numero di ritorni nel Paese di militanti ISIS piuttosto limitato.

Leggi anche: Cronologia del Califfato

Schermata 01-2457402 alle 15.26.55Diversi rapporti indicano come la base dell’ISIS sia potenzialmente forte perché, come scrive l’ Institute for Policy Analysis of Conflict di Jakarta «l’idea di restaurare il Califfato e la retorica sulla sofferenza dei musulmani sunniti così come il fatto che riferimenti alla Siria si trovino in alcune predizioni di escatologia islamica, che fanno riferimento alla battaglia finale alla fine dei tempi che avrà luogo a Sham, la regione denominata Grande Siria o Levante, a cavallo tra Siria, Giordania, Libano, Palestina e Israele». USAID parla anche della speranza di un buon salario e di servizi adeguati: alcuni resoconti da Raqqa e racconti di donne fuggite dalla città capitale del Califfato indicano come i foreign fighters godano di privilegi speciali, il che rende credibili queste ipotesi. L’Ipac parla di mille-duemila persone possibilmente aderenti all’ISIS nel Paese.

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Gli attentati più gravi in Indonesia

12 ottobre 2002: Gli attentati di Bali fanno 202 vittime, tra questi 88 Australiani e 28 britannici. Le autorita accusano Jemaah Islamiyah (JI)
5 agosto 2003: un’autobomba al JW Marriott Hotel di Jakarta uccide 12 persone e ne ferisce 150 15 presunti Membri della JI condannati
1 ottobre 2005: un kamikaze uccide 23 persone in un ristorante a Bali
7 luglio 2009: Sette morti e 50 feriti al Ritz-Carlton e al JW Marriott Hotel a Jakarta

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Nelle scorse settimane il governo indonesiano aveva spedito un migliaio di soldati a Sulawesi per dare la caccia al leader dei Mujaheddin dell’Indonesia Orientale (MIT) Abu Wardah Santoso, che si nasconde nelle foreste della regione di Poso, dove organizza campi di addestramento. Secondo il governo indonesiano Santoso, che è molto attivo online e si è fatto un nome anche in ambienti jihadisti internazionali, potrebbe diventare il terminale dei foreign fighters che tornano in Indonesia dalla Siria. Santoso, che si è dato alla macchia da almeno tre anni – così dice sua moglie – è un fan dei metodi di Daesh, se è vero che il suo nome di battaglia è stato, Abu Mus’ab Al-Zarqawi Al Indunesi, il primo a utilizzare metodi brutali e a diffonderli come strumento di propaganda come oggi fa il Califfato.

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(Abu Wardah Santoso)

Il Majelis Mujahidin Indonesia (MMI), o Consiglio indonesiano dei mujahedeen, è un’organizzazione ombrello dei gruppi islamici indonesiani. Fondata Abu Bakar Bashir, leader spirituale della Jemaah Islamiyah, rete transnazionale terroristica a sua volta figlia di Darum Islam, gruppo islamista nato dopo la presa del potere in Indonesia da parte di Suharto. Abu Bakar Bashir non è necessariamente implicato in attentati, ma è senza dubbio la guida spirituale più importante dei gruppi jihadisti. I video e i comunicati del MIT di Santoso portano anche la bandiera nera dell’ISIS come intestazione.

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