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Lo Stato delle cose nel governo

Lo Stato delle cose avvicinandosi l’invio di settembre si potrebbe riassumere in pochi punti. 

Il Consiglio dei ministri di oggi è figlio del rinvio prima della pausa estiva, quando la presidente del Consiglio confidava che le vacanza potessero sopire le fibrillazioni nella maggioranza. Missione fallita. 

Agosto ha svelato un Tajani figliol prodigo della Cei improvvisamente innamorato dei diritti civili, del voto cattolico e della presidenza Rai che deve portare in dono ai fratelli Berlusconi. Nelle stesse settimane Matteo Salvini sente la corda intorno al collo stretta dal generale Vannacci che apparecchia il suo movimento con la buona scusa di non essere benamato all’interno del partito. 

Lega e Forza italia hanno bisogno di uno slancio per rinfrancarsi elettoralmente e lo slancio, quando si è al governo, spesso fa rima con necessarie e riconoscibili frizioni nell’esecutivo. 

Fratelli d’Italia avrà gioco facile quindi nell’usare la carta del vittimismo, questa volta contro i suoi alleati, per resistere al logoramento. Nel partito di Meloni vi sono però anche nodi interni da scegliere: l’ubbidiente Fitto verrà spedito in Ue lasciando libera la delicata casella del Pnrr e la ministra Santanchè dovrà salutare la sua sedia da ministra per il processo che incombe. La voglia di rimpasto degli alleati aggiungerà inevitabili fibrillazioni. 

In tutto questo l’Europa “consiglia” da settimane a Meloni di mettere a cuccia il più possibile e il prima possibile i sovranisti che isolano l’Italia a Bruxelles. Poi ci sarebbe la politica, ad esempio, con la Legge di Bilancio da cominciare a immaginare…

Buon venerdì. 

Al rientro dalle vacanze le stesse bugie

Al ritorno dalle vacanze Giorgia Meloni e il suo governo hanno sventolato una serie di risultati che, a un’analisi attenta, risultano essere esagerazioni o, in alcuni casi, distorsioni della realtà.

Meloni ha dichiarato che il governo avrebbe rivisto il 55% del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ma in realtà solo il 5% dei progetti è stato modificato. Un’altra affermazione riguarda la flat tax per le partite Iva fino a 100 mila euro, una misura che la premier ha descritto come una novità introdotta dal suo governo. Tuttavia, si tratta di una norma già esistente dal 2019, estesa solo marginalmente da questa amministrazione.

Sul fronte del calo dei reati, Meloni ha parlato di un crollo del 7% rispetto al 2019, ma non ha menzionato che il numero di reati era già in diminuzione negli anni precedenti. Anche l’aumento dell’occupazione è stato attribuito al governo Meloni, ma i dati indicano che l’incremento è in linea con un trend iniziato ben prima del suo insediamento.

La premier ha rivendicato il merito per il rallentamento dell’inflazione ma l’andamento dell’inflazione dipende da fattori globali e, si sa, non può essere attribuito interamente all’azione di un singolo governo. La diminuzione della corruzione sventolata da Meloni fa riferimento a dati addirittura ventennali. Nel quantificare le esportazioni internazionali la presidente del Consiglio ha aggiunto 40 miliardi di euro che non esistono. 

Buon rientro. E buon giovedì. 

Il leone del deserto liberato dalla censura

Il film del 1981 Il leone del deserto è stato, secondo la recensione dell’influente critico Vincent Canby del New York Times, «il più grande film di partigianeria del Medio Oriente o del Nord Africa uscito dai tempi di Exodus di Otto Preminger». Il film aveva appena fatto il suo debutto nelle sale degli Stati Uniti e il giudizio di Canby poteva essere determinante, scrive The Guardian. Eppure il film che Canby definì «spettacolare» è stato bandito in Italia per quattro decenni. Il 16 settembre, sei città italiane ospiteranno in contemporanea le proiezioni del film – grazie all’Ong Un Ponte Per. Questo evento senza precedenti richiede una attenta analisi del film, della sua storia e del suo contesto, e delle ragioni del bando quarantennale dell’Italia.
Possiamo affermare che la politica e il cinema sono intrinsecamente correlati. I governi, dopo tutto, influenzano notevolmente l’opinione pubblica, e la propaganda e la censura sono stati gli strumenti preferiti dai fascisti. Purtroppo queste strategie sono persistite a lungo anche dopo la caduta del regime fascista. È stata la politica, in fin dei conti, ad incentivare Gheddafi a finanziare il film e il motivo per cui l’Italia lo ha censurato.
Portare Hollywood nel deserto
Il leone del deserto, diretto dal regista siro-americano Mustapha Al-Akkad, è un epico film d’azione hollywoodiano che racconta la verità su un capitolo oscuro della storia libica da una prospettiva libica. Il film è basato sulla storia, che Al-Akkad ha studiato a fondo per un anno e mezzo. Akkad vede la leggendaria lotta di Al-Mukhtar come un simbolo della lotta araba ovunque nel mondo. Egli ha constatato che molti arabi combattenti per la libertà e figure storiche anticoloniali sono stati esiliati, a differenza di Al Mukhtar, che ha rifiutato l’esilio e ha scelto di morire nel suo Paese.
Il film racconta la storia del combattente per la libertà libico Omar Al-Mukhtar (Anthony Quinn), che ha combattuto l’occupazione italiana dopo l’invasione della Libia nel 1911. Il controllo italiano sulla Libia risultava limitato e inefficace, motivo per cui, nel 1929, Benito Mussolini (Rod Steiger) inviò il generale Rodolfo Graziani (Oliver Reed) per porre fine alla resistenza libica in corso. Il film racconta la battaglia tra i due, in una guerra squilibrata in cui i combattenti della resistenza libica erano armati con vecchi cannoni e cavalli ottomani, mentre i soldati italiani erano armati fino ai denti con macchine da guerra all’avanguardia. Il 16 settembre 1931, dopo 20 anni di combattimenti, lo spietato Graziani catturò e impiccò il 73enne Omar Al-Mukhtar.
Le riprese iniziarono a marzo del 1979 e si conclusero in ottobre dello stesso anno. La maggior parte dei luoghi delle riprese erano i reali luoghi in cui si sono svolti gli eventi. Gheddafi non badò a spese per realizzare il film, coprendo un budget di 35 milioni di dollari (140 milioni di oggi). Il casting comprendeva circa 250 attori provenienti da tutto il mondo e circa 5000 comparse.
Propaganda e censura
Il leone del deserto è stato distribuito in tutta Europa dopo essere stato presentato in anteprima mondiale a New York nell’aprile del 1981 e al Festival di Cannes nel 1982. Tuttavia, in Italia, è stato bandito e non ha ricevuto il “visto” della censura. Secondo le parole del sottosegretario degli Esteri in carica all’epoca, Raffaele Costa, del governo Andreotti, il film era «lesivo dell’onore dell’esercito».
Dopo la firma dell’accordo italo-libico con Berlusconi, in cui l’Italia riconosceva il suo passato coloniale e prometteva di risarcire i libici sotto forma di investimenti, Gheddafi fece una visita a Roma nel 2009. A parte la tenda di lusso che è stata allestita a Villa Doria Pamphili, la proiezione del film è stata una delle richieste di Gheddafi a Silvio Berlusconi. Il film venne trasmesso un’unica volta sulla rete Sky Cinema Classics il giorno dopo l’arrivo di Gheddafi a Roma, l’11 giugno 2009. Tuttavia, nonostante gli sforzi di Gheddafi di rivendicare l’eredità di Omar Al-Mukhtar, Il leone del deserto ha una propria matrice antiautoritaria e trascende il regime che lo ha finanziato. Due anni dopo, durante la rivolta contro il regime di Gheddafi nel 2011, Omar Al Mukhtar è stata la figura che ha spronato i libici per unirsi nella lotta contro Gheddafi, ispirandoli a recitare le sue parole dal film: «Non ci arrendiamo, vinciamo o moriamo».
Far conoscere Il leone del deserto
Portare questo film nelle sale italiane fa parte di un più ampio e ambizioso progetto dell’organizzazione no-profit Un Ponte Per, che mira a contribuire a recuperare la memoria e la consapevolezza del colonialismo italiano nella coscienza collettiva. Questa proiezione è stata il frutto di una lunga ricerca dei possessori dei diritti poiché in Italia non c’è un distributore cinematografico autorizzato, il regista siriano è morto in un attentato di Al Qaeda con la figlia e la società statunitense che ha prodotto il film non esiste più. Dopo diversi tentativi, Un Pone Per ha trovato una società straniera che detiene ancora i diritti di distribuzione in tutto il mondo e ha negoziato l’acquisto dei diritti per dieci proiezioni. Hanno potuto richiedere l’autorizzazione al ministero della Cultura come “auto-distributori”, con l’assistenza di un’agenzia italiana.
Abbiamo “liberato” Il leone del deserto dalla censura, e oggi può quindi essere proiettato liberamente in tutte le sale che lo vorranno, e Un Ponte Per solleciterà le sale e le associazioni a farlo. Chiunque sia interessato a proiettare il film nei prossimi mesi può contattare: [email protected]

l’autore: Khalifa Abo Khraisse è regista e sceneggiatore

Traduzione di Valbona Kunxhiu

In foto: Rodolfo Bigotti e Irene Papas

Opera propriaRodolfoBigotti

Il nostro nome per la Commissione Ue?

Oggi è mercoledì quindi tra due giorni scade il termine entro cui i Paesi membri devono inviare i nomi proposti come membri della prossima Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen. 

L’Italia – a differenza della gran parte dei Paesi europei – non ha ancora ufficializzato la sua decisione, che dovrebbe comunque ricadere sull’attuale ministro Raffaele Fitto. Soprattutto in Italia, a differenza degli altri Paesi europei, non c’è stato nessun dibattito sulle competenze che il governo richiede al rappresentante italiano, su quali dovrebbero essere gli obiettivi della nostra “nomina”, su quali dovrebbero essere i suoi rapporti con l’Ue. Nulla.

Ieri la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ironizzato sulla sua “scomparsa” nel periodo estivo nientemeno che dal palcoscenico del Tg1. Il principale telegiornale pubblico ha ospitato la scenetta imbarazzante della premier che ha deciso di tornare al lavoro attaccando ovviamente i giornalisti, a suo dire troppo curiosi sui suoi spostamenti.

Forse non ha capito, Meloni, che sono i nostri spostamenti sotto la sua responsabilità a preoccuparci più di tutto il resto: oltre alla nomina italiana alla Commissione europea ci interesserebbe sapere quando Meloni ha intenzione di sciogliere la vicenda Rai, impantanata da mesi. Forse ha tutta l’aria di una “sparizione” anche la riforma dell’Autonomia differenziata che non piace – lo scopriamo ora – nemmeno a un partito della maggioranza, Forza italia. 

Più delle sue colazioni estive ai giornalisti interesserebbe sapere se la linea sulla politica estera italiana sia quella di Meloni in pubblico, di Salvini in pubblico, di Tajani in pubblico o quella di Meloni in privato all’interno del partito. 

Ci faccia sapere. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: il ministro per gli Affari europei, il Sud e la coesione territoriale Raffaele Fitto e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni (governo.it)

Impresa, patria e nazionalismo. L’educazione di Valditara non è per niente civica

Non so quanto il ministro Valditara sia consapevole della coincidenza tra l’emanazione delle “Nuove Linee guida” per l’insegnamento dell’educazione civica, obbligatorie a partire dall’anno scolastico 2024-2025, e il sessantesimo anniversario della prima ricerca su L’educazione civica nella scuola e nella vita sociale, pubblicata da Aldo Capitini nel 1964 (Editori Laterza), con contributi di Guido Calogero ed altri. Temo ben poco, altrimenti (forse) si sarebbe reso conto che le sue “nuove” linee guida sono rivolte al passato, anziché al presente ed al futuro, mentre quelle di Capitini sono avanzate rispetto ai nostri tempi oscuri. Non che quelle in vigore non avessero pesanti lacune, come avevo evidenziato a suo tempo, ma queste hanno una precisa intenzione ideologica nazionalista-liberista, che va nella direzione opposta a quella proposta da Capitini, che – da pedagogista e filosofo della nonviolenza – dava un fondamento epistemologico all’educazione civica che nel dopoguerra muoveva timidamente i primi passi.

L’educazione civica, scriveva Capitini, è «quella parte dell’educazione di sé e degli altri, che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento delle sue strutture sociali e giuridiche, sostituendo volentieri ragioni pubbliche a motivazioni esclusivamente private, e tendendo a liberare l’individuo in una sempre più autentica socialità». Aggiungeva, inoltre, che l’educazione civica non deve essere «ridotta a semplice obbedienza all’ordine costituito e alle “autorità”» ma dev’essere «vista come attiva cooperazione critico-produttiva e instancabilmente informata alla vita civile ed alle sue istituzioni con continuo promovimento di maggiore giustizia e maggiore libertà». E, concludeva, rispetto alle tendenze normalizzatrici che già allora si manifestavano: «valgano questi pensieri (…) a correggere l’idea che l’educazione civica voglia dire educazione all’obbedienza alle autorità esistenti. Ben più largo è l’orizzonte, e se educazione civica è educazione all’obbedienza allo spirito della democrazia, esso è ricerca continua, incontro con i diversi, dialogo con tutti, servizio aperto, responsabilità di portare il proprio contributo critico e costruttivo, con la costante intenzione di stare insieme».

Già nella definizione di educazione civica si manifesta la distanza culturale con le Linee guida di Valditara che sono, invece, volte a enfatizzare «il nesso tra senso civico e sentimento di appartenenza alla comunità nazionale definita Patria». Un patriottismo nazionalista sovraesteso, volto ad abbracciare l’intero Occidente: «coscienza di una comune identità italiana come parte della civiltà europea e occidentale e della sua storia». Si tratta, sostanzialmente, della preparazione delle nuove generazioni alla guerra di civiltà, al ritorno ai blocchi di appartenenza della nuova guerra fredda, che diventa ogni giorno più calda. Che Capitini indicava come criticità educativa già ai suoi tempi: «Quel che si nota è anche la tendenza ad allargare la coscienza nazionalistica alla coscienza di “blocco”, che dà luogo all’”europeismo” o al “continentalismo” americano». Ma, aggiungeva fiduciosamente, «si tratta – è credibile o almeno sperabile – di una fase transitoria che sarà superata, così com’è stata superata quella tanto pericolosa del patriottismo sciovinistico negli scorsi decenni».

Ma Aldo Capitini non aveva fatto i conti con il ritorno degli eredi del fascismo al governo del nostro Paese, all’interno di una dimensione internazionale di ritorno dei blocchi contrapposti. Rispetto alla quale il filosofo della nonviolenza indicava proprio nell’educazione civica una via d’uscita: «È chiaro che un’educazione civica rettamente e largamente intesa apre all’internazionalismo ed è altresì chiaro che un internazionalismo non generico o retorico consente e promuove un approfondimento di motivi e di temi anche sul piano dell’educazione civica, che invece il nazionalismo nega. (…) Il compito della scuola per decidere di tale contrasto a favore delle posizioni più avanzate e di più larga apertura, è d’importanza fondamentale. Ma naturalmente è necessaria una scuola sempre meno evasiva e sempre più impegnata».

Il modo in cui s’intende l’educazione civica è, dunque, cartina di tornasole del ruolo culturale che si affida alla scuola. Per Valditara essa deve veicolare i valori d’impresa, la proprietà privata, l’educazione finanziaria e la crescita economica, insomma deve essere al servizio del modello liberista fondato sul successo individuale, seppur dentro ad una logica nazionalista. Invece, sosteneva Capitini, «La scuola è connessa con ciò che è in atto, oltreché un elemento di apertura e di educazione alla pace nella conoscenza dei problemi di tutti i popoli, superando anche quella cornice di europeismo in senso nazionalistico e presuntuoso, e come diretto contro altri, come purtroppo si fa per esortazione ufficiale, e con stimoli di temi e di premi, nelle scuole di oggi». Si tratta insomma di «impostare i rapporti con tutti in modo orizzontale, con rispetto e reciprocità. È chiaro che questo vale pienamente sul piano dell’educazione civica nella società italiana in trasformazione».

Con l’educazione si danno gambe non solo all’idea di società, ma anche ai rapporti di potere che la governano. Per Capitini, come per i grandi sperimentatori di educazione popolare di quel periodo, attraverso la scuola si tratta di re-distribuire il potere tra tutti. «Questa possibilità di un potere concreto di tutti esige la diffusione di una nuova educazione» – conclude Capitini – «cioè di un metodo nelle lotte stesse che non sia distruzione: il metodo nonviolento, diffuso e insegnato dappertutto, dà fiducia ad ogni essere di avere una sua forza, un suo potere attraverso le tecniche della nonviolenza, e rende perciò attuabile, al posto della società oligarchica, la società omnicratica, sempre in movimento, sempre superantesi e correggentesi, ma che mai distrugge i suoi componenti. Così è possibile portare al massimo orizzonte possibile l’educazione alla comprensione e collaborazione internazionale, che non si esaurisca nella conoscenza degli altri e delle istituzioni internazionali, ma muova anche l’animo a sentire l’unità con tutti».

Il sentire di cui abbiamo bisogno oggi più che mai, con il ritorno della guerra perfino in Europa. Anziché del nazionalismo di Valditara.

L’autore: Pasquale Pugliese è filosofo e formatore, fa parte del Movimento nonviolento

Nella foto: frame del video dell’intervento del ministro Valditara al Meeting di Cl a Rimini

Occhio al nuovo piano strutturale di Bilancio

Le ferie estive sono agli sgoccioli e la realtà è qui ad attenderci con una nuova versione delle regole che governano la finanza pubblica. Regole delle quali è importante capire bene i nodi fondamentali. Lo è per chi ha responsabilità politiche. Lo è, altrettanto, per chi cercherà, nelle prossime settimane, di orientarsi nell’argomento che prenderà il centro della scena politica: quello sulla legge di Bilancio per il 2025.
C’è un nuovo “protagonista” su questa scena: si chiama piano strutturale di Bilancio di medio termine. Si tratta di un documento che il governo dovrà presentare all’Unione Europea entro il 20 settembre. Cioè tra 24 giorni (Poi il governo ha chiesto una proroga ndr).
In sintesi, il Piano dovrà delineare l’andamento della spesa pubblica e delle riforme strutturali – richieste dall’Unione a ogni Stato membro – per un periodo di 7 anni. E attenzione: 7 anni in senso letterale. Perché il piano strutturale stesso non potrà essere riformulato ogni anno come avviene, nella nostra esperienza, per i documenti di finanza pubblica come Def e Nadef e, ovviamente, per la legge di Bilancio stessa. No. Esso avrà valore per il quinquennio e vincolerà il Paese per quel periodo. Unica situazione nella quale potrà essere rimesso in discussione potrebbe essere la caduta del governo e la nascita di un nuovo Esecutivo.
Dunque, il governo Meloni e la sua maggioranza – con l’eventuale, ma non scontato, confronto con l’opposizione e le forze sociali al quale saranno disponibili – da qui a pochi giorni porranno vincoli definitivi al futuro del Paese per 7 anni.
Di tutto questo, nel discorso pubblico, non c’è praticamente traccia.

Come ben poco si parla degli effetti del nuovo Patto di stabilità sulla legge di Bilancio per il 2025: ossia l’impossibilità di adottare misure in deficit.
Non c’è da illudersi che il governo vada oltre le misure a tempo, ossia non strutturali, con le quali ha caratterizzato la propria azione in passato, a partire dal taglio del cuneo fiscale. O quelle come le finte “quote” di anticipo pensionistico, con abbondante ricalcolo contributivo, alle quali non conviene aderire se non si vuole subire un taglio consistente dell’assegno previdenziale.
È bene, invece, prepararsi a vedere tagli draconiani alla spesa pubblica. E non è improbabile che le sforbiciate colpiscano ciò che è più facile tagliare: settori già in difficoltà come la Sanità e la scuola pubbliche, senza escludere la previdenza.
Tant’è: la nuova stagione “va a incominciare”. E sarà molto importante riuscire ad indagarne le pieghe più complesse e sfuggire alle sirene propagandistiche per comprendere cosa ci attende a partire da settembre.

L’autore:  Sindacalista e già ministro del lavoro Cesare Damiano è presidente di Lavoro & Welfare

Giorgia, stacce

Che il personale sia politico lo sanno bene dall’altra parte dell’oceano dove l’attuale presidente Usa Joe Biden ha dovuto ritirarsi dalla corsa non per divergenze sul suo operato governativo ma per sue personalissime debolezze. 

Che il personale sia politico lo sanno bene anche i membri della famiglia Meloni che in poco tempo hanno monopolizzato la scena usando la premier, il suo ex compagno Giambruno, la sorella Arianna e il cognato Lollobrigida in metafora di comando, come nelle peggiori dinastie imprenditoriali italiane. 

Hanno poco da lagnarsi quindi quelli del clan (politico) Meloni se il lato famigliare che loro stessi danno in pasto alla stampa poi diventa argomento di dibattito di stampa e di politica. Di mezzo ci sarebbe anche la valutazione di coerenza di una presidente del Consiglio che ha lucrato elettoralmente sulle famiglie degli altri, decidendo cosa fosse tradizionale e cosa no. 

Il 22 aprile del 2015 in occasione della votazione sul cosiddetto divorzio breve Giorgia Meloni scriveva: «Nessuno è obbligato a sposarsi ma se lo fa contrae un impegno serio sul quale la società investe. Non mi convince il fatto che questo vincolo si possa sciogliere in pochi mesi e senza norme in grado di salvaguardare i figli, prime vittime di un rapporto fallito. E dunque non mi convince una legge che rischia di minare la prima cellula della nostra società». 

Giorgia Meloni ha lasciato via social il suo compagno Giambruno per il suo atteggiamento predatorio verso le donne ma ci ripete che Giambruno è il miglior padre possibile per sua figlia, femmina. Il ministro Lollobrigida e la sua ex compagna Arianna Meloni hanno passato anni a decidere cosa fosse “famiglia tradizionale”. Entrambi i nuclei famigliari hanno avuto figli al di fuori dal matrimonio. 

Come direbbero a Roma: Giorgia, stacce.

Buon lunedì. 

Nella foto: frame della trasmissione L’aria che tira, La7, 3 febbraio 2018

Zahir Tahseen Raddad: ferito, usato come scudo umano e morto in custodia israeliana

Zahir Tahseen Raddad, un giovane palestinese di 19 anni proveniente da Saida, un villaggio vicino a Tulkarem, in Cisgiordania, è morto domenica 25 agosto 2024 all’ospedale “Meir”, una struttura sanitaria gestita dalle autorità israeliane. La sua morte, ha immediatamente provocato indignazione e allarme nell’opinione pubblica palestinese e le organizzazioni umanitarie che parlano di grave violazione dei diritti umani. La commissione per gli Affari dei prigionieri ed ex prigionieri e il club dei prigionieri palestinesi hanno denunciato pubblicamente le gravi circostanze che hanno portato al decesso del ragazzo.

Zahir era stato arrestato il 23 luglio 2024 dopo essere stato ferito dalle forze israeliane durante un’operazione che l’esercito israeliano ha descritto come “di sicurezza”. Dopo l’arresto, le stesse autorità israeliane hanno utilizzato Zahir come scudo umano, caricandolo sulla parte anteriore di un veicolo militare. Il trattamento riservato al giovane palestinese rappresenta una violazione inaudita ai principi umani fondamentali e uno sfregio alla dignità intrinseca di ogni individuo. Come preda inerme, è stato esposto alla brutalità del potere, vittima di una caccia in cui la vita è svalutata e l’essere umano diventa solo un mezzo, privato di identità e valore.

Nonostante le sue condizioni di salute estremamente critiche, Zahir è stato trattenuto dalle autorità israeliane e non ha avuto alcuna possibilità di partecipare alle udienze del suo processo. Durante la sua detenzione, ha subito numerosi interventi chirurgici ed è stato mantenuto in vita solo grazie al supporto medico intensivo. Nonostante le cure ricevute, è rimasto in custodia fino al giorno della sua morte.

La tragica fine di Zahir non può essere considerata un evento isolato, ma fa parte di un quadro più vasto in cui vengono costantemente documentati abusi e crimini sistematici commessi da Israele contro i prigionieri palestinesi. Le organizzazioni che monitorano la situazione all’interno dei penitenziari israeliani, tra cui la commissione per gli Affari dei prigionieri ed ex prigionieri e B’Tselem, denunciano che i prigionieri palestinesi sono frequentemente sottoposti a torture, umiliazioni, privazioni alimentari e isolamento forzato.

Dal 1967, anno dell’inizio dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, Israele ha imprigionato quasi 800mila palestinesi, ovvero circa il 20% della popolazione e il 40% degli uomini palestinesi, il che significa che non esiste famiglia palestinese in cui uno dei suoi membri non abbia vissuto l’esperienza della prigionia.

B’Tselem descrive il sistema carcerario israeliano come uno strumento che deumanizza i palestinesi, trasformandoli in un blocco omogeneo senza volti né identità individuali. Secondo l’organizzazione, questa disumanizzazione serve a giustificare l’oppressione e la violazione dei diritti fondamentali dei detenuti, rendendo il carcere una delle manifestazioni più estreme e brutali del controllo israeliano sui palestinesi.

La crisi dei diritti umani nei territori illegalmente occupati da Israele è in costante aumento. Con la morte di Zahir, il totale dei prigionieri palestinesi deceduti dal 7 ottobre 2024 è arrivato a 23, rendendo questo periodo uno dei più tragici nella storia del movimento dei prigionieri. Nel frattempo il numero complessivo di prigionieri morti in custodia dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967 ha raggiunto i 260.

Zahir Tahseen Raddad è l’ennesima vittima innocente dell’inferno che si vive quotidianamente nelle prigioni israeliane. Un altro nome aggiunto alla macabra lista dei prigionieri torturati, umiliati e infine uccisi, in un modo o nell’altro, nel conflitto israelo-palestinese.

In quei luoghi dove la speranza muore sotto il peso della violenza e il silenzio della disumanizzazione, la sua morte si trasforma in una protesta inarrestabile. È un poema di resistenza, un richiamo a ricordare non solo la forza, ma anche la crudeltà con cui viene annientata la dignità umana.

L’autore: Andrea Umbrello è direttore editoriale & Founder di Ultimavoce

Quell’immagine femminile nei quadri di Bonnard e al cinema

Parigi, 1893. La storia d’amore tra Pierre Bonnard (Vincent Macaigne) e Marthe de Méligny (Cécile De France) è, fin dal primo incontro, travolgente. Lui è uno degli esponenti del movimento dei giovani artisti francesi Les Nabis, lei una donna enigmatica, moderna e indipendente, che si finge un’aristocratica italiana in rovina. Una compagna d’arte e di vita che rivoluzionerà totalmente la vita privata e artistica del pittore. «Non so neppure il tuo nome». Pierre ne verrà a conoscenza solo molti anni dopo, in occasione del loro matrimonio: Maria Boursin.
In Ritratto di un amore (Bonnard, Pierre et Marthe), film d’apertura al Rendez-Vous 2024, Martin Provost affida al racconto cinematografico una storia appassionata, prendendo le distanze dalla ricostruzione storica e aneddotica del biopic, per porre i suoi personaggi all’interno di uno spazio e di un tempo quasi sospesi, impalpabili.
Marthe entra prepotentemente con il suo corpo nelle opere di Pierre, di cui rimarrà protagonista indiscussa per decenni. La loro lunga e tormentata relazione, nata in pieno fermento artistico parigino, porterà gradualmente i due amanti a rifugiarsi in una dimensione di isolamento, e la stessa vivacità dei colori delle tele di Pierre tradisce un senso di profonda malinconia. Permane un senso di vibrante mistero dietro le immagini del film, quello stesso mistero che aleggia intorno alla storia d’amore, quello indagato dal pittore attraverso la ricerca e la rappresentazione delle linee del corpo femminile e infine, il mistero che il regista francese tenta di restituire in parte, disseminando nella messinscena le tracce di profonde quanto impenetrabili dinamiche di rapporto tra l’uomo e la donna.
Presentato nella sezione Cannes Première 2023, e al cinema con I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection, Ritratto di un amore nasce dall’incontro del regista con Pierrette Vernon, pronipote di Marthe, che un giorno contattò Provost affinché realizzasse un film sulla sua prozia, il cui ruolo fondamentale nell’opera di Bonnard non è stato mai abbastanza riconosciuto. Ma è necessario fare ritorno a tempi più lontani, all’infanzia stessa del regista per comprendere la fascinazione che questa storia ha suscitato in lui: «Quando ero piccolo, mia madre mi portò da una mostra a Parigi una riproduzione che rappresentava Marthe dipinta da Bonnard seduta al tavolo della Roulotte davanti a un paesaggio lussureggiante, vibrante di luce e colori. Scoprii in seguito che la Roulotte era la piccola casa sulle rive della Senna in Normandia dove la coppia visse in simbiosi ma anche in reclusione per molti anni. Quel luogo in cui Bonnard raggiunse la realizzazione personale come artista. Appesi la riproduzione alla parete della mia camera da letto per poterla guardare mentre mi addormentavo la sera. Ero troppo giovane per capirlo, ma qualcosa in quell’immagine mi affascinava, la sua sensualità e la stranezza che emanava. Come se fosse una finestra aperta su un altro mondo».
Nel 1912 Pierre e Marthe si stabiliscono alla ‘Roulotte’, nei pressi dell’abitazione del pittore francese Claude Monet, interpretato nel film da André Marcon. Un luogo che ha ispirato molto Bonnard, che qui dipinge i suoi quadri più famosi, nei quali Marthe viene rappresentata mentre è intenta a lavarsi, o sdraiata nella vasca da bagno.
Quando, più tardi, nel 1925 Pierre e Marthe si trasferiscono in una villa a Le Cannet, sulla riviera francese, la natura mantiene il suo ruolo preminente quale location ideale e spazio fecondo per la creatività. Eppure, quel volontario isolamento nasconde profonde insidie, che non permettono una reale e autentica scoperta di se stessi e dell’altro, divenendo un ostacolo alla conoscenza e alla libera realizzazione della propria identità.
«Perché Pierre decide di dipingere solo il mio corpo? Il mio volto è sempre sfocato»: la donna intuisce l’incapacità dell’uomo di ‘vedere’ e di rispondere intimamente alle più profonde risonanze del rapporto. Marthe si ammala, perde gradualmente se stessa e il rapporto con la realtà, nonostante il tentativo di esprimere il proprio talento creativo, iniziando a dipingere, con lo pseudonimo di Marthe Solange. Dopo la prima esposizione dei suoi quadri, la donna abbandonerà i pennelli, soccombendo all’aggravarsi della malattia mentale.
Il costante rapporto tra interno ed esterno – spazio fisico ma anche e soprattutto interiore – è rappresentato, nelle opere di Bonnard, da una visione parziale del reale, mediata spesso dai vetri di una finestra che impediscono la nitidezza dello sguardo. Pierre sembra voler fermare il tempo e catturarne la memoria, delegando all’uso audace del colore e alla compresenza di diversi punti di vista in un’unica opera, le risposte all’impossibilità di mettersi davvero in gioco, in particolare nel rapporto con Marthe. La donna rimane un mistero incomprensibile, e l’uomo sembra arrendersi all’incapacità di afferrarne fino in fondo le domande, i guizzi improvvisi, i trasalimenti, come suggeriscono le stesse parole trovate per caso tra le pagine di un libro dimenticato in quella che sarebbe diventata di lì a poco la loro abitazione a Le Cannet: «faccio sovente un sogno, bizzarro e penetrante su una donna sconosciuta che amo, e che mi ama. E che ogni volta non è proprio la stessa, e neppur del tutto un’altra che m’ama e mi comprende…».

Nel nome di Anita Garibaldi e delle donne. La nuova opera di Cappelli a Spoleto

Allo Sperimentale Belli di Spoleto fino al 25 agosto è in scena Anita di Gilberto Cappelli su libretto suo e di Roberta Sindoni. E’ un evento importante poiché nella penuria di nuove proposte di teatro musicale quella di Cappelli fa ben sperare.

Il suo lavoro è dedicato ad una immagine femminile simbolo della nostra storia, la compagna di Garibaldi e ci coinvolge in una riflessione sul senso civico dell’impegno e aperto di vivere. Cappelli ha una solida formazione intellettuale e compositiva ed ora la sua ricerca – con questo atto unico in otto scene per soprano, baritono, coro ed ensemble di 18 strumentisti – pone l’interesse sull’interazione fra voce e orchestra. Fra la figura femminile e la massa dei suoni d’orchestra. Cappelli è un compositore civile nel vero senso della parola, uno dei pochi compositori sociali. Dalla sua opera emerge proprio quel suo grande desiderio di dare rappresentazione all’animo umano attraverso la visione pittorica e musicale e provare a ricordare che il senso della vita è probabilmente sta proprio nell’essere disposti di batterci per un ideale.

Cappelli, partiamo dall’aspetto pittorico. E’ come se usasse due segni molto sintonici, quello grafico e quello musicale. Da dove nasce tutto questo?

Qua a Spoleto ho portato miei quadri su Anita e sulla sua vita: sono 6 dipinti che parlano di lei. A me la pittura è sempre piaciuta, nel caso specifico di Anita sono ritratti, non mi interessa tanto l’aspetto esterno quanto quello interiore: l’interiorità del soggetto ritratto. Pertanto la mia è una pittura di profondità dove quello che occorre arriva per semplificare agli occhi di chi guarda quello che vedo io.

Lei tratta la materia pittorica come se avesse di fronte il legno dal quale poi trae l’interiorità attraverso un segno. Una pittura realizzata come se scolpisse il legno attraverso la pittura.

Cerco di far emergere attraverso i volti soprattutto quello che la persona mi ispira. Faccio pittura figurativa, cerco di dare forma alle immagini, il fondo è nero e i colori che metto sopra mi permettono di far emergere l’interiorità attraverso l’insieme dei colori e delle forme. E poi correggo, se non funziona ci ritorno, finché non ho raggiunto quel livello di rappresentazione di quello che c’è dietro. Ho fatto diverse mostre con i ritratti di donne seguendo questa ricerca.

La sua pittura è vicina alla sua musica. Con un segno romantico ma anche espressionista?

Si è vero, a me piaceva molto il romanticismo, poi ho mantenuto questa passione per la scoperta pittorica e ho scelto questo modo espressionista di esprimere le mie idee.

La sua sembra una forma malinconica di romanticismo…

C’è molta malinconia nella mia ricerca sulla pittura, anche nella musica, cerco di scavare, di migliorare finché non sono soddisfatto, alla ricerca di una immagine poetica, finché il suono non rappresenta quello che sento. Per me poi è molto importante come la musica viene eseguita e i musicisti che suonano Anita diretti Angius raggiungono un importante livello espressivo che poetico.

Possiamo dire che lei cerca di comunicare attraverso i piani espressivi del colore, dal pianissimo al fortissimo spesso senza continuità?

E’ questo il senso romantico, una specie di “clangore”. Con l’orchestra e con Angius non abbiamo avuto problemi, alla prima prova tutto era chiaro e i musicisti hanno capito subito quello che avevo in mente.

Si comprende che la sua è una scrittura essenziale, una scrittura di suono. Usa tanto gli accordi, non sono complicati da eseguire, ma da far sentire?

Sono anni che lavoro su questo aspetto, sulle note lunghe, su i crescendo e mi sento in difficoltà a non “farli fare” a tutti gli strumenti come vorrei. Non è facile per me riuscire a far comprendere l’espressività del suono nel proprio colore.

Da dove arriva tutto ciò?

Da un’insegnante bravissimo di armonia, poi da Manzoni, Nono, Clementi, però ho avuto un insegnate di composizione e armonia perfetto. Giordano Noferini che è stato un insegnante fantastico di armonia, e me le ha fatta amare. Per amare l’armonia, bisogna conoscere i corali di Bach e il contrappunto armonico. Ho fatto un lavoro su questi corali per tanti anni, dopo lo studio delle armonie di Wagner, decisive per il passaggio. Bach e Wagner pensavano al suono, è il suono l’essenza che poi non è la struttura che si può chiudere nelle note. Con questo modo di scrivere Bach vicino alla composizione moderna risulta anche lui estremamente moderno. Si basa tutto sul suono. Lo farà anche Wagner ma in un altro modo.

La scrittura occidentale deriva dal gregoriano, la scrittura è suono. C’è un’elevazione. La sua non è più un’opera ma diventa qualcosa di altro, di superiore.

E’ quello che dicevo prima provo a scendere negli abissi dell’anima. Ho lavorato molto sul suono e poi sono intervenute anche le armonie di Schoenberg, Berg e Mahler. E un eccellente armonista che è Richard Strauss quello degli ultimi lieder.

Puccini che li conosceva tutti , ha fatto una somma di tutti questi riferimenti. Così come ha creato la struttura dell’opera, una struttura di vero teatro rivolta al femminile. Che ne pensa?

Infatti in Puccini, che amo tantissimo, il tema della donna è fondamentale, portatrice di tanti valori dal punto di vista musicale.

La figura di Anita è un motivo che le serve per parlare di quella che è la sua idea del femminile, insomma perché Anita?

Perché quando ero piccolo, penso intorno ai tre anni, mio babbo prima di addormentarmi mi raccontava le storie, le storie delle persone che lui amava tantissimo, diverse persone. E mi raccontava anche la storia di Anita. Quindi io porto con me questi ricordi che fin da piccolo mi hanno toccato molto: ho sempre avuto una venerazione per Anita. In Romagna è molto forte il suo ricordo. Ogni anno il 4 di agosto c’è la commemorazione alla fattoria Guiccio, dove lei è morta e fu sepolta. È talmente amata in Romagna che nell’anniversario – nonostante sia trascorso tanto tempo – nella sala delle conferenze della fattoria c’è sempre il pienone.Dove è morta lei hanno rifatto lo stesso letto, comunque la camera dove è morta non è stata più abitata da nessuno, l’hanno tenuta per lei. Una specie di santa laica.

Dalla sua lettura di Anita quello che esce è l’aspetto non di una santa, ma di una donna, molto umana.

Ho cercato di mettere il punto sulla sua malattia, su quello che la ucciderà. Non penso che sia morta di malaria, semmai sarà stato qualcosa che ha mangiato o che ha bevuto. Fin da bambino non mi tornava questa storia, ciò che sappiamo è che arrivò praticamente morente alla fattoria, fu una cosa rapida. In Romagna Anita è molto amata. Io ne ero innamorato e ho cercato di fare uno scavo umano sulla storia e su tutta la sua vicenda come quando ricorda i suoi bambini e capisce che non li vedrà più. Nonostante i momenti più dolorosi è una bellissima storia d’amore fra un uomo e una donna. Io e mia moglie che ha scritto il libretto, siamo andati alla fattoria il 4 agosto ed è stato un momento importante. Certo, ci sono tante donne che hanno fatto tanto, perfino imprigionate, che hanno subito violenze per i loro ideali e di cui ci siamo dimenticati. Ma penso che Anita sia una figura simbolo che ricorda tutte. Quando siamo arrivati alla fattoria, sia io che mia moglie ci siamo entrambi commossi. Siamo entrati nella sua camera, è una cosa che mi ha colpito profondamente. Poi scendendo alla sera c’era questa piccola rappresentazione con un’attrice che recitava delle parti della vita di Anita e mentre ascoltavo lo spettacolo mi è venuta l’idea. Cercavo un soggetto e ho pensato che potesse essere quello più adatto. Anita.