Home Blog Pagina 1291

La pubblicità Tv di Twitter, che cerca disperatamente nuovi utenti

Twitter ha organizzato la sua prima campagna pubblicitaria televisiva negli Stati Uniti: una serie di spot trasmessi durante le World Series, la serie finale del campionato professionistico di baseball. Tra i primi spot trasmessi ci sono “Post-Season”, dedicato ai fan del baseball con una serie di clip e GIF animate per mostrare come le partite possono essere seguite e raccontate tramite Twitter e “Moments”, il nuovo servizio da poco disponibile negli Stati Uniti, una sorta di antologia in tempo reale dei tweet più popolari che riguardano temi strettamente correlati all’attualità. Le caratteristiche sono la velocità, l’ottimismo e i meme, di cui “Moments” è pieno, per attirare una clientela più giovane e dinamica.

La campagna pubblicitaria, realizzata da TBWA\Chiat\Day, conosciuta per avere creato lo spot “1984” della Apple di cui si parla ancora come un capolavoro pubblicitario, fa parte di una campagna di marketing su vasta scala progettata per raggiungere le persone che non avevano mai usato Twitter prima, o che avevano provato e abbandonato anni fa. La verità è che lo spot si è attirato diverse critiche su Twitter e anche da parte di esperti della materia: «Non riesco a immaginare che interesse possa generare per chi non ha familiarità con ciò che Twitter è. E’ troppo veloce, ed è stato una specie di miscuglio di cose diverse» ha detto George Nimeh, imprenditore tech alla Bbc. L’improvviso interesse per la pubblicità televisiva del colosso social si spiega con i deludenti risultati dell’ultimo trimestre (e dei precedenti) , che hanno portato il titolo della società a perdere in borsa. Dal punto di vista finanziario, invece, Twitter se l’è cavata bene, superando i ricavi dello scorso anno e riducendo le perdite su base annua, passando da 175 milioni di dollari a 132 milioni.

Nel complesso, come si nota dal grafico qui sotto (fermo al 2014), il numero di utenti di Twitter non cresce abbastanza: se Facebook conosce un rallentamento dovuto sostanzialmente all’aver esaurito il numero di clienti potenziali o quasi, Twitter ne ha ancora relativamente pochi, ma non cresce quanto altri social che negli ultimi due tre anni hanno conosciuto trend impressionanti (Instagram, Pinterest, Reddit)

25946-ie2iu7

I dati che hanno però allarmato l’azienda e gli investitori sono stati quelli sull’andamento degli iscritti al servizio. Negli ultimi tre mesi Twitter ha guadagnato appena 4 milioni di nuovi utenti attivi su base mensile, portando il totale degli iscritti attivi a 320 milioni, mentre le previsioni avevano calcolato 324 milioni di persone. Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter e da qualche mese nuovamente amministratore delegato della società, sta puntando sui nuovi servizi, come “Moments”, sulla pubblicità e su altre innovazioni per accelerare la crescita del social network, essenziale per rendere più redditizie le pubblicità che vengono mostrate nelle timeline degli utenti, oltre ai classici tweet.

Kathryn Apte, dirigente del marketing dei prodotti per l’azienda, ha specificato che i “Moments” sono stati creati con una precisa funzione di marketing: la società ha identificato cinque gruppi principali di persone che non utilizzavano ancora Twitter, tra i quali gli appassionati di sport e la fascia di donne tra i 18 e i 24 anni, chiamate “connettori sociali”. “Moments” è, appunto, progettato per arrivare anche a loro. La campagna di Twitter si estende anche al di là della TV, attraverso ricerche a pagamento e la creazione di nuove app per cellulari. Ma gli annunci TV rimangono la parte più sostanziale, e più costosa, della campagna. Anthony Noto, il capo dell’ufficio finanziario di Twitter, ha rilasciato un’intervista a The Verge, in cui sostiene che l’obiettivo della campagna «è riuscire a far vedere ai potenziali utilizzatori del servizio tutto quello che Twitter offre quotidianamente, usando i loro interessi come degli ami, che li attirino. Abbiamo bisogno di andare incontro agli interessi individuali delle persone». Un bel cambiamento di strategia promozionale: Twitter, negli intenti della campagna promozionale, coinvolgerà le persone a partire da ciò che gli interessa e non come stream dello scibile umano. L’idea non è più “ci trovi tutto”, ma “ci trovi quel che ti piace”.

 

Qui sotto uno spot mirato alle compagnie che spiega le potenzialità commerciali della fusione tra pubblicità Tv e lavoro pubblicitario su Twitter. L’ossessione della compagnia, che continua a essere bacchettata per la sua performance mediocre dal punto di vista della crescita di utenti, è dimostrare di essere una piattaforma con potenziale commerciale tanto quanto Facebook e Google.

 

L’Onu verso Cop21: impegni nazionali sul clima meglio che in passato. Ma non bastano

Le Nazioni Unite hanno diffuso la loro valutazione generale sui 146 piani nazionali presentati in vista della Conferenza di Parigi sul clima (30 novembre-11 dicembre). Il quadro è chiaro-scuro, con un problema di fondo: se pure implementati, i piani non riusciranno a impedire che la temperatura media globale si alzi di 2 gradi centigradi, considerata dagli scienziati la soglia di guardia. Se applicati, i piani ridurranno in maniera considerevole le emissioni pro-capite – del 9% entro il 2030 – ma la concentrazione di CO2 nell’atmosfera continuerà ad aumentare.

La grande novità rispetto a Kyoto è il numero di Paesi coinvolti che, registrata la gravità della situazione relativa al cambiamento climatico, scelgono di adottare delle misure per contrastarlo. Rispetto al primo vertice che si occupò di questo tema la percentuale di emissioni coinvolta dai piani nazionali è moltiplicata per quattro – Cina e Stati Uniti non avevano firmato e i piccoli Paesi non prendevano impegni, oggi anche Etiopia e Costa Rica scelgono di avere politiche, consci che i danni del riscaldamento globale colpiranno prima i Paesi più poveri e quelli la cui collocazione geografica li mette più a rischio.

La valutazione degli esperti Onu è parzialmente positiva: i piani indicano aumenti della temperatura globale che dovrebbe essere intorno ai 2.7 gradi rispetto ai livelli pre- rivoluzione industriale. La valutazione dell’Onu spiega anche che l’obbiettivo dei due gradi non è impossibile da raggiungere e che i nuovi impegni sono un passo in avanti anche rispetto a un anno fa, quando l’impatto dei piani veniva valutato in un aumento della temperatura di 3,1 gradi. I due gradi sono il livello massimo tollerabile per l’ecosistema, oltre, sostengono gli scienziati, si rischiano impatti climatici significativi e pericolosi.

La notizia è per metà buona anche se si considera che fino a qualche anno fa i livelli di emissioni previsti facevano prevedere unaumento delle temperature di quattro o cinque gradi, con effetti catastrofici.

La cattiva notizia, oltre all’insufficienza degli impegni, è il legame tra impegni dei Paesi poveri e disponibilità di risorse: se i Paesi ricchi non ne metteranno abbastanza a disposizione è impensabile che alcuni Paesi africani facciano passi in avanti.

Nel frattempo si moltiplicano le idee, prese di posizione e proposte. Nell’editoriale sull’ultimo numero in edicola, The Lancet, il più autorevole giornale medico al mondo, propone di tagliare in maniera drastica le emissioni di inquinanti climatici di breve durata (che scompaiono in fretta dall’atmosfera):

Se le comunità politiche che professano il loro impegno contro il cambiamento climatico voglioni impedire che la loro credibilità vada in fumo di fronte a decenni di inazione, potrebbero iniziare il lavoro concentrandosi sugli inquinanti climatici di breve durata. L’impatto di questi inquinanti sulla salute e il riscaldamento globale è evidente, e le tecnologie per ridurre le emissioni sono già disponibili.

A differenza dell’anidride carbonica e di altri gas che rimangono nell’atmosfera per centinaia di migliaia di anni, gli inquinanti di breve durata clima, come il nerofumo (fuliggine), l’ozono troposferico e il metano, persistono per pochi giorni o per decenni e la loro riduzione potrebbe rallentare il riscaldamento globale entro 10 anni.

Il World Resource Institute, invece, propone 5 punti fondamentali per rallentare il riscaldamento del clima ma avverte: «Fino a oggi abbiamo corso una maratona, prima e durante il vertice di Parigi servirà uno sprint».

A proposito di impegni a breve e comportamenti: qui sotto un breve cartone di The Guardian che spiega quanto la volontà di rinfrescare i nostri ambienti chiusi con l’aria condizionata alimenti il riscaldamento del pianeta. Un tempo erano gli Usa a essere campioni dell’uso smodato di condizionatori. Oggi l’Asia insegue (e anche in Italia, negli ultimi anni, abbiamo cominciato a usarli come se non ci fosse un domani)

Migranti, quando lo smartphone è un prezioso compagno di viaggio

La polemica è stata sollevata più volte sui social network: “se sono migranti, se non hanno nulla, se sono in fuga e disperati perché possono permettersi uno smartphone?”. Come se in fatto di disperazione, guerra e migrazioni il tempo si dovesse essere fermato al secolo scorso, alle carovane e alle valige di cartone. Secondo The Indipendent la questione è semplice: chi si pone domande del genere evidentemente è un idiota.

Un migrante controlla se il suo cellulare si è ricaricato mentre aspetta di attraversare il confine fra la Serbia e la Croazia nel villaggio di Berkasovo, circa 100 km a ovest di Belgrado in Serbia. (AP Photo/Darko Vojinovic)
Un migrante controlla se il suo cellulare si è ricaricato mentre aspetta di attraversare il confine fra la Serbia e la Croazia nel villaggio di Berkasovo, circa 100 km a ovest di Belgrado in Serbia. (AP Photo/Darko Vojinovic)

A refugee checks her mobile phone at a resting point shortly after arriving on a dinghy from the Turkish coast to the northeastern Greek island of Lesbos, Tuesday, Oct. 6, 2015. (AP Photo/Santi Palacios)
Una rifugiata controlla il suo cellulare dopo essere arrivata a Lesbo dalla Turchia.

 

Senza essere così diretti, sicuramente quello che salta agli occhi quanto sia scarsa la consapevolezza delle reali condizioni di vita di chi, da un giorno all’altro, si trasforma in migrante, clandestino, esule, rifugiato. O in una qualsiasi delle mille parole che utilizziamo per indicare un qualcosa che troppo spesso riusciamo a percepire solo nelle dimensioni di eccezionalità e di lontananza.

La Siria per esempio è classificata come un Paese a reddito medio basso, le condizioni generali della popolazione non impediscono quindi a chi parte di possedere uno smartphone dotato di gps e fotocamera visto che ha un costo inferiore ai 100 dollari. Facciamocene una ragione: nel 2015, i migranti hanno lo smartphone, sanno cosa è un selfie, chattano su whazzapp e usano google maps. E questo non significa che siano ricchi, che potevano starsene a casa loro, che non siano disperati.
Perché, come scrive la giovane poetessa Warsan Shireh, «Nessuno mette i suoi figli su una barca a meno che l’acqua non sia più sicura della terra».

A man prays as another uses his cell phone to take a photograph after their arrival on a dinghy from the Turkish coast to the northeastern Greek island of Lesbos, Monday, Oct. 19, 2015. More than 600,000 people, mostly Syrians, have reached Europe since the beginning of this year. (AP Photo/Santi Palacios)
Un uomo prega mentre l’altro scatta una foto per testimoniare il loro arrivo sulla terra ferma.

 

Durante il viaggio il telefono cellulare si trasforma in uno strumento prezioso per chi, in fuga dall’Africa o dal Medio Oriente, cerca di arrivare in Europa. I rifugiati usano le app di messaggistica come WhatsApp, Viber e Linea per comunicare con i propri cari a casa, far sapere loro dove sono, mandare un selfie per dire una cosa semplice come “sono arrivato” e straordinaria come “sono vivo”.

A Syrian man holds his daughter while making a phone call immediately after his arrival on a dinghy from the Turkish coast to the northeastern Greek island of Lesbos, Thursday, Oct. 8, 2015. More than 500,000 people have arrived in the European Union this year, seeking sanctuary or jobs and sparking the EU's biggest refugee emergency in decades. (AP Photo/Santi Palacios)
Un uomo siriano tiene in braccio la figlia mentre chiama i suoi cari subito dopo essere approdato sull’isola di Lesbo a bordo di un gommone partito dalla costa turca.  (AP Photo/Santi Palacios)

 

Attraversano le fontiere utilizzando il gps di Google Maps o e dopo aver già cercato mappe e rotte da percorrere da casa, prima di partire, sempre su internet, sempre su Google. Le parole più cercate su Google in Siria in questi mesi sono: ospedale, respirazione bocca a bocca e il percorso per arrivare in Germania. Tre cose che da sole rendono chiaro il quadro della situazione.

I migranti documentano su Instagram il loro viaggio nel tentativo di raggiungere l’Europa. E uno smartphone è spesso l’unico elemento che portano. L’unico mezzo attraverso il quale registrare quello che si sta vivendo. «Vogliamo avere dei ricordi del brutto viaggio che abbiamo fatto» spiega per esempio Ahmed Mehar Aloussi, 30 anni, in fuga da Damasco intervistato dal corrispondente della rivista Time.
La crisi dei rifugiati che sta travolgendo l’Europa in questi ultimi anni è la prima dell’era digitale. Un tempo pensieri e speranze si consegnavano a lettere e diari, le risposte si cercavano nelle mappe e negli atlanti. Oggi l’esodo è cambiato, come sono cambiati i tempi, e ad ogni passaggio di frontiera, si apre una gara per trovare la rete, una nuova carta sim locale o una rete wi-fi pubblica.

 

epa04076557 This picture entittled 'Signal' by US photographer John Stanmeyer of the VII Photo Agency is the World Press Photo of the Year 2013 in the 57th World Press Photo Contest, it was announced by the organizers on 14 February 2014 in Amsterdam, The Netherlands. The picture shows African migrants on the shore of Djibouti city at night, raising their phones in an attempt to capture an inexpensive signal from neighboring Somaliaa tenuous link to relatives abroad. Djibouti is a common stop-off point for migrants in transit from such countries as Somalia, Ethiopia and Eritrea, seeking a better life in Europe and the Middle East. The picture also won 1st Prize in the Contemporary Issues category, and was shot for National Geographic. EPA/JOHN STANMEYER / VII AGENCY/ NATIONAL GEOGRAPHIC Editorial us only, no sales, no archive, no cropping, no manipulating, use only in connection with the World Press Photo and its activities HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES/NO ARCHIVES
Gli smartphone accompagnano i migranti nelle loro rotte già da qualche anno. Questa foto è del 2013 e mostra dei profughi africani che alzano i loro cellulari sulla spiaggia di Djibouti  durante la notte nel tentativo di prendere il tenue segnale di rete della vicina Somalia per contattare i propri cari.  Djibouti è una tappa fissa per i migranti che sono in transito da Paesi come la Somalia, l’Etiopia e l’Eritrea.  Questa foto è stata scattata per il National Geographic.

 

Quando la rotta intrapresa dai migranti prevede un passaggio via mare, in molti salvano il proprio smartphone dall’acqua avvolgendolo in una busta di plastica, in un palloncino o in un guanto in lattice e assicurandoselo sotto il giubbotto di salvataggio prima di salire sul gommone.

buste

E poi c’è chi sale sul barcone pronto all’invio di messaggi sms che lancino l’sos in tempo per far arrivare i soccorsi prima dell’emergenza, ma dopo che si è già oltrepassato il confine. I profughi spesso provengono da zone urbanizzate, in particolare i rifugiati Siriani, e sanno sfruttare al meglio i loro smartphone per rendere quanto più facile e sicuro possibile il loro viaggio.

epa04933278 Refugees charge their mobile phones at the border station between Serbia and Hungary near Horgos, northern Serbia, 16 September 2015. Hungarian police fire tear gas and deploy water cannon to push migrants away from a barricade at Roszke on the border with Serbia. Hungary declared a state of emergency in two counties along its border with Serbia, after it used a boxcar fitted with razor wire to block a major entry point there. Declaring the state of emergency paves the way for parliament to allow the army to reinforce police along the border, as new measures to crackdown on refugees go into effect. EPA/TAMAS SOKI HUNGARY OUT

epa04933285 Refugees charge their mobile phones at the border station between Serbia and Hungary near Horgos, northern Serbia, 16 September 2015. Hungarian police fire tear gas and deploy water cannon to push migrants away from a barricade at Roszke on the border with Serbia. Hungary declared a state of emergency in two counties along its border with Serbia, after it used a boxcar fitted with razor wire to block a major entry point there. Declaring the state of emergency paves the way for parliament to allow the army to reinforce police along the border, as new measures to crackdown on refugees go into effect. EPA/TAMAS SOKI HUNGARY OUT
Rifugiati ricaricano il loro cellulare arrivati al confine fra Serbia e Ungheria

 

Nei punti di racconta, nei campi o nelle stazioni dove vengono radunati durante le tappe del tragitto assieme a beni di prima necessità e scarpe vengono forniti punti dove è possibile ricaricare il proprio telefono o accedere al wi-fi. La domanda per questo servizio fra i migranti è altissima. Per esempio alla stazione di Keleti in Ungheria dove erano stati accolti migliaia di migranti, la richiesta energia elettrica e wi-fi è stata talmente alta che Greenpeace ha dovuto montare una tenda più grande per dare risposta alle esigenze di tutti. Alla domanda su cosa sia più importante fra il cibo e la possibilità di caricare il proprio smartphone, molti rifugiati, soprattutto i più giovani, non esitano nemmeno un attimo a rispondere: scelgono la seconda.

Gli smartphone infatti sono una risorsa capace di rendere i migranti preparati ad affrontare le difficoltà del viaggio, ma anche quelle che si presenteranno all’arrivo: sapere dove andare, con chi parlare, avere la possibilità di riuscire a tradurre nella propria lingua quello che non si comprende. A volte, semplicemente non sentirsi soli e abbandonati a se stessi.

A man looks at his mobile phone while waiting for a train heading toward Serbia, at the transit camp for refugees near the southern Macedonian town of Gevgelija, after crossing the border from Greece, early Thursday, Oct. 8, 2015. Several thousand migrants and refugees enter daily from Greece into Macedonia on their way through the Balkans towards the more prosperous European Union countries. More than 500,000 people have arrived this year in EU seeking sanctuary or jobs, sparking the EU's biggest refugee emergency in decades. (AP Photo/Boris Grdanoski)
In un campo profughi di transito a sud della Macedonia nella città di Gevgelija un uomo guarda il suo smartphone mentre aspetta il treno che gli permetterà di attraversare la Serbia.

 

 [social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/GioGolightly” target=”on” ][/social_link]  @GioGolightly

Halloween, Wal-Mart costretta a ritirare un costume da soldato israeliano

Chi non vorrebbe terrorizzare tutto il vicinato la notte di Halloween, mandando il proprio figlio a fare “dolcetto o scherzetto” con un paurosissimo costume da piccolo soldato israeliano?
Da Walmart, una delle più grandi catene di negozi al dettaglio statunitensi, si può. O meglio, si poteva. Il controverso outfit è stato talmente criticato, sui social network e da moltissime associazioni in Usa, che Walmart ha dovuto bloccarne la vendita.

 

Il costume da soldatino israeliano comprendeva una completo militare, una giacca con la sigla delle forze di difesa israeliane (IDF), una cintura porta munizioni, il cappello rosso dell’esercito israeliano e una mitraglietta giocattolo, somigliante in tutto e per tutto al. E veniva venduto a saldo a solo $ 27,44. La descrizione sul sito web riportava anche un attraente motto per invogliare il genitore indeciso: «E’ tempo di Halloween, rendi perfetto il completo di tuo figlio con questo costume».

La denuncia nei confronti del negozio è arrivata dalla Commissione Anti-Discriminazione arabo-americana (ADC), che ha richiesto l’interruzione immediata della vendita dei costumi, sostenendo che il rivenditore offendeva tutta la comunità araba residente in America, soprattutto a seguito della recente escalation di violenza tra israeliani e palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania. «Un costume per bambini che rappresenta un simbolo di paura, violenza e una lunga storia di soprusi non fa ridere nessuno» è scritto nella lettera di denuncia inviata dal gruppo schierato a difesa dei diritti civili. L’Istituto arabo-americano con sede a Washington (AAI) ha descritto il costume come «qualcosa di spaventoso, con cui si è raggiunto un nuovo grado di ignoranza riguardo alla Palestina in America».

_86347301_ahmed

Facebook e Twitter sono stati invasi di commenti indignati sulla vicenda: «Walmart vende costumi di soldati israeliani ai bambini! E’ disgustoso!»; oppure «Ehi Walmart, non ti rendi conto che stai sostenendo l’uccisione di bambini innocenti con questo costume?». Il comico palestinese-americano Amer Zahr ha twittato sul suo profilo: «Così i bambini piccoli verranno a bussare alla mia porta sabato prossimo dicendo: dolcetto o … wow, la vostra casa è bella.. tutti fuori, adesso è mia».

Gli utenti dei social media, facendo ricerche su Walmart, hanno anche individuato un altro prodotto “della vergogna”: il “naso dello sceicco Fagin”, un falso naso che si aggancia al viso e prende il nome dal cattivo di Oliver Twist di Charles Dickens, utilizzato come accessorio per un costume di Halloween. Il paradosso è che in questo caso Fagin l’ebreo era usato come rappresentazione di un arabo. Il finto naso venduto per $ 6,80 è ancora disponibile su Amazon, che gli ha cambiato nome in “il naso del Sultano”.

b8927989-0bad-46e3-8ca8-4962128ad6e7

La multinazionale aveva già venduto prodotti ritenuti offensivi per il popolo arabo, come un costume di Bin Laden per Halloween o una torta ispirata all’Isis con scritte in arabo sopra. Walmart si scusò per l’errore affermando che un socio in un negozio locale non sapeva cosa significasse e fece semplicemente quello che il cliente aveva richiesto. «La torta non avrebbe dovuto essere fatta e ci scusiamo» dissero ad ABC News. Nel 2014 l’ira della rete si era scatenata contro i “fat girl costumes” costumi come gli altri ma concepiti per le ragazze grasse.

150630-isis-cake-mn-0940_c00d1f09d2ba7f600553df88b88ccec8.nbcnews-fp-1200-800

Matteo Stiffler, professore di studi arabi presso l’Università del Michigan, ha detto al Middle East Time che non è mai opportuno rappresentare un’altra cultura durante la tradizionale festa di Halloween: i costumi di Halloween sono fatti per essere spaventosi, divertenti o sexy. «Se applichi una di queste etichette ad un’etnia o a una religione stai distorcendo la realtà e creando un precedente pericoloso». Il professore ha però deciso di controbattere, inventando un’interessante iniziativa: ha chiesto ai suoi studenti di creare costumi di altre culture e religioni, per vedere quali sono i pregiudizi legati ai vari gruppi etnici.

Touil è innocente ma clandestino. Se venisse espulso in Marocco potrebbe rischiare la pena di morte

Prendi un innocente, arrestalo, sull’onda del terrore che segue evidentemente a una strage. Poi, accertato che non è colpevole, liberalo. E a quel punto rinchiudilo in un Cie. Perché? Perché è arrivato su un barcone. È un clandestino. Anzi – come si chiamano adesso secondo il “nuovo dizionario europeo” – è un “migrante economico.

Abdel Majid Touil, il 22enne marocchino accusato da Tunisi di aver partecipato alla strage del 18 marzo al museo del Bardo, 24 morti tra cui due italiani, non sarà “estradato”, ma sarà “espulso”. Che vuol dire? Che i giudici della V Corte d’Appello di Milano hanno negato l’estradizione verso la Tunisia, perché lì rischierebbe la pena di morte. Ma Touil, figlio di un’immigrata regolare residente nel Milanese – è entrato in Italia su un barcone, recuperato a largo del Mediterraneo dalla Marina italiana il 17 febbario. È arrivato in Italia su un barcone ed è tunisino (Paese sicuro, dove non c’è la guerra) perciò, essendo un “migrante economico”, deve essere espulso. Verso dove? Verso il Marocco, il suo Paese. «Abbiamo accordi bilaterali di riammissione con quel Paese», avverte il giurista Fulvio Vassallo: «E se lo rimandassero in Marocco lo torturerebbero per fargli confessare qualsiasi cosa». E Gabriella Guido di LasciateCientrare aggiunge: «Un dramma, stiamo sentendo tutti per capirlo, sarebbe una condanna a morte  di un innocente». Intanto il suo avvocato, che non riesce a incontrarlo in queste ore, si preoccupa di non fare in tempo a procedere per la richiesta di asilo politico.

La vicenda

La Corte di Appello di Milano, negando l’estradizione, lo ha salvato dalla certa pena di morte che lo avrebbe atteso in Tunisia. Ma c’è di più: la procura lo ritiene innocente, perciò ha chiesto l’archiviazione per le accuse di strage e terrorismo internazionale. Insomma, per i pm non ci sono elementi sufficienti per ritenerlo responsabile, perciò hanno deciso di non adottare né lo stato di fermo né alcuna misura cautelare, adesso spetterà al giudice decidere se archiviare – o meno – le accuse. Intanto Touil ha lasciato la cella del carcere di Opera dopo cinque mesi di reclusione, ma dal carcere è passato direttamente alla questura, perché, è irregolare. E la questura lo ha trasferito all’interno del Cie di Torino, in attesa dell’espulsione. Oggi l’avvocato di Touil, Silvia Fiorentino, dichiara: «Il ragazzo deve chiedere asilo politico. Ma non me lo fanno vedere». E non è proprio un dettaglio, perché le autorità tunisine accusano il ragazzo di aver incontrato due terroristi e di aver fornito delle armi utilizzate per la strage.

Il suo Paese, il Marocco

All’indomani della Primavera araba, nel 2011, il nostro Paese è ha sottoscritto accordi bilaterali per la riammissione con l’Egitto, la Tunisia, la Nigeria e poi anche con il Marocco. Poi, il 7 giugno, è arrivata la partnership Ue-Marocco sul fronte mobilità e immigrazione, che per la prima volta impegna l’Europa icon un Paese della sponda Sud del Mediterraneo. L’accordo sottoscritto a Lussemburgo tra il commissario Ue agli affari interni, Cecilia Malmstrom e il ministro degli Esteri marocchino Saad dine El Otmani e i ministri responsabili del dossier immigrazione di nove Stati membri: Italia, Belgio, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia e Gran Bretagna.
L’ultima volta che in Marocco è stata eseguita una condanna a morte era il 1993, ma l’opzione è ancora prevista dal codice penale.

Cosa avrebbe rischiato in Tunisia
La Repubblica parlamentare tunisina è uno dei 40 Stati del mondo che prevedono ed eseguono la pena di morte. La nuova Costituzione, adottata il 26 gennaio del 2014, mantiene la pena capitale, nonostante una petizione di 70 parlamentari ne abbia chiesto l’abolizione.
I tre partiti componenti la maggioranza del NCA – Ennahda , CPR e Ettakatol – hanno sostenuto che la società tunisina non sarebbe pronta ad abolirla: hanno seguito ciò che il presidente Marsit ha definito «una lettura letterale e restrittiva del Corano». E pensare che la stessa Costituzione all’articolo 21 stabilisce: «Il diritto alla vita è sacro» ma al contempo consente eccezioni nella seconda parte dell’art. 21: «Nessuno può violarlo, ad eccezione di casi estremi stabiliti dalla legge». La vita di Abdel Mayid Touil sarebbe rientrata, evidentemente, tra queste eccezioni.

Gli stranieri? Meno criminali degli italiani

Mettetevi l’anima in pace: gli stranieri, gli “immigrati”, i “clandestini”, non sono il fattore criminale preponderante nel nostro Paese. Quello, siamo noi. Secondo i dati elaborati dall’Idos/Unar, nel periodo 2004-2013 le denunce penali verso italiani, a fronte di una popolazione in leggera diminuzione, sono aumentate del 28% mentre quelle a carico di stranieri, a fronte di una popolazione più che raddoppiata, sono diminuite del 6,2%.

Così come sono diminuite le denunce contro stranieri sul totale di quelle contro autore noto: la prima è scesa dal 32,5% del 2004 al 26,7% nel 2013.

Questo è solo uno degli aspetti rilevati dal Dossier statistico sull’immigrazione del 2015, curato per conto della Presidenza del Consiglio dei ministri assieme all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (di cui qui i punti chiave generali) e pubblicati anche su Redattoresociale.it, che segnala, riassumendo: «una crescita progressiva, seppure rallentata, della popolazione immigrata; un forte forte aumento dei processi di inserimento (acquisizioni di cittadinanza, iscrizioni a scuola, incidenza sugli occupati e sulle nascite); la persistenza del bilancio positivo tra spesa pubblica ed entrate statali assicurate dagli stranieri; il miglioramento delle statistiche penali; le crescenti difficoltà nel superare le discriminazioni e nell’orientare le politiche di immigrazione e di integrazione».

Proprio sull’aspetto penale, generalmente fulcro dei luoghi comuni di più becero populismo razzista e di paure più che sedimentate tra gli abitanti dello Stivale, è importante soffermarsi. Visto che non corrisponde alle nere “aspettative” chiamate anche pregiudizi.

Un dato significativo soprattutto se associato alla tipologia dei reati. Anche il primato per la gravità dei crimini commessi, spetta a noi. Dei 7.961 detenuti per condanne brevi (meno di tre anni di carcere), per reati minori, 3.419 erano stranieri: una percentuale altissima, pari al 42,9%. Di contro, gli stranieri tra gli ergastolani erano solo 87 rispetto ai 1.603 totali: il 5,4%. Una quota irrisoria rispetto ai nostri compatrioti

In generale, la presenza degli stranieri nei nostri istituti di detenzione, è minore. Al 30 giugno 2015 i detenuti nelle 198 carceri italiane erano 52.754. Di questi, gli stranieri erano 17.207 ovvero il 32,6% del totale. Quattro punti percentuali in meno rispetto a cinque anni prima: di fronte a una decrescita della popolazione detenuta, gli stranieri sono diminuiti in misura maggiore rispetto agli italiani.

C’è un altro elemento evidenziato dal Dossier statistico del Centro studi,  cioè l’esito discriminatorio, definito dai ricercatori addirittura «evidente», circa le possibilità per i detenuti di usufruire delle misure alternative – che tecnicamente gli spetterebbero e che in realtà vengono eseguite come vere e proprie concessioni, come la possibilità di godere di benefici premiali o di scontare parte della pena all’esterno, generalmente sono misure concedibili ai detenuti per reati minori (meno di tre anni di carcere). Ebbene, sempre al 30 giugno 2015, gli stranieri costituivano il 36,5% di coloro che erano nelle condizioni di accedere alle misure alternative. Eppure, alla stessa data gli stranieri che beneficiavano di una misura alternativa alla detenzione erano il 20,8% del totale, con uno scarto negativo del 15,7% rispetto agli italiani.

Insomma, pare proprio che solo una piccola percentuale venga in Italia per delinquere. Chi l’avrebbe mai detto…


Il rapporto in pillole

Di 240 milioni di migranti stimati nel mondo, 5 milioni e 14mila sono stranieri residenti in Italia e 5 milioni sono italiani registrati nelle anagrafi consolari come emigrati: nel 2014, anzi, i connazionali all’estero sono aumentati più degli stranieri residenti in Italia (+155mila gli emigrati e +92mila gli immigrati). Nel 2014 i migranti forzati (rifugiati, richiedenti asilo e sfollati) sono aumentati in misura notevole in Italia, ma meno che a livello mondiale: 8 milioni in più rispetto all’anno scorso. E anche i richiedenti asilo, che in Italia sono stati 65mila, nel mondo sono stati 1,8 milioni e nell’Ue 628mila. La presenza asiatica in Italia, di cui la Cina è la prima collettività (266mila residenti su 969mila asiatici) rappresenta quasi un quinto dei residenti stranieri, per cui il nostro paese è lo Stato membro più “asiatico” dopo la Gran Bretagna. In Italia l’immigrazione ha rallentato la crescita, così come è avvenuto in Europa, mentre è aumentato il numero di cittadini italiani con un passato migratorio: sono quasi 130mila i casi di acquisizione di cittadinanza in Italia nel 2014, circa 1 milione nell’Ue. La crisi ha determinato in Italia il mancato rinnovo di 155mila permessi di soggiorno, in prevalenza per lavoro o per famiglia, ma non ha frenato la tendenza all’insediamento stabile: quasi 6 cittadini non comunitari su 10 sono titolari di permesso di soggiorno a tempo indeterminato. I minori e le donne hanno accentuato la loro incidenza (pari, rispettivamente, al 22% e al 53%), a conferma del carattere familiare assunto dalla presenza immigrata. I figli degli immigrati nati in Italia e gli stranieri diventati cittadini italiani sono realtà considerevoli: ciascuna conta circa 800mila unità (un po’ meno i primi, un po’ di più i secondi).


Cinque domande (e 5 tweet di risposta) a Fabrizio Barca sul «Pd Cattivo» e la cacciata di Marino

 Ieri abbiamo posto 5 domande a Fabrizio Barca con l’articolo qui sotto. Barca ha risposto con 5 tweet che pubblichiamo qui sotto a ciascuna domanda. Lo ringraziamo, le risposte sono un bel segnale di ascolto (e di stile diverso).
Intervistato dal Fatto Quotidiano Fabrizio Barca ha sostenuto che «il Pd Cattivo» che lui avrebbe fotografato “mappando” il Pd romano, starebbe approfittando della vicenda Marino per fermare il «cambiamento». Dice Barca: «Le dimissioni di Marino ci hanno colto nel punto più difficile, a metà percorso, prima della ricostruzione. Sono molto preoccupato che il processo di cambiamento si arresti e si inverta». Il giornalista allora gli chiede: «C’è una parte del partito “cattivo” che sfrutta la situazione e usa Marino per tornare ad avere una posizione centrale?». Barca risponde: «Assolutamente sì. Persone che si appoggiano proditoriamente a Marino, e magari nemmeno lo sostenevano prima. Gli stessi che attaccano Orfini. Sono quelli che sperano che il rinnovamento si fermi».
 
A questo punto, Left vuole girare cinque domande aggiuntive a Barca, perché le sue affermazioni non diventino quello che per il momento purtroppo paiono: solo una stoccata, che non aiuta ad andare avanti, a sciogliere la complicata situazione romana, a capire le responsabilità. Ma che si inserisce perfettamente nell’immagine di un partito spaccato e in lotta, con la differenza non marginale – come nota il circolo Pd Marconi – che nella lotta è sceso lo stesso Barca: «Abbiamo letto con rabbia e dispiacere l’intervista di Fabrizio Barca sul Fatto Quotidiano che lo pone di fatto fuori dal ruolo di terzietà che il suo incarico di ispettore di un partito commissariato richiederebbe».
 
Ecco allora qualche domanda in più, utile a Barca – se crede – per recuperare il suo ruolo di ispettore e aiutare noi osservatori e gli stessi elettori del Pd a capire.
 
Nel report finale del lavoro suo e del gruppo “Luoghi ideali” avete indicato a Roma 27 circoli che avete definito “potere per il potere”, arrivando però a indicarne poi 40 con «una tendenza all’infeudamento». È questo il Pd cattivo che starebbe sperando nella resistenza di Marino? Se sì, perché dopo il vostro lavoro e il lungo commissariamento di Orfini è ancora così potente? Quanti di quei circoli avete chiuso?

 
Lei parla di «persone che si appoggiano proditoriamente a Marino» e che «sperano che il rinnovamento si fermi». Può farci qualche nome?
Schermata 2015-10-30 alle 10.48.47
 
Durante tutto il suo lavoro di indagine lei si presentava giustamente come attore terzo rispetto alle anime del partito. Perché oggi si espone così in sostegno di Orfini che è sì il commissario ma che su Roma, con i giovani democratici e non solo, ha anche avuto negli anni un ruolo politico nel sistema che lei stesso ha valutato?
Schermata 2015-10-30 alle 10.50.02
 
Perché il “Pd buono” che per lei è evidentemente quello che di Orfini, non ha cercato o non è riuscito a rilanciare l’attività della giunta Marino arrivando a chiedere le dimissioni del sindaco?
Schermata 2015-10-30 alle 10.50.46
Marino non è stato in grado. Che profilo dovrebbe avere il sindaco capace di accompagnare il «cambiamento» che lei immagina? Ha qualche nome? Lei potrebbe candidarsi?
Schermata 2015-10-30 alle 10.51.20

Il nuovo numero di Left: “Donna libera tutti”

«La maternità come scelta e non come “obbligo biologico”». Questo scrive il direttore Ilaria Bonaccorsi nell’editoriale del prossimo numero di Left. Il settimanale affronta un tema delicato: il mondo è cambiato e nessuna “religione della maternità” è più accettabile. Ci sono, è vero, motivi socio economici che spiegano la crescente denatalità, come scrive la sociologa Chiara Saraceno, ma le ragioni sono anche altre come suggerisce sempre la Saraceno: «Non occorre essere madri per realizzare il proprio progetto di vita, anche sul piano relazionale e affettivo». Le donne oggi scelgono quando come e se avere dei figli. Può capitare di cercare un figlio superando problemi fisici grazie alle tecniche di procreazione medicalmente assistita o di adottarli come racconta Francesca Fornario nel suo primo romanzo La banda della culla; o di scoprire forme di genitorialità legate al semplice affetto, come narra un’altra scrittrice, Barbara Fiorio. O anche di non essere madre affatto come racconta  Abraham Yeshohua ritraendo Noga, donna israeliana protagonista della sua ultima opera.

In Società Left affronta una delle emergenze del momento: la casa. Tra occupazioni continue e sfratti, la politica del Governo si rivela del tutto insufficiente, come dimostra la storia dello sgombro della Ex Telecom di Bologna. Poi il Far west politico nel pezzo di Martino Mazzonis sulla destra e l’uso delle armi. Chi sono i politici e gli amministratori che cavalcano il partito delle armi? E ancora:  il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, dopo la sua assoluzione, lancia la sua sfida «controcorrente e rivoluzionaria» per le elezioni in primavera. Mentre sul fronte migranti, Amnesty lancia l’allarme sul reato di clandestinità: «Non è stato ancora depenalizzato».

promo-left-422015

Negli esteri ci occupiamo di Spagna, a pochi mesi dalle elezioni il clima si fa incandescente. Left racconta Albert Rivera,  leader di Ciudadanos, un partito di giovani “di centro” che comincia a insidiare le sicurezze di Podemos e del suo leader Pablo Iglesias.  E ancora: l’analisi del ruolo di Putin in Siria e nella lotta contro l’Isis,  un reportage da Hebron dove l’occupazione dei coloni israeliani continua a opprimere i palestinesi e la seconda tappa del “diario cinese” del musicista Fernando Fidanza, questa volta alla scoperta di Tianjin, “ex colonia d’Italia”.

In Cultura parla Massimo Bray, ex ministro dei Beni culturali, che critica le politiche del governo e difende le strutture di tutela  che lo Stato deve mettere in campo per proteggere il paesaggio e i beni culturali.  E ancora: il caso di uno scavo archeologico che rivive e diventa un esempio di archeologia pubblica; tutti gli interrogativi della scienza sull’“editing baby” – i nuovi bambini dal codice genetico riscritto -, e infine  Luca Carboni che ci racconta del suo ultimo lavoro.

 

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/LeftAvvenimenti” target=”on” ][/social_link]  @LeftAvvenimenti

Toni Servillo recita a Pomigliano per i disoccupati: «Non è assistenza, è condivisione»

Toni Servillo (Francesco Maria Colombo)

«Non è assistenza sociale, ma è condivisione e solidarietà». Toni Servillo parla dello spettacolo che lo vedrà protagonista, sabato 31 ottobre, a Pomigliano d’Arco, Napoli. Toni Servillo legge Napoli al Cinema teatro Gloria è una iniziativa particolare, non molto usuale in Italia. L’incasso dello spettacolo (info qui) a cura di Teatri Uniti verrà devoluto interamente al fondo promosso dall’associazione Legami di solidarietà (Libera Campania, Fiom Cgil e la Caritas). L’obiettivo è quello di creare, nello spirito delle antiche società di mutuo soccorso, un fondo da cui attingere per sostenere disoccupati, precari, lavoratori in cassa integrazione. E non è pura assistenza finanziaria perché come si legge nel sito di Libera Campania i beneficiari metteranno a disposizione idee, competenze e saperi per attività rivolte alla comunità. Insomma, un modo per rimettere in circolo le energie che si spengono spesso quando una persona perde il lavoro e non riesce a trovarne uno nuovo. Più formazione e meno assistenza.

Left ha sentito Toni Servillo, in un momento come al solito pieno di impegni: ha ultimato le riprese del film di Francesco Amato Lasciati andare – in cui interpreta uno psicoanalista freudiano -, ha anche “dato” la sua voce all’aviatore del Piccolo principe e allo stesso tempo è protagonista di un libro che fa il punto sulla sua attività, Oltre l’attore (Donzelli editore).

Toni Servillo, ci racconti come è nata l’iniziativa di Pomigliano d’Arco.

Tutto è nato da un incontro casuale in treno, come spesso accade durante i trasferimenti per le tournée teatrali, con un attivista di Libera. Avevo già partecipato alcuni anni fa ad un’iniziativa promossa dall’associazione di Don Ciotti e mi sono reso disponibile, come già fatto in qualche altra occasione, a offrire gli incassi della serata dal titolo Toni Servillo legge Napoli.

Quali testi del vasto repertorio napoletano porterà a Pomigliano?

Nello spettacolo si incrociano le voci di grandi autori della tradizione napoletana, come Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo, Raffaele Viviani e quelli di poeti contemporanei come Enzo Moscato, Michele Sovente, Mimmo Borrelli. Abbiamo individuato l’occasione migliore nell’attività dell’associazione Legami di solidarietà, nella difficile realtà economica di Pomigliano d’Arco.

Si tratta di un tentativo di aiuto “dal basso”, di una rete sociale nei confronti dei disoccupati, dei cassintegrati di Pomigliano. Che cosa ne pensa? È assistenza o è anche un modo di creare partecipazione e quindi ridare dignità alle persone?

Non si tratta di assistenza sociale. È sicuramente un modo per affermare il valore della condivisione e, nei limiti di chi fa il mio mestiere, esprimere una forma di solidarietà attraverso il teatro, nei modi che mi sono propri. Naturalmente esistono anche altri modi che andrebbero utilizzati al meglio da chi ne ha le possibilità e la responsabilità.

Lei che porta nel suo Dna, si potrebbe dire, i segni della tradizione e allo stesso tempo della ricerca teatrale e artistica napoletana, pensa che la cultura e  il teatro, possano ridare vita alla città?

La cultura e il teatro devono essere alla base dello sviluppo e della crescita di una società, a Napoli come ovunque. Ritengo che uno degli esempi più significativi nella nostra città sia quello rappresentato dal Teatro Nuovo nei Quartieri Spagnoli. La riapertura di quella storica sala all’indomani del terremoto del 1980 è stata significativa. E così l’attività portata avanti fino ad oggi pur tra enormi difficoltà, ha permesso non solo la nascita di esperienze artistiche poi consolidatesi fino a raggiungere una dimensione internazionale, ma anche la riqualificazione di un tessuto urbanistico e sociale attraverso il teatro. E questo sottraendo molto spazio al degrado e alla criminalità.

Lei ha prestato la sua voce all’aviatore del Piccolo Principe, in uscita tra pochi giorni. Secondo lei è un romanzo sempre attuale?

Sì, come tanti capolavori, attraversa indenne le epoche nella grande tradizione dei romanzi di formazione. De Il piccolo principe apprezzo soprattutto la dimensione di perdita legata alla crescita. E per quanto mi riguarda, ho affrontato con piacere il lavoro difficile ed impegnativo del doppiaggio, cimentandomi per la prima volta in una branca diversa del mestiere di attore.

Il libro Oltre l’attore permette di allargare lo sguardo sulla sua ricerca di interprete. Lei scrive: «il laboratorio segreto di un’arte che è un’arte “che non resta”, che ha il suo fascino nel fatto che è come la vita, che passa e non c’è più».

Mi piace sintetizzare questi concetti con le parole di uno dei principali riferimenti per il mio lavoro, un grande maestro del teatro francese del Novecento, Louis Jouvet: l’attore brucia tutto se stesso sul posto.

La foto di Toni Servillo è di Francesco Maria Colombo

Primarie repubblicane, scintille al dibattito Tv. Bene Rubio, male Bush

Niente guantoni, il terzo dibattito televisivo tra candidati repubblicani è stato quello delle mani nude: i candidati se le soo date di santa ragione tra di loro e, poi, hanno malmenato in gruppo i tre conduttori della Cnbc che moderavano la tenzone. Ci si aspettava che le scintille sarebbero arrivate dalla reazione di Donald Trump, che per la prima volta è secondo nei sondaggi dietro al chirurgo afroamericano Ben Carson. Non è andata così: i duri delle due ore sono stati (o hanno provato a essere) Bush, Rubio, il senatore texano Ted Cruz e l’ex governatore dell’Ohio, Kasich. A qualcuno è andata bene, a Bush è andata male. Vediamo perché premettendo una cosa: qui sotto non si parla di politiche e proposte, i dibattiti Tv interni a un partito servono a convincere la base di essere un buon candidato in sintonia con gli umori dell’elettorato, ad emergere, non a spiegare nel dettaglio cosa si farà se si diventa presidente. Nel complesso, quasi tutti appaiono molto di destra e molto poco specifici nel trovare risposte serie alle domande su come manterrano le loro promesse di tagliare tasse e deficit assieme.

 

Il duello per la Florida tra Bush e Rubio

I due sono tra quelli che vengono definiti candidati dell’establishement, ovvero non appartengono alle ali più destre o sui generis del partito e non sono nemmeno outsider puri (e in questo momento vincenti) come Carson e Trump. Siccome ci si aspetta che prima o poi le candidature di quelli della coppia che è avanti agli altri si sgonfi, molti osservatori ritengono che lo scontro vero sia tra quei candidati spendibili in elezioni generali che in questo momento inseguono. Tra questi Rubio è in ascesa e il suo ex mentore politico Bush in declino. Per questo Jeb ha provato ad attaccare più di una volta il senatore ispanico. Ad esempio sulle sue assenze in Senato per andare in giro a fare campagna: «Ti hanno eletto per essere in aula a votare, cos’è la tua settimana, una settimana francese di tre giorni (pregiudizi repubblicani sull’Europa, ndr)?». La risposta è stata: «Tu sei un ammiratore di McCain, che pure salta molte votazioni, ma non ti ho sentito parlarne così, mi attacchi solo perché insegui nei sondaggi». E poi: «Siamo qui non per farci la guerra tra noi ma per battere Hillary Clinton». Più conservatore di Bush, preparato e diligente, Rubio è anche capace di trovare la battuta giusta in fretta. Jeb, che aveva disperato bisogno di una performance convincente, invece, si trova per la terza volta a prendere “appena sufficiente” e dopo essersi visto prendere in contropiede due volte da Rubio, ha anche smesso di provare a incalzarlo (il manager della sua campagna ha anche protestato contro il produttore dello show televisivo, brutto segnale). Il primo è probabilmente il vincitore del dibattito, il secondo è nei guai.

 

Ted Cruz, il texano contro i moderatori di parte

Ai repubblicani non piacciono i media: in Tv guardano FoxNews e, soprattutto, ascoltano le talk radio, una specie di universo parallelo che li nutre di quello che si vogliono sentir dire (Beppe Grillo ha studiato molto da quel modello). E i tre moderatori del dibattito hanno fatto di tutto per rafforzare le convinzioni dell’elettorato di destra: le loro domande erano troppo spesso del tipo «Davvero lei ha detto questa frase controversa?» e molto poco spesso «cosa pensa del patto conl’Iran» o «che piano ha per le tasse». Il primo a notarlo è stato Ted Cruz (poi qualcosa di cattivo ai conduttori l’hanno detta tutti), che tra gli applausi del pubblico ha detto «Questa non è un incontro di pugliato in una gabbia, le vostre domande sono come se lo fosse. Al dibattito tra democratici, che era un dibattito tra bolscevichi e menscevichi, invece chiedevate “chi tra voi è più intelligente e bello». Il minuto che vedete qui sotto e una buona performance a destra degli altri rende Cruz il campione potenziale dell’ala conservatrice del partito. Ha raccolto molti fondi e deve aspettare, come tutti gli altri, che le candidature Carson e Trump si sgonfino. Se dovesse davvero succedere (ma va detto che i due sono molto più resistenti del previsto) Cruz potrebbe unire la destra del partito.

Carson e Trump, da outsider a figure sopra la mischia

In tre mesi di campagna Ben Carson è riuscito a scalare i sondaggi e collocarsi al primo posto. Parla piano, non attacca gli altri, esprime concetti facili e ultraconservatori. Spesso controversi. Ma col sorriso. nel dibattito non eccelle, ma gli basta così: è primo nei sondaggi grazie ai consensi tra quell’ala religiosa che contribuì ad eleggere Bush e che dal 2004 ha perso protagonismo all’interno del partito. Quanto a Trump, tutti si aspettavano di vederlo azzannare Carson e lui non lo ha fatto, dichiarandolo dall’inizio. Dopo mesi a fare il pagliaccio, ora prova a darsi un tono. Se farlo gli dovesse guadagnare delle simpatie senza fargli perdere i consensi dei tifosi a cui piace il miliardario spaccone, il suo sarà un calcolo azzeccato.

 

Kasich e Christie, i governatori che annaspano

La gente li percepisce come due politici schietti e capaci che hanno fatto bene il loro lavoro. C’è un elemento di verità. Ma il rispetto non basta e nei sondaggi i due sono indietro. Kasich ha provato a emergere giocando il ruolo dle candidato responsabile contro Trump: «Le vostre sono politiche di fantasia, dite quel che la gente vuole sentirsi dire, non quello che bisogna dire». «Mi attacchi solo perché sei indietro nei sondaggi» è la risposta di Trump. Hanno ragione entrambi. Christie è stato efficace quando ha interrotto una domanda a Bush sul FantaFootball (il fantacalcio): «Abbiamo l’Isis alle porte e un debito alle stelle e siamo qui a parlare di FantasyFootball?!». Le candidature di questi due non sono finite, ma certo serve qualcosa che gli dia una scossa. Quando e se il campo dei concorrenti sarà più piccolo, almeno uno dei due potrebbe salire nei sondaggi. Se ci sarà ancora

Il dibattito non è servito a Huckabee, Rand Paul e Carly Fiorina. Probabilmente costerà caro a Jeb Bush. Tra un paio di giorni avremo nuovi sondaggi e vedremo se Rubio, Cruz (e magari Christie) faranno passi in avanti. Per ora tutto appare aoncora in ballo. Con i bookmaker che cominciano ad alzare le quotazioni di Rubio e Carson e Trump che continuano a guardare tutti dall’alto. La nomination repubblicana è in alto mare e i grandi donatori e l’establishement del partito sono molto, molto preoccupati.

 

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/minomazz” target=”on” ][/social_link] @minomazz