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A scuola Bergoglio non funziona: l’ora di religione piace sempre meno

E così, nonostante l’exploit mediatico di papa Bergoglio, i ragazzi italiani non amano l’ora di religione. Anzi, la disertano sempre di più. I dati parlano chiaro. Nell’anno scolastico 2013-2014 l’aumento degli studenti che non frequentano l’ora di religione è stato del 105, 4%, secondo i dati dell’Osservatorio socio-religioso del Triveneto e dell’Istat, riportati oggi da Repubblica. E non è solo un fenomeno che riguarda i più grandi, gli studenti delle scuole superiori, il che sarebbe anche comprensibile, visto che quella è l’età in cui tendenzialmente si rifiutano i dogmi. No, nella scuola primaria c’è stato un aumento addirittura del 175 %.

Insomma, uno studente su cinque dice di no all’Irc (insegnamento della religione cattolica).  Questo significa che sempre più genitori giovani decidono di non avvalersi di questa disciplina nella formazione dei loro figli, regolamentata da un decreto del 1985, dopo il Concordato con il Vaticano firmato dal socialista Bettino Craxi. Gli ultimi dati sul gradimento dell’ora di religione significano che le nuove generazioni in Italia sono sempre più refrattarie ai precetti della Chiesa cattolica. Che, ricordiamo, come testimonia ogni anno la ricerca congiunta di Critica liberale e Cgil nuovi diritti, spadroneggia nell’informazione. Per esempio, l’ultimo rapporto, della primavera 2015, ha evidenziato il fatto che nella stagione televisiva 2013-2014 la presenza dei cattolici sui media ha sfiorato il 95,5% dei casi in cui la Tv si occupa di religione. E non si tratta solo di apparizioni del papa o di altri prelati nei programmi di informazione o nei tg. Bensì di fiction sulla vita di santi o di personaggi convertiti. Per non parlare poi della presenza di esponenti cattolici nei talk show.

Insomma, un’invasione cattolica che non risparmia nemmeno i media più laici. Emblematico il caso di Repubblica, fondato da Eugenio Scalfari, che da sempre si proclama illuminista e laico. Ebbene proprio il quotidiano di De Benedetti è stato il giornale che forse di più ha sdoganato la Chiesa esaltando l’immagine di Bergoglio. Non c’è molto da stupirsi, in effetti. Anni fa Scalfari, il grande illuminista, il cultore della dea ragione, in un suo editoriale aveva scritto che le religioni sono importanti perché salvano dal vuoto creato dalla caduta delle ideologie.

Quella che potremmo chiamare la contraddizione di Scalfari, poche settimane fa è stata rivelata dallo scrittore Giorgio Montefoschi sul Corriere della Sera. «Come fa a dirsi ateo un uomo che fin dall’infanzia, molto prima di contare i giorni – come ci racconta nel suo diario – è vissuto corteggiando la morte? Come fa a proclamarsi non credente un uomo che non smette di dialogare con il Dio nel quale non crede? Un uomo che, certo, scrive: “Dio non esiste perché siamo noi ad averlo inventato”, e subito dopo aggiunge: “Ma dove nasce il pensiero? Qualcuno o qualche cosa hanno creato il cogito (di Cartesio)”?».

 

«La religione serve come lettura del presente», ha detto questa mattina alla trasmissione di Radio Tre Tutta la città ne parla Andrea Monda, che oltre ad essere un insegnante di Irc è anche scrittore e curatore di una trasmissione su Tv2000 (emittente controllata dalla Cei). Ancora una volta vengono rinverdite le “radici cristiane” della cultura occidentale. Ma è davvero questo, il presente della cultura contemporanea? Siamo in un’epoca in cui i popoli si incontrano, spesso con conflitti, ma comunque si incontrano. E le culture, a fatica, si mescolano. Siao in un’Italia in cui c’è una maggiore consapevolezza dei diritti civili (vedasi il consenso che gli italiani mostrano nei confronti del matrimonio gay), in cui certi capisaldi come quello della famiglia naturale crollano anno dopo anno.

La società è in movimento e la religione non è più l’approdo ideale. Lo dimostrano i più giovani a scuola. E questa è una realtà. 

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«Le parole sono diventate proiettili». Rai, televisione, informazione: a colloquio con Giovanni Minoli

Persino dalla lettura di una sua banale biografia su Wikipedia si rimane impressionati. Giovanni Minoli la televisione l’ha fatta. Delle migliori che si ricordi, direi. Ha inventato da Mixer a Un posto al sole, da La Storia siamo noi a Quelli della notte. E le reti le ha dirette: prima Rai2 poi Rai3, poi Rai Educational, poi Rai Scuola. Oggi invece ha una trasmissione (Mix24) su Radio24 ed è inevitabile chiedergli il perché. Ma anche cosa pensi della polemica nata tra Matteo Renzi e i talk politici e che giudizio dia dell’annunciata riforma della Rai.

Dove è oggi e perché?

Alla radio. Nel 2012 quando ho vinto l’Oscar mondiale per La Storia siamo noi come miglior progetto di divulgazione storica al mondo, giustamente la Rai mi ha mandato via.

Giustamente?

Giustamente è ironico. È andata così, e quando Roberto Napoletano mi ha proposto di fare quello che facevo, attualità e storia, alla radio, non solo non l’avevo mai fatta ma non ero neanche un appassionato del mezzo. Però la sfida mi ha intrigato ed è andata bene. Mix24, ha un successo e una qualità che regge il confronto con tutte le altre radio.

Com’è lavorare senza le immagini?

È un grande dolore, ho lavorato con le immagini per 50 anni. Ho dovuto adattarmi psicologicamente, ed è stato molto forte. Però ho scoperto che la parola ha una forza comunicativa altissima. E l’attenzione alla parola è più alta di quella riservata alle immagini. Lo vedo dalla reazione degli ascoltatori. Poi ho avuto anche una piccola soddisfazione, anzi una constatazione, da quando i giornalisti della carta stampata (essendo quest’ultima in crisi), hanno il controllo della tv, invece di fare tv fanno radio e allora tanto vale fare la radiovisione. Io faccio la radiovisione! (e ride)

Da fuori, che le sembra della polemica su Rai3 e sui talk politici che perdono audience?

È una polemica inevitabile. La televisione ha vinto sulla politica e l’ha distrutta, perché ha consumato il significato delle parole. I talk hanno perso il senso che potevano avere, che è quello del confronto tra idee, per diventare un campo di battaglia in cui le parole diventano proiettili di propaganda permanente.

Colpa dell’assenza di idee?

Tutte e due le cose. Quando pensi studi, ci metti del tempo, misuri la riflessione che fai, poi ti viene un’idea. E solo dopo un bel po’ te ne viene un’altra. Se invece il tempo di maturazione delle idee si trasforma in un campo di battaglia in cui quella che hai avuto si suddivide in mille proiettili da usare propagandisticamente contro gli avversari, ecco che le parole si staccano dai loro significati e la politica perde il senso. Se poi si abbassa pure il livello di selezione dei politici, cosa diventa il talk? Una rappresentazione teatrale costruita esclusivamente a misura del conduttore. La sceneggiatura che tiene in piedi i talk è realizzata teatralmente e finisce nell’imbuto del personaggio principale. Infatti se l’ospite non rispetta il ruolo che gli viene assegnato, non viene più invitato. E poi l’uso delle parole che hanno perso il loro significato, produce il fatto che questa modalità di comunicazione della politica perde significato. E la gente se ne rende conto. C’è un rapporto tra la perdita di interesse ai talk e l’astensionismo.

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C’è una soluzione?

Io sono arrivato a fare una proposta molto provocatoria. Tempo fa Renzi fece un paragone tra Tv e calcio e io risposi: bene esatto, qual è la dinamica economica che c’è dietro ai talk? Io editore ti do visibilità (ai politici), tu mi riempi ore di palinsesto gratis e io ci metto la pubblicità. Io editore ho il mio interesse, e tu politico hai il tuo interesse che derivano dall’essere visibile, questo è lo scambio, che prescinde dall’interesse dello spettatore. Allora dico, se siamo arrivati fin qui, vuol dire che la tv ha vinto definitivamente sulla politica e se ha vinto e la dinamica è la stessa dello spettacolo, allora paghiamo i protagonisti. Come si fa negli show, qualunque attore o cantante lo paghi. Ma se lo paghi deve fare il risultato, altrimenti non lo paghi più.

Questa è la fine del servizio pubblico?

Non sto parlando del servizio pubblico ma del meccanismo. Peraltro il servizio pubblico è pagato solo per metà dal canone e per l’altra metà dalla pubblicità. La mia è una proposta paradossale: avresti il finanziamento pubblico dai partiti, perché tu editore chiedi al partito chi ti manda e il partito ti manda uno che deve rendere. Ma se “renderà” al partito (consenso), a te editore e a lui stesso, potrà dire di più quello che vuole.

Che “ti rende” vuol dire che fa share? 

Esattamente. Come una star che fa fare il 20% di share in più il sabato sera.

Ma Matteo Renzi non fa più alzare lo share…

Se non lo fa più, non vale più. Quello che voglio dire è: se decidiamo che ha vinto la tv e ha perso la politica e la logica è quella del mercato, andiamo fino in fondo al ragionamento perché almeno si capisce che la politica deve riconquistare senso e contenuti, e forse tra due anni vincerà quello che ha i contenuti. È una provocazione ovviamente, ma è l’applicazione fino in fondo della contraddizione che c’è dentro quello di cui stiamo parlando. Insomma, per andare a fondo, c’è una crisi dell’offerta, c’è troppa televisione per un Paese così piccolo. Oggi le figure di professionisti che valgono di più sono i cacciatori di ospiti, personaggi che hanno un’agenda per cui (per una ragione x) l’ospite non può dire di no.

Esiste un erede di Mixer?

No. Non c’è più il faccia a faccia. Ora, dopo 30 anni, stanno reinserendo alcune interviste a due, perché hanno capito che è l’unica strada per fare approfondimento. Se il personaggio è vero e le domande sono vere, è un mezzo di comunicazione fortissimo. Bisogna anche saper usare il mezzo televisivo, perché il volto è già un racconto. Le pause, le espressioni, gli sguardi… a volte valgono più di una risposta.

Lei le ha viste tutte, da Craxi a Berlusconi fino a Renzi. Quello di Michele Anzaldi contro Rai3 le sembra un nuovo editto?

Credo che Anzaldi abbia detto una sciocchezza che tra l’altro non aiuta Renzi, e penso anche che sia normale cambiare i direttori di giornali e di reti che durano da sei anni o che hanno dato scarsa prova di sé, specialmente se arriva un nuovo direttore generale. Se cambia l’editore cambia il direttore. È così.

E l’editore di Rai3 sarebbe?

L’editore della Rai è il Parlamento.

Quindi la frase di Anzaldi «non hanno capito chi ha vinto» rivolta a Rai3 è legittima?

Anzaldi ha detto in modo volgare una cosa reale. Dopodiché Rai3 è andata male. Ha tentato di innovare facendo qualche sforzo ma senza nessun successo. Dal punto di vista editoriale gli unici programmi che resistono sono Chi l’ha visto che c’è da 25 anni e, andava abbastanza bene, Ballarò se non fosse stata fatta la scelta sbagliata per il conduttore. Un ottimo giornalista della carta stampata (Massimo Giannini) che però non ha né i tempi televisivi, né la fisicità, né l’autorevolezza televisiva. Per cui il risultato è quello dell’8% di share diviso due.

È indubbio però che ci sia anche uno scontro di natura politica se si arriva al minutaggio delle trasmissioni? Sembra quasi che chiunque vada contro la narrazione renziana venga attaccato…

Se la mette in politica sbaglia. Lì c’è un problema editoriale. Nel caso di Bianca Berlinguer, credo si parli di una rotazione normale di cui lei è consapevole. Persino Paolo Mieli è andato via dal Corriere della sera e Scalfari ha lasciato la sua creatura.

Ha letto la nuova Unità? C’è l’imperativo di raccontare solo “l’Italia bella” altrimenti si è gufi…

È come un pendolo, il problema è se esageri da una parte… La narrazione delle cose belle è importante ma devi render conto anche di quelle brutte, perché la vita così è. Io sono un ottimista, cioè cerco e so vedere il bicchiere mezzo pieno ma questo non mi impedisce di capire perché per metà è vuoto. Penso che l’onestà intellettuale porti a saper vedere e raccontare entrambe le cose. Per esempio, se tu dici che il Jobs act ha risolto i problemi del lavoro dici una bugia, non è vero. È vera un’altra cosa: quel po’ di ripresa che c’è, ha innescato un processo nelle aziende (come è normale che sia) prima del riassorbimento delle cassa integrazioni e poi di una sostituzione lenta con contratti a tempo determinato. Allora se racconti solo il trionfo, sbagli perché non racconti, nel trionfo, della fragilità. Se racconti solo della fragilità erodi l’ottimismo necessario… quello onesto.

Le sembra che nella nostra informazione attuale ci sia un equilibrio sano tra gufaggine e narrazione unica?

Chi governa ha sempre la pretesa che vengano raccontate solo le cose che vanno bene.

Craxi faceva così?

(pausa). Intanto erano mondi diversi, anche lui tendeva a raccontare solo quello che andava bene, non negandosi le cose che andavano male. Quando porti l’inflazione dal 26% al 9%, come fece lui, hai fatto una cosa importante ed è giusto che la racconti; quando fai Sigonella hai interrotto l’autonomia del tuo Paese rispetto all’essere soltanto schiavo degli Stati Uniti, è altrettanto giusto che venga raccontato. è chiaro che il racconto assoluto lo vorresti di base. Ma poi chi è che può fare il controcanto? Chi è libero.

Chi è libero oggi?

La stampa no, quella italiana non è libera. L’unico editore puro in questo momento è Urbano Cairo, tutti gli altri sono editori legati a imprese o finanza che hanno interessi diretti o indiretti con il governo. Chi dovrebbe essere autenticamente libero? Il servizio pubblico. Perché il suo editore è il parlamento.

Questa riforma della Rai vuole delegare tutto al governo esautorando il parlamento?

Certo, cambia molto le cose. Nello stesso tempo una progettualità a tempo determinato e il potere per realizzarla è una cosa che pretende il mondo moderno che ha bisogno di decisioni veloci. Specialmente il mondo dell’informazione televisiva e multimediale che evolve alla velocità della luce. Ma la domanda di fondo è se ha senso, nel mondo multimediale di oggi, un servizio pubblico.

Appunto, finito il duopolio Rai-Mediaset, con la Rai ancora nelle mani (per metà) del canone, con l’arrivo di Netflix, cosa prevede?

Io credo che la scelta di avere i servizi pubblici, che è europea (in America non c’è), sia una scelta di civiltà perché vuol dire decidere di far prevalere i contenuti sugli interessi. Ed ha come filosofia di base l’essere al servizio più del cittadino che del consumatore. Ma come si declina questo? Bisogna avere degli obiettivi chiari. Cosa deve fare il servizio pubblico secondo me? Nel mondo globalizzato deve rappresentare le radici, il local del glocal. La differenza. Deve raccontare con tutte le forme del racconto possibili (cinema, documentario, fiction, informazione) le radici. Cioè deve raccontare il particolare facendone l’universale. Faccio esempi concreti: l’alfabetizzazione digitale è un compito da servizio pubblico; la gestione dell’integrazione linguistica che deriva dai flussi migratori è una funzione primaria del servizio pubblico.

Perché allora il 35% della gente evade il canone? Anzi lo ritiene persino odioso?

Corrisponde all’astensionismo elettorale, alla perdita di consenso dei talk, è lo stesso ragionamento. Perché non fai nessun servizio, offri un prodotto standard del mercato globalizzato. Qualcuno riesce a spiegare perché il canone è nel Tg1 e non nel Tg7 di Mentana? Perché è nelle interviste dell’Annunziata e non in quelle della Gruber? Perché è nei programmi di Carlo Conti e non in quelli di Crozza? Bisogna saper rispondere a questa domanda per far pagare il canone. Quindi devi essere un editore che ha le idee chiare, cioè ha un progetto editoriale esplicitato che legittima il fatto che si chiedano dei soldi. Perché se il canone è usato in funzione di una tv che deve essere comunque sempre più commerciale, come sta capitando, non va bene. E perché sta capitando? Perché il management non è scelto in funzione di una missione che deve avere una quota di responsabilità in più.

Invece è scelto seguendo logiche…?

Le più casuali. Prendi gli ultimi che sono appena andati via: uno faceva il ragioniere alla Fiat, l’altro lavorava in Bankitalia, ma che c’entrano? Di cosa vuoi che si occupino in un sistema complesso come quello dell’informazione? E dov’è nata poi la degenerazione del racconto informativo italiano? È nata dal passaggio di potere dai televisionisti ai giornalisti della carta stampata, i quali prima avevano orrore per la tv, poi hanno capito che gli conveniva farla. Pensa a Paolo Mieli, è il prezzemolino dappertutto, sostenuto dal fatto che è un potente della Rcs. Ma se lo si guarda dal punto di vista televisivo gli andrebbe detto: fermati e abbi coscienza dei tuoi limiti.

Cerchiamo il colpevole. Prima, delle cose del servizio pubblico funzionavano, ora non più. In mezzo c’è Berlusconi, è colpa sua?

Sì, Berlusconi ha fatto questa operazione: ha mediasettizzato la Rai, ma la colpa è dei manager della Rai, non hanno opposto resistenza. Di fatto, Berlusconi non l’ha mai conquistata, la Rai si è persa invecchiando, non coltivando i suoi televisionisti. Nessuno alleva più nessuno. Si usano format internazionali e si arriva al punto di avere 15.000 dipendenti e di produrre in outsourcing l’80% di quello che si fa. Questa è la Rai oggi.

Allora le rifaccio la domanda, ma lei dov’è?

Io sono alla radio.

Lo so, ma è evidente che lei potrebbe essere una “buona risorsa” per il servizio pubblico?

Dato che non sono io che decido…

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(Questa intervista è uscita sul numero 39 di Left)

 

E di questa riforma della Rai cosa pensa? Si dice che Campo dall’Orto sia lì in attesa di diventare amministratore delegato…

Io penso che in attesa della riforma, sarebbe importante che Campo dall’Orto dicesse cos’è il servizio pubblico, come deve essere organizzato e perché. Ha detto una cosa su cui sono d’accordo: il problema dello share non è centrale, ed è giusto perché il canone deve svincolare dal risultato di breve periodo. Stiamo morendo di trimestrali e stock option mentre il canone ti da la possibilità di investire su un progetto, al limite anche di andare giù per poi tornare su. La tv è quello che io vedo in onda, il resto sono chiacchiere. Si deve vedere che cambia tutto. So che ci vuole del tempo, ma direi ancora sei mesi al massimo. Mi auguro che questo management dirà chi è editorialmente nel palinsesto di giugno.

Corradino Mineo, senatore Pd ed ex direttore Rainews24, boccia la riforma, anzi sostiene non sia neanche una riforma e che sia «impossibile fare buon giornalismo con tanta politica addosso». Dice inoltre che il rischio per la Rai di fare la fine di Alitalia è altissimo. È d’accordo?

Concordo. Ma l’ottica è da giornalista, perché il problema non è solo come fai a fare informazione ma come fai a fare televisione. L’informazione rappresenta il 30% dell’offerta giornaliera, l’altro 70% è televisione, cinema, fiction, programmi d’intrattenimento. Il televisionista fa tutto: io ho inventato Mixer, ma anche Un posto al sole, Quelli della notte, La Storia siamo noi, la gamma dei prodotti televisivi li ho pensati tutti. Quanto alla concentrazione dei poteri nelle mani dell’Ad… l’Ad è uno strumento per fare qualcosa, ma ovviamente prima devi dire cosa. Lo nomina solo il governo? Chissenefrega, l’importante è dirgli cosa deve fare, qual è l’obiettivo e perché.

Urbano Cairo è libero però fa tutti talk di politica come la Rai? 

Per la ragione che le ho detto prima: la gente viene gratis e io editore metto la pubblicità, tanto ho il break even al 4%. Costa poco e vado avanti.

Esistono le liste di proscrizione?

(sorride). Le liste di proscrizione ci sono sempre e non ci sono mai. Ci sono i gusti, possiamo parlare di gusti?

Questo è il motivo per cui Renzi tra Giannini e Del Debbio sceglie di andare alla trasmissione di Del Debbio?

Le dico una cosa, Renzi non è mai venuto a fare un faccia a faccia a Mix24, è andato pure Radio Scurcola Marsicana, ma da me no.

E perché?

Perché non regge le domande. È uno che parla, non che risponde. Ha smesso troppo presto di avere il giusto della risposta, ha il gusto del suo racconto e la domanda è qualcosa che interrompe o spiazza il suo racconto. Non che non sia capace ma ha la sua modalità che, sostanzialmente, esclude le domande. Il risultato, però, è che lo share cala, perché la novità del racconto funziona all’inizio quando non hai controprove. Questo è il motivo per cui ha bisogno solo delle good news, perché sostengono il suo racconto. Non ha maturato la capacità di autocritica che gli permetterebbe di dire le sue cose con delle varianti.

E così perde il feeling col suo popolo?

Il suo rischio è quello.

Quanto è importante fare squadra?

Questo è il tema. Renzi il salto nelle competenze intorno a sé lo ha fatto o non lo ha fatto? Io capisco la strategia, prima prendo tutto il potere e quindi ho bisogno di persone fidate, poi però lo devo distribuire in base alle competenze. E “in base alle competenze” vuol dire amare la differenza da te, vuol dire chiedere lealtà non ubbidienza. Sono due cose diverse. Solo così nasce il “legame” giusto (felice) perché ti arricchisci della libertà (diversità) dell’altro. Saper scegliere l’altro da te dopo averne riconosciuto la natura più profonda, questo dovrebbe essere.

Questo mi sembra cozzi parecchio con la narrazione unica e con il minutaggio della Commissione vigilanza…

Quando le dico che devi sapere raccontare sia il bicchiere mezzo vuoto che la parte piena e devi saper introdurre nella narrazione delle varianti perché solo così diventi un leader vero, completo, le sto rispondendo. Renzi ha tre fortune: la prima che è giovane, la seconda è che lui prima non c’era, quindi il 900 lo può prendere e buttare perché non è responsabile di niente, terzo la Storia gli casca addosso, cioè questo è un momento in cui non c’è nessun altro: Berlusconi è vecchio, la sinistra non esiste. C’è il deserto. E c’è anche una possibilità di errore grande, tanto non hai conflitti. Se questa capacità di errore e il suo riconoscimento lo fai diventare parte del tuo racconto, fai il salto di qualità.

E invece cosa potrebbe remargli contro?

Per adesso solo il piano internazionale dove viene considerato poco. Per esempio, Leon è stato sostituito, nella trattativa in Libia, non con Prodi ma con un tedesco. Il che vuol dire che la Germania si va a prendere anche il petrolio libico. E nessuno ha detto niente.

Per finire, la Dc, il Psi e il Pci non ci sono più. Hanno ancora senso tre tg e la lottizzazione della Rai?

Secondo me l’organizzazione della Rai in questo momento non ha senso. Per averlo dovrebbe costruire un canale all news che ogni ora ha dieci minuti di breaking news. Il telegiornale inteso come dieci notizie messe in fila non vuol dire più niente. È vecchio putrefatto. Quindi io farei tipo il Tg3 con news dal mondo (global) intervallate con le news approfondite. E il Tg1 con all news italiane intervallate dalle news locali con i TgR.

E la carta?

Non me ne sono mai occupato. Non da un punto di vista imprenditoriale. Ovviamente i giornali li leggo. Constato solo che Buffet, che è uno che fa soldi, compra tutti i giornali locali dell’America. Poi analizzo il gruppo l’Espresso e vedo che sta in piedi per tutto l’insieme dei giornali locali. Forse sono certi modi di fare i giornali che non hanno più senso. Un giornale lo leggi perché vuoi qualcosa in più, nel flusso infinito di informazioni, forse vuoi fermarti ogni tanto a pensare e a pensare qualcosa in più.

Insomma, mi scusi destra e sinistra esistono ancora?

Caduto il muro, sono cambiate le categorie. La contrapposizione non è più quella, è tra giustizia e ingiustizia. Tra ricchi e poveri in tutte le zone del pianeta, dall’ultimo Paese dell’Africa all’Alaska.

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Ilva, a Taranto al via il maxiprocesso per disastro ambientale

Lo stabilimento Ilva visto dai tetti del quartiere Tamburi, 23 settembre 2013. ANSA / CIRO FUSCO

Sarà forse il più grande processo in tema di ambiente che il nostro Paese abbia mai visto: sei anni di indagini, 47 imputati, un migliaio di parti civili, un centinaio di avvocati e una città che aspetta di capire se i responsabili del disastro ambientale prodotto in decenni dall’Ilva avranno un nome e un cognome.

Ieri intanto otto ex direttori dell’impianto e due medici sono stati assolti dall’accusa di omicidio colposo per la morte dell’operaio Nicola Bozza, ucciso da un cancro che l’accusa imputava all’esposizione all’amianto.

La parte giudiziaria della vicenda Ilva comincia il 26 luglio 2012 quando la magistratura tarantina, impose il sequestro dell’area a caldo e fece arrestare i manager dell’azienda. Da oggi, salvo un eventuale rinvio dovuto a un difetto di notifica a un imputato, si comincia.

ACCIAIERIE ILVA OPERAIO FONDITORE FUSIONE GHISA ALTIFORNO INDUSTRIA SIDERURGICA

Della famiglia Riva, titolare delle acciaierie saranno processati Nicola e Fabio, quest’ultimo unico detenuto. A processo anche l’ex presidente della Regione, Nichi Vendola, il deputato di Sel Nicola Fratoianni e il consigliere regionale Pd, Donato Pentassuglia, il sindaco di Taranto Ippazio Stefano (abuso d’ufficio), l’ex presidente della Provincia di Taranto Giovanni Florido e l’ex assessore provinciale all’Ambiente Michele Conserva (concussione). Alla sbarra anche un diversi dirigenti Ilva e del Siderurgico tarantino succedutisi negli anni

I reati contestati vanno dall’associazione per delinquere finalizzata a vari reati, tra i quali il disastro ambientale, all’avvelenamento di acque e sostanze alimentari (motivo per cui il processo si celebra dinanzi alla Corte di Assise di Taranto), al getto pericoloso di cose, all’omissione di cautele sui luoghi di lavoro.

ACCIAIERIE ILVA ALTOFORNI INDUSTRIA SIDERURGICA

 

La stritte sui muri di Taranto contro l'Ilva i fratelli Riva ed il Governo. ANSA / CIRO FUSCO

Ieri in città si è anche riunito il tavolo istituzionale Taranto, che sta lavorando ad uno schema di Contratto istituzionale di sviluppo, previsto dalla legge 20 dello scorso marzo. Il tavolo si occupa sia della bonifica dell’area che degli interventi in città con l’obbiettivo di elaborare un contratto istituzionale che attraverso interventi di Stato, enti locali e privati, favorisca la ripresa dell’economia cittadina. Sono stati individuati quattro assi di intervento: il recupero della Città vecchia, il porto, la bonifica dell’enorme area esterna al siderurgico e l’Arsenale della Marina Militare. In questi mesi il Comune ha predisposto un piano per la Città vecchia che prevede la messa in sicurezza degli edifici a rischio crollo, ilrifacimento delle reti dei servizi, la valorizzazione degli edifici storici. L’obbiettivo è quello di individuare 30-40 milioni di finanziamenti.

Taranto aspetta l’esito del processo, ma con più ansia e bisogno, aspetta di vedere l’avvio di interventi per la riqualificazione della città, la messa in sicurezza dell’acciaieria e la bonifica di un ambiente devastato (qui sotto il trailer di Buongiorno Taranto, documentario di Paolo Pisanelli.

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Sei un traditore? E che cos’è un puffo paranoico? L’intervista di Snowden alla Bbc

Il 10 ottobre la trasmissione di Bbc, Panorama, ha mandato in onda una lunga intervista con Edward Snowden e OpenDemocracy ne ha pubblicato la trascrizione online. Eccone alcuni stralci

«Quando ero seduto alla mia scrivania e lavoravo ogni giorno con strumenti di sorveglianza di massa, ho potuto osservare come tutte le nostre comunicazioni venissero intercettate quotidianamente in assenza di qualsiasi sospetto di irregolarità. E questo accadeva a nostra insaputa, senza il nostro consenso.

I documenti, hanno stabilito che la sorveglianza di massa, la sorveglianza delle popolazioni non solo di individui sospetti, è qualcosa che si verifica sempre e costantemente…Uno dovrebbe potersi fidare di agenzie per la sicurezza che hanno potenziale accesso completo ai dettagli della nostra vita.

Sono stato fedele ai ruoli e agli obblighi del mio giuramento (…) Non ho beneficiato in alcun modo dalla divulgazione delle informazioni. Inoltre, non ho mai pubblicato un unico documento. Ho lavorato con i giornalisti che, nella società americana, sono in qualche modo titolati a decidere ciò che è di interesse pubblico e a capire certi fatti e realtà che il governo molte volte preferisce tenere segreti».

Quali sono le informazioni che le agenzie di sicurezza possono ottenere da uno smart phone?

Chi ci chiama, i messaggi che hai spedito e a chi, i siti sui quali hai navigato, l’elenco dei contatti, i luoghi in cui sei stato, le reti wireless alle quali il telefono è associato.

C’è la Smurf Suite è una raccolta di funzionalità specificamente mirata agli iPhone. Dreamy Smurf è lo strumento di gestione dell’alimentazione che significa che il vostro telefono si accende e spegne senza che voi lo sappiate.

Il Nosey Smurf è lo strumento che attiva il microfono di un telefono come se si stesse ricevendo una chiamata ma senza che nessuno stia chiamando. Così, per esempio, se il telefono è nella vostra tasca, lo si può attivare e ascoltare tutto quello che sta succedendo intorno a voi.

Tracker Smurf, è uno strumento di geo-localizzazione, che permette di seguire con maggiore precisione di quanto si potrebbe ottenere dalla triangolazione tipica di ripetitori per i telefoni cellulari

Paranoid Smurf è uno strumento di auto-protezione che viene utilizzato per blindare la loro manipolazione del vostro telefono. Così, per esempio, se decidete di portare il telefono da un tecnico perché avete notato qualcosa di strano, sarà molto difficile scovare i loro interventi.

(L’intervista integrale della Bbc)
Ti reputi un traditore?

Certo che no. La domanda è: se io fossi un traditore, che ho tradito? Ho dato tutte le mie informazioni ai giornalisti americani e alla società libera in generale. Per chi lavora chi lavora per lo Stato? Stanno lavorando per la gente o contro di noi?

Per quanto riguarda il tuo futuro, l’ex procuratore generale, Eric Holder, ha detto che ora, “esiste una possibilità di raggiungere un accordo”. È una possibilità?

Molte cose sono cambiate dal 2013, quando il governo mi ha denunciato in termini molto duri dicendo che avevo le mani insanguinate. Non sentiamo più dire cose simili e ho la speranza che lo Stato riconsideri l’idea corrente di trattare i whistle-blowers come spie

Non è ironico che, un difensore della libertà, delle libertà civili sia ospite della Russia?

Ho chiesto asilo in 21 paesi diversi, in tutta l’Europa occidentale e in altre parti del mondo, e tutti hanno cercato di evitare di dare una risposta, perché non volevano rischiare di alienarsi l’opinione pubblica e nemmeno il governo degli Stati Uniti(…). Ma ho detto chiaramente, che io sono sempre disposto a tornare a casa. E sarò pronto quando il governo sarà a sua volta pronto a tutelare gli interessi i nostri diritti (…) Finora hanno detto che non mi tortureranno, è già un inizio.

Diecimila rifugiati bloccati nel Balcani. Merkel chiede ad Ankara di riprenderseli

epa04983757 A migrant woman carries her child as they wait in the rain in Trnovec, due to the Slovenia border crossing closure in Croatia, 19 October 2015. Many of the migrants are exhausted, some asleep on the hard asphalt. They have been waiting for hours in the hope of entering Slovenia, the next stage on their long journey to Austria, Germany or Sweden. EPA/IGOR KUPLJENIK

Il tempo è cambiato nel Balcani. Piove e fa freddo e le migliaia di rifugiati che continuano ad arrivare da Siria, Afghanistan e Iraq sono fermi ai confini dell’Unione europea. La Croazia chiude le frontiere perché, a sua volta, la Slovenia lascia passare solo il numero di persone che l’Austria è disposta a far passare. A sua volta, Vienna, ha rallentato le pratiche dell’accoglienza. L’Unhcr parla di 10mila persone intrappolate al confine sloveno-croato e spiega che i due Paesi non hanno in nessun modo strutture in grado di accogliere numeri simili.

epa04983755 Migrants seek shelter in a container as they wait in the rain in Trnovec, due to the Slovenia border crossing closure in Croatia, 19 October 2015. Many of the migrants are exhausted, some asleep on the hard asphalt. They have been waiting for hours in the hope of entering Slovenia, the next stage on their long journey to Austria, Germany or Sweden.  EPA/IGOR KUPLJENIK

epa04983624 Migrants seek shelter under blankets attached to a fence as they wait in the rain at the closed Croatian-Slovenian border crossing in Trnovec, Croatia, 19 October 2015. They have been waiting for hours in the hope of entering Slovenia, the next stage on their long journey to Austria, Germany or Sweden. Slovenia had deployed its military to its border with Croatia to help police handle the influx of refugees who re-routed their course across the Balkans after Hungary refused to let them through.  EPA/IGOR KUPLJENIK

(Trnovec, al confine tra Slovenia e Croazia)

In Croazia c’è un treno carico di duemila persone che le autorità slovene non lasciano passare. Quello dei rifugiati e migranti continua ad essere un percorso a ostacoli: da quando l’Ungheria ha chiuso le sue frontiere con un muro e i flussi di persone si sono spostati nelle repubbliche della ex Yugoslavia, la situazione è solo peggiorata. Le agenzie umanitarie e le ONG che si trovano sul luogo parlano di una situazione drammatica: «Mancano coperte, cibo, medicine e abbiamo finito gli impermeabili» ha detto la portavoce locale dell’Agenzia Onu per i rifugiati Melita Sunjic. Insomma, l’estate e passata ma i flussi non si fermano e, anzi, rischiano di aumentare a causa del nuovo acuirsi della guerra in Siria, specie nell’area attorno ad Aleppo.

Intanto la France Press diffonde la notizia che la tendopoli di rifugiati e migranti nei dintorni di Calais, denominata The Jungle è situata in una zona classificata a rischio ambientale – perché nei pressi di due fabbriche chimiche. Secondo i parametri europei si tratta di una Zona Seveso (dal nome della cittadina lombarda dovenel 1976 si liberò una nube di diossina dallp stabilimento dell’Icmesa).

 

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(Il campo dei rifugiati a Calais)

E’ in questo contesto che a Istanbul si sono incontrati Angela Merkel e il suo omologo turco Ahmet Davutoglu. Durante l’incontro, la premier tedesca ha offerto un sostegno maggiore del suo Paese alla richiesta di ingresso nell’Unione europea in cambio di una maggiore predisposizione della Turchia ad accogliere i migranti respinti alle frontiere d’Europa. Uno scambio piuttosto cinico fatto sulle spalle che si vedranno respingere la richiesta di asilo. «I colloqui tra l’Ue e la Turchia sulla gestione delle migrazioni rischia di mettere i diritti dei rifugiati in secondo piano rispetto alle misure prese per il controllo delle frontiere e per impedire ai migranti di raggiungere le frontiere europee» aveva detto sabato scorso Andrew Gardner, ricercatore in Turchia per Amnesty International.
Merkel, che solo qualche giorno fa aveva dichiarato di essere contraria all’ingresso di Ankara nell’Ue oggi ha parlato di colloqui incoraggianti. Dal canto suo il premier turco chiede l’abolizione dei visti di ingresso per l’Europa per i suoi cittadini. Una misura che dovrebbe entrare in vigore nel 2017 e che Davutoglu chiede venga presa nel 2016. Lo scambio è chiaro ed esplicito, ma è un rischio per Merkel, visto che il principale Paese di destinazione dei turchi è proprio la Germania. Il premier turco ha anche spiegato che il suo Paese non accetterà soldi europei in cambio di un’accoglienza a tempo indeterminato di migranti e profughi: «Non vogliamo diventare un campo di concentramento».

Lo scambio con la Turchia è anche di altro tipo: in queste settimane la tensione nel Paese è alle stelle sia per quel che riguarda la guerra in Siria che il conflitto (e la repressione) dei con il Pkk e la minoranza curda. Il rischio è che l’Europa chiuda gli occhi di fronte a un atteggiamento turco che viola i diritti umani in alcune regioni del Paese in cambio di una maggiore disponibilità a riprendersi migranti e rifugiati.

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Portogallo, con Marisa Matias il Blocco di Sinistra si candida alle Presidenziali

Marisa Matias

«Sim, sou candidata». Con un post su facebook e un tweet l’eurodeputata portoghese Marisa Matias ha annunciato la sua candidatura alle Presidenziali che si terranno in Portogallo nel 2016. «Viviamo momenti di attesa e di speranza e, in momenti come questi, dobbiamo sapere ‘ interpretarli e correre rischi», scrive Matias. «Avrei preferito – ed è ciò per cui il Bloco de Esquerda ha lavorato – che esistesse una sola candidatura per la sinistra, che riunisse le forze. Ma in soli tre mesi questo non è fattibile, oggi questo scenario purtroppo non esiste». Ancora non è nota la data in cui si terranno le elezioni, dovrebbe essere a gennaio 2016. Ma il Bloco ha già cominciato a raccogliere le firme a sostegno della candidatura, in Portogallo ne servono almeno 7.500.


 

Left ha intervistato la bloquista Marisa Matias sul numero del 10 ottobre. Ecco cosa ci ha detto.

Dopo il greco, nelle prossime settimane la sinistra europea parlerà portoghese. La destra pro-austerità vince in Portogallo, ma non stravince. Anzi, al momento, non è neppure in grado di governare. In attesa che il capo di Stato portoghese Anibal Cavaco Silva conferisca l’incarico al fragile Pedro Passos Coelho, gli analisti della politica già dicono che si tornerà al voto nel 2016. La vittoria senza maggioranza della destra uscente, perciò, non dice affatto che i portoghesi hanno promosso le politiche di austerità. Per almeno due ragioni: l’alto astensionismo – quota 43% – e il risultato della sinistra radicale e antiausterità. Se i pro-Troika hanno registrato un calo di ben 14 punti, la sinistra seppur divisa è cresciuta. Il Bloco de esquerda (Be) ha raddoppiato i consensi raggiungendo un ampio 10%, i comunisti del Partido comunista portoghese (Pcp) hanno guadagnato un altro 1% e persino i socialisti del Psp – guidati per l’occasione dall’ex sindaco di Lisbona António Costa – ne hanno guadagnati 4. Nonostante il Partito socialista abbia l’onta di aver guidato il Paese durante le prime iniezioni di austerità, fino al 23 marzo del 2011 e cioè finché il loro ex leader ed ex primo ministro José Sócrates presentò le sue dimissioni (il Parlamento aveva respinto il suo piano di austerity su richiesta dell’Ue). Da lì la sconfitta e il passaggio del testimone al centrodestra di Coelho. E l’arresto di Sócrates, il 22 novembre del 2014, per frode e corruzione. Dopo tante turbolenze, quello che cresce a vista d’occhio, in Portogallo, è il bisogno di cambiamento. Il Parlamento neoeletto è stato, di fatto, rinnovato per metà: il 48% dei neoparlamentari che siederanno all’Assembleia da República non vi sedevano nell’ultima legislatura. I portoghesi reclamano aria di cambiamento e che a raccogliere il dissenso possa essere la sinistra non è ancora escluso.

Una sinistra antiausterità ma non antieuropea, come quella del Bloco de esquerda, presente tanto a Lisbona quanto a Bruxelles nel gruppo Gue/Ngl. I forti legami tra l’eurodeputata portoghese Marisa Matias e il leader di Podemos Pablo Iglesias non sono un mistero, e non poche volte i due hanno infiammato le piazze lusitane, cercando di innestare a Bruxelles la mina del cambiamento in entrambi i loro Paesi. Non a caso, il programma elettorale del Be pone al primo punto proprio la questione europea.

Per il Portogallo si prospetta un governo di larghe intese o una terza via di sinistra? Da che parte stanno i socialisti portoghesi? Da Bruxelles arriva l’apertura dei socialisti portoghesi. Dalle colonne del quotidiano greco Avgi, l’eurodeputata socialista Ana Gomez ha così osato: «I socialisti hanno una responsabilità storica di fronte ai cittadini del Portogallo e dell’Europa», auspicando, di fatto, un governo di sinistra dei socialisti insieme al Bloco e al Pcp. «Per rompere con l’austerità neoliberista di destra». Ma Marisa Matias, interpellata da Left, non ne è così convinta: «Siamo stati i primi a lanciare la sfida di un’intesa post-elettorale in caso ci fosse stata una maggioranza di sinistra. E il Bloco de esquerda mantiene la sua disponibilità. Mantiene questa sfida. Ma è proprio il Partito socialista a non avere ancora risposto. Anzi, le dichiarazioni del suo segretario generale sono state più propense a garantire il governo di destra che a mostrare disponibilità per un accordo con la sinistra».

Avete raggiunto un risultato storico, il 10%, superando persino il Pcp.

La nostra disputa non è certo con Pcp. Apprezziamo l’enorme crescita del Bloco, che ottiene il suo migliore risultato di sempre, ma per noi è molto positivo che tutte le forze politiche anti-austerità abbiano ottenuto una crescita con le elezioni e la rappresentanza parlamentare.

Del resto, la questione europea per voi è sempre stata centrale e di fondamentale importanza. È al primo punto del vostro programma elettorale.

Sì, una delle nostre linee guida è la dimensione internazionale dell’azione. In questo senso valorizziamo molto le relazioni con tutti i partiti politici che hanno una posizione di lotta contro l’austerità, per la giustizia sociale ed economica. Abbiamo una lunga storia di relazioni con Syriza e più recentemente con Podemos, ma tutti sono importanti e fondamentali per qualsiasi progetto di trasformazione. Questo è un cammino che non si fa isolatamente. La politica è anche relazioni di forza, abbiamo bisogno di rinforzarci in tutta Europa se vogliamo un’alternativa.

Adesso sarà necessario un referendum sulle politiche europee di austerità?

Siamo appena venuti fuori da un processo elettorale. La politica del governo sulla base di austerità aveva solo il 39% del sostegno popolare. Più del 60% degli elettori ha votato per i partiti di opposizione. Quello di cui necessitiamo adesso è avere una forza rappresentativa di questa maggioranza che vuole cambiare. In ogni caso, noi sosteniamo che tutte le scelte fatte in nome delle persone e che non sono sanciti dai programmi originali, devono essere oggetto di consultazione popolare. Questo governo ha promesso che non avrebbe più attuato l’austerità, ma sappiamo che non è vero.

Infine, come si spiega che i portoghesi abbiano votato ancora una volta Passos Coelho?

Paura, ricatto, e soprattutto un programma poco chiaro. La narrazione creata da Passos Coelho è stata quella che ci sono stati molti sacrifici da fare, ma che il peggio era finito. Ma è altrettanto importante notare che il risultato dei due partiti di destra che appoggiavano il governo è stato il più basso degli ultimi annie che hanno perso più di 700mila voti. In verità, i vincitori sono stati quelli che hanno perso nella notte delle elezioni.

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Marijuana, una coalizione della società civile lancia la campagna per la legalizzazione

C’è una serie Tv prodotta da Netflix (e che quindi presto si potrà vedere in Italia) che racconta vita e morte di Pablo Escobar, quello che fino ai primi anni 90 ha dominato il traffico internazionale di cocaina. Narcos, così si chiama, racconta anche la War on drugs statunitense e tutti i suoi disastri. Nelle sale italiane c’è ancora Non essere cattivo, gran film di Claudio Caligari che racconta Ostia negli anni 90 e vite in bilico tra spaccio, consumo di droga e tentativi di lavorare.

Due storie lontane anni luce che parlano di mondi diversi legati dalle droghe, un tema che impazza nella fiction e meno nella politica. Di droghe la politica parla in maniera rituale e poco informata da decenni. Negli Usa, dopo 40 anni, si è arrivati a capire che la War on drugs di Nixon, Reagan e Bush non ha prodotto altri effetti se non rafforzare i cartelli, riempire le prigioni e spendere soldi pubblici. E in diversi stati si è giunti alla legalizzazione della marijuana.


I fallimenti della War on drugs in numeri : i soldi spesi, l’aumento del numero di persone in carcere negli Usa dal 1971 (+800%) e i morti ammazzati in Messico tra 2012 e 2014 (22mila).

Mille miliardi,tanto è costata la war on drugs agli Usa

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In Italia, se non fosse stato per una sentenza della Corte costituzionale, saremmo ancora alla piena applicazione della legge Fini-Giovanardi. Ma la sentenza della corte non entra nel merito del tema droghe e, quindi, la filosofia di fondo che ispira la nostra legislazione resta quella punitiva della War on drugs. Sbagliata, disinformata, controproducente.

E’ di questi giorni il lancio di una campagna nazionale della Coalizione italiana per i diritti civili (di cui fanno parte tra gli altri Antigone, Arci, gruppo Abele, CittadinanzAttiva, Lunaria, Forum Droghe) dal nome Non me la spacci giusta. L’idea è quella di informare sulle sostanze e raccogliere storie e vicende legali che dimostrino quanto le leggi vigenti siano un male per i consumatori di droga (che si tratti di fumatori di canne finiti nei guai o di tossicodipendenti), per il sistema carcerario e persino per l’idea di un mondo senza droga, filosofia ispiratrice della guerra.

“Non me la spacci giusta” chiede cose poche semplici:

  • aumentare le politiche di riduzione del danno;
  • legalizzare la marijuana e depenalizzare l’uso delle altre droghe;
  • favorire il reperimento di medicine a base di cannabinoidi per i pazienti che ne abbiano bisogno.

Di queste cose avremmo bisogno perché anche in Italia e in Europa le droghe circolano libere come sempre e i narcotrafficanti vivono benissimo nonostante la logica punitiva. Al contrario, le leggi che hanno legalizzato o depenalizzato, negli Usa come in Uruguay, non hanno determinato problemi, non in materia di consumi, non in materia di aumento di problemi sociali o criminalità.

I dati europei sul consumo di droghe

In Europa, la sostanza più diffusa e utilizzata è la cannabis, con circa 23 milioni di cittadini europei che la fumano più o meno regolarmente (quasi il 7% della popolazione complessiva), seguita dalla cocaina, consumata da circa 4 milioni di persone. In calo il consumo di eroina, protagonista assoluta del mercato della droga europeo dalla fine degli anni ‘70 a tutti gli anni ‘80 e ‘90.

nel caso della cannabis ai primi posti per consumi sono la Polonia, la Repubblica Ceca e la Francia. Quest’ultima ha un consumo tra i giovani 15-24enni che arriva al 23% circa. La cocaina vede il Regno Unito seguire la Spagna ma è di gran lunga al primo posto per i consumi tra i più giovani che arrivano al 4,2% circa.

La stima dell’EMCDDA è che circa l’11,7% dei giovani europei, quindi poco più di 15 milioni di persone, abbiano provato la cannabis nel corso dell’ultimo anno.
Lo studio ESPAD, una ricerca europea che analizza il rapporto con le sostanze illecite e alcol e tabacco tra i 15-16enni, stima percentuali di utilizzatori nei vari paesi che variano dal 5% in Norvegia al 42% nella Repubblica Ceca.

E l’Italia?

Intanto c’è una proposta di legge sulla quale convergono più di 200 parlamentari di quasi tutti i gruppi, compendio di varie proposte presentate da singoli e la campagna (che ha un sito ben fatto e rappresenta pezzi importanti della società civile) può essere uno strumento di stimolo alle forze politiche, che su temi come questo (o le unioni civili) non si muovono senza una spinta dal basso.

Nel nostro paese, la cannabis è la sostanza più utilizzata e in aumento, soprattutto nelle regioni del centro-sud. In questi ultimi anni ne fa uso il 4% della popolazione, un dato che sale al 12% se consideriamo la popolazione giovanile, quella tra i 15 e i 34 anni. La cocaina viene consumata dallo 0,6% delle persone, ma anche qui il dato riguardante la popolazione giovanile è più alto e arriva all’1,5%.

15-19enni, sostanzialmente quella corrispondente agli studenti della scuola superiore. Lo studio ESPAD infatti dimostra che negli ultimi anni, con poche variazioni da un anno all’altro, più di mezzo milione di studenti italiani ha consumato cannabis (il 22%), poco più di 60mila hanno utilizzato la cocaina (il 4%), 30mila persone hanno fatto uso di oppiacei (1,7%).

Nelle regioni del nord Italia c’è stata però anche una maggiore diffusione, negli ultimi anni, di sostanze stimolanti come l’ecstasy. Come altre droghe di sintesi, l’ecstasy è molto difficile da quantificare e sfugge assai di più ai controlli, perché viene fabbricata in modi diversi e in numerosi laboratori.

Uno dei dati cui fare più attenzione, quando si parla di consumi di sostanze psicoattive, è però anche la progressiva diffusione del consumo di psicofarmaci utilizzati al di fuori delle prescrizioni regolari. Secondo diversi studi, ben l’8-10% delle persone, anche tra i più giovani, li assumono al di fuori delle prescrizioni mediche. Una percentuale che tende a essere più alta se si guarda alla sola popolazione femminile.

Cosa è successo negli Usa dopo la legalizzazione in molti Stati

Il primo è stato il Colorado, dove si consumava mediamente meno marijuana che in altri Stati e dove il consumo non è aumentato. In compenso nei prossimi anni ci saranno 10mila arresti in meno all’anno legati al consumo di erba, molte spese legali in meno ed entrate per le casse dello Stato: tra luglio 2014 e giugno 2015 le tasse pagate sulla vendita di marijuana sono 70 milioni, più di quelle generate dalla tassa sull’alcool. L’unica discussione sugli effetti negativi della legge è relativa agli incidenti di auto: sono lievemente aumentati quelli le persone al volante risultano positive al test sull’erba (ma non sono aumentati gli incidenti).

Il 57% degli Stati Usa – dove è nata la guerra alla droga – hanno cambiato le loro leggi depenalizzando l’uso di marijuana (una multa al posto del carcere) e altri stanno per discutere la legalizzazione.

In Senato e alla Camera degli Stati Uniti un comitato bipartisan sta per riformare il codice penale in maniera tale ridurre il numero di persone che finisce in carcere per reati non violenti legati alla droga. Già il Dipartimento di Stato ha dato mandato alle autorità giudiziarie di utilizzare i loro poteri discrezionali in maniera da ridimensionare il numero di azioni penali contro soggetti finiti nei guai per aver fumato o essersi scambiati marijuana in piccole dosi.

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Gaza, la più grande prigione a cielo aperto del mondo

(Un estratto del testo di Rosa Schiano che trovate qui sotto e alcune tavole di Guerrilla Radio. Vittorio Arrigoni e la possibile utopia, il libro-fumetto di Stefano “S3Keno” Piccoli edito da Round Robin, sono su Left in edicola dal 17 ottobre e sullo sfogliatore online)


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La situazione nei territori palestinesi torna al centro dell’attenzione mediatica dopo gli avvenimenti tragici che scuotono Cisgiordania e Gerusalemme. Il clima si è esasperato con un prevedibile aumento degli scontri tra dimostranti palestinesi e polizia israeliana. Le tensioni aumentano anche a causa dell’ininterrotta espansione coloniale, come denunciano i rapporti delle Nazioni Unite. L’inosservanza del diritto internazionale, le demolizioni di abitazioni, le minacce di trasferimenti forzati, le quotidiane umiliazioni inflitte dai check-point, la linea politica di destra al governo di Tel Aviv sempre più ostile a riconoscere i diritti dei palestinesi, le migliaia di detenuti politici nelle carceri israeliane, le migliaia di rifugiati nei campi profughi: l’assenza di continuità territoriale, creata da colonie e avamposti militari, ha reso oramai impossibile la realizzazione sul campo di quello che dovrebbe essere lo Stato di Palestina. E nonostante i rimproveri internazionali, il governo israeliano non ha intenzione di ritirare il proprio controllo dalla Cisgiordania. Il Parlamento europeo Un segnale ha lanciato un segnale nel mese di settembre, approvando una mozione che appoggia l’introduzione di etichette differenti per le merci importate provenienti da Israele e per quelle prodotte nelle colonie illegali nei Territori palestinesi occupati e nelle Alture del Golan per permettere al consumatore europeo di sapere e avere la possibilità di scegliere. Passi che, seppur importanti, non incidono nella realtà sul campo.  Al momento in cui si scrive, si prospetta l’ipotesi di una nuova Intifada.

Gaza, nel frattempo, segue le notizie sulla Cisgiordania con partecipazione. I muri creano distanze fisiche ma non separano gli animi. Gaza non è cambiata in questi anni, lavora in silenzio. Mi è sempre apparsa un cantiere eterno. Sempre, perennemente, in costruzione. È la stessa che sorrideva a Vittorio Arrigoni, attivista per i diritti umani e compagno dell’International solidarity movement, arrivato nella Striscia dopo diverse esperienze di volontariato in altri angoli del mondo. La sua scomparsa nel 2011 ha sconvolto italiani e palestinesi e generato reazioni di indignazione, dolore, commozione. Le anime nere che una sera l’hanno portato via pare che stiano nuovamente facendosi sentire nella Striscia: alcuni media riferiscono che membri di gruppi salafiti jihadisti si siano affiliati allo Stato Islamico e cerchino di destabilizzare il controllo di Hamas lanciando razzi verso il sud del territorio israeliano al fine di scatenare una nuova offensiva da parte del governo di Tel Aviv che non ha esitato a rispondere bombardando, senza per fortuna causare vittime. Si sa che miseria e disperazione e . nel caso della Striscia assediata – chiusura, possono favorire la crescita di estremismi.

Gaza soffre ancora le conseguenze dell’offensiva israeliana della scorsa estate, quella denominata “Margine Protettivo”. Uomini, donne e bambini hanno vissuto scene terribili, interi quartieri sono stati rasi al suolo. I ricordi di guerra restano indelebili nella mente dei sopravvissuti. Dati dell’Onu riportano di circa 2.205 palestinesi uccisi, di cui almeno 1.483 civili, di cui almeno 521 bambini, e 71 sono stati gli israeliani uccisi, di cui 4 civili e un coordinatore della sicurezza. Almeno 11.000 i feriti palestinesi, di cui tanti hanno subito disabilità permanenti, almeno 500.000 sfollati, 18.000 abitazioni demolite dai bombardamenti, 26 scuole distrutte e altre 226 danneggiate, 17 ospedali distrutti e 56 centri di assistenza sanitaria primaria danneggiati. Danni sono stati riportati anche all’unica centrale elettrica di Gaza, alla rete idrica e agli impianti delle acque reflue, a un impianto di desalinizzazione, mentre 220 pozzi di acqua per l’agricoltura sono stati distrutti o danneggiati insieme a centinaia di fattorie ed esercizi commerciali. Le promesse per la ricostruzione fatte alla conferenza del Cairo a ottobre 2014 non sono state ancora mantenute, solo una minima parte dei 3,5 miliardi di dollari promessi è stata donata.

Superare il trauma diventa difficile quando si continua a vivere  nello stesso scenario di rovine e devastazione. Su quest’ultima il celebre artista Banksy ha voluto richiamare l’attenzione del mondo, quest’anno, attraverso i suoi graffiti apparsi su ciò che resta di edifici crollati. Un gattino dal grande fiocco rosa appare sulla parete di un’abitazione abbattuta: Banksy ha spiegato di aver voluto mostrare la distruzione di Gaza mettendo una foto sul proprio sito, ma che le persone “guardano soltanto foto di gattini”.  Una sua scritta in inglese recita: «Se ci laviamo le mani del conflitto tra il potente e il debole ci schieriamo con il potente. Non restiamo neutrali».

05204La guerra a Gaza ha causato danni psicologici, soprattutto a donne e bambini. Tra i sintomi del disturbo : paura, ansia, continua sensazione di pericolo, nervosismo, reazioni sproporzionate, insonnia, problemi alimentari di origine nervosa, depressione, sensazione di ineluttabilità della morte sentita come imminente. Alcune associazioni provano a fornire, oltre al primo soccorso, sostegno psicologico e sociale. Per alcuni esperti, parlare di post o pre-trauma è inutile, dal momento che il trauma è costante e continuo: si vive una sofferenza psicologica collettiva, uno stato di stress post-traumatico permanente.

Tre offensive militari israeliane negli ultimi sei anni, in aggiunta a otto anni di blocco economico, hanno devastato la già indebolita infrastruttura di Gaza, ne hanno frantumato la base produttiva, non hanno lasciato il tempo per una ricostruzione significativa, né hanno permesso un recupero economico. L’ultimo rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo descrive uno scenario devastante: dal blocco imposto nel 2007, le esportazioni da Gaza sono state quasi totalmente vietate e le importazioni e i trasferimenti di denaro limitati. L’ultima offensiva nel 2014 ha colpito gravemente un’economia già paralizzata in un momento in cui le condizioni socioeconomiche erano ai livelli più bassi dal 1967. Nel 2014, la disoccupazione ha raggiunto il 44% e colpito soprattutto le donne. Qualche giorno fa Ewash (Emergency water and sanitation-hygiene group), ha raccomandato che garantito ai palestinesi il diritto all’acqua. Il governo israeliano mantiene il controllo sul 70% delle falde acquifere montane, mentre ai palestinesi ne viene destinato solo il 17%. E nella Striscia di Gaza nemmeno il 5% delle acque estratte dalla falda acquifera costiera – l’unica risorsa di acqua dolce disponibile – è potabile; il restante 95% è contaminato da nitrati e cloruro e ha un alto tasso di salinità. Il che crea non pochi problemi al settore agricolo, oltre a influire sulla vita quotidiana dei residenti. Dure crisi hanno colpito pure l’energia elettrica, quando è venuto a mancare il carburante. L’assenza di elettricità crea disagi soprattutto nei mesi invernali quando le temperature scendono vertiginosamente e non c’è modo di scaldarsi. E le interruzioni di energia elettrica colpiscono, tra l’altro, attività economiche del settore privato, ospedali, scuole, impianti per il trattamento delle acque. Lo sviluppo di giacimenti di gas scoperti nelle acque di Gaza potrebbe migliorare di molto la situazione ma l’occupazione israeliana, come riferito nel rapporto della Unctad, non permette lo sviluppo di questi bacini di gas.

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La presenza internazionale sul campo è molto importante al fine di migliorare la diffusione delle informazioni. È parte fondamentale del lavoro di noi volontari dell’International solidarity movement e si accompagna alle attività di interposizione, ovvero accompagnamento di contadini e pescatori. Lungo il confine della Striscia, all’interno del territorio palestinese, Israele ha imposto una buffer zone che copre circa il 35% dei terreni agricoli palestinesi. I soldati israeliani usano sparare contro chiunque si avvicini alla zona interdetta anche contro contadini che lavorano nei campi lungo il confine: la presenza degli internazionali in questo caso può  fare da deterrente contro gli attacchi. A volte funziona, altre volte no. Lo stesso avviene in mare, dove la marina militare israeliana continua ad aprire il fuoco contro pescherecci palestinesi anche dentro il limite delle 6 miglia imposto da Tel Aviv.
La presenza internazionale fa sentire i popoli oppressi meno soli nelle loro lotte. Ma non basta, servirebbero programmi di sviluppo a lungo termine. E anche un lavoro politico nel nostro Paese, per  premere sulle nostre istituzioni affinché compiano un atto di coraggio e decidano di agire concretamente per i diritti – incluso il rispetto del diritto internazionale –  e non siano complici nel silenzio della loro violazione, si potrebbe dire, attraverso una pratica del “restare umani”.

Roma e la profezia di Suburra

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Roma e il malaffare: speculazione edilizia, spaccio di droga, gestione del territorio da parte di clan malavitosi. A portare nelle sale, in questi giorni, la “mala” gente capitolina, è Suburra, diretto da Stefano Sollima, regista della serie tv Romanzo criminale e di Gomorra. La pellicola, tratta dall’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo e Carlo Bonini, nulla tralascia dei già noti fatti di cronaca, sebbene sia stata ideata, sceneggiata e in parte girata già prima degli avvenimenti sfociati nell’inchiesta “Mafia capitale”.

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«Ricordo che un giorno, mentre andavo a girare, ho appreso la notizia e sono rimasta a bocca aperta», racconta Giulia Elettra Gorietti, protagonista femminile del film, a fianco di Pierfrancesco Favino, Elio Germano e Claudio Amendola. «Quando sono arrivata sul set non c’è stato bisogno di dire niente, ci guardavamo tutti, era una situazione surreale: avevamo cominciato a girare qualcosa che adesso stava accadendo sul serio». In questi giorni di scompiglio per la Capitale, dopo le dimissioni del sindaco Ignazio Marino, Suburra arriva al pubblico con tutta la sua verace intensità, assieme ai suoi personaggi spietati. Left ha incontrato Giulia Elettra, attrice giovane ma già nota al grande e al piccolo schermo, dopo il debutto nel film di Paolo Virzì Caterina va in città. E diverse parti in fiction tv. In Suburra il regista le fa indossare i panni dell’avvenente escort Sabrina.

Come sei stata scelta da Stefano Sollima?
Con un auto-provino che ho mandato a Laura Muccino e lei ha mostrato a Stefano. Solo successivamente l’ho incontrato. Ecco, sono stata scelta così. Recito da tanti anni, però solo adesso penso di aver incontrato la strada che voglio percorrere d’ora in avanti.

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Che tipo di regista è Sollima, com’è stato lavorare con lui?
Lavorare con un autore come lui è sempre stato il mio sogno. Da un po’ di anni guardavo i suoi film e, insomma, ho una grande stima per lui. Sa esattamente quello che vuole, ti trasmette la sua idea del personaggio e riesce a tirarti fuori il meglio. Ricordo una scena molto difficile per me, che ho girato con Favino, e che grazie a Stefano ho superato magnificamente. Mi trovavo in difficoltà, non riuscivo a capire quale emozione dovessi esprimere, lui se ne è accorto, ma non me lo ha fatto capire, mi si è avvicinato e mi ha detto, con estrema delicatezza, qualcosa che aveva a che fare con la mia vita. In questo modo sono riuscita a entrare nella dimensione giusta per girare.
Come hai vissuto, da romana, i fatti tristemente noti che racconta Suburra?
Non è esclusivamente una questione che riguarda Roma, perché la politica rappresenta l’Italia. Nel film si parla di Roma, ma vale per tutta l’Italia.

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Com’è stato preparare il personaggio di Sabrina?
Cerco di individuare le debolezze che un personaggio ha in comune con me, in modo da trovare subito una sorta di attrazione per quella personalità. E cerco anche un qualcosa per giustificare quello che di me vorrei giustificare. Per questo preferisco personaggi molto diversi da me, come di fatto è Sabrina. È una donna ormai fuori da ogni logica sana, è catapultata in una circostanza folle, ma lei non se ne rende conto, si sforza di trovare la normalità nella follia.
Tu, invece, che tipo sei?
Sono molto più razionale. Al tempo stesso e, quindi, a volte, ho una logica tutta mia. Sono di indole emotiva, ma anche molto riflessiva. Molto spesso mi trovo a essere combattuta tra quella che è la mia indole e quello che penso sia più giusto.

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A parte recitare, nella vita di tutti i giorni, che cosa ti piace fare?
Mi piace molto andare a cavallo. Ma attenzione non è equitazione, che è una cosa che detesto, le regole per andare a cavallo non le sopporto, mi sembra di usare il cavallo come un mezzo. A me piace andare a passeggio come si faceva una volta, seguendo l’impeto dell’animale, assecondandolo. È una forma di yoga, di rilassamento, perché devi ascoltare l’animale per muoverti, finendo per non pensare più alle tue cose. E poi mi piace leggere, andare al cinema, guardare i film drammatici, ma anche quelli che parlano di psicologia, mi interessa molto capire quello che mi succede intorno.

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L’intervista completa a Giulia Elettra Gorietti su Left n.40. In edicola e online 

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Ultimo tango per Marino

Sabrina Ferilli prende le difese di Ignazio Marino. In un’intervista l’attrice dichiara: «Se Marino ci ripensasse, se facesse delle dimissioni una pallottola di carta e la puntasse contro chi adesso esulta, se le rifiutasse nel modo che sa, con la bizzarria di cui è capace, mi farebbe felice». Non solo: si dice anche disposta a rivotare l’ormai ex sindaco. «Anzi di più: diverrei una sua fan, ballerei il tango per una notte intera. Lo rivoterei perché Marino è quello che è, ma quegli altri sono iene a cui non frega nulla di Roma. Avevano bisogno di una preda, hanno ordito un agguato».

 

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DOWN

Opinioni geneticamente difettose

«I Down vanno bene in cucina, a fare giardinaggio, ma cambiare i bambini di pochi mesi proprio no: questa è platealità e cialtroneria». Massimo Masotti, vicepresidente dell’Ordine dei medici di Ferrara aveva commentato così il caso della bambina ritirata dalla madre dall’asilo nido perché seguita da una ragazza Down. «I miei nipoti me li sarei riportati a casa», aveva continuato insolente l’ex consigliere di Forza Italia. Poi le dimissioni dall’ordine e la cancellazione dall’albo – cosa che quantomeno ci tranquillizza: di medici così, si può fare a meno. Delle scuse invece, nemmeno una traccia.