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Migranti e rifugiati, il rapporto del Viminale si dimentica degli interessi criminali

Il Viminale ha presentato l’ormai consueto “Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia”: meno sbarchi e più richieste di asilo, nuove rotte e geografia di partenza. Il ministro Alfano ha snocciolato ogni singolo dettaglio: chi sono, quanti anni hanno, da dove provengono, dove vanno e dove vorrebbero andare, quanto costa accoglierlo. Ma tralasciando un “piccolo” dettaglio: non vi è alcuna traccia delle attività criminali sulla pelle dei migranti. «È preoccupante il silenzio sugli affari che si nascondono dietro i migranti», hanno subito evidenziato LasciateCIEntrare, insieme a Cittadinanzattiva e Libera: «Evidenziamo il mancato e totale riferimento alle illegalità, alle opacità, ai grandi affari che mafie e corruzioni, come dimostrano le recenti inchieste, hanno operato sulla pelle dei migranti. Alla politica, alle Istituzioni chiediamo trasparenza sulla gestione del sistema di accoglienza per richiedenti asilo».
Intanto, nei centri di accoglienza per migranti continua a succedere di tutto. A Mineo si continuano a susseguire gli scandali. A Pozzallo oltre cento persone sono state espulse nelle ultime settimane: donne, anche incinte, minori e persone “vulnerabili”, lo ha denunciato Medici senza frontiere, dicendosi preoccupata «per questo improvviso cambiamento nelle procedure di identificazione” e si aspetta “un chiarimento da parte delle autorità competenti».

 

Migranti a bordo della nave P.03 "Denaro" della guardia di finanza dopo essere stati tratti in salvo al largo delle coste libiche, Mar Mediterraneo 22 aprile 2015..ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Un migrante a bordo della nave P.03 “Denaro” della Guardia di finanza dopo essere stato tratto in salvo al largo delle coste libiche, Mar Mediterraneo

Chi sono i richiedenti?

Il Viminale, riepilogando sui dati del 2014, definisce la situazione «del tutto singolare a livello europeo», per la ridotta presenza di donne (7,6%) e minori (6,8%), (le medie Ue sono rispettivamente del 29,7% e 25,5%).
Provengono da Paesi africani (4 tra i primi 5 paesi d’origine); le prime tre nazionalità sono la Nigeria (10.138, +188% sul 2013), il Mali (9.771, +441%) e il Gambia (8.556; +386%). Infine, analizzando l’applicazione del regolamento di Dublino III, il Rapporto fa notare come “il numero dei trasferimenti effettivi sia molto esiguo rispetto alle richieste di competenza dei Paesi”. I dati italiani al primo semestre 2015 registrano 4.871 richieste di competenza dall’Italia ai Paesi membri Ue, a fronte di 14.019 richieste di competenza dai Paesi Ue all’Italia, mentre al 7 settembre sono rispettivamente 7.071 e 17.224. I principali stati membri richiedenti sono Germania (5.218), Svizzera (3.502), Svezia (1.318), Francia (986), Austria (838), Norvegia (562), Regno Unito (442), Danimarca (314), Paesi Bassi (269). Le principali nazionalità in relazione alle richieste di competenze sono Eritrea (2.898), Somalia (1.672), Siria (1.465), Nigeria (1.221), Gambia (857), Afghanistan (494)

Chi giudica le richieste d’asilo?

A “decidere” se un richiedente ha diritto a una qualche forma di protezione (status di rifugiato, protezione sussidiaria o protezione umanitaria), in Italia ci sono 40 Commissioni territoriali. L’aumento, anzi il raddoppio (da 20 a 40) di questi organi collegiali ha permesso che – oltre a registrare un aumento delle domande di asilo del 31% (dalle 47.130 giunte nei primi nove mesi del 2014 alle 61.545 del 2015) – anche il numero di richieste esaminate dalle Commissioni sia aumentato, del 70% (46.490 nel 2015, contro le 27.393 del 2014). Ma sono cresciute pure le domande rigettate, che quest’anno sono 23.905 contro le 9.564 dell’anno scorso, il passaggio successivo per chi può permetterselo è fare ricorso in tribunale, ricorso quasi sempre accolto. Il Viminale ha sottolineato l’aumento delle Commissioni territoriali, fatto sicuramente importante dal momento in cui l’Italia (con 64.625 domande) è il il terzo Paese Ue per numero di richiedenti asilo (dopo Germania e Svezia). Ed è apprezzabile pure che il Belpaese mantenga un organo collegiale nella funzione giudicante, mentre il resto d’Europa si orienta verso la figura del “commissario”, più veloce nell’assunzione di decisioni – certo – ma che garantisce assai meno chi sta dall’altra parte del tavolo e aspetta di essere “giudicato”.

Cara-Mineo
Il Cara di Mineo

Quanto costa l’accoglienza?

La spesa per l’accoglienza dei migranti in Italia nel 2015 ammonta a 1.162 milioni di euro. In particolare, stima il ministero dell’Interno: 918,5 milioni dovrebbero servire a coprire le uscite per le strutture governative (Cara, Cda, Cpsa) e temporanee e 242,5 milioni quelle per i centri Sprar. Questi costi, precisa il rapporto, «sono in gran parte riversati sul territorio sotto forma di stipendi a operatori, affitti e consumi».

InCAStrati

C’è un secondo – oltre agli interessi criminali – e grande assente nel rapporto del Viminale: i Cas, i Centri d’accoglienza straordinari, ovvero le strutture che (palestre, ex scuole o qualunque stabile buono nell’emergenza) ospitano alla meno peggio oltre 40.000 persone. Dei Cas non c’è una mappa pubblica, non si hanno informazioni sui soggetti gestori, né sulle convenzioni, sulla gestione economica e, soprattutto, rispetto agli standard di erogazione dei servizi previsti da convenzioni e capitolati d’appalto.

Ricordate la campagna LasciateCIEntrare? Fu il piede di porco che aprì le porte blindatissime dei Cie. Oggi, una nuova campagna si fa largo in Italia: InCAStrati – promossa da Cittadinanzattiva, LasciateCIEntrare e Libera – che nel mese di giugno ha rivolto al ministero dell’Interno e alle 105 prefetture italiane «un’istanza di accesso civico ai sensi della legge sulla trasparenza (D. Lgs 33/2013), chiedendo la pubblicazione dell’elenco dei Cas presenti sul territorio nazionale, degli enti gestori, di informazioni inerenti gare, convenzioni, rendicontazioni, esiti delle attività di monitoraggio sui servizi erogati». Il ministero e gran parte delle prefetture interpellate – denunciano le tre associazioni – salvo alcune eccezioni, hanno rigettato in buona sostanza le istanze, limitandosi a fornire alcuni dati generici sul numero complessivo degli ospiti delle strutture e sui bandi di gara relativi agli affidamenti, affermando laconicamente che le informazioni richieste non fossero soggette ad obbligo di pubblicazione. E per queste ragioni è stato depositato un riscorso al Tar del Lazio, predisposto dall’avvocato Maria Cento di Cittadinanzattiva-Giustizia per i diritti.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Robert Capa, ovvero la guerra e il fotogiornalismo

Una foto di Robert Capa la hanno vista quasi tutti una volta nella vita. Nel 1947, con pochi colleghi, anche loro passato alla storia (David “Chim” Seymour, Henri Cartier-Bresson, George Rodger e William Vandivert) ha cambiato il modo di raccontare gli eventi per immagini e fondato la prima agenzia di fotografi freelance della storia, la Magnum. Ebreo ungherese, trasferitosi prima a Vienna, poi a Praga e infine Berlino, ha raccontato la guerra civile spagnola, i primi momenti dell sbarco in Normandia a Omaha beach (di quel reportage rimangono solo 11 foto), la resistenza cinese all’invasione giapponese. E poi anche lo sbarco in Sicilia, Napoli dopo le bombe e la fondazione di Israele. Capa, nato Endre Friedmann, muore nel 1952, saltando su una mina mentre è al lavoro per documentare la guerra tra vietnamiti e francesi.

"Soldati americani a Troina nei pressi della cattedrale di Maria Santissima Assunta, dopo il 6 agosto 1943": una delle foto esposte alla mostra dedicata a Robert Capa. Si tratta di 78 immagini in B/N esposte a Palazzo Braschi a Roma, 2 ottobre 2013. ANSA/ Robert Capa © International Center of Photography/Magnum ? Collezione del Museo Nazionale Ungherese +++ DA UTILIZZARE SOLO IN RELAZIONE ALLA NOTIZIA DELLA MOSTRA+++
Soldati americani a Troina nei pressi della cattedrale di Maria Santissima Assunta, dopo il 6 agosto 1943
(ANSA/ Robert Capa © International Center of Photography/Magnum, Collezione del Museo Nazionale Ungherese)

"Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943": una delle foto esposte alla mostra dedicata a Robert Capa. Si tratta di 78 immagini in B/N esposte a Palazzo Braschi a Roma, 2 ottobre 2013. ANSA/ Robert Capa © International Center of Photography/Magnum ? Collezione del Museo Nazionale Ungherese +++ DA UTILIZZARE SOLO IN RELAZIONE ALLA NOTIZIA DELLA MOSTRA+++
Soldato americano in perlustrazione nei dintorni di Troina, 4-5 agosto 1943
(ANSA/ Robert Capa © International Center of Photography/Magnum, Collezione del Museo Nazionale Ungherese)

"In coda per l?acqua in una via di Napoli - ottobre 1943": una delle foto esposte alla mostra dedicata a Robert Capa. Si tratta di 78 immagini in B/N esposte a Palazzo Braschi a Roma, 2 ottobre 2013. ANSA/ Robert Capa © International Center of Photography/Magnum ? Collezione del Museo Nazionale Ungherese +++ DA UTILIZZARE SOLO IN RELAZIONE ALLA NOTIZIA DELLA MOSTRA+++
In coda per l’acqua in una via di Napoli – ottobre 1943
(ANSA/ Robert Capa © International Center of Photography/Magnum, Collezione del Museo Nazionale Ungherese)

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"Benvenuto alle truppe americane a Monreale, 23 luglio 1943": una delle foto esposte alla mostra dedicata a Robert Capa. Si tratta di 78 immagini in B/N esposte a Palazzo Braschi a Roma, 2 ottobre 2013. ANSA/ Robert Capa © International Center of Photography/Magnum ? Collezione del Museo Nazionale Ungherese +++ DA UTILIZZARE SOLO IN RELAZIONE ALLA NOTIZIA DELLA MOSTRA+++
Benvenuto alle truppe americane a Monreale, 23 luglio 1943
(ANSA/ Robert Capa © International Center of Photography/Magnum, Collezione del Museo Nazionale Ungherese)

 

epa04100229 A visitor observes with a magnifying glass a contact sheet of the work 'Morgue y Hospital' (Morgue and Hospital) by Herda Caro, during the exhibition 'La Maleta Mexicana' (The Mexican Suitcase) in Mexico City, Mexico, 25 February 2014. The suitcase that was found in Mexico on 2007, with negatives by Robert Capa, Gerda Taro and David 'Chim' Seymour, is not only a precious document about the Spanish Civil War but also has helped Mexican children of refugees to discover photographs of their parents. EPA/ALEX CRUZ
Un visitatore osserva con la lente d’ingrandimento uno dei negativi di scatti di Robert Capa, Gerda Taro e David ‘Chim’ Seymour sulla guerra civile spagnola, ritrovati in una valigia a Città del Messico. (EPA/ALEX CRUZ)

Egitto al voto, parte l’#invecediandareavotare

In this Thursday, Oct. 15, 2015 photo, Asmaa Ahmed Abdel Hakeem, an independent candidate, waves from a vehicle as she campaigns in her neighborhood in Giza, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections. The 40 year-old woman is a manager of a family-owned school. It's her first time to run in elections, and says her family has been supportive of the move. (AP Photo/Eman Helal)

55 milioni di egiziani hanno iniziato a votare domenica 18 ottobre per il rinnovo del Parlamento, sciolto e mai più rinnovato dopo la deposizione dell’ex presidente Mohammed Morsi nel 2013. Secondo un complicato meccanismo elettorale le giornate elettorali sono 4: 18 e 19 ottobre per il primo turno e l’elezione di quattordici governatorati del paese e 21 e 22 ottobre per i restanti tredici governatorati. I risultati finali delle elezioni legislative si sapranno ufficialmente il prossimo 4 dicembre. Il successo del dittatore, ex generale dell’esercito, Abdelfatà al-Sisi, risulta però alquanto scontato. La bassissima partecipazione elettorale registrata finora ha portato gli analisti a considerare l’astensionismo alle urne una vera e propria forma di protesta contro al-Sisi nel Paese. E sui social network, in particolare su Twitter e Facebook, più difficilmente controllabili da parte delle autorità del regime, i giovani egiziani si sono divertiti a scherzare sulla bassa affluenza e sul meccanismo volutamente farraginoso con cui si vota nel Paese.

L’#badal_min_tantajib (“invece di andare a votare”) ha canalizzato tutte le battute e i pensieri di chi non è andato a votare e lunedì 19, il secondo giorno delle votazioni, è diventato un topic di tendenza con più di 7.000 messaggi. L’idea, lanciata da vari attivisti, ha incoraggiato i cittadini a proporre altre attività migliori del recarsi alle urne: un modo originale per promuovere il boicottaggio delle elezioni. Alle elezioni non sono infatti stati ammessi gran parte dei partiti di opposizione laica e islamista, o perché messi fuori legge, come i Fratelli Musulmani, o perché non vi erano le minime garanzie per partecipare alla competizione elettorale. Inoltre, molti osservatori hanno parlato di violazioni fuori dai seggi, inclusi episodi di voto di scambio da parte di singoli candidati, per non parlare dei noti provvedimenti restrittivi presi alla vigilia del voto nei confronti delle donne completamente velate o con abiti succinti, che non possono prendere parte al processo elettorale. Attualmente, non esiste una cifra ufficiale per la partecipazione, anche se fonti governative l’hanno collocata intorno al 22%. Durante il secondo giorno di votazioni, le autorità hanno dichiarato una giornata di festa per i dipendenti pubblici, che rappresentano la maggioranza della forza lavoro, e hanno pubblicamente ricordato che la legge prevede multe di 500 sterline (poco più di 50 euro) per chi non compie il dovere civico di recarsi alle urne. Il regime di al-Sisi dovette già ricorrere a strategie mirate ad aumentare la partecipazione nelle elezioni presidenziali dello scorso anno, che raggiunsero il 46% dei votanti. Come, per esempio, rimandare le votazioni di un giorno, prolungando le votazioni all’ultimo.

«Io sono uno dei primi a partecipare a #badal_min_tantajib, vedrò il film Everest», ha scritto nel suo account Twitter l’attivista Jamal Eddin Bin, poco prima dell’apertura dei seggi. Altri partecipanti invitavano a mettersi lo smalto, a ballare, a bere vodka, o a tirare uno schiaffo a qualcuno a caso, con il pretesto, per esempio, della recente svalutazione della sterlina egiziana nei confronti del dollaro. Tutto, pur di non andare a votare.

Un noto blogger egiziano, The Big Pharaon, ha scritto nel suo account Twitter: «secondo le tendenze di Twitter in Egitto, (l’attore ndr) Morgan Freeman, attualmente in visita nel Paese, è più popolare che le elezioni per il Parlamento».

Nonostante i social network siano espressione di libertà, l’ironia troppo pungente non è sempre piaciuta al regime: Amr Nohan, un normalissimo ragazzo egiziano è stato infatti condannato a tre anni di carcere semplicemente per aver postato su Facebook una foto del presidente al-Sisi con le famose orecchie made in Disney di Topolino. L’accusa principale contro di lui è stata «tentativo di rovesciare il governo».

La prova che i seggi elettorali fossero vuoti è stata così innegabile che anche i media governativi, espressione del regime, hanno dovuto ammettere il fallimento che le elezioni stanno rappresentando. «Il governo annuncia una quota di partecipazione non inferiore al 22%. Non c’era bisogno di annunciarlo, le persone non sono mica cieche!» titolava il quotidiano Al-Dustur. Nelle sue pagine, molti commenti critici sono stati spesi inoltre per la legge elettorale, disegnata ad hoc per favorire il ritorno dei capi locali, molti dei quali membri del disciolto partito di Mubarak.

 

Le foto delle donne impegnate nella campagna elettorale

In this Thursday, Oct. 15, 2015 photo, volunteer Nehal Mohamed makes phone calls to elderly citizens citizens who live in the neighborhood to let them know the location of their polling station, at the headquarters for Asmaa Ahmed Abdel Hakeem, an independent candidate for parliament, in Giza, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections. (AP Photo/Eman Helal)
La volontaria Nehal Mohamed fa delle telefonate per supportare la campagna di Ahmed Abdel (AP Photo/Eman Helal)

 

In this Thursday, Oct. 15, 2015 photo, campaign posters for Asmaa Ahmed Abdel Hakeem, an independent candidate for parliament, are seen near her campaign headquarters in Giza, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections later this month. Hakeem is a manager of a family-owned school. It's her first time to running in an election and she says her family has been supportive. (AP Photo/Eman Helal)
I poster della campagna di Asmaa Ahmed Abdel Hakeem, candidata indipendente (AP Photo/Eman Helal)

 

In this Thursday, Oct. 15, 2015 photo, Asmaa Ahmed Abdel Hakeem, 40, an independent candidate, center, makes last-minute preparations at her campaign headquarters in Giza, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections later this month. Hakeem is a manager of a family-owned school. It's her first time to run in an election and she says her family has been supportive. (AP Photo/Eman Helal)
La campagna elettorale di Asmaa Ahmed Abdel Hakeem, 40 anni, candidata indipendente. (AP Photo/Eman Helal)

 

In this Thursday, Oct. 15, 2015 photo, Asmaa Ahmed Abdel Hakeem, an independent candidate, center, makes last-minute preparations at her campaign headquarters in Giza, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections. The 40 year-old woman is a manager of a family-owned school. It's her first time to run in elections, and says her family has been supportive of the move. (AP Photo/Eman Helal)
(AP Photo/Eman Helal)

 

In this Sunday, Oct. 11, 2015 photo, Hanan Allam, the president of the women's committee and a candidate from the Salafi Al-Nour party, front row left, and Hasnaa Hassan, another candidate, front row second right, attend a women's campaign rally of their party in Alexandria, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections. As required by law for all party lists, the ultraconservative Al-Nour party has seven women on each of its two party lists of 15 candidates. Al-Nour supported the military-led ouster of former President Mohammed Morsi and his now-banned Muslim Brotherhood. (AP Photo/Eman Helal)
(AP Photo/Eman Helal)

 

In this Sunday, Oct. 11, 2015 photo, Hanan Allam a candidate from the Al--Nour party, speaks with journalists after attending a women's campaign rally in Alexandria, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections. As required by law for all party lists, the ultraconservative Salafi Al-Nour party has seven women on each of its two party lists of 15 candidates. Among the women is Allam, a 45-year-old pediatrician and head of the women's committee at Al-Nour party, which supported the military-led ouster of former President Mohammed Morsi and his now-banned Muslim Brotherhood. (AP Photo/Eman Helal)
Hanan Allam candidata di Al–Nour, il partito erede dei Fratelli Musulmani, messi fuori legge dal presidente Mohammed Morsi and his now-banned Muslim Brotherhood. (AP Photo/Eman Helal)

 

In this Sunday, Oct. 11, 2015 photo, Hanan Allam, a candidate from the Al--Nour party, right, speaks with a woman at a women's campaign rally in Alexandria, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections. As required by law for all party lists, the ultraconservative Salafi Al-Nour party has seven women on each of its two party lists of 15 candidates. Among the women is Allam, a 45-year-old pediatrician and head of the women's committee of Al-Nour, which supported the military-led ouster of former President Mohammed Morsi and his now-banned Muslim Brotherhood. (AP Photo/Eman Helal)
Donne che sostengono il partito Al-Nour (AP Photo/Eman Helal)

 

In this Saturday, Oct. 10, 2015 photo, Hanan Allam, president of the women's committee and a candidate from the Al-Nour party, speaks at a campaign rally in Alexandria, Egypt, ahead of Egyptian parliamentary elections. As required by law upon all party lists, the Salafi Al-Nour party is fielding seven women out of the 15 candidates in each of its two party lists. Among the women is Allam, a 45-year-old pediatrician and head of the women's committee at Al-Nour party, which supported the military-led ouster of former President Mohammed Morsi and his now-banned Muslim Brotherhood.(AP Photo/Eman Helal)
Hanan Allam, candidata del partito di Al-Nour durante un comizio elettorale (AP Photo/Eman Helal)

 

 

L’omeopatia? «Manca di una verifica basata su dati significativi»

«La mia opinione sull’omeopatia? Ha una attenzione particolare all’anamnesi e alla storia naturale del paziente quindi ne condivido l’approccio filosofico. Ma non ci sono prove sperimentali che dimostrano l’efficacia dei rimedi omeopatici». Il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, parla con Left nel dibattito sollevato dal professor Garattini, curatore del libro edito da Sironi “Acqua fresca? Tutto quello che bisogna sapere sull’omeopatia”, con i contributi di diversi ricercatori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri (Irccs). «L’omeopata – prosegue Pregliasco – è particolarmente attento nella fase conoscitiva delle problematiche e della presa in carico del paziente, e questo lo distingue da quei medici che di fronte alla colicisti infiammata si occupano solo… della colicisti infiammata, limitando al minimo indispensabile il rapporto con la persona. Tuttavia, fatte salve le dichiarazioni d’intenti, gli omeopati non hanno al momento la possibilità di provare scientificamente se i loro trattamenti producano degli effetti. Sicuramente l’effetto placebo esiste, ma ciò che non si conosce sono le conseguenze sul sistema immunitario dei “pazienti”, non esistono quadri chiari di correlazione tra la somministrazione del prodotto e la reazione della persona. Per ora ci sono solo ipotesi. La ricerca è in alto mare».

Rispetto all’omeopatia che propone una serie di rimedi personalizzati, la medicina convenzionale è più standardizzata quindi favorisce l’applicazione del metodo scientifico. «Non è facile – osserva il virologo dell’Università di Milano – reclutare 5mila persone che hanno avuto tutte la stessa patologia, lo stesso grado di gravità di malattia e lo stesso approccio di tipo omeopatico. Questo è il limite che impone cautela a chi parla di cure omeopatiche. Perché non ha dati scientifici a disposizione per poterne valutare gli effetti. Informazioni che invece nella medicina convenzionale si ottengono normalmente, riproducendo più volte la stessa situazione e verificando le diverse ipotesi».

Un elemento in comune tra i rimedi omeopatici e la medicina convenzionale si riscontra nell’azione del “farmaco” che si concentra sul sintomo e non sulla causa della patologia. «La medicina tradizionale – spiega Pregliasco – usa i sintomatici, cioè i farmaci che riducono la febbre o il dolore che è un segnale della risposta immunitaria. Però si sa che non sono curativi. L’aspirina o il paracetamolo sono usati come complemento, affinché una persona stia meglio, per portare ad esempio la febbre a una temperatura più tollerabile. Dall’altra parte c’è una filosofia che si basa su un meccanismo di “reazione e contro reazione”: come dire, prendo freddo a piccole dosi per non sentire freddo. L’idea può anche essere condivisibile ma non ne è dimostrata l’efficacia. Manca del tutto una verifica basata su dati statisticamente significativi riguardo gli effetti e anche rispetto al meccanismo reale, cioè l’azione fisiologica del trattamento».

E qui si presenta l’ostacolo più ingombrante. «Se pensiamo al confronto con i vaccini emergono aspetti insormontabili», precisa il virologo. «Caratteristica di una vaccinazione è l’inserimento di antigeni in concentrazioni che sono ritenute esagerate da parte di chi ha questa idea che si basa sulla “memoria dell’acqua”. E quindi, attribuendo al “ricordo” del passaggio di una molecola, un’azione terapeutica, riduce in parti infinitesimali il principio attivo contenuto nel prodotto omeopatico. Si tratta anche qui di un’ipotesi indimostrata scientificamente, e “difficilmente” verificabile, a fronte dell’efficacia verificata e dimostrata della medicina preventiva nella battaglia contro numerose malattie di carattere virale».

 

Marino resiste e fa penare Orfini e il Pd romano

L’opzione non è così lontana. Ignazio Marino ha fatto intendere abbastanza chiaramente di non escludere un passaggio formale in aula, di chiedere un voto ai consiglieri sulle sue dimissioni. Per il Pd sarebbe un problema non di poco conto. Lo sarebbe anche perché i 19 consiglieri comunali democratici sono assai meno convinti, di quanto non lo siano Matteo Renzi e Matteo Orfini, della fine dell’esperienza Marino. Più di metà del gruppo, anzi, in una riunione convocata da Orfini ha detto al commissario romano del partito che piuttosto  che passare per l’aula e votare la fiducia preferirebbe dimettersi. Orfini per ora ha però tenuto il punto e a Marino ha recapitato il solito messaggio con un lungo post sul suo profilo Facebook: «È finita».

E se per la tempistica del ritorno al voto non cambierebbe molto (comunque, sfiducia o dimissioni ci sarebbe un commissariamento fino alla prima finestra elettorale utile che è a maggio o giugno del 2016, con Milano, Bologna e compagnia), per l’immagine del Partito non è la stessa cosa. Ad aumentare l’imbarazzo ci si è messa anche Sel, con quello che è in realtà l’ennesimo cambio di posizione: anche se nelle ore più calde il coordinatore cittadino dei vendoliani Paolo Cento si era detto pronto a votare una mozione di sfiducia del Pd, è il consigliere Gianluca Peciola ad aprire a un confronto, a chiedere di verificare le condizioni per un nuovo patto.

Ignazio Marino in queste ore sta continuando con la sua attività, riunisce la giunta, porta a termine le delibere rimaste sospese. Che possa trovare i numeri per andare avanti e superare questa crisi (forte di un ridimensionamento dell’affaire scontrini), è improbabile, ma con il Pd romano non si può mai dire. Di renziani puri, in consiglio comunale, non ce ne sono quasi. Molti sono gli orfiniani, tanti sono quelli che devono soprattutto rendere conto ai territori (dove i presidenti di municipio preferirebbero continuare a governare, ovviamente), tanti quelli che devono rendere conto agli elettori. E poi c’è l’incognita del voto, i sondaggi che danno i 5 stelle 12 punti avanti (19 Pd, 31 M5s), e il buio assoluto su un candidato che accetti la sfida.

L’incertezza del quadro ha spinto il prefetto Gabrielli a ricordare che il nome del commissario che si occuperà della città può esser deciso solo dopo le effettive dimissioni del sindaco, o dopo lo scioglimento del consiglio comunale. La data è quindi il 2 novembre. Salvo che Marino non tiri fuori una tempra insperata.

46 anni fa moriva Jack Kerouac. L’autore di On the Road nelle foto scattate da Allen Ginsberg

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Nella sua camera, nella febbricitante bianca luce artificiale, nella camera cosparsa di carta e libri, scrive alla sua scrivania, scrive a Peter e a Penn, e la pioggia picchietta sul vetro della finestra, la pioggia imperla il vetro della sua finestra e rotola via dolcemente come lacrime…

Jack Kerouac, La città e la metropoli

 

Jack Kerouac nasce nel 1922 in Massachusetts da una famiglia franco canadese di origine bretone. È molto precoce, tanto che a soli 11 anni scrive il suo primo racconto (“The cop on the beat”). Inoltre fin da bambino è solito tenere un diario e scrivere articoli immaginari su degli argomenti che difficilmente poteva conoscere, ma che stimolavano la sua creatività, come le corse di cavalli, i campionati di baseball e football americano. Per Jack la scrittura è un modo naturale di esprimersi,  qualcosa che fin dai primi anni dell’infanzia fa parte del suo modo di approcciarsi al mondo.

 

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Al liceo riesce a distinguersi nel campo dello sport tanto da vincere una borsa di studio per la Columbia University di New York. La partenza è ottima, ma presto Kerouac abbandona gli studi. Si considera uno spirito libero, troppo anarchico per trovarsi a proprio agio negli ambienti accademici e soprattutto ha un’inesauribile voglia di scoprire il mondo.

jack-kerouac

Inizialmente si mantiene con una serie di lavori manuali: fa il muratore, l’apprendista metallurgico e nel 1942 decide di partire e arruolarsi in marina. Il mare lo affascina ma presto viene congedato per problemi psicologici e quindi per continuare a navigare è costretto a imbarcarsi su un cargo della marina mercantile, come aveva fatto circa 50 anni prima Joseph Conrad, uno degli scrittori a cui Jack si sentiva più affine. L’avventura in marina però anche questa volta finisce male, Kerouac si trova coinvolto in un omicidio e finisce in prigione per favoreggiamento.

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Jack Kerouac, William Burroughs e Allen Ginsberg fanno colazione insieme

Riconquistata la libertà, ricomincia a vagabondare per il mondo e inizia a frequentare quelli che saranno i suoi compagni di viaggio e che con lui scriveranno il manifesto della Beat generation: William Borroughs, Allen Ginsberg, Lucien Carr.

 

La Beat Generation è un gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo.

Jack Kerouac

 

Nel 1945 Kerouac inizia a scrivere il suo primo romanzo La città e la metropoli (poi pubblicato nel 1950) e un anno dopo incontra Neal Cassady che presto diventerà non solo il suo più grande amico, ma anche il personaggio di molti suoi romanzi.

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Jack Kerouac, Peter Orlovsky, and William Burroughs on the beach in Tangier, 1957
Jack Kerouac, Peter Orlovsky, e William Burroughs sulla spiaggia a Tangier, nel 1957

Nel 1947 affronta la prima traverata degli Stati Uniti, il suo viaggio, in autobus e in autostop, la sua personale conquista del West. Nel 1951 sulla base di questa esperienza scriverà su un rotolo di carta da telescrivente il suo capolavoro On the Road.

 

Oltre le strade sfavillanti c’era il buio, e oltre il buio il West. Dovevo andare.

Jack Kerouac, On the Road 

 

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Durante il suo vagabondare si avvicina al buddhismo, la cui filosofia gli ispirerà I barboni del Dharma e diventerà una costante nella sua produzione letteraria anche se sempre reinterpretata in maniera assolutamente personale e non dogmatica.

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Kerouac nelle sue opere comincia a esaltare lo stile di vita semplice del vagabondo, la chiama “la rivoluzione dello zaino” e lo porta a esaltare uno stile di vita lontano dal materialismo sfavillante della New York dove aveva passato i primi anni della sua giovinezza.

Jack Kerouac Reading Beatnik Poetry in Lower East Side Loft, February 15, 1959 © Estate of Fred W. McDarrah, courtesy Steven Kasher Gallery, New York
Jack Kerouac durante un reading di poesie in un loft nel Lower East Side a New York 1959 © Estate of Fred W. McDarrah, courtesy Steven Kasher Gallery

Nel 1956, Elvis Presley irrompe nella scena musicale con il suo rock n’roll e l’America si accorge per la prima volta dell’esistenza della Beat generation. Finalmente nel 1957 dopo molti rifiuti e porte sbattute in faccia dagli editori viene dato alle stampe On The Road. Che presto diventerà un best-seller e una lettura “obbligata” per migliaia di ragazzi nel mondo.
Kerouac muore il 21 ottobre 1969, a soli 47 anni, per alcolismo. Durante la sua vita scrisse circa una dozzina di romanzi.

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«Hitler non voleva sterminare gli ebrei». Perché Netanyahu riscrive la storia

Oggi il premier israeliano Benjamin Netanyahu compie 66 anni. Un po’ troppo giovane per pensare che sia completamente rimbambito. Le parole pronunciate nel suo discorso al World Zionist Congress, quindi, sono figlie di un calcolo politico. Nel suo discorso Netanyahu ha descritto un incontro tra il Gran Mufti di Gerusalemme, Amin al-Husseini e Adolf Hitler nel novembre 1941 sostenendo che: «Hitler non voleva sterminare gli ebrei, voleva semplicemente espellerli dalla Germania». Poi, a suo dire, intervenne il Mufti e lo convinse: «Se li espellete, verranno tutti qui [in Palestina].

Secondo Netanyahu, Hitler chiese: «Che cosa devo farne» e il mufti rispose: «bruciarli». Secondo il premier di Israele, insomma, l’Olocausto è un’idea del Gran Mufti di Gerusalemme. Teorie simili, come anche quelle che negano che lo sterminio degli ebrei sia avvenuto, compaiono qua e la su mediocri e faziosi libri di storia.  E come spesso gli accade, Bibi, usa toni eccessivi, le spara grosse e utilizza le tensioni con i palestinesi per alimentare una deriva pericolosa in atto nella società israeliana. Associare l’Olocausto ai palestinesi è un modo come un altro per foraggiare gli istinti peggiori del suo elettorato e corteggiarne la parte più di destra, che di dialogo con i vicini di casa non vuole sentire parlare. Stavolta però, Netanyahu – esagera. Il Gran Mufti non era un nemico del leader nazista, anzi. Ma distorcere la storia è un altro conto.


 

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Storici e politici israeliani hanno reagito con veemenza accusandolo di essere in sintonia di fatto con in negazionisti: si ridimensiona il crimine di Hitler e della Germania nazista, si alimentano teorie improbabili e, quindi, se nella storiografia vale tutto, hanno diritto di cittadinanza anche le tesi di chi dice che nei forni dei campi non è successo nulla. Come ha detto Saeb Erekat, capo della delegazione che negoziò gli accordi di Oslo, «E’ un giorno triste nella storia quello in cui il capo del governo israeliano mostra di odiare tanto il suo vicino di casa, da essere disposto ad assolvere il criminale di guerra più famoso della storia».

Il capo dell’opposizione israeliana Isaac Herzog ha denunciato le parole di Bibi: «Si tratta di una distorsione storica pericolosa, esigo che Netanyahu la corregga immediatamente in quanto ridimensiona l’Olocausto, nazismo e il ruolo di Hitler nel terribile disastro del nostro popolo», ha scritto sulla sua pagina Facebook.

La crisi israelo-palestinese è seria, lunga, tragica e in un vicolo cieco. Enormi responsabilità ha proprio Netanyahu – e certo, le autorità palestinesi, che pure sono innegabilmente la parte debole della partita, indebolite anche e proprio da un atteggiamento di Israele che rafforza le frange più estreme del campo avverso. Netanyahu che sembra surfare sulle crisi con l’unico obbiettivo di conquistare consenso politico, rimanere in sella un altro giro. Non è così che si comporta uno statista che guarda al futuro del suo Paese. E i commenti sull’Olocausto sono solo una battuta da politico cinico.

PS Le parole di Netanyahu hanno scatenato l’umorismo degli israeliani in rete, da meme a tweet sarcastici. Eccone qualche esempio: 

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“Ora sappiamo chi ha fatto sciogliere i Beatles (il Mufti)”

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“Sapete com’è: uno adora gli ebrei, poi incontra il Mufti e….Shoah”


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Capire l’ondata di violenza israelo-palestinese

epa04985367 Palestinian protesters during clashes with Israeli soldiers in the West Bank city of Tulkarem, 20 October 2015. UN Secretary General Ban Ki-moon will urge calm during a visit on 20 October 2015 to Israel and the West Bank as he seeks to end more than two weeks of the worst street violence in years. EPA/ALAA BADARNEH

Nuova giornata di tensioni in Israele e nei Territori, episodi di violenza, nuovi scontri (un morto a Gaza), aggressioni a colpi di coltello contro israeliani con diversi feriti e almeno tre aggressori uccisi dalle forze di sicurezza israeliane. Il Segretario generale dell’Oni, Ban Ki-moon ha effettuato una visita inattesa nella regione e chiesto alle parti di placare la violenza. Pubblichiamo ampi stralci di un’analisi-commento di Mattia Toaldo comparsa sul sito di @ecfr con il titolo di Understanding Israeli-Palestinian violence
epa04985449 Israeli President Reuven Rivlin (R) holds a joint press conference with UN Secretary General Ban Ki-moon (L), at the president's Residence in Jerusalem, Israel, 20 October 2015. Ki-Moon will later meet with Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and the Palestinian President Mahmoud Abbas in Ramallah, in an attempt to end the wave of violence between Israelis and Palestinians. EPA/ATEF SAFADI

(Il presidente di Israele Reuven Rivlin e Ban Ki-moon)

E ‘difficile immaginare quando l’attuale ondata di violenza e di rivolta in Israele e Palestina diminuirà. Ma è importante capire come la violenza sta accadendo e che piega stia prendendo. Se pure ciò che osserviamo oggi è una frazione di quanto visto con la guerra nel 2014 a Gaza o in Siria e Iraq, ci sono alcuni elementi che ci dovrebbero preoccupare.

Il primo è, naturalmente, l’età di coloro che sono coinvolti. Nella prima metà del mese di ottobre, nessuno dei palestinesi uccisi dalle forze israeliane aveva più di 23 anni. Sono persone della ‘generazione Oslo’ nata e cresciuta dopo gli accordi del 1993-1995 che hanno dato origine all’attuale status quo: la divisione della Cisgiordania in diverse aree separate le une dalle altre e da Gerusalemme; la nascita dell’Autorità palestinese e delle sue forze di sicurezza; il progressivo impoverimento dell’economia palestinese e la crescente mancanza di libertà di movimento.

Questa può essere definita come “occupazione 2.0” in cui Israele non richiede una presenza militare diretta in tutti i Territori Occupati e tuttavia mantiene il controllo quasi totale sulla vita quotidiana dei palestinesi da limitare la loro libertà di movimento (…)

Per i palestinesi che vivono a Gerusalemme o per i cittadini palestinesi di Israele la sensazione di essere cittadini di seconda classe è stata rafforzata dall’esperienza sul campo, fatta di crescente discriminazione in base alla legge. Su base giornaliera, la legge israeliana e il discorso pubblico (con la notevole eccezione del presidente Reuven Rivlin) invia un messaggio ai palestinesi: “tu non appartieni a questo posto”. Questo produce un sentimento condiviso per tutti i palestinesi, che vivono sotto regimi giuridici diversi tra il fiume Giordano e il Mediterraneo.

Questo porta alla seconda ragione di preoccupazione, vale a dire l’assenza di strumenti da usare per fermare la violenza. Nei Territori Occupati, l’Autorità palestinese è troppo debole e delegittimata per essere in grado di assumere il ruolo di “poliziotto” che gli israeliani si aspettano. In effetti, la vera domanda è per quanto tempo le forze di sicurezza palestinesi si dimostreranno impenetrabili alle correnti di rivolta. (…)

epa04968882 An Israeli policeman makes a young Palestinian man walk through a newly-installed metal detector just inside Jerusalem's Old City walls at the Jaffa Gate, 08 October 2015. The teenager then had his ID checked before he was allowed to leave the Old City for Jerusalem proper. Israel is increasing security again in Jerusalem's Old City as the current wave of violence continues where a Palestinian stabbed four Israelis the same day in Tel Aviv. In a bid to calm tempers after days of violence, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu ordered politicians not to visit a sensitive holy site in Jerusalem. EPA/JIM HOLLANDER

(Un ragazzo palestinese passa as metal detector nella città vecchia a Jaffa)

A Gerusalemme Est, la strategia israeliana negli ultimi due decenni è stata quella della “desertificazione politica”: tutte le organizzazioni palestinesi, che si trattasse dell’Olp o di un teatro di marionette, sono state eliminate. Questa distruzione di capitale sociale e politico ha lasciato metà di Gerusalemme priva di quei corpi sociali che sarebbero in grado di avviare anche una mediazione – che tra l’altro, non è tra le opzioni considerate da Israele.

Sul fronte israeliano, Netanyahu ha finora moderato gli impulsi violenti dei membri del suo governo che vorrebbero tenere una linea ancora più dura contro i palestinesi. Il primo ministro si è concentrato sul contenimento della rivolta, prendendo a prestito liberamente da una vecchia sceneggiatura: demolire le case dei palestinesi, arrestare quelli che lanciano pietre o molotov, aumentare la detenzione amministrativa, e così via. La sua coalizione, la più a destra nella storia del Paese, vorrebbe di più. Ma una escalation della repressione potrebbe accelerare ulteriormente la spirale di violenza. (…)

Tale approccio ha generato poco critiche dagli avversari politici. Netanyahu gode quasi di un “sistema a partito unico” in materia di politica estera e di relazioni con i palestinesi. Anche se ha nominalmente una maggioranza di soli 61 seggi sui 120 della Knesset, su temi che vanno dall’Iran alla Palestina questa sale fino a 102.

Sul versante palestinese, la situazione a Gaza è un potenziale acceleratore di violenza. La stragrande maggioranza della città non è mai stata ricostruita dopo la guerra dello scorso anno e vi è una grande parte della popolazione che non ha letteralmente nulla da perdere. Questo spiega le marce sul (e le violazioni del) confine con Israele e i conseguenti spari sulla folla da parte degli israeliani.

A Gaza, Hamas è stata sfidata e anche infiltrata da gruppi salafiti radicali che a volte riescono a entrare in possesso di parti dell’arsenale di Hamas – così si spiega in parte il razzo occasionale. Per quanto tempo Hamas può fungere da diga a queste fazioni dipenderà dalle alternative disponibili. Il Movimento di Resistenza Islamico è più isolato che mai a livello regionale, mentre i negoziati paralleli con Israele per porre fine al blocco della Striscia di Gaza e con Abbas per la riconciliazione nazionale non hanno portato da nessuna parte.

Per il momento, Hamas sembra essere concentrata a promuovere la “resistenza” in Cisgiordania per mettere in difficoltà l’Autorità palestinese e a tenere a freno la violenza a Gaza. Anche in questo caso, la domanda è per quanto tempo questa strategia terrà e cosa potrebbe far scegliere ad Hamas (o a qualche fazione all’interno del suo braccio armato) l’escalation.

epa04984192 Israeli soldiers take up position during clashes with Palestinian protesters in the West Bank city of Hebron, 19 October 2015. Israel wants to partially wall off and place obstacles in Arab sections of Jerusalem to hinder Palestinian access to predominantly Jewish areas after a wave of knife attacks. Israel's existing security wall, built in 2002, was built between East Jerusalem and the West Bank, outside the Israeli-drawn municipal boundary. EPA/ABED AL HASHLAMOUN

(Militari israeliani durante scontri a Hebron)

Tre scenari possibili

In ultima analisi, per affrontare la situazione attuale Israele ha tre opzioni con infinite variazioni. La prima è quella di tenersi lo status quo, compreso un certo livello di violenza e insicurezza. Tutto questo implicherà l’aumento progressivo dei livelli di repressione (…) I costi umani e la sostenibilità di questa ipotesi sono discutibili e tuttavia è questa quella di gran lunga più probabile.

La seconda opzione è quella di attuare un piano negoziato per separare gli israeliani dai palestinesi. Ciò significa la creazione di uno Stato palestinese in cui, per esempio, non sarà Israele a decidere chi entra e chi esce. L’opzione “separazione negoziata” è molto improbabile dato che la strategia (bipartisan) israeliana degli ultimi tre decenni, è stata quella di confondere le linee, in particolare consentendo a un numero crescente di ebrei israeliani di vivere tra i palestinesi, sia a Gerusalemme che in Cisgiordania. (…)

La terza opzione è quella di riconoscere che tra il fiume Giordano e il Mediterraneo vi è ora, grazie all’espansione degli insediamenti, un unico spazio politico. E non si vuole tornare alla prima opzione, e alla violenza che comporta, si devono riconoscere pari diritti e doveri a tutti i residenti. Un’ipotesi molto improbabile data la tendenza attuale nella opinione pubblica israeliana.

L’Europa

Pur mantenendo il suo impegno per una soluzione a due Stati, l’Europa dovrebbe iniziare a discutere su come lavorare per garantire meglio i diritti umani di tutti gli individui che vivono in quello che è attualmente un unico spazio politico in cui gli esseri umani godono di  diritti diversi sulla base di uno status giuridico che dipende dal gruppo etnico in cui sono nati. (…) E’ importante che la questione della parità di diritti umani per tutti coloro che risiedono tra il fiume Giordano e il Mediterraneo entri a far parte della conversazione sul conflitto israelo-palestinese, non facendola dipendere dalla implementazione soluzione dei due Stati che, pur altamente desiderabile dal punto di vista europeo, non è sul tavolo nel prossimo futuro.

Nel frattempo, l’Europa può fare di più per preservare l’obbiettivo dei due stati attuando pienamente la legislazione Ue sull’esclusione di attività israeliane nei Territori palestinesi occupati dai legami crescenti tra Ue e Israele. (…) Non è solo una questione legale, è anche politicamente auspicabile perché potrebbe modificare le opinioni del pubblico israeliano, e offrire una soluzione pacifica, alternativa e basata sul diritto per modificare lo status quo.

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Liguria, più cemento nei parchi: ecco il piano casa firmato Toti

La giunta regionale guidata da Giovanni Toti lunedì sera ha approvato il nuovo piano casa della Liguria (che entro l’anno andrà ai voti in consiglio regionale). Un piano al centro delle critiche di ambientalisti e opposizioni, soprattutto perché consente l’ampliamento degli edifici da riqualificare anche nei parchi regionali, pur sotto il controllo dell’Ente che li gestisce: «In Liguria i parchi sono troppi», ha detto poi Toti, per rispondere alle critiche di 5 stelle e sinistra, senza neanche preoccuparsi di negare gli effetti cementificatori della scelta.
È l’assessore all’Edilizia Marco Scajola, nipote del noto Claudio con casa al Colosseo, a minimizzare: «Nel Piano casa precedente», dice, «alcuni parchi erano inclusi, altri no. Oggi sono stati inseriti tutti quanti. Ma saranno le stesse autorità del parco a dire se l’intervento di riqualificazione di un immobile di può fare o no». I parchi finora esclusi da bonus erano i Parchi di Portofino, Cinqueterre, Portovenere e Montemarcello-Magra.
Sono tutti gli edifici da ricostruire, comunque, che potranno godere di un aumento della percentuale di ampliamento, che andrà dal 35 per cento al 50 per quelli che si trovano in zone a rischio esondazioni e che verranno ricostruiti in zone sicure. «Di riqualificazione si deve parlare e non di ampliamento», continua però Scajola il minimizzatore: «Gli ampliamenti ci sono solo perché senza incentivi nessuno sarebbe motivato a spostare o a migliorare lo stato dei propri immobili».
 
«Il nostro piano casa darà una vera scossa al settore dell’edilizia, che maggiormente sta vivendo la crisi in Liguria, con 4000 persone disoccupate e infinite situazioni di sofferenza», è invece l’aspetto che più sta a cuore a Toti, che non si accorge, però, di usare così lo stesso argomento con cui Matteo Renzi («Bisogna rilanciare il settore dell’edilizia») ha difeso la scelta di eliminare l’Imu sulla prima casa, per tutti, a prescindere tanto dal reddito familiare quanto dalla lussuosità dell’abitazione.
 
Oltre a la sinistra ligure (che alle ultime regionali, candidando il civatiano Luca Pastorino, ha rotto con il Pd) e ai 5 stelle, voce contraria al piano Casa è anche quella di Raffaella Paita, candidata del Pd alle ultime regionali, sconfitta, fortemente voluta da Matteo Renzi. «Credo sia giunto il momento di dire basta. Occorre una forte mobilitazione per difendere il nostro territorio dal duo Toti/Scajola e dalla colata di cemento che promettono di far arrivare nei prossimi anni sulle nostre coste e nel nostro entroterra», dice Paita, incurante che i 5 stelle riconducano invece il piano Toti nel solco dell’ex governo di centrosinistra. Notano, ad esempio, come quello di Toti rimandi a future valutazioni eventuali modifiche alla norma introdotta da Burlando, che consente di costruire fino a cinque metri dall’alveo dei fiumi, seppur in zone non a rischio.
«Quelli che adesso frignano e ci accusano di cementificare», replica non a caso Toti, per una volta concorde con i 5 stelle, «sono gli stessi che da trent’anni non hanno impedito la cementificazione selvaggia di questa Regione e non sono stati nemmeno capaci di agganciare la ripresa legata a quella cementificazione».
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Il nuovo governo del Canada taglierà gli F-35?

Il nuovo governo del Canada, guidato dal liberale Justin Trudeau che piuttosto a sorpresa ha mandato a casa i conservatori, potrebbe ritirare il Paese al programma degli F-35. O almeno così ha promesso il neoeletto premier circa un mese fa in campagna elettorale, quando aveva parlato di un nuovo piano «per rendere più snello, agile e meglio attrezzato il sistema militare canadese, che continuerà comunque a essere finanziato dai piani per la Difesa Nazionale già approvati in passato». La volontà del nuovo governo sarebbe quella di indire un nuovo bando di gara per l’acquisto di aerei da combattimento diversi dagli F-35: «ci sono molti altri modelli già testati a costi molto inferiori, che potremmo iniziare a utilizzare da subito. Il governo conservatore non ha mai effettivamente giustificato o spiegato perché il Canada avesse bisogno di caccia di quinta generazione, molto costosi, come il velivolo F-35» aveva detto Trudeau lo scorso settembre. «Con le decine di miliardi di dollari risparmiati sarebbe possibile ampliare la spesa per la Royal Canadian Navy che, da tempo, è in attesa di fondi per navi da combattimento da superficie» aveva aggiunto. Contemporaneamente, il primo ministro canadese aveva sottolineato che il suo governo avrebbe interrotto il bombardamento degli obiettivi contro lo Stato Islamico in Siria.


 

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Un cambiamento di rotta significativo dal momento che, il precedente governo del conservatore Stephen Harper, è stato un sostenitore entusiasta dell’acquisto degli jet F-35: il Canada si è impegnato a comprare 65 jet, per poi rimangiarsi l’entusiastica promessa dopo aver realizzato l’elevato costo e le difficoltà tecniche in cui sarebbe incorso il Paese. Nel 2002 il Canada aveva aderito al Joint Strike Fighter Program, il programma trentennale stipulato da nove Paesi, tra cui Australia, Usa e Italia con lo scopo di avviare la produzione su vasta scala dei nuovi jet, definiti “l’arma più costosa del mondo”. Il ritiro del Canada dall’accordo potrebbe adesso costituire un problema per i paesi che ne fanno parte. Il Sydney Morning Herald australiano, ad esempio, si chiede se l’eventuale ritiro del Canada non costituisca un nuovo aggravio dei costi per i Paesi che sono impegnati nel progetto.