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Pubblicità al gioco d’azzardo, i 5 stelle per l’abolizione

Nel territorio italiano, il gioco d’azzardo è vietato. Salvo deroghe. Negli anni, l’eccezione è diventata la regola, alimentando non solo la dipendenza che è legata alla scommessa, ma anche il business, sempre più chiaro e sempre meno pulito, che vi è alla base. Le videolottery, le slot machine, i punti scommessa, si sono diffusi in maniera impressionante e capillare, fino ad abbattere la percezione del rischio e tanto da portare spesso amministratori locali a chiederne quantomeno la distanza a 500 metri dalle scuole.

Stando ai dati Nomisma del 2015, il 51 per cento dei minorenni ha giocato d’azzardo almeno una volta nell’ultimo anno. Di questi, il 6 per cento gioca quotidianamente e il 32 per cento nasconde ai genitori o minimizza le somme effettivamente spese. A oggi, sono circa 15 milioni i giocatori abituali, 800mila quelli affetti da dipendenza patologica. L’ “azzardopatia” è una malattia fortemente debilitante e, non a caso, nel novembre del 2012 è stata inserita per legge nei Lea, Livelli essenziali di assistenza, con un costo per il servizio sanitario nazionale annuale che ammonta a quasi 6 miliardi di euro.

Ogni anno, lo Stato incassa solo dalle concessioni e relativi canoni mensili e tassazione (che ricordiamo aumenta in base all’incasso dovuto alle giocate), oltre 10 miliardi annui. Concessioni che il governo Letta rinnovò e ampliò. Nella legge di stabilità di quest’anno, alle 15mila esistenti si andrebbero ad aggiungere 7mila nuovi corner – dato immediatamente corretto dal premier sebbene il documento della Finanziaria tardi a essere reso noto. Sempre a bilancio, è previsto un apposito bando di 500 milioni dedicato proprio all’acquisizione o al rinnovo di queste licenze – che in ogni caso non dovranno superare il tetto delle 22mila concessioni (motivo per cui il governo sostiene di non aver aumentato il numero di concessioni).

L’esecutivo conta di incassare per la copertura dell’anno prossimo, un miliardo di euro dalle imposte e dalle nuove gare previste (500milioni ciascuno). È dunque difficile pensare che abbia intenzione di sbarazzarsene o limitarne il mercato.
Si riapre inoltre la procedura di condono delle agenzie senza concessione: su 7000 solo 1200 hanno avviato la procedura l’anno scorso. Le altre hanno continuato ad agire senza licenza – con relativo buco nel bilancio previsto dalla finanziaria dell’anno scorso di 180milioni. E anziché fargli chiudere i battenti, il governo gli offre la possibilità di sanare la propria illegalità.

Ma c’è un altro mercato, connesso al gioco d’azzardo, che ogni anno produce un guadagno all’editoria e in generale ai media (tra questi anche le reti del servizio pubblico) di circa 200milioni di proventi: quello della pubblicità. I concessionari infatti sono obbligati a investire parte dei loro introiti in pubblicità, in base alla convinzione che il gioco legale – ricordate lo spot “gioca responsabilmente”, o “gioca senza esagerare”? – possa estirpare quello illegale.

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Non la pensano così i parlamentari del Movimento 5 stelle, per i quali la pubblicità ha «assunto un ruolo determinante e pesantissimo. Non solo per il reclutamento di nuovi giocatori. Essa promuove una visione distorta dell’individuo e dei rapporti sociali».

Così, accogliendo la richiesta che arriva a gran voce e da tempo da comitati e associazioni no-slot (NoSlot, SlotMob, SenzaSlot) e Libera, hanno elaborato un disegno di legge per l’abolizione, totale e senza eccezioni (come sponsor o versamenti alle fondazioni), della pubblicità del gioco d’azzardo (ddl 2024, Introduzione del divieto di pubblicità per i giochi con vincite in denaro). I Cinquestelle, con il senatore Giovanni Endrizzi in testa, hanno ottenuto la dichiarazione d’urgenza, e la discussione sul ddl è finalmente partita nelle Commissioni Sanità e Finanza al Senato.

Il testo è molto semplice, con un unico articolo diviso in tre commi, ma basta e avanza per mettere in chiaro la politica di contrasto incondizionato del marketing dell’azzardo:

  1. È vietata qualsiasi forma, diretta o indiretta, di propaganda pubblicitaria, di ogni comunicazione commerciale, di sponsorizzazione o di promozione di marchi o prodotti di giochi con vincite in denaro, offerti in reti di raccolta, sia fisiche sia on line.

 

Prevede poi una sanzione amministrativa per qualsivoglia violazione, da 50.000 a 500.000 e che i proventi derivanti dall’applicazione delle sanzioni saranno destinati «alla prevenzione, alla cura e alla riabilitazione delle patologie connesse alla dipendenza da gioco d’azzardo».

I pentastellati segnalano tra l’altro un dato significativo: il 56 per cento dei giocatori patologici è disoccupato. Il che può sembrare scontato, ma allo stesso tempo deve far riflettere sul ruolo distorto che ha assunto lo Stato in questa partita. Lo Stato, dovrebbe porsi come tutore di fasce a rischio vieppiù in un momento in cui la crisi rischia di far sprofondare interi strati in dipendenze equivalenti a quelle che furono le droghe negli anni 80.

«È lo stesso Stato a consentire una pratica che pone maggiori ostacoli alle fasce deboli e che impatta con conseguenze disastrose su un numero enorme di persone – scrivono – anche le stime più ottimistiche parlano di un numero di giocatori patologici tra gli 800.000 e i 900.000, pressoché il doppio dei tossicodipendenti calcolati in Italia, pur avendo situazioni cliniche e conseguenze sulla salute personale e familiare del tutto paragonabili. Si ravvisa quindi – concludono – anche un contrasto con l’articolo 32 della Costituzione, in base al quale proprio lo Stato dovrebbe tutelare la salute dei cittadini, non metterla in pericolo».

Tra gli altri ddl, quella del Pd, che è simile (presentata un giorno dopo rispetto a quella 5 Stelle), salvo abbassare le sanzioni (con la minima che parte da 20.000 euro a un massimo di 200.000 euro) e destinarle al bilancio dello Stato che a sua volta le reindirizzerà a interventi di generica «educazione sanitaria», e salvo essere del Pd, ovvero del partito di governo, che come abbiamo visto non ha nessuna intenzione di rinunciare agli introiti di questo mercato in espansione.

Emerging Talents, talenti della fotografia in mostra a Roma

Le foto che vedete sono una piccola parte della mostra Emerging Talents, che nell’ambito del Festival della fotografia di Roma, raccoglie i lavori di quattro fotografi inediti in Italia:Antoine Bruy, Salvi Danés, Jing Huang, Dina Oganova.

La mostra si inaugura venerdì 23 ottobre alle 18. 
Officine Fotografiche – Via Giuseppe Libetta, 1 – Roma
Dal 23 Ottobre al 20 Novembre 2015

© Dina Oganova© DINA OGANOVA

© Salvi Danés_Black Ice, Moscow 2012© Salvi Danés_Black Ice, Moscow 2012

© Antoine Bruy_ Scrublands© Antoine Bruy_ Scrublands

Grandi navi a Venezia, le foto e la lettera di Berengo Gardin al sindaco

Alcune cose che vorrei dire al sindaco… di Gianni Berengo Gardin

Mi dispiace molto quando qualcuno si dà la zappa sui piedi, mi dispiace quindi anche per il sindaco di Venezia. Gli sono anche molto grato, perché bloccando la mia mostra a Palazzo Ducale mi ha fatto un grande favore: tutti i giornali italiani e stranieri (Le Monde, il Guardian, El Pais, il New York Times e molti altri) ne hanno parlato diffusamente. È probabile che, se non ci fosse stata tutta questa attenzione da parte della stampa, la mostra sarebbe stata vista da molte meno persone.

Devo essere grato a Celentano e a tutti gli artisti, architetti, uomini di cultura e semplici cittadini che hanno preso le mie difese. Devo inoltre ringraziare Roberto Koch e Alessandra Mauro della Fondazione Forma, curatori della mostra e del libro, senza il cui impegno questa mostra non si sarebbe fatta. E naturalmente il FAI.

Sono doppiamente felice che il FAI mi abbia invitato a esporre le mie fotografie nel Negozio Olivetti di Piazza San Marco: ho fotografato diverse opere per l’architetto Carlo Scarpa che ne è stato il progettista e per oltre 15 anni ho lavorato per l’Olivetti.

Il sindaco Brugnaro mi ha insultato più volte: mi ha dato dello “sfigato”, dell’“intellettuale da strapazzo”, del “Solone”. Ha detto che avrei denigrato Venezia, mi ha definito un “intoccabile”– non lo sapevo, lo ringrazio di avermelo fatto sapere – e se l’è presa con me perché ho il doppio cognome.
Non voglio mettermi sul suo stesso piano, ma un paio di cose vorrei le sapesse.

La mia famiglia è veneziana da cinque generazioni, per tre abbiamo gestito un negozio di artigianato veneziano e perle in Calle Larga San Marco. I Berengo Gardin e il negozio sono citati già nel 1905 dallo scrittore Frederick Rolfe Baron Corvo nel suo libro su Venezia “Il desiderio e la ricerca del tutto”. La casa dei nonni affacciava su Piazzetta dei Leoncini, mio padre è praticamente nato in Piazza San Marco, e io, anche se sono nato per i casi della vita a S. Margherita Ligure, ho vissuto 30 anni a Venezia. Mia moglie è veneziana e i miei figli sono nati a Venezia.
Per questo, il problema del passaggio delle grandi navi mi sta particolarmente a cuore: perché mi sento venezianissimo.

Forse il sindaco non sa, inoltre, che a Venezia ho dedicato ben 10 libri, esaltandone in tutti i modi la bellezza, a partire da uno dei miei primi, Venise de Saison pubblicato nel 1965.

Per quanto poi riguarda l’accusa di aver usato “chissà quali teleobiettivi” per creare effetti artificiosi, vorrei sottolineare il fatto che ho addirittura dovuto utilizzare dei grandangoli, perché le navi erano così grandi che non entravano nel mirino della macchina. Solo in alcuni casi ho usato un 90 millimetri, che non è teleobiettivo.

Per finire, il sindaco Brugnaro dovrebbe conoscere la Costituzione Italiana, che all’art. 21 dice: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.


 

Gianni Berengo Gardin
Venezia e le Grandi Navi
Venezia, Negozio Olivetti, Piazza San Marco 101
La mostra sarà aperta da giovedì 22 ottobre 2015 (apertura al pubblico ore 15.30) al 6 gennaio 2016
Orari: da martedì a domenica dalle 10.00 alle 18.30


4. © Gianni Berengo Gardin-Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Gianni Berengo Gardin, Davanti a San Marco.
© Gianni Berengo Gardin-Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

5. © Gianni Berengo Gardin-Courtesy Fondazione Forma per la FotografiaGianni Berengo Gardin, Davanti alle Zattere, nel Canale della Giudecca.
© Gianni Berengo Gardin-Courtesy Fondazione Forma per la Fotografia

Gianni Berengo Gardin

Marino insiste: «Con le primarie potrei ricandidarmi»

La resistenza continua. Ignazio Marino intervistato da la Repubblica torna a spiegare gli scontrini contestati e risponde sulle smentite dell’ambasciata del Vietnam e su quelle del titolare della “Taverna degli amici”. Sugli sviluppi politici delle sue dimissioni che vale la pena aggiornarvi.
 
Marino conferma intanto di non volersi proprio risparmiare il passaggio in consiglio comunale. Vuole farsi sfiduciare formalmente, Marino, o forse – capatosta – è convinto di trovare i numeri per andare avanti: «Sto incontrando i consiglieri», dice, «voglio ascoltare le opinioni degli eletti dal popolo». A tutti, Marino, sta facendo notare il supporto ricevuto in questi giorni, supporto che avrà il suo apice nella manifestazione convocata per domenica 25 ottobre in Campidoglio. Possiamo immaginare che Marino dica ai consiglieri quello che da Repubblica dice a Renzi: «Ho grande rispetto per Renzi» – che è quindi indicato come mittente della richiesta di dimissioni recapitata da Matteo Orfini – «ma mi permetto di dire che non capita tutti i giorni che 50mila persone firmino una petizione per chiedere al sindaco di restare».
Se tanto ascolto non dovesse produrre lo sperato frutto, però, Marino spiega anche cosa potrebbe fare dopo. Ed è insistere, se non si fosse capito. «Se si faranno le primarie è possibile che ci sia anche io», dice il sindaco a Sebastiano Messina, che è un modo per dire che al momento – come abbiamo scritto sull’ultimo numero di Left – non esiste lo scenario di una candidatura alternativa, una cosa che magari coinvolga pezzi della sinistra e che ricordi lo schema seguito da Luigi de Magistris a Napoli. Non lo vuole Marino, al momento, non lo vogliono i pezzi sparsi della sinistra, da Civati a Sel. «Io sono un nativo del Partito democratico», dice Marino imperterrito. Per il Pd che voleva liberarsi di lui non è però una buona notizia. Marino, le primarie, rischia anche di vincerle.

«Il riscaldamento del pianeta riduce il Pil». Al via la mobilitazione globale sul clima

Secondo una ricerca della Stanford University pubblicata sulla rivista Nature, il riscaldamento globale in atto farà sì che il Prodotto interno lordo dell’intero Pianeta nel 2100 sarà inferiore del 23 per cento rispetto a quello che potrebbe essere senza gli sconvolgimenti climatici. «Stiamo fondamentalmente buttando via i soldi nel momento in cui non affrontiamo la questione», ha spiegato Marshall Burke, docente della Stanford University. «Consideriamo il nostro studio uno strumento per fornire una stima dei benefici legati alla riduzione delle emissioni». Lo studio, intitolato “Global non-linear effect of temperature on economic production”, ha preso in considerazione i dati storici relativi al rapporto tra aumento di temperatura e produttività, senza tener conto dell’impatto economico dell’innalzamento del livello dei mari, delle tempeste o degli altri effetti del cambiamento climatico. Non è la prima che una ricerca collega  l’emergenza climatica a un calo del Prodotto interno lordo: un report di due mesi fa realizzato dal colosso bancario statunitense Citigroup ha evidenziato come, nei prossimi anni, contenendo l’aumento di temperatura entro 1,5 gradi centigradi si può contenere la perdita di Pil mondiale entro i 20mila miliardi di dollari.

Il costo della mancata risposta, spiega lo studio, sarà di 44mila miliardi di dollari di perdita di Pil al 2060 se la temperatura aumenterà di 2,5 gradi e addirittura di 72mila miliardi se l’aumento sarà di 4,5 gradi centigradi.

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La notizia arriva mentre a Bonn sono in corso i negoziati preliminari al vertice sul clima di fine novembre a Parigi. Proprio in vista della Conferenza delle parti (Cop21) francese che dovrà fissare nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, l’Ong Corporate Accountability International ha lanciato una petizione per chiedere di escludere le grandi aziende inquinatrici dai negoziati sul clima. Gli attivisti chiedono che società energetiche, compagnie petrolifere e del gas, produttori e “utilizzatori” di carbone non interferiscano con le trattative. A denunciare le pressioni di questa lobby per boicottare il successo dei negoziati è uno dei portavoce di Corporate Accountability International, Jesse Brag, il quale traccia un parallelismo con l’industria del tabacco e la “manipolazione” che ha ritardato così tanto la presa di coscienza collettiva sui danni del fumo.

Le ultime notizie da Bonn riguardano il braccio di ferro tra G77 e Cina contro i Paesi più ricchi. I 77 (che in realtà sono 180 e rappresentano l’80% della popolazione) chiedono risorse per applicare le politiche di riduzione delle emissioni, che al momento non ci sono nella bozza di documento in discussione. Nel 2009 a Copenhagen la promessa era di 100 miliardi l’anno a partire dal 2020. Ma la conferenza nella capitale danese fu un fallimento.

Un’attività di pressione che – nel caso del clima – avviene soprattutto nei confronti di governi e parlamenti nazionali e che, ad esempio, negli Usa ha preso di mira il Clean Power Plan del presidente Obama. A supporto di questa tesi l’Ong cita un documento dell’organizzazione no-profit britannica InfluenceMap dal titolo Big Oil ant the obstruction of climate regulations. Altra criticità, spiegano gli attivisti della campagna “Kick big polluters out of climate policy” che intanto ha quasi raggiunto le 400mila adesioni, sono le cosiddette “sliding doors”, le porte girevoli che vedono sempre più spesso esponenti dell’industria fossile passare in ruoli chiave della pubblica amministrazioni (e viceversa) per occuparsi proprio di energia e clima. Un’osmosi che influenza pesantemente le scelte dei governi in materia di riduzione delle emissioni climalteranti.

Basta dare un’occhiata alla classifica delle 25 multinazionali più potenti del Pianeta recentemente riprodotta dal Centro nuovo modello si sviluppo per capire che ruolo giochino nel determinare le scelte dei governi giganti delle energie fossili come Sinopec, con 446.811 milioni di dollari di fatturato, Royal Dutch Shell, China National Petroleum, Exxon Mobil, Bp, Total, Chevron.

Le 25 maggiori multinazionali

In Italia parte oggi una tre giorni di mobilitazione della Coalizione di associazioni ambientaliste nata in vista della Cop21  di Parigi: lo slogan scleto è “Il clima è il mio pallino”, con scritta bianca su un cerchio rosso che ricorda il Pianeta surriscaldato. Le attività procederanno fino ai giorni del vertice, con una marcia globale prevista per domenica 29 novembre con l’obiettivo di fare pressione per un accordo soddisfacente. Organizzazioni internazionali come 350.org e Attac Francia annunciano invece azioni di disobbedienza civile in concomitanza con gli ultimi giorni del summit parigino, l’11 e 12 dicembre. 130 organizzazioni internazionali e migliaia di persone confluiranno attorno a Le Bourget, la zona di Parigi sede del vertice sul clima, portando con sé delle fasce gonfiabili di colore rosso per simboleggiare i limiti da non oltrepassare se si vuole salvare il destino del Pianeta e di chi lo abita, contenendo l’aumento della temperatura globale entro i due gradi centigradi al 2100.

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Se potessi avere 500 euro all’anno…

Tanto per riflettere sulle diseguaglianze della Buona scuola. Nella sala insegnanti di ogni scuola d’Italia d’ora in poi siederanno fianco a fianco due tipi di insegnanti. Uno di serie A e l’altro di serie B. Fanno lo stesso lavoro, le stesse ore, nelle stesse classi. Ma alcuni avranno sul proprio conto corrente (la spedizione è già iniziata) il bonus di 500 euro per la formazione e l’aggiornamento, altri invece non avranno assolutamente niente. Sì, perché il provvedimento contenuto nella Legge 107/2015 “Carta del docente” (qui il testo) esclude una bella fetta di docenti. Non godranno dei benefici della “Carta” infatti tutti quei docenti che non rientrano nel piano straordinario delle assunzioni e che hanno ricevuto “soltanto” una supplenza annuale e che quindi lavoreranno fino al 30 giugno o i più fortunati fino al 31 agosto. Per loro, che sono quelli che forse ne avrebbero più bisogno, visto che guadagnano meno, niente soldi per la formazione. Eppure potrebbero essere loro i più privilegiati, visto che sono precari. Invece la legge prevede i soldi per aggiornamento informatico, per spettacoli, musei, acquisto di libri o corsi di formazione, solo per i docenti attualmente di ruolo, così come quelli che saranno assunti nella fase C del piano straordinario, a novembre, circa 50mila. Secondo il sindacato Anief rispetto ai 650mila insegnanti che riceveranno il bonus, sono circa 300mila i lavoratori della scuola che rimarranno a bocca asciutta. In questo numero l’Anief fa rientrare anche tutto il personale Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari) che, secondo il sindacato autonomo, avrebbe diritto alla formazione al pari dei docenti.

Per questo motivo l’Anief avvia un ricorso al Tar che scade il 19 novembre (qui). E anche la Flc Cgil annuncia che proporrà «di valutare eventuali azioni legali per chiedere l’attribuzione del bonus anche a coloro che ne sono rimasti esclusi».

Intanto, entro il 31 agosto 2016 tutti gli altri, i fortunati del bonus, dovranno presentare la rendicontazione delle spese effettuate. Tra l’altro, con proteste (vedi qui) da parte dei dipendenti delle segreterie amministrative che si troveranno una mole di lavoro immensa. Immaginatevi verificare gli scontrini o i biglietti degli spettacoli…

Infine, al di là degli annunci autoincensanti da parte del premier sulla Carta docente – che comunque è una buona cosa se fosse data a tutti -, ricordiamo che il contratto nazionale degli insegnanti è fermo da sei anni e che gli stipendi dei docenti italiani sono tra i più bassi d’Europa. Lo stipendio medio va da un minimo di 23mila euro per la scuola primaria e dell’infanzia ai 38mila nei licei. In Spagna un insegnante guadagna 46mila euro, in Francia 47mila, in Germania fino a 70mila, come racconta il rapporto Eurydice (qui).

E dulcis in fundo, il bonus è su un cedolino a parte, cioè è un importo decontrattualizzato. Insomma, una specie di mancia. Domanda: per ingraziarsi i prof che durante i mesi scorsi hanno combattuto la Buona scuola, promettendo di non votare Pd? Vedremo…

 

Metti una sera al bar di via Cestio

Gianluca mette i portacenere di plastica che sennò poi se li tirano addosso e glieli rompono. Mica per romperglieli che se li tirano, ma perché a un certo punto è possibile che scatta la rissa. Ma nemmeno ci sta sempre la rissa. Io per esempio ne ho vista una sola. Poi è arrivata la polizia. Stavamo tutti fuori perché un dentro vero al bar di Gianluca non ci sta. Il bar è piccolo, è sul marciapiede della Tuscolana. E insomma stavamo fuori e arrivano due macchine della polizia e scendono i poliziotti con la mano sulla pistola e fanno un gran casìno come se devono arrestare i terroristi e invece ci stiamo solo noi e non ci stava più nemmeno la rissa. Che poi non era proprio una rissa. Era che due s’erano messi a urlarsi contro cose del tipo Io ti spacco la faccia e roba del genere.

E io m’ero pure messo in mezzo. Dicevo una cosa del tipo Ragazzi calmatevi sennò arrivano le guardie, che infatti sono arrivate e sono scese dalle macchine come se c’era una rapina americana di quelle dei film che sparano col mitra e invece no. Invece c’eravamo noi che stavamo seduti a bere e a chiacchierare, però sono bastati quei cinque minuti di strilli e qualcuno ha chiamato le guardie. E queste ci urlavano che non dovevamo muoverci e gli dovevamo dare i documenti e a un certo punto io gli ho pure detto Vi stiamo dando i documenti e non ci muoviamo, è inutile che me lo ripeti. E infatti poi si sono dati una calmata. Poi me ne sono andato a casa ché s’era pure messo a piovere, ma insomma ci sarei andato lo stesso perché erano quasi le tre di notte. E mentre me ne tornavo a casa col furgone, piano piano, ho pensato a quello che era appena successo, cioè al fatto che mi ero messo in mezzo a due che si volevano spaccare la faccia e uno c’aveva pure la bottiglia in mano e magari me la spaccava in faccia o comunque bastava pure una gomitata o uno schiaffo che m’avrebbe sbattuto per terra. Io con le botte non sono mai stato proprio capace. E poi ho pensato che sono arrivate le guardie e noi al bar eravamo tutti tranquilli, ma magari c’era uno con la coca e cercava di scappare e quelli tiravano fuori la pistola per davvero o uno ubriaco che sbroccava o magari puro uno messo male con la testa che se vede le guardie imbastisce un casìno. Insomma, ho pensato che dopo le botte che potevo prendere nella rissa ci poteva scappare anche qualche casino con la polizia. E che potevo anche essere io quello che combinava il casino per il fatto che alla guardia gli ho detto che doveva abbassare la cresta perché lì al bar ci stava tutta gente tranquilla.

Che poi se ne sentono tante di storie di gente che viene menata dalle guardie. Uno a Milano è morto proprio così, cioè stava al bar e qualcuno ha chiamato la polizia che è arrivata, dice che Ferulli, così si chiamava quello che è morto, forse c’ha mezzo litigato e quelli hanno detto che dovevano fermarlo in qualche maniera e l’hanno fatto. Tant’è che poi è proprio morto. C’ha avuto l’infarto. Ma poi al processo hanno detto che il motivo dell’infarto non sono le botte, ma lo stress. Cioè che le botte gli hanno provocato uno stress che poi gli ha provocato l’infarto. Così hanno detto. E poi c’era pure quell’altro che è morto sempre nel settentrione, precisamente a Varese. Io c’ho dei parenti da quelle parti, ma non c’entra niente con la storia che sto scrivendo e nemmeno col film che ho appena girato e che sarebbe il motivo di questo articolo sulla rivista Left, ma se continuo di questo passo vado troppo fuori tema e allora riparto da Varese. Sì, appunto, a Varese è morto Giuseppe Uva. Pure lui aveva bevuto un po’, ma non stava più al bar, stava per strada con un amico e hanno spostato una transenna e allora deve essere successo pure lì che qualcuno ha chiamato le guardie. Poi il giorno appresso Giuseppe era morto.

E insomma io me ne torno a casa piano piano e penso a questa rissa e poi alle guardie e poi a questi due morti e vado piano perché se mi fermano e mi fanno il palloncino magari mi levano pure il furgone.

E questa cosa è successa una notte al bar all’angolo di via Lucio Sestio dove c’è anche la macchinetta per le fototessera e l’entrata della metro. Per il resto di litigate vere e proprie non ne ho viste, ma Gianluca è preoccupato per i portacenere e ha messo quelli di plastica.


Dopo il film La pecora nera, Ascanio Celestini torna al cinema con Viva la sposa, un film che racconta poeticamente il suo quartiere di nascita, il Quadraro, fra crisi economica e inaspettate visioni, come quella della bella bionda che attraversa le strade vestita da sposa. Ad interpretarla è Alba Rohrwacher. Accanto a lei Salvatore Striano, Francesco De Miranda, Veronica Cruciani e molti altri, compresa la bravissima Barbara Valmorin. Dopo la presentazione allo scorso festival del cinema di Venezia il film è in sala (questo articolo è comparso sul numero 40


 

E le bottiglie? gli faccio. Infatti pure quelle si tirano. Infatti ci stanno certi posti dove la bottiglia di birra la tiene in mano solo il barista. A te ti danno il bicchiere di plastica. A Bologna uno m’ha dato anche il vino nel bicchiere di plastica. Mi fa tutta la tiritera sui vini speciali che vende lui e poi mi mette il vino speciale nel bicchiere di plastica. Era al centro di Bologna in un bar fichetto. Poi è entrata una coppia di fichetti che conoscevano il barista e a loro gli ha dato il vino nel bicchiere di vetro. Il barista fichetto se n’è fregato che stava facendo una brutta figura con me. Non sono cliente, ecco tutto. Coi clienti fichetti fa il gentile, con me no.

Ma tornando al bar di Gianluca, beh quello è il posto che doveva essere il bar del mio film. Gianluca me l’ha detto cento volte Allora? quando lo giriamo ‘sto film? E invece non è stato possibile perché sta troppo in mezzo alla strada e per i permessi è un casìno, e poi c’è troppo rumore di giorno. Però Gianluca nel film mio ci sta. Mi da due bottiglie di Sambuca in una delle ultime scene. Io mi prendo la Sambuca e monto sul furgone proprio come quando andavo al bar di Gianluca per davvero e poi rimontavo sul furgone. E poi nel film ci stanno tutti quelli che stanno al bar. Cioè non proprio quelli veri, ma gente come loro. Gente come Agostino che è sardo e ogni tanto è un po’ triste. Gente come Stefano che stavo a comprare un computer da lui e m’ha lasciato il numero e invece del cognome mi dice Scrivi Stefano Microchip. E poi Marco detto Scimmia che mi dice degli anni Sessanta e delle pipe a terra che facevano ai prati dell’Appio Claudio. Marco è il tipo che gli offri una birra e poi lui te la apre col suo multiuso e col tappo ci fa uno scarabeo. E ci sta pure Magnum che ha saputo che facevo un film e lui s’è messo a cantare. Giulia ha detto Ammazza che canna! Dove la canna sarebbe la gola, che cioè significa che c’ha una voce potente. Non mi ricordo se ha detto proprio canna, comunque potrebbe essere che ha detto proprio canna, e se non era canna, era una cosa del genere. E poi un sacco di altra gente tipo Laura, Angela, Jim eccetera. Gente tipo quello che non avevo mai visto e mi fa Che me accompagni a casa col motorino, perché quella volta stavo col motorino e non col furgone che sta pure nel film. E io gli ho fatto presente che avevo solo un casco. E lui E vabbè, allora non se lo mettemo nessuno dei due er casco, e a me mi è sembrato un pensiero filosoficamente ineccepibile.

Nelle ultime duecentocinquanta parole che posso scrivere in queste pagine vorrei spiegare al lettore il perché di questo racconto che sembra che non parla per niente del film (Viva la sposa ndr), invece sì. Vedrai che nel mio film ci stanno i morti, le macchine incendiate, gli incidenti con l’effetto speciale, c’è l’amore ricambiato, ma anche no. Ci stanno prostitute e truffatori e uno viene anche massacrato di botte dalle guardie. Chi sono tutti questi personaggi? Che è questa storia? Allo spettatore gli dico Pensa che tutto quello che vedi è già successo. Pensa che tutti quei personaggi vivono come se fossero già morti da un secolo e vanno incontro al destino come se ce l’avessero già dietro le spalle e non hanno più niente da perdere. Pensa che non stai al cinema a vedere il film. Pensa che stai al bar. Spettatore, pensa al tuo bar, quello dove passi due minuti o tre ore, quello che ti fa piacere starci dentro anche solo per il caffè ristretto bevuto in fretta come i ciclisti che pisciano in corsa. Ecco, pensa che il mio film non è un film, ma una storia che senti al bar. Una storia di gente che non c’è più, ma che è uguale alla gente che c’è ancora e pure a te. E soprattutto ricordati che questa storia la racconta un attore ubriaco.

Bombe russe sugli ospedali in Siria. E’ la guerra aerea

L’ultimo bombardamento aereo russo in Siria ha causato almeno 13 morti: Sarmin, un villaggio della provincia di Idlib nella Siria nord-occidentale, e il suo ospedale da campo sono stati colpiti e distrutti. Almeno tre delle vittime facevano parte del personale medico che stava lavorando all’interno della struttura. Sopravvissuti e testimoni hanno confermato che l’ospedale è stato colpito da due attacchi aerei, molto ravvicinati l’uno all’altro. Secondo un portavoce del ministero della Difesa di Mosca, il generale Igor Konashenkov, obiettivo del raid sarebbe invece stato un “sito d’incontri tra capi di bande terroristiche” e lo “scantinato di una costruzione in abbandono”, dove sarebbero stati preventivamente avvistati da droni nove fuoristrada armati con mitragliatrici. Il bersaglio, ha dichiarato sempre il generale russo, sarebbe stato individuato mediante “intercettazioni radiofoniche”.

Le affermazioni della Russia sui suoi attacchi, a detta del governo esclusivamente mirati contro lo Stato Islamico, contrastano con le prove sul campo: le aree più pesantemente bombardate sarebbero zone in cui non è stata rilevata una significativa presenza dell’Isis. A rendere noto l’errore militare è stato Rami Abdel Rahman, direttore dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, organizzazione dell’opposizione non radicale in esilio, con sede a Londra, la cui denuncia è stata seguita da quella della Sams-Syrian American Medical Society, la fondazione privata americana responsabile appunto della struttura, il cui personale ha confermato l’attacco parlando di “ingenti danni” riportati dal complesso. Il Dr. Mohamed Tennari, direttore dell’ospedale di Sarmin, ha espresso forti dubbi sulla non intenzionalità dell’attacco: ha detto che la struttura sembrava essere stata presa di mira, probabilmente perché così non avrebbe più potuto fornire aiuto e cure mediche ai pazienti su una delle linee di guerra più pericolose e martoriate dagli attacchi. Inoltre ha raccontato che l’ospedale era già stato il bersaglio di almeno 10 altri attacchi aerei precedenti. Molte organizzazioni mediche internazionali hanno più volte confermato i dubbi del Dr. Tennari, sostenendo che le strutture sanitarie nelle zone di confine o in quelle dove le forze di opposizione sono più forti, vengono sistematicamente prese di mira.

L’associazione Medici per i Diritti Umani ha documentato, dall’inizio delle proteste contro il regime di Bashar al-Assad nel marzo 2011 alla fine di agosto 2015, ben 307 attacchi contro strutture mediche e la morte di almeno 670 persone che facevano parte del personale medico. «Le forze governative siriane sono state responsabili per oltre il 90% di questi attacchi, ognuno dei quali costituisce un crimine di guerra», ha dichiarato l’organizzazione. Khaled Almilaji, il direttore dell’associazione Medical Relief in Siria, ha detto: «il mondo intero dovrebbe indignarsi ogni volta che succede una cosa del genere, come è successo dopo l’attacco statunitense che ha distrutto l’ospedale di Kunduz in Afghanistan. La rabbia non può e non deve essere solo diretta nei confronti di Bashar al-Assad, che indubbiamente è stato disumano con noi. I russi sono altrettanto violenti, hanno solo tecnologie più sviluppate e sono più accurati nei bombardamenti. Nelle ultime tre o quattro settimane gli attacchi aerei (guidati dalle forze dell’aviazione russa) sono diventati molto precisi e molto intensi: questo ha fatto sì che la situazione peggiorasse e il numero degli sfollati aumentasse tantissimo».

Il direttore di Medici per i Diritti Umani, Widney Brown, si è spinto ancora oltre, sostenendo che la Russia stia ormai seguendo le orme del regime di Assad e che la lotta contro i terroristi non debba poter concedere ai governi il diritto di venir meno alle leggi di guerra, in particolare quando il risultato è colpire la salute di chi lavora e i servizi base per la popolazione, come l’assistenza sanitaria. Dall’inizio della campagna aerea contro l’Isis, meno di un mese fa, l’aviazione russa è stata già più volte accusata di aver colpito strutture sanitarie, anziché obiettivi militari: lo scorso 2 ottobre, sempre l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, aveva riferito di bombardamenti di un ospedale da campo nella provincia costiera di Latakia, e di un altro in quella centrale di Hama. Mentre altri due episodi simili nella provincia settentrionale di Aleppo erano stati segnalati la scorsa settimana dal giornalista e attivista umanitario Maamoun al-Khatib.

Sei videocamere mostrano a 360° le condizioni in cui si trova la Siria dopo quattro anni di guerra civile. Attraverso l’uso del cursore è possibile spostarsi in tutte le direzioni. Il reportage, realizzato dall’agenzia siriana Smart News, attraversa Jisr al-Shughur, una delle città al confine con la Turchia più colpite dal conflitto: fino al 2011 era abitata da 40 mila persone, adesso è sotto il controllo dei ribelli e ciò che resta sono solo cumuli di macerie.

L’accordo Usa-Russia sugli incidenti aerei

Intanto Usa e Russia hanno firmato un accordo per evitare incidenti aerei in Siria: lo ha confermato il Pentagono, che in una nota ufficiale ha specificato che «le discussioni che hanno portato a questo accordo non costituiscono una collaborazione o un sostegno statunitense alle politiche o alle azioni russe in Siria. Al contrario, continuiamo a credere che la strategia di Mosca sia controproducente e che il suo appoggio al regime di Assad aggravi la guerra civile». Conferme arrivano anche da Mosca: «questa mattina abbiamo ricevuto un memorandum approvato dai nostri colleghi americani per prevenire gli incidenti aerei in Siria tra l’aviazione russa e quella Usa, che regolerà sia i velivoli pilotati che i droni», ha dichiarato Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa russa. Non appena l’accordo entrerà in vigore, saranno stabiliti canali di comunicazione 24 ore su 24 tra i comandi dell’esercito russo e americano. Stando al ministero della Difesa russo, gli Usa si sono impegnati a comunicare i dettagli del memorandum ai partner della coalizione anti-Isis in modo che anche loro possano seguire le stesse regole. Intanto, secondo media turchi, Mosca avrebbe negoziato con Ankara e la Nato un’uscita di scena soft per Bashar Al-Assad. Il presidente siriano potrebbe restare in carica sei mesi, con un ruolo simbolico, durante la prima fase della transizione.

Siamo tutti supereroi, cosa trovate sul prossimo Left

C’è una ”rivoluzione gentile” in corso, anche se non fa molto rumore. È quella dei supereroi della Marvel, la storica casa editrice di tanti personaggi dell’immaginario a fumetti, da Spider Man a X-Men, da Capitan America a Iron Man. Left questa settimana sceglie di raccontare la loro trasformazione in persone come tutti noi. Per esempio il protagonista della saga di Thor, il dio del tuono, non è più un lui ma una lei. E non è lady Tohr, è Thor e basta. Una donna che oltre a combattere i cattivi conduce una personale battaglia contro il cancro al seno. E lo stesso dicasi di Spider Man che non è più uno studente liceale ma un adolescente per metà portoricano e per metà afroamericano. Chi sono oggi i supereroi lo spiega a Left anche l’attore Claudio Santamaria interprete del film Lo chiamavano Jeeg robot, un eroe romano, ex ladruncolo, che usa i suoi superpoteri per combattere criminali di basso taglio che vagano nella metropoli. Left ha anche coinvolto Zerocalcare i cui personaggi, dice il disegnatore romano, «Non hanno nulla di eroico». Una nuova gentilezza dei miti del fumetto che viene colta anche dal filosofo Giulio Giorello che tra tanta saggistica ha dedicato un libro a Topolino. Infine, le strisce di Marco Corona disegnate appositamente per Left e dedicate alla Marvel.

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In Società un reportage dietro le quinte del raduno dei Cinque Stelle a Imola, con il sindaco di Parma Federico Pizzarotti che critica la mancanza di riflessione sui contenuti. E ancora per la politica, Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio ed esponente di Sel che dice la sua sulle prossime amministrative e sul rapporto col Pd.  Ma a quali diritti hanno diritto gli artisti? Un ampio sfoglio per parlare di Imaie e di rivendicazioni del gruppo Artisti 7607. E ancora: l’attendibilità dell’Auditel e lo scontro fra le emittenti; la crisi e gli italiani nel nuovo libro di Roberta Carlini, di cui Left pubblica un’anticipazione. Negli Esteri, il far west Gerusalemme alle prese con la nuova Intifada, il racconto di una ragazza turca militante curda, e un reportage da Opatovac, campo profughi sulla rotta balcanica. Infine, il musicista ivoriano Tiken Jah Fakoly ci parla delle elezioni in Costa d’Avorio. Questa settimana poi ad aprire la cultura ci pensa Erri De Luca dedicando uno scritto alla Resistenza. Poi scienza e trasparenza con Pietro Greco e lo psichiatra Massimo Fagioli che celebra i 40 anni dell’Analisi Collettiva. Infine, il punto sulla legge di iniziativa popolare sul fine vita e la vicenda dolorosa di Max Fanelli, mentre negli Spettacoli il regista francese Patrice Leconte racconta il suo nuovo film. A chiudere, una lunga intervista alla drammaturga Emma Dante.

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Left numero 41 è disponibile in edicola e in digitale dal 24 ottobre

 

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Una zuppa per la Siria: 80 chef e un libro per l’Unhcr

Una zuppa per i rifugiati, ma non nel senso di pasto caldo. Un libro di zuppe, Soup for Syria. L’idea di raccogliere decine di ricette (80) da chef di fama internazionale e pubblicare un libro e donare i fondi al lavoro di assistenza dei rifugiati siriani è venuta a Barbara Abdeni Massad, fotografa e autrice libanese, che nei mesi scorsi ha osservato la nascita e la crescita di un campo profughi nella valle della Beekaa. Per tutto l’inverno scorso ha passato i fine settimana a cucinare pasti caldi per una cinquantina di famiglie, andandoli a distribuire  nel campo dove oggi vive mezzo milione di persone.

Poi le è venuta l’idea del libro e, coinvolgendo l’editore e mettendosi al lavoro ha radunato grandi firme della cucina internazionale, specie quelle almeno un po’ impegnate. Tra queste Alice Waters, la chef che ha portato il chilometro 0 negli Stati Uniti (e oggi vicepresidente di Slow Food Usa), l’israeliano Yotam Ottolenghi e il palestinese Sami Tamimi, il cui libro a quattro mani “Jerusalem”, è stato un successo editoriale planetario, lo chef americano Anthony Bourdain e il cuoco/critico/giornalista del New York Times, Mark Bittman. Tra le ricette anche alcune provenienti da sotto le bombe, come quella della zuppa di lenticchie rosse dell’architetto di Aleppo Haziz Allaj.

Tutti gli incassi delle vendite del volume andranno tutti ad Unhcr e delle spese di stampa e distribuzione si sono fatti carico gli editori: Interlink negli Usa e Pavillon e Guardian Bookshop per la Gran Bretagna. Il progetto prevede di raccogliere fondi anche organizzando e promuovendo l’organizzazione di cene collettive in “case, chiese, sinagoghe, moschee, biblioteche scuole o qualsiasi altra organizzazione”. Chissà che qualcuno non si decida a tradurre il libro anche in Italia.

Qui sotto abbiamo tradotto la ricetta della zuppa di finocchi dello chef australiano-libanese Greg Malouf

soup

(6-8 persone)
60ml di olio extravergine di oliva
2 cipolle affettate,
2 piccoli spicchi d’aglio, tritate grossolanamente
2 porri, tagliati e tritate grossolanamente
3 grandi finocchi affettati,
2 patate sbucciate e tagliate a dadini,

1,5 litri di brodo di pollo
Stecca di cannella 1
Buccia di ½ limone
½ cucchiaino di pimento
2 foglie di alloro
Sale e pepe nero, a piacere
2 tuorli d’uovo
Panna 120ml
Succo di 2 limoni

1 cucchiaino di cannella in polvere e 3 cucchiai di prezzemolo fresco, per guarnire

Scaldate l’olio e fate soffriggere cipolle, aglio, porri e finocchi per qualche minuto. Aggiungete le patate, il brodo, la stecca di cannella, buccia di limone, pimento e foglie di alloro. Portare a ebollizione, poi lasciate cuocere dolcemente per 20 minuti. Rimuovere la cannella, limone e alloro, e la stagione. In una ciotola a parte, sbattere i tuorli d’uovo e la panna, poi mescolare in un grande cucchiaio di zuppa. Frullare bene, poi punta nella minestra. Lentamente ritornare la zuppa appena al di sotto bollente, mescolando. Togliere dal fuoco e regolare il condimento con sale, pepe e succo di limone. Drizzle ogni ciotola con olio e cospargere con cannella e prezzemolo.