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Tap, la Regione Puglia ferma il gasdotto. Il comitato: «Ora si revochi l’autorizzazione»

Non potranno partire, come previsto, il 2 novembre i lavori preparatori per il gasdotto che entrerà dall’Adriatico fin sulla spiaggia di San Foca, nel comune leccese di Melendugno. Lo ha stabilito la Regione Puglia con due note del dirigente del Servizio Ecologia, mettendo di fatto i bastoni fra le ruote alla Tap, la Trans Adriatic Pipeline già autorizzata e “benedetta” dagli ultimi governi.

Reagendo a una sollecitazione proprio del ministero dell’Ambiente, la Regione ha spiegato di non poter condurre a termine le verifiche sulle prescrizioni ambientali contenute nell’autorizzazione a Tap, perché non è ancora disponibile il progetto esecutivo validato previsto dall’autorizzazione unica. Spacchettando di fatto il progetto, la Tap non avrebbe effettuato alcune opere previste come antecedenti alla data di inizio lavori, fissata al 16 maggio 2016 dall’Autorizzazione unica rilasciata dal ministero dello Sviluppo Economico.

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Dal canto suo, la società ritiene di poter procedere per lotti e quindi di dover mettere in pratica le prescrizioni “preliminari” di volta in volta e non tutte insieme prima di dar via al cantiere. L’obiettivo è quello di accelerare i tempi per concludere i lavori in tre anni e avviare l’erogazione del gas nel 2020. «Una superficialità sconcertante» esordisce Gianluca Maggiore del Comitato No Tap, «Lo stop della Regione è partito su iniziativa del comitato no Tap e del Comune di Melendugno, ma le contestazioni arrivano anche da soggetti come L’Arpa e da autorità “nazionali” come l’Ispra e lo stesso ministero dei Beni culturali, escluso di fatto dalla procedura autorizzativa. Non è soltanto una questione di competenze, ma anche di responsabilità. Chi doveva dire la sua in base alle procedure, fa presente che non ha avuto la possibilità di farlo».

La diffida riguarda anche l’occupazione delle aree di Melendugno incluse nel catasto degli incendi: in base alla legislazione vigente (finalizzata a evitare che si incendino aree agricole con l’obiettivo di cementificare), la destinazione d’uso delle aree interessate dal cantiere non potrebbe cambiare prima di 15 anni e per la realizzazione di insediamenti civili e produttivi bisogna attendere 10 anni, vale a dire il 2021.

«In sede di conferenza dei servizi, il sindaco di Melendugno Marco Potì (qui una sua recente intervista a Left, ndr)  fece mettere agli atti la sovrapposizione tra aree incendiate sottoposte a vincolo e i cantieri della Tap – spiega l’esponente del Comitato No Tap -, spiegando che ciò gli impediva di concedere il permesso a costruire. In questa fase il comitato e il Comune hanno semplicemente comunicato con posta certificata alla presidenza della Regione questa notizia». Una comunicazione che ha di fatto costretto la Regione, proprietaria di una particella di terreno incendiato e vincolato (quindi perseguibile penalmente in caso di edificazione prima dei termini), a diffidare la società dall’effettuare qualsiasi lavoro.

«Quella particella, la 148 del foglio 9, è vincolata fino al 2021, ma il Comune ora ha inviato al ministero dello Sviluppo economico, che ha concesso l’autorizzazione unica, la lista di tutte le particelle vincolate invitandolo ad annullare l’autorizzazione in autotutela». Un risultato che rimescolerebbe le carte della Tap e a sentire Maggiore assolutamente a portata di mano, «perché è già accaduto in passato in Puglia che si ritirasse un’autorizzazione in autotutela, con il rigassificatore di Brindisi. Altrimenti saremmo davanti a un caso di accanimento terapeutico». La patata bollente, ora, è nelle mani del ministro Guidi.

Tina Modotti, impegno, fotografia, vicenda personale: una retrospettiva a Udine

Attrice di teatro e di cinema, artista di avanguardia, ma anche protagonista dei grandi movimenti politici e sociali della prima metà del Novecento. A 36 anni dall’ultima grande esposizione dedicata alla fotografa dalla sua città, Udine dedica a Tina Modotti una grande mostra “Tina Modotti: la nuova rosa. Arte, storia e nuova umanità”. L’esposizione, aperta da qualche giorno, presenta le foto di Tina Modotti tratte dai negativi originali e arricchita dalle le più recenti acquisizioni riferibili sia alla storia familiare, sia all’arte fotografica, sia all’impegno politico e sociale di Tina Modotti.

In mostra a Udine saranno esposti nuovi documenti e materiali fotografici inediti provenienti dal lascito della sorella Jolanda Modotti. Si tratta di fotografie originali di Tina e dei suoi familiari in riferimento al contesto udinese, al soggiorno e alla cerchia delle amicizie negli Stati Uniti e nel Messico degli anni ’20, oltre a carteggi tra Jolanda, Vittorio Vidali e Silvia Thompson. Verrà inoltre esposta nella sua interezza, per la prima volta in Italia e in Europa, la nuova documentazione fotografica sulle Scuole libere di agricoltura di cui l’Istituto Nacional de Antropologia e Historia di Città del Messico è entrato recentemente in possesso grazie alla donazione di Savitri Sawhney, figlia dell’esule indiano Pandurang Khankhoje. Tale documentazione contiene una serie di 18 fotografie, scattate da Tina Modotti, rimaste in gran parte sconosciute fino a tempi molto recenti.

La mostra resterà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2016 dal martedì alla domenica dalle 10.30 alle 17 (chiuso il lunedì).

Museo d’Arte Moderna e Contemporanea – Casa Cavazzini

(immagine in evidenza: Arnold Schroder, Tina a Hollywood, Stati Uniti 1920)

Tina Modotti_07Calle, Messico 1924

Tina Modotti_01_rTina Modotti, Mani di burattinaio, Messico 1929

Tina Modotti_03Tina Modotti, Mani di contadino, Messico 1929

Tina Modotti_05Tina Modotti, Falce, pannocchia e cartucciera, 1928

Tina Modotti_08Tina Modotti, Madre incinta con bambino in braccio, Messico 1929

Combattenti per la libertà

Ci sono voluti ben 10 anni di lavoro e ricerca per mettere insieme la mostra Partigiani di un’altra Europa, dal 25 ottobre all’8 dicembre a Trieste nelle sale di Palazzo Gopcevich. Lo straordinario lavoro fotografico firmato da Danilo De Marco e i testi di scrittori, storici e giornalisti che lo accompagnano permettono uno straordinario viaggio nella memoria collettiva della Resistenza di tutta Europa. Un viaggio raccontato attraverso 59 volti, ritratti in primo piano, da vicino, vicinissimo anzi, e stampati per la prima volta su carta fotografica, in grandi dimensioni. Qui le parole di Erri De Luca danno voce all’anima della mostra e ricordano la stora della Resistenza d’Europa.

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foto di Danilo De Marco

Una persona può lasciare solo una cosa che continuerà ad appartenerle, il nome.
La peggiore condanna è tramandarne uno cattivo. Sono contrario alla prigionia dei vecchi, anche se maledetti, come i responsabili dei crimini di guerra. Tenere in cella un ex nazista, un Pinochet novantenne, è umiliante per il carceriere e poco toglie al reo. È giusto istruire i processi, portare alla sbarra il criminale anche da vecchio, interrogarlo davanti ai superstiti, alle generazioni seguenti.
È giusto condannare alla pubblica infamia il suo nome. Quella sarà la sua pena irreparabile, lasciare un nome che fa rabbrividire di disgusto, che spinge gli eredi a cambiarlo.
Le facce visitate e raccolte da Danilo De Marco lasciano un buon nome, un bene che si allarga ai discendenti ma che resta intera proprietà di chi lo portava. Il nome è l’eredità. Di queste facce il titolo, il predicato resterà: combattente per la libertà.
I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. I fascismi che si astennero durarono a lungo in Spagna, in Portogallo. Ci voleva la guerra, voluta dai regimi di Germania, Italia, Giappone, per sconfiggerli. Allora fu giusto, per riscattare il nome del loro Paese, che una minoranza di italiani prendesse le armi contro gli occupanti tedeschi e gli altri italiani al loro servizio. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza in inferiorità numerica contro un esercito ben addestrato che reagiva con rappresaglie e stragi di inermi. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati.
Allora è stata giusta la guerra secondaria combattuta nell’aspro dei monti, nella clandestinità urbana. Quella lotta armata non poteva decidere la sorte di quell’urto mondiale tra eserciti, ma poteva contribuire alla sconfitta dei fascismi e al buon nome di un popolo nuovo.

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I fascismi crollarono per la loro avventura in guerra. Fu giusta la guerra civile, l’attacco di una minoranza contro un esercito ben addestrato. Il Millenovecento è stato un secolo specializzato in sterminio di indifesi, più che di soldati

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Solo in Jugoslavia la guerra partigiana riuscì da sola a vincere contro nazisti e fascisti, senza intervento di russi e di americani. Da noi la lotta armata partigiana fu guerra secondaria, perciò più amara, più dura da combattere davanti all’evidenza che i fascismi alla fine del ’43 erano in rotta e il loro crollo solo questione di tempo. Quei nostri partigiani, quella spicciola minoranza di popolo agì lo stesso per guadagnarsi il dopoguerra della dignità. Quella minoranza si procurò il rispetto, poi l’affetto di una maggioranza che stava a guardare alla finestra, aspettando la fine della guerra. Solo anni più tardi quella maggioranza si mise a celebrare la lotta partigiana. L’Italia di quel primo dopoguerra credeva ancora nella monarchia, nella più sbracata famiglia di regnanti in fuga di tutta la storia moderna di Europa.

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foto di Danilo De Marco

E ci volle un referendum a conteggio assistito, incoraggiato, per dichiarare l’Italia una Repubblica.
L’Italia del dopoguerra mise in soffitta le donne e gli uomini che l’avevano liberata a mano armata. E oggi queste sono le ultime facce, l’ultima stesura di una gioventù coraggiosa che fece la cosa giusta al prezzo più alto.
Lasciano un buon nome, di quelli da nominare a una tavola alzandosi in piedi e toccando bicchieri alla loro salute.

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Cile, no all’aeroporto intitolato a Pablo Neruda: «Era comunista»

Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista brasiliana OperaMundi il 22 ottobre 2015

Dopo tre anni di dibattito, arriva un altro fallimento. Il progetto per cambiare il nome dell’aeroporto della capitale cilena “Pablo Neruda Airport” è stato rovesciato lunedi 19 ottobre, dopo che i rappresentanti della destra in Parlamento in seno alla Commissione per la Cultura, Arti e Comunicazioni della Camera dei Rappresentanti hanno detto di avere i voti necessario per impedire che venga portato alla plenaria.

Due argomentazioni sono state sollevate dai parlamentari per giustificare il parere negativo del progetto. Il più controverso riguarda il fatto che il poeta sia stato un militante del Partito comunista. Secondo il deputato Ignacio Urrutia, del partito di estrema destra Udi, «Neruda é una figura che divide i cileni, ci sono molte figure migliori, che sono capaci di unirci come Paese».

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L’aeroporto di Santiago del Cile, che oggi si chiama Arturo Merino Benítez

Anche Jorge Rathgeb, del partito Rinnovamento Nazionale, ha messo in discussione il progetto, sostenendo che «Neruda potrebbe essere il nome per un Centro culturale, ma non per un aeroporto. Sarebbe come battezzare un ospedale con il nome di Ivan Zamorano (calciatore cileno degli anni 90, ndr)».

Dalla scorsa settimana, l’opposizione già affermava di possedere i sette voti necessari per rovesciare il progetto, e lo ha confermato con una dichiarazione del deputato indipendente Gaspar Rivas, che sosteneva “con la scelta di una posizione politica, Neruda ha smesso di essere di tutti i cileni ed è divenuto un’icona del Partito comunista». L’unico rappresentante della destra che ha tentato di rivendicare il progetto stata Issa Kort, dell’Udi, che ha proposto di aggiungere la parola “Poeta” all’intitolazione: «La posizione politica di Neruda divide i cileni, ma la sua opera letteraria ci unisce, per questo il progetto dovrebbe portare il nome “Aeroporto Poeta Pablo Neruda”». Ma la sua proposta non è stata accolta dai suoi colleghi.

Un altro argomento utilizzato è stato quello del costo che il progetto dovrebbe avrebbe, su questo è stato interrogato uno dei suoi autori, il deputato Pepe Auth: «L’aeroporto di Santiago sta attraversando un proceso di ampliamento, il che richiede nuovi investimenti nella sua infrastruttura, e se includeremo il mutamento del nome in questo progetto potremo ottimizzare buona parte dei costi».

Pablo Neruda, oltre a essere un grande nome della letteratura latinoamericana e mondiale, è stato militante e senatore per il Partito comunista cileno
Pablo Neruda, oltre a essere un grande nome della letteratura latinoamericana e mondiale, è stato militante e senatore per il Partito comunista cileno

L’altro autore del progetto, il presidente del Partito comunista del Cile, Guillermo Teillier, ha affermato: «Il progetto non aveva nessuna mira di essere di parte, e solo pretendeva di dare a questo spazio, per il quale passano migliaia di cileni e stranieri ogni giorno, il nome di qualcuno che rappresentasse il popolo di questo Paese e la cultura di cui godiamo noi stessi e chi ci viene a fare visita», ha affermato.

Oltre a essere uno dei più grandi poeti di lingua spagnola e no dei grandi nomi della letteratura latinoamericana e mondiale – e vincitore di un Premio Nobel per la Letteratura nel 1971 -, Pablo Neruda è stato un militante del Partito comunista, per il quale fu eleto senatore nel 1945, come rappresentante delle province del nord del Paese. Nel 1948, la sua militanza lo obbligò a fuggire dal Paese, dopo che il decreto legge di Difesa permanente della democrazia – chiamato Lei Maldita –, collocò il c nella clandestinità e determinò la persecuzione dei suoi seguaci.

D’altra parte, ci sono anche pressioni da parte della Fuerza Aerea de Chile (il ramo aereo delle forze armate cilene, ndr). Attualmente, l’aeroporto di Santiago porta il nome di Arturo Merino Benítez, considerato per l’aviazione cilena il fondatore della LAN Chile – l’impresa che recentemente si è fusa con la brasiliana Tam, creando la multinazionale Latam. È stato per andare incontro alla Fuerza Aerea de Chile – e già prevedendo il rovesciamento del progetto di questa settimana – che la squadra di governo ha presentato una nuova versione, la scorsa settimana, che prevedeva due nomi per l’aeroporto. Poi, al termine delle operazioni di ampliamento, il terminal internazionale si chiamerà “Pablo Neruda”, in quanto il terminal per i voli nazionali manterrà il nome “Arturo Merino Benítez”.

La nuova proposta ancora non è stata discussa dall’opposizione e, trattandosi di un progetto nuovo, la sua valutazione in Commissione potrebbe avvenire non prima del 2016.

 

traduzione di [social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ]@TizianaBarillà[/social_link] @TizianaBarilla

 

Kashmir, Palestina, Nicaragua, Egitto: le foto della settimana

Children play around a local market where general goods and food items are sold in Abidjan, Ivory Coast, Wednesday, Oct. 21, 2015. Ivory Coast holds presidential elections on Sunday as incumbent President Alassane Ouattara and other political party's allowed to hold political rallies till end of Friday evening. (AP Photo/Schalk van Zuydam)

Un viaggio per il mondo attraverso alle foto più belle della settimana:

A young boy is illuminated by stained-glass window light during a funeral service for three children killed in a Minneapolis house fire, held by the Spiritual Church of God at the Elim Lutheran Church, Saturday, Oct. 17, 2015, in Robbinsdale, Minn. Authorities say the mother of three children was not home when the blaze started. (Aaron Lavinsky/Star Tribune via AP) MANDATORY CREDIT; ST. PAUL PIONEER PRESS OUT; MAGS OUT; TWIN CITIES LOCAL TELEVISION OUT
I funerali di tre ragazzi morti nell’incendio della loro casa a Minneapolis (Aaron Lavinsky/Star Tribune via AP)

 

A man sits inside a local restaurant displaying posters of Guinea’s incumbent President Alpha Conde, in Conakry, Guinea, Saturday, Oct. 17, 2015, Guinea President Alpha Conde is far ahead of his closest competitor in his bid for re-election and could garner enough support to avoid a runoff, according to preliminary results available Saturday. (AP Photo/Youssouf Bah)
Conakry, Guinea, oggi verranno annunciati i risultati delle presidenziali, è possibile che il presidente Alpha Conde ottenga più del 50%, evitando il ballottaggio.(AP Photo/Youssouf Bah)

 

A Kashmiri Muslim protester throws back exploded tear gas shell at Indian security personnel amid tear gas smoke during a protest in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Friday, Oct. 16, 2015. Police fired teargas and rubber bullets to disperse Kashmiris who gathered after Friday afternoon prayers to protest against Indian rule in the disputed region. (AP Photo/Dar Yasin)
Srinagar, Kashmir indiano, proteste dei musulmani  kashmiri dopo le preghiere del venerdì contro quella che definiscono l’occupazione indiana (AP Photo/Dar Yasin)

 

Esmail Ahmed , 82 years old, casts his ballot at a polling station during the final day of the first round of parliamentary election, in Fayoum , Egypt, Monday, Oct. 19, 2015. Egyptian authorities have given government workers a half-day off Monday in an attempt to bolster low turnout in the country’s parliamentary election. The government has not released turnout figures for voting on Sunday. (AP Photo/Eman Helal)
Fayoum, Egitto, Esmail Ahmed , 82 anni, vota alle elezioni politiche. Per incentivare la partecipazione (molto bassa), il governo ha dato mezza giornata di ferie. (AP Photo/Eman Helal)

 

A Palestinian protester runs for cover from tear gas fired by Israeli soldiers during clashes with Israeli troops near Ramallah, West Bank, Saturday, Oct. 17, 2015. Israelis shot dead three Palestinians they said had attacked them with knives on Saturday in Jerusalem and the West Bank city of Hebron, the latest in a month of violent confrontations. (AP Photo/Majdi Mohammed)
Ramallah, un’immagine degli scontri di mercoledì scorso (AP Photo/Majdi Mohammed)

 

A riot police fires from a homemade mortar during clashes with residents and miners in El Limon, Nicaragua, Saturday, Oct. 17, 2015. Miners have been on strike for weeks after the firing of three union leaders, blocking access to the mine with roadblocks made of rocks and branches, affecting operations. The miners and their families are demanding the Canadian mining company B2Gold rehire the three former workers, saying their dismissals were unjust. By midday Saturday, police has taken control of the mining town. (AP Photo/Esteban Felix)
El Limon, Nicaragua, la polizia contro i minatori in rivlolta contro la B2Gold, compagnia mineraria che ha licenziato tre loro colleghi (AP Photo/Esteban Felix)

 

A police officer hacks open packages of cocaine with a machete before they're burned in Panama City, Friday, Oct. 16, 2015. According to National Police, they destroyed at least 10 tons of cocaine, marijuana and heroin seized nationwide over the past month. (AP Photo/Arnulfo Franco)
Panama City, la polizia si prepara a un rogo di cocaina, hashish ed eroina da tre tonnallate (AP Photo/Arnulfo Franco)

 

A woman rests aboard a train heading towards Serbia, at the transit camp for refugees near the southern Macedonian town of Gevgelija, early Thursday, Oct. 22, 2015, as migrants make their way across Europe by the tens of thousands, fleeing war or seeking a better life. A U.N. refugee agency field officer says a large number of families with small children have been among the thousands of migrants and it is a tendency seen over the last couple of weeks. (AP Photo/Boris Grdanoski)
Gevgelija, Macedonia, una donna riposa su un treno mentre viaggia verso un campo profughi in Serbia (AP Photo/Boris Grdanoski)

 

Bahrainis run into a house in an attempt to escape police tear gas and shotgun fire during clashes in the western village of Karzakan, Bahrain, Tuesday, Oct. 20, 2015. Clashes erupted after police began removing street decorations for the Shiite religious occasion of Ashura, a 10-day mourning period for an early Shiite saint. (AP Photo/Hasan Jamali)
Bahrein, scontri tra sciiti e polizia in occasione delle festività dell’Ashura  (AP Photo/Hasan Jamali)

 

epa04988366 YEARENDER 2015 JUNE A Burundian protester reacts during an anti-government demonstration in the capital Bujumbura, Burundi, 03 June 2015. Protesters, saying that they were disappointed that the East African leaders didn't ask President Pierre Nkurunziza to give up his bid for a third term, resumed their citywide protests on 02 June. EPA/DAI KUROKAWA
Burundi, proteste a Bujumbura dopo che il presidente Pierre Nkurunziza ha annunciato che correrà per un terzo termine con il benestare dell?Unione africana (EPA/Dai Kurokawa)

 

 

epaselect epa04990768 An Indonesian man rides a wooden boat amid thick yellow haze on Kahayan river in Palangkaraya, Central Kalimantan province, Indonesia, 23 October 2015. Forest fires that have raged on Indonesia's Sumatra and Borneo islands for more than three months could last until the end of November, a disaster management official said. Land and aerial fire-fighting teams have failed to extinguish the fires that have blanketed parts of South-East Asia in choking smog. EPA/HUGO HUDOYOKO
Sul fiume Kahayan, Indonesia: Sumatra e e Borneo sono devastate dagli incendi da tre mesi, rendendo l’aria irrespirabile (EPA/Huho Hudoyoko)

 

Sei un supereroe solo se usi i tuoi poteri per gli altri

Questa volta Claudio Santamaria lo ritroviamo nei panni di un supereroe un po’ coatto, un Jeeg robot italiano che si destreggia tra le bande di Tor Bella Monaca e i social network. Dopo averlo visto in Diaz (per Daniele Vicari), dentro il pigiama di Pentothal che in Paz! (di Renato De Maria) urla «Amatemi» dalla finestra, e dopo aver incarnato un impeccabile Rino Gaetano per la tv, per il suo 35esimo film Gabriele Mainetti gli cuce addosso Enzo, il protagonista di Lo chiamavano Jeeg robot. Romano, cresciuto al quartiere nord Prati, Santamaria ha girato le scene a Tor Bella Monaca, periferia capitolina, «un quartiere piuttosto pesante da vivere, una realtà dura dove i ragazzini si sparano in faccia», racconta l’attore. La linea tra realtà e fantasia, quando si parla di supereroi, è sottilissima.
Stavolta sei Enzo, un Jeeg robot italiano che si destreggia tra il Tevere, Tor Bella Monaca e i social network. Perché la gente ha bisogno dei supereroi?
Da una parte c’è un’identificazione. Ma credo ci sia anche la ricerca di un dio, cioè la speranza che arrivi un essere con dei poteri sovrannaturali che in qualche modo ci salvi e ci guidi.
Il supereroe che interpreti, all’inizio ha un carattere “negativo”: sei un ladruncolo che pensa di usare i superpoteri per la tua attività criminale. Poi diventa “positivo”, e combatte i criminali guidati dal boss di piccolo taglio interpretato da Luca Marinelli. È verosimile una tale trasformazione?
C’è una frase di David Lynch che è una delle cose più illuminanti che abbia mai letto in vita mia: «Le persone non cambiano, si rivelano». All’inizio il mio personaggio ha una chiusura verso il mondo dovuta a una sofferenza, a delle perdite, che lo hanno allontanato dalla gente e che lo fanno pensare solo a sé. È un egoista, ma egoista non significa essere cattivi. Il cambiamento è l’amore, che è la vera trasformazione, il vero superpotere. È quello che lo trasforma da supercriminale in supereroe. Solo quando mette i suoi poteri al servizio degli altri, diventa un supereroe, non basta avere dei poteri altrimenti sarebbe solo “uno con dei poteri”.
«Se avessi davvero i superpoteri irromperei in Parlamento», hai dichiarato ad Adnkronos. E poi cosa faresti?
(ride) Beh è ironico… ma neanche tanto. Innanzitutto manderei via tutte le persone indagate, e poi farei giustizia, perché per me non abbiamo un governo giusto. Certo, in Parlamento già ci sono dei supereroi, persone che si battono per la verità e per l’onesta. Ed è questo secondo me quello per cui dovrebbe battersi un supereroe. Perciò se io li avessi farei questo, semplicemente: manderei via le persone che non sono né oneste, né sincere.

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Insomma, povera la patria che ha bisogno dei (super)eroi?
Esattamente!
La nostra storia di copertina parla di “rivoluzione del pubblico gentile”, quanto bisogno abbiamo in Italia di gentilezza?
Un bisogno smisurato. Quando ci viene dato un seme di gentilezza siamo talmente disabituati a questo che non ci crediamo più, appena arriva qualcuno che è onesto e vuole fare il bene di questo Paese siamo diffidenti, pensiamo sempre che ci vogliano fregare. E invece le persone che fanno davvero le cose per la gente esistono, ci sono. Bisogna ricominciare a fidarsi.
Per esempio?
Bisogna cambiare radicalmente. Ho spesso detto che credo molto nel Movimento 5 stelle. Poi, se un giorno mi deluderanno cambierò idea, ma in questo momento sono la forza politica che mi rappresenta di più. Credo che abbiano le qualità umane e le competenze per farlo, voglio dare loro fiducia.

E questa sera Claudio Santamaria sarà ospite di Fabio Fazio Che tempo che fa, proprio per parlare del suo Jeeg robot

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Portogallo, la sinistra unita ha i numeri per governare, il presidente incarica il centrodestra

il segretario generale del Partito socialista, Antonio Costa

AGGIORNAMENTO 24 novembre, ore 17,46. Il socialista Antonio Costa è stato nominato primo ministro del Portogallo. Sostenuto dalla sinistra radicale, dal Bloco de Esquerda e dai comunisti portoghesi, entro martedì dovrà formare il nuovo governo. A due settimane dalla sfiducia al governo di centrodestra di Passos Coelho, adesso la sinistra portoghese tenta di porre fine alle politiche di austerità della Troika, in campo dal 2011.

È bufera in Portogallo. Il governo uscente di centrodestra ha vinto di un soffio le elezioni ma non ha la maggioranza per governare e non è in grado di formare una coalizione che prenda la metà più uno dei membri del nuovo Parlamento. Il 22 ottobre era però arrivato l’annuncio storico del socialista Antonio Costa che ha comunicato al Presidente della Repubblica l’accordo unitario della sinistra tutta per la formazione di un governo insieme al Bloco de Esquerda e al Partito comunista portoghese. La sinistra tutta questa volta ha i numeri, e per la prima volta in 40 anni di democrazia è anche riuscita a trovare un accordo. Non aveva fatto i conti con il presidente Cavaco Silva.

Subito dopo aver ricevuto questa comunicazione, il Presidente della Repubblica portoghese ha infatti nominato come primo ministro, Pedro Passos Coelho, capo della coalizione filo-Troika di centrodestra e premier uscente. La nomina è un atto formalmente e politicamente legittimo, Passos Coelho è di fatto il capo di del partito che ha vinto le elezioni, anche se già si sa che con l’attuale composizione del Parlamento portoghese non ha alcuna speranza di mettere in piedi un governo che non venga subito rimandato a casa. A sollevare la bufera nella sinistra portoghese non è stata solo la “perdita di tempo” del Presidente, ma anche e soprattutto il discorso (qui sotto, per chi volesse guardarlo) con il quale il Presidente ha voluto accompagnare tale nomina.

Cosa ha detto Cavaco Silva? «I contatti presi tra i partiti politici che sostengono e si rivedono nel progetto dell’Unione europea e dell’Eurozona non hanno prodotto i risultati necessari per raggiungere una soluzione govenativa stabile e duratura», ha detto il Presidente, aggiungendo poi: «Questa situazione è singolare perché gli orientamenti politici e i programmi elettorali di questi partiti non si mostrano incompatibili, essendo, al contrario, praticamente convergenti con gli obiettivi strategici del Portogallo». Aggiungendo infine: «Fuori dall’Unione europea e dall’Euro il futuro del Portogallo sarebbe catastrofico». Insomma, Cavaco Silva giustifica un governo di minoranza che però è in linea con l’Ue. Anzi, con la Troika. L’unica opzione di governo stabile che il presidente ha ammesso nel suo discorso è quella tra il Psd / Pp e Ps, un governo di larghe intese per intenderci.

Dopo aver ascoltato tutti i partiti di opposizione per obbligo costituzionale, e dopo che il Partito socialista, il Blocco di sinistra, il Partito comunista e i Verdi si sono detti pronti per un incarico di governo guidato dai socialisti del Psd. «Le dichiarazioni del Presidente della Repubblica sono un episodio sfortunato senza precedenti per la nostra democrazia», ha commentato a Left Marisa Matias, eurodeputata del Bloco de Esquerda e candidata alla Presidenza del Portogallo. «Niente giustifica che questa decisione sia stata accompagnata da un discorso di “crociata” ideologica, segnato da insinuazioni e minacce che non fanno altro radicalizzare le posizioni e ostacolare il dialogo rispetto alle scelte che il Paese deve affrontare. Quando il Presidente della Repubblica invoca l’Europa per mettere a tacere la democrazia, non fa altro che attaccare l’Europa e la democrazia». Il contenuto e il linguaggio delle sue affermazioni rivelano una totale assenza di imparzialità e neutralità e denunciano una comprensione abusiva delle funzioni presidenziali».

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«Il Presidente della Repubblica ha dimostrato di non essere e di non voler essere il Presidente di tutti i portoghesi», affonda Matias. «La gravità di queste dichiarazioni esige una posizione chiara di tutti i candidati e le candidate alle prossime elezioni Presidenziali, senza eccezioni. I portoghesi hanno il dirito di sapere. Per la mia parte, sempre rispetterò tutti i partiti in egual misura».

La creatività, la vitalità e la forza delle donne sono bombe sociali

editoriale chiara mezzalama

Mi chiedo talvolta come sia possibile che la condizione femminile sia ancora così arretrata. Che due sorelle siano condannate allo stupro collettivo per riparare all’errore di un fratello, come è successo in India recentemente, tanto per fare un esempio. Mi guardo allo specchio e penso a quanto sono fortunata di poter disporre di me stessa, verrà mai il giorno in cui tutte le donne potranno guardarsi allo stesso modo? Quanto tempo dovrà passare: decenni, secoli, millenni? Qual è la paura fondamentale, che non permette di liberare le donne? È quello che mi sono chiesta guardando Mustang il film della regista turca Deniz Gamze Ergüven alla sua prima, eccellente, prova.
Cinque sorelle orfane, cresciute da una nonna e da uno zio si affacciano alla vita con la forza dirompente della giovinezza. Adolescenti e preadolescenti, capelli lunghi sulla schiena, sguardi profondi e risate eccitate, escono da scuola l’ultimo giorno prima delle vacanze e si buttano in mare tra schizzi e schiamazzi insieme ad alcuni compagni. La reazione delle donne del villaggio, in una zona rurale della Turchia, è feroce. Le ragazze hanno ostentato comportamenti indecenti, la loro reputazione è subito messa in discussione. Inizia così un lento e inesorabile processo di imprigionamento che assume diverse forme. Le più concrete sono in fondo le meno gravi: grate alle finestre, muri innalzati, porte sprangate. Gli ostacoli fisici non impediranno alle cinque ragazze di scappare di casa per andare ad assistere a una partita di calcio solo per tifose donne. È l’unica scena del film in cui le vecchie del villaggio si rendono complici della disperata ricerca di libertà delle ragazze invece di essere complici del sistema patriarcale che vuole soffocarle. La vera prigione è proprio questo sistematico tentativo di spegnere la gioia di vivere, la forza, la ricerca di sé, l’energia e la sensualità che a quell’età sembrano non conoscere limiti. Le ragazze non torneranno a scuola dopo l’estate, allo studio si sostituisce l’economia domestica e una dopo l’altra andranno spose a ragazzi del villaggio, come se l’unico modo di tenerle a bada fosse di farle entrare nel giogo matrimoniale.


La verità però è che il film sembra dire che la conquista della libertà non può essere fermata, sebbene il prezzo da pagare, per alcune, sarà molto alto. È questo che fa paura: la vitalità rompe gli schemi di un ordine precostituito e implica una rimessa in discussione radicale della società tutta intera, a partire dal rapporto tra i sessi e le generazioni. E questo è pericoloso, viene considerato come una minaccia catastrofica. La creatività, la vitalità, la forza delle donne sono delle bombe sociali che potrebbero far esplodere tutto. Meglio allora disinnescarle subito. Nel film sarà l’ultima delle sorelle, Lale, a riuscire a ribellarsi davvero. È un’immagine forte dello sforzo che costa rompere le catene della tradizione. Rompere i pregiudizi di genere. La rottura implica una forza, una protesta, non può essere un processo pacifico, indolore. Sarà per questo che a molti (e a molte) dà fastidio il termine “femminista” che la regista rivendica per il suo film. In un Paese come la Turchia è un messaggio dirompente, proprio come le cinque ragazze che urlano allo stadio fino a perdere la voce. Urlare, protestare, ribellarsi, lottare: non c’è altra scelta.


«La vera prigione è proprio questo sistematico tentativo di spegnere la gioia di vivere, la forza, la ricerca di sé, l’energia e la sensualità», scrive Chiara da Parigi. Mustang è in sala dal 29 ottobre e noi ci andiamo. Parla di uguaglianza e libertà. E di donne, considerate una minaccia catastrofica. Bombe sociali appunto, da disinnescare subito perché potrebbero sovvertire la “prigione vera” del sistema patriarcale. Sono anni che lo scriviamo su Left, anche su questo numero vi racconteremo come non siamo più noi a dover assomigliare agli eroi ma loro a noi, perché ciò che li rende “super” non sono più i muscoli (la macchina funzionante del corpo) ma la sensibilità (la loro identità umana), perché questo fa stare bene le persone.
Buona lettura, i.b.

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Trovi questo editoriale nel numero 41 di Left disponibile in edicola e in digitale dal 24 ottobre

 

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Rubano lavoro? No, gli immigrati pagano le nostre pensioni

Il dubbio lo si aveva un po’ tutti, ma la quinta edizione del Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Moressa, presentato giovedì 22 a Roma, lo mette nero su bianco per l’ennesima volta: gli immigrati che vivono e lavorano in Italia sono una risorsa economica. L’idea che i milioni di persone che negli anni sono venuti a lavorare nel Paese siano solo sbarchi e spacciatori – come a qualcuno piace di raccontare – è sbagliata e fuorviante. Tasse, contributi Inps, ricchezza (per non parlare di imprenditoria, demografia e persino commercio con l’estero) sono tutti aspetti che rendono l’immigrazione un fattore fondamentale della nostra vita economica. Vediamo qualche passaggio del rapporto che fornisce numeri su ciascun aspetto della partecipazione degli stranieri alla costruzione del Pil italiano. Senza bisogno di aggiungere altro.

Nel 2015 la popolazione straniera ha superato quota 5 milioni e rappresenta l’8,2% della popolazione complessiva. Non solo: tra la popolazione italiana 1 su 10 ha più di 75 anni, mentre tra gli stranieri appena 1 su 100. Una diversa composizione demografica che ha un impatto significativo sul mercato del lavoro e sul sistema del welfare e che è destinata ad accentuarsi nei prossimi anni.

La ricchezza prodotta e il contributo fiscale. Nel 2014 i contribuenti stranieri hanno dichiarato redditi per 45,6 miliardi e versato 6,8 miliardi di euro di Irpef netta. Mettendo a confronto i costi e benefici della presenza straniera (esclusivamente i flussi finanziari diretti), la differenza tra entrate e uscite mostra segno positivo: +3,9 miliardi di saldo attivo per le casse dello Stato.
Inoltre, considerando la ricchezza prodotta dai 2,3 milioni di occupati stranieri, nel 2014 il “Pil dell’immigrazione” ha raggiunto i 125 miliardi di euro, ovvero l’8,6% della ricchezza nazionale.

Le pensioni pagate dagli stranieri. Nel 2013 i contributi previdenziali hanno raggiunto quota 10,3 miliardi. Ripartendo il volume complessivo per i redditi da pensioni medi, si può affermare che i lavoratori stranieri pagano la pensione a 620 mila anziani italiani. Sommando i contributi versati negli ultimi cinque anni si può calcolare il contributo degli stranieri dal 2009 al 2013, pari a 45,7 miliardi di euro, volume sufficiente per una manovra finanziaria.

Il ruolo nei paesi d’origine. Nell’attuale dibattito sull’immigrazione, “aiutiamoli a casa loro” è uno degli slogan più diffusi, inteso come possibilità concreta per limitare l’immigrazione irregolare e le problematiche ad essa connesse. Tuttavia, i dati OCSE evidenziano come gli investimenti pubblici non rappresentano una priorità per i governi della vecchia Europa, nonostante già nel 2000 si fosse fissato come obiettivo lo 0,70% del PIL. L’Italia, ad esempio, investe in aiuti allo sviluppo appena lo 0,16% del PIL (meno di 3 miliardi di euro). Quota ampiamente superata dai flussi di denaro che gli immigrati inviano in patria, pari allo 0,31% del PIL (4,9 miliardi secondo la stima 2015).

 

Decreto Colosseo, Airaudo (Sel): «Uno strumento per intimidire chi sciopera»

Il decreto Colosseo votato dalla Camera «è un provvedimento che usa strumentalmente il diritto di assemblea dei lavoratori del Colosseo per intimidire tutto il mondo del lavoro rispetto al diritto e alla libertà di sciopero. La fruizione della cultura non c’entra nulla perché colpisce i lavoratori che erano in assemblea perché non gli pagavano gli straordinari da nove mesi quando proprio quei custodi per mesi, benché non adeguatamente retribuiti, hanno tenuto aperto il Colosseo», dice Giorgio Airaudo deputato di  Sel ed ex sindacalista FIOM, che nel dibattito alla Camera ha chiesto il ritiro di questo provvedimento varato d’urgenza a settembre dopo che il Colosseo è  rimasto chiuso per qualche ora per assemblea sindacale regolarmente convocata.

«Accade tutto questo – continua il parlamentare dal lungo passato di sindacalista – mentre in tutta Italia siti archeologici vengono affittati, come è accaduto  alla Reggia di Venaria a Torino,  per fare  un ballo in maschera alla maniera del Settecento, facendo sì che i turisti non potessero entrare per tre ore. E i turisti ne staranno fuori dalla porta anche il 21 novembre quando ci sarà il lancio  del portale Italia Login alla presenza del Premier Renzi».

In Italia, anche grazie alla Legge 4/1993 firmata dall’allora ministro Ronchey, moltissimi sono gli esempi  di uso di musei e luoghi pubblici per interessi privati, permettendo che l’interesse collettivo sia subordinato al profitto dei privati. «L’ 8 ottobre scorso una banca ha affittato la villa della Regina a Torino – ricorda Airaudo -. La Biblioteca nazionale di Firenze è stata chiusa ai lettori per una sfilata di moda. E prima ancora quando  Renzi era sindaco di Firenze affittò il Ponte Vecchio alla Ferrari solo per fare alcuni esempi.  In tutti questi casi  ad essere esclusi sono i visitatori e cittadini ma nessuno ha gridato allo scandalo. Poi se i lavoratori  fanno un’assemblea sindacale si grida allo scandalo e al disservizio per i turisti».

Dopo il sì dell’Aula della Camera al decreto legge Colosseo la parola ora passa al Senato. Alla Camera i voti a favore sono stati 241, 102 i contrari, 19 gli astenuti. Contro hanno votato M5S, Sel e Fi; la Lega si è astenuta.

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