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Europa, una net neutrality azzoppata

Nel 1989, Sir Tim Berners-Lee inventò il World Wide Web, quel www che mettiamo davanti a ogni indirizzo internet e che ci permette di navigare online come siamo abituati a fare. E proprio oggi la creatura di Berners-Lee sembra essere in pericolo. È così che “il padre di Internet” ha pubblicato sul suo blog un appello per salvaguardare il principio di neutralità su cui si basa la rete internet, la cosiddetta “net neutrality”, dal “pacchetto telecomunicazioni” appena approvato dal Parlamento europeo. L’appello e la mobilitazione del web, che chiedevano venissero votati degli emendamenti a salvaguardia della net neutrality, sono serviti però a poco. Il Parlamento infatti ha bocciato gli emendamenti migliorativi e ha approvato un testo che, pur proponendosi come obiettivi quelli di salvaguardare la neutralità e evitare lo sviluppo di un internet “a due velocità” , lascia spazio a iniziative che potrebbero ledere un uso della rete democratico e rispettoso delle norme sulla concorrenza.

Secondo Bernes-Lee infatti i regolamenti approvati dall’Ue «sono deboli e confusi». Insufficienti a tutelare realmente l’ indipendenza della rete, e a mantenere il sistema europeo competitivo.

Ma cos’è la net neutrality e perché è importante?

A spiegare bene cos’è la net neutrality e gli effetti che può avere una sua limitazione ci pensa lo stesso “padre del web” che sul sito della sua fondazione scrive:

Quando ho progettato il World Wide Web, l’ho costruito come una piattaforma aperta per favorire la collaborazione e l’innovazione. Il Web si è evoluto in una piattaforma potente e onnipresente perché sono stato in grado di costruirlo su una rete aperta che tratta tutti i pacchetti di informazioni allo stesso modo. Da allora, Internet è diventato l’infrastruttura centrale del nostro tempo – ogni settore della nostra economia e della democrazia dipende da esso.

Ad oggi in sostanza via web possiamo raggiungere con la stessa facilità e con la stessa velocità colossi dell’informazione mainstream e piccoli blog indipendenti. Senza alcuna discriminazione. Ma dall’entrata in vigore delle nuove regole il prossimo anno potrebbe non essere più così. L’esempio possibile è quello di un’autostrada con due tariffe, in un caso non si fa la fila al casello e si viaggia sulla corsia senza traffico, nell’altro ci si mette in fila e si aspetta. Per le piccole imprese che offrono servizi e vendono contenuti in rete, la fine della net neutrality implicherebbe un accesso al mercato molto più difficile.

Il piano che i membri del parlamento europeo hanno votato infatti, pur accennando – come spiegato – all’importanza della net neutrality, stabilisce una serie di eccezioni che sembrano andare nella direzione opposta e favorire alcuni a discapito di altri.

Ecco i punti più critici:

▪ sarà possibile creare in determinati casi delle corsie preferenziali per il collegamento veloce a determinati siti. Presumibilmente in grado di pagare in cambio di questo servizio
▪ viene introdotto lo “zero rating”, cioé la possibilità di non conteggiare nella bolletta dell’utente il collegamento a determinate applicazioni. Presumibilmente, sempre quelle che possono pagare in cambio di questo servizio
▪ i provider potranno definire “classi di servizi” e decidere se rallentare – o accelerare – il loro traffico. Stabilendo così una gerarchia fra i siti che limita molto la competizione fra servizi e informazioni disponibili, favorendo chi può pagare per mostrare più velocemente il proprio sito/portale ai visitatori
▪ ai provider inoltre verrà concessa la facoltà di gestire a loro discrezione il traffico su internet e di rallentarlo per sventare una non meglio definita “minaccia di congestione”

A nulla è valso il supporto all’appello di Sir Tim Berners-Lee giunto da una trentina di grandi aziende che operano nel settore del web e della comunicazione (fra cui Netflix, Reddit e Kickstarter) e che, a loro volta avevano rilanciato il tema chiedendo l’approvazione degli emendamenti “correttivi”.

Secondo Tim Barnes il regolamento approvato a larga maggioranza dal Parlamento Europeo «minaccia l’innovazione, la libertà di parola e la privacy, e compromette la capacità dell’Europa di concorrere nell’economia digitale». Negli Stati Uniti la FCC ha scelto, dopo grandi mobilitazioni online e non solo, di mantenere assoluta la neutralità della rete.

Se sul fronte web le novità approvate con il “pacchetto telecomunicazioni” che entrerà in vigore dal giugno 2017, sono sostanzialmente negative, su quello della telefonia si registrano invece dei passi avanti. È stata approvata infatti l’abolizione delle tariffe di roaming telefonico nel territorio dell’Unione Europea: dal 2017 ovunque viaggeremo all’interno dei confini Ue pagheremo la stessa tariffa (qui un articolo di spiegazione su cosa cambia da Test magazine, mensile dei consumatori).

 

Come eravamo noi europei prima di diventare ricchi? Ritratti da Ellis Island

Sebbene sia attraversata da movimenti xenofobi (e lo sia stata molte volte in passato), l’Europa è un continente di emigranti. Germania, Olanda, Romania, Italia e molti altri: tutti i popoli in diversi momenti della storia, non così lontani, sono partiti per qualche posto lontano. Gli ultimi decenni dell’800 e i primi del 900 hanno visto milioni di persone partire per le Americhe. Stati Uniti e non solo: in Brasile e Argentina le persone con un lontano passato europeo sono davvero tante. E allora, a chi le vedeva arrivare nelle metropoli dovevano sembrare brutti, sporchi e cattivi. E soprattutto portatori di culture e abitudini incivili e non assimilabili, come le persone fotografate a Ellis Island che vedete qui sotto. Nelle Americhe non è andata così, anche se all’arrivo (e più di un terzo degli americani ha un parente passato per la piccola isola di fronte a Manhattan) erano tutti molto diversi.

Le foto sono state scattate da August Sherman, un dilettante che lavorava come impiegato al registro di Ellis Island dal 1892 al 1925. Sherman scattò le foto a chi arrivava vestito nel proprio costume nativo. Le foto erano appese nelle stanze dell’ufficio federale per l’immigrazione a Manhattan esono state pubblicate sul National Geographic nel 1907. Oggi sono alla New York Public Library e sono state ripubblicate dalla Public domain review. Qui sotto vedete foto di persone provenienti da quelle che oggi sono alcune tra le regioni più ricche d’Europa (o tra quelle che oggi adottano politiche xenofobe nei confronti dell’ondata dei profughi siriani).

 

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(donna italiana)

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(Cosacco della steppa)

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(donna rutena – tra Ucraina e Bielorussia)

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(donna slovacca con figlio)

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(uomo danese)

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(donna italiana)

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(tre donne slovacche)

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(donna norvegese)

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(uomo bavarese)

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(tre donne olandesi)

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(clandestino tedesco)

 

Destra, l’ascesa di Giorgia Meloni (e Salvini che non molla)

Sarà che Renzi ha conquistato l’elettorato moderato (e non solo l’elettorato… Cicchitto ormai è un fan), ma la partita per la leadership del centrodestra è tutta giocata a destra. Tra Giorgia Meloni, in piena ascesa, e Matteo Salvini che fino a qualche mese fa sembrava il campione unico del fronte destro dello schieramento politico. Novembre sarà un mese di grande visibilità e di conte di piazza: l’8 la Lega manifesta a Bologna e sul palco salirà anche Berlusconi, mentre il 28 sarà la volta di una manifestazione a Roma.

Meloni si aggiudica l’eredità di An
Non ci sarà un nuovo soggetto politico di destra, perché un partito di destra esiste già e si chiama Fratelli d’Italia. Saranno Giorgia Meloni e il suo partito, a raccogliere l’eredità di Alleanza nazionale. Ha così deciso l’ultima assemblea dei soci della Fondazione An, del 3 e 4 ottobre a Roma, approndo una mozione che consegna proprio a Fratelli d’Italia lo storico simbolo di An e decretando un rilancio del progetto di “allargamento” del partito della Meloni. E raccoglieranno pure il patrimonio della Fondazione: 180 milioni in immobili e 60 milioni in conti correnti. Raccoglieranno anche quelle percentuali? Lo sperano, indubbiamente. Nel 1996 il partito guidato all’epoca da Gianfranco Fini arrivò a raggiungere, nel picco più alto della sua storia, il 15%. La destra vuole «recuperare la vocazione maggioritaria», dicono. Per farlo, saranno necessario alcune grandi manovre: coniugare la destra identitaria e diffusa, con quella moderata e di governo.
Meloni 1-Alemanno 0, quindi. I “quarantenni” guidati dal genero di Pino Rauti – che volevano una Nuova Alleanza Nazionale in cui tutti avessero uguale peso – si sono dovuti arrendere davanti alla giovane guardia della Meloni e alla “centralità” del loro partito. Un congresso si terrà comunque, sarà aperto ma targato Fdi-An e si terrà entro gennaio 2016: «È evidente ormai che la mia destra non è quella di Alemanno, di Fini e di chi vuole continuare a dilaniare per avere un ruolo», ha orgogliosamente dichiarato Giorgia Meloni. «Finalmente si fa chiarezza e si capisce a chi spetta il compito di aggregare la destra moderna. A lei. A Giorgia Meloni che ha incassato pure il consenso degli attualmente forzisti Maurizio Gasparri e Altero Matteoli. Alemanno si arrenderà? Certo che no, ha già annunciato un nuovo Movimento per la destra unita.

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Meloni vs Salvini: la corsa alla leadership
In testa ai sondaggi per la guida del Comune di Roma e pronta al sorpasso su Matteo Salvini per la guida della destra del Paese, la Meloni va d’accordo con tutti e non si “immischia” con nessuno. CasaPound? Ne prende le distanze ma ne condivide la matrice culturale nazionalista e tradizionale. Matteo Salvini? «Va tutto bene ma non abbiamo mica fondato un partito insieme. Ognuno di noi due è orgoglioso delle proprie differenze. Collaboriamo condividendo alcuni temi». E Berlusconi? «Forza Italia sembra incartata in un esasperato tatticismo, adesso non sembra saper che fare». Invece lei, Giorgia Meloni, le idee le ha chiarissime: «Io voglio vincere. Voglio battere Renzi». Tirata in mezzo da tutti per una candidatura al Comune di Roma, non molla la presa sul terreno nazionale: ha già annunciato «una grande manifestazione unitaria del centrodestra per il 28 novembre a Roma», sottolineando che avverrà «nove anni dopo la storica manifestazione del 2 dicembre 2006 che liberò l’Italia dal governo Prodi». Il suo annuncio arriva proprio mentre Matteo Salvini prepara la sua “svolta moderata”, che sarà ufficializzata a Bologna l’8 novembre durante la manifestazione “Liberiamoci e ripartiamo” contro il governo Renzi. Al fianco di Salvini ci sarà anche il Cavaliere.

Chi è Giorgia Meloni?
«Romana, classe ’77, politica e giornalista professionista», si legge sul suo sito internet, nata alla Camilluccia il 15 gennaio e cresciuta nel popolare quartiere della Garbatella. Secondogenita, figlia delle due isole italiane, Giorgia Meloni è di origini sarde da parte del padre, Francesco, un commercialista che abbandonò la famiglia emigrando nelle Canarie quando la Meloni aveva dodici anni; e siciliane da parte della madre, Anna. Si è diplomata al liceo linguistico. Inizia a impegnarsi in politica a 15 anni – mentre frequenta il liceo linguistico e lavora come baby-sitter, cameriera e barman al Piper – con il coordinamento studentesco “Gli Antenati”, per contestare la riforma Iervolino sulla Pubblica istruzione. A 19 anni è la responsabile nazionale di Azione Studentesca, e due anni dopo viene eletta consigliere della Provincia di Roma per An. Nel 2006, a 29 anni, viene eletta alla Camera dei Deputati – sempre e fedelmente con An – diventando poi la più giovane vicepresidente della Camera della storia. La sua scalata prosegue fino al suo incarico più alto: ministro della Gioventù, dal 2008 al 2011. E registra il secondo record, a 31 anni è il ministro più giovane della storia. La sua lunga militanza in An prima e nel Popolo delle libertà termina alla fine del 2012, quando fonda, insieme a Guido Crosetto e Ignazio La Russa, il movimento politico “Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale”.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Cosa ha detto l’Oms sulla carne (e quanto è potente la lobby dei produttori)

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha dichiarato che pancetta, salsicce e carni lavorate e carni rosse possono provocare il cancro. Un gruppo di 22 esperti internazionali  ha esaminato decenni di ricerche sul legame tra carne rossa, salumi e cancro e ha riassunto i dati in un documento dello Iarc, l’International Agency for Research on Cancer, ramo dell’Oms che si occupa di cancro pubblicato da The Lancet, forse il più importante giornale medico del pianeta.
«Il consumo di carne lavorata – si legge nella relazione – è stato inserito nel gruppo 1 (lo stesso nel quale compaiono sostanze che causano il cancro a pericolosità più alta come il fumo, il benzene, l’arsenico e l’alcol) in base a una evidenza sufficiente per il tumore colorettale». La carne in generale, come spiega la rivista Test dedicata ai consumatori, contiene grandi quantità di grasso e sembrerebbe fondato il  dubbio che il composto che la rende rossa possa danneggiare lo strato interno dell’intestino. A rendere ancora più dannosa per la salute umana la carne lavorata sono i trattamenti di preparazione e conservazione industriali per gli insaccati, dalla salatura all’aggiunta di conservanti chimici, potenzialmente cancerogeni. Insomma, secondo gli esperti, salumi e bacon industriali sono un pericolo.

(Il consumo di carne nel mondo: primi gli Usa, l’Australia e i paesi produttori dell’America Latina via chartsbin.com)

Attenzione però: la carne rossa non è è classificata come cancerogena (la categoria 1 usata dalla Iarc) ma come “possibilmente cancerogena”, categoria 2. Non solo, quando, come molti hanno scritto e letto, si dice che la carne lavorata è paragonabile al fumo per potenzialità cancerogena, si commette un errore. La categoria è la stessa, nel senso che, appunto, le sostanze contenute nei prodotti in questa inclusi aumentano con certezza la probabilità di prendere il cancro. Il che non vuol dire che lo fanno venire: se la percentuale potenziale di ammalarsi di una società in genere è pari al 2%, chi mangia molti insaccati in quella società ha probabilità di ammalarsi il 10% in più, ovvero il 2,2% dei casi (attenzione, i numeri sono inventati per esemplificare). La grafica qui sotto spiega bene: fumo e carne sono entrambi nella categoria 1, ma il primo è molto più pericoloso della seconda.

151026-Tobacco-vs-Meat-TWITTER(Stessa categoria, diversa pericolosità: le sigarette causano l’86% dei tumori ai polmoni, la carne lavorata il 21% di quelli al tratto colorettale dell’intestino)

Mentre la discussione imperversa sul web e sui social network – tra i “ve lo avevamo detto” dei vegetariani e lo sgomento misto a scetticismo degli altri, che già vedono banditi barbecue e grigliate – la testata americana The Atlantic pubblica un interessante articolo che mette in evidenza un altro aspetto della questione: quello della distorsione del mercato da parte della lobby della carne. Aspetto non indifferente se si pensa a quanto accadde con i colossi del fumo nel momento in cui i loro prodotti vennero dichiarati cancerogeni.
L’articolo di The Atlantic inizia in modo ironico sottolineando non solo i rischi derivanti dal consumo eccessivo di carne rossa, ma anche come si stia trascurando anche la questione ambientale correlata all’industria della carne.

 

Mentre potrebbe capitare che un medico consigliasse ai pazienti di non mangiare troppi hamburger e panini alla carne, grazie alle eccezionali capacità di lobbying dell’industria della carne americana, è improbabile che un consiglio simile lo dia il governo degli Stati Uniti.  Contraddicendo il consiglio del proprio gruppo di esperti, il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA) e il Dipartimento di Salute e Servizi Umani (HHS) hanno annunciato che l’ultima edizione delle Dietary Guidelines for Americans, le linee guida fornite agli americani sulla loro dieta alimentare, non includeranno considerazioni di sostenibilità ambientale. Se le agenzie avessero deciso di fare altrimenti avrebbero suggerito alle persone di ridurre il loro consumo di carne, la cui produzione, è ampiamente riconosciuto, è uno dei principali responsabili del cambiamento climatico.

fonte: The Atlantic

 

Le dichiarazioni dell’Oms aggravano quindi una situazione già di per sè critica per il mercato della carne e gli introiti che da questa derivano. Le dimensioni del settore, guardando ad esempio agli Stati Uniti – dove tra hamburger, hot dog e bacon a colazione si fa uso di una dieta estremamente proteica – sono immense. Si calcola infatti che solo il mercato della carne bovina negli Usa sia un business di 95 miliardi di dollari all’ anno. E l’American Meat Institute North (NAMI) stima che, in totale, l’industria della carne contribuisca a un giro di circa 894 miliardi di dollari nell’economia statunitense. È piuttosto normale pensare quindi che introiti così ingenti si traducano in un’influenza politica, tale da mettere in discussione qualsiasi argomentazione che minacci il mercato della carne. Nel 2014, infatti,  l’industria del settore ha speso circa 10,8 milioni di dollari in contributi alle campagne politiche, e circa 6,9 milioni di dollari direttamente sul lobbying governo federale.

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Nel 2014, l’industria della carne ha speso circa 10,8 milioni di dollari in contributi a campagne politiche, e circa 6,9 milioni di dollari sul lobbying governo federale.

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Un esempio del processo di “negazione” che potrebbe verificarsi dopo le dichiarazioni dell’Oms sulla correlazione carne-tumori è riscontrabile nella politica aggressiva condotta già a partire dal 1977 dall’industria americana della carne, impegnata a contrastare – con campagne pubblicitarie, studi alternativi, diffusione di diete e regimi alimentari iperproteici ecc – il moltiplicarsi di studi che constatavano come il consumo eccessivo di bacon, uova, hamburger e salsicce non solo non giovasse alla salute dei cittadini, ma anche quali fossero i danni ambientali che la produzione di proteine animali stava procurando. Questi tentativi di condizionare e influenzare i consumi non sono passati di moda. Come nel caso della recente campagna commerciale pseudo informativa realizzata da McDonald’s e denunciata dalla food blogger Bettina Elias Siegel.

>> VIDEO | McDonald’s. 500 pasti: scelte che fanno la differenza

Il video “540 Pasti: Scelte fare la differenza” racconta la storia di John Cisna, insegnante di scienze nell’Iowa, che dichiara di aver perso circa 30 chili e migliorato pressione sanguigna e colesterolo mangiando solo McDonald per sei mesi, con l’introduzione di un regolare esercizio fisico.

Come prevedibile quindi anche in questo caso non si è fatta attendere la risposta della lobby della carne che potesse controbattere i risultati resi noti dall’Oms. Alcuni scienziati hanno infatti messo in discussione che le prove fornite siano di entità sufficiente per trarre le conclusioni pubblicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel rapporto. «Noi semplicemente non pensiamo che le evidenze rilevate supportino alcun nesso di causalità tra tutte le carni rosse e qualsiasi tipo di cancro» ha dichiarato Shalene McNeill, direttore esecutivo della nutrizione umana presso la National Cattlemen’s Beef Association (Ncba).

LEGGI ANCHE:

Sospetti su carne rossa e insaccati? Le prove già 10 anni fa

Certo è che una prova definitiva della correlazione fra il consumo di carne e l’insorgenza di cancro potrebbe rendere queste dichiarazioni scomode e soprattutto aprire una serie di questioni legali molto simili a quelle che si verificarono con le multinazionali del tabacco che per anni negarono una correlazione fra fumo e insorgenza del cancro nonostante fosse provata da innumerevoli studi. E la situazione si fa ancora più drammatica se si considera che solo nel 2012 i nuovi casi di tumore colorettale diagnosticati sono stati circa 1,4milioni. Praticamente il terzo tipo di cancro più comune al mondo.

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Più di un milione l’anno muore in incidenti d’auto

Le associazioni dei parenti di vittime della strada hanno organizzato ieri un sit-in pacifico davanti a Montecitorio nelle ore in cui il testo di legge che introduce il reato di omicidio stradale, dopo il vaglio e le modifiche apportate dalle commissioni Giustizia e Trasporti, passa all’esame della Camera. I manifestanti fanno pressione affinché i deputati, nell’esaminare la legge approvata lo scorso giugno al Senato, recepiscano le loro proposte.

 

La legge in discussione
Il provvedimento votato dai senatori prevede la reclusione fino a 12 anni per chi provoca la morte guidando sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o in stato di ebbrezza, con possibilità di arresto il flagranza e raddoppio dei termini per la prescrizione. Per chi causa un incidente mortale e fugge senza soccorrere la vittima è poi previsto un aumento di pena. Tra le sanzioni, anche il ritiro della patente fino a trent’anni. Dopo il via libera di Palazzo Madama, da più parti erano state espresse perplessità sul provvedimento. Tra gli scettici («pur comprendendo il dolore e il senso di urgenza espresso da chi perde un familiare a causa di un incidente»), il senatore Pd Luigi Manconi, secondo il quale «la giurisprudenza ha già articolato una serie di risposte sanzionatorie» tutto sommato efficaci e la legge ora al vaglio dei deputati rischia di trasformarsi in un inutile duplicato.

 

Il rapporto dell’Oms
L’esame dell’Aula di Montecitorio arriva a pochi giorni dalla diffusione di uno studio dell’Organizzazione mondiale della sanità (World health organization) sugli incidenti stradali in 180 Paesi, il Global status report on road safety 2015 (le indagini precedenti risalgono al 2010 e al 2013).

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Secondo l’indagine, 1,25 milioni di persone muoiono in un incidente stradale ogni anno e nonostante i passi avanti siamo ancora lontani dall’obiettivo di dimezzamento delle vittime della strada fissato per il 2020.
Inutile dire che la metà delle persone che perdono la vita sono – nell’ordine – motociclisti, pedoni e ciclisti. Per i ragazzi tra i 15 e i 29 anni, gli incidenti stradali sono la principale causa di morte. I Paesi più “colpiti” dal fenomeno sono quelli a medio e basso reddito: qui circola la metà dei veicoli del Pianeta e avviene il 90% degli incidenti. In 68 Paesi, infatti, la mortalità è in aumento, mentre sono 79 quelli in cui diminuisce. Guardando al dato complessivo, nel triennio 2011-2013, al crescere del numero di veicoli circolanti e della popolazione non ha corrisposto un aumento dei “sinistri”, che rimangono stabili.


Le leggi nei diversi Paesi
105 hanno leggi efficaci sull’utilizzo delle cinture di sicurezza per tutti i passeggeri.
47 nazioni hanno leggi che regolamentano la velocità a un massimo di 50 km/h in città.
34 Paesi regolamentano la guida in stato di ebrezza, ponendo un limite di concentrazione di alcol nel sangue uguale o inferiore a 0,05 g/dl e a 0,02 per i neopatentati.
44 Stati hanno reso obbligatorio l’utilizzo di caschi sia per il guidatore sia per il passeggero.
53 Paesi in cui è obbligatorio il trasporto dei bambini con gli appositi seggiolini.


 

Com’è messa l’Italia?
La sezione del report Oms relativa al nostro Paese traccia un quadro di incidenti stradali in diminuzione, con 3.721 morti sulle strade italiane nel solo 2013. Guardando al dettaglio delle vittime della strada in Italia, si evince che il 33% degli incidenti mortali riguarda i guidatori di auto e veicoli leggeri, seguono i motociclisti con il 26% dei decessi, poi i pedoni (16%) e i ciclisti (7%).
Buono il giudizio sulla legislazione vigente, efficace nel prevenire i sinistri, ma sono ancora  troppi gli automobilisti che non rispettano le regole del Codice della strada. Un quarto degli incidenti con decessi, ad esempio, è legato all’uso di alcool. Il casco è indossato 9 volte su 10, mentre le cinture vengono utilizzate nel 64% dei casi e addirittura le allaccia soltanto il 10 per cento dei passeggeri posteriori. In Italia i finanziamenti sono ancora insufficienti e l’obiettivo di riduzione degli incidenti mortali al 2020 ancora lontano da raggiungere (siamo al 50%).

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/RaffaeleLupoli” target=”on” ][/social_link] @RaffaeleLupoli

Alla Modern Rock Gallery gli scatti mai visti del backstage di Nevermind, l’album cult dei Nirvana

Era il 1991 e i Nirvana, la band di Kurt Cobain simbolo del grunge, era sulla cresta dell’onda. Nella piscina di un hotel di Los Angeles il fotografo Kirk Weddle scatta per l’album Nevermind le foto che diventeranno un cult e verranno rivisitate in mille modi negli anni successivi da artisti e personaggi del mondo dello spettacolo. In mostra alla Modern Rock Gallery di Austin in Texas “Outtakes” dove vengono esposti per la prima volta i provini scartati da Weddle durante lo shooting fotografico dell’album.

 

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La location è una piscina di Los Angeles, il servizio viene scattato nel novembre 1991

01-094CDave Grohl attuale frontman dei Foo Fighters, in uno scatto del servizio fotografico promozionale per l’album Nevermind realizzato da Kirk Weddle.

176Krist Novoselic in uno scatto del servizio fotografico promozionale per l’album Nevermind realizzato da Kirk Weddle.

A01-158AUna nuova stampa fotografia di Kurt Cobain, scattata sott’acqua da  Kirk Weddle.

01-100CKurt Cobain si riposa a bordo piscina durante il servizio fotografico dell’album

01-113CKurt Cobain, Dave Grohl e Krist Novoselic insieme durante lo shooting del loro album Nevermind

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01-139CI Nirvana insieme durante una pausa del servizio fotografico.

 

01-173ACLa chitarra di Cobain galleggia in piscina a fine shooting.

 

Queste immagini sono incredibilmente importanti. Sono un pezzo importante della storia del rock, e hanno anche significano molto per me personalmente come musicista e come fan. Le foto mostrano una band sul punto di cambiare il volto della musica, una band in procinto di conquistare il mondo, una band in procinto di lanciare un disco che diventerà uno dei più influenti album del nostro tempo. Ma mostrano anche una band in tour, una band stanca, che probabilmente ha nostalgia di casa e che si è appena gettata in una piscina, nel suo primo giorno libero, solo perché qualcuno della casa discografica ha detto loro di farlo … Questo è il motivo per cui adoro questi scatti!

Come appassionato di musica sono felice di mostrare queste fotografie ai fan dei Nirvana, ma sono felice anche perché questi scatti mostrano molto di più di 3 tizi di una band che galleggia in una piscina. Le immagini quasi surreali di Kurt Cobain letteralmente appeso in acqua, a volte quasi sperso, a volte con uno sguardo quasi folle, sono quelle che amo di più. Nevermind è entrato nella scena musicale in modo dirompente, tutti conoscono la copertina anteriore del disco con il bambino  fluttuante, ma questi scatti di backstage sono unici e fantastici.

Steven Walker, proprietario della Modern Rocks Gallery che espone gli scatti

 

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Afghanistan e Pakistan, le immagini della regione colpita dal terremoto

epa04996927 People react following a 7.7 magnitude earthquake, in Peshawar, Pakistan, 26 October 2015. A strong earthquake with a magnitude of 7.7 hit northern Afghanistan's Hindu Kush mountain range causing damage in Pakistan and India as well. At least 69 people were killed in Pakistan, 20 in Afghanistan and hundreds wounded. Tremors were felt in northern India including the capital New Delhi, causing thousands of people to evacuate buildings. Authorities also closed the underground train system. EPA/ARSHAD ARBAB

Quella a cavallo tra le montagne di India, Pakistan e Afghanistan non è solo una delle regioni più irrequiete del mondo degli ultimi decenni ma anche un’area sismica tra le più attive del pianeta. E come se non bastasse la guerra, un altro sisma torna a colpire l’area. Il terremoto, due minuti di scossa del 7,5 della scala Richter, con epicentro nella provincia afghana di Badakhshan è stato avvertito nei tre Paesi (qui sotto una mappa interattiva) e ha lasciato vittime certe in Afghanistan e Pakistan. Almeno 180 i morti accertati, ma il computo è parziale, parliamo di aree spesso remote e difficili da raggiungere. E’ probabile che i numeri siano destinati ad aumentare. Almeno dodici studentesse sono morte mentre cercavano di lasciare l’edificio della scuola dove si trovavano durante la scossa.

Dopo la scossa iniziale ci sono state diverse scosse di assestamento e giorni passati a piovuto in maniera insistente e, avverte Medici Senza Frontiere, ora il pericolo è quello delle frane (come quella nel video qui sotto). E poi del della contamonazione dell’acqua potabile. Le agenzie e le Ong internazionali già presenti sul terreno stanno cercando di capire l’entità della crisi dopo un sisma che è il peggiore in Afghanistan da 66 anni e in Pakistan da una decina d’anni.

Qui sotto alcune immagini delle ore successive alla scossa

Afghan women walk towards a damaged house following an earthquake, in Kabul, Afghanistan, Monday, Oct. 26, 2015. In Afghanistan's Takhar province, west of Badakhshan, at least 12 students at a girls' school were killed in a stampede as they tried to get out of the shaking buildings, a local official says. Sonatullah Taimor, the spokesman for the Takhar provincial governor, says another 30 girls have been taken to the hospital in the provincial capital of Taluqan. (AP Photo/Rahmat Gul)
Dopo la scossa a Kabul,  (AP Photo/Rahmat Gul)

Kashmiri women sit on a footpath after they rushed out of buildings following tremors in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Monday, Oct. 26, 2015. A strong earthquake in northern Afghanistan was felt across much of South Asia on Monday, shaking buildings from Kabul to Delhi and cutting power and communications in some areas. (AP Photo/Mukhtar Khan)
Donne kashmiri in strada a Srinagar, nel Kashmir indiano (AP Photo/Mukhtar Khan)

Shoes of Afghan school girls are seen on the ground after an earthquake hit in Takhar province, northeast of Kabul, Afghanistan, Monday, Oct. 26, 2015. In Afghanistan's Takhar province, west of Badakhshan, at least 12 students at a girls' school were killed in a stampede as they tried to get out of the shaking buildings, a local official says. Sonatullah Taimor, the spokesman for the Takhar provincial governor, says another 30 girls have been taken to the hospital in the provincial capital of Taluqan. (AP Photo/Naim Rahimi)
Le scarpe delle ragazze  di una scuola nei pressi di Talukan, Afghanistan, almeno 12 sono morte mentre cercavano di fuggire dall’edificio che crollava (AP Photo/Naim Rahimi)

A Pakistani carries a man who was injured from an earthquake in Peshawar, Pakistan, Monday, Oct. 26, 2015. A powerful 7.7-magnitude earthquake in northern Afghanistan rocked cities across South Asia. Strong tremors were felt in Kabul, New Delhi and Islamabad on Monday. In the Pakistani capital, walls swayed back and forth and people poured out of office buildings in a panic, reciting verses from the Quran. (AP Photo/Mohammad Sajjad)
Peshawar, un uomo trasporta un parente ferito  (AP Photo/Mohammad Sajjad)

People rush an injured woman to a local hospital in Peshawar, Pakistan, Monday, Oct. 26, 2015. A powerful 7.7-magnitude earthquake in northern Afghanistan rocked cities across South Asia. Strong tremors were felt in Kabul, New Delhi and Islamabad on Monday. In the Pakistani capital, walls swayed back and forth and people poured out of office buildings in a panic, reciting verses from the Quran. (AP Photo/Mohammad Sajjad)
Peshawar, Pakistan, una donna estratta dalle macerie della sua casa (AP Photo/Mohammad Sajjad)

An Afghan man clears rubble from a damaged house following a strong earthquake, in Kabul, Afghanistan, Monday, Oct. 26, 2015. The U.S. Geological Survey said the epicenter of the 7.5-magnitude earthquake was in the Hindu Kush mountains, in the sparsely populated province of Badakhshan, which borders Pakistan, Tajikistan and China. It said the epicenter was 213 kilometers (130 miles) deep and 73 kilometers (45 miles) south of the provincial capital, Fayzabad. (AP Photo/Rahmat Gul)
 Kabul, Afghanistan, un uomo spala tra le macerie della sua casa  (AP Photo/Rahmat Gul)

Afghan school girls are  treated at a hospital after an earthquake in Takhar province, northeast of Kabul, Afghanistan, Monday, Oct. 26, 2015. In Afghanistan's Takhar province, west of Badakhshan, at least 12 students at a girls' school were killed in a stampede as they tried to get out of the shaking buildings, a local official says. Sonatullah Taimor, the spokesman for the Takhar provincial governor, says another 30 girls have been taken to the hospital in the provincial capital of Taluqan. (AP Photo/Zalmai Ashna)
Taluqan, Afghanistan, studentesse ferite nel crollo della loro scuola vengono curate in ospedale. (AP Photo/Zalmai Ashna)

epa04997032 Pakistanis survey houses that collapsed following a 7.7 magnitude earthquake, in the Khyber Agency near the Afghan border, Pakistan, 26 October 2015. A strong earthquake with a magnitude of 7.7 hit northern Afghanistan's Hindu Kush mountain range causing damage in Pakistan and India. At least 90 people are believed to have been killed, mostly in the Peshawar region of Pakistan, 20 in Afghanistan and hundreds wounded. Tremors were felt in northern India, including the capital New Delhi, causing thousands of people to evacuate buildings. Authorities also closed the underground train system.  EPA/WALI KHAN SHINWARI
Case crollate nell’Hindu Kush, Pakistan (EPA/Wali Khan Shinwari)

epa04996923 People react following a 7.7 magnitude earthquake, in Peshawar, Pakistan, 26 October 2015.  A strong earthquake with a magnitude of 7.7 hit northern Afghanistan's Hindu Kush mountain range causing damage in Pakistan and India as well. At least 69 people were killed in Pakistan, 20 in Afghanistan and hundreds wounded.  Tremors were felt in northern India including the capital New Delhi, causing thousands of people to evacuate buildings. Authorities also closed the underground train system.  EPA/ARSHAD ARBAB
Peshawar, durante la scossa (EPA/Arshab Arbab)

Decreto Colosseo? «Servirebbero politiche e risorse, non limiti al diritto di sciopero»

Il  Senato si appresta a discutere il “decreto Colosseo” varato il 20 settembre  e già passato alla Camera. Un decreto che la vice capogruppo di Sel alla Camera, Annalisa Pannarale  non esita a definire «illegittimo e autoritario». Le abbiamo rivolto alcune domande.

Il cosiddetto decreto Colosseo è stato varato dopo un’assemblea dei lavoratori regolarmente convocata. E riguarda il diritto di sciopero, non di assemblea. Questo cambio di materia è legittimo? E soprattutto questo provvedimento d’urgenza va contro il diritto di sciopero?

Si tratta di un atto illegittimo e autoritario contro i lavoratori e le lavoratrici. Un evento assolutamente ordinario come un’assemblea sindacale, regolarmente convocata e comunicata, è stato trasformato, a forza di tweet, in uno scandalo ai danni del Paese e dei turisti. La verità è all’opposto: quei lavoratori hanno agito a norma di legge per rivendicare diritti fondamentali, visto che pur senza compenso hanno garantito per mesi le aperture straordinarie. Ciò malgrado sono stati dipinti come i devastatori della ineccepibile gestione di politiche culturali sopraffine. Tutto falso, ovviamente. Sono stati costretti a tappare i buchi di una gestione povera di finanziamenti e disastrosa nell’organizzazione di un patrimonio culturale unico al mondo che meriterebbe ben altre cure e investimenti seri. Il decreto considera “servizio pubblico essenziale” l’apertura del luoghi della cultura, come se visitare un museo avesse la stessa urgenza di una corsa in ospedale per essere curati. Laddove di urgente c’è da disegnare politiche culturali sistemiche con risorse adeguate, attraverso il potenziamento e la qualità di organici, l’eliminazione del precariato, il recupero di un patrimonio meraviglioso, spesso disastrosamente in rovina. Questo decreto invece lascia tutto così com’è, a parte l’attacco ai lavoratori. Infatti ė ad invarianza finanziaria, non aggiunge un  euro in risorse ulteriori, non assume lavoratori e lavoratrici, non prevede investimenti per il recupero e il rilancio del turismo; ha solo l’obiettivo di limitare il diritto di sciopero per i lavoratori dei luoghi culturali, comprendendoli nelle maglie della legge 146 del 1990.

Il ministro dei beni culturali Dario Franceschini  ha commentato  la chiusura del Colosseo per assemblea sindacale con un tweet che diceva” la misura è colma”. E poi ha varato un decreto d’urgenza per limitare il diritto di sciopero. Questo provvedimento va contro la Costituzione?
Il decreto ha un profilo anticostituzionale, è persino superfluo dirlo. Non esistono ragioni di necessità e urgenza, esiste solo la fretta di un governo di attaccare il diritto di sciopero in maniera facile e veloce, sottraendosi ad ogni confronto largo con le parti sociali. Il ricorso sistematico e non eccezionale  alla decretazione d’urgenza rappresenta un palese stravolgimento dell’equilibrio e della divisione costituzionale tra poteri, ed è gravissimo e illegittimo che si limiti il diritto di sciopero con lo strumento del decreto legge. Peraltro, esiste già una specifica regolamentazione a livello di contrattazione collettiva che rende ridondante e tendenzioso l’atto legislativo del Governo. L’accordo siglato l’8 marzo 2005 tra l’ARAN e la larga maggioranza delle organizzazioni sindacali, infatti, definisce le norme di garanzia per l’ esercizio del diritto di sciopero da parte dei lavoratori del comparto Ministeri, cui fa riferimento anche il personale in forza al Colosseo. Lo stesso accordo, ritenuto idoneo con propria delibera dalla stessa Commissione di garanzia sulla legge sullo sciopero, stabilisce inoltre che in questo settore non possono comunque essere proclamati scioperi nel mese di agosto e nei periodi connessi alle festività natalizie e pasquali, garantendo quindi ampiamente l’accesso dei turisti.

Il parlamentare di Sel ed ex sindacalista Fiom Giorgio Airaudo ci ha detto che questo è un provvedimento intimidatorio verso i lavoratori. Che ne pensa?

Nessun legislatore all’altezza del suo compito dovrebbe mai agire e legiferare spinto da una scomposta onda emotiva e mediatica. Questo governo ha esso stesso alimentato e gonfiato l’onda dello scandalo e del danno per occultare  le proprie responsabilità politiche su una vertenza ignorata per troppo tempo.  Nessuno però ha mai gridato allo scandalo e al “danno per l’intero paese” quando sono  stati chiusi al pubblico la Biblioteca Nazionale di Firenze, la reggia di Venaria, Villa della Regina, insieme a tanti altri luoghi affittati per sfilate di moda o comunque eventi privati.  Naturalmente il fiore all’occhiello dell’uso disinvolto dei beni culturali pubblici, come molti  hanno ricordato in questi giorni, è stata la chiusura senza regolare autorizzazione di Ponte Vecchio per almeno tre ore da parte dell’allora sindaco Renzi per il ricevimento privato di Montezemolo.  Il ministro Franceschini e la maggioranza fingono oggi di riabilitare la dignità della cultura. Ma senza una visione d’insieme e senza impiegare nuove risorse in un piano di sistema, non resta che prendersela con i lavoratori, in particolare con i dipendenti pubblici.

@simonamaggiorel

Polonia, il ritorno della destra nazionale ed euroscettica. Sinistra fuori dal Parlamento

Le elezioni legislative in Polonia per il rinnovo di Camera e Senato hanno decretato il cambio alla guida del Paese, dal 2007 governato dal partito liberale Piattaforma Civica (PO). A vincere con il 39,1% è il partito euroscettico di destra Diritto e Giustizia (PiS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, gemello dell’ex presidente della repubblica Lech, deceduto nel 2010 in seguito al drammatico schianto aereo di Smolensk. Al partito liberale PO il 23,4%. Un mutamento nelle preferenze elettorali del popolo polacco già preannunciato dalla vittoria alle elezioni presidenziali del 6 agosto scorso del candidato dei conservatori Andrej Duda. La sua elezione ha dato inizio ad un periodo di coabitazione tra la presidenza della Repubblica e il governo filo-europeo della Primo Ministro Ewa Kopacz, succeduta a Donald Tusk, oggi alla guida del Consiglio europeo. La nuova premier eletta Beata Szydlo e il suo partito, con 242 seggi ottenuti su 460 alla Camera, non dovranno cercare alleati per governare. Il terzo partito in Parlamento è l’anti-sistema Kukiz, e che prende il nome dal cantante rock fondatore, che ha ricevuto il 9% di voti. Gli altri due partiti del Sejm saranno Nowoczesn del liberale Ryszard Petru con il 7,1% dei voti e il Partito dei contadini (Psl) con il 5,2% delle preferenze. Fuori dalla Camera bassa, perché sotto la soglia di sbarramento dell’8%, rimangono il partito Sinistra unita (Zl) che ha avuto il 6,6%, la formazione di Janusz Korwin-Mikke con il 4,9%, e quella di sinistra sociale Razem (Insieme) di Adrian Zandberg con il 3,9%. E’ la prima volta nella storia della Polonia post-comunista che nessuna forza di sinistra ottiene abbastanza voti per entrare in Parlamento, anche se l’affluenza, che si è attestata al 52%, è stata superiore a quella registrata nelle ultime tornate elettorali. I polacchi hanno quindi deciso di far uscire definitivamente di scena il partito liberale, determinando un forte cambiamento di rotta all’interno del Paese, così come all’interno dell’Europa, in particolare per quanto riguarda la posizione antieuropeista di Diritto e Giustizia e la crisi migratoria, che è stata la principale protagonista del dibattito elettorale.

Il dibattito sull’Unione Europea

Nonostante in quest’ultimo decennio la Polonia si sia affermata come paese leader integrato alle politiche Comunitarie, riconosciuto anche dalla nomina di Presidente del Consiglio europeo di Donald Tusk, l’elettorato sia è spostato. Negli ultimi anni la Polonia ha goduto di una crescita economica quasi ininterrotta e oggi continua a registrare tassi di crescita nettamente superiori alla media europea. E’ l’unico Stato membro dell’Unione Europea che ha evitato la recessione durante la crisi finanziaria, grazie soprattutto al fatto di essersi tenuta molto alla larga dall’euro, del quale non ha mai fatto parte. Nonostante la stabilità economica, la popolazione ha espresso la propria insoddisfazione per la classe politica che ha governato la Polonia in questi ultimi anni, criticandone in particolar modo la visione europeista, che vede la Polonia legata ad un’Europa dipendente dalle scelte della Germania, paese mai amato per ragioni storico-politiche dai polacchi. Diritto e Giustizia (PiS) si è sempre presentato come un partito che antepone gli interessi nazionali a quelli comunitari, che rappresentano, sostengono i suoi candidati, solo gli interessi dell’economia e della finanza tedesche. Sostiene il mantenimento della moneta polacca e il rilancio dell’industria, che si basa su riserve nazionali di carbone, anche se questo significa scontrarsi con la politica climatica dell’Unione Europea.

Diritto e Giustizia intende inoltre promuovere misure che tassino maggiormente comparti come la grande distribuzione e il bancario, controllati prevalentemente da capitale non polacco, utilizzando il denaro che entrerebbe nelle casse pubbliche per innalzare la spesa sociale. Il fatto che la formazione euro-scettica detenga adesso il controllo, oltre della presidenza, anche del Parlamento, crea un problema rilevante per l’Unione europea: non ha più al suo fianco il suo grande alleato in Est Europa. Finora, il premier uscente Ewa Kopacz non aveva escluso un ingresso della Polonia nell’Eurozona, mentre il presidente Duda si era sempre tenuto molto cauto sull’esprimere pareri. In ogni caso, aveva sempre sostenuto che l’entrata sarebbe potuta essere portata a termine solo dietro approvazione da parte dei polacchi mediante referendum e solo quando i salari polacchi fossero stati uguali a quelli dei tedeschi, attualmente ben 4 volte superiori.

Per Bruxelles il rischio che i conservatori decidano di fare squadra con la destra al governo del premier ungherese Viktor Orban, i cui toni sono notoriamente contrari alle istituzioni europee, è molto elevato e creerebbe una situazione difficilmente gestibile. La futura premier Beata Szydło, spesso paragonata a Marine Le Pen, ha più volte detto di ispirarsi alle politiche dell’ungherese Orban. E paradossalmente l’ultranazionalismo del PiS potrebbe favorire Putin, anziché indebolirlo, perché rafforzerebbe ulteriormente le fila di quelle forze che vorrebbero un’Unione europea più debole e un’Europa ancora più divisa.

Polish Prime Minister Ewa Kopacz greets supporters as she arrives to watch the first exit polls being announced after general elections in Warsaw, Poland, Sunday, Oct. 25, 2015. Kopacz has conceded defeat after an exit poll showed that her pro-European Civic Platform party faced a decisive defeat by the right-wing Law and Justice party.(AP Photo/Alik Keplicz)
La primo minstro uscente Ewa Kpoacz saluta i sostenitori dopo la diffusione degli exit polls che la danno sconfitta (AP Photo/Alik Keplicz)

 

Ha vinto la retorica anti-migranti

Nei dibattiti televisivi pre-elettorali, la questione su cui più si sono scontrati i candidati premier è stata quella dei rifugiati. Anche se il flusso migratorio ha finora risparmiato il Paese, la decisione del premier di cedere parzialmente al piano di ripartizione voluto dall’Ue, è stata utilizzata dall’opposizione che ha gridato allo scandalo. Ha sostenuto che, facendo così, il Paese sarebbe stato islamizzato e che vi sarebbero stati problemi per la salute dei cittadini, con epidemie come il colera o la dissenteria, portate dai migranti. Concetto ribadito anche dal presidente Andreji Duda che ha parlato di molti rischi epidemiologici. Il presidente del PIS e la candidata premier del suo partito Beata Szydlo hanno fatto leva sulla paura promettendo in più occasioni di proteggere i polacchi dagli stranieri e soprattutto dai musulmani: «oggi, i polacchi sono soprattutto preoccupati per la loro sicurezza», ha detto Szydlo proponendo di aiutare i rifugiati nei loro Paesi. Il PO, già in pesante calo di consensi per i mancati assegni familiari e le promesse non mantenute sul fronte fiscale, non ha avuto vita facile su questo terreno: secondo un sondaggio pubblicato nel mese di settembre, due polacchi su tre sono contrari all’accoglienza. Consapevole della diffidenza dell’opinione pubblica il premier uscente ha insistito soprattutto sulla “ferma posizione” tenuta dalla Polonia in sede Ue con il rifiuto del sistema permanente di quote.

Varsavia ha ospitato fino ad ora circa 200 siriani cristiani, seguiti da una fondazione privata. Il governo uscente ha indicato di poter accettare più rifugiati rispetto a quanto chiesto dall’Unione europea, ma senza dare il numero esatto. Kopacz dal canto suo ha lanciato l’allarme su cosa potrebbe accadere se il Paese fosse consegnato ai conservatori del PiS: «io offro il buon senso e non il fanatismo, una Polonia civile e non una repubblica confessionale», ha dichiarato il premier uscente, commentando le posizioni del PiS vicine a quelle della Chiesa su questioni come l’aborto, la fecondazione in vitro o la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la violenza nei confronti delle donne. «Hai votato tre volte contro i diritti delle donne», ha attaccato Kopacz parlando alla sua rivale diretta Beata Szydlo.

Zerocalcare: «Nei miei personaggi vedo ben poco di eroico»

Maglietta nera, smilza. Sopracciglioni. E quell’espressione a volte basita, più spesso, disarmante e meravigliata della vita. È la creatura uscita della matita di Zerocalcare, il suo alter ego, protagonista dei libri che il fumettista romano ha pubblicato con Bao publishing e schizzati in cima alle classifiche di vendita dei libri prima ancora che il suo schivo autore avesse avuto modo di rendersene conto. «Non durerà, sarà un fenomeno passeggero» ripete a sé stesso e agli altri il trentunenne Michele Rech in arte Zerocalcare. Immaginando di tornare presto a dare ripetizioni di francese per sbarcare il lunario. E a disegnare per diletto nei centri sociali della periferia romana, dove è cresciuto e dove si sente più a suo agio. «Qui conosco tutti e non avverto nessun pericolo», dice di Rebibbia, dove sorge il carcere. «Un quartiere tranquillo, fatto anche di case basse con la palma che ricordano un po’ Pescara e un po’ Los Angeles». Anche in questo nuovissimo libro, L’elenco telefonico degli accolli che Zerocalcare presenta il primo novembre a Lucca Comics&Games, siamo a Rebibbia. Zigzagando fra centri sociali, computer e serie tv, qui scorre la vita di ragazzi che si danno arie da bulli, per nascondere la timidezza. Fra tutti gli inseparabili Secco e Cinghiale. Perennemente in lotta contro la precarietà, i ragazzi di Zero, però, non lo sono altrettanto nei rapporti. Tanto da «lasciarsi e rimettersi seicento volte con la stessa persona», per dirla con la vignetta che in questi giorni campeggia ad apertura del suo blog.

zerocalcare

Sono storie locali, molto personali, quelle che racconta Zerocalcare. Eppure c’è qualcosa, se non di universale, certamente di generazionale, che risuona anche a centinaia di chilometri di distanza, richiamando frotte di giovani lettori da Bolzano a Catania. Che gli hanno fatto toccare quota 200mila copie vendute con Dimentica il mio nome, approdato alle finali del Premio Strega.

Tutto è cominciato con un passaparola nel 2011, con l’exploit del blog aperto in concomitanza con l’uscita de La profezia dell’armadillo, il suo primo importante lavoro. Poi, su questa scia, sarebbero venuti molti altri titoli e, più di recente, lavori più schiettamente politici, come il suo reportage da Kobane pubblicato su Internazionale. Così, mentre va su e giù per l’Italia per presentare queste duecento pagine che distillano in vignette i suoi ultimi due anni vita, trascorso cercando di schivare gli accolli – ovvero richieste o pressioni del mondo editoriale – ci accolliamo l’impresa di provare a intervistarlo. Per giunta mentre arriva la notizia che l’incontro previsto al Circolo dei Lettori di Torino è stato cancellato perché Zero ha 39 di febbre. Suspense. Finché dall’altro capo del telefono risponde, gentile, disponibile, con un filo di timidezza nella voce. Il successo? «Ho avuto una buona dose di fortuna – si schermisce – . Il lavoro dietro a questo risultato c’è ed è molto, ma ho anche inconsapevolmente azzeccato il modo e il momento giusto per dire certe cose, che poi sono quelle che riguardano molti trentenni di oggi».

Qualcuno dice che hai saputo cogliere lo Zeitgeist, ciò che si muoveva nell’aria ma non aveva ancora trovato forma ed espressione.

A qualche livello ho colto l’esigenza di auto-narrazione che c’è nella mia generazione, fatta di giovani alle prese con la precarietà, da molti punti vista. Mentre il tempo passa e ti accorgi che non puoi più dirti un ragazzo.

 

«Qui si sposano come mosche», dice, con ironia, una tua vignetta. I tuoi antieroi rifiutano le convenzioni, le tappe obbligate della vita?

Ci vedo ben poco di eroico nei miei personaggi. Quella frase in realtà racconta davvero ciò che sta accadendo intorno a me. Molti amici si sposano, il tempo passa, e io non sono poi così sicuro che la strada che ho intrapreso sia la migliore. La vivo con un po’ di ansia, con la sensazione di perdere parti di me, della mia identità. Temo che tutto questo, alla fine, mi lasci solo una grande aridità.

Per Einaudi hai disegnato la copertina di Honky Tonk Samurai, il nuovo libro di un autore cult, visionario, come Joe Lansdale e hai disegnato la locandina della giornata per Stefano Cucchi il 31 ottobre a Roma. Presto tornerai a fare cose più politiche?

L’ho sempre fatto, fin dai tempi del G8 di Genova e nell’underground dei centri sociali. Ora vorrei tornare a raccontare la resistenza curda. Sto lavorando al progetto di un nuovo libro. Quando sono andato la prima volta non era per fare un reportage, ero andato con attivisti poco prima della strage di Suruc, che ha segnato l’inizio di un’escalation di violenza. Erdogan usa la scusa dell’antiterrorismo per azzerare la resistenza kurda.

Mentre parliamo arriva la notizia che Erri De Luca è stato assolto. Dacci il tuo commento “in diretta”.

La richiesta di condanna per Erri De Luca per istigazione era assurda, tutta la vicenda dei processi sulla Tav lo è. È un’aberrazione politica che siano stati richiesti danni ai manifestanti, che dovrebbero sborsare somme impossibili. Che non hanno la possibilità di sollecitare i media perché non sono nomi noti.

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Trovi questo articolo nel numero 41 di Left in edicola e in digitale dal 24 ottobre

 

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