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È tempo di blue economy

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Abbiamo perso il controllo sul nostro cibo, e siamo nelle mani di pochi soggetti mossi da un unico imperativo: fare profitto. Se questo implica l’uso di ogm, che ogm siano, se richiede l’utilizzo di ormoni, allora via agli ormoni. E se c’è bisogno di prodotti chimici per dare al cibo di 21 giorni un aspetto fresco, nessun problema ad aggiungerli. Tutto deve apparire ultra-fresco, anche se in realtà tutto è stato appena scongelato, e così sia. E quando il cibo non è locale, spendiamo gran parte del denaro per farlo circolare, quotidianamente, nell’economia locale. Con l’importazione del cibo prosciughiamo tanto l’economia generale quanto le nostre condizioni essenziali di vita.
La blue economy si fonda su una logica di base: utilizzare ciò che abbiamo, generare valore da risorse esistenti e rinnovabili. Passare dalla scarsità e dalla globalizzazione – che lascia almeno il 25% della popolazione senza cibo e un altro 25% con cibo malsano – all’abbondanza è possibile. Lo possiamo dimostrare. È persino facile, se ci riappropriamo della produzione alimentare. Per farlo, non basta sostituire qualcosa con qualcos’altro – per esempio gli ogm con i semi non-ogm -, è necessario cambiare il sistema e il più grande ostacolo che incontriamo in tal senso è che noi non creiamo più né rigeneriamo suolo agricolo, necessario per assicurare la vita.


Passare dalla scarsità e dalla globalizzazione – che lascia almeno il 25% della popolazione senza cibo e un altro 25% con cibo malsano – all’abbondanza è possibile. 


L’unico modo per ottenere il cambiamento è educare i bambini. Quando le ragazze sanno che tutti i pesci nel laghetto sono stati alimentati con ormoni maschili, al punto che le femmine hanno subito un cambiamento forzato di sesso, e che tutte le femmine in mare sono state uccise e le loro uova sono vendute come caviale, allora si rendono conto che queste pratiche sono barbare. Quando i ragazzi e le ragazze sanno che il 50% dei polli ibridi vengono uccisi nelle camere a gas a un solo giorno di vita, perché non depongono sufficienti uova o producono meno carne, allora in classe si scatena l’orrore!
Ora, però, è tempo di smetterla con l’orrore e di dare qualche buona notizia: possiamo produrre abbastanza per tutti anche senza “forzare” un cambiamento di sesso, senza uccidere le madri per le loro uova, e lasciando vivere gli animali meno produttivi ma che possono dare comunque un meraviglioso contributo alla vita.

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Trovi questo articolo su Left n. 40 all’interno della cover story “Semi di Resistenza”

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Cominciamo producendo il cibo vicino ai luoghi in cui verrà consumato. Se mangiamo un’insalata fresca e abbiamo le uova delle nostre galline, allora avremo anche un’economia diversa. La sfida è questa: le persone hanno dimenticato che loro stessi possono produrre cibo, anche se vivono in città. In realtà, il 90% del cibo di cui le città hanno bisogno può essere prodotto sui tetti, a partire da quelli dei centri commerciali, di alberghi e di uffici. Abbiamo bisogno di ripensare il modo in cui produciamo e anche di ripensare a ciò che consumiamo. Se vogliamo soltanto la bistecca e gli hamburger allora ci troveremo in difficoltà. Se il salmone è il nostro pesce preferito, allora non dovremo pescare un’eccessiva quantità di sardine e acciughe perché sono il loro pasto principale. Ma questo non è il punto. Sarebbe molto più giusto mangiare aringhe e sardine per coprire i due terzi del nostro fabbisogno di proteine, invece di mangiare soltanto pesci come il salmone, anche perché per avere una tonnellata di salmone servono ben tre tonnellate di pesce azzurro. Abbiamo costruito tante storture ed è incredibile come riusciamo a tollerarle in nome della “produttività”.
Dovremmo tornare ai fondamentali, abbracciando contemporaneamente una moderna concezione di nutrizione. E dovremmo combinare i cinque regni della natura – piante, animali, funghi, alghe e batteri – facendo sì che la materia, l’energia e la nutrizione siano continuamente upcycled, in riuso creativo. Così come facciamo con la blue economy: utilizziamo gli scarti del caffè per coltivare i funghi e, dopo, riutilizziamo anche gli scarti di questi funghi. Lo scarto dello scarto è un prodotto ricco di aminoacidi che può essere utilizzato per creare mangimi per animali. Quando impareremo a pescare come i delfini, che indirizzano le loro prede con delle bolle d’aria?

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Left n.40 è in edicola. Leggi il sommario

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17 ottobre 1931, Al Capone finisce al fresco

Al Capone in una immagine di archivio. E' morto da piu' di sessant'anni ma il mito di Al Capone continua a vivere e a scatenare passioni. Stavolta si tratta dello scontro tra i suoi discendenti, raccontato in prima pagina dal Wall Street Journal. Al centro della guerra tra i 'Capones', non c'e' alcun patrimonio da ereditare. Le enormi proprieta' di 'Scarface' furono infatti tutte confiscate dallo Stato. Piuttosto, a provocare la faida familiare e' un altro bene altrettanto prezioso: la memoria, il marchio, e i possibili guadagni conseguenti. ANSA/ARCHIVIO

17 gennaio 1899 Alphonse Capone nasce a Brooklyn, New York
1920 Al Capone entra a far parte della banda di Johnny Torrio membro della famiglia Colosimo.
1925 Torrio si ritira, elevando Capone a capo. Capone estende il controllo della banda sul commercio della birra illegale, la distillazione, e distribuzione di birra e liquori.
27 aprile 1926 Il procuratore di Chicago Billy McSwiggin viene ucciso davanti al un bar. McSwiggin aveva tentato di portare a giudizio Capone per omicidio nel 1924.
14 febbraio 1929 Massacro di San Valentino. Sette soci della Gang Moran uccisi da uomini vestiti con uniformi della polizia.
27 febbraio 1929 viene citato in giudizio a comparire davanti a un gran giurì di Chicago Heights che indaga su possibili violazioni della legge sul proibizionismo.
11 marzo 1929 Gli avvocati di Capone presentano una petizione per rinviare la comparizione in tribunale  allegando una dichiarazione giurata del medico, il dottor Kenneth Phillips, che attesta che Capone soffre di broncopolmonite. Quella notte Capone viene visto all’incontro di boxe Sharkey-Stribling.
17 maggio 1929 Capone e la sua guardia del corpo vengono arrestati a Philadelphia per il trasporto di armi nascoste. Verranno condannati a un anno di carcere.
17 marzo 1930 viene rilasciato per buona condotta dopo nove mesi.
23 aprile 1930 La Crime commission di Chicago emana la lista dei pericoli pubblici. Capone è in cima alla lista.
5 giugno 1931 viene incriminato con l’accusa di evasione fiscale per gli anni 1925 al 1929.
16 giugno 1931 Capone decide di dichiararsi colpevole di tutte le accuse di evasione fiscale. Viene negoziata una condanna a 2 anni e mezzo.
6 ottobre 1931 Il processo evasione fiscale contro Al Capone inizia. Il Giudice Wilkerson cambia la giuria dopo aver avuto notizia di una possibile corruzione della giuria originale.
17 ottobre Capone viene giudicato colpevole delle accuse mossegli
24 novembre 1931 viene condannato a undici anni di carcere, a una serie di multe e a sei mesi per oltraggio alla corte.
27 febbraio 1932 L’appello di Capone viene negato.
4 maggio 1932 inizia a scontare la pena ad Atlanta.
22 Agosto 1934 viene trasferito ad Alcatraz.
16 novembre 1939 esce dal carcere dopo aver scontato 7 anni, 6 mesi e 15 giorni e dopo aver pagato tutte le multe e tasse arretrate dovute.
25 gennaio 1947 muore per un ictus a Palm Island, in Florida.

Palestina, TTP, Playboy e gli altri: le foto della settimana

epa04977276 Palestinian protesters throw stones during clashes in the West Bank city of Bethlehem, 14 October 2015. Meanwhile, hundreds of troops were being deployed in Israeli cities following a series of shooting and stabbing attacks by Palestinians. EPA/ABED AL HASHLAMOUN

 

Israeli border police check the ID of a Palestinian woman, next to newly placed concrete blocks in an east Jerusalem neighborhood, Thursday, Oct. 15, 2015. Israel erected checkpoints and deployed several hundred soldiers in the Palestinian areas of the city Wednesday as it stepped up security following a series of attacks in Jerusalem. (AP Photo/Oded Balilty)
Poliziotti israeliani a un checkpoint (AP Photo/Oded Balilty)

 

A man blows a whistle as tens of thousands of protestors attend a demonstration against the free trade agreements TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) and CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) in Berlin, Germany, Saturday, Oct. 10, 2015. (AP Photo/Markus Schreiber)
10 ottobre, centinaia di migliaia a Berlino contro il TTP (AP Photo/Markus Schreiber)

 

Democratic presidential candidate Hillary Rodham Clinton, center, arrives to speak to the United States Hispanic Chamber of Commerce, Thursday, Oct. 15, 2015, in San Antonio. (AP Photo/Eric Gay)
15 ottobre, Hillary Rodham Clinton prima di un comizio a San Antonio, Tecas. Questa settimana Clinton ha vinto il primo dibattito Tv tra candidati democratici (AP Photo/Eric Gay)

 

Youths hang from the rear bumper of a vintage American car as they play in a flooded street, after a heavy rain in Havana, Cuba, Wednesday, Oct. 14, 2015. (AP Photo/Ramon Espinosa)
14 ottobre, nubifragio a l’Havana (AP Photo/Ramon Espinosa)

 

A soldier looks at decorative flowers outside of a shop Friday, Oct. 9, 2015, ahead of Saturday's anniversary celebrations in Pyongyang, North Korea. The country is preparing for the 70th anniversary of the founding of the North Korea Workers' Party on Oct. 10, 2015. (AP Photo/Charles Dharapak)
10 ottobre, 70esimo anniversario della fondazione del partito dei lavoratori della Nord Corea. Grandi celebrazioni a Pyongyang (AP Photo/Charles Dharapak)

 

A protester kicks off a tear gas canister during clashes with Kosovo police in front of the central police station in Kosovo capital Pristina after the arrest of a prominent opposition politician Albin Kurti on Monday, Oct. 12, 2015. The main opposition parties have been protesting government’s recent EU-sponsored deal with authorities in Serbia that give Kosovo’s Serb minority greater rights in areas where they live. Albin Kurti, who is a leader of the nationalist Vetvendosje movement, set off a teargas canister inside Kosovo’s Parliament in an attempt to halt the proceedings. (AP Photo/Visar Kryeziu)
Pristina, Kosovo, 12 ottobre, proteste dei nazionalisti albanesi contro l’accordo mediato dall’Ue che concede più autonomia al serbo-kosovari  (AP Photo/Visar Kryeziu)

 

Runners participate in the Chicago Marathon, Sunday, Oct. 11, 2015, in Chicago. (AP Photo/Nam Y. Huh)
11 ottobre, Maratona di Chicago (AP Photo/Nam Y. Huh)

 

FILE - In this April 5, 2007 file photo, Playboy Enterprises founder Hugh Hefner poses with a copy of Playboy magazine featuring Anna Nicole Smith as Playmate of the Year, at the Playboy Mansion in Los Angeles. The magazine that helped usher in the sexual revolution in the 1950s and '60s by bringing nudity into America's living rooms announced this week that it will no longer run photos of completely naked women. Starting in March, 2016, Playboy's print edition will still feature women in provocative poses, but they will no longer be fully nude. (AP Photo/Damian Dovarganes, File)
Dal marzo 2016 Playboy smetterà di pubblicare foto di donne nude. Nella foto del 2007, il fondatore Hugh Heffner con in mano la copertina che ritrae Anna Nicole Smith come Playmate dell’anno (AP Photo/Damian Dovarganes, File)

 

New York Mets relief pitcher Jeurys Familia celebrates a 3-2 win over the Los Angeles Dodgers in Game 5 of baseball's National League Division Series, Thursday, Oct. 15, 2015, in Los Angeles. (AP Photo/Gregory Bull)
Il campionato di baseball Usa è alle battute finali. I New York Mets e i Chicago CUBS si affronteranno nella semifinale. Sono due tra le squadre con più storie che negli ultimi anno erano finite in basso. Qui la gioia del lanciatore dei Mets Jeurys Familia  (AP Photo/Gregory Bull)

 

L’agricoltura sostenibile nelle foto di Peter Caton per Greepeace

Una mostra fotografica a sostegno dell’agricoltura sostenibile e in opposizione al sistema fallimentare dell’agricoltura industriale, basato su monocolture, OGM e impiego massiccio di sostanze chimiche.

Le venti immagini in mostra sono l’accurata selezione di un progetto più ampio commissionato da Greenpeace a Peter Caton, fotografo di caratura internazionale, per documentare le diverse realtà dell’agricoltura sostenibile in sei Paesi del mondo (Brasile, Cina, Kenya, Francia, California, Cambogia). Canton ha ritratto soprattutto piccoli agricoltori che ogni giorno con il loro lavoro sfamano il Pianeta producendo il 70 per cento del cibo consumato a livello globale.

«Viviamo in un sistema malato di produzione del cibo, basato sull’agricoltura industriale. La maggior parte di noi non sa da dove proviene il cibo che consuma, chi lo coltiva o quali sostanze pericolose contiene. (…) Un sistema controllato da grandi aziende il cui unico interesse è il profitto, che non si preoccupano delle implicazioni sanitarie di lungo termine, della sicurezza alimentare e dell’ambiente».

«Le fotografie di Peter Canton mostrano il volto più umano dell’agricoltura, in contrapposizione al sistema attuale, anonimo e industrializzato. Vorremmo che le scene di vita che abbiamo raccolto in questa mostra potessero avvicinare le persone a questa realtà bellissima e in pericolo, da cui per troppo tempo ci siamo allontanati. Tutti possiamo diventare parte del cambiamento», conclude Ferrario.

La mostra è allestita all’aperto dal 15 al 29 ottobre, in una zona pedonale del centro di Milano (Corso Vittorio Emanuele, adiacente a piazza San Carlo), e per l’illuminazione delle strutture vengono impiegati dei pannelli solari. 

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Organic farmer Fu and his wife Feng feed their little girl, in the bowl is a special kind of porridge made of fried rice and tea-oil.

Organic farmer Fu collects organic Tea at his farm in Heli Village.
All’agricoltura sostenibile dedichiamo la copertine del numero di Left in edicola (e su sfogliatore online qui).
Oltre al tema del cibo vede scritti di Nadia Urbinati, Ascanio Celestini, Stefano Fassina e interviste con il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, e l’attrice Giulia Elettra Gorietti. Qui il sommario

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I ragazzi stanno bene. Parlano i figli delle coppie omosessuali

Qualche anno fa uscì un film The Kids Are All Right, tra le protagoniste c’era anche Julienne Moore. Al di là della trama e delle vicende narrate, la pellicola colpì molto l’opinione pubblica perché al centro c’era una famiglia composta una coppia lesbica. Le due donne in particolare erano madri di due ragazzi concepiti tramite inseminazione artificiale. Era il 2010 e il titolo in maniera provocatoria specificava appunto “i ragazzi stanno bene”. Ma com’è la realtà fuori dalle sale cinematografiche? E nelle aule del Parlamento italiano dove il ddl Cirinnà per le Unioni Civili approderà solo l’anno prossimo? 
Per raccontarvelo meglio, partiamo da lontano. Da oltre oceano, dagli Usa, dove ormai, dopo la sentenza della Corte Suprema, le coppie omosessuali sono ufficialmente riconosciute in tutti gli Stati. Anche negli Stati Uniti per anni giudici, accademici, esperti e attivisti si sono chiesti e continuano a chiedersi in che modo i bambini siano influenzati dal matrimonio gay. Quanto si sentano non accettati e in difetto nei confronti di una società eterosessuale.
La fotografa newyorkese Gabriela Herman ha pensato che fosse arrivato il momento di chiedere direttamente ai ragazzi e ha realizzato un foto reportage intervistando decide di giovani cresciuti da coppie omosessuali. La ragione che l’ha spinta a scegliere questa strada è più semplice di quello che si potrebbe immaginare: la madre di Gabriela infatti è omosessuale e questo era per la fotografa il modo migliore per raccontare la sua storia e soprattutto mettere a confronto la sua esperienza con quella degli altri, senza pretendere che il suo punto di vista particolare dovesse essere quello di qualunque figlio di una coppia o di un genitore gay.
«Ho passato gli ultimi 4 anni a fotografare e intervistare ragazzi che avevano uno o due genitori LGBT» ha spiegato la Herman. «Le loro storie personali sono molto varie. Alcuni sono stati adottati, altri sono stati concepiti tramite inseminazione artificiale. Molti altri sono figli di gentitori divorziati. Sono ragazzi cresciuti nelle zone urbane come nelle campagne del Midwest o in altri posti sparsi per la mappa del Paese. Molti di loro si sono destreggiati in giochi di prestigio fra il silenzio e la solitudine per la necessità di difendere le loro famiglie al parco giochi, in chiesa o ai ritrovi alla fine del campi estivi».


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Hope, vive a New York, ha due padri gay.

Per esempio c’è Hope, che ha due padri gay ed è cresciuta a New York. Hope è stata adottata quando aveva solo 4 mesi da uno dei suoi padri che all’epoca dell’adozione era già apertamente dichiarato. Questo perché all’epoca l’adozione non era permessa alle coppie omosessuali e quindi il mio secondo padre ha potuto regolarizzare la sua posizione solo in seguito. «Sapevo che esistevano altre tipologie di famiglie – racconta Hope – perché vedevo le famiglie dei miei amici e quelle dei miei zii e delle mie ziee e sapevo che le persone avevano qualcosa che chiamavano madre che io non necessariamente avevo, ma non mi sentivo come una minoranza e non ricordo di aver mai sofferto per questa cosa. Credo che i miei genitori abbiano fatto un lavoro fantastico, che mi abbiano aiutata a crescere e ad essere una donna forte. Per quanto riguarda quella domanda, quella su da dove sia arrivata, chi sia mia madre, a volte ci rifletto, mi interrogo altre invece sembra che in termini di importanza questa cosa scompaia».

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La storia di Lauren invece è diversa, figlia di una coppia eterosessuale divorziata viene a sapere solo dopo qualche anno dalla rottura dei genitori che suo padre ha in realtà scoperto di essere omosessuale e ha intrapreso una relazione.

 

Lauren, cresciuta nel Missuri da sua madre e suo padre che fece coming out quando lei aveva 7 anni

 

«Il fatto che i miei fossero divorziati, – specifica Lauren – non mi ha fatto più di tanto focalizzare sul pensiero che mio padre fosse gay. Ora penso che è stato bello per mio figlio poter crescere con ben due nonni e non percepire in alcun modo la differenza. Mio padre e il suo compagno, per mio figlio, sono nonni l’uno tanto quanto l’altro».

 

Zach è cresciuto Iowa non con due padri, ma con due mamme. E una sorella. Per lui la parola giusta per descrivere la sua famiglia non sia LGBT, ma semplicemente “famiglia”. Aron invece è cresciuto in California, fino a quando aveva 7 anni è stato cresciuto dalle sue due madri, poi, quando tra le due è finita e la sua madre biologica si è risposata con un uomo, si è trasferito a vivere con lei. «Sapevo che la mia famiglia era differente dalle altre, ma non lo trovavo strano. Eravamo solo un diverso tipo di famiglia. Tutto qui».

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Zach, cresciuto da due mamme pensa che il termine giusto per descrivere la sua famiglia sia semplicemente “famiglia”

Elizabeth, cresciuta in una coppia eterosessuale, ha partecipato in prima persona al coming out del padre. «Ricorso che mi disse:” per me è venuto il momento di essere a mio agio con la mia identità” – racconta Elizabeth – allora io gli chiesi: “sei gay?” e lui mi rispose “Beh ancora non ho fatto nessuna esperienza per esserne certo”. Credo che le parole successive che gli dissi siano state: “Papà, sono abbastanza sicura che tu sia gay”».

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Elizabeth, il padre fece coming out quando lei frequentava il college. È stata cresciuta a Boston dalla madre e dal padre.

Significativa è anche l’esperienza di Allison. Cresciuta fra il Vermont e il Connetticut dalla madre e dalla sua compagna, Allison, oggi quasi trentenne, racconta con emozione di quando, dopo essersi trasferita da uno Stato all’altro e aver cominciato un’altra scuola, scoprì che all’interno del nuovo istituto esisteva addirittura un’associazione a favore dei diritti dei gay dove militivano anche persone eterosessuali, pronte a lottare per la parità di diritti della comunità LGBT.

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Un fatto che sarebbe piuttosto strano in Italia, se si considera non solo il non riconoscimento dei matrimoni o delle unioni civili, ma anche il fatto che negli ultimi mesi proprio il mondo della scuola viene messo a ferro e fuoco dai detrattori di una presunta teoria gender che predicherebbe la confusione sessuale fra i bambini a colpi di libri pericolosi e perversi come “Piccolo blu e piccolo giallo”.

 

Aron cresciuto in California dalle sue due mamme fino ai 7 anni. Poi con la madre e il suo nuovo compagno.

 

E solo di due giorni fa la notizia, al limite dell’incredibile, per cui, secondo il cardinale della Guinea, Monsignor Sarah, il gender sarebbe più pericoloso si Isis. Ora andateglielo a spiegare voi al cardinale che Sarah potrebbe essere inteso come un nome femminile. Insomma, ironia a parte, il Bel Paese sembra ancora fermo ai primordi della civiltà per quanto riguarda i diritti delle coppie omosessuali. E se il ddl Cirinnà da un lato sta causando una forte rottura nei soliti Giovanardi vari dell’ala destra che supporta il governo Renzi, creando non pochi problemi allo stesso Alfano – impegnato in giochi acrobatici per indignarsi, ma non rompere troppo con il Premier – è pur vero che, dall’altro, siamo ancora ben lontani dall’ottenere matrimoni egalitari che prevedano anche la possibilità di adottare.

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Annie è cresciuta in Ohio con sua madre e suo padre. Il padre ha effettuato la transizione da uomo a donna quando lei aveva 4 anni. «Non ho ricordi di papà come uomo. È stato come crescere con due mamme. Quando sono cresciuta ho solo avuto un po’ di difficoltà nel sapere come spiegarlo alle persone.

Al momento infatti il ddl Cirinnà ( che non arriverà in discussione al Senato prima del prossimo mese) prevede solo la Stepchild Adoption, ovvero l’adozione del figlio del partner. Un primo passo – fortemente osteggiato negli ultimi giorni da Ncd – che servirebbe più che altro a regolarizzare una situazione di fatto già esistente e che coinvolge numerosi nuclei famigliari. In Italia ci sono infatti più di 100 mila figli di coppie omosessuali. Il dato è aggiornato al 2014 e si suppone sia orientato a crescere, così come l’urgenza di trovare una soluzione legislativa adeguata per, ahimè, inseguire una realtà che già di fatto sussiste. Insomma nel panorama italiano attuale ci sarebbe chi è pronto a giurare che le vite di Gabriela, Zach, Hope, Allison e gli altri sono pura fantascienza.
Come d’altronde devono esserlo anche questa mappa interattiva realizzata dal Guardian, dove l’Italia in fatto di diritti sembra essere molto arretrata.

 

INFOGRAFICA

La mappa è stata realizzata dal Guardian e può essere consultata nella sua versione completa e interattiva qui

 

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Tra Imu e limite per il contante, nuovi imbarazzi per la minoranza dem. Che farà?

Andrea Orlando e Dario Franceschini hanno detto no in consiglio dei ministri alla scelta di togliere ogni tassa sulla prima casa, a tutti, indiscriminatamente, ricchi e poveri, case di lusso o no. La scelta è però rimasta nella manovra, ed è stata fortemente rivendicata da Matteo Renzi in conferenza stampa.

E se molti renziani quando al governo c’era Enrico Letta si dicevano contrari a una scelta del genere («È una mossa da Robin Hood al contrario», diceva nel 2013 l’economista Yoram Gutgeld, oggi consigliere economico di Renzi: «È un cedimento alla destra populista»), chi dice di non voler cambiare idea è la minoranza del Pd, imbarazzata dal fatto che a destra siano tutti così contenti, orgogliosi di poter rivendicare una primogenitura del provvedimento. Silvio Berlusconi ha in effetti tute le ragioni, in questo caso, per fare il simpatico: «Mi sembra», dice, «di essere tornato ai tempi della scuola, dove i miei compagni mi copiavano sempre: Renzi ha copiato l’innalzamento del limite del contante, il ponte sullo Stretto, e l’abolizione dell’imposta sulla casa».

La lettura di Bersani&co è invece opposta, chiara ed è quella spiegata anche a Left dall’ex ministro Vincenzo Visco («Lo potrebbe fare un partito di destra», ci disse, appunto). E se Visco però può star tranquillo, non essendo parlamentare, per gli altri l’interrogativo sarà sempre il solito. A un certo punto bisogna votare, sì o no. L’esame della finanziaria comincia dal Senato. Che si fa?

Per adesso, ovviamente, l’idea è che si possano strappare modifiche: «La manovra non è un testo sacro», dice un deputato a Left. Una mediazione potrebbe essere prevedere una soglia di esenzione, più che un’esenzione indifferenziata. Tipo: da 400 euro in giù non si paga, gli altri continuano. Costerebbe anche meno, ovviamente, che in una finanziaria un po’ debole sulle coperture (prevalentemente in deficit), come argomento non è male.

A palazzo Chigi per ora però sembrano voler tenere il punto. E Renzi non teme ovviamente anche il passaggio in una direzione Pd – richiesta dalla minoranza. Sulle tasse sulla prima casa, come sul limite per i pagamenti in contanti. L’Unità è già partita nella difesa della scelta, ponendo l’accento su chi il limite proprio non ce l’ha.

Berlusconi di suo rilancia. Siccome l’idea è sempre sua, dice che si potrebbe però fare meglio: «Portiamolo a 8mila euro». Bersani, invece, per ora conferma la sua posizione: «In Italia abbiamo il record di evasione, corruzione e nero. È strano pensare a incoraggiare l’uso del contante». Corradino Mineo ritwitta Stefano Fassina (che ha parlato anche con Left).

Ma Mineo è uno dei quattro senatori che già non hanno votato la riforma del Senato. E gli altri? Nessuno anticipa risultati. Per il momento si pensa a un pacchetto di richieste di modifiche, che toccano altri aspetti, come il taglio dell’Ires, che è rimandato alla bontà di Bruxelles, ma sarebbe comunque non progressivo, a vantaggio quindi delle grandi imprese. La speranza è che si riesca a strappare fosse anche solo una riformulazione come nel caso della riforma del Senato.

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No alla nuova legge bavaglio sì alla possibilità di scegliere

Il disegno di legge sulle norme in materia di intercettazioni telefoniche, a favore del quale il Pd ha votato compatto, può essere letto come una gemmazione della tentazione recidiva di chi gestisce il potere di celare quel che fa e sa, ostacolando il lavoro di chi acquisisce informazioni per farle conoscere ai cittadini. Il ddl recepisce un emendamento passato in Commissione giustizia, relatrice Donatella Ferranti (Pd), che espone questo provvedimento a una giustificata contestazione e a una motivata petizione. Il testo approvato elimina la possibilità di un’udienza filtro nel corso della quale le parti (il giudice e gli avvocati) avrebbero dovuto decidere le intercettazioni rilevanti da portare al processo, prima di poterle depositare e quindi renderle un documento pubblico e, soprattutto, pubblicabile.
La modifica del ddl con questo emendamento, sul quale il Pd – ripeto – ha fatto quadrato, limita il diritto all’informazione ed è in questo senso figlio minore della legge bavaglio che il governo Berlusconi ha invano cercato di far passare. Berlusconi fallì grazie a una mobilitazione straordinaria di cittadini, di rappresentanti degli organi di informazione e dell’editoria. Allora si fecero barricate; ora si tratta di vedere se l’appello lanciato da Stefano Rodotà riuscirà ad attirare la stessa attenzione.
Figlio minore della legge bavaglio, perché in questo caso non vengono ostacolati, come nell’altro, gli organi giudiziari nel reperimento per mezzo di intercettazione delle informazioni come strumento d’indagine; ma perché, anche in questo caso, viene impedito di dar notizia delle inchieste giudiziarie sino all’udienza preliminare (che in Italia può richiedere anni). Questo provvedimento fa proprio uno dei due aspetti della proposta di legge bavaglio: mette in discussione il principio del rendere pubblico, del far conoscere ai cittadini il contenuto delle intercettazioni. Interviene, limitandolo, sul diritto all’informazione.
L’argomento usato dal Pd per giustificare questo provvedimento è che la possibilità di pubblicazione potrebbe essere lesiva dei diritti di coloro che sono, in qualche modo, coinvolti nelle indagini benché il prosieguo delle stesse ne dimostri poi l’estraneità al reato. Ma si tratta di un argomento ingannevole perché l’udienza filtro serviva proprio a ovviare a questo problema, che è serio. Come lo è il mettere a repentaglio la dignità della persona con il rischio palese di consegnare il suo nome alla gogna mediatica. L’udienza filtro doveva servire a evitare questo, a «selezione del materiale intercettativo nel rispetto del contraddittorio tra le parti e fatte salve le esigenze di indagine». Perché toglierla? Viene da sospettare che la si sia tolta per poter meglio giustificare questo giro di vite sull’informazione.
Il Pd si trincera dietro il nobile principio della privacy. Sostiene che mentre le intercettazioni non si devono impedire, si devono tuttavia conciliare due diritti: quello all’informazione e quello alla privacy. Il fatto è che il testo approvato alla Camera più che conciliare questi due diritti è tutto sbilanciato a favore del secondo e contro il primo. Il governo prevede una pena punibile con la reclusione fino a quattro anni, «la diffusione, al solo fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, di riprese audiovisive o registrazioni di conversazioni, anche telefoniche, svolte in sua presenza ed effettuate fraudolentemente».
Questo provvedimento è lesivo dei diritti civili e politici. È in nostro nome che dobbiamo chiedere che venga modificato. In nostro nome perché, per esempio, la conoscenza preliminare di un candidato incluso nelle liste è un diritto politico – il diritto civile all’informazione dà agli elettori dati di conoscenza che consentono loro di fare una scelta politica libera, non condizionata da quel che viene loro celato. La dignità della persona nel nome della quale questo provvedimento è stato giustificato, deve essere rispettata anche in relazione al cittadino: la sua dignità di essere trattato come un attore autonomo al quale non si nascondono informazioni che possono essere essenziali nella formulazione delle sue scelte.

L’Italia alla Buchmesse e il solito mercato con il segno meno

Mentre in Italia continua a far discutere l’acquisizione di Rcs da parte di Mondadori, ovvero il neonato colosso che la stampa nostrana ha battezzato Mondazzoli, colpisce l‘assenza di Mondadori alla Buchmesse in corso a Francoforte fino a domenica 18 ottobre. La casa editrice milanese non ha un proprio stand come nelle edizioni passate. Ma a rappresentarla ci sono però, in ordine sparso, un buon numero di editor e  PR.

Quest’anno sono in tutto circa duecento gli editori italiani che partecipano alla kermesse tedesca, che non prevede solo vetrine e incontri con gli autori ma – a differenza del Salone del libro di Torino – si presenza come la più grande piazza europea di compra vendita di diritti. E se  (come piccoli e medi editori denunciano su Left in edicola da sabato 17 ) anche su questo terreno in futuro Mondazzoli potrà far la voce del padrone sbaragliando ogni altro competitor italiano, ancora per quest’anno, la variegata schiera di case editrici italiane presenti in Fiera provano a giocarsela. Molti di loro fanno base nello Spazio Italia, nel padiglione 5. Il clima che si respira? Secondo il presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Federico Motta, non è dei peggiori. Anche se i problemi sul tavolo sono ancora molti «si intravede un miglioramento per l’editoria italiana nel 2015 che tuttavia registra ancora il segno meno». Per cambiare davvero direzione di marcia occorrono «investimenti, innovazione, cambiamenti nel modo di essere editore. E a tutto questo stiamo lavorando con impegno, ma – avverte Motta – resta un problema di fondo: è arrivato il momento di smetterla con i proclami d’amore per il libro e la lettura che non si traducono in azioni serie ed efficaci». Per cambiare ritmo di marcia bisogna aver chiaro quali sono le priorità. In Francia  le hanno ben chiare, lascia intendere il presidente dell’associazione editori italiani ricordando che «33milioni di euro è il budget del Centre national du livre francese, meno di 1 milione quello del nostro Centro per il Libro. La verità – denuncia Motta – è che la classe dirigente, politica ma non solo, non sa cosa è un libro perché non legge nemmeno un libro all’anno: è così per il 39,1 per cento dei dirigenti e professionisti italiani, contro il 17 per cento di francesi e spagnoli. Il segno più o meno del nostro mercato, al netto di ciò che possiamo fare noi come settore, è solo una conseguenza».

In Italia il segno meno riguarda il numero dei lettori che, secondo dati Aie e Nielsen, si restringe di 848mila (-3,4 per cento), mentre si ridimensiona il mercato (-3,6 per cento) e si conferma l’andamento negativo nel numero di titoli pubblicati (-3,5 per cento) . Di fatto sono 97,5milioni di euro di minori ricavi. E se il mercato dell’e-book supera il 5 per cento del mercato librario totale contro il 15 per cento atteso da previsioni del 2010. A fronte di tutto questo però l’anno scorso si è registrato in Italia un aumento di titoli per ragazzi (+5,9 per cento) ma interessante è anche il fatto che la vendita di diritti di autori italiani all’estero registra un +6,8 per cento nel numero di titoli trattati e l’export di libri italiani all’estero segna un fatturato di 40milioni di euro (+2,6 per cento sul 2013).

Vista da Francoforte tuttavia l’Italia continua a distinguersi molto dal resto d’Europa, posizionanandosi gli ultimi posti della classifica per quanto riguarda il numero di lettori. La Francia è uno dei Paesi che si sono presentati in forma migliore questa Buchmesse aperta da un discorso di Salman Rushdie,che vede L’Indonesia ospite d’onore e schiera 7300 espositori di oltre 100 paesi. Il mercato editoriale Oltralpe sta vivendo un momento di rilancio, con il mercato della fiction che segna +13,9 per cento mentre il settore bambini segna +10,5 per cento.

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Università, assunzioni e diritto allo studio ancora in alto mare

Il giorno dopo la prima finanziaria spiegata via Twitter, dei reali provvedimenti previsti nel Def sull’università si sa ben poco. Certo, ci sono gli annunci del premier Renzi a Che tempo che fa, la slide mostrata ieri durante la conferenza stampa e oggi informazioni filtrate dal Sole 24 ore che è sempre molto solerte nel diffondere news sui provvedimenti del governo. Ma di scritto per ora non c’è nulla. «E io preferisco commentare qualcosa che vedo nero su bianco», afferma Manuela Ghizzoni, deputata Pd e che da sempre ha seguito i temi della formazione terziaria (è stata anche presidente della Commissione Cultura e Istruzione della Camera). Dalle anticipazioni filtrate dal quotidiano della Confindustria sarebbero previsti oltre ai 500 “cervelli” da far rimpatriare anche 1000 ricercatori di tipo b, cioè che attraverso la tenure track, potrebbero diventare docenti a tutti gli effetti, mentre per gli altri di tipo a (a tempo determinato) il turn over dovrebbe passare nel prossimo anno dal 60 al 100 per cento. Si parla di investimento di risorse per 300 milioni, ma siamo ben lontani per esempio dalla cifra che aveva auspicato lo stesso presidente della Crui Gaetano Manfredi (qui l’intervista)

«Questa mattina si rincorrevano le voci, ma non c’è niente di sicuro» continua la deputata democratica alla sua nona finanziaria. «E poi c’è tempo per modificarla, non è un decreto e quindi possono arrivare gli input anche dal Paramento», continua Ghizzoni. Per esempio, il provvedimento annunciato dei 500 prof esteri, già sarebbe cambiato, si tratterebbe di un bando aperto a tutti. Ma al di là delle voci e degli annunci, quello che è certo è che «500 professori sono insufficienti», dice Ghizzoni.

Diritto allo studio in alto mare

Così come sono insufficienti, afferma l’esponente democratica, i 162 milioni che pure sono stati stabilizzati per il diritto allo studio. Di questo tema il premier Renzi non ha detto nulla, né nelle slide, né in televisione. Eppure è un nodo cruciale. Secondo i dati del Miur, in dieci anni si sono persi 80mila iscritti all’Università e nel 2015 il nuovo certificato Isee ha escluso migliaia e migliaia di studenti dalla possibilità di avere borse di studio. È chiaro che l’alto costo delle tasse universitarie non facilita il proseguimento degli studi.

«Sull’aumento delle risorse per il diritto allo studio negli ultimi mesi c’è stato un balletto di cifre e di dicharazioni», ricorda Alberto Campailla, portavoce della rete studentesca Link. «Prima il ministro Giannini aveva parlato di 100 milioni, poi il sottosegretario Faraone di 200 milioni, invece adesso non appare nulla nel Def», continua. Secondo Campailla occorrerebbero almeno 400 milioni per permettere a tutti gli aventi diritto il diritto allo studio.

Il tavolo tecnico al Miur

Oggi comunque un primo passo c’è stato. Al Ministero si è riunito un tavolo tecnico proprio per tentar di trovare soluzioni ai problemi derivanti dal nuovo certificato Isee. All’incontro, racconta Campailla, hanno preso parte il capo dipartimento del diritto allo studio Marco Mancini, il presidente del Cnsu (Consiglio nazionale studentesco universitario) Andrea Fiorini, il presidente Andisu (associazione dei diritti allo studio regionali) Carlo De Sanctis e Monica Barni assessore regionale della Toscana alla cultura e responsabile del diritto allo studio per la Conferenza Stato Regioni.

Che cosa è accaduto? «È positivo che sia stato intrapreso un percorso condiviso, ma non c’è certezza, perché a proposito del certificato Isee, è stato detto che c’è la possibilità di un decreto che innalzerebbe il tetto del reddito, in modo da far rientrare anche gli studenti esclusi, quest’anno. Ma, ripeto, si parla di “possibilità”. E poi, l’altro grave problema: la mancanza di risorse. Il Miur non ha i soldi e quindi dovrebbero pensarci le Regioni. Ma anche in questo caso, nulla di sicuro, visto che dovremo aspettare la convocazione della Conferenza Stato-Regioni», dice Alberto Campailla che conclude: «Il tema cruciale non è solo risolvere l’emergenza dei certificati Isee, quanto il fatto che nel Def non figurano risorse per il diritto allo studio».

A questo proposito, lapidario il commento di Domenico Pantaleo, segretario nazionale Flc Cgil: « Si eliminano le tasse sulla prima casa anche per i ricchi, si concedono tagli di imposte sostanziosi alle imprese ma nulla per cambiare la legge sulle pensioni, per i contratti pubblici, per il diritto allo studio, per il precariato e per gli investimenti nei settori della conoscenza».

La rivoluzione economica si tinge di blu

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Economista, imprenditore e saggista belga, Gunter Pauli è il teorico dell’economia blu. Ha fondato Ecover, la prima fabbrica di detersivi biodegradabili, oggi è presidente di Novamont. È fondatore di Zero Emissions Research Initiative, rete internazionale di studiosi che si occupano di trovare soluzioni innovative, progettando modi di produzione e di consumo a minor impatto ambientale.
Per Edizione Ambiente è uscita nel 2014 la nuova edizione italiana del suo libro Blue economy.

Cos’è la blue economy?

La blue economy è un modello di business che si occupa della creazion, a livello globale, di un ecosistema sostenibile grazie alla trasformazione di sostanze precedentemente sprecate in merce redditizia. È un’evoluzione della green economy: mentre questa infatti prevede una riduzione di CO2 entro un limite accettabile, l’economia blu prevede di arrivare ad emissioni zero. Inoltre l’obiettivo della blue economy non è investire di più nella tutela ambientale, ma innovare l’economia utilizzando i benefici prodotti da sostanze già presenti in natura, effettuare minori investimenti, creare più posti di lavoro e conseguire un ricavo maggiore. Le basi di questo principio si fondano sulla biomimesi, lo studio e l’imitazione delle caratteristiche delle specie viventi per per trovare nuove tecniche di produzione e migliorare quelle già esistenti.



 Parliamo di Blue economy su Left n. 40

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