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Le unioni civili possono aspettare, tanto aspettiamo solo da 30 anni

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E così le unioni civili possono aspettare. Lo ha spiegato il ministro Maria Elena Boschi nel salotto clericale-democristiano di Rai Uno: «Temo slitteranno i tempi. Eventualmente riprenderemo a gennaio». La legge non la vogliono i centristi, i moderati del Pd la digeriscono male, mentre, sembra di capire, il Movimento 5 Stelle è diviso sulle adozioni.
Prima c’è da fare le riforme, poi c’è da approvare la manovra. Come si è detto spesso in materia di diritti: non è questa la priorità del Paese, abbiamo ben altri problemi. Già.
Come ha scritto il Fatto Quotidiano sono 30 anni che si aspetta e i progetti di legge presentati e mai arrivati in fondo sono 47. Da quando se ne è cominciato a discutere è cambiato il mondo: un tempo il problema da risolvere era quello delle coppie non sposate eterosessuali mentre era meno pressante il tema di garantire diritti eguali a tutte le persone che decidono di costituire un nucleo familiare.
In 30 anni, appunto, il mondo è cambiato e una qualche forma di legge che regoli diritti e doveri di due persone che decidono liberamente di stare assieme la hanno approvata in decine di Paesi. Quei governi e Parlamenti che le hanno approvate negli stessi anni hanno votato, pensate, finanziarie, approvato missioni militari, cambiato politiche energetiche, varato riforme. Eppure il tempo lo hanno trovato.
Non è difficile: si decide che status giuridico si sceglie di dare a una coppia di persone dello stesso sesso che sta insieme e se si sceglie che questo non deve essere identico dal punto di vista nominale a quello di due persone sposate in Comune, si equiparano i suoi diritti a quelli degli sposati utilizzando il diritto civile esistente.
In Italia no. In Italia l’influenza di piccoli partiti di centro, senza consenso popolare, ma legati a doppio filo alle gerarchie cattoliche, impedisce passi in avanti alla civiltà dei diritti. Perché una famiglia sono un uomo e una donna, perché due genitori sono un papà e una mamma. E perché, evidentemente, Giovanardi, Alfano& Co. non hanno mai visitato un orfanotrofio e non hanno mai chiesto a un adulto che ha vissuto l’esperienza della casa famiglia o dell’istituto cosa avrebbe preferito tra l’avere due madri che ti amano e passare la propria infanzia in un’istituzione religiosa o laica. Un amico molto religioso che ci ha vissuto, una volta mi ha detto: «Due uomini, due donne, qualsiasi cosa è meglio di quello».
Abbiamo un governo che rottama tutto: cambia il lavoro, cambia la costituzione, cambia persino (in meglio) il diritto di cittadinanza. Ma questo no: quattro cattolici con pochi voti, dentro e fuori dal Pd, sono in grado di tenere il Parlamento in ostaggio. In America o in Spagna ci sono la destra e la sinistra, da un lato la sinistra, promuove i diritti, dall’altro, la destra conservatrice lo osteggia. In Italia siamo tutti di centro (oppure, nella formula postmoderna e populista del M5S, non di destra e non di sinistra) e, per questo, rinviamo al 2016. Un giorno una legge che riconosca le coppie dello stesso sesso si farà, arrivare ultimi e farla peggio degli altri, sarà stato abbastanza umiliante. Una cosa di cui vergognarsi, su cui mandare in rete dei tweet furibondi e sdegnati come per, che so, gli scioperi al Colosseo. Che sono quelli ad essere anti-europei, non i crociati.

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Così è stato ucciso Stefano Cucchi: un’indagine medica indipendente

«In conseguenza dell’aggressione violenta di cui è stato vittima, Cucchi ha sviluppato una grave reazione psicopatologica post-traumatica. Questa è stata caratterizzata da un insieme di sintomi tra cui una serie di alterazioni neurovegetative come l’iporessia (riduzione del senso di fame) che, in concomitanza con altre reazioni post-traumatiche come la chiusura e la sospettosità, è stata determinante nel provocare una severa riduzione dell’apporto alimentare e una conseguente drastica perdita di peso. Ciò in un paziente che, per il suo stato nutrizionale, si presentava già vulnerabile al momento dell’arresto».

Medici per i Diritti Umani (Medu), stamattina in Senato, ha presentato “Il caso Cucchi”, un’indagine medica indipendente di Alberto Barbieri e Massimiliano Aragona (che insegna Psicopatologia Fenomenologica alla Sapienza, elementi clinici ancora non presi in considerazione nel corso dei due processi che hanno riguardato la morte di Stefano Cucchi. Accadeva sei anni fa e ora una nuova indagine sta individuando responsabilità finora mai emerse.
Cinque carabinieri sono iscritti nel registro degli indagati dopo la conclusione, con un nulla di fatto, del processo d’appello.
 L’indagine di MEDU si basa sullo studio e l’analisi della documentazione processuale tra cui deposizioni, perizia, consulenze, documentazione sanitaria, memorie, motivazioni delle sentenze. 
Dalla narrazione cronologica degli eventi all’analisi delle conseguenze fisiche e psichiche del trauma, dalla riflessione sulla natura degli atti violenti alle considerazioni sulle causa della morte, l’indagine cerca di restituire una ricostruzione dei fatti compatibile, tanto con la logica clinica, quanto con la verità «umanamente accertabile e umanamente accettabile» del caso Cucchi. A Palazzo Madama, tra gli altri, Luigi Manconi (Presidente Commissione Diritti Umani del Senato), Patrizio Gonnella (Presidente Antigone e CILD-Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili ), Barbieri e Aragona, Ilaria Cucchi e l’avvocato Fabio Anselmo, Acad.

E’ evidente, per i medici di Medu, la catena causale che collega aggressione, trauma psichico e la sindrome di inanizione che ha provocato la morte di Stefano Cucchi. «In altre parole – si legge nelle conclusioni – le violenze subite da Stefano sono state il primum movens che ha portato a una sequenza di eventi patogeni terminata solo con il decesso del paziente. Nel caso Cucchi le conseguenze del trauma psichico, le spine nello spirito, hanno avuto effetti ancora più profondi e devastanti delle ferite provocate dalle lesioni fisiche».

Questa indagine non è una consulenza di parte ma un lavoro realizzato da Medu in assoluta indipendenza e punta ad analizzare eventuali quadri clinici che abbiano avuto una rilevanza nella tragica vicenda e che non siano ancora stati presi in considerazione. Se infatti nel corso dei due processi, sono state analizzate minuziosamente le possibili cause e le conseguenze delle lesioni traumatiche subite da Cucchi e con altrettanta attenzione sono stati presi in considerazione gli altri possibili quadri patologici di natura organica, né le numerose consulenze né la stessa perizia disposta dalla Corte d’Assise hanno in alcun modo indagato il quadro psichico del paziente.

 

Ecco la sintesi della ricostruzione di Barbieri e Aragona:

1) Dopo essere stato arrestato e prima di giungere all’udienza, Stefano Cucchi è certamente vittima di un’aggressione: viene percosso o è comunque sottoposto a violenza intenzionale, così come riconosciuto dalle Motivazioni della sentenza d’appello.

2) Dalla ricostruzione dei fatti è altamente probabile che l’aggressione abbia avuto luogo nel periodo intercorso tra la fine della perquisizione domiciliare (ore 2.00 del 16 ottobre) e la chiamata del 118 da parte del carabiniere di guardia nella caserma di Tor Sapienza (ore 4.30 del medesimo giorno). E’ inoltre possibile ipotizzare che prima dell’udienza di convalida abbia avuto luogo un’ulteriore aggressione fisica, come testimoniato dal teste Samura Yaya (si veda il capitolo 3 per le ragioni che, in difformità dalle sentenze di primo grado e d’appello, ci fanno propendere per un riconoscimento di affidabilità del suddetto testimone).

3) In conseguenza dell’aggressione, Cucchi riporta, oltre a probabili lesioni minori, certamente lesioni contusive importanti in regione frontale sinistra e parieto-temporale destra e una frattura in regione sacrale (S4). La presenza di una concomitante frattura alla terza vertebra lombare (L3) è sostenuta dai consulenti tecnici delle parti civili.

4) In conseguenza della violenza subita, Cucchi non solo riferisce vivi dolori a livello sacro coccigeo in corrispondenza della frattura sacrale, ma anche alla schiena, agli arti inferiori, mal di testa e dolori generalizzati.

5) Nelle ore susseguenti all’episodio (o agli episodi) delle percosse Cucchi inizia a manifestare diversi sintomi e comportamenti provocati dal trauma psichico innescato dalla aggressione subita: sofferenza psicologica intensa e prolungata e marcate reazioni psicofisiologiche quando esposto ad aspetti che simbolizzano o ricordano il trauma subito; incapacità di ricordare con coerenza l’episodio delle percosse ed evidente volontà di non parlare dello specifico evento; persistente condotta ritirata ed evitante; ipervigilanza e sospettosità simil-paranoidea, con diffidenza e paura nei confronti dei rappresentanti dell’autorità, medici compresi; umore deflesso; comportamento irritabile, aggressività verbale e manifestazioni di rabbia; disinteresse nei confronti di se stesso e della propria salute e comportamenti a rischio; episodi di insonnia; importante diminuzione dell’appetito con perdita di peso; nausea e astenia;

6) Tale sintomatologia è inquadrabile in un “Disturbo correlato a eventi traumatici e stressanti con altra specificazione” del tipo specifico “Disturbo Acuto da Stress sottosoglia” (DSM-5);

7) La sofferenza psicologica di Cucchi è esacerbata dal dolore fisico e da fattori ri-traumatizzanti quali la detenzione (il reparto protetto del Pertini è dotato di celle come un carcere) e l’isolamento, dal momento che gli viene negata la possibilità di comunicare con persone di fiducia;

8) L’importante diminuzione dell’appetito, la mancata percezione del bisogno primario di alimentarsi, provocata dal trauma psichico e dal dolore persistente, in concomitanza con altre reazioni post-traumatiche come la chiusura e la sospettosità, ha un ruolo causale determinante sulla condotta alimentare di Stefano Cucchi, caratterizzata da un’assunzione di cibo e liquidi gravemente insufficiente;

9) La condotta alimentare del paziente, con conseguente drammatico calo ponderale, contribuisce in modo decisivo a sostenere una sindrome da inanizione in un soggetto che già al momento dell’arresto risultava sottopeso.

10) Il progredire della sindrome da inanizione, senza la messa in atto di interventi terapeutici efficaci, porta in successione, ad un severo squilibrio metabolico-elettrolitico, ad un probabile arresto cardiaco aritmico e, infine, alla morte di Stefano Cucchi.

Tale ricostruzione degli eventi patogeni va valutata in un contesto in cui possono aver agito altri fattori causalmente complementari nel determinismo della morte, come quelli, ad esempio, prospettati dai consulenti tecnici di parte civile. In ogni modo, essa riordina in un insieme coerente, completo e leggibile il mosaico degli innumerevoli, e a volte apparentemente contraddittori, dati clinici del caso Cucchi.

Kenya, il cambiamento climatico potrebbe prosciugare un enorme lago

La contea di Turkana è una delle più povere del Kenya, ci vivono un milione e 200mila persone, per la maggior parte pastori e pescatori. Una regione semi arida, che lotta spesso contro la siccità e che ha come massima fonte di approvvigionamento il lago Turkana. Ma per quanto ancora?

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Un rapporto di 96 pagine di Human Rights Watch mette in guardia sul pericolo di possibile scomparsa del lago. Un nuovo lago di Aral in Africa, dicono a HRW facendo riferimento a quello che un tempo era il quarto bacino naturale del pianeta e che progetti di irrigazione voluti ai tempi dell’Unione Sovietica hanno ridotto al 10% la superficie.

La regione è anche un esempio di come i cambiamenti climatici, l’aumento delle temperature e il cambiamento dei modelli delle precipitazioni, colpisca in modo sproporzionato le aree del pianeta e le società più vulnerabili. Joseph Amon, direttore dell’area salute e diritti umani di Human Rights Watch spiega: «Il Lago Turkana è a rischio di scomparire, e la salute e la vita delle popolazioni indigene della regione con esso»

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(Human rights watch)

Tra il 1967 e il 2012, le temperature medie massime e minime nella contea ai confini con l’Etiopia, sono aumentati di 2-3 gradi e le stagioni sono cambiate: quella lunga delle piogge è diventata più breve e meno intensa e quella breve più umida e lunga.
Allo stesso tempo, i progetti idroelettrici e le piantagioni di zucchero nella valle del fiume Omo (in Etiopia) minacciano di ridurre ulteriormente i livelli di acqua nel lago Turkana, fonte di sostentamento per 300mila persone. HRW mette in guardia sui rischi che, senza un intervento deciso del governo di Nairobi, la regione rischi una catastrofe ambientale con conseguenze drammatiche sulla popolazione.


 

Tre testimonianze raccolte da Human Rights Watch (e in basso un video, in inglese) che racconta la situazione
«La carestia ha prodotto sfollati. I ragazzi che guardavano le mandrie di bestiame hanno perso tutto, ora non hanno nulla da fare. Non abbiamo altra scelta che alzare le mani e chiedere aiuto. Dove andremo ora?»
– Herder O.L., 46 anni, allevatore

«Durante il periodo di siccità vado spesso [al fiume] non solo una volta al giorno, ma di mattina e poi la sera tardi, e domani di nuovo la stessa cosa. Tutto il villaggio dipende da questo corso d’acqua, umani e animali. Qualche tempo fa, quando la pioggia era abbastanza, l’acqua durava durare anche quattro mesi [nel fiume adiacente]. Ma ora le cose sono cambiate e  i pozzi si prosciugano molto velocemente».
– PO, una donna 9 mesi di gravidanza che cammina a 18 chilometri al giorno per l’acqua

«La siccità colpisce sia le persone e gli animali in questi ultimi anni. Uno dei miei figli si ammalò durante il precedente periodo di siccità, e morto a causa di fame e malattia. Abbiamo fame durante la siccità e quando sarà il governo, aiuta solo poche persone. ”
– BC, donna, 28, che vivono vicino Todonyang, Turkana County


 

 

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L’anticipazione del venerdì | Semi di resistenza

La copertina di Left questa settimana è dedicata all’agricoltura. Che ricette esistono per cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo cibo? E che danni fanno le multinazionali dell’Agribusiness ad ambiente e società? Ecco qualche assaggio, molto piccolo, di quel che trovate nel numero in edicola

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Brevetti e Multinazionali chi privatizza il cibo?

L’analisi di Raffaele Lupoli

Cosa mangeremo quando saremo 10 miliardi? La sfida è tra l’agroindustria, che punta sui brevetti e la conquista dei mercati, e i piccoli produttori locali che vogliono rimanere liberi di utilizzare e scambiarsi i semi a loro piacimento (…) Monsanto, Syngenia, Bayer e compagnia hanno già preso di mira grano, mais, soia e palma da olio, canna da zucchero e caffé. Il contadino che pianterà i semi brevettati dovrà pagare i diritti d’uso.

È tempo di Blue economy

La proposta di Gunter Pauli (economista, imprenditore, saggista)

Passare dalla scarsità della globalizzazione all’abbondanza è possibile. Come? Riprendendo in mano la produzione alimentare. Dovremmo fare in modo che materia, energia e nutrizione siano continuamente upcycled, in continuo riuso creativo

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La mia rivoluzione per la terra e l’umanesimo

Tiziana Barillà intervista Pierre Rahbi, pioniere dell’agro-ecologia

Se i camion smetessero di portare vibo a Parigi, la città resisterebbe 4 o 5 giorni prima di piombare nella fame. Noi sperimentiamo la nostra autonomia: orto, animali e collettività (…) Ci lamentiamo delle multinazionali ma diamo loro ogni giorno il nostro denaro. E’ importante capire che nel comportamento individuale di ciascuno c’è una responsabilità morale. Poi occorrerà chiedersi se esiste un modo diverso di organizzare le cose.

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La regola del “quai”

di Daniele De Michele aka Donpasta

Dove sono cresciuto vigeva la sola regola utile, quella del buon senso, che dice che meno si condiziona nascita e crescita del cibo e più questo sarà buono. Alla faccia delle leggi stupide e degli interessi delle lobby

 

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Left n.40 lo trovi in edicola da sabato 17 ottobre 

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Vaccini: che fanno gli altri Paesi?

vaccini negli altri paesi

I nostri bambini sono più sicuri vaccinati o no? A cadenza stagionale (in linea con l’inizio della scuola e l’arrivo della stagione invernale), in Italia come America, scoppia l’epidemia della paura da effetti collaterali. Pura che purtroppo si traduce in un calo delle immunizzazioni. È di due settimane fa l’allarme lanciato dall’Oms (l’Organizzazione mondiale della sanità) nei confronti del nostro Paese, che starebbe battendo in negativo gli Stati dell’est (ne abbiamo parlato qui).

Ma, superando gli italici confini e le italiche facili credenze, come viene affrontata la questione negli altri Paesi?

Troppo facile sarebbe ricordare che l’origine di tutti i mali fu in Inghilterra, quando, nel 1998, il medico Andrew Wakefield pubblicò sull’autorevole rivista scientifica Lancet, uno studio che collegava il vaccino alla comparsa dell’autismo. Il medico venne successivamente radiato, ma il germe era ormai depositato, e nonostante numerosi studi autorevoli e l’instancabilità di medici, ricercatori e scienziati nello spiegare la questione, la psicosi si è diffusa in tutti i continenti.

In Francia, pare abbia attecchito: il ministero si dice preoccupato perché, stando a un sondaggio Ifop reso pubblico il 12 ottobre scorso e realizzato per l’Associazione nazionale Groupement de pharmaciens, il 74% dei francesi non avrebbe intenzione di vaccinarsi contro l’influenza, ritenendolo rischioso per il 22% (inutile il 54%).
L’anno scorso invece, ben 420 medici hanno promosso una petizione contro il vaccino anti-HPV (papilloma virus) Gardasil. Il fatto che siano medici e i problemi riscontrati più volte dal farmaco, fanno facilmente dedurre che sia questo e non il vaccino in sé a essere pericoloso. Sul farmaco infatti, si è basata l’interrogazione parlamentare che ne è seguita.

Tutt’altro registro per la Germania, invece, dove non sono sempre molto attenti a contenere le psicosi: da oltre un anno (come riportava un servizio di Der Spiegel lo scorso febbraio), il Bundesland sta vivendo una vera e propria epidemia di morbillo (oltre 100 casi) dovuta alla scarsità di vaccinazioni. Tuttavia, il tasso di vaccinazione è cresciuto costantemente negli ultimi dieci anni, superando nel 2015 il 95% dei bambini coperti. La Germania avrà tanti difetti, ma sicuramente non quello dell’irresponsabilità. E difatti, è bastato il caso di un bimbo di 18 mesi, non vaccinato, e morto a causa della malattia esantematica, ad allarmare e attivare i politici, tanto che il ministro della Salute, Hermann Gröhe, dopo aver tuonato contro gli “anti-vaccinatori”, definendoli degli irresponsabili che mettono in pericolo non solo i propri figli, ma tutta la comunità, ha immediatamente proposto di rendere obbligatorio per legge le immunizzazioni. Legge che è stata poi discussa e approvata in estate (a luglio), ed entrerà in vigore dal 2016.
La problematicità di pregiudizi e false leggende di cui sono vittima i genitori – e soprattutto i loro figli – le aveva denunciate anche l’assessore alla Salute di Berlino, Mario Czaja.

Il pugno duro lo hanno usato anche in Australia, dove per legge, chi non vaccina la propria prole, non potrà utilizzare alcuni servizi statali e può scordarsi qualsiasi tipo di agevolazioni fiscali (salvo eccezioni per ragioni medici). Le legge, dal titolo che non lascia adito a malinterpretazioni – «Niente puntura, niente soldi» -, prevede che dal 1°gennaio 2016, le famiglie perdano in questo modo fino a 9500 euro a bambino. «Se alcune famiglie scelgono di non proteggere i propri figli, questo comportamento non verrà appoggiato né dalla ricerca medica, né tantomeno vedrà il sostegno dei contribuenti», ha dichiarato il ministro delle Politiche sociali Scott Morrison. Evidentemente è l’unica moneta di scambio che a certi oscurantismi accende la lampadina della ragionevolezza.
Nel Commonwealth oceanico il numero dei bimbi sotto i 7 anni protetti con le vaccinazioni, è salito sa 24mila a 39mila in dieci anni, raggiungendo quota 90%.

In Svizzera invece la situazione è più controversa e si fatica ad approvare una legge di prevenzione analoga a quella della Germania, a causa dell’ostruzionismo in Senato di una forte controparte “liberale”. La proposta di legge è stata bocciata nel 2012.
In compenso, dal 1987 è stato introdotto l’obbligo di notifica per le reazioni da vaccino anomale [Legge sulle Epidemie, art 27 comma 1]. Ma le notifiche ammontano approssimativamente al 5%.

Diversa naturalmente è la situazione per Paesi come la Romania o la Bulgaria, dove le vaccinazioni non sono un fatto di fissazioni, ma fondamentali per la salute, essendo più facile entrare in contatto con malattie come la rabbia o febbri tifoidi.
Tanto per ribadire: secondo l’Oms, la vaccinazione contro il morbillo ha provocato un calo del 75% dei decessi per morbillo tra il 2000 e il 2013 in tutto il mondo. «Tra il 2000 e il 2013, la vaccinazione contro il morbillo ha impedito una stima di 15,6 milioni di morti, che fanno morbillo vaccino uno dei migliori acquisti nella sanità pubblica».

Paesi con Vaccinazioni Obbligatorie (14 su 29):
Belgio (solo per Polio), Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Malta, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Ungheria.

 

Vaccinazioni Non Obbligatorie (15 su 29):
Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Portogallo, Spagna, Svezia, UK.

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«Non ce ne andiamo più», le contraddizioni di Obama in Afghanistan

Doveva essere il presidente del “Nuovo Inizio” nei rapporti tra l’Occidente e il mondo islamico. Aveva ripetuto, al momento del suo primo insediamento alla Casa Bianca, che ai primi posti nella sua agenda di politica estera ci sarebbe stata la “questione palestinese”. Il “presidente globale” si era fatto paladino dei diritti umani e aveva promesso che da presidente avrebbe agito per chiudere Guantanamo. Nulla di tutto ciò è avvenuto. Nessun “Nuovo Inizio”, lo Stato palestinese è schiantato contro la politica di colonizzazione portata avanti dalla destra nazionalista israeliana, Guantanamo c’è ancora, e il mondo che aveva acclamato l’elezione di Barack Hussein Obama alla presidente degli Stati Uniti, e accolto con meno fervore ma con ancora qualche speranza la sua rielezione, è un mondo che si scopre ancora più ingiusto, destabilizzato, insicuro rispetto ai giorni dell’insediamento del presidente che aveva fatto di “Hope” e “Change” le cifre del suo mandato.

La realtà è un’altra. Ben peggiore. All’Obama sognatore si è sostituito, in politica estera, una fotocopia venuta male, quella di un presidente indecisionista, che promette e non mantiene, il leader che fissa “red line” invalicabili (vedi la Siria e l’uso delle armi chimiche da parte di Bashar al-Assad) ma puntualmente valicate come se nulla fosse. E’ l’Obama delle tante scuse, del dolore, del rincrescimento – ultima esternazione quella che ha fatto seguito al criminale bombardamento Nato-Usa dell’ospedale di Medici senza Frontiere a Kunduz, in Afghanistan -. L’Obama che fa la voce grossa con la Russia di Vladimi Putin sulla crisi ucraina, per poi lasciare campo libero a “zar Vladimir” in Siria. Non si chiedeva a Obama di vestire i panni del “Gendarme” del mondo, – quando i suoi predecessori alla Casa Bianca l’hanno fatto, hanno provocato solo disastri, vedi Bush padre e figlio in Iraq), ma di essere un presidente coerente, conseguente, questo sì, era il minimo che ci si poteva attendere viste le suggestioni che avevano contrassegnato la sua salita ai vertici dell’America. Così non è stato. E la tragedia che investe il Grande Medio Oriente ne è la tragica testimonianza. Obama si è fatto vanto di aver portato fuori dal pantano iracheno anche l’ultimo marine, per una guerra che era stata di George W.Bush e non la sua, ma l’Iraq che ha lasciato è un Paese devastato, è uno Stato fallito, terra di conquista da parte delle milizie dell’Isis e degli altri attori regionali, a partire dall’Iran per finire con Turchia e Arabia Saudita) che non nascondono le loro ambizioni di potenza nella regione. E così il ritiro militare dall’Iraq, e le fallimentari scelte compiute sulla Siria, hanno trasformato un ritiro militare in una disfatta politica. Ecco allora, entrare in scena, l’Obama “rallentatore”, il “dietrofrontista”.

E’ il caso dell’Afghanistan. Il presidente americano è in procinto di annunciare la decisione dalla Casa Bianca. Da giorni giravano indiscrezioni di stampa secondo le quali Obama stava valutando di lasciare in Afghanistan un numero di truppe più alto del previsto, fino a 5.500 unità, anche oltre il 2016, ovvero la scadenza del suo secondo mandato. Era stato il “Washington Post” a riferirlo per primo citando fonti informate: a quanto risulta il presidente si sarebbe basato su un piano presentato lo scorso agosto dall’allora capo di stato maggiore interforze generale Martin Dempsey. Un cambio di rotta, dunque, rispetto a quanto deciso in precedenza e che viene stabilito dopo la ripresa degli scontri con i talebani nella regione di Kunduz (e la nascita di gruppi jihadisti legati allo Stato Islamico.

Il nuovo programma prevede che i 9.800 soldati di Washington in Afghanistan restino nel Paese per gran parte del 2016 e che la loro presenza venga gradualmente ridotta. A un certo punto nel 2017, hanno riferito le fonti, i militari americani nel Paese caleranno a 5.500 e saranno di stanza a Kabul, Bagram, Jalalabad e Kandahar. Gli Stati Uniti hanno schierato le loro forze in Afghanistan 14 anni fa, con l’operazione Enduring Freedom all’indomani dell’11 settembre. In questi anni sono morti 2.372 soldati statunitensi, e decine di migliaia di civili afghani. Il dietrofront di Obama è il segno del fallimento di una strategia che nasce prima della sua presidenza, una strategia fondata sull’illusione che la forza militare potesse surrogare l’assenza di una visione politica; la forza come fine e non strumento, l’incapacità di vedere e puntare sulle forze sane della società civile afghana, puntando invece sul riciclaggio dei “signori della guerra” trasformati in improbabili leader politici e di governo. Un discorso che dall’Afghanistan può estendersi a tutti gli altri teatri di crisi di un mondo dove a crescere è solo l’”esercito” dei profughi (oltre 60milioni) e dove “Speranza” e “Cambiamento” non hanno diritto di cittadinanza.

Varoufakis e la carica dei 1101. Dal primo novembre in Eurovisione

Stanno arrivando e «vengono a cambiare tutto». Quando? Domenica, 1 novembre. Con un trailer, pieno di suspance, tre mesi dopo le dimissioni dal governo Tsipras, l’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis torna alla ribalta. E annuncia l’imminente arrivo di un movimento europeo contro l’austerità.

Il video, intitolato “1101 stanno arrivando”, è in Rete dall’8 ottobre in lingua greca e in inglese. Sfondo metallico, a metà tra un fantasy e un film d’azione, non presenta alieni ma persone: Yanis, Cleone, George, Zoe, Alex, Manolis, Konstantinos. E poi, ancora: Fedra, Stavros, Odysseas, Renetta, Costas, Virginia.

Vengono per cambiare la società, l’informazione, la storia, la democrazia. Per cambiare ogni cosa. Non rimane che fare il conto alla rovescia, fino al primo novembre. E sperare che non sia solo un film.

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Con Left i “semi di resistenza”

sicurezza alimentare

“Semi di resistenza” è il titolo della cover story di Left di questa settimana. Il trattato internazionale sulle sementi ha stabilito trent’anni fa che i contadini possono scambiarsi liberamente i loro semi, ma presto potrebbe non essere più così. Le grandi multinazionali, approfittando della possibilità di accedere sempre più facilmente alla banca dati genetica che “mappa” i semi, potrebbero imporre ai contadini di pagare per utilizzare semi con particolari caratteristiche “brevettate”, espandendo il loro controllo del mercato fino al monopolio.

L’allarme arriva nelle giornate dedicate alla sicurezza alimentare e dal cuore della Fao dove le organizzazioni contadine riunite con i governi per discutere di sovranità alimentare denunciano l’atteggiamento manipolatorio di Paesi come Canada e Australia, che impongono il proprio modello anche a Paesi che invece vorrebbero puntare sulla cosiddetta agroecologia: un modello di produzione agricola basato sulle produzioni naturali e sul consumo locale. Left ne ha discusso con Pierre Rabhi, storico esponente del movimento francese dei Colibrì, con il teorico della Blue economy Gunter Pauli e con il “gastro-performer” Donpasta che raccontano dei “Semi di resistenza” nel mondo.

Left non poteva non approfondire la questione “romana” e le dimissioni di Ignazio Marino e lo fa analizzando le battaglie che il “marziano” ha intrapreso nei suoi de anni da sindaco: dalla chiusura di Malagrotta alla Metro C, dalle unioni civili ai bilanci approvati in tempo.  Mentre il Pd romano è tutto da ricostruire, come dice il governatore della Toscana Enrico Rossi intervistato da Left. Marco Craviolatti dimostra come la riduzione dell’orario di lavoro non sia incompatibile con la realizzazione del reddito di base e perché tutto questo dovrebbe essere una battaglia della sinistra. Poi l’uragano Netflix e il rischio che corrono le Pay tv e un lungo sfoglio di esteri. L’Italia andrà in guerra?  Per il momento gli annunci sono poco chiari e comunque c’è allarme tra gli esperti .

Un reportage dalla Croazia è un’altra tappa dell’inchiesta di Left lungo le frontiere da cui passano i migranti in cerca di una speranza. Mentre da Pechino arriva un originale Diario di viaggio, 65 città e un musicista. Nei giorni della ripresa delle violenze tra Palestina e Israele Left anticipa alcune tavole del libro fumetto dedicato a Vittorio Arrigoni, Guerrilla Radio.

In cultura Ascanio Celestini racconta il “backstage” del suo film Viva la sposa. Un’anticipazione, questa volta del romanzo di Emanuele Santi, Campo Marzio: una storia tra calcio, amori nel fatidico 1981. E per chiudere, l’affaire Mondazzoli: i piccoli editori indipendenti non ci stanno e lanciano nuove proposte; i progressi nella cura della malaria e l’intervista a Giulia Elettra Gorietti, protagonista di Suburra, da ieri nelle sale cinematografiche.

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Homeland manda in onda in prima serata graffiti che accusano la serie di razzismo

Sul set dell’ ultimo episodio di Homeland, serie tv che ha ricevuto tanti premi quante critiche per il controverso ritratto del Medio Oriente e dei musulmani che ha offerto in questi anni, vi erano anche un gruppo di graffitari arabi chiamati appositamente dalla produzione per dare autenticità alle pareti di un campo profughi in Siria. Gli artisti di strada hanno deciso di lasciare un chiaro messaggio attraverso i loro disegni: hanno tappezzato di slogan in arabo le mura del set, accusando esplicitamente la serie di avere idee razziste. Scritte come: «Homeland è solo uno scherzo, che non fa ridere nessuno», «Homeland non è una serie» o «Homeland non esite» sono apparse sul set del secondo episodio della quinta stagione. Altre scritte utilizzate dai graffitari per veicolare il loro messaggio contenevano riferimenti culturali precisi, come l’#blacklivesmatter, un movimento attivista negli Stati Uniti, nato nel luglio 2013 dopo l’assoluzione di George Zimmerman nella sparatoria in Florida che ha causato la morte del ragazzo afro-americano Trayvon Martin. Nell’episodio incriminato della serie, l’ultimo andato in onda negli Stati Uniti, ambientato in un campo profughi al confine siro-libanese ma girato a Berlino, la protagonista Carrie Mathison, interpretata da Claire Danes, sfugge miracolosamente a un misterioso complotto ordito per ucciderla. In una scena passa di fianco a un muro dove è visibile e riconoscibile la scritta in arabo: «Homeland è razzista».

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Gli artisti, Heba Amin, Caram Kapp e Pietra, sono stati contattati da un amico che aveva ricevuto una richiesta dalla società di produzione dello show televisivo per avere sul set “artisti di strada arabi” che dipingessero graffiti sui muri del campo. Inizialmente il trio era scettico circa l’affare con la serie, fortemente criticata in passato per aver rappresentato i musulmani come terroristi, dando un’idea del mondo musulmano in generale completamente differente dalla realtà. «Data la reputazione che la serie si portava dietro non è stato facile convincerci, poi abbiamo fatto un altro tipo di ragionamento: il nostro intervento avrebbe potuto rendere visibile lo scontento politico che noi e tanti altri avevamo accumulato nei confronti della serie. Era il nostro momento per veicolare la nostra idea e per sovvertire il messaggio che la serie dà, utilizzando lo spettacolo stesso», hanno detto gli autori in un comunicato pubblicato sul sito web di Amin. Nel primo incontro con la produzione, agli artisti erano stati assegnati una serie di graffiti pro-Assad, “apparentemente naturali in un campo profughi siriano” con il preciso compito di utilizzare solo segni e simboli apolitici. Mentre gli scenografi erano occupati a costruire il set, gli artisti si sono messi all’opera e agli sceneggiatori non è minimamente passato in mente che quelle scritte potessero avere un contenuto politico, addirittura di critica alla serie stessa. «Il contenuto di quello che era scritto sul muro per loro non è un problema. Ai loro occhi, la scrittura araba è semplicemente un abbellimento visivo che completa l’immaginario horror-fantasy del Medio Oriente. Danno un’immagine disumanizzante di un’intera regione, rappresentandola come piena di personaggi non del tutto umani, vestiti con burka neri o, come in questa stagione, con profughi e rifugiati cattivi, pronti a tutto pur di vendicarsi» ha detto Amin, uno degli artisti, in un’intervista rilasciata al Guardian. E ha continuato: « è chiaro che non conoscono la regione che stanno cercando di rappresentare. Noi che ci abitiamo, però, soffriamo le conseguenze di questa rappresentazione superficiale e fuorviante del nostro Paese».

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Homeland è stato più volte criticato durante le sue cinque stagioni, in particolare sul proficuo rapporto che, secondo la serie, intercorrerebbe tra Al-Qaida e Hezbollah. Dopo la quarta stagione, in cui Islamabad è rappresentata come un vero e proprio “inferno”, la portavoce dell’ambasciata del Pakistan, Nadeem Hotian, disse che «calunniare un paese che è stato un partner stretto e alleato degli Stati Uniti è un disservizio, non solo per gli interessi di sicurezza degli Usa, ma anche per il popolo americano». Il creatore e produttore esecutivo della serie, Alex Gansa, ha reagito all’incidente in un’intervista con la rivista Deadline dicendo: «Avremmo voluto accorgerci di queste immagini prima che potessero essere viste in tutto il mondo. Tuttavia, Homeland si sforza sempre di essere sovversivo nel modo in cui tratta gli argomenti che affronta. Il gesto è quindi uno stimolo per la conversazione e il confronto, non possiamo fare a meno di ammirare questo atto di sabotaggio artistico».

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Domani al via la Festa del Cinema di Roma. Una gallery per celebrarne i protagonisti

In attesa dell’inizio della Festa del Cinema di Roma ecco una serie di foto per celebrare i protagonisti che animeranno i red carpet e gli schermi della Capitale dal 16 al 24 ottobre.

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Virna Lisi in una foto d’epoca. La Festa del Cinema è dedicata all’attrice italiana scomparsa lo scorso anno.

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Il regista Antonio Pietrangeli durante le riprese di Adua e le compagne con Simone Signoret e Marcello Mastroianni. A Pietrangeli sarà dedicata una retrospettiva durante la Festa del Cinema di Roma.

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Tra gli autori celebrati alla Festa del Cinema anche il maestro Ettore Scola

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Tra le retrospettive in programma anche quella sulle opere del regista cileno Pablo Larrain, famoso presso il grande pubblico per No. I giorni dell’arcobaleno interpretato da Gael Garcia Berna.

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Il regista cult Wes Anderson durante le riprese di Moonrise Kindom. Anderson sarà presente a Roma insieme alla scrittrice Donna Tartt nella sezione “incontri ravvicinati”.

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Donna Tartt ha vinto il premio Pulitzer per la letteratura con Il Cardellino

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Cate Blanchett in una scena di Truth di cui è protagonista insieme a Robert Redford. La pellicola girata dal regista James Vanderbilt aprirà della decima edizione della Festa del Cinema. Al centro del film lo scandalo sui presunti favoritismi ricevuti da George W. Bush per andare alla Guardia Nazionale anziché in Vietnam, che passò alla storia come il “Rathergate”.

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Robert Redford è stato protagonista di un’altra pellicola cult per il mondo del giornalismo: Tutti gli uomini del presidente, in cui interpretava un giornalista alle prese con il “Watergate” che portò alle dimissioni di Nixon. Sopra una foto d’epoca in cui un giovane Robert Redford in vacanza in Messico, gioca a ping pong con gli amici Lawrence Schiller (di spalle) e Paul Newman.

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Ellen Page è una delle attrici più attese sul red carpet. A Roma domenica 18 alle 19.30 presso la Sala Sinopoli presenterà in prima persona Freeheld film di cui è anche produttrice.

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La Page è coprotagonista di Freeheld insieme a Julian Moore. Il film tratta la toccante storia di una donna malata terminale di cancro, interpretata dalla Moore, che dopo una vita passata come polizia si batte perché la giovane compagna (Page) ottenga la reversibilità della pensione. Tratta da una storia vera, la pellicola è la trasposizione cinematografica dell’omonimo cortometraggio documentario del 2007, diretto da Cynthia Wade, che ha vinto il Premio Oscar per il Miglior cortometraggio documentario nel 2008.

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Atteso anche Wim Wenders a cui viene dedicata una delle retrospettive. Qui sul set del suo film biografico Pina, dedicato alla coreografa tedesca Pina Bausch

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Tra i film proiettati anche The end of the tour. La pellicola racconta gli esordi della carriera di David Foster Wallace, in particolare la storia di quando il reporter di Rolling Stones, David Lipsky, seguì Wallace durante il tour americano per la promozione del libro “Infinite Jest”.

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