Home Blog Pagina 1300

Fassina sulla legge di Stabilità: «Renzi ha partorito una finanziaria berlusconiana»

Forte, semplice, giusta e orgogliosa: è questa, a sentire il governo, l’idea di «Italia col segno più» che esce dalla legge di Stabilità 2016 che il presidente del Consiglio ha definito «delle buone notizie», rivendicando in particolare i successi sulla lotta all’evasione fiscale. Abbiamo chiesto un commento a Stefano Fassina, viceministro dell’Economia con Enrico Letta e deputato uscito dal Pd in polemica con la linea del premier segretario Matteo Renzi.

Che giudizio dà della legge di Stabilità?
La legge di stabilità ha un segno distributivo regressivo, un segno di iniquità. Al di là delle mance, si tagliano 2 miliardi alla Sanità rendendo la salute non più diritto universale ma un privilegio di censo. Poi si rimuove il dramma del Mezzogiorno… Per sintetizzare è una finanziaria davvero berlusconiana, sia per il segno elettorale sia per il segno sociale.

Tra le misure c’è anche l’innalzamento del limite del contante da 1.000 a 3.000 euro.
Una misura coerente con il riposizionamanto del Partito democratico operato da Renzi. Serve a mandare un messaggio chiaro a chi è sensibile alle misure antievasione. Prima queste persone avevano come interlocutore e riferimento Berlusconi e ora non ce l’hanno più. Come su altri punti programmatici, Renzi guarda a quell’elettorato e quindi lancia un messaggio a chi è preoccupato dalla lotta all’evasione fiscale.

Renzi non considera che potrebbe inimicarsi una parte del suo elettorato?
Lo ha già messo in conto. Del resto il rapporto con quel pezzo di elettorato è stato già largamente compromesso con il Jobs act e con l’intervento sulla scuola: la perdita di consenso in questa fascia di elettori è modesta. Il presidente del Consiglio spera che sia consistente, invece, l’incremento in termini di consolidamento e fidelizzazione di quell’altro pezzo di elettorato orfano di Berlusconi.

Ma il premier ha spiegato che otterrà 12 miliardi di nuove entrare dalla lotta all’evasione.
Parla di risultati che non sono frutto di sue iniziative. Sono alcuni anni che il valore del recupero è attorno a quella cifra. Quindi è un fenomeno consolidato, sebbene lui lo presenti come merito della sua iniziativa.

Il governo va anche orgoglioso del rientro dei capitali: 1,4 miliardi sono stati recuperati nel 2015 e in legge di Stabilità sono previsti prudenzialmente altri 2 miliardi, ma secondo Renzi ne arriveranno almeno 5 solo dalla Svizzera.
Quella misura era stata largamente impostata e quasi completata dal governo Letta dentro il quadro Ocse, quindi non c’è valore aggiunto di Renzi. Non origina da lui ma sta nel quadro di una cooperazione internazionale. È una misura importante, ma va tenuto presente che le entrate sono in larghissima parte una tantum, quindi non possono coprire tagli di tasse che invece sono di carattere permanente.

Rimaniamo sulle scelte del governo attuale: le iniziative di questo anno e mezzo che contributo hanno dato alla lotta all’evasione?
La misura sul contante, la mano molto leggera sul falso in bilancio – con norme che secondo tanti magistrati rischiano di far saltare i processi -, l’allentamento delle maglie per le frodi fiscali: sono tutti provvedimenti che vanno in direzione opposta. Poi ci sono iniziative autonome dell’Agenzia delle Entrate di incrocio di banche dati, che invece rappresentano uno strumento utile, ma in un contesto che va in un’altra direzione.

Possiamo dire che la lotta all’evasione si fa a prescindere dalla volontà del governo?
Più che a prescindere direi che la lotta all’evasione si fa “nonostante” gli interventi del governo, che su contante, sanzioni alle frodi e falso in bilancio vanno in direzione opposta.

In legge di Stabilità c’è anche un provvedimento a sostegno dei bambini poveri (600 milioni nel 2016). C’è una volontà redistributiva quindi…
Il provvedimento stanzia qualche centinaio di milioni contro la povertà, ma a fronte di una Tasi che per almeno un miliardo e mezzo fa un mega-sconto ai proprietari di case del valore di milioni.

A proposito di tasse sulla casa, se il governo tiene fuori dall’abolizione quelle di lusso è un buon passo avanti, non crede?
Dipende da come definiamo le case di lusso: se ci riferiamo a ville e castelli, quelle le aveva lasciate fuori anche Berlusconi. Se il riferimento è alle case del valore di milioni di euro, quelle saranno ricomprese nell’intervento.

E intanto la revisione del catasto sembra archiviata…
Questo è l’altro punto importante: il decreto sula revisione del catasto è stato abbandonato su un binario morto., mentre sarebbe decisivo per fare un’operazione con qualche segno di equità. In commissione Finanze abbiamo più volte rimarcato la necessità di riprendere la discussione, ma il punto è che se si riforma il catasto qualcuno paga di più. Torniamo al tema dell’elettorato al quale si vuole parlare.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/RaffaeleLupoli” target=”on” ][/social_link]@RaffaeleLupoli

Niente Ponte sullo Stretto. Quali priorità per le infrastrutture del Sud?

Bando alle ciance. Quello del ministro alle Infrastrutture Graziano Delrio – pronunciato il 14 ottobre in occasione di un question time – è stato un No: no, «il Ponte sullo Stretto non è una priorità del governo». Che poi lo abbia detto in politichese – destreggiandosi tra frasi piroettistiche del tipo: «Il governo ha espresso una valutazione positiva sulla valutazione dell’opportunità di riconsiderare il progetto» – per non turbare troppo il collega Angelino Alfano, è un’altra storia. Certo è che, dentro il cosiddetto partito della Nazione, il “Ponte” è un tasto assai dolente, dal momento in cui per Alfano è un cavallo di battaglia sin dai tempi in cui faceva politica locale nella sua Sicilia. Forse vale la pena soffermarsi su un nodo: se il Ponte «non è tra le priorità» del governo, quali sono allora le «altre priorità infrastrutturali»? Decenni e decine di milioni spesi dopo, proviamo a capire cosa contiene l’allegato infrastrutture del ministero (il Def).

Renzi-Alfano-Delrio

Un Paese a doppia velocità

Sapevate che per percorre la (pressoché) uguale distanza si possono impiegare tempi assai diversi a seconda della direzione del treno? Un rapido e approssimativo esempio:

  • L’alta velocità Roma Termini-Milano Centrale, circa 600 chilometri, prezzo base 86 euro, impiega 2 ore e 55 minuti (tempi che si accorciano a 2 ore e 20 minuti con il Frecciarossa Etr 1000) viaggiando a una velocità massima di 350 km/h.
  • L’alta velocità Roma Termini-Reggio Calabria Centrale, circa 700 chilometri, prezzo base 81 euro, impiega 5 ore e 15 minuti, viaggiando a un massimo di 250 km/h.

Vi sembra già esagerato? Cliccate su questa immagine per farvi un’idea sulla qualità dei servizi:

Schermata 2015-10-15 alle 12.56.19

L’asse ferroviario, nella manica

Sono le disastrate linee ferroviarie del Paese le indiscusse protagoniste dell’ammodernamento. E, a quanto pare, lo sono pure per il ministro Delrio che, durante lo stesso question time, ha detto espressamente che il potenziamento dell’asse ferroviario Salerno – Battipaglia – Reggio Calabria «è nelle priorità del governo». E costerà 230 milioni euro. E ha poi aggiunto: «Intanto che reperiamo le risorse per realizzare i progetti del quadruplicamento della rete Salerno-Battipaglia-Reggio Calabria e della variante Ogliastro-Sapri, investiamo per portare a 200 chilometri orari questa linea nell’arco di un anno e mezzo a partire da oggi», ricordando che il relativo accordo di programma 2012-2016 sarà aggiornato «mettendo altri 100 milioni di euro per interventi di velocizzazione».
Insomma, dell’accordo di programma 2012-2016 fanno parte: il potenziamento dell’asse Battipaglia-Reggio Calabria con la variante di Ogliastro Sapri (che appartiene alle reti di trasporto transeuropee Ten-T (Trans-European Networks – Transport), sulle quali il governo promette di «investiremo molto», il quadruplicamento della linea Salerno-Battipaglia e l’adeguamento tecnologico infrastrutturale della linea. E, il ministro, ha pure annunciato l’alta velocità fino a Lecce, i treni veloci smetteranno di fermarsi a Bari.

«Entro il 2016 credo che potremo completare la velocizzazione dell’asse ferroviario Salerno-Reggio Calabria» con tempi di percorrenza «superiori ai 200 chilometri orari». Ed è su quel «credo», forse, che si dovrebbe concentrare il dibattito.

il casello dell'autostrada Siracusa-Gela
il casello dell’autostrada Siracusa-Gela

E la Sicilia?

Per dirla con le parole dell’onorevole Claudio Fava: «Sui trasporti, in Sicilia siamo fermi non a tempi di percorrenza ferroviaria del governo Letta, ma del governo Crispi: 8 ore di percorrenza ferroviaria per raggiungere Ragusa da Palermo, una velocità media di 32 chilometri all’ora tra Trapani e Palermo, la Catania-Palermo interrotta. Di fronte a tutto questo, ci saremmo aspettati, ci aspetteremmo, ci aspettiamo da questo governo una parola definitiva che valuti l’inopportunità, per oggi e per domani, di riprendere in considerazione questo progetto». Ovvero il progetto del Ponte sullo Stretto, sul quale in effetti una pietra sopra ancora non è stata messa.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Ius soli, Chiara Ingrao: «Un diritto è un diritto, non può essere temperato»

«Lo chiamano ius soli temperato, ma un diritto non può essere “temperato”. Un diritto è un diritto». Chiara Ingrao è netta nel suo giudizio sul disegno di legge sulla cittadinanza appena approvato alla Camera e che ora andrà al Senato. Lei di questo tema è un’”esperta” dal vivo, si potrebbe dire. Nel senso che nel 2014 ha pubblicato per «un piccolo ma importante» editore calabrese, Coccole Books, il libro Habiba la Magica. E da allora è stato un fiume ininterrotto di incontri e dialoghi nelle scuole, dalle elementari alle medie inferiori. Partendo dal libro, Chiara è andata a raccontare i suoi personaggi tra i bambini di molte regioni soprattutto del Sud e del centro e a rispondere alle domande dei bambini sulla storia di Habiba. Anche il giorno dopo i funerali del padre Pietro, Chiara si è recata fino in Calabria a parlare con 400 bambini. «Mi è sembrato il modo più bello per rendere omaggio alla memoria di mio padre», dice la scrittrice e sindacalista che nel romanzo Dita di dama (La Tartaruga) aveva raccontato l’esaltante presa di coscienza di alcune operaie in una fabbrica degli anni 70.

untitled

Habiba invece è la storia di una bambina, tifosa della Roma, nata in Italia, con una zia che la “vorrebbe” africana, con il suo mondo di fantasia e di affetti, la scuola, le amiche, le paure e i sogni. Una vita come quella di tanti altri giovanissimi italiani nati da genitori stranieri che si sentono ovviamente italiani a tutti gli effetti. «Capisco chi ha votato a favore del disegno di legge, ci sono centinaia di migliaia di giovani che adesso possono ottenere la cittadinanza. Ma ritengo che sia un pastrocchio, non mi piacciono tutti questi paletti. Temo che in seguito la legge possa avere norme ancora più ristrettive», continua Chiara.

Lo ius soli temperato discrimina i più poveri

La regola “soft” applicata allo ius soli è quella per cui almeno un genitore deve avere il permesso di soggiorno Ue di lungo periodo e deve dimostrare di avere un alloggio e un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale (circa 5mila euro). «Mi sembra proprio che questa legge sia il frutto di un compromesso tra Pd e Ncd. E come al solito i compromessi vengono fatti sulla pelle dei più poveri, perché sarebbero proprio quelli che non hanno un alloggio né un reddito adeguato che andrebbero aiutati, quelli insomma che faticano per attivare i loro diritti. Ricordiamoci che una parte degli immigrati non va nemmeno a chiedere la carta di soggiorno», continua Chiara Ingrao. E poi non le va nemmeno giù quell’emendamento per cui un minore deve aver compiuto almeno cinque anni di studi, ma senza insuccessi scolastici.


 

Cosa c’è che non va nella legge sullo ius soli? (che pure è un grande passo in avanti)

scuola-stranieri-cittadinanza-e1443199340372-800x600

[divider] [/divider]
In viaggio nelle scuole a parlare di Habiba

Intanto lei con la storia di Habiba continua a viaggiare per le scuole. Tra poco è la volta di Modena. Il romanzo si è rivelato, continua Chiara, uno strumento per parlare in modo leggero di identità. Contenuti importanti che passano attraverso il personaggio della bambina, le sue paure, i litigi con gli amici, la gelosia per il vicino di casa che corteggia la madre, (perché il padre è morto in mare, come i tanti migranti di questi ultimi anni). E poi c’è la magia, la Scopetta che porta la bambina nel mondo della fantasia che poi le dà una forza nuova. Come è nata Habiba?

La storia nasce da una fiaba per le figlie

«All’origine c’ è una storia che raccontavo alle mie figlie, naturalmente non c’era il personaggio della bambina, era una storia di streghe… Erano gli anni del femminismo rampante, quelli del “tremate tremate le streghe son tornate”, e io ci avevo scherzato su come poteva accadere tra una mamma femminista e le sue figlie». Dopo aver scritto narrativa per adulti, ecco tornare la voglia di riprendere quella storia scritta in un contesto privato. «Volevo un protagonista del presente e chi è più protagonista di questi bambini? Nonostante questo sono invisibili anche nella letteratura per l’infanzia», sottolinea Chiara che cita un saggio di Christopher Myers intitolato proprio The apartheid of children’s literature. «Perché, a parte gli editori progressisti che pubblicano libri molto nello stile “educational”, nella narrativa pura, di avventura, di divertimento non ci sono personaggi di colore. E quando ci sono, sono eroi che si ribellano come Rosa Parks. Myers dice che l’ immaginazione dei bambini di colore è confinata nel ghetto». Chiara non è partita dal personaggio “straniero” per poi arrivare alla storia di fantasia, ha fatto il contrario. Si è chiesta chi potesse essere la protagonista del presente, ed ecco Habiba, arrivata in Italia nella pancia della madre. «Mi è servito anche il vissuto, poiché ho lavorato tanto con le donne migranti, e poi ho tanti amici che vengono da tutto il mondo e una nipotina adottata che viene dalla Costa d’Avorio».

A scuola sono tutti italiani

La soddisfazione più grande per Chiara Ingrao è il fatto che le maestre e soprattutto i bambini non hanno considerato Habiba come un libro antirazzista, un libro su cui imparare storie edificanti. «Il libro ha rotto i confini del libro politically correct», dice l’autrice. E dal 2014 è travolta dagli incontri (per informazioni qui) scoprendo quella “cittadinanza” che tra i bambini è naturale e non ha bisogno di carte di identità. «Per i bambini italiani i loro compagni di origine straniera sono italiani a tutti gli effetti, i bambini che hanno ancora una doppia identità, tendono a dire che sono “mezzo e mezzo”, ma specificando che si sentono più italiani che marocchini o ucraini». Ma fuori delle mura della scuola, la realtà è ben più dura, con la propaganda quotidiana e martellante contro i migranti, per questo gli incontri sul libro di Habiba servono a “consolidare” quelle sensazioni e relazioni nate tra i banchi.

Tornando alla legge, conclude Chiara Ingrao, «nonostante i pastrocchi, si è rotto qualcosa di grosso: il sangue, lo ius sanguinis. È stato introdotto il principio che c’è un altro criterio diverso da quello del sangue». E allora chissà, tra qualche anno, quanti cambiamenti per l’Italia. Habiba avrà tanti fratelli e sorelle, che potranno vivere nel loro mondo di magia e realtà, senza paura.

Come va la vita? L’indice di benessere Ocse colloca l’Italia piuttosto male

L’andamento del Pil non basta a misurare la qualità della vita. A essersene rese conto sono ormai le istituzioni internazionali lavorano per misurare il benessere in vari modi.

L’ultima prova è quella dell’Ocse, che diffonde in questi giorni How’s Life 2015 (Come stiamo?) che sulla base del proprio Better Life Index, misura lo stato delle società dei Paesi aderenti. Istruzione, accesso alla sanità, partecipazione politica e sociale, ambiente e così via sono i fattori presi in considerazione. Il focus di quest’anno è sull’infanzia e naturalmente il quadro che ne esce non è dei migliori: la povertà delle famiglie impatta direttamente sul benessere attuale e futuro dei bambini e dei ragazzi. Come si legge nella presentazione:

Tra i Paesi dell’Ocse, un bambino su sette vive in condizioni di povertà, quasi il 10% dei bambini vive in una famiglia senza lavoro e uno su 10 dichiara di essere vittima di bullismo a scuola. Si riscontrano palesi diseguaglianze nel benessere infantile associate con le origini socio-economiche della famiglia: i bambini di famiglie più agiate hanno una salute migliore, migliori competenze, un livello d’impegno civico più alto e migliori relazioni con i genitori e i coetanei. Gli studenti di origini familiari più avvantaggiate hanno anche meno probabilità di essere vittime di bullismo e maggiori probabilità di sentirsi integrati nell’ambiente scolastico.


(La classifica del Life Index dell’Ocse, sul sito si può elaborare un proprio indice giocando con i diversi indicatori e riformulare la classifica)

Le diseguaglianze non sono solo tra un Paese e l’altro ma anche all’interno delle società avanzate e, con la crisi, queste sono aumentate. E se gli indicatori ci dicono che le cose stanno lentamente migliorando, i divari restano enormi. Se rispetto al 2009 le cose migliorano in vari ambiti, in campi come la disoccupazione di lungo termine, gli orari di lavoro lunghi e la partecipazione degli elettori, le cose rimangono ferme o statiche. I Paesi maggiormente colpiti dalla perdita di reddito delle famiglie dal 2009 (come Grecia, Portogallo, Italia e Spagna) continuano a subirne le conseguenze in altri modi, da alti livelli di disoccupazione e guadagni diminuiti, ad alloggi meno convenienti. Ci sono poi le disparità interne alle società:

(…) Il 60% inferiore della scala dei redditi possiede almeno il 20% della ricchezza totale netta nella Repubblica Slovacca, in Grecia e in Spagna, ma meno dell’8% in Germania, Paesi Bassi, Austria e Stati Uniti. (…) In Italia, Belgio, Ungheria, Australia, Lussemburgo e Regno Unito il tasso di disoccupazione di lungo termine tra i lavoratori più giovani (15-24 anni) supera di almeno due volte il tasso dei lavoratori della fascia intermedia di età. I Paesi del Nord-Europa registrano bassi livelli di diseguaglianza di reddito e allo stesso tempo tendono ad annoverare disparità ben inferiori nelle differenze dei risultati sulla qualità della vita – specie nelle differenze legate al genere e all’età.

E l’Italia?
Un quadro misto, scrivono i ricercatori Ocse. Dove gli aspetti positivi sono figli di un benessere ereditato e del contesto geografico (l’aspettativa di vita tra le più lunghe) mentre l’oggi non sorride (ma questo un’istituzione come l’Ocse non lo può dire). Il reddito familiare medio è vicino alla media Ocse, ma tra il 2009 e il 2013 è sceso di quasi il 14%, mentre negli altri Paesi si osservava una crescita media dell’1,9%. Il tasso di occupazione al 56,5% è uno dei più bassi dell’Ocse, il tasso di disoccupazione a lungo termine è 3 volte quello medio negli altri Paesi. Negli anni è aumentato il livello di istruzione, ma solo il 58,1% degli adulti in età da lavoro ha completato le superiori, contro il 77,2% della media Ocse.

Complessivamente, su 28 indicatori presi in considerazione dai ricercatori Ocse, l’Italia è nel terzo basso della classifica per 11, nella media per 10 e sopra la media per 7. Non il massimo.

Parlando di infanzia: la povertà infantile è sopra la media Ocse, mentre il tasso di suicidi tra adolescenti è tra i più bassi (segno di una società che è ancora capace di includere e riconoscere il disagio?). Un dato tanto più positivo se si considera che l’11% degli adolescenti italiani di età compresa tra i 15 e i 19 anni non è né occupato né va a scuola (media Ocse 7,1%).

 

Qui sotto le slide di presentazione dell’Ocse (in Inglese)

 

 

F35: «Pinotti farebbe meglio a dimettersi»

Il programma di dotazione e finanziamento degli F35, cacciabombardieri americani co-prodotto da altri otto Paesi fra cui l’Italia, dal modico prezzo di circa 155,5 milioni al pezzo, è un dibattito che sembra tanto interminabile quanto inutile. Sono aerei da attacco costosissimi, in un Paese che ripudia la guerra per Costituzione e ha problemi di ingegneria civile, il discorso non dovrebbe neppure nascere. Eppure, eppure, va avanti da anni (del programma in Italia se ne inizia a parlare nel 1996, il “Memorandum of Agreement” per la fase concettuale-dimostrativa con un investimento di 10 milioni di dollari è stato firmato nel ’98). E, nonostante a settembre dell’anno scorso il Parlamento abbia votato ad ampia maggioranza per il dimezzamento della spesa dedicata (da 13 a 6,5 miliardi di euro), il ministro ha fatto finta di niente, la spesa prevista è rimasta quella iniziale, e noi continuiamo a finanziarli con gittate di centinaia di milioni ogni anno.
Oggi in Aula, proprio il ministro della Difesa Roberta Pinotti, ha risposto all’interrogazione sul programma di acquisizione degli aerei F-35, presentata dai deputati di Sel, Donatella Duranti e Giulio Marcon. Nei 4 minuti netti di botta e risposta – dei quali la risposta del ministro ha impiegato una manciata di secondi, molto deciso è stato invece la risposta Marcon, che fra le altre cose, coordina proprio il gruppo dei “parlamentari per la pace” (70 fra deputati e senatori), impegnati sul fronte del disarmo del nostro Paese. Lo abbiamo sentito appena uscito dall’Aula.

Onorevole Marcon, mentre il ministro Pinotti è stato un po’ pallido, diciamo, nella risposta all’interrogazione, Lei ha detto senza mezzi termini che ricopre «un incarico che farebbe meglio a lasciare»: il ministro Pinotti dovrebbe dimettersi?
Certo. Le dimissioni le abbiamo chieste, purtroppo però non possiamo formalizzarle perché per formalizzare la richiesta di dimissioni di un membro del governo servono il 10% dei deputati, quindi 100, noi siamo appena 25… Avevamo proposto ai 5 stelle ai tempi della vicenda Castiglione, ma a quei tempi scelsero di firmare l’altra. Il fatto è che purtroppo non basta che il ministro non sappia svolgere correttamente il suo compito per farla decadere. Deve succedere una cosa anche mediaticamente grave da motivarle.

Il ministro Pinotti ha dichiarato che «gli F35 servono se vogliamo avere l’aeronautica»: è una connessione realistica secondo lei?
È una stupidaggine. Se fosse così, altri Paesi che hanno ridotto o eliminato gli F35 – come il Canada o l’Olanda – sarebbero sprovvisti dell’aeronautica? È una sorta di ricatto. Se rinunciamo al programma, dicono, cala l’occupazione, chiudiamo l’aereonautica… ma sono ricatti senza alcun fondamento. La ricaduta occupazionale per esempio, è molto limitata. All’inizio ci raccontavano che fossero 10 mila occupati, poi divennero 3mila. In realtà sono poche centinaia.
Inoltre, sono aerei che hanno difficoltà (e costi) enormi dal punto di vista tecnologico: quando si alzano bruciano l’asfalto, hanno problemi di tenuta dell’assetto di volo in condizioni climatiche critiche (sono vulnerabili ai fulmini, ndr), anche un singolo casco costa una fortuna e non funziona (in un rapporto, il Pentagono aveva denunciato che sull’F35 il display nel casco di volo non fornisce un orizzonte artificiale analogo a quello reale, a volte l’immagine scompare, e addirittura il radar in alcuni voli di collaudo è risultato non in grado di avvistare e inquadrare bersagli, o si è perfino spento, ndr)…tutte magagne ampiamente documentate.
La stessa Gao (Government Accountability Office), la Corte dei conti americani per intenderci, in più di una relazione ha evidenziato il sovradimensionamento dei costi di questi aerei, definendoli “un brutto affare” (mentre l’ispettorato della Difesa americana ha elencato la bellezza di 61 nonconformities, ndr). Gli F35 sono una grande affare, eccome, ma per la lobby e la grande industria americana. Grazie a noi, e agli altri Paesi che li acquistano, gli statunitensi hanno un’economia di scala tale che l’enormità della spesa che questi caccia comportano, per loro diventa vantaggiosa a fronte del guadagno.

Non parteciperemo ai raid aerei in Siria, pare e per fortuna, eppure continuiamo a comprarli per tenerli nell’hangar. A che pro?
Bella domanda. È un business, dietro, legato a vari soggetti che hanno interessi in questo affare. E poi è un fatto di status: dobbiamo averli come dobbiamo avere la portaerei. Dal punto di vista operativo invece proprio non si spiega. Non servono a difenderci da attacchi, perché sono caccia da attacco, che possono portare ordigni nucleari, con caratteristica «stealth» (sono invisibili ai radar), serve per il bombardamento tattico… Sono aerei fatti per attaccare. Quindi che se ne fa l’Italia di un aereo che è fatto solo per la guerra? L’articolo 11 va a scatafascio.

Insomma non c’è proprio nessun vantaggio?
Rispetto al ricavo, no. Spacciano un ricavo superiore della spesa, ma non è vero.

Nel documento Programmatico pluriennale della Difesa del 2015 (contenente anche gli indirizzi governativi e ritorni economici) non è previsto alcun taglio, né agli armamenti né tantomeno riguardo gli F35, anzi. Quanto togliamo ai cittadini ogni anno per spesa in armamenti? E cosa potremmo farci?

No, anzi, sono aumentati. La spesa complessiva prevista da qui al 2025 va dai 12 ai 16 miliardi. Dopodiché ogni anno c’è una posta di bilancio che mette sul piatto dai 600milioni al miliardo e due. L’anno scorso era 500milioni. Di caccia F35 ne abbiamo già fatti 6, stiamo costruendo anche il 7° e 8°. E poi chissà quanti ancora…mancando completamente la trasparenza sugli accordi, non possiamo saperlo con precisione. Con queste risorse si possono fare tante cose. Come ex portavoce di Sbilanciamoci ti propongo di dare un’occhiata alle proposte della Controfinanziaria 2015.

E comunque, quelle tecnologie sono adattabili al dual use, ovvero possono essere utilizzabili sia per fare aggeggi militari che civili: i Canadair per spegnere gli incendi, per esempio, o gli elicotteri per l’elisoccorso, visto che siamo carenti. La Galilei per esempio, un’azienda di Firenze, anni fa ha diversificato, la sua produzione: dai sistemi di puntamento dei carrarmati, si sono inventati la produzione di tecnologia per macchinari che fanno la tac.
Sono tecnologie convertibili. Come nasce internet, se ci pensi. Per scopi militari poi adattato a uso civile. Diversificare la produzione per l’industria militare è possibile. Invece abbiamo un governo che indebolisce la produzione di tecnologie civili in favore di quelle militari. Si pensi ai treni, delle turbine, che Finmeccanica faceva e ora fa sempre meno.

A Proposito, Renzi non aveva detto, nel 2014, che «la più grande arma per la pace non erano gli F35, ma la scuola»?
Questo lo dicono quando sono davanti agli scout. Poi davanti a Obama e a Finmeccanica se ne guardano bene.

Quale potrebbe essere il modo dell’Italia di intervenire sugli scenari di guerra?
Una domanda da 100milioni di dollari. Bisogna prevenire. Questo è il fatto. Riadattando l’espressione del generale von Clausewitz, per il quale la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, secondo me la guerra è la continuazione del fallimento della politica con altri mezzi. Quando non riesci a costruire situazioni di pace, ma anzi, alimenti i conflitti, ti trovi di fronte a situazioni nelle quali la guerra sembra la soluzione più logica. Ma il risultato è davanti agli occhi di tutti: mi devono spiegare se, dopo 20 anni di interventi in Libia, Siria, Afghanistan, ora c’è più pace o casino? Per l’Iraq vale lo stesso: abbiamo fatto 3 interventi, qual è ora la situazione dell’Iraq? La prevenzione dei conflitti, o per lo meno il loro contenimento, è l’unica arma. Invece noi li abbiamo amplificati.

Prossima fermata: Giove

«Non siamo soli nell’Universo, tuttavia penso che siamo destinati alla solitudine». Chiara e diretta come solo lei sapeva essere, Margherita Hack è spesso intervenuta sulla possibilità che esistano forme di vita alternative a quelle che popolano la Terra. «Credo del tutto probabile che ci siano altri mondi abitati – scriveva in C’è qualcuno là fuori? (Sperling & Kupfer), il suo ultimo libro pubblicato postumo nel 2013 -, credo anche che non avremo mai modo di incontrare un extraterrestre. Le distanze non ce lo permettono. Questo non vuol dire che dobbiamo rinunciare a cercare». E infatti l’uomo continua a cercare. Ma più che con la speranza (o il timore) di fare “incontri ravvicinati del terzo tipo”, insegue l’idea, apparentemente più concreta, che tracce di microrganismi e batteri possano spuntar fuori prima o poi da corpi celesti o pianeti relativamente vicini al nostro. In che modo? “Follow the water”: è la strategia principale adottata dalle grandi agenzie spaziali. Troviamo l’acqua e troveremo la vita.
Si parla di questo all’incontro dal titolo “Vita extraterrestre: dove, come, quando” a BergamoScienza 2015 (domenica 18 ottobre ore 9.30) al quale partecipano tra gli altri, Federico Tosi, planetologo dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) e Barry Goldstein, ingegnere della Nasa, impegnati in due diverse missioni che hanno come obiettivo comune l’esplorazione del sistema di Giove: JUpiter ICy moons Explorer (Juice), la prima missione spaziale di questo tipo a guida europea (Esa), ed EuropaClipper dell’agenzia spaziale Usa. Left ha chiesto ai due esperti come si spiega questo improvvisa attenzione per il più grande pianeta del Sistema Solare.


Sotto le superfici di Europa e Ganimede si nascondono importanti strati di acqua mantenuta allo stato liquido su tempi geologici


«Fino a circa 20 anni fa – racconta Tosi – si credeva che l’unico luogo interessante per la ricerca di forme di vita elementari al di là della Terra nel nostro Sistema Solare fosse Marte, che oggi appare sterile ma che nel lontano passato ospitava importanti distese d’acqua liquida. I risultati ottenuti da missioni spaziali come Galileo e Cassini-Huygens hanno rivoluzionato questa visione, scoprendo che acqua liquida esiste tuttora, in forma stabile, nell’interno profondo di alcune lune ghiacciate». Con le missioni EuropaClipper e Juice, oggi in fase di implementazione, Nasa ed Esa hanno avviato la “fase 2” di questa campagna di esplorazione. «Lo scopo – prosegue Tosi – è capire se condizioni potenzialmente adatte allo sviluppo della vita possano esistere, o essere esistite, anche in questi mondi “minori”, freddi e remoti, che fino a pochi anni fa erano reputati essenzialmente morti e inadatti alla vita. Per esempio su Encelado, una piccola luna ghiacciata di Saturno, sono stati osservati imponenti eruzioni di acqua mescolata a diversi altri composti, che rendono questo corpo di interesse primario per l’astrobiologia, la scienza che si occupa dei processi che portano all’origine, all’evoluzione, al trasferimento e alla distribuzione della vita al di fuori della Terra». Situazioni analoghe potrebbero esistere, in linea di principio, a distanze ancora maggiori dal Sole nella nostra Galassia e altrove, nell’Universo. Secondo il planetologo dell’Inaf, «in una visione ancor più ampia, l’esistenza di lune ghiacciate con strati interni di acqua liquida, in orbita attorno a pianeti giganti gassosi, potrebbe rivelarsi una prerogativa di molti tra i pianeti extrasolari finora scoperti». Per questo Juice, il cui lancio è previsto nel 2022, all’arrivo stimato nel 2030 inizierà a esplorare Giove con un’enfasi particolare su tre sue lune ghiacciate: Ganimede, Europa e Callisto.


 

L’esistenza di lune ghiacciate con strati interni di acqua liquida potrebbe rivelarsi una prerogativa di molti tra i pianeti extrasolari finora scoperti


Anche il “volo” della Nasa dovrebbe partire nel 2022 ma la missione Usa si concentrerà solo su Europa. «Gli obiettivi di EuropaClipper – spiega Goldstein – sono svariati. Vanno dallo studio dettagliato della sua geologia tramite una telecamera ad altissima risoluzione, alla ricerca di un sito adatto all’atterraggio di future missioni per un’esplorazione “diretta” del suolo come sta avvenendo con i rover su Marte. Più in generale, c’è la speranza di poter studiare le caratteristiche ambientali di Europa per determinarne con precisione l’abitabilità. Cioè il potenziale presente o passato a sostenere forme di vita di qualunque tipo».

Europa una delle lune di Giove

«Europa, così come Ganimede – aggiunge Tosi – è di interesse centrale. Sotto le loro superfici si nascondono importanti strati di acqua mantenuta allo stato liquido su tempi geologici. Quest’acqua potrebbe essere ragionevolmente mescolata ad elementi chimici detti “biogenici” (carbonio, azoto, ossigeno, idrogeno, fosforo, zolfo…), perché necessari per innescare reazioni biochimiche. Ingredienti essenziali come acqua liquida e elementi biogenici, mescolati assieme e resi stabili per lunghissimi periodi di tempo, rendono Europa e Ganimede mondi potenzialmente “abitabili”, cioè potenzialmente idonei allo sviluppo di forme di vita elementari». Quando si parla di vita extraterrestre in molti pensiamo quasi inevitabilmente a esseri intelligenti che attraversano lo spazio a bordo di sofisticate astronavi. «Sappiamo bene che questa popolare propensione deriva anche e soprattutto da svariate decadi di letteratura fantascientifica – osserva Tosi -. Nel caso reale, e in particolare con Juice, ci proponiamo semplicemente di appurare se su satelliti freddi e ghiacciati, lontani dal Sole e quindi dalla classica regione di spazio che attorno a una stella è definita “abitabile”, possano esistere condizioni potenzialmente interessanti per lo sviluppo di forme di vita elementari. In definitiva, non parliamo di alieni e dischi volanti ma di microorganismi, cosiddetti “estremofili” perché obbligati ad esistere e proliferare in totale assenza di luce solare e condizioni ambientali decisamente proibitive».

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/federtulli” target=”on” ][/social_link] @federtulli

Sicura (ma anche umana), Clinton vince il dibattito tra democratici

«Su questo palco non sentirete nessuno denigrare le donne, fare commenti razzisti sui nuovi immigrati in America e neppure parlare male di un altro americano a causa del loro credo religioso.», forse la migior battuta dell’ex governatore del Maryland Martin O’Malley, staccato terzo nei sondaggi per le primarie democratiche, non è un attacco a Clinton (come pure ne ha fatti), ma un elogio dei contendenti del suo partito.

Ha qualche motivo per farlo: tutto sommato su immigrazione, regole per la finanza e le banche, salari, diritti, commercio internazionale, controllo della circolazione delle armi, il suo partito è a sinistra di quanto non sia stato da tempo – e probabilmente alla sinistra della maggior parte delle socialdemocrazie europee, ma certo parliamo di un altro contesto.

Due ore di dibattito sul palco di un hotel di Las Vegas sono finite come ci si aspettava: l’esperienza e il focus di Hillary Clinton hanno avuto la meglio sugli argomenti di Bernie Sanders. Gli altri sono comprimari, due dei quali capaci, ma senza apparenti possibilità di cambiare la dinamica della sfida in casa democratica. A Hillary manca ancora un afflato, una visione da presentare, dovrà trovarne una da contrapporre ai repubblicani, se sarà nominata candidata.

Ieri segnalavamo alcune cose da tenere d’occhio durante il dibattito, vediamo come è andata.

Sanders e Clinton si attaccano più del previsto

Non è proprio andata così, ma nessuno ha tentato colpi bassi: Hillary ha azzannato il senatore del Vermont sul suo tallone d’Achille sinistro, il gun control, la circolazione delle armi. Sanders ha sempre votato contro la legge che vieta la vendita delle armi da combattimento e Clinton lo ha fatto notare quasi subito. Bernie spiega che nel montagnoso e rurale Vermont le armi servono. La verità è che il piccolo Stato che lo elegge è pro-guns e lui, se avesse votato contro, avrebbe rischiato grosso. Sanders a sua volta ha colpito sulle banche: andare a Wall street e chiedere ai banchieri di comportarsi bene non è una politica. Ma il senatore ha anche detto: «Agli americani e a me, di questa storia delle mail di Clinton non frega niente, vogliamo parlare di cose serie», guadagnandosi una stretta di mano da Hillary e l’applauso più rumoroso della serata. I due sono avversari politici di un partito piuttosto unito, non due nemici.

Il fantasma di Biden

La Cnn aveva fatto di tutto per convincere il vicepresidente a esserci. Biden, che ancora riflette se candidarsi o meno, non c’era. Ma la sua presenza non si è avvertita troppo e da oggi la sua candidatura sembre meno probabile: Clinton ha vinto bene ed ha dimostrato di essere pronta a condurre una campagna dura. Nel 2008 le difficoltà contro Obama la avevano paralizzata e mandato la sua campagna nel panico, stavolta il successo di Sanders non sembra averle fatto male. Il vicepresidente può sempre decidere di correre, ma senza una Clinton in difficoltà candidarsi tanto tardi è un rischio forse inutile da correre.

 

Il candidato presidenziale Sanders

Sanders mette in fila tutto quanto c’è di sbagliato nell’attuale sistema americano – quello post rivoluzione conservatrice e post terza via – la diseguaglianza, il potere delle lobby e delle banche, un sistema fiscale che beneficia i più ricchi, il bisogno di infrastrutture e politiche progressive. Ma scivola sulle armi e sulla politica estera, della quale sa poco. Le sue proposte sono buone, ma quando Hillary gli risponde «Anche io sono progressista e non sono pronta a retrocedere su nessuna delle mie convinzioni, ma sono anche una che vuole ottenere risultati», vince lei. Gli americani sanno che ci sono buone probabilità di avere un presidente democratico e un Congresso ancora in mano ai repubblicani e ottenere risultati significa riuscire a lavorare anche con i  pezzi assennati del partito di Trump, Carson e Cruz. Non solo, sebbene le politiche di Sanders potrebbero piacere a molti, il modo in cui le vende è troppo ideologico e di sinistra: perfetto per la basa liberal, ottimo per salire nei sondaggi, meno per vincere le elezioni in America. Qui sotto Clinton parla dei guai del capitalismo americano «Che va salvato da se stesso di quando in quando», prendendo le distanze dall’ideale socialdemocratico scandinavo di Sanders.

Hillary Clinton è un essere umano

L’ossessione per il controllo del messaggio, la capacità con cui piega le domande per dire quel che ha deciso dirà sono rimaste, ma il tono è rilassato, specie verso la fine e Hillary non sembra avere paura di perdere. Non è dura, se non contro i repubblicani, e dopo la pausa, quando i candidati sono andati in bagno, arriva un momento dopo gli altri dicendo «Scusate, io ci metto più degli altri», beccandosi una risata del pubblico femminile in sala.

La distanza da Obama

Nessuno ha criticato o preso le distanze dal presidente. Troppo pericoloso, che Obama sarà una forza in campagna elettorale. Nemmeno in politica estera, dove pure Hillary ha ed ha avuto le sue divergenze, si è rimarcata vera distanza. Alla domanda: che differenza ci sarebbe tre la sua presidenza è quella in carica, la risposta è stata: «Sono una donna». Qui sotto il video.

Gli altri candidati

Francamente questa sembra una corsa a due e il dibattito non ha cambiato le cose. O’Malley ha attaccato molte volte Clinton, che è apparsa in difficoltà o sulla difensiva solo in politica estera. Il voto sulla guerra in Iraq, la Libia, la Russia e la Siria sono temi a cui è difficile dare risposte nette e sui quali Hillary ha sbagliato. Un terreno minato contro i repubblicani (che pure non sembrano avere altre idee se non flettere i muscoli) ma non qui. Webb ha dato un’ottima risposta quando parlando del suo peggior nemico ha nominato il soldato che lo ha ferito con una granata «ma non è potuto andare in giro a raccontarlo». Fosse stato davanti a una platea repubblicana sarebbe venuta giù la sala. Ieri notte a Las Vegas è solo una risposta azzeccata. Sia lui che Sanders vincono in quanto a ricerche su Google durante le due ore di dibattito. Segno che la gente vuole saperne di più (Sanders è noto alla sua base, meno altrove). Ma non è una ricerca Google che cambia la dinamica della corsa.

unnamed

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/minomazz” target=”on” ][/social_link]@minomazz

Dichiarazione di voto contrario alla riforma Costituzionale di un senatore idem

Riportiamo il testo della dichiarazione di voto contrario alla riforma Costituzionale, pronunciata ieri dal senatore dem Walter Tocci. 

Ho fatto un sogno costituzionale

Signor presidente, ho fatto un sogno, mi consenta di raccontarlo. Ho sognato che veniva qui Matteo Renzi, come segretario del partito di maggioranza relativa, non come capo del governo, e proponeva una semplice riforma: eliminazione del Senato, dimezzamento del numero dei deputati e riduzione del numero delle Regioni.

Nel sogno, il Parlamento ne discuteva in spirito costituente e apportava due condizioni: 1) legge elettorale basata sui collegi uninominali per consentire agli elettori di guardare in faccia gli eletti; 2) garanzia di maggioranze qualificate nella legislazione sui diritti, le regole, l’informazione, la giustizia, l’etica, la guerra. Il risultato era limpido: un governo in grado di attuare il programma, più un Parlamento autorevole, uguale una democrazia italiana finalmente matura.

Fine del sogno – non è andata così, anzi: il Senato ridotto a “dopolavoro” del ceto politico locale; la sottrazione di poteri alle Regioni in cambio di scranni senatoriali; la conservazione dei 630 deputati, il numero più alto in Europa – almeno per decenza togliete la parola riduzione dal titolo di questa legge.

Avete scritto un testo costituzionale arzigogolato come un regolamento di condominio. La confusione non è casuale. Si è fatto credere che si discuta di bicameralismo e Italicum, ma la combinazione modifica la forma di governo senza neppure dirlo. Oggi si instaura in Italia un premierato assoluto senza contrappesi e senza paragoni nelle democrazie occidentali. Un demagogo minoritario con meno di un quarto dei voti degli aventi diritto può conquistare il banco, comandare sui parlamentari che ha nominato e disporre a suo piacimento delle leggi fondamentali. Nessuno strumento istituzionale potrebbe fermarlo, neppure l’elettività di un Senato sei volte più piccolo della Camera. È una decisione poco saggia. Si è detto che le Costituzioni servono a prevenire i momenti di ubriachezza, purtroppo non sono mancati nella storia nazionale, anche recente.

Viene a compimento un inganno trentennale. La classe politica di destra e di sinistra ha nascosto la propria incapacità di governo attribuendone la colpa alle istituzioni. Ha surrogato la perdita dei voti con i premi di maggioranza, provocando ulteriore distacco dalle urne. Il governo maggioritario nella democrazia minoritaria ha accentuato la crisi italiana. Il premierato assoluto – in nuce lo abbiamo già visto – è un’illusione numerica, non governa il Paese reale perché rinuncia a rappresentarlo e a comprenderlo nelle sue differenze.

I giovani politici seguono le orme dei vecchi politici. Ripetono l’errore di cambiare la Carta a colpi di maggioranza. Scopiazzano le sedicenti riforme del secolo passato invece di immaginare l’avvenire della Repubblica.

Dedico il mio voto contrario ai futuri riformatori della Costituzione, a quelli che non abbiamo ancora conosciuto.

Walter Tocci, 13 ottobre 2015

Sanders contro Clinton, ma non troppo. Cosa c’è da aspettarsi al primo dibattito tra democratici

Ci siamo: finalmente anche i candidati democratici alle primarie salgono su un palco davanti a milioni di telespettatori per confrontarsi tra loro. Due, Hillary Clinton e Bernie Sanders, sono forti e conosciuti, gli altri – Martin O’Malley, Jim Webb, Lincoln Chafee – sperano che la platea di stanotte a Las Vegas consenta loro di salire nei sondaggi, essere scoperti dal pubblico, attirare un po’ di attenzione. Poi c’è Joe Biden, il vicepresidente che guarderà la televisione chiedendosi se sia o meno il caso di candidarsi alla presidenza. Certo è che il primo dibattito potrebbe finalmente cambiare l’inerzia di una corsa che è ferma al successo inatteso di Sanders e alla forza strutturale di Clinton. Riuscirà Hillary a piacere un po’ di più agli americani? A rendersi umana? E Sanders a essere credibile, preparato e non solo bravo a parlare alla enorme base liberal che affolla i suoi comizi e riempie le casse della sua campagna?

Attenzione ai sondaggi: a fine settembre 2007 Clinton aveva il 53%, Obama il 20% ed Edwards il 13%. Qualche mese dopo le percentuali erano piuttosto diverse.

Al momento comunque le rilevazioni dicono che l’ex first lady è saldamente in vantaggio, con Sanders che segue, forte, ma molto staccato. Certo, le rilevazioni sulle intenzioni di voto in Iowa e New Hampshire, i primi Stati in cui si vota, non lasciano dormire sonni tranquilli al circolo dei Clinton. I dati sulla raccolta di fondi nell’ultimo trimestre, resi noti dalle campagne la scorsa settimana, sono poi un altro campanello d’allarme: con un’organizzazione che è un atomo di quella di Hillary, il senatore del Vermont ha raccolto solo due milioni in meno. Ma da un numero di donatori molto maggiore, più alto di quanto non capitò a Obama nel 2008 (a questo punto della corsa), quando la campagna veniva studiata per essere un fenomeno straordinario. Segno che il vecchio Bernie ha dalla sua un vero movimento. Un fattore importante. Da annotare: quante volte gli chiederanno se è un socialista?

 

 

 

Tre cose da verificare

Hillary e Bernie hanno promesso di non attaccarsi a vicenda. Reggerà la promessa?
Riusciranno a non darsi colpi bassi? Probabilmente si: alla ex senatrice di New York non conviene essere cattiva con l’unico socialista democratico eletto in Congresso: potrebbe trovarsi a essere incalzata su tutte le posizioni di sinistra che ha preso durante questa campagna e che sono in parziale contraddizione con la sua carriera politica. Meglio doverlo fare rispondendo alle domande dei giornalisti. Clinton è molto forte nei dibattiti e conosce i temi di cui parla meglio degli altri candidati, mantenere un profilo presidenziale usando argomenti di sinistra è forse l’arma migliore per mantenere Sanders a distanza. Per Sanders, invece, il tema è proprio quello di essere credibile come figura eleggibile alla Casa Bianca: azzannare Hillary ai polpacci potrebbe essere controproducente. Pur essendo molto di sinistra, il senatore ha argomenti ce possono piacere a molti e mantenere un fare sorridente e nonnesco potrebbe funzionare. La sua sfida è nell’organizzazione a livello locale. Stanotte gli serve solo di non scivolare. Specie su temi come le minoranze e il gun control (la regolamentazione delle armi), temi sui quali ha un handicap a sinistra rispetto a Clinton. Intanto Hillary ieri si è presentata a sorpresa a un picchetto di lavoratori di un albergo di Donald Trump a Las Vegas: come dire, sono già candidata e mi batto contro l’avversario, sto con i lavoratori organizzati sindacalmente, mal pagati e latinos.

151013-clinton-jpo-250a_00fe932dd20b22b7b04371ed49bc9687.nbcnews-fp-1200-800
 

Quante critiche alla presidenza Obama?

In questi giorni questo è l’argomento scivoloso per Hillary: le sue posizioni in politica estera sono a destra di quelle di Obama – o meglio, meno timide ed elaborate – specie sulla Siria. Su altri temi come il TTIP, l’accordo commerciale del Pacifico, o l’immigrazione invece, Clinton è a sinistra del presidente. Ogni volta che la candidata prende una posizione diversa da quella della Casa Bianca la sua campagna informa lo staff del presidente, ma durante un dibattito e incalzata da avversari e giornalisti, il rischio è quello di allontanarsi troppo o far indispettire Obama. I due sono stati alleati per un periodo ma non si amano particolarmente, se Hillary sarà troppo critica, potrebbero esserci problemi. Questo ci porta a….

Quanto sarà grande l’ombra di Joe Biden?

 

 

Il presidente Obama lo ha definito “forse il vice più importante della storia americana”. Il vicepresidente ha detto di aver preso in considerazione la possibilità di correre. La morte del figlio Beau gli ha invece messo dei dubbi: «Per correre e fare il presidente devi essere al 100%, io non so se sarò al 100%» ha più o meno detto in un’intervista molto forte dal punto di vista emotivo a Stephen Colbert. Lo spettro di Biden si aggirerà nella sala del dibattito Tv: oggi ha il 20% nei sondaggi senza aver annunciato una candidatura. Non è affatto detto che la sua sarebbe una campagna vincente, ma certo, sarebbe un concorrente molto forte: è popolare, è spiritoso, ha una storia commovente da raccontare (e lo fa in maniera sincera). Quel che non è chiaro è come venderebbe se stesso. Certo sarebbe il più centrista dei candidati democratici, capace di rosicchiare consensi bianchi ai repubblicani. I conduttori faranno domande sul Veep, c’è da scommetterci. C’è anche da notare che Biden non ha impegni per la serata americana (stanotte) e che la CNN che trasmette il dibattito ha pronto un sesto podio, dovesse decidere di partecipare a sorpresa. Sarebbe un colpo per tutti. Improbabile e rischioso. Se Clinton vincesse bene il dibattito, Biden avrebbe più dubbi, se invece andasse male, le sue azioni salirebbero di molto.

Di Clinton e Sanders sappiamo quasi tutto. Ma chi sono gli altri tre sul palco?

Martin O’Malley, ex sindaco di Baltimora, ex governatore del Maryland
OMALLEY

Se non ci fosse Hillary (e nemmeno Sanders), questo sorridente 50enne con l’aria tutta salute e fitness sarebbe il campione della sinistra liberal. Ha fatto il sindaco di una città difficile e molto afroamericana – dove dice di aver fatto crollare il crimine, tesi discussa e non provata – e ha acquistato risonanza nazionale attaccando Bush sui tagli al bilancio. Da governatore si è battuto con passione per l’istituzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso nel suo Stato, ha posizione aperte sull’immigrazione è per un aumento del controllo sulla vendita di armi ed è contrario alla pena di morte. Di sinistra sui temi sociali, si colloca senz’altro alla destra di Sanders in economia. Ha da vendere un’immagine più giovane degli altri. Viene da uno Stato piccolo e democratico e in questo senso non porterebbe vantaggi elettorali – e dove tra l’altro è terzo nei sodnaggi. Da lui e da Webb c’è da aspettarsi attacchi a Clinton sulle mail, su Bengazi, sulle posizioni di sinistra assunte di recente. Senza una performance che faccia parlare di sé, O’Malley è fuori. Avrà più tempo per suonare con la sua band di musica celtica.

Jim Webb, ex senatore della Virginia

 

 

 

Quasi assente dai sondaggi, Webb potrebbe essere la sorpresa della serata. Non ha comprato spot Tv, non è ossessionato dall’esserci ed è un personaggio di quelli che piacciono al pubblico con cui i democratici hanno un rapporto difficile (i bianchi non giovani). Ex militare, ha servito nell’amministrazione Reagan come assistente Segretario alla Difesa, pluri-decorato del Vietnam, è stato ferocemente contro la guerra in Iraq, dove suo figlio ha combattuto. Ha scritto diversi romanzi di successo con la guerra come sfondo. Ha posizioni non convenzionali, è piuttosto conservatore, passionale, duro, ma parla ai blue collars (le tute blu) promettendo infrastrutture e lavoro. Può piacere da morire a un elettorato indipendente e strappare molti voti ai repubblicani in alcuni Stati chiave. Sulla politica estera di guerra è più preparato degli altri e non è un guerrafondaio. E poi ha vinto un seggio nella cruciale e difficile Virginia. Un personaggio, vicepresidente perfetto da un punto di vista elettorale. Non piacerà mai alla base di sinistra del partito (che è in crescita). Anche a lui serve una performance superlativa.

Lincoln Chafee, ex senatore repubblicano del Rhode Island, ex governatore indipendente del Rhode Island

chafee
Quella di Chafee sembra davvero la candidatura di un politico che corre per dire “io c’ero”. La sua forza quella di essere stato repubblicano pur avendo mantenuto saldi i propri principi: nel 2003 ha votato contro l’Iraq, unico repubblicano del Senato, è contrario alla pena di morte e contro i tagli alle tasse di Bush. Non ha particolare carisma, viene da uno Stato minuscolo. Difficile immaginare come possa fare per uscire dal cono d’ombra dei candidati più forti.

Un libro fotografico per raccontare 2 anni passati con la Yakuza

anton-kusters_odo-yakuza-tokyo-II

Anton Kusters di professione fa il fotografo, ma ha avuto la possibilità di frequentare per un certo periodo di tempo una ristretta cerchia della Yakuza, la mafia giapponese, e di documentare il suo viaggio nel mondo del crimine organizzato con una serie di scatti capaci di descriverne la quotidianità. Il tutto senza finire ammazzato.
Per farcela Kusters ha dovuto negoziare per 10 mesi, assieme al fratello, le condizioni secondo cui gli sarebbe stato permesso di essere i primi e gli unici occidentali a seguire i membri di uno dei clan più importanti della mafia giapponese. Il risultato è stato pubblicato in un libro fotografico che si chiama “Odo Yakuza Tokio”. Quello che si intravede dalle immagini e dalle parole di Kusters è un codice sottile e silenzioso fatto di cenni e di poche parole, soprattutto basato su regole, limiti e su un rispetto tacito per chi comanda.
Ecco come il fotografo descrive una delle scene di cui è stato testimone.

 

Nel bar dell’hotel a Niigata, inizio lentamente a capire le interazioni estremamente sottili che si ripetono di continuo, il linguaggio del corpo, le micro espressioni sui volti, i gesti le voci, l’intonazione. Quando il bar viene evacuato per fare spazio per permettere al Padrino di prendere un caffè, tutto sembra essere rigorosamente organizzato, ma allo stesso tempo accadere naturalmente. È strano, ma in questo momento non ho bisogno di nessuno per sapere cosa fare, dove sedermi, quando parlare o quando stare zitto. Sento i confini e le aspettative degli altri in modo implicito, imparo quando posso farmi avanti e quando è meglio invece che faccia un passo indietro.

 

Members pose in the streets of Kabukicho, the red light district in the heart of Shinjuku, Tokyo, Japan. By always wearing tailored suits, the Yakuza attempt to spread an image of decency and conformity. But the underlying tension unmistakibly remains. Obvious influences are American gangster icons from the early 20th century, like John Dillinger - 2009
Alcuni membri del clan in posa a Kabukicho, il distretto a luci rosse nel cuore di Shinjuku, Tokyo, in Giappone. Vestendo sempre completi eleganti i membri della Yakuza tentano di diffondere un’immagine di loro curata e ordinata. Ma qualcosa di impercettibile continua a stonare. Si percepiscono nello stile anche alcune influenze dei gangster americani dell’inizio del 20esimo secolo, diventati ormai delle icone, come John Dillinger.

 

Young prostitute in a bar showing the tattoo on her leg - 2009
Una giovane prostituta mostra il tatuaggio che ha sulla coscia.

 

The three highest ranking bosses of the family - the Godfather in the centre - pose for a portrait during a traditional dinner at a restaurant in Kabukicho, Tokyo - 2009
I tra boss più alti in grado della famiglia – il Padrino è quello al centro – posano per una foto durante una cena tradizionale in un ristorante di Kabukicho a Tokyo

 

Empty meeting table, right after the initial meeting, in which we got approval to start the project - 2009
La tavola vuota, dopo l’ultimo incontro in cui Kusters ha definito gli accordi con il clan e dato il via al progetto.

 

Nitto-san, Souichirou's direct boss, in the back of the car, while driving to Niigata prison to go and pick up two members of the family that are being released from prison that morning, after being incarcerated for several years - 2009
Nitto-san,  boss di Souichirou, nel retro della sua auto, mentre viene portato alla prigione di Niigata per prelevare due membri della famiglia che sono appena stati rilasciati, dopo anni di carcere.

 

Yakuza street fighter aggressively showing off his tattoo in Kabukicho, Shinjuku, Tokyo - 2010
Un picchiatore di strada della Yakuza mostra uno dei sui tatuaggi nel quartiere di Kabukicho, Shinjuku, Tokyo

 

Tattooed hands with a digit missing. A traditional Japanese tattoo, as used often by the Yakuza, Is a very old and time-consuming process of manually sticking a stick with at the point several sharp inked needles in the skin. This has to happen at a precise angle (depending on skin thickness) and at a precise speed (120/minute), and this is a skill that only traditional Japanese tattoo masters possess. The result is an intricacy, a color palette and a pattern which is not possible with the modern way of tattooing with a machine.Master Tattooist Hori Sensei invites you, he does not accept regular clients. With him, completing a traditional Japanese tattoo takes about 100 hours, can cost up to $10,000, and a schedule of daily or weekly visits needs to be made. As a client, you have only a little say in the design of the tattoo. Hori Sensei determines what is best for you after taking time to talk to you and to get to know you. Only a few traditional Japanese tattoo experts are still alive today in Japan. - 2009
Mani tatuate con un dito amputato. Questo è un tatuaggio tradizionale giapponese usato spesso dalla Yakuza. La realizzazione è un processo molto lento e fatto tutto manualmente incidendo e iniettando l’inchiostro nella pelle. L’incisione avviene seguendo un’inclinazione precisa del pennino che dipende da quanto è spessa la pelle e a una precisa velocità. Il risultato è una varietà e un mix di colori che non è replicabile dalle moderne macchine per fare tatuaggi. Il maestro tatuatore Hori Sensei non accetta clienti, per avere un suo tatuaggio bisogna essere invitati da lui che per completare un tattoo tradizionale giapponese può impiegare anche 100 ore e chiedere più di  10,000 dollari per il lavoro. Prima di fare il tatuaggio Hori Sensei programma una serie di incontri in cui dialoga con il “cliente” per capire quale sia il tatuaggio più adatto a lui. I maestri come Hori Sensei sono rimasti pochissimi in Giappone.

 

Yamamoto Kaicho, the number two boss, lies still as master Tattooist Hori Sensei completes his full body tattoo. Completing a tattoo takes about 100 hours, and a schedule of daily or weekly visits with the tattoo sensei are made. This is the second time he is being tattooed over his whole body, after the removal of his first full body tattoo severl years before. Tattoos are made by hand in a traditional way, and only few experts still possess the skill to do so - 2009
Yamamoto Kaicho è il numero due del boss. In questa foto si sta facendo completare un tatuaggio che compre tutto il corpo dal maestro Hori Sensei.

 

Yamamoto kaicho and two other members shower in an Onsen (typical Japanese bath house) after playing in a golf tournament. Both golf and frequent visits to the onsen are very popular amongst the Japanese. Nowadays, many bath houses carry signs that deny access to people who have tattoos, in an effort to stop Yakuza frequenting them - 2009
Yamamoto Kaicho e due altri membri della famiglia nelle docce di un Onsen (tipiche terme giapponesi) dopo aver giocato a golf. Sia il golf che visite frequenti alle terme sono attività molto diffuse fra i giapponesi. Oggi giorno molte terme inoltre limitano l’accesso alle persone che hanno tatuaggi nel tentativo di far sì che i membri della Yakuza non le frequentino.

 

View of a temple in Asakusa, Tokyo - 2009
La veduta di un tempio a Asakusa, Tokyo

 

Miyamoto-san in his coffin after his death, during his wake - 2010
La veglia prima del funerale di fronte alla bara di Miyamoto-san

 

Members paying their respects by burning incense at the makeshift altar during the traditional Japanese funeral for Miyamoto-san - 2010
Alcuni membri del clan offrono rispetto bruciando dell’incenso presso l’altare allestito per il tradizionale funerale giapponese di Miyamoto-san

 

The Godfather arrives at a commemoration service for a member who has died. Car traffic is redirected and he is surrounded by bodyguards, as he steps out of the car and into the place of worship - 2009
Il Padrino arriva al funerale del membro dell’organizzazione. Il traffico è deviato in modo da permettere al Boss di arrivare con le sue guardie del corpo e in macchina alla cerimonia.

 

The funeral service for Miyamoto-san - 2010
Il servizio funerario per Miyamoto-san

 

The Godfather rolls down his car window while leaving a commemoration service for a deceased member of the family - 2009
Il Padrino lascia la commemorazione dopo aver partecipato al funerale per il membro defunto della famiglia

 

Yakuza+family+members+stand+in+line+to+welcome+visitors+to+the+funeral+of+Miyamoto-san+(Tokyo,+Feb+2011)

 

«Con questo lavoro – ha spiegato il fotografo Anton Kusters –  ho trasmesso il complesso rapporto con la società giapponese che intrattengono i membri della Yakuza, e allo stesso tempo il conflitto personale che vivono frequentando allo stesso tempo due mondi  diversi, mondi che hanno codici e valori morali in conflitto. Si scopre che la realtà non è semplicemente dipinta dei toni del nero e del bianco, ma fatta di sfumature ben più complesse da leggere»

 [social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/GioGolightly” target=”” ][/social_link]  @GioGolightly