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Nasce il colosso mondiale della birra

I due più grandi gruppi mondiali produttori di birra si fondono: AB InBev e SABMiller rispettivamente un fatturato da 47 e 22 miliardi di dollari, danno vita al colosso assoluto della bevanda che si beveva già nell’antico Egitto e in Mesopotamia.  L’operazione porterà sotto lo stesso tetto alcune della marche più note e diffuse del pianeta: Bud, Bud Light, Corona, Michelob, Stella Artois, Becks, Hoegaarden, Leffe, Coors, Coors Light, Grolsch, Keystone, Milwaukee Best, Blue Moon , Foster, Pilsner Urquell, Peroni, Whurer, Dreher, Raffo, Miller Lite, High Life. Un elenco parziale.

La tendenza a crescere dei grandi gruppi produttori di birra è inesauribile. Altri colossi sono Heineken e Carlsberg (proprietaria di quello che era il suo grande competitor nazionale, Tuborg). Accanto ai colossi crescono ovunque nel mondo una miriade di micro-breweris, piccole distillerie che producono birra artigianale. Negli Stati Uniti diverse hanno una tradizione attenta all’ambiente e difendono con le unghie la loro indipendenza (anche con successo, che la birra artigianale va di moda). Quella che in molte classifiche viene considerata la miglior birra del mondo viene prodotta dalla Hill Farmestead Brewery in Vermont e si vende solo all’interno dello Stato. Il negozio dello stabilimento apre tutti i giorni e di solito a fine giornata ha esaurito le scorte. La voga dei piccoli marchi non è passata inosservata in casa dei giganti, che stanno comprando, quando le compagnie cedono, tutto quel che possono per dotarsi di brand fiore all’occhiello e/o rubare ricette di qualità e potenziale successo.

Essere colossi serve

Il consumo di birra globale ha raggiunto 188.81 milioni di tonnellate nel 2013, + 0,5% rispetto all’anno precedente, è il 28esimo anno consecutivo di crescita.
La Cina è il più grande consumatore di birra del pianeta per il 11 ° anno consecutivo, con un incremento annuo del 4,8% rispetto al 2012. Il Vietnam è entrato per la prima volta nella top ten. L’Asia – grazie alla popolazione tanto numero – consuma il 34,8% del mercato della birra ed è la regione che ne consuma di più dal 2007. Penetrare nei mercati emergenti (e potenzialmente colossali) è quindi una priorità e si fa non vendendo la propria vecchia birra ma comprando i marchi nazionali.

Se guardiamo al consumo pro-capite l’Asia, dove pure il consumo cresce in maniera costante, precipita in basso. In grande crescita anche il consumo della birra non alcolica nei Paesi islamici, specie quelli della penisola araba. Ma parliamo di briciole.

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L’Europa è il centro del mondo se parliamo di birra: qualità, varietà e consumo pro-capite.

Più di tutti bevono i cechi, circa 120 litri l’anno, seguiti da tedeschi, estoni, austriaci e irlandesi tutti intorno ai cento litri a testa. Quanto all’Italia, nel rapporto 2014 di Assobirra leggiamo

Nel 2014 i consumi della birra in Italia sono rimasti stazionari, avendo toccato 17.729.000 ettolitri (…) un andamento storico piatto, anzi lievemente riflessivo, che dura da almeno dieci anni: nel 2005 il consumo pro capite annuo era di 29,9 litri, saliti a 30,3 nel 2006 e a 31,1 nel 2007 (anno record); dopodiché è cominciato il ripiegamento. Guardando oltre i confini l’Italia, con i suoi 29,2 litri, rimane all’ultimo posto della classifica dei consumi in Europa, con un valore pari a meno della metà della media Ue.

Eppure anche nel nostro Paese è boom di micro e medi produttori artigianali, alcuni dei quali hanno trovato in pochi anni la strada dei supermercati grazie a un prodotto di qualità nettamente superiore alla media.

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L’intifada dei coltelli nel silenzio della diplomazia internazionale

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Una lunga scia di sangue unisce Gerusalemme alla Cisgiordania e quest’ultima a Gaza. È l’Intifada dei coltelli. Che ha il suo epicentro nella Città Santa, la Città contesa. Dove si contano almeno due morti e una ventina di feriti a seguito di due attentati avvenuti questa mattina in contemporanea. Secondo le ricostruzioni, la prima vittima israeliana è stata uccisa a bordo dell’autobus ad Armon HaNatziv dove due palestinesi hanno aperto il fuoco e accoltellato i passeggeri. La vittima è un uomo di circa 60 anni, ci sarebbe anche un ferito grave.

La polizia, intervenuta poi in forze, ha ucciso il primo dei due terroristi e catturato l’altro. Il secondo israeliano è stato ucciso in via ‘Malkei Israel’ quando un palestinese ha lanciato la propria auto contro un gruppo di persone in sosta alla fermata dell’autobus. L’attentatore è poi sceso ed ha accoltellato chi era a terra. Le forze dell’ordine hanno detto di aver “neutralizzato” l’attentatore. Quattro passanti israeliani sono stati pugnalati da un assalitore palestinese nel centro di Raanana (a nord di Tel Aviv), nel secondo attentato palestinese della mattinata in quella città. In precedenza altri due israeliani erano stati accoltellati. Entrambi gli assalitori sono stati “neutralizzati” e catturati.

 

L’altro ieri quattro attentati in un giorno, due nello spazio di circa un’ora, almeno 6 israeliani accoltellati a Gerusalemme. L’allarme in Israele è altissimo e lo stillicidio quotidiano. «Il terrorismo è figlio della volontà di distruggerci e non della disperazione palestinese», ha denunciato il premier Benyamin Netanyahu in un infuocato dibattito alla Knesset. «Ma la nostra voglia di vivere distruggerà la voglia di uccidere dei nostri nemici», ha avvertito, respingendo ancora una volta come “bugie” le affermazioni che Israele stia cercando di cambiare lo status quo sulla Spianata delle Moschee o che sia in lotta con l’Islam. La destra nazionalista al governo, legata a doppio filo al movimento dei coloni chiede al premier di spingersi oltre e arriva a invocare una espulsione di massa dei palestinesi da Gerusalemme Est.

 

Oggi in Israele è in programma lo sciopero generale degli arabi israeliani in solidarietà con la Cisgiordania e per la Moschea di Al Aqsa. Il vice comandante della polizia Benzi Sao ha riferito in Parlamento che finora sono stati feriti negli scontri 68 agenti da pietre o bottiglie incendiarie e che dei 300 arresti effettuati di palestinesi o arabo israeliani, oltre la metà sono minorenni.

 

Il ministero della Sanità palestinese ha calcolato in 1300 i feriti palestinesi da pallottole vere o ricoperte di gomma dall’inizio di ottobre, di cui 75 solo ieri negli scontri in Cisgiordania. Un bilancio destinato a crescere perché nel vuoto assoluto lasciato dalla diplomazia internazionale, c’è spazio solo per rabbia, disperazione e, sul fronte israeliano, per l’illusione che la sicurezza dello Stato ebraico possa essere garantita con la forza e imprimendo un ulteriore giro di vite nei Territori occupati palestinesi dove ormai da tempo vige di fatto un regime di apartheid.

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Alfano: no alla stepchild adoption perché apre all’utero in affitto. Ma è falso

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«No all’utero in affitto» ha sentenziato Angelino Alfano che ha incontrato il premier Matteo Renzi per un nuovo confronto sul tema della legge unioni civili. Il nuovo centrodestra continua così a confondere le acque accusando il ddl Cirinnà di portare subdolamente alla legittimazione dell’utero in affitto. Ma nel testo Cirinnà non vi è traccia di questo argomento. Il testo, come abbiamo scritto più volte, il ddl tematizza e regola invece la stepchild adoption: oggi i figli delle coppie gay hanno solo il genitore biologico come genitore legittimo. L’altro è un estraneo. La stepchild, recependo anche sentenze della Cassazione cambierebbe questa situazione permettendo di adottare il figlio del compagno.
“Nuovi” integralisti però fanno orecchie da marcante e Mario Adinolfi insiste: «Faremo una grande raccolta firme per la richiesta di moratoria all’Onu sull’utero in affitto. E non vorremmo davvero arrivare a quel giorno con l’utero in affitto legittimato da una legge italiana». Come se non sapesse che la Legge 40 vieta già la maternità surrogata. Il divieto è esplicitato nell’articolo 12 comma 6 della norma varata nel 2004.

Quanto alla maternità in affitto che, ribadiamo, non rientra nel testo Cirinnà, ecco quale è il quadro internazionale:

In molti Paesi occidentali, a cominciare dall’Inghilterra è legale e regolamentata. La letteratura scientifica non oppone obiezioni e, a ben vedere, neppure ce ne sarebbero dal punto di vista “etico” se fosse frutto di una libera scelta. Come spiega anche il professor Pasquale Bilotta, direttore scientifico dell’istituto Alma Res: «Il divieto contenuto nella Legge 40 è un’assurdità. Paradossalmente una donna che ha l’utero ma non le ovaie può usufruire di una donazione e avere una gravidanza. Chi invece ha le ovaie ma non l’utero, e potrebbe concepire un figlio geneticamente correlato con l’aiuto dell’utero di un’altra donna, non può averlo. Dietro ovviamente c’è un’idea, va detto purtroppo, religiosa della vita e delle libertà personali. E invece c’è tutta una normativa della legge civile che andrebbe rivista, per cui mi batto da anni perché è assurdo vietare la maternità surrogata, soprattutto come gesto baliatico. Evitando qualsiasi episodio di mercimonio, ma se tutto avviene all’interno di una situazione consensuale o amicale perché non consentirlo?».

Ma il figlio è di chi lo cresce o di chi lo fa “materialmente”?

«Il figlio è di chi lo cresce, su questo non c’è dubbio.» Perché a suo avviso Quagliariello (Ncd) dice «possiamo trattare su tutto ma non sulla maternità surrogata. Vietiamola». «Lo fanno nel nome di quello che loro ritengono sia la famiglia “naturale” – risponde Bilotta -. Purtroppo anche la legge 40 è il risultato di un patto con la Chiesa cattolica, che conferma di avere l’enorme problema di svincolare la sessualità da finalità procreative. Papa Francesco, ritenuto tanto illuminato, non ha cambiato e non cambierà la dottrina».

Se da il punto di vista scientifico ed etico la maternità surrogata non incontra obiezioni è vero però che in aree povere del mondo accade che diventi uno strumento di sfruttamento. Proprio per impedire questo tipo di racket, il governo del Nepal ha introdotto restrizioni legislative. In precedenza lo aveva fatto la Thailandia. Non sulla base di un credo religioso, come vorrebbe il giornale cattolico l’Avvenire, ma per evitare l’abuso.

E nel resto del mondo?

In molti Paesi la maternità surrogata è accettata ed è legale. Per esempio , come accennavamo, in Inghilterra, dove nel 1978 è nata la prima bambina in provetta, il ricorso a questa pratica è consentito ma strettamente regolamentato. La California è lo Stato dove si registra la più ampia apertura, al pari dell’India, Paese in cui la commercial surrogacy è praticata dal 2002 in una rete di cliniche specializzate.
Quanto all’Italia, come ricordavamo la legge 40 vieta in particolare la commercializzazione dell’utero in affitto. «Nel 2000 il Tribunale di Roma ha autorizzato un utero surrogato perché applicato su base solidale senza commercializzazione del corpo o di parti di esso, nel pieno rispetto delle norme in vigore nel nostro Paese e delle norme comunitarie», ricorda però l’avvocato Filomena Gallo. «Oggi», aggiunge, «molte coppie si recano all’estero per avere un figlio, e nell’agosto 2011 il ministero degli Esteri ha diffuso un documento per le ambasciate italiane in cui forniva indicazioni precise sul comportamento che il funzionario consolare debba tenere in caso di sospetta maternità surrogata». Il documento dice che se l’atto di nascita è formalmente valido, il funzionario lo deve accettare e inoltrare al Comune competente informandolo, insieme alla Procura, delle particolari circostanze della nascita. «È prassi che il funzionario consolare accetti gli atti già perfezionati e li inoltri al Comune per la trascrizione. Solo dopo, eventualmente, si darà inizio a un accertamento dei fatti in sede penale, con riferimento al reato di alterazione di Stato. Ma – sottolinea Gallo – i controlli nei momenti delle trascrizioni degli atti di nascita, se pur leciti, non possono tradursi in una intromissione nella vita delle coppie fino alla sottrazione del minore, che potrebbe subire danni in una delle fasi più importante della vita».
Un tipo di intromissione che si è verificata più volte. Nel 2014, per esempio, la Corte di Cassazione ha condannato il fenomeno della maternità surrogata dichiarando adottabile un bambino nato in Ucraina da una madre surrogata, con la conseguente perdita della responsabilità genitoriale da parte della coppia italiana. Nel caso Paradiso e Campanelli, invece, l’Italia è stata condannata dalla Corte di Strasburgo per aver sottratto alla “coppia committente” un bambino nato da una madre surrogata in Russia, a causa dell’inesistenza di un legame biologico con i coniugi, e quindi per aver violato l’articolo 8 della Carta europea dei diritti dell’uomo – che recita che «non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio del diritto al rispetto della propria vita privata e familiare». In quel caso la Corte ha riconosciuto l’esistenza di una famiglia di fatto formata dalla coppia e dal bambino.
L’avvocato Ida Parisi, che riporta questi e altri casi in uno studio realizzato per conto dell’associazione Luca Coscioni, assicura che nel frattempo la Conferenza di diritto internazionale privato dell’Aja ha avviato una ricerca sugli sviluppi comparati della disciplina della maternità surrogata, nell’ambito del diritto interno e del diritto internazionale privato. «È partita nel 2010 ed è in corso ancora oggi. Questo lavoro ha come obiettivo l’ideazione di una normativa internazionale, comune a tutti gli Stati, che metta al centro la tutela del minore e che funzioni da punto di riferimento in caso di contrasti normativi».

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A 13 anni non vuole lasciare la Siria, ma diventare architetto per ricostruire Aleppo

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Ieri sera Channel 4 News, il programma di approfondimento informativo condotto da Jon Snow del canale britannico Channel 4, ha pubblicato sulla sua pagina facebook la storia di un ragazzo che vive in Siria ad Aleppo. Il video racconta la storia di Mohammed un 13enne che non vuole in nessun modo abbandonare la sua città e che sogna un domani di diventare architetto per ricostruire Aleppo ad oggi devastata dalla guerra. Il ragazzo armato di solo cartoncino, pennarelli e pistola spara colla ha addirittura realizzato un plastico sul quale ha già ricominciato a ricostruire la sua città. «Voglio che queste case di carta diventino edifici reali».

This 13-year-old boy does not want to flee Syria – instead he dreams of growing up to become an architect to rebuild the ruins of Aleppo.

In his home inside the devastated city he creates his own world using paper, paint and a glue gun.

Posted by Channel 4 News on Lunedì 12 ottobre 2015

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Riforma del Senato? Proviamo a valutarne gli esiti nello scenario peggiore

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Apparentemente si discute di riforma del bicameralismo, dopo l’approvazione della legge elettorale. Ma il combinato disposto, come si dice in gergo, produce una mutazione di sistema. Si cambia la forma di governo del Paese, senza annunciarla, senza discuterla come tale e senza neppure deliberarla esplicitamente. La legge costituzionale e l’Italicum istituiscono in Italia il premierato assoluto, come lo chiamava, con tremore di giurista, Leopoldo Elia. Lo definiva assoluto non perché fosse una svolta autoritaria come si dice oggi, ma perché privo dei contrappesi, cioè di quei meccanismi compensativi che sono in grado di trasformare ogni potere in democrazia.

I giuristi sono soliti fare la prova di resistenza delle leggi, cioè di valutarne gli esiti nello scenario peggiore. Proviamo anche noi. Un leader che raccoglie meno di un terzo dei consensi conquista il banco, è in grado di governare da solo – e fin qui si può accettare – ma può anche modificare le regole fondamentali con spirito di parte senza essere costretto a discuterne con tutti. Può decidere da solo sui diritti fondamentali di libertà, sull’indipendenza della Magistratura, sulle regole dell’informazione, sui principi dell’etica pubblica, sulla dichiarazione di guerra, sulle prerogative del ceto politico, e infine riscrivere le leggi elettorali e perfino ulteriori revisioni costituzionali al fine di prolungare sine die la vittoria che lo ho portato al potere. […] Per tutto ciò il premier dispone di una maggioranza ubbidiente di parlamentari che ha scelto personalmente come capilista. D’altro canto, con l’Italicum i tre quarti dei parlamentari, sempre nel worst case scenario, sono sottratti al controllo degli elettori, non solo al momento del voto ma durante il mandato. Al contrario il premier riceve un’investitura diretta, seppure minoritaria, nel ballottaggio. Si crea così un forte squilibrio di legittimazione tra il capo del governo e l’assemblea, che si traduce in supremazia del potere esecutivo sopra il legislativo e indirettamente anche sull’ordinamento giudiziario. […] I tre poteri fondamentali di una democrazia sono decisamente fuori equilibrio, e il principale fattore di questo squilibrio è il numero dei deputati. La Camera – unica depositaria del voto di fiducia – è sei volte più grande del Senato. Di fatto è un monocameralismo. Niente di male in linea di principio, lo proponeva con ardore anche il mio caro maestro, il presidente Pietro Ingrao, e tanti altri nella Prima Repubblica, ma tutti lo compensavano con legge elettorale proporzionale. Nessuno lo avrebbe mai accettato con una legge ipermaggioritaria. Eppure, eliminare lo squilibrio numerico sarebbe facile e doveroso. In nessun Paese europeo si arriva a 630 deputati. E la proposta iniziale del governo faceva della riduzione dei parlamentari la priorità della revisione costituzionale. Perché allora non si riduce il numero dei deputati? Perché si cambia tutto tranne il numero della Camera? Da più di un anno questa domanda rimane senza risposta. Mi rivolgo in extremis alla ministra Boschi: abbia almeno la cortesia istituzionale di dare in quest’aula una spiegazione seria e convincente.

Sento già il ritornello – “allora vuoi far cadere il governo?”. È la domanda più stupida che si legge sui giornali. È una strabiliante inversione tra causa ed effetto. È inaudito che il governo ponga in sede politica una sorta di fiducia sul cambiamento della Costituzione. Non è mai accaduto nella storia della Repubblica. Il fatto che oggi venga considerato normale, che si dia quasi per scontato, che venga messo all’indice chi si sottrae, è la conferma che il dibattito pubblico italiano è malato, che già nell’agenda di discussione, prima ancora che nelle soluzioni, si vede un pericoloso sbandamento dei principi e dei valori.

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Lo scandalo Volkswagen e l’autoritarismo della “Qualità totale”

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Lo scandalo Volkswagen ci consegna un quadro devastante che va al di là della sfera economica. Siamo di fronte a un fatto di gravità estrema che invade ogni altra dimensione relazionale umana. È ancora possibile, di fronte alla macchina infernale del progresso tecnologico, mettere al centro l’uomo in un’altra possibile esistenza? Una domanda che appare forse eccessiva e retorica in un momento di crisi occupazionale, ma che scaturisce da una preoccupazione profonda che riguarda la democrazia reale, cioè la possibilità per tutti di essere informati su quelle mutazioni dei processi produttivi anche di settori strategici. Non basta firmare o no un contratto al buio senza avere la piena consapevolezza della strategia complessiva dell’azienda. Insomma, ho l’impressione che molti in realtà non conoscano nulla della reale portata dei nuovi strumenti tecnologici in mano alle multinazionali, meno che mai del loro reale impatto sull’uomo, sull’ambiente e sulla stessa condizione operaia. La “truffa” globale del secolo ci dice proprio questo: oggi siamo in presenza di un autoritarismo globale, di una strategia delle multinazionali, che deliberatamente negano ogni informazione, ogni interferenza anche governativa che possa anche lontanamente far conoscere e controllare ogni piega delle strategie e dei loro processi produttivi. Il vulnus democratico è enorme. Mi sono ricordato che Bruno Trentin negli anni Settanta diceva che al centro dell’iniziativa sindacale dovevano esserci il controllo e le informazioni sulle strategie industriali. Ecco, l’errore in cui non dobbiamo cadere è pensare che lo scandalo Volkswagen sia un fatto del tutto isolato. Penso ai casi più gravi della Foxconn, al caso Ilva, ai richiami di veicoli difettosi e alle multe milionarie a importanti aziende automobilistiche. I fautori della “Qualità Totale” non si rendono conto che per perseguire ciecamente gli alti livelli di profitti imposti dalla competitività globale devono necessariamente trascurare la condizione umana e la sostenibilità ambientale. Dall’ultima indagine della Fiom-Cgil sulle condizioni di lavoro alla Sata Fca di Melfi, è emerso proprio questo: l’incremento della velocità delle linee di montaggio, l’aumento dei ritmi e delle saturazioni e la modifica delle turnazioni, oltre a peggiorare le condizioni di salute stanno minando fortemente la vita dei lavoratori anche nei momenti familiari e sociali. Noi di Pomigliano nel 2010 avevamo già visto tutto. Produzioni esasperate fino al limite dell’umano sono quelle che Pietro Ingrao chiamava: “Oscenità delle disuguaglianze crescenti”. Per questo sono molto contento che i miei colleghi americani dopo la prima fase della paura abbiano dimostrato tutto il loro dissenso con il 65 per cento dei No nei confronti delle proposte aziendali che contenevano, secondo il loro punto di vista, un peggioramento delle condizioni di lavoro sia in fabbrica, che fuori. Per non parlare poi dell’assenza di garanzie contro una delocalizzazione in Messico. Il valore del No dei miei colleghi americani ha lo stesso significato etico del nostro No a Pomigliano del 2010, con l’aggravante che da noi fu imposto senza la possibilità di trattativa. È famosa la nostra esclusione. Oggi, oltre al rientro della Fiom in Fiat grazie alla magistratura, molti nodi, di là dall’eccellente andamento della nuova Panda e di altri nuovi modelli, stanno venendo al pettine. Ma una cosa in questi giorni mi ha ridato un filo di speranza. È ciò che è accaduto in Svezia, dove in molti luoghi stanno riducendo l’orario di lavoro a parità di salario. L’obiettivo è stato spiegato molto bene, sia dal governo che dai manager delle aziende: il progresso tecnologico non può comprimere il diritto alla felicità. La vera sfida che abbiamo di fronte è quella di riappropriarsi della propria vita familiare, di quell’economia della reciprocità solidale che riannodi quei legami tranciati da un liberismo ottuso e selvaggio. Questa è una vera e propria lezione di democrazia per tutti noi.

*Antonio Di Luca è un operaio della Fiat di Pomigliano 

Cavallerizzi, soldati, sportivi, eroi: Lukashenko e gli altri inossidabili presidenti delle repubbliche ex Urss

Amano il photoshop e i fotografi al seguito. Meno i diritti umani e le elezioni competitive. Sono i presidente delle ex repubbliche Urss, rieletti con percentuali stratosferiche, spesso ricchi grazie alla collocazione geografico-strategica del loro Paese o delle risorse nel sottosuolo. Ai tempi in cui Berlusconi faceva il presidente operaio sorridevamo. L’ex premier detesta i comunisti, ma è dall’armamentario della propaganda Urss che ha imparato molte cose. Una dimostrazione qui sotto.

Bielorussia
Alexander Grigoryevich Lukashenko, presidente dal 1994, rieletto per il quarto mandato con l’83,5% dei voti

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Turkmenistan
Saparmurat Atayevich Niyazov, “il leader dei turkmeni” presidente dal 1985 al 2006

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Gurbanguly Berdymukhamedov, titolo onorifico: “il protettore”. Presidente dal 2006, rieletto nel 2012 con il 97% dei voti. Per non essere da meno del suo precedessore ha voluto anche lui una statua dorata nella capitale Ashgabat

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FILE - Turkmenistan's President Gurbanguli Berdymukhamedov smiles as he rides a horse with a dove on his shoulder an a ceremony in the capital Ashgabat, Turkmenistan, in this Sunday, April 24, 2011 file photo. A series of public shows and sports events will be held during the first week of April to mark the "era of power and happiness" recently announced by Berdymukhamedov, state newspaper Neutral Turkmenistan reported Friday March 30 2012. The week has now been dubbed the "Week of Health and Happiness" and will among other things see the staging of plays called "The Inspirational Era of Happiness" and "The Era of Power is Illuminated by Happiness." (AP Photo/Alexander Vershinin, File)

Kazakistan
Nursultan Äbishuly Nazarbayev, il più longevo. Presidente dal 1989, rieletto nel 2015 con il 98% dei consensi. Quella in basso è un’impronta della sua mano nell’oro esposta nella torre più alta della capitale Astana

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Atop the Baiterek Tower.

 

Uzbekistan, Islom Abdugʻaniyevich Karimov, presidente dal 1990. Eletto per la terza volta nel 2007, 88.1% dei voti, affluenza 90.6%

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Quell’istinto di sopravvivenza delle donne iraniane che si chiama Vittoria

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«La vita di una donna iraniana, qualunque sia la sua posizione sociale o politica, è all’insegna della resistenza. E questa resistenza, tra mille difficoltà, rende la donna vincente» la regista iraniana Rakhshan Banietemad commentava così il Premio Osella per la migliore sceneggiatura ricevuto per Tales allo scorso Festival di Venezia.
Queste stesse parole sono perfette per descrivere anche un’altra vittoria, quella di Maryam Mirzakhani (foto in apertura), alla quale ieri è stato assegnata la medaglia Fields, il più importante riconoscimento nel settore tanto da essere considerato il Nobel della matematica.


Rakhshan Banietemad

Il premio viene assegnato ogni quattro anni a un massimo di quattro candidati sotto i 40 anni di età. Maryam Mirzakhani, nata a Theran e professoressa a Standford dal 2008, di anni ne ha 38. È iraniana, come Rakhshan Banietemad, e come lei ha sviluppato quello strano istinto di sopravvivenza che si chiama vittoria, ma che significa anche e soprattutto visibilità e riconoscimento in un Paese in cui le donne sono sottoposte all’autorità di padri, fratelli e mariti e a una legislazione restrittiva che tra le altre cose le obbliga a coprirsi con l’hijab. Anche quando si va al mare, anche quando ci si tuffa in acqua.
La vittoria – quel premio che sembra dire «non solo siamo uguali, ma possiamo anche correre con voi e a volte arrivare prime» – nel caso di Maryam è ancora più importante perché dal 1936, anno in cui fu istituita, nessuna donna aveva ancora mai vinto la medaglia Fields.
Ma appunto, le iraniane sono così.
E sono così anche quando sei la capitana della nazionale femminile di calcio e tuo marito non ti firma il permesso per partecipare alla finale della Coppa d’Asia perché il regime non vede di buon occhio che delle donne, seppur bardate fino all’impensabile, corrano dietro a un pallone. Troppo erotico. Troppo disdicevole per una moglie devota.

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La notizia è di qualche giorno fa.
Ma le iraniane lo abbiamo detto corrono, non si fermano e in questo caso, anche se orfane del loro capitano, riescono a battere le giapponesi e a vincere la Coppa, anche per chi non c’era. Anche per lanciare un segnale al mondo: “Noi ci siamo. Esistiamo! E anche se tentate di fermarci mettendoci davanti mille ostacoli, siamo brave. E vinciamo”.

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Come Elham Asghari, la migliore nuotatrice dell’Iran. Elham è una campionessa e il suo sogno è battere il record nazionale per farlo è disposta a tutto. Così, nel 2013, nuota per 20 km in aperto Mar Caspio con addosso un costume che bagnato pesa ben 6 chili. Per rispettare i rigidi dettami sull’abbigliamento femminile imposti dalla scari’a, Elham infatti è costretta a compiere la sua traversata in mare coperta da una muta da sub con sopra un camicione nero che arriva fino ai piedi e una cuffia coperta a sua volta dal famigerato hijab. «Nessuno vorrebbe nuotare così. Ma non avevo scelta». L’impresa è epocale Elham, ce la fa. Questa volta però vincere non basta perché le viene detto che il suo record non è valido, perché il costume con cui l’ha raggiunto lasciava intravedere forme femminili, era inappropriato e indecente. Ma Elham non si arrende e lancia una petizione per denunciare quanto successo sul sito change.org.

Il suo caso fa il giro del mondo e per il mondo ha vinto lei.

Secondo l’ayatollah Khamenei, attuale Guida Suprema dell’Iran sono radicalemte sbagliati i concetti di “parità tra i sessi” e ”il dritto al lavoro femminile”, che nemmeno Khomeini aveva messo in discussione all’epoca della Rivoluzione Islamica. La realizzazione personale di queste donne, l’ottenere premi e visibilità mondiale, è qualcosa di più di un trofeo da esporre in salotto. Qui in Iran è qualcosa che ha a che fare con la democrazia, un modo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione femminile e per contrastare il regime teocratico.
Perché Elham, Maryam, le ragazze della nazionale di calcio, Rakhshan esistono, sono brave, corrono e vincono.
Che il regime lo voglia o no.

Video | L’abbigliamento femminile in Iran dal 1910 a oggi

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Renzi, la Corte dei conti e gli altri amministratori locali: due pesi due misure

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Due pesi due misure: come quella politica, anche la bilancia della Corte dei Conti capita sia tarata su pesi diversi.
In attesa di un eventuale pronunciamento sulle spese del sindaco di Roma Ignazio Marino, la condanna morale e politica è già stata emessa. Lungi da chi scrive sostituirsi a pubblico ministero o difesa dell’amministratore, e senza entrare nel merito della giustezza o dell’opportunità delle spese da egli sostenute, il punto resta: i soldi pubblici si usano con parsimonia e pertinenza.

Dunque. Marino spende in cene, Renzi lo condanna e lo caccia. Il concetto è: il primo cittadino deve utilizzare i fondi con oculatezza e nel rispetto dei cittadini. Benissimo.
Ma qualcuno ricorda le motivazioni della sentenza di assoluzione rispetto alla condanna per danno erariale con colpa grave causata dal Presidente del Consiglio quando era a capo della Provincia (pubblicate a febbraio sul fattoquotidiano.it da Thomas Mackinson)?

Tra il 2004 e il 2009, Matteo Renzi è Presidente della Provincia di Firenze e assume quattro funzionari nella sua segreteria senza che avessero i requisiti richiesti da quel tipo di inquadramento (laurea) e, ça va sans dire, al corrispondente (e illegittimo) peso d’oro. Una “leggerezza” che secondo i giudici contabili toscani avrebbe causato un danno alle casse pubbliche di 2.1 milioni di euro (poi ridotto a un risarcimento di 50mila euro, poi 14mila, per il presidente). Ma la Corte dei conti di Roma, sezione centrale d’appello (Presidente il giudice Martino Colella, che una settimana dopo diventerà, con ratifica a firma Renzi, Procuratore generale della Corte dei Conti) invece ribalta le due condanne precedenti della Sezione giurisdizionale:

«Invero, pur non ricorrendo gli estremi della cosiddetta “esimente politica”, questo Collegio ritiene di poter rilevare l’assenza dell’elemento psicologico sufficiente a incardinare la responsabilità amministrativa, in un procedimento amministrativo assistito da garanzie i cui eventuali vizi appaiono di difficile percezione da parte di un “non addetto ai lavori”.

Tradotto: sebbene riconosciamo la responsabilità politica (e dunque morale) al Presidente, siccome non è un tecnico non era cosciente del danno che arrecava. Non è in grado di percepire le illegittimità delle proprie gesta. Il signor Matteo Renzi non ha responsabilità del suo agire «per insussistenza dell’elemento psicologico». Renzi esulta sprezzante di cosa questo significhi, ovvero che è incapace di intendere a pieno e dunque di volere.

E fa nulla se, come pure scrive la Corte:

«è pur vero che il presidente Renzi ha indicato nominativamente i componenti della propria segreteria; se è pur vero che il presidente Renzi ha preso visione dei relativi curricula, rendendolo ciò consapevole del livello culturale degli interessati; se è pur vero che i provvedimenti erano a firma del presidente della Provincia».

Fa niente se aveva letto e visionato tutto, ogni contratto e centesimo a esso finalizzato. Non è colpa sua, perché: «i pareri (ben quattro) resi nell’ambito dei procedimenti interessati e i relativi contratti sono stati curati dall’entourage amministrativo e dalla struttura amministrativa provinciale che hanno sottoposto all’organo politico una  documentazione corredata da sufficienti, apparenti garanzie tanto da indurre ad una valutazione generale di legittimità dei provvedimenti in fase di perfezionamento». Gli uffici gli hanno garantito che si poteva e lui se l’è fatto bastare. Benissimo.
Cosa che varrà anche per Marino, probabilmente, come ha recentemente dichiarato lo stesso Alfonso Sabella, assessore alla Legalità: qualche errore l’avrà commesso anche il suo entourage, di cui un amministratore necessariamente si avvale, come abbiamo visto per l’ex presidente della Provincia.

 

Epperò c’è un’altra sentenza (attualmente in attesa dei pronunciamento della Corte Costituzionale e della sezione centrale) che, guarda un po’, sostiene esattamente il contrario. Siamo in Emilia-Romagna, e riguarda l’utilizzo da parte dei Gruppi consiliari regionali dei fondi assembleari per il pagamento di spazi televisivi, e la Sezione giurisdizionale del Corte dei Conti sentenzia che:

«Perché si abbia colpa grave non è richiesto perciò che si sia tenuto un comportamento assolutamente scriteriato o abnorme, ma è sufficiente che l’agente abbia omesso di attivarsi come si attiverebbe, nella stessa situazione, anche il meno provveduto degli amministratori esercente quella determinata attività».

 

Quale che sia il danno causato, siccome la responsabilità è in capo al presidente del Gruppo consiliare, la colpa ricade su di lui che non si è accertato a sufficienza della correttezza delle proprie e delle altrui gesta. Proprio su questa tesi, è stato costruito tutto l’impianto accusatorio nei confronti dei capigruppo regionali. La motivazione è che:

«le risorse assegnate ai capigruppo per coprire le spese sostenute nell’interesse del gruppo, fanno sorgere a carico dei percettori, i responsabili del gruppo consiliare, un onere di rendicontazione nei confronti della Regione, nonché un dovere di vigilanza relativamente alla corretta destinazione delle medesime».

E questo perché: «il Presidente del gruppo ha la legale rappresentanza del gruppo ai fini dell’impiego dei fondi e quindi a lui è intestato il potere di diretta disposizione della spesa e quello di approvazione delle spese ove esse si riferiscano alle iniziative di singoli componenti del gruppo». Essendo dunque colui che rimanda all’Ufficio di Presidenza il bilancio, deve dunque «verificare la correttezza formale e sostanziale della spesa».

Dunque fa niente se ci sono stati controlli pregressi e responsabilità di altri soggetti, anzi: il fatto che ci sia un precedente controllo degli altri organi istituzionali preposti (come l’Ufficio di Presidenza e i revisori dei conti) «non può costituire un effetto scriminante capace di elidere o di attenuare la responsabilità dell’autore dell’atto».

 

Gli eletti – in quanto funzionari pubblici e responsabile della gestione delle finanze – sono obbligati a essere a conoscenza non solo dell’impiego dei soldi, ma anche di verificare che siano a norma di legge. E dunque, legge e contabilità, la devono conoscere. Insomma, ignorantia legis non excusat, caro Presidente: se lo ammette la morale di alcuni, l’ignoranza non la ammette la la legge. Soprattutto quando crea dannno alle casse pubbliche.

Ma dove stavano tutti questi sostenitori di Marino?

Sostenitori del sindaco dimissionario Ignazio Marino in Piazza del Campidoglio a Roma, 11 ottobre 2015. ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

È persino emozionante vedere la passione con cui centinaia di persone si sono ritrovate domenica in piazza del Campidoglio, autoconvocate con un evento su facebook.
Arianna Ciccone, che organizza a Perugia il Festival Internazionale di Giornalismo, ricostruisce su Valigiablu com’è nata la manifestazione.

Tra duri cori contro i giornalisti e cartelli più ironici («Chi legge Repubblica danneggia anche te. Digli di smettere»), la piazza ha acclamato Ignazio Marino, oggi dimissionario. «Noi con Marino, voi col Padrino», è uno degli slogan che meglio rende l’umore generale e il risentimento verso il partito democratico, soprattutto, accusato – con ottime ragioni – di aver voluto la testa di Marino. Non è un caso che alla prima e fortunata petizione su change.org (mentre scriviamo è ormai a quota 50mila firme, tutte per convincere Marino a ripensarci), se ne sia aggiunta una dal titolo ancora più puntuale: «Renzi, ripensaci e ridacci il nostro sindaco, Ignazio Marino».

È emozionante, dicevamo, – e Marino dice di aver pianto – perché testimonia un certo affetto, e pure un attivismo politico che si dava per scomparso, in città. Un attivismo che sì Marino – grave colpa – non è evidentemente mai riuscito ad attivare, ma che per mesi ha generalmente osservato in sostanziale silenzio il lento stillicidio a cui è stato sottoposto il sindaco. Da certa stampa, innegabilmente, ma anche dalla politica.

Curioso, ad esempio, è vedere che in quella piazza non ci fossero solo singoli elettori o impotenti militanti dei partiti del centrosinistra, delusi per le scelte dei rispettivi segretari (né Pd né Sel hanno fatto assemblee pubbliche per decidere la linea, né hanno riunito gli organismi dirigenti). C’era, in piazza, anche uno come Marco Miccoli, deputato del Pd, ed ex segretario cittadino. «Io penso che avremmo dovuto discutere meglio prima di togliere la fiducia a Marino», dice oggi Miccoli, consapevole che «il danno prodotto è questo: una frattura all’interno del Pd e all’interno del nostro elettorato». E dirlo prima? Fare qualcosa, prima? Discorso simile può valere per la solidarietà espressa da Nicola Zingaretti, presidente della Regione, e figura che avrebbe potuto aver un suo peso nel sostenere e difendere Marino.

Stampa. Politica. Marino ha però perso soprattutto nei bar e nei taxi. Farà ridere ma la credibilità di Marino è stata demolita lì. E in quanti, tra quelli che oggi rivogliono il loro sindaco, replicavano pazientemente alle battute del barista e del tassista? Quanto, insomma, della solitudine di Marino è stata colpa di chi oggi – oggi che lo vede cacciato malamente – giustamente si lamenta?

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