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Il premio Nobel per l’economia Angus Deaton parla della diseguaglianza

L‘economista scozzese Angus Deaton è stato insignito del Nobel per l’economia. Professore emerito a Cambridge, Deaton insegna a Princeton e si è occupato molto di sviluppo, salute, povertà. Nel testo che traduciamo in parte dal sito della London School of Economics, il professore parla del suo ultimo libro The Great Escape: Health, Wealth, and the Origins of Inequality. In fondo una video intervista di presentazione del libro con il Financial Times. 

Ma il lato oscuro (della diseguaglianza) è il problema che si crea quando ce n’è troppa e c’è un gruppo di persone molto, molto ricche. Talmente ricche che difficilmente hanno bisogno di governo. Non hanno bisogno della formazione dei governi, non hanno bisogno di assistenza sanitaria pubblica, possono non aver bisogno di polizia o tribunali perché possono comprare avvocati e poliziotti o qualsiasi altra cosa.
(…)
Il potere del lobbying è diventato molto importante negli Stati Uniti e non si tratta solo del comprarsi la politica, quello è qualcosa che si può fare ovunque. (…)In realtà il vero problema dal punto di vista di un economista è il motivo per cui non c’è più? Poiché le ricompense per attività di lobbying può essere colossali e il costo di lobbying è infinitamente minore dei vantaggi che porta allora perché non ce n’è molta di più? (…) Se i ricchi possono scrivere le regole allora abbiamo un problema vero.

Un paio di miei colleghi hanno studiato le tendenze dei voti nel Congresso degli Stati Uniti incrociandole con le preferenze degli elettori di quei membri del Congresso. Bene, i voti degli eletti sono allineati con le preferenze dei loro elettori ricchi e raramente con quelle degli elettori più poveri. Stiamo quindi osservando a una trasformazione della democrazia in plutocrazia e questo è qualcosa di cui preoccuparsi. D’altra parte non credo che la partite sia finita (…) le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti sono una vittoria della democrazia sulla plutocrazia.

L’1% per cento della popolazione accumula una quota sempre maggiore della ricchezza delle società – dove stiamo andando? Sei pessimista o ottimista?

Il futuro è enormemente difficile da prevedere, come sapete! Penso che i pericoli siano seri, alcuni giorni sono pessimista e altri giorni sembra che ci siano forze capaci di frenare questa tendenza. (…) Una cosa che non abbiamo detto è che il rallentamento della crescita economica negli Stati Uniti e in altri paesi ricchi rende tutto più pericoloso, perché se la torta si allarga si può distribuirne a più persone senza colpire nessuno. Ma quando le torte non cresce, l’unico modo che sto per ottenere qualcosa è quello di togliere a qualcuno.

Renzi da Fazio e la “genialata” dei 500 cervelli da rimpatriare

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ospite della trasmissione "Che tempo che fa" condotta su Rai 3 da Fabio Fazio, 11 ottobre 2015. ANSA / MATTEO BAZZI

«È passato tanto tempo, presidente…. ». Fabio Fazio, con il suo usuale “stile di velluto”, senza fare domande difficili, accoglie il presidente del Consiglio nel suo salotto di Che tempo che fa. È domenica sera, l’ora del discorso agli italiani.  Informale, colloquiale, amichevole.  È il siparietto tranquillizzante che deve togliere l’ansia ai cittadini. Altrimenti accade che, come dice il premier, gli italiani non spendono «i risparmi nascosti in banca» se i politici alimentano « un clima da terrore». E quindi, giù gocce di “Valium renziano”. Calma cittadini, è tutto sotto controllo, le riforme le abbiamo portate avanti, il Jobs act, la legge elettorale ecc. ecc.  Che importa se a Roma c’è il terremoto, con un partito democratico allo sfascio, se le amministrative sono alle porte senza candidati forti.  Se le riforme “eticamente sensibili”, come le unioni civili e il diritto di cittadinanza o sono ferme o sono parziali…Se la legge di Stabilità avrà bisogno di tanti soldi…

Poiché  la notizia è fresca – quella dell’attentato in Turchia -, «una notizia che mina al cuore», Renzi comincia dalla politica estera a rassicurare gli italiani. Nessun bombardamento in Iraq, «non è Risiko», dice, mentre invece spende un sacco di parole per prefigurare il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. L’Italia in prima linea in Afghanistan, in Libano, tra poco in Libia e poi naturalmente nei Balcani. Ma è soprattutto in Africa che l’Italia deve andare secondo il presidente del Consiglio: a promuovere cooperazione, a investire, anche per far rimanere in loco i futuri migranti (Salvini sarà stato contento).

Nel bel mezzo della politica estera, il capolavoro di Fazio, «l’assist», come l’ha definito lo stesso Renzi. La domanda sugli italiani emigranti, un rapporto di tre a uno rispetto ai migranti che arrivano. Eccola la super notizia che anticipa i futuri provvedimenti sull’università e la ricerca che si attendono con trepidazione: ultimi in Europa per laureati, i prof più anziani del continente e un esercito di giovani ricercatori che non possono essere assunti per via del blocco del turnover. E in più le diseguaglianze crescenti tra atenei del Sud e del Nord e le borse di studio tagliate. Come risolvere tutti questi dannati problemi? Semplice: far rimpatriare 500 “cervelli” dall’estero – ma possono essere anche stranieri, come è successo per i direttori dei musei – specifica Renzi. «Un concorso nazionale basato su merito-merito, non importa di chi sei amico», spiega il presidente del Consiglio con un pizzico di sarcasmo e naturalmente parlando alla pancia del “cittadino furioso“.  Oltre all’assegno, al prof rimpatriato verrà dato «un gruzzolo per propri progetti di ricerca».  Nel più perfetto stile renziano la soluzione sta dunque nella soluzione-tampone, estemporanea e ad effetto. Immaginate le storie sui giornali (a partire da l’Unità) sui personaggi in questione: gronderanno di patriottismo intellettuale, di happy end lacrimevoli. Il fatto è che il rientro di 500 persone, un’ottima cosa, non cambierà lo stato della ricerca e della didattica universitaria. Lo sanno bene quei docenti il cui contratto di lavoro è fermo da sette anni, lo sanno coloro che si trovano alle prese con la ricerca di base sempre più abbandonata. Il progetto dei cervelli che rientrano poi è significativo: si punterà sempre di più sulle eccellenze a scapito del miglioramento tout court della formazione terziaria in generale.  E anche in questo caso si creeranno sempre di più università di serie A e università di serie B, fenomeno che rientra nella “filosofia” reziana o comunque degli uomini a lui vicini su questo terreno, Roger Abravanel docet.


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Su Left in edicola ci occupiamo di Rai, informazione e potere con articoli di Corradino Mineo, una lunga intervista di Ilaria Bonaccorsi a Giovanni Minoli, l’analisi di Loris Mazzetti e un ritratto del portavoce di Renzi, Filippo Sensi, di Luca Sappino

Fabio Fazio su questo tema non ha fatto le pulci a Renzi. Così come ha evitato i temi “caldissimi” come quello sul Pd romano in picchiata. Invece di incalzare Renzi, ha preferito chiedergli del futuro capitolino, e quindi dei papabili per il posto di commissario. Un po’ più di vivacità sulla domanda delle primarie e di Pisapia che non ci sta, ma poi gli ha servito un altro assist, tanto per dimostrare che l’operazione portata avanti dal premier è assolutamente corretta, nonostante i terribili maldipancia del popolo degli iscritti. «Che differenza c’è tra Verdini e Mastella?», come a dire, Renzi non sei il primo e forse non sarai nemmeno l’ultimo a servirti dell’appoggio di un esponente del centrodestra.  Come prevedibile, il premier ci è andato a nozze: non è colpa mia, è colpa di chi mi ha preceduto e non ha vinto a sufficienza alle elezioni del 2013.

Ora siamo tutti più contenti e a cuor leggero affrontiamo il domani. Sperando di non dover essere costretti a prendere davvero il Valium!

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Barghouti: «Senza fine dell’occupazione non ci sarà pace»

Il Guardian ha pubblicato un editoriale di Marwan Barghouti, il leader della prima e della seconda Intifada, in carcere dal 2002 dopo un tentativo di uccisione da parte delle autorità israeliane nel 2001, fa un appello alle autorità internazionali affinché si muovano.  La situazione nei Territori sembra sfuggire al controllo della autorità palestinesi – come del resto scrive indirettamente lo stesso Barghouti – e i raid israeliani su Gaza non fanno che far crescere la tensione. Il presidente francese Hollande ha parlato di «escalation pericolosa», mentre il Segretario di Stato Kerry ha parlato al telefono con Abbas e Netanyahu, così come la rappresentante per la politica estera dell’Unione europea Federica Mogherini. Questa settimana si riunisce il Quartetto (Onu, Europa, Stati Uniti, Russia) che il primo ottobre all’Assemblea Onu ha lanciato una nuova – l’ennesima – iniziativa diplomatica. Qui sotto la traduzione di ampi stralci del testo di Barghouti.

L’escalation di violenza non è cominciata con l’uccisione di due coloni israeliani, ma molto tempo fa e va avanti da anni. Ogni giorno i palestinesi vengono uccisi, feriti, arrestati. Ogni giorno la colonizzazione dei Territori avanza, l’assedio nostro popolo a Gaza continua, l’oppressione continua. (…)

Alcuni hanno suggerito che il motivo per cui un accordo di pace non è stato possibile sia stata la riluttanza del presidente Yasser Arafat o l’incapacità del presidente Mahmoud Abbas, ma entrambi erano pronti e in grado a firmare un accordo. Il vero problema è che Israele ha scelto l’occupazione e utilizzato i negoziati come una cortina di fumo per far procedere il suo progetto coloniale. Ciascun governo del mondo conosce questo fatto banale, eppure molti fingono che il ritorno alle ricette fallite del passato possa far raggiungere la libertà e la pace. Ripetere la stessa cosa più e più volte e attendersi risultati diversi è pura follia.

Non ci possono essere negoziati senza un chiaro impegno di Israele di ritirarsi completamente dal territorio palestinese occupato nel 1967, compresa Gerusalemme Est; una fine completa a tutte le politiche coloniali; un riconoscimento dei diritti inalienabili del popolo palestinese compreso il loro diritto all’autodeterminazione e ritorno; e la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi. Non possiamo coesistere con l’occupazione e non ci arrenderemo ad essa.

Siamo stati chiamati a essere pazienti, e lo siamo stati, dando chance ogni volta al tentativo di raggiungere un accordo di pace. (…) Ci hanno detto che ricorrendo a mezzi pacifici e utilizzando i canali diplomatici avremmo ottenuto il sostegno della comunità internazionale per porre fine all’occupazione. (…) Ma la comunità internazionale non ha intrapreso misure significative (…)

Così, in assenza di un’azione internazionale per porre fine all’occupazione e all’impunità israeliane, che cosa ci è stato chiesto di fare? Aspettare osservare immobili la prossima famiglia palestinese bruciata, il prossimo bambino palestinese ucciso o arrestato, il prossimo insediamento in costruzione? (…) Le azioni e i crimini di Israele (…) minacciano di trasformare un conflitto politico risolvibile in una guerra di religione senza fine che mina la stabilità in una regione già attraversata da turbolenze senza precedenti. (…)

La nuova generazione palestinese non ha atteso colloqui di riconciliazione (tra le fazioni politiche palestinesi, ndr) per incarnare un’unità nazionale che i partiti politici non sono riusciti a raggiungere, ha superato le divisioni politiche e la frammentazione geografica. Non ha atteso istruzioni per difendere il proprio diritto e il suo dovere a resistere all’occupazione. (…)

Mi sono unito alla lotta per l’indipendenza palestinese 40 anni fa, e sono stato imprigionato la prima volta a 15 anni. Questo non mi ha impedito di lavorare per una pace che sia in conformità con il diritto internazionale e le risoluzioni dell’Onu. Ma anno dopo anno Israele, la potenza occupante, ha metodicamente distrutto questa prospettiva. Ho trascorso 20 anni della mia vita nelle carceri israeliane, compresi gli ultimi 13, e questo tempo mi ha reso certo di una verità inalterabile: l’ultimo giorno di occupazione sarà il primo giorno di pace. Coloro che cercano quest’ultima devono agire, e agire adesso, per far finire la prima.

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Rifugiati, l’europolizia mette tutti d’accordo

In tema di immigrazione, se c’è una cosa su cui tutti gli Stati membri sono d’accordo è la repressione. L’ultimo vertice, che si è tenuto in Lussemburgo l’8 e 9 ottobre, tra i ministri dell’Interno dei 28 Stati membri, si è molto concentrato su come “proteggere” le frontiere dell’Unione. L’accordo si è manifestato su un punto: rafforzare Frontex e investire su un corpo di polizia comune, marittimo e terrestre, per il controllo delle frontiere. Le guardie di frontiera sarebbero sotto la diretta responsabilità di Frontex. Hotspot, quote, persino Schengen e Dublino, appaiono ormai come le clausole di un contratto, sullo sfondo di una partita che vede la posta in gioco alzarsi: la creazione di una comune forza di polizia di frontiera. Un mutamento che, naturalmente, necessità di una pesante cessione di sovranità. Vista da questa prospettiva, l’immigrazione sembra il banco di prova per testare la volontà di accettare un tale cambiamento.

Frontex-UE

Corpo di polizia europea

Per quanto riguarda le “guardie di frontiera” la proposta su cui la Commissione lavorerà è quella sottoposta dal francese Cazeneuve e condivisa dal tedesco de Maiziere e dall’italiano Alfano, e si dovrebbe sviluppa in due fasi: in un primo momento, ogni Paese metta a disposizione di Frontex mezzi e uomini. Così, quando un governo sarà in stato di emergenza, potrà chiedere aiuto a Bruxelles, e Frontex potrà inviare in tempi rapidi le sue pattuglie, terrestri o marittime. Nella fase successiva, poi, le guardie europee dovranno essere in grado di operare autonomamente rispetto alle forze di polizia locale, seppur su richiesta dei governi locali.

Insomma, nel vertice si è sondata la disponibilità dei governi ad accettare un sistema di polizia europeo, unico, che impatta direttamente sulla sovranità nazionale. Il prossimo passo avverrà al vertice dei leader di giovedì prossimo. I passaggi giungeranno a termine entro la fine dell’anno, quando Bruxelles – così promette – presenterà una proposta per estendere il mandato di Frontex e creare una guardia di frontiera e costiera operativa europea. Intanto, Frontex ha già messo un annuncio: 775 persone tra traduttori, personale di sicurezza e sanitario da distribuire principalmente sulle frontiere esterne di Italia e Grecia per gestire il flusso di migranti. La più grande richiesta di personale nella storia di Frontex, ha precisato il direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri.

 

 

Diplomazia. Premio o multa?

Le divisioni restano sulla strategia da adottare con i Paesi terzi, per lo più africani, per convincerli a riprendersi i loro migranti, quelli che  non otterranno nessuna protezione internazionale: se Bruxelles propone un approccio “more for more”, dare più aiuti in cooperazione ai governi collaborativi, c’è un asse che si oppone (Olanda, Belgio, Francia e altri) e si dice più propenso a un meccanismo opposto, “less for less”, per dare meno a chi non collabora. Premio o multa? Anche questo sarà al centro del vertice Ue-Africa, che si terrà a Malta, a novembre.

Clima, a Parigi il solito accordo al ribasso?

Ahmed Djoghlaf e Dan Reifsnyder: a prima vista, nomi come altri. Più nello specifico, sono le persone attorno alle quali si va coagulando l’aspettativa per un accordo generale per contrastare il cambiamento climatico, in vista della Conferenza delle Parti Onu sul clima in programma a Parigi per il prossimo dicembre. COP21, acronimo che indica il 21° tentativo da parte della diplomazia mondiale di fermare il disastro ambientale da essa stessa determinato, è destinata ad essere vista come una Conferenza miliare negli oltre vent’anni di Convenzione Quadro sul clima.

Sarà dalle sponde della Senna che l’algerino Djoghlaf e lo statunitense Reifsnyder, presidenti del Gruppo di Lavoro specifico nato durante la COP in Sudafrica (l’ADP, Ad Hoc Working Group on the Durban Platform for Enhanced Action), capiranno se la proposta snella di testo proposta il 5 ottobre scorso vedrà la luce oppure no. Il nome (Co-chair tool, “strumento (di facilitazione) dei copresidenti”) è tutto un programma e testimonia le difficoltà che i negoziatori hanno affrontato in questi anni. Il testo, venti pagine contro l’ottantina delle proposte precedenti, si focalizza sui temi chiave, peccato che lo faccia con superficialità e nessuna ambizione.
Se l’obiettivo è fermare il cambiamento climatico, meglio abbandonare le aspettative. La proposta di accordo, che dovrà essere discussa a Bonn dal 19 al 23 ottobre proprio in occasione della riunione formale del gruppo di lavoro, se sdoganata sarà la base del negoziato parigino, ma se così sarà il rischio di un disastro ambientale è alle porte.
Si riconferma la tendenza ormai espressa a più riprese nelle Conferenze precedenti: si abbandona un regime vincolante, per quanto parziale e limitato, come per gli accordi di Kyoto, lasciando spazio a un approccio volontario. E’ qui che trovano la luce gli impegni nazionali, quei cosiddetti “Intended Nationally Determined Contributions (INDCs)” a cui non si è ancora aggiunto il sostantivo giusto, visto che il termine “contribution” è ben differente da “commitment” (che sta all’italiano “impegno”). Ad oggi, i 119 contributi che sono stati sottoscritti al segretariato Onu da parte delle Parti (i Paesi firmatari della Convenzione), per ora tutti volontari, porterebbero a 60 miliardi di tonnellate di CO2 le emissioni al 2030. Quando la comunità scientifica chiede categoricamente si arrivi a 35 miliardi di tonnellate.
Un avanzo enorme, che non assicurerebbe l’obbiettivo del mantenimento dell’aumento della temperatura media del pianeta sotto i 2°C rispetto al periodo preindustriale, come a più riprese indicato (sin dalla Conferenza di Copenhagen del 2009). Il target possibile è oltre i 3°C e le conseguenze le stiamo già osservando in questi mesi, con eventi estremi ed alluvioni, e un Mediterraneo sempre più tropicalizzato.
Ma se si affossa Kyoto nella sua filosofia vincolante, si lasciano a disposizione tutti i meccanismi di mercato, a cominciare dal carbon trading, che hanno permesso in tutti questi anni di aggirare le indicazioni della scienza, fingendo di tagliare solo contabilmente le emissioni. La compensazione di carbonio, e la compravendita di tonnellate di CO2, non ha invertito la tendenza inquinante, e il picco di CO2 richiesto per 2015 per poi scendere sarà anche quest’anno non rispettato. E la concentrazione oramai, secondo l’Osservatorio di Mauna Loa, ha ben superato le 400 parti per milione.
In vista di Parigi la società civile si sta mobilitando, e la convergenza dei movimenti sociali e delle reti per rendere Parigi un palcoscenico delle alternative e una piazza di pressione politica sta diventando sempre più efficace. La Coalition Climat 21 sta organizzando per la settimana dal 7 al 12 dicembre eventi e iniziative, con una giornata di azione globale il 29 novembre e la grande marcia per il clima il 12 dicembre per le strade di Parigi.
Ma molto di quelle giornate si gioca in questi mesi, con l’opposizione alle politiche di austerità e alla liberalizzazione dei mercati attraverso trattati di libero scambio come il TTIP e il TPP, che giocano un ruolo non indifferente nel consolidare un modello di sviluppo insostenibile.
E’ necessario un cambiamento di rotta profondo, radicale. Questo vogliono i movimenti e questo chiedono con un appello diffuso da 350.0rg e Attac più di 100 attivisti (tra cui l’italiana Fairwatch), studiosi, accademici e personalità della caratura di Desmond Tutu, Vivienne Westwood, Naomi Klein e Noam Chomsky.
Il caso Volkswagen dimostra quanto la tutela ambientale stia a cuore alle grandi imprese, con buona pace dei sostenitori del libero mercato. Ora, nuovamente, la parola passa ai movimenti.

*Fairwatch

Il numero: 53 miliardi

È la spesa annuale in dollari dei governi del mondo per i sussidi energetici alle aziende di combustibili fossili. L’equivalente di 10 milioni di dollari al minuto. Uno studio del Fondo monetario internazionale rivela che i contributi previsti solo per il 2015 rappresentano il 6,5% del Pil globale e sono di gran lunga superiori alla spesa sanitaria annuale di tutti gli Stati. Nicholas Stern, economista del clima alla London School of Economics, ha dichiarato: «Questo importante studio frantuma il mito dei combustibili fossili a buon mercato, mostrando quanto sia enorme il loro costo nella realtà. Non vi è alcuna giustificazione per lo sconsiderato utilizzo che facciamo dei sussidi per i combustibili fossili, che oltre a distorcere i mercati dall’interno, danneggiano le economie, in particolare quelle dei Paesi più poveri». Nel suo rapporto, l’Fmi stima che l’interruzione delle sovvenzioni ridurrebbe le emissioni globali di carbonio del 20% e, contemporaneamente, il numero di morti premature dovute all’inquinamento dell’aria esterna del 50%: circa 1,6 milioni di vite all’anno salvate.

Verticomics: la rivoluzione mobile del fumetto

Abbiamo fatto una chiacchierata con Mirko Oliveri che insieme a un gruppo di ragazzi, tutti orgogliosamente under 30, ha dato vita a Verticomics la prima app per leggere fumetti e graphic novel dal proprio smartphone. Ogni giorno infatti chiunque scarichi l’app ha la possibilità di leggere gratis “il fumetto del giorno” oppure di acquistare e scaricare dallo shop uno qualsiasi degli altri titoli presenti nella libreria. La cosa che salta subito agli occhi parlando con Mirko è che questa storia inizia da una grande passione e da un primo rivoluzionario sito web che si chiama verticalismi.it

Come ti è venuta l’idea di creare Verticomics?
Sono un grande appassionato di fumetti, nel 2010 decido di mettere in piedi una piattaforma web, verticismi.it, dove si potessero leggere i fumetti sparsi per la rete in modo comodo. Spesso infatti quello che c’era in giro aveva un formato poco leggibile perché in genere le tavole erano organizzate come gallery fotografiche, quindi riuscivi a vedere solo una pagina per volta e per riuscire a leggerla dovevi zoomare continuamente avanti e indietro. L’effetto era a dir poco compulsivo e rendeva la lettura de fumetti in formato digitale scomoda e stancante.
Mi sembrava assurdo in un mondo all’avanguardia e libero come quello di internet era assurdo che non si trovasse un modo, un formato che facilitasse la lettura invece di svilirla. Così ho deciso di creare verticalismi applicando le teorie di Scott McCloud, uno dei pionieri e dei maggiori teorici del fumetto digitale. Secondo McCloud infatti il fumetto sul web non va inteso e presentato come un libro, ma piuttosto come una pergamena digitale da scorrere, senza nessuna interruzione, visualizzando solo una porzione per volta della storia. Come fosse un flusso continuo di lettura.

E poi finalmente nel 2015, arriva anche l’app Verticomics

A partire da quella ho deciso di fondare un’azienda che avesse come principale modello di business questa tipologia di fumetto e sulla sua fruizione. E visto che nel 2015 il luogo dove si accede ai contenuti ancora più del web sono le app, abbiamo pensato di realizzare Verticomics permettendo così di leggere i propri autori preferiti da mobile. Il consenso, come con verticalismi.it, è stato molto alto: l’apple store ha inserito Verticomics in classifica come “Migliore nuova app” e abbiamo avuto, in soli 4 mesi, già circa 20 mila dowload. E l’accoglienza non è stata ottima solo tra il pubblico, ma anche tra le principali case editrici del settore come la Bao Publishing che ha fra i suoi autori anche Zerocalcare. Nello store dell’app infatti è disponibile tra i tanti titoli anche l’ultimo libro di Zerocalcare L’elenco telefonico degli accolli, in questo caso particolare la versione che noi offriamo ai nostri lettori è pregiata da una copertina “variant” realizzata da Leo Ortolani, il creatore di Rat Man. Insomma, essendo noi per primi degli appassionati, puntiamo sulla qualità e cerchiamo di collaborare e coinvolgere le principali star del fumetto.

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Nella vostra libreria ci saranno anche graphic novel che trattano temi giornalistici?

Il fumetto è un linguaggio, è nato per raccontare le cose, tra queste ci sono a buon diritto anche i fatti, le notizie, la cronaca, la politica, le inchieste… Con verticomics vogliamo portare avanti una visione a 360° e il graphic journalism è un genere del fumetto molto importante. Basta pensare ad esempio a un autore come Joe Sacco che ha disegnato tavole e tavole sul conflitto di Gaza, sulla guerra mondiale e su quella che ha sconvolto l’ex-Jugoslavia. Nella nostra libreria online ci saranno quindi lavori che parmettano al pubblico di conoscere qualcosa in più sui fatti accaduti e, a volte anche, di appassionarsi a storie, temi e problematiche dal carattere sociale. Ancora non posso svelare nulla ma…molto presto proprio gli appassionati di giornalismo potrebbero avere una bella sorpresa.

 

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Vivere, mangiare, commerciare sull’acqua: il mercato del lago Dal

A Kashmiri vegetable vendor poses for photographs as he waits for customers at the floating vegetable market on Dal Lake in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Tuesday, Oct. 6, 2015. Vegetables traded in this floating market are supplied to Srinagar and many towns across the Kashmir valley. It's one of the major sources of income for the lake dwellers who spend years carefully nurturing their floating gardens from the weed and rich soil extracted from the lake bed. (AP Photo/Dar Yasin)

Il lago Dal si trova nel Kashmir indiano, tutte le attività che vi si svolgono ruotano attorno all’acqua: dalle case galleggianti, agli orti sulle sue sponde, fino al mercato, fonte di approvvigionamento di molte delle valli circostanti. Il mercato comincia prima dell’alba e finisce in fretta.  (AP Photo/Dar Yasin)

Kashmiri men take a break to chat while selling their produce at the floating vegetable market on Dal Lake in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Tuesday, Oct. 6, 2015. Vegetables traded in this floating market are supplied to Srinagar and many towns across the Kashmir valley. It's one of the major sources of income for the lake dwellers who spend years carefully nurturing their floating gardens from the weed and rich soil extracted from the lake bed. (AP Photo/Dar Yasin)

A Kashmiri flower vendor rows his boat at the floating vegetable market on Dal lake in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Tuesday, Oct. 6, 2015. Vegetables traded in this floating market are supplied to Srinagar and many towns across the Kashmir valley. It's one of the major sources of income for the lake dwellers who spend years carefully nurturing their floating gardens from the weed and rich soil extracted from the lake bed. Sometimes a boat will weave through, selling flowers to the tourists who stay in the houseboats. (AP Photo/Dar Yasin)

A Kashmiri man, left, negotiates the rate as he prepares to pay money after buying vegetables from a vendor at the floating vegetable market on Dal Lake in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Tuesday, Oct. 6, 2015. It's just before dawn when boats laden with fresh produce appear, floating through a maze of waterways on the Dal Lake in Indian Kashmir's main city of Srinagar. In this idyllic setting boatmen haggle over price and vegetables are traded and shifted from one boat to another amid the chirping of birds. (AP Photo/Dar Yasin)

Kashmiri men sell vegetables at the floating vegetable market on Dal lake in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Tuesday, Oct. 6, 2015. It's just before dawn when boats laden with fresh produce appear, floating through a maze of waterways on the Dal Lake in Indian Kashmir's main city of Srinagar. In this idyllic setting boatmen haggle over price and vegetables are traded and shifted from one boat to another amid the chirping of birds. (AP Photo/Dar Yasin)

A Kashmiri man, right, pays money after buying vegetables from a vendor at the floating vegetable market on Dal Lake in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Tuesday, Oct. 6, 2015. It's just before dawn when boats laden with fresh produce appear, floating through a maze of waterways on the Dal Lake in Indian Kashmir's main city of Srinagar. In this idyllic setting boatmen haggle over price and vegetables are traded and shifted from one boat to another amid the chirping of birds. (AP Photo/Dar Yasin)

Kashmiri men sell their produce at the floating vegetable market on Dal Lake in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Tuesday, Oct. 6, 2015. It's just before dawn when boats laden with fresh produce appear, floating through a maze of waterways on the Dal Lake in Indian Kashmir's main city of Srinagar. This is Kashmir's floating vegetable market, deep inside the lake and surrounded by scenic house boats and water lilies. (AP Photo/Dar Yasin)

(AP Photo/Dar Yasin)

La psicosi degli scontrini, Marino è solo l’ultima vittima

Niente. Ignazio Marino il suo autogol (eh, uno dei tanti in questa storia) l’ha firmato quando ha consegnato pubblicamente i faldoni con le sue spese all’opinione pubblica. «Ma cosa fa, è pazzo? È l’inizio della fine», pensai osservandolo depositare il malloppo.

Non perché vi fossero particolari pregiudizi nei suoi confronti, né tantomeno perché non sia giusto rendere pubblico l’impiego di risorse pubbliche.
Il deterrente del controllo del cittadino sulla singola spesa, funziona fin troppo bene, e infatti non viene applicato – se non per vaghi e generici capitoli di spesa privi di annesso scontrino che dimostri la veridicità di quanto dichiarato. Vedersi piazzato uno scontrino del sexyshop nel bilancio, fidatevi che è difficile da far passare nelle “spese di cancelleria”. O un trattore (autore ancora ignoto, Emilia-Romagna), una motosega (“Batman” Fiorito, Lazio), centinaia di animali in ceramica (Liguria), ritiri spirituali (Marche), terme (Lombardia), tintura per capelli (Campania). Niente ammette e concede tutto ciò.

Il problema è un altro e riguarda la pantomima in scena in questi giorni e puntualmente,  nel momento in cui si traduce il proprio operato amministrativo e politico in scontrini fiscali e lo si offre al pubblico che da quei numeri leggerà esclusivamente la parola “spesa”, si dà il via alla psicosi dello scontrino. Una spirale dalla quale mai si esce politicamente vivi. Qualcosa che non va, viene trovato sempre. Perché, ci crediate o meno, la correttezza di un amministratore non è appaltata esclusivamente a un regolamento che divide il lecito e l’illecito – per altro troppo vaghi nella maggior parte dei casi – ma a quanto l’opinione pubblica sia disposta o meno a tollerare. Anche se l’azione è lecita, a norma di legge, potrebbe comunque essere immorale. O addirittura il contrario: un risparmio potrebbe essere non previsto dal regolamento e dunque illegittimo – come accadde ai due consiglieri regionali 5 stelle in Emilia-Romagna che acquistarono un divanetto a basso prezzo da Ikea anziché dal costoso service con cui la Regione aveva stipulato una non vantaggiosa convenzione.

Certo, fare politica non è e non deve essere a costo zero. Che grillini e puristi del risparmio si diano pace: per amministrare i soldi servono. Per fare politica, i soldi vanno utilizzati. E non perché si voglia campare da nababbi, o perché si appartenga necessariamente alla casta, ma perché capacità governative richiedono competenze che a loro volta richiedono pagamenti. Stesso dicasi per trasporti e colloqui. E questo si dimentica troppo spesso.

In realtà, a prima vista sembrerebbe semplice, tutto sommato: a cena con la moglie con i soldi pubblici, no. Usare carte di credito e rimborsi pubblici per coprire spese e acquisti personali, nemmeno. Eppure, tranne i casi più eclatanti – e sicuramente escludendo la menzogna – chi sa dire se è lecito o meno offrire il pranzo alla mensa ai collaboratori? Guai sia, detto così: fulmini e saette! “Sicuramente saranno amici e parenti e soprattutto se lo pagassero col proprio stipendio, che tanto pago io anche quello”, si dirà. Poi, magari, invece, si scopre che, a differenza dei dipendenti pubblici, i collaboratori co.co.co. non solo non hanno rimborsi né buoni-pasto, ma vengono spesso pagati poco e quindi il gesto da parte del datore di lavoro potrebbe risultare poi non così sconveniente e soprattutto più lecito di un pranzo in un ristorante del Gambero rosso col tale dirigente sanitario – del tutto ammesso e quindi lecito, dal regolamento. O magari rispetto a un volo di Stato per andare a Modena a incontrare John Elkann e il suo banchiere di fiducia, Byron Trott, come ha fatto l’altro ieri il Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Liceità e moralità sono a cavallo di un su e giù che poggia sullo stomaco dei cittadini, stanchi e spesso – anche quando nel giusto – troppo poco informati sulla reale condotta delle persone, e può perdersi dei vari anfratti di definizioni paludose come “spese di rappresentanza” o “trasferta”.

Nei fatti, i regolamenti ci sono, ma sono spesso talmente vaghi, che nemmeno i funzionari comunali o regionali, sanno dirvi con precisione cosa è ammesso e cosa no e l’impiego di fondi destinati all’attività pubblica, è appaltato alla coscienza del singolo. Ed è questa che la psicosi dello scontrino va a colpire e condannare. E attecchisce non sono nel processo alle singole intenzioni fatto da giornali e cittadini nei confronti del malcapitato e sì, troppo spesso malintenzionato, amministratore; ma anche nel soggetto stesso. Agitazione e paranoia s’impossessano improvvisamente di anche degli eletti più sfacciati.

In Emilia-Romagna, come in tutte le Regioni coinvolte nell’ondata d’inchieste ribattezzate “spese pazze” che tra il 2013 e il 2014 ha fatto cadere più di un governo e rinviato decine di consiglieri a processo, la psicosi dello scontrino aleggiava nei corridoi, e aveva influito a tal punto da bloccare perfino le attività politiche sul territorio: «se non sappiamo come possiamo utilizzare i fondi, chi si muove?», era il leitmotiv di consiglieri regionali abituati ad antichi fasti e ora nel pallone.

Famosa (e galeotta) fu una delle riunioni dei capigruppo, registrata dall’allora capogruppo Del M5S Andrea Defranceschi e consegnata su richiesta della Procura per essere acquisita come prova nel processo sui rimborsi a carico dei consiglieri: l’ex capogruppo Pd Marco Monari, era talmente esasperato dai controlli della Guardia di finanza e soprattutto dei giornalisti, allora accampati in Viale Aldo Moro, da non controllarsi più. «Ora, tutto quello che è stato fatto fino adesso è difficile da spiegare», si sfogava con i colleghi. «È inutile far finta di niente: la parte più critica delle spese ce l’abbiamo proprio su questo: pranzi, cene e rimborsi chilometrici». Era teso, insultava i giornalisti «sevi della gleba» e in particolare la Gabanelli, «quella tro**a». Se ne scuserà a posteriori: «era un periodo di fortissima pressione emotiva», dirà. Perché in quanto capogruppo aveva la responsabilità di tutti e 25 i membri eletti del suo partito, ciascuno dei quali usufruiva di una carta di credito con un plafond fisso al mese senza obbligo di rendicontazione: «Non posso sapere che cazzo fanno 25 consiglieri regionali dalla mattina alla sera in giro per l’Emilia Romagna, e soprattutto non lo voglio sapere». E gli scontrini stavano venendo fuori uno per uno. Compreso il più ridicolo: quello per il rimborso di un bagno pubblico (ebbene si) di 50 centesimi del consigliere Thomas Casadei: «scusate, ho sbagliato, li restituisco», risponderà.

Ecco, una frase del genere è al pari di Marino che dichiara di “regalare” 20.000 euro alle casse di Roma: è sintomo di una psicosi che non consente ormai più lucidità e abdica al buon senso. Ed è li che cominciano, se non ce ne fossero state prima, le colpe. Si mente, si insulta, non ci si ricorda e si dichiara a caso. Un po’ come l’ex capogruppo della Lega Nord, Stefano Galli che, dopo aver pagato il pranzo di nozze della figlia con i soldi della Regione e fior di consulenze al neogenero dotato di terza media, ha secondo lui trovato motivazione nei rapporti coniugali: «Tutta colpa di mia moglie, ma ora mi separo». Allora occhei.
Marco Monari finrà in disgrazia di lì a poco (e immediatamente abbandonato dal partito, com’è nelle migliori tradizioni del Pd) proprio perché dei fondi del Gruppo regionale faceva il suo lusso. Come molti, troppi altri.

Tuttavia, la psicosi degli scontrini, alimentata dal Movimento 5 stelle – che ne fa addirittura la propria (a volte unica) carta d’identità politica – e cavalcata da una magistratura un po’ troppo intenta ad apparire come castigatrice della classe politica corrotta sui giornali, ha spesso poco a che fare con la giustizia e ancor meno con il controllo. È un fenomeno mediatico che coinvolge indistintamente onesti e disonesti, e dal quale puntualmente non esce un sistema di rendicontazione più preciso e funzionante, per un semplice motivo: tranne il Movimento 5 stelle, che poi si trova a capire sulla propria pelle cosa significa amministrare, e capisce che senza soldi non è possibile, non lo vuole nessuno.

E sicuramente, non lo vuole Matteo Renzi.

Da Sabato a Sabato. Dal Sud Carolina alle elezioni in Guinea

A model wears a creation for Junko Shimada's 's Spring-Summer 2016 ready-to-wear fashion collection presented during the Paris Fashion Week, Tuesday, Oct. 6, 2015 in Paris, France. (AP Photo/Francois Mori)

APTOPIX Paris Fashion Manish Arora

Fashion bloggers posano lungo la Senna in attesa dell’inizio della sfilata Primavera / Estate 2016 della designer indiana Manish Arora durante la  Fashion Week  di Parigi (AP Photo/Jerome Delay)

 

Cardinals and bishops leave at the end of a morning session of the Synod of bishops, at the Vatican, Friday, Oct. 9, 2015. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Vescovi e cardinali alla fine di una delle sessioni mattutine del Sinodo sulla Famiglia che si svolgerà in Vaticano fino al 31 ottobre. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

 

A man makes his way through floodwaters in the parking lot of The Citadel Beach Club on Isle of Palms, S.C., Monday, Oct. 5, 2015. The Charleston and surrounding areas are still struggling with flood waters due to a slow moving storm system. (AP Photo/Mic Smith)

Un uomo passeggia attraversando l’acqua che ha allagato il parcheggio del Citadel Beach Club sull’isola di Palms in South Carolina. Il Charleston e le zone circostanti sono ancora alle prese con le acque che hanno inondato la regione. (AP Photo/Mic Smith)

 

Afghan security forces take a wounded civilian man to the hospital after Taliban fighter's attack, in Kunduz city, north of Kabul, Afghanistan, Saturday, Oct. 3, 2015. Three staff from Doctors Without Borders were killed and 30 were missing after an explosion near their hospital in the northern Afghan city of Kunduz that may have been caused by a U.S. airstrike. (AP Photo/Dehsabzi)

Le forze di sicurezza afghane trasportano un civile ferito all’ospedale dopo l’attacco delle milizie talebane a Kunduz, città afghana a nord di Kabul. Sempre a Kunduz una bomba è esplosa sull’ ospedale civile della città a causa di un attacco aereo americano. L’organizzazione umanitaria MsF ha accusato gli Stati Uniti e le truppe della Nato di aver commesso un crimine di guerra a Kunduz, in Afghanistan, bombardando l’ospedale, dove si trovavano circa 180 persone e in cui ne sono morte 22. Msf accusa gli Stati Uniti di aver violato le convenzioni di Ginevra sul rispetto del diritto umanitario in zone di guerra e chiede un’inchiesta indipendente sull’accaduto. (AP Photo/Dehsabzi)

 

In this photo taken Wednesday, Oct. 7, 2015, supporters of UFR presidential candidate Stadia Toure ride on the back of a bus during a political rally in the city of Conakry, Guinea. Political clashes between the opposition and ruling party in Guinea are setting the stage for the country’s second democratic election in more than half a century. The international community watches the West African country, unable to shake the deadly Ebola virus, with concern that ethnic and political tensions brought to the surface in past elections haven’t declined in the past five years. (AP Photo/ Youssouf Bah)

In Guinea la popolazione manifesta il suo sostegno ai candidati alle elezioni. Sono le seconde elezioni democratiche che si tengono nel Paese recentemente messo a dura prova dalla diffusione del virus Ebola. (AP Photo/ Youssouf Bah)

 

Kashmiri protestors throw stones at Indian security personnel in Srinagar, Indian controlled Kashmir, Friday, Oct. 9, 2015. Police fired teargas and rubber bullets to disperse hundreds of Kashmiris who gathered after Friday afternoon prayers to protest against the arrest of separatist leaders and civilians. They were also protesting against what they said were attempts by the coalition government of the Bharatiya Janata Party and the regional Peoples Democratic Party to divide residents on the basis of religion and choking political space in the restive state. (AP Photo/Dar Yasin)

Manifestanti della regione del Kashmir lanciano pietre contro il personale di sicurezza indiano a Srinagar, nella parte della regione del Kashmir che al momento è ancora sotto il controllo del governo indiano.  (AP Photo/Dar Yasin)

 

A Palestinian man walks in the old city in Jerusalem, Thursday, Oct. 8, 2015. A Palestinian stabbed a Jewish seminary student in Jerusalem on Thursday as the Israeli prime minister barred all Cabinet ministers and lawmakers from visiting a sensitive holy site in the Old City in an effort to calm tensions that have gripped the country for weeks. (AP Photo/Sebastian Scheiner)

Un palestinese passeggia fra le strade della città vecchia di Gerusalemme. (AP Photo/Sebastian Scheiner)

 

Lebanese riot policemen are seen through the spray of water cannons used against anti-government protesters against the ongoing trash crisis and government corruption, in downtown Beirut, Lebanon, Thursday, Oct. 8, 2015. Lebanese security forces used water cannons and eventually fired tear gas canisters to disperse dozens of anti-government protesters who tried to get past security barricades and reach parliament. (AP Photo/Hassan Ammar)

Poliziotti libanesi in tenuta da assalto schierati contro i manifestanti anti-governativi. (AP Photo/Hassan Ammar)