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Kunduz, prima, dopo e durante il raid

Front gate of the Boost Hospital, Lashkar Gah, Helmand, Southern Afghanistan.

«Un Paese che da 14 anni vive in una situazione di violenza e di instabilità che non è stata risolta dagli interventi militari. Quattordici anni dopo, sono sempre di più quelli che fuggono. E’ amaro constatarlo, ma da quello che osservano i nostri medici e operatori, dal 2001 a oggi poco o nulla è cambiato». Così Loris De Filippi, coordinatore italiano di Medici Senza frontiere in riferimento all’Afghanistan. Umberto De Giovannangeli lo ha intervistato su Left in edicola per parlare del dopo raid americano a Kunduz. Qui sotto le foto della città inviateci da Medici Senza Frontiere

Scene outside of a local pharmacy in Kunduz city, Northern Afghanistan.
Fuori da una farmacia di Kunduz

Kunduz as seen through the window of the cottons seed oil refinery at the Spinzer Cotton Factory in Kunduz.
Una vista di Kunduz

Aftermath of Kunduz hospital 03 Oct bombings_1

Nell’ospedale di Kunduz durante il raid americano

Fires burn in the MSF emergency trauma hospital in Kunduz, Afghanistan, after it was hit and partially destroyed by missiles 03 October 2015.
L’ospedale di Kunduz in fiamme

A destroyed areas of the MSF hospital, in Kunduz, Afghanistan is visible 03 October 2015 at first light, the morning after the facility was hit by sustained bombing.
Una delle aree distrutte dell’ospedale di Kunduz

Emergency surgery and medical activities continue in one of the remaining parts of MSF's hospital in Kunduz in the aftermath of the bombing 03 October 2015.
Medici al lavoro dopo il raid aereo a Kunduz

Bombe contro la sinistra ad Ankara, una strage

La scena la vedete qui sotto: una piazza che si riempie per una manifestazione dell’opposizione che invoca pace (in Kurdistan) e una bomba che esplode. Poco dopo ne esploderà un’altra che, come hanno raccontato i testimoni, ha fatto tremare alcuni grattacieli circostanti. Le vittime di questo orribile attentato sono almeno 97, 400 i feriti secondo la Associazione dei medici turchi.

Qualche mese fa era stata la volta di Suruc, dove i volontari che portavano auti a Kobane erano stati oggetto di un attacco simile. E nel giugno scorso, durante la campagna elettorale precedente, era proprio un comizio dell’Hdp a essere stato preso di mira.

A poche settimane dalle elezioni politiche di novembre la Turchia è di nuovo teatro di violenza politica. L’Hdp, il partito di sinistra e filo kurdo (ma non solo) ha condannato l’attentato sostenendo che dietro c’è la mano dello Stato. Testimoni hanno raccontato che dopo le esplosioni la politzia ha sparato lacrimogeni e impedito alle ambulanze di passare. Nel tweet qui sotto la dichiarazione di Demirtas: un attentato dello Stato contro il popolo.


In queste settimane, con la ripresa delle ostilità tra PKK e Ankara, i poliziotti e soldati turchi uccisi, la tensione nella comunità curda era molto salita e ci si aspettava qualcosa di simile. Che si tratti di un’azione da parte di gruppi ultranazionalisti di destra o di quello Stato parallelo molto legato al passato kemalista – non proprio amico dell’AKP di Erdogan – poco conta. Nel frattempo il PKK ha dichiarato un nuovo cessate-il-fuoco unilaterale. Segno di responsabilità e tentativo di favorire uno svolgimento dignitoso della campagna elettorale nel Kurdistan, dove il tentativo sarà quelli di scoraggaire in ogni modo la gente dall’andare a votare (Hdp).

Il presidente ha provato a mettere tutto in un calderone: sul sito della presidenza un comunicato condanna ogni forma di terrorismo, quello di Ankara così come quello del PKK.
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La Turchia che va al voto è davvero un paese in enorme difficoltà: oltre alla tensione con i curdi, c’è la crisi siriana ai confini, 2 milioni di profughi, l’ISIS alle porte e l’economia che rallenta dopo anni.

Nel video qui sotto il caos dopo l’esplosione.

 

Camminare è un gesto rivoluzionario. Cinque buoni motivi per farlo

Domani, 11 ottobre, è la Giornata del camminare. Oltre 150 itinerari e passeggiate in tutta Italia. Ecco la “sana” filosofia che c’è dietro alla mobilità “dolce”.

Camminare è un atto “rivoluzionario”. Sembra la solita esagerazione in tempi in cui di rivoluzione non c’è nemmeno l’ombra… E invece non è affatto così e vi spiegheremo perché.

Camminare fa bene alla salute, sia dal punto di vista fisico che psichico. Camminare fa socializzare, permette di scoprire la città e le persone – magari di altre culture e Paesi – che vi abitano, consente di riappropriarsi dello spazio in cui si vive, fa risparmiare soldi e diminuire l’inquinamento. Camminare può essere infine anche uno strumento simbolico per dimostrare la propria solidarietà, la partecipazione al dramma di quei popoli che in questi tempi si trovano a camminare in fuga verso la libertà e lontano dalle guerre e dalla fame. «Nel camminare quotidiano si cambia la propria visione del mondo, si vedono i dettagli dei luoghi, si diventa partecipi dei problemi della città. Per me è una delle rivoluzioni più grandi». Paolo Piacentini è il presidente della Federtrek che ogni anno organizza la Giornata del camminare. Domani (qui il programma) si terranno oltre 150 iniziative in tutta Italia, isole comprese. A Piacentini, che si definisce un “camminatore folle”, capace di andare da un capo all’altro di una città pur di non usare i mezzi privati, abbiamo chiesto di spiegare la “filosofia” che sta alla base della Giornata del camminare 2015.

Camminare è solidarietà

Sono decine le iniziative in collaborazione con Medici senza frontiere, molte al Sud, Bari, Palermo, poi Firenze, Ancona, Roma (qui l’elenco). «Abbiamo sostenuto la campagna di sensibilizzazione #Milionidipassi, proprio per avvicinare le persone al dramma dei popoli migranti in fuga», afferma Piacentini. «Camminando è come se tu ti mettessi al loro livello, è un modo per capire di più la loro sofferenza, aiuta a vedere in modo meno distratto».

Camminare è salute psico-fisica

Basta andare in un parco cittadino per vedere, soprattutto la mattina o la sera d’estate, decine e decine di camminatori, alcuni dei quali a passo svelto. Più della corsa – che talvolta è traumatica – il camminare è consigliato come prevenzione di alcune malattie da tutti i medici di base, è un “precetto” della stessa Organizzazione della sanità che suggerisce di percorrere almeno 3 km al giorno. Camminare, soprattutto in mezzo alla natura, disintossica anche mentalmente, libera il pensiero.

Camminare è riprendersi le città

Quest’anno nella Giornata del camminare ci sono eventi che ripropongono il Pedibus, cioè l’andare a scuola a piedi accompagnati: un modo per fare movimento e anche per far riscoprire e “sentire” la città ai bambini. Hanno aderito molti comuni delle province di Treviso, Venezia e Rovigo (qui le iniziative). Ma al di là di queste pratiche piuttosto rare, perché ormai le città sono diventate difficili per i più piccoli, camminare nei centri abitati quotidianamente, secondo Piacentini, serve, e molto. «Camminando ci si riappropria dello spazio, della città. Si scoprono dettagli che in auto sfuggono. Aumenta la coscienza civica perché conoscendo meglio un luogo si diventa più partecipi ai problemi», continua il presidente della Federtrek. Addirittura, sostiene Piacentini, con un maggior numero di pedoni si potrebbero salvare quei piccoli negozi che, tagliati fuori dal flusso principale del traffico, rischiano di scomparire.

Camminare è risparmio e mobilità sostenibile

Ma la vera “rivoluzione” consiste nella “mobilità dolce”. Immaginatevi una grande città in cui i mezzi pubblici funzionano davvero e sono collegati a “piste” pedonali, con tanto di cartelli e mappe che indicano i percorsi più veloci. Utopia? «Alcune città si stanno organizzando: Torino, Firenze e Bologna stanno realizzando – anche attraverso bandi europei – dei percorsi tabellati è il walking in the city. Validi per i turisti ma anche per i cittadini che la mattina si devono recare a lavoro e che in questo modo possono lasciare a casa la propria auto», continua Piacentini. L’ideale sarebbe avere dei percorsi tracciati a terra, ma anche mappe pedonali o app sul cellulare o sul tablet possono essere utilissime. Bisogna solo fare attenzione ai tempi: un passo normale consente di percorrere 4 km in un’ora. Spostarsi a piedi talvolta è veramente inconcepibile e risulta “strano”, tanta è l’abitudine di usare la macchina, anche per piccoli tragitti, al di là della cronica penuria di mezzi pubblici. «Un giorno ero a Napoli per un convegno proprio sul turismo sostenibile, dovevo andare dal centro a Pietrarsa, sette km, ma invece di prendere i mezzi decisi di andare a piedi. Quando mi fermavo a chiedere informazioni ai bar, mi davano del matto. Però in quel modo ho visto quanto è cambiata la città e ho conosciuto anche molti napoletani simpatici», racconta Piacentini.

Camminare è turismo

Celebre il famoso cammino di Santiago de Compostela, frequentato per il 30 per cento anche da chi non è religioso, continua il presidente Federtrek. Anche in Italia esistono “vie storiche”, che riprendono i percorsi degli antichi pellegrinaggi e che potrebbero essere un’opportunità per scoprire e rivitalizzare certi territori fuori delle rotte turistiche. Come la via Francigena, la via Laureatana (da Loreto ad Assisi e Roma), la via Romea, consolare germanica. Il Ministero dei beni artistici e culturali è al lavoro per valorizzare questi percorsi e infatti il 24 ottobre si terrà un convegno proprio su questo tema.

Curiosità della Giornata

Tra gli eventi, da segnalare gli oltre venti itinerari che interessano la Capitale. L’anno scorso aveva partecipato anche il sindaco Marino, molto attento ai trasporti ecosostenibili, quest’anno, l’aria è completamente diversa. Ma la scelta che è stata fatta è significativa: per tutti, appuntamento alle 9 all’arco di Costantino, per scegliere 22 itinerari che, una volta tanto, dal centro porteranno in periferia. Tra questi anche quello dei Pontieri del dialogo di Andrea Fellegara che si chiama Di scuola in scuola e che è un percorso all’insegna dell’integrazione tra cittadini di culture diverse. Oppure Eur Dark walk all’Eur (partenza alle 18.30) in cui il camminare diventerà scoprire architetture e spazi urbani ma sfruttando l’oscurità (qui). Poi ancora: a Cinecittà tra gli stabilimenti cinematografici, nei parchi e tra le ville di Roma e anche sconfinamenti nell’agro romano (qui tutti gli itinerari di Roma)

Sempre per facilitare l’incontro in realtà disagiate, a Napoli è prevista, tra le altre, una passeggiata al rione Sanità.

E ancora: Cento donne in cammino con te in Abruzzo, a Grottaglie in Puglia Beni comuni ciclocarrozzella per persone disabili, a Torino camminate insieme a Portici di carta, e ancora decine e decine di altre iniziative curiose, ecologiche, divertenti, d’impegno civile. In tutti i casi, là dove passeranno i camminatori, i luoghi saranno più vivibili, perché lo spazio abitato solo da macchine frenetiche è disumano. E, siamo certi, per alcune ore passeggiare sarà davvero un gesto “rivoluzionario”.

Accordo di pace in Libia: cosa succede adesso

Il processo di pace in Libia può finalmente ripartire. La notizia è nota: dopo mesi di difficili negoziati le delegazioni riunite in Marocco hanno raggiunto un accordo sul nuovo governo di unità nazionale e sulla lista dei nomi dei candidati alla guida del Paese. L’annuncio è arrivato dal rappresentante speciale dell’Onu per la Libia, Bernardino Leon. «Esprimiamo la nostra gioia perché c’è almeno una chance. Troppi libici hanno perso la vita, troppi bambini e troppe madri hanno sofferto. Secondo le agenzie Onu, circa 2,4 milioni sono in una grave situazione umanitaria. A tutti loro vanno le nostre scuse per non essere stati capaci di proporre prima questo governo», ha dichiarato Leon.

Il quadro della situazione

L’accordo dovrà passare adesso al vaglio dei due governi rivali che si contendono il potere nel Paese nordafricano: quello di Tobruk, affiliato alle milizie laiche del generale Haftar, primo Parlamento legittimamente eletto dalla caduta del dittatore Gheddafi e unico governo riconosciuto dalla comunità internazionale e quello di Tripoli, autoproclamatosi legittimo la scorsa estate, di stampo islamista e affine alle posizioni della Fratellanza musulmana in Egitto. Il nuovo governo libico dovrà, in ogni caso, affrontare molte sfide, trovandosi a operare in un contesto nel quale non esiste il monopolio dell’uso della forza e nel quale centinaia di milizie e tribù locali controllano ancora buona parte del territorio, mentre gruppi jihadisti, tra cui lo stesso Isis, continuano a minacciare la stabilità del paese.

libia(La situazione in Libia, in celeste le aree controllate dal governo riconosciuto, in verde quelle controllate dal generale Haftar, a sud le milizie e le tribù, in nero le zone di attività di gruppi collegati all’IS – Bbc)

 

I nomi proposti

Fayez Serray, ex ministro della Casa in uno dei governi del dopo-Gheddafi, è stato proposto dalle Nazioni Unite come primo ministro. Assieme a Serray, l’Onu ha individuato i 3 vice-primi ministri che insieme al premier faranno parte del Consiglio di Presidenza, ovvero l’organismo di guida collettiva del governo: saranno Ahmed Maetiq, di Misurata, città situata ad ovest e membro del governo di Tripoli, Moussa Kony, proveniente dalla regione del Fezzan, nel sud e Fatj Majbari, espressione della Cirenaica, regione ad est della Libia. «Serray è un signor nessuno. Non è una figura di rilievo nel panorama politico libico ed è stato scelto per questo: per non dar noia a nessuna delle due parti in gioco. É originario di Tripoli ma è, nello stesso tempo, un membro del Parlamento di Tobruk. I 3 vice-premier sono invece stati scelti appositamente per garantire una completa rappresentanza delle varie regioni del Paese, provenendo rispettivamente dall’ovest, dal sud e dall’est del Paese», ci spiega Mattia Toaldo, analista presso lo European Council on Foreign Relations esperto di Libia. «Chi non ha assolutamente interesse a che l’accordo venga siglato è invece il generale Haftar. Il suo ruolo è sempre stato quello di osteggiare le delegazioni impegnate nel portare a termine la missione. Dato che il nuovo accordo prevede l’azzeramento delle cariche militari, di cui lui è diretta espressione (essendo stato nominato capo del ricostituendo esercito libico nel marzo 2015 na), per lui l’intesa raggiunta in Marocco dalle delegazioni sotto l’egida dell’Onu è altamente controproducente». Il nuovo governo potrebbe, quindi, trovarsi a contrastare diversi oppositori: da una parte le milizie più radicali e l’Isis, dall’altra Haftar che potrebbe rifiutarsi di cedere il controllo di parte delle forze armate.

I primi obiettivi del nuovo parlamento

«Il grande punto interrogativo adesso è rappresentato dalla ratifica dell’accordo, che i governi di Tobruk e Tripoli dovranno siglare o meno nei prossimi giorni. L’accordo prevede la nascita di una costituzione, che deve essere votata dai 2/3 del nuovo parlamento. In questo momento la maggioranza parlamentare non c’è. Se per miracolo l’accordo dovesse venire ratificato, il nuovo parlamento dovrà immediatamente confrontarsi con due grandi sfide: quella di mettere in sicurezza il paese, in particolare la città di Tripoli, dilaniata dagli scontri e quella di far ripartire l’economia del paese. Quest’ultimo punto è di fondamentale importanza», dice Toaldo. E continua: «la Libia era un Paese molto ricco. La maggior parte delle risorse economiche sono state utilizzate per foraggiare la guerra civile. Il paese è stato prosciugato e persino la sua risorsa più forte, il petrolio, non viene più prodotta ed esportata. Se i soldi finissero si andrebbe verso una crisi finanziaria che piegherebbe in due il paese. La Banca Centrale, organismo rimasto neutrale rispetto alle parti in conflitto, sta infatti pagando dall’inizio del conflitto gli stipendi di tutti i lavoratori attingendo alle proprie riserve. Se questo, da una parte ha permesso alla guerra civile di essere frenata e non dilagarsi, come invece è successo in Siria, dall’altra potrebbe portare, nel caso vengano utilizzati gli ultimi depositi di denaro, ad un collasso dell’intera economia e quindi ad una recrudescenza del conflitto. Già adesso il popolo è stremato dalla mancanza di elettricità, di acqua e dalla mancanza di medicinali, che non vengono più forniti. Più di metà della popolazione soffre la fame, le malattie, la mancanza di beni di sussistenza primaria».

la-oe-wehrey-libya-haftar-20140530(Un sostenitore del generale Heftar)

La possibilità di un intervento internazionale in Libia e il futuro ruolo dell’Italia

Il capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini, ha espresso soddisfazione per l’intesa raggiunta dalle delegazioni delle formazioni libiche sulla nascita di un governo di unità nazionale sotto egida Onu e ha detto che: «l’Ue è pronta ad offrire un immediato e concreto sostegno politico e finanziario, pari a 100 milioni di euro, al nuovo governo». Per l’Unione Europea e, in particolare per l’Italia, la Libia è di fondamentale importanza: « L’Italia oltre ad avere un ruolo militare importante, ha un forte ruolo economico e se il nuovo governo darà il suo assenso ad un eventuale missione internazionale, l’Italia dovrebbe essere pronta ad assumersi un ruolo di guida», spiega Mattia Toaldo. «Ovviamente la missione internazionale potrebbe partire solo dopo che tutto il paese, ma in particolare la zona di Tripoli sarà pacificata. Entrare in Libia senza che questi due presupposti siano raggiunti sarebbe pericoloso» aggiunge. La missione internazionale dovrebbe risolvere molti problemi che affliggono il paese e minacciano da vicino anche il blocco europeo: la presenza dell’Isis a poche miglia dal confine sud del continente, il costante flusso di migranti dall’Africa attraverso il Mediterraneo e il fiorire di traffici illeciti. Ma senza la ratifica dell’intesa tra Tripoli e Tobruk l’Italia, e come lei gli altri Stati europei e la stessa Onu, non è disponibile a invischiarsi nello scenario libico.

Gli eventi che hanno portato la Libia al collasso
Dalla rivoluzione del febbraio 2011, nata sull’onda delle cosiddette primavere arabe con l’intento di far crollare il regime ultraquarantennale del colonnello Muʿammar Gheddafi, salito al potere il 1º settembre 1969 dopo un colpo di stato, la Libia è piombata nel caos più totale. Un anno dopo la morte di Gheddafi, la caduta del regime e l’intervento della coalizione internazionale si sono svolte nel luglio 2012 le prime elezioni libere che hanno conferito al Paese una prima vera svolta democratica. Ma gli scontri accesi e le violenze tra le varie milizie e gli ex ribelli che non hanno abbandonato le armi, hanno ulteriormente aggravato la situazione. Ma è nell’estate del 2014 che è avvenuto il tracollo delle istituzioni, quando è esplosa la guerra tra le milizie di Zintan e di Misurata per il controllo di Tripoli. Il nuovo Parlamento eletto, insieme al governo del premier Abdullah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale, è stato costretto a rifugiarsi a est e a insediarsi nella città di Tobruk, in Cirenaica. Nello stesso periodo la capitale è caduta sotto il controllo delle milizie filo-islamiche di Fajr Libya, che hanno imposto un vero e proprio governo opposto a quello di Tobruk e legato ai Fratelli musulmani. Il risultato è un Paese spaccato in due con in mezzo, nell’area di Sirte, la presenza minacciosa dei jihadisti dell’Isis, che hanno imposto una sorta di emirato basato su una rigida interpretazione della sharia.

Né sacrificio né misericordia, per la rivoluzione occorre ben altro

Giuro che non faccio come Scalfari che vi parla sempre di Francesco. Anche perché ci sono buone notizie che dovremmo cavalcare noi di “sinistra”, tipo Adelphi che si sgancia da Rcs libri e non viene acquisita da Mondadori, la Svezia che, riducendo l’orario di lavoro da otto a sei ore al giorno, scopre che aumenta la produttività e pure la felicità dei lavoratori (e non stiamo parlando della comune dei fricchettoni ma della Toyota di Goteborg), il 65% degli operai americani della Fiat di Detroit, Toledo (Ohio) e altre ancora che hanno detto No al piano Marchionne. Landini che in un momento di entusiasmo abbozza una ribellione (occupiamo le fabbriche)… Insomma ce ne sarebbero di belle notizie per noi perdenti (oggi mi hanno detto così in un programma televisivo, “sei di sinistra e quindi ti piace perdere!”) ma mi preme tornare su un piccolo grande passaggio di questa settimana. I nostri giornali sono stati invasi dall’outing di monsignor Krzysztof Charamsa, il teologo ufficiale della Congregazione per la Dottrina della vera Fede che ha confessato le sue inclinazioni sessuali, e dall’inizio del Sinodo sulla famiglia. Avete capito bene, siamo stati invasi di piombo e immagini di un signore in abito talare che ha pensato di convocare una conferenza stampa per “confessare” al mondo che era omossessuale e che amava Eduard, il suo compagno. E dalle immagini di una riunione allargata a più di 300 signori, sempre in abito talare, che per una settimana discutono di famiglia (senza mai averne avuta una, come ha commentato un nostro lettore!). La vulgata generale è che Francesco riuscirà ad imprimere la sua grande rivoluzione: comunione per i divorziati, ruolo della donna, rispetto per gli omosessuali… una nuova gloriosa Chiesa cattolica romana al passo con i tempi. Che richiedono misericordia e non sacrificio. «Guardiamoci dall’avere un cuore duro che non lascia entrare la misericordia di Dio». E ancora: «Dove c’è il Signore c’è la misericordia. Misericordia voglio, e non sacrificio!», ha detto Francesco. E allora, sarà la mia fissazione per il significato delle parole, ma sarà quel- la la “rivoluzione” di Francesco?

Left n. 39 |10 ottobre 2015

Il passaggio dal sacrificio alla misericordia? Dal “rendere sacro”, sacer+facere, al sentimento di compassione per la miseria altrui (morale o spirituale) misereor+cordis, che nell’etica cristiana si concretizza in opere di pietà? Pietà. La pietà sarebbe dunque la rivoluzione di Francesco. La pietà per le miserie altrui. Morali o spirituali. Non è gran cosa allora, il passaggio saliente sarebbe quello, visto e rivisto nei secoli, da una Chiesa altra, distante quasi cattiva, sacra, inaccessibile (qualcuno dice anche ipocrita) ad una aperta, accogliente, misericordiosa, ospedale da campo. Nel Medioevo la madonna della Misericordia è stante (in piedi) ed è rappresentata nell’atto di accogliere sotto il suo manto i fedeli o i religiosi a lei devoti, di solito inginocchiati in preghiera. L’oscillazione tra Chiesa buona e Chiesa cattiva è una costante seriale, quasi una coazione a ripetere malata che i secoli ci hanno mostrato inalterata. Fino a dimostrarci che ne arriverà un’altra cattiva. Inesorabilmente. Perché cattivi siamo e cattivi restiamo, non per niente Cristo è morto in croce per i nostri peccati. Con questo voglio solo ripetere ancora una volta che con la pietà, e con la misericordia, non è possibile fare alcuna rivoluzione. E neanche una semplice ribellione. Che la Chiesa oscillerà tra periodi buoni e periodi cattivi ma è un’istituzione intrinsecamente immobile nei secoli dei secoli. Forse i divorziati potranno fare la comunione, ma dovremo convincerci che abbiamo bisogno di ben altro. Radicalmente altro per fare la rivoluzione. Senza nessuna ambiguità o confusione. E lo dico a chi la sinistra la vuole costruire, come noi.

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Israele-Palestina, verso la terza Intifada?

Morti e feriti, da una parte e dall’altra. Prima si è cominciato con gli accoltellamenti, poi con gli spari. Gli ultimi morti sono sei i palestinesi uccisi da soldati israeliani alla barriera di Gaza mentre protestavano in solidarietà con la gente di Gerusalemme. Sessanta i feriti. La mattina un uomo aveva accoltellato quattro arabi israeliani a Dimona. A Gerusalemme, invece sono un giovane israeliano e un poliziotto ad essere stati accoltellati. In una settimana sono undici le vittime di attacchi e rappresaglie. Ma è dal 9 settembre, con il braccio di ferro attorno ai luoghi di culto ebrei e musulmani che a Gerusalemme sono ammassati gli uni sugli altri. Da quel giorno, arresti, ferimenti, assassinii di israeliani, manifestazioni si sono susseguite senza sosta. All’Assemblea generale dell’Onu, il presidente palestinese Abbas ha protestato, mentre Netanyahu criticava l’accordo Usa-Iran sul nucleare.

epa04970663 An Israeli border policeman aims his weapon towards Palestinian protesters during clashes in the West Bank city of Hebron, 09 October 2015. Israeli soldiers killed four Palestinians in clashes on the border with the Gaza Strip, while there were four stabbing incidents inside Israel targeting both Jews and Palestinians. Violence has been ongoing for weeks, focused on Jerusalem and nearby areas on the West Bank amid rising concerns the situation could lead to an even greater escalation if not scaled back soon. EPA/ABED AL HASHLAMOUN

Il clima nella città vecchia è tesissimo: le autorità israeliane hanno imposto severi limiti alla possibilità di andare a pregare ad al Aqsa, sulla spiana delle moschee. Gli uomini non anziani non possono entrare. In alcuni quartieri periferici della città le macchine israeliane sono state fatte oggetto di lancio di pietre da parte dei palestinesi. Il capo di Hamas a Gaza, Hanyeh, ha chiamato la terza Intifada. La situazione, insomma, è entrata in una nuova fase di alta tensione. Ce lo si aspettava da tempo.

Per adesso gli attacchi dei palestinesi sono da imputare a lupi solitari, ma nel caso di una reazione eccessiva delle forze di sicurezza israeliane, è probabile che anche i gruppi organizzati comincino a organizzare la protesta. Le parole del capo di Hamas sono un segnale in questo senso. Vedremo nei prossimi giorni cosa produrranno. Amira Hass, giornalista israeliana, ha commentato su Ha’aretz la situazione:  

(…) Anche il linguaggio è dannoso. Gli ebrei sono assassinati, i palestinesi vengono uccisi e muoiono. È proprio così? Il problema non comincia con il nostro non essere autorizzati a scrivere che un soldato o un poliziotto ha sparato ai palestinesi da distanza ravvicinata e senza essere in pericolo di vita (…) La nostra comprensione è prigioniera di un linguaggio censurato retroattivamente (…) Nel nostro linguaggio, gli ebrei vengono uccisi perché sono ebrei e i palestinesi trovano la loro morte e la loro angoscia, perché, presumibilmente, è quello che stanno cercando.
L’obiettivo di questa guerra unilaterale è quello di costringere i palestinesi ad abbandonare tutte le richieste relative alla costruzione di una nazione. Netanyahu vuole l’escalation perché l’esperienza finora ha dimostrato che i periodi di calma dopo una crisi ci riportano non alla linea di partenza, ma a un nuovo minimo nel sistema politico palestinese, e aggiunge privilegi alla Grande Israele. I privilegi sono il fattore principale che distorce la nostra comprensione della realtà, accecandoci. Grazie a questi, non riusciamo a capire che, anche con una leadership debole e “presente-assente”, il popolo palestinese – sparso nelle sue riserve indiane – non rinuncerà e continuerà a trovare la forza necessaria.

Della leadership palestinese parla anche un commento pubblicato su Foreign Affairs che, nelle scorse settimane si chiedeva: come mai non c’è una terza Intifada?

Nonostante un recente smentita ufficiale dell’ufficio del primo ministro, le voci su negoziati diretti su un cessate-il-fuoco tra Hamas e Israele persistono. A solo un anno da una brutale guerra di 50 giorni, Hamas è visto da alcuni come un cuscinetto contro il caos e l’aumento dellinfluenza dell’IS nella Striscia di Gaza. Nessuna trattativa simileè attualmente in corso con l’Autorità palestinese, partner per la sicurezza di Israele in Cisgiordania. Il leader dell’opposizione israeliana Isaac Herzog ha sostenuto che la politica del governo sembra essere «parlare con Hamas isolando Abu Mazen».

Per Israele, a quanto pare, la realpolitik ha la precedenza, tranne quando l’ideologia, politica interna, e il territorio della Cisgiordania sono coinvolti. Una terza Intifada non è cominciata, non  per grazia di Dio, ma a causa delle decisioni prese a Ramallah. Data l’incertezza che circonda la successione di Abbas, è difficile sapere quanto a lungo l’Autorità palestinese continuerà a mantenere questa linea. Il governo israeliano finirà con il rimpiangere di non aver parlato con Abbas quando poteva.

Ecco, in queste ore il tempo sembra essere scaduto: se a Gaza davvero si cominciasse una Intifada, l’Anp avrebbe serie difficoltà a mantenere tranquilla la situazione in Cisgiordania. Del resto, se valgono le parole di Tzipi Hotovely, viceministro degli Esteri israeliano, la situazione sembra senza via di uscita. Criticando l’idea europea di boicottare le merci israeliane prodotte fuori dai confini del ’67, al Jerusalem Post Hotovely ha detto:

«Il mondo ha bisogno di interiorizzare che la West Bank rimarrà sotto la sovranità israeliana “de facto”, che non è una merce di scambio. Non dipende dalla buona volontà dei palestinesi. E’ la terra dei nostri antenati e non intendiamo lasciarla. Certo non allo stato islamico o ad al-Qaeda o ad altre organizzazioni estremiste che finirebbero per per avere il controllo sul territorio».

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/minomazz” target=”on” ][/social_link] @minomazz

Apre a Roma Fotografia, «Un festival che riflette sul presente»

Il presente è il tema, vivo e urgente, della XIV edizione di Fotografia-festival internazionale di Roma che ha aperto il 9 ottobre. Al Macro e in altri luoghi della Capitale, fino al 17 gennaio, si dipana una mostra, come sempre poliedrica, con molti giovani talenti e nomi di primo piano della fotografia internazionale. A cominciare da Olivo Barbieri con il progetto site specific Roma14 e dall’inglese Paul Graham, autore che sa cogliere la grazia e la bellezza in attimi straordinari, nel flusso quotidiano della vita nelle strade, in ciò che c’è di più ordinario. I suoi dittici che compongono The Present mostrano le infinite possibilità contenute in un istante, che si possono aprire inaspettatamente. Graham – a cui il festival rende omaggio fin dal titolo – ci restituisce magistralmente questi speciali momenti di attesa, di stupore, per qualcosa che sta per accadere. Con lui e con molti protagonisti della scena internazionale, il fotografo e direttore artistico di Fotografia festival, Marco Delogu, ha avuto modo di tessere un dialogo più stretto da quando, lasciata Roma, si è trasferito in Inghilterra, con un nuovo, importante, incarico, di direttore dell’Istituto italiano di cultura (Ici) a Londra. Anche da questo abbiamo preso spunto per la nostra intervista.


Olivo Barbieri, site specific_ROMA14

Paul Graham, The Present, dittico

Marco Delogu, da quattro mesi lei è alla guida dell Ici-London, come è vista oggi la cultura italiana oltremanica?
A Londra oggi c’è un enorme interesse per la cultura italiana. Da Dante a Gramsci, passando per gli studi di Sraffa. E poi c’è una grande attenzione per il cinema italiano, anche per quello contemporaneo, non solo per i classici del neorealismo e per Pasolini. Il London film festival, per esempio, presenta i nuovi film di Luca Guadagnino, di Piero Messina e molti altri.
Quali sono gli autori italiani di oggi più letti ?
Elena Ferrante è un caso letterario anche a Londra, ma c’è attenzione anche per scrittori come Sandro Veronesi e per autori più giovani come Emanuele Trevi, all’istituto ce ne occuperemo nei prossimi giorni e settimane. All’Istituto prossimamente incontreremo attori come Fabrizio Gifuni e un protagonista del teatro di narrazione come Marco Paolini.
Lei ha sostenuto un appello per salvare l’italian book shop di Londra. Che cosa rende speciale questa piccola grande libreria diventata protagonista anche di un romanzo di Luca Bianchini?
E’ un posto caldo che unisce la comunità e la cultura italiana. Dove trovi e puoi scovare libri e film. Dove incontri una libraia, (Ornella Tarantola ndr) che conosce tutto quello che vende, che sa parlare con i “clienti” e suggerire; sa diffondere la qualità della cultura italiana.
La sua ricerca come fotografo trova spazio in questo suo nuovo impegno di direttore dell’Italian Institute of culture?
Per me la fotografia è un fatto mentale, di pensiero. Penso e continuerò a pensare in questo modo. In questo periodo sono impegnato nelle prime ricognizioni per tre nuovi lavori: uno dedicato a Londra, che sento come la naturale continuazione di Roma e di Luce attesa. Il secondo progetto continua il mio lavoro sui cavalli. Il terzo è un lavoro che mi è stato commissionato per le scene di un’opera lirica. Nel mio nuovo studio londinese sicuramente riprenderò il mio lavoro di ritrattista, che ho interrotto da un po’ di tempo.
Viceversa, cosa ha portato questa sua londinese al festival di fotografia di Roma?
All’estero si vedono cose nuove, si ricevono nuovi stimoli. Così il festival si è aperto a nuove visioni e a nuovi rischi. A Londra ho incontrato di nuovo Alec Soth, Jon Rafman, Parr e molti altri autori internazionali. Con loro ho avuto occasione di parlare del festival, della contemporaneità, di ciò che significa lavorare oggi con la fotografia. E tutto questo ritorna nella mia visione della rassegna. Last but not least porterò a Londra il festival di Roma e in particolare la commissione Roma e la giovane fotografia italiana.
Il festival- fotografia ha una programmazione vasta che dal Macro si espande in altre location. Come è strutturata?
Il festival è una riflessione profonda sul presente con molte contaminazioni fra fotografia e letteratura. Parte da Paul Graham e arriva alla collettiva dove quest’anno sono coinvolti molti fotografi italiani. Non perdere De Giorgis, Scollo, Graziani. E poi Giovanna Silva e Francesco Neri. Fantastico il lavoro di Pietro Paolini e il lavoro comune di Cocco e Serra. Quella di Paul Graham è una grande lezione su come si lavora e su come si espone un lavoro.
Con il poetico cortometraggio Ci sarà ancora il mare? interpretato da Pietro Ragusa e musicato da Paolo Fresu si è misurato anche con il cinema. Come è nato questo progetto?
Da un po’ di tempo la fotografia non mi basta più e il cinema mi è sembrato il miglior modo di lavorare sul ritorno nella mia terra. Non tornavo in Sardegna da trent’anni e l’emozione è stata forte. Mio padre, mia madre, le loro vite e la loro etica. Tutte le visioni e i paesaggi forti, mi serviva la parola, la musica originale di Paolo Fresu. E il racconto di mia sorella Cristina da cui ho preso ispirazione. Ora è finito il primo pezzo del film, ma il progetto verrà ripreso la prossima estate.

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Drew Nikonowicz, This World and Others Like It

Paolo Ventura - Homage a Saul Steinberg 2
Paolo Ventura, Homage a Saul Steinberg 2

 

Chanel e Sidney nel giardino di nonna Sevla. Roma. Luglio 2015.
Paolo Pellegrin, Sava

 

L’anteprima del venerdì. Propaganda permanente, Renzi e l’uso delle tv

(La copertina di Left è dedicata al sistema dell’informazione negli anni di Renzi. Molte voci di grande esperienza scrivono o parlano con noi. Ecco qualche assaggio, molto piccolo, di quel che trovate nel numero in edicola)

Informazione su misura

L’opinione di Corradino Mineo

Perché il presidente del Consiglio più amato dai media – il consenso di Berlusconi non fu mai così trasversale – ora se la prende con l’informazione, critica i talk show di cui è stato ospite seriale, lascia che suoi collaboratori chiedano la decapitazione dei vertici della Terza Rete? Bianca Berlinguer l’ha chiesto allo stesso Renzi, con risultati deludenti. Per Massimo Giannini il premier ha «sciolto i cani». Scalfari e Diamanti hanno dedicato al tema articoli corposi. Vediamo i fatti.

21 settembre, direzione del Pd, Renzi: «Se i talk show del martedì fanno meno della replica numero 107 di Rambo, dobbiamo riflettere». Scusi ma a lei cosa importa – gli si potrebbe obiettare – se Ballarò e Di martedì non fanno ascolti sarà un problema degli editori! Eh no, il premier si preoccupa: «Ho visto cambiare l’umore dei deputati e dei senatori del Pd – dice – quando sono iniziati i talk show. Il punto vero è che il racconto del paese non può essere quello che va così da dieci anni, con la solita musichina, in cui va tutto male». Allegria! diceva Mike Bongiorno.

Le parole sono diventate proiettili

Ilaria Bonaccorsi intervista Giovanni Minoli

Io sono arrivato a fare una proposta molto provocatoria. Tempo fa Renzi fece un paragone tra Tv e calcio e io risposi: bene esatto, qual è la dinamica economica che c’è dietro ai talk? Io editore ti do visibilità (ai politici), tu mi riempi ore di palinsesto gratis e io ci metto la pubblicità. Io editore ho il mio interesse, e tu politico hai il tuo interesse che derivano dall’essere visibile, questo è lo scambio, che prescinde dall’interesse dello spettatore. Allora dico, se siamo arrivati fin qui, vuol dire che la tv ha vinto definitivamente sulla politica e se ha vinto e la dinamica è la stessa dello spettacolo, allora paghiamo i protagonisti. Come si fa negli show, qualunque attore o cantante lo paghi. Ma se lo paghi deve fare il risultato, altrimenti non lo paghi più.

(…) Non sto parlando del servizio pubblico ma del meccanismo. Peraltro il servizio pubblico è pagato solo per metà dal canone e per l’altra metà dalla pubblicità. La mia è una proposta paradossale: avresti il finanziamento pubblico dai partiti, perché tu editore chiedi al partito chi ti manda e il partito ti manda uno che deve rendere. Ma se “renderà” al partito (consenso), a te editore e a lui stesso, potrà dire di più quello che vuole.

Chi è Giovanni Minoli? È uno degli uomini che hanno rivoluzionato la tv in Italia. Ha ideato programmi di approfondimento politico, come Mixer, e storico, come La storia siamo noi. Oltre che programmi di intrattenimento diventati presto di culto come Quelli della notte con Renzo Arbore o fiction come Un posto al sole, prima soap opera realizzata in Italia.

 

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Matteo non vede, non sente, non parla

L’analisi di Loris Mazzetti

Renzi sta commettendo un grave errore: dopo aver condannato più volte la legge Gasparri, ha deciso di non intervenire sul sistema ma di riformare solo una piccola parte di esso: la governance della Rai.

rai-riforma-Un po’ come rifare una casa senza consolidare le fondamenta. Antonello Giacomelli, titolare della delega alle Comunicazioni, è l’autore del ddl. Il sottosegretario allo Sviluppo economico ha lavorato mesi e mesi, incontrando esperti e professionisti del settore, quando gli sarebbe bastato leggere la proposta di riforma dell’associazione MoveOn Italia che raggruppa una buona parte di società civile, o quella del Movimento 5 stelle, oppure ripassare la proposta di legge Gentiloni, o Per un’altra tv, l’iniziativa di legge popolare con prime firmatarie Sabina Guzzanti e Tana de Zulueta. Queste ultime scritte durante il secondo governo Prodi. Tutte sono meglio della sua. Giacomelli, per prima cosa, avrebbe dovuto chiedersi se la sua proposta di legge, approvata in prima seduta al Senato, garantirà l’imparzialità e la completezza dell’informazione, se tutelerà le varie componenti sociali del Paese, in particolare le minoranze. La speranza è che la prossima discussione alla Camera faccia il miracolo di migliorarla.

 

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Tutto merito di un buon suggeritore

Il ritratto del portavoce del premier Filippo Sensi di Luca Sappino

«Not my fuckin’ problem» è lo pseudonimo di Sensi sui social network, per sintesi, Nomfup. Questo è anche il nome del suo blog, che continua ad aggiornare seppur con ritmo molto lento. A giugno ha pubblicato uno speach di David Milliband. A marzo la prima puntata di una serie web prodotta dal governo francese, per raccontare il dietro le quinte del potere. Prima puntata: Le porte-parolat, l’ufficio del portavoce. A Sensi piace perché lui fa la stessa cosa. Porta ogni giorno giornalisti e curiosi dietro le quinte, per esempio con le foto informali pubblicate su Instagram.

 

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Left n.39 lo trovi in edicola da sabato 10 ottobre 

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Niente Nobel per la Pace a Merkel. Perché è giusto così

Che il tema dei migranti e dei rifugiati sarebbe stato al centro del tavolo in cui si sono decisi i Nobel è più comprensibile. Quello che sconcerta è che tra i candidati – accanto al papa e all’agenzia Onu per i rifugiati – ci fosse pure il nome di Angela Merkel. Papabile fino a poche ore fa, Merkel è stata candidata da alcuni colleghi della sua Unione (Cdu-Csu) «per avere aperto le porte del suo paese ai migranti arrivati in Europa». Chi ha candidato e sostenuto “das Mädchen” (“la ragazza”) alla santità svedese, però, omette di riportare che la paladina delle frontiere aperte, in realtà, non smette di chiedere, costantemente, il rafforzamento delle frontiere esterne. È questo il modo – come ha sostenuto al Parlamento europeo, con al suo fianco il presidente francese François Hollande – per contrastare ed evitare le virate populiste e xenofobe.

Il cambio di posizionamento dell’asse franco-tedesco, nelle ultime settimane, si è spostato sulla difesa e il rafforzamento di Schengen (lo spazio di libera circolazione all’interno dell’Unione), sull’ampliamento dell’area ai rifugiati e, di conseguenza, sulla revisione (per qualcuno addirittura superamento) del Sistema Dublino (quello per cui uno straniero deve fermarsi nel primo paese d’ingresso). Queste “aperture”, però, si accompagnano all’ossessiva richiesta di un aumento del controllo delle frontiere esterne. Sembra di vedere una sorta di openspace europeo, una casa in cui abbattere ogni parete e ogni porta. Ma con un portone d’ingresso blindatissimo, che rende l’impresa di entrarci sempre più difficile.

Germania, 6 settembre. Stazione ferroviaria di Dortmund

Sì, è vero, la scorsa estate Merkel ha aperto le frontiere tedesche ai “rifugiati”. Lo abbiamo letto e riletto, fino allo stremo. Ma vi siete chiesti chi è meritevole del titolo di “rifugiato” secondo i canoni di Merkel? Le condizioni sono precise: la certezza che il Paese di provenienza dei profughi sia “ufficialmente” in guerra, come per i siriani. La Cancelliera, non a caso, insiste nel volere una lista dei Paesi sicuri. E cioè un elenco di Paesi che stabilisca chi ha diritto di essere “protetto” e chi – essendo un “migrante economico”, e cioè uno che scappa dalla fame o da un conflitto che non è riconosciuto da quell’elenco – questo diritto non lo ha e deve essere espulso dall’Ue. E giù con gli hotspot, con la detenzione preventiva (perché sennò scappano prima che si riesca a rispedirli a casa) e con i rimpatri nei Paesi che non vogliono riprenderseli e quindi tocca sanzionarli e minacciarli di rimettere mano ad aiuti e visti rilasciati, per esempio.

Un Nobel alla Merkel sarebbe stato inopportuno, almeno quanto quello ricevuto dall’Unione europea nella passata edizione per «l’impegno nei diritti civili e umani». Dopo quel premio in Europa abbiamo costruito reti metalliche con lamette e filo spinato, abbiamo assistito a una serie di vertici con l’intento di suddividere in quote precise pacchetti di esseri umani, abbiamo finanziato una missione militare per bombardare dei barconi, contro i trafficanti d’esseri umani, s’intende. E infine i vertici tessono accurate minacce per i Paesi terzi, per convincerli a riprendere con sé chi è scappato proprio da lì. Ecco, perseverare sarebbe stato davvero diabolico.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Dimissioni di Marino, quando l’ingenuità diventa incapacità politica

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Non c’è molto da aggiungere. Ma forse va aggiunto. Il web si schiera dalla parte del sindaco marziano, Ignazio Marino, lo difende a spada tratta. Sarebbe vittima di un Pd che se ne voleva liberare e che finalmente trova degli scontrini per silurarlo non più perché gli sia solo antipatico ma perché insopportabilmente pasticcione. Modo per dire, in modo gentile, di una sua “incompetenza” oramai ritenuta troppo grave. Left ha tentato in questi due anni di seguire con pazienza ed attenzione quello che stava accadendo a Roma e cosa si potesse muovere contro Marino, non per difenderlo, non ne avevamo la capacità né imarino sotto esamel compito, ma per restituire un po’ di realtà. L’ultima volta, il 27 giugno, abbiamo tentato di fare un bilancio della sua giunta insieme ad alcuni esperti. Il titolo era “Sotto esame”. Che fosse senza scampo lo si annusava da un po’. Che sia stata più lunga e dolorosa del previsto forse non lo avevamo messo in preventivo. Ma dal gesto a dir poco inelegante del papa di ritorno dagli Usa a ieri sera è stato un ruzzolare giù nel burrone senza sosta, fino all’ultimo scontrino dell’ultimo vino dato in pasto al “comune sentire”.
Poche cose sono chiare e vanno tenute a mente: Marino era miliardi di volte meglio di Alemanno, Marino ha molto probabilmente messo in crisi (anche involontariamente) una filiera di potere corrotta, Marino ha pedonalizzato quello che nessun altro sindaco di Roma ha mai pedonalizzato, Marino ha arginato il cemento a Roma e i suoi scontrini sono ridicoli di fronte al magna magna di decenni e decenni.


Marino era miliardi di volte meglio di Alemanno, ha messo in crisi una filiera di potere corrotta, ha pedonalizzato, ha arginato il cemento a Roma e i suoi scontrini sono ridicoli di fronte al magna magna di decenni e decenni.


 

Detto questo, una cosa mi colpì del rapporto consegnato dal prefetto Gabrielli al ministro Alfano nello scorso mese di luglio, un’espressione ripetuta di continuo relativa a Marino, che più o meno era così «non si è reso conto». Cioè il problema non era eventualmente una sua collusione vicina o lontana con Mafia capitale ma una sua estraneità che diveniva “non rendersi conto”. Questa è la colpa che ascrivo oggi al sindaco Marziano, non si è reso conto “troppo”. Questo ha reso persino impossibile sostenerlo fino in fondo, perché il suo non rendersi conto, figlio di una estraneità/ingenuità/incapacità, si è trasformato in una serie di grossolani errori che metteranno fine a tutto quel che di buono aveva messo in campo.

[social_link type=”twitter” url=”http://twitter.com/ilariabonaccors” target=”” ][/social_link] @ilariabonaccors