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Chi è il Quartetto per il dialogo nazionale tunisino che ha vinto Nobel per la Pace

Quartetto del Dialogo nazionale tunisino

Il Quartetto del Dialogo nazionale tunisino ha vinto il Nobel per la Pace «per il suo contributo determinante nella costruzione di una democrazia pluralistica in Tunisia in seguito alla Rivoluzione dei Gelsomini». A comporre il quartetto sono il sindacato Ugtt, la ‘confindustria’ Utica, la Lega dei diritti umani Ltdh e l’Inoa, ovvero l’ordine nazionale degli avvocati tunisini. Insieme organizzarono la Primavera Araba in Tunisia nel 2011.

L’Italia pagò un riscatto ai pirati somali per la liberazione di Pellizzari?

L’Italia ha pagato riscatti per le vittime di rapimenti da parte di terroristi e pirati, ma ha sempre negato di farlo. O almeno questo è quel che si evince da documenti ottenuti da al Jazeera e The Guardian sul caso del rilascio di Bruno Pellizzari e la sua compagna, la sudafricana Debbie Calitz, rapiti da pirati somali nel 2010 e rilasciati nel 2012.

Al rilascio lo skipper sequestrato in mare al largo di Gibuti aveva ringraziato le autorità italiane «che mi sono venute a prendere» e non aveva risposto a domande relative al blitz delel forze speciali somale (!) che secondo la versione ufficiale lo avrebbero liberato. Il ministro degli Esteri allora era Giulio Terzi che escluse in ogni modo il pagamento di un riscatto ma non disse nulla sull’operazione. I dettagli li fornirono le autorità somale, parlando, appunto di un blitz.

Oggi scopriamo che probabilmente non andò così, ecco un estratto dell’articolo del Guardian che riporta la notizia e che illustra il contenuto di un documento catalogato come “segreto” redatto dal responsabile dei servizi sudafricani per il Corno d’Africa:

Nel documento si legge che il servizio segreto italiano AISE ha pagato un riscatto di 525.000 dollari e che “Per nascondere il pagamento del riscatto, AISE, SNSA (l’agenzia di sicurezza nazionale della Somalia) e ostaggi hanno concordato di informare media e pubblico che il rilascio è stato il risultato di una riuscita operazione di salvataggio da parte delle forze di sicurezza somale.

Non è la prima volta che si ha notizia o il sospetto del pagamento di riscatti da parte delle autorità italiane in casi come questo – il Guardian parla della liberazione di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo in Siria, rapite da al Nusra. In questi anni il tema è delicato per la semplice ragione che in alcune aree di guerra o a grande presenza di gruppi islamici armati l’uso del rapimento e la richiesta di riscatto (o l’uccisione brutale di ostaggi) sono episodi ricorrenti. Alcuni Paesi mantengono una linea dura con i rapitori nonostante le pressioni interne (Usa e Gran Bretagna, ad esempio), mentre altri sono meno rigidi. Pagare i riscatti può significare incentivarli. Ma non è necessariamente questo il punto: in questo caso il riscatto è stato pagato e poi, se è vera la versione contenuta nel documento segreto, si è mentito.

Buon compleanno John Lennon. E 4mila mani creano un enorme simbolo della pace a Central Park

Central Park, 7 ottobre 2015. Quattromila mani incrociate formano una catena umana: è un gigantesco simbolo della pace. Il tutto per augurare buon compleanno a John Lennon che il 9 ottobre avrebbe compiuto 75 anni, se solo la mano di Mark David Chapman non gli avesse sparato addosso proprio lì, a due passi dalla loro casa, dall’altra parte del parco, l’8 dicembre 1980.


Per realizzare “Imagine Peace” in migliaia si sono radunati dalle prime ore del mattino. A chiamarli lì, proprio sotto casa loro, è stata Yoko Ono. Il flash mob è anche un modo per raccogliere fondi per il John Lennon Educational Tour Bus, l’organizzazione non profit e studio di registrazione mobile che permette agli studenti di produrre musica e video gratuitamente.

Yoko, ha cantato per l’occasione la celebre Give Peace a Chance, il singolo del 1969 della Plastic Ono Band. E ha poi sottolineato che oggi, John, se fosse vivo non esiterebbe a occuparsi di migranti: «John sarebbe stato molto, molto, molto scioccato da quanto sta succedendo nel Mediterraneo e in Europa», ha dichiarato Yoko Ono. «John era un attivista importante», ha aggiunto Yoko Ono, ed «era anche un emigrante», ecco perché le immagini dei migliaia che fuggono da persecuzioni, guerre, fame e povertà estrema lo avrebbero toccato in modo speciale.

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Dopo la catena di pace di oggi a New York, il 9 ottobre Yoko accenderà la torre di luce “Imagine Peace” di Reykjavik. L’installazione rimarrà accesa, come ogni anno, dal 9 ottobre all’8 dicembre. Le celebrazioni toccheranno altre città, oltre New York e Reykjavik. A Los Angeles la stella dedicata a John nella Walk of fame di Hollywood sarà il centro di discorsi e di una cerimonia di taglio della torta.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Balcani, sulle rotte dei rifugiati

La gestione del passaggio dei profughi nella rotta balcanica diventa sempre più strutturata ed organizzata. Mezzi di trasporto coordinati dai vari Governi accompagnano i rifugiati da un punto all’altro della frontiera, facendoli transitare solo qualche ora in centri dove sono identificati. Al ritmo della costruzione dei muri e delle tensioni tra stati vicini, alcune frontiere si chiudono ed altre se ne aprono, le rotte cambiano, ma restano sempre pilotate e controllate dai vari Governi. I migranti, convogliati da un estremo all’altro del paese, diventano invisibili.

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Fino ad oggi la rotta più battuta, dopo l’annuncio del completamento del ‘muro di Orban’ al confine tra Serbia e Ungheria, é quella che attraversa Macedonia, Serbia, Croazia, Ungheria, Austria e Germania. Arrivati in Germania, i rifugiati decidono se restare o continuare verso nord.
Ma lo scacchiere delle frontiere balcaniche è in continuo movimento. Da qualche giorno corre voce di una possibile chiusura della frontiera Croato-Ungherese, in seguito al completamento del secondo muro di Orban. Due gli scenari possibili che si aprono: dalla Croazia i rifugiati saranno portati in Slovenia e da lì in Austria, escludendo quindi l’Ungheria dalle rotte, oppure la Serbia si accorda con la Romania che apre il confine e diventa il nuovo punto di passaggio.

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Diretta conseguenza della gestione in ‘convogli’ dei profughi è lo svuotamento del parco Bristol a Belgrado. Ora ne restano solo qualche centinaio rispetto alle migliaia che transitavano prima. Sono spesso quelli più vulnerabili. Nonostante siano diminuiti, l’assetto dell’accampamento resta uguale: tende ovunque, ma qui i profughi possono ricevere vari tipi di servizi: informazioni di ogni natura, vestiario, cibo, cure mediche, ricarica del telefono e intrattenimento per i bambini. Sono centinaia i volontari che affiancano le numerose organizzazioni internazionali e nazionali presenti. Molti i cittadini che offrono vestiti o cibo.

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La visione di questi profughi – racconta una giovane volontaria – riapre una ferita non ancora rimarginata, quando erano gli stessi serbi a fuggire dalla guerra. Una forma empatica di identificazione.
La solidarietà arriva fino alla frontiera. Al valico di Babska, dove sono convogliati la maggior parte dei rifugiati che entra in Croazia, ci sono decine di organizzazioni in un campo coordinato dalla Croce Rossa, da MSF, da UNHCR e da varie associazioni locali.


La visione di questi profughi – racconta una giovane volontaria – riapre una ferita non ancora rimarginata, quando erano gli stessi serbi a fuggire dalla guerra. Una forma empatica di identificazione.


Ci sono anche decine di volontari venuti da altre città della Serbia. Uno di loro – viene da un paesino a 130 km da Sid – ci racconta di aver raccolto vestiti e scarpe per i profughi attraverso la moschea. Poco prima della barriera con la frontiera croata, ci sono un gruppo di cittadini della Repubblica Cecoslovacca. Ci dicono di essere venuti per solidarietà con i rifugiati, non appartengono a nessuna associazione. Offrono té caldo ed un sorriso, ma anche informazioni che hanno scritto in varie lingue sui cartoni sistemati vicino alla frontiera Viene spiegato che, superati i 150 metri che separano la Croazia dalla Serbia, i profughi devono percorrere 1 km a piedi, saranno poi portati negli ‘shelter’ croati, identificati ed accompagnati alla frontiera ungherese. Da li passeranno “illegalmente” a piedi la frontiera, e continueranno il loro cammino verso l’Austria.

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Nei punti non ufficiali di passaggio, come Subotica da cui sono passati migliaia di uomini, donne e bambini, non resta quasi più nessuno. In mezzo ai rifiuti dell’accampamento di Subotica, restano solo qualche decina di persone. Pachistani. Sono passati dalla Bulgaria. Il resto entra nel sistema ufficiale. Anche gli ‘shelter’, centri di identificazione di chi entra e di chi esce dal paese, si strutturano sempre di più. Uno è in costruzione vicino a Subotica, nell’eventualità della riapertura della frontiera serbo-ungherese. Un cartello all’entrata del cantiere precisa che il ‘Subotica camp’ è finanziato dal Governo Tedesco. C’è pero una minaccia che si fa sempre più reale e che potrebbe stravolgere questi meccanismi di passaggio dei rifugiati attraverso la rotta Balcanica verso nord: la firma di un accordo tra Ue e Turchia per chiudere le frontiere. Gli incontri tra il governo di Erdogan e la Commissione Europea si infittiscono. Dalle prime dichiarazioni si tratterebbe di un controllo rinforzato della frontiera greco-turca in cambio di un finanziamento massivo dei campi profughi dove la Turchia accoglie oggi più di 2 milioni di rifugiati siriani ed una eventuale quota per accessi legali al territorio.


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testo e foto sono di Sara Prestianni per Arci

Propaganda permanente. Il circolo vizioso tra media e governo

Cosa c’è dietro la polemica tra Renzi e i talk politici della Rai? Left questa settimana affronta il tema della comunicazione nelle reti pubbliche ai tempi di Renzi e lo fa con personaggi che hanno fatto la storia dell’informazione televisiva. Corradino Mineo, senatore Pd e ex direttore di Rai News 24, analizza il conflitto per arrivare a una conclusione: Renzi teme le critiche  e per questo motivo «gli serve che giornali, telegiornali suonino all’unisono la grancassa, che vedano la ripresa, diffondano ottimismo, denuncino il pericolo del populismo, cancellino le minoranze».

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Insomma, dopo la Buona scuola, la Buona informazione. Giovanni Minoli, “padre” di Mixer e di programmi storici del servizio pubblico, ex direttore di Rai2, Rai3, Rai Educational, Rai Storia, intervistato dal direttore di Left Ilaria Bonaccorsi, è categorico: «La televisione ha vinto sulla politica e l’ha distrutta, perché ha consumato il significato della parola».  E ancora del servizio pubblico: «Nel mondo globalizzato deve raccontare le radici, con tutte le forme del racconto possibili (cinema, documentario, fiction, informazione)». Loris Mazzetti, capostruttura Rai e braccio destro di Fabio Fazio affronta invece il tema “caldo” della riforma del servizio pubblico. «La realtà è che il governo, con tutto quello che avrebbe potuto e dovuto fare, ha partorito un topolino». La Rai è ancora di più dipendente dai partiti e, in sostanza, Renzi non ha voluto intervenire sulla legge Gasparri. Infine, il ritratto dell’uomo chiave della comunicazione renziana: Filippo Sensi, molto più di un portavoce.
In Società, Left ritorna sul problema delle droghe, con un racconto da un rave in cui gli operatori si sono occupati concretamente di riduzione del danno.  La strana storia della quercia nel simbolo del Pds raccontata da Stefano Santachiara, il dramma del figlio di un testimone di giustizia con Giulio Cavalli e la storia di Althea Gibson prima tennista afroamericana a vincere Wimbledon. Negli Esteri l’Afghanistan: il presidente di Medici senza frontiere Italia, Loris De Filippi, spiega il fallimento della politica occidentale. Ancora il tema dei migranti con un reportage dalla “terra di nessuno” tra Serbia e Croazia. Dal Portogallo poi parla Marisa Matias, del Bloco de esquerda che ha raddoppiato i suoi consensi, con il 10 per cento dei voti alle ultime elezioni,  mentre dalla Spagna la storia di una gitana che è diventata senatrice, Silvia Heredia Martin. Infine, da New York, il fenomeno degli Open Studios, l’arte che invade i quartieri.

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In Cultura un focus sull’arte del Novecento odiata da Hitler e definita “degenerata” e il caso del maestro mangaka Shigeru Mizuki che aveva raccontato a fumetti la storia del dittatore. Per la scienza, il ritratto di Youyou Tu, la farmacologa cinese che ha vinto il premio Nobel per aver scoperto una terapia anti malaria dalla pianta dell’artemisia. E negli Spettacoli Erica Mou, giovanissima e grintosa cantante pugliese col suo album autoprodotto Tienimi il posto.

 

Perché Hillary Clinton è contro il trattato di commercio del Pacifico

«Da quel che ne so e per quel che ho letto il  Trans Pacific Partnership (TPP) per come è adesso non mi piace». È una discreta inversione a U quella di Hillary Clinton, che ieri ha annunciato di non essere d’accordo con gli accordi di commercio con i Paesi del Pacifico che, se ratificati dai Paesi coinvolti, coinvolgerebbero il 40% del Pil mondiale. E consentirebbero agli Stati Uniti di lavorare al contenimento della Cina dal punto di vista economico: tutti i Paesi coinvolti – salvo quelli latino americani che affacciano sul Pacifico – sono a ridosso del gigante asiatico.

In passato Hillary ha sostenuto gli accordi commerciali internazionali e, quando era Segretario di Stato, persino il TPP. La Cnn pubblica un elenco di tutte le volte che Clinton ha difeso l’accordo, elenco chiaramente fornito dalla Casa Bianca, che viene messa in difficoltà dalla presa di posizione dell’ex Segretario di Stato.

Sul commercio internazionale, come su altri temi – la costruzione dell’oleodotto XL Keystone, ad esempio – Hillary sta prendendo posizioni che non ci si aspetterebbe da una figura politica come lei. Ma perché la candidata alle primarie democratiche sceglie questa strada? Proprio perché è una candidata alle primarie e, al momento, i suoi avversari corrono alla sua sinistra e sono entrambi severi critici dei trattati di commercio. Sia Bernie Sanders, che corre nei sondaggi, che Martin O’Malley, lontanissimo, hanno rimarcato il cambio di posizione di Hillary: «Sono lieto che abbia cambiato idea, io lo dico dal primo giorno che questo è un accordo sbagliato», ha detto il senatore socialista del Vermont. Insomma, se Hillary vuole tenere lontani i suoi concorrenti, deve rincorrerli. A giorni (il 13 a Las Vegas) il primo dibattito democratico in Tv, dove Hillary verrà incalzata sulla questione dai conduttori e dagli avversari. E in settimana la stessa candidata presenterà una serie di misure per rafforzare i controlli su Wall street, le banche e la finanza.

Certo, prendere troppo le distanze dall’amministrazione Obama potrebbe contribuire a far sciogliere le riserve su una partecipazione alle primarie a Joe Biden. E questo sarebbe pessimo per Clinton. Uno spot Tv che mette l’accento sulla personalità di Biden, segnata da due tragedie enormi, (qui sotto), voluto dai sostenitori del vicepresidente, è già in circolazione. Anche per lui, che pure è molto popolare, la strada delle primarie sarebbe in salita.

Ma posizioni troppo di sinistra non potrebbero mettere in difficoltà la candidata alla presidenza una volta vinte le primarie? Essere contro gli accordi commerciali, in verità, potrebbe anche rivelarsi una buona carta da giocare contro i repubblicani. In alcuni Stati fondamentali per arrivare alla Casa Bianca – Ohio, Wisconsin, Minnesota ad esempio – le fabbriche hanno chiuso e sono emigrate verso la Cina e ai lavoratori bianchi, per quanto non culturalmente di sinistra, la contrarietà al libero scambio potrebbe piacere. Se poi torniamo al virgolettato di Clinton («A quel che so…per come è adesso»), possiamo notare come la candidata lasci una porta aperta a un nuovo cambio di posizione. Infine, c’è il dato di fatto che il commercio internazionale non è più così popolare come ai tempi di Bill: il centro politico, negli Stati Uniti si è spostato molto a sinistra.

Sul fronte repubblicano va invece segnalato il quasi appoggio di Rupert Murdoch a Ben Carson, il chirurgo afroamericano e molto conservatore. Carson è secondo nei sondaggi, insegue Donald Trump, ma potrebbe diventare il candidato che raccoglie attorno a se la parte conservatrice del partito. Ha il solo difetto di essere nero, cosa che non piace alla destra bianca di alcuni Stati. Qui sotto il tweet con il quale il magnate delle telecomunicazioni benedice Carson.

 

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/minomazz” target=”on” ][/social_link] @minomazz

Qui la nostra guida alle primarie repubblicane

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Marino si è dimesso. Verso il voto in primavera

Contenti sono i 5 stelle, ovviamente. «Non so se vinceremo», dice Alessandro Di Battista, «dipende dai romani, mettiamoci alla prova».

Marino si è dimesso e la città sembra destinata al voto in primavera, con Milano, Bologna, Torino e Napoli. Matteo Renzi è alla ricerca di un candidato, qualcuno che accetti però di andare incontro a un probabile tonfo. «Ci vuole coraggio», dicono dal Pd, in realtà per farsi coraggio. Lo scenario preferito sarebbe stato quello di andare al voto nel 2017, e invece tutto è precipitato. Dopo la vicenda delle smentite sugli scontrini e sulle cene pagate da Marino con la carta di credito del Comune, il Pd ha messo il sindaco alla porta. Lui ha provato a resistere ma prima le dimissioni dei tre più recenti innesti in giunta (Causi, Esposito e Rossi Doria), poi una mozione di sfiducia annunciata dal gruppo del Pd e da Sel, lo hanno fatto desistere. Dei commenti possibili, il primo da segnalare lo fa il collega della Stampa Iacoboni. Sul populismo insiste anche Gianni Riotta.

È stato però Renzi il primo ha cavalcare ogni polemica, anche la più strumentale, contro Marino. E l’esito della sua esperienza amministrativa sarebbe stato sicuramente diverso se fosse stato sostenuto e non osteggiato dal Pd. Solo che il Pd – come Mafia Capitale dimostra – era a Roma parte del problema, di Marino e della città.

Segno dei tempi e di scarsa memoria è che a mettere Marino sulla graticola siano non solo i 5 stelle ma anche la destra che ha sostenuto fedelmente Gianni Alemanno, e la sua esperienza amministrativa, macchiata non dai sei cene, ma da parentopoli.

New York celebra Alberto Burri, a cent’anni dalla nascita

Il Guggenheim di New York dedica una grande retrospettiva ad Alberto Burri dal 9 ottobre al 6 gennaio 2016. Per celebrare il centenario della nascita dell’artista umbro il museo nel cuore di Manhattan ne ripercorre tutta l’opera con la mostra The Trauma of Painting, organizzata da Emily Braun e realizzata con la collaborazione della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri che per questa occasione pubblica il catalogo completo delle opere di Burri in edizione bilingue.

Alberto Burri al Guggenheim di New York

L’intento, raccontano i curatori, è  “esplorare la bellezza e la complessità del processo creativo che sta alla base delle opere di Burri”, tornando – a 35 anni di distanza dall’ultima mostra newyorkese dedicata all’artista –   ad approfondire la  figura di questo protagonista della scena artistica del secondo dopoguerra,  nel quadro dei rapporti tra Stati Uniti e Europa negli anni Cinquanta e Sessanta.

Alberto Burri all’opera

E  prima ancora, a partire dalla dolorosa esperienza che Burri fece proprio negli Usa,  quando  l’artista, che era medico caporale, fu fatto prigioniero nel 1943 e venne portato dagli americani in un campo di concentramento a Hereford, in Texas.  In questo luogo di detenzione Burri, cercando di resistere in quella drammatica condizione, prese a disegnare e a creare utilizzando il carbone, lacerti di juta e altri materiali poverissimi.

Alberto Burri, Grande Cretto Bianco, 1973

La mostra al Guggenheim approfondisce poi la svolta che prese la ricerca di Burri al suo ritorno in Italia nel 1946 quando cominciò a creare quadri astratti caratterizzati da un sottile grafismo. Dal 1949, poi, ecco i Catrami, opere monocrome in cui” il colore viene ridotto alla sua funzione più semplice e perentoria e incisiva”, per dirla con le parole dello stesso Burri.  Era il primo passo verso un’attenzione alla materia che si sarebbe fatta, negli anni successivi, sempre più esclusiva. L’artista umbro aveva così sviluppato in modo originalissimo uno spunto che aveva colto nell’ambiente romano e in particolare nel lavoro di Enrico Prampolini che già nel periodo futurista aveva realizzato opere con parti di colore e di sabbie e che nel 1944 aveva pubblicato arte Polimaterica. Come il Museo Guggenheim mette bene in evidenza con la sua straordinaria collezione, questo era un filone di ricerca che più o meno negli stessi anni era stato sviluppato da Jackson Pollock che, invece, aveva tratto ispirazione dalle “pitture di sabbia” della tradizione indiana in America.

Alberto Burri, Rosso Plastica, 1964

Un altro importante capitolo della mostra nel museo newyorkese  è dedicato ai  Gobbi con cui Burri cancellava ogni divisione fra scultura e pittura.  Il primo Gobbo nacque nel 1950  incastrando sul retro del quadro un frammento di legno che rende irregolare la superficie del dipinto.  In quello stesso anno Alberto Burri realizzò il primo Sacco, un quadro eseguito intelaiando un frammento di tela proveniente da un sacco usato con le cuciture e i rattoppi bene in vista. Negli anni successivi riprese certi effetti di sgocciolatura del colore già presenti nei Catrami e aggiunse ai frammenti  altri materiali di recupero, stracci, lembi di tessuto. Nello stesso tempo cominciò a servirsi d’altri residui, dalle carte alle lamiere, dai legni bruciati alla plastica. Nel 1954 la prima Combustione, il primo intervento con il fuoco su cellotx.

Alberto Burri, Sacco, 1953

Alberto Burri rompe decisamente con la tradizione facendo della materia la vera protagonista dell’opera, ma non si tratta di materia bruta e inerte, in quanto dopo il trauma della guerra, diventa materia viva, carne e sangue di chi era stato al fronte e in senso più universale di un’umanità non arresa di fronte alla distruzione e alla violenza.

Alberto Burri, Gobbo Bianco, 1973

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @simonamaggiorel

Nada: «Canto la Bestia che è in ognuno di noi». Ecco il nuovo singolo in anteprima su Left

Dal 9 ottobre, in piattaforma digitale, esce il nuovo singolo di Nada Malanima, “La Bestia” (Santeria, ottobre 2015). La cantautrice livornese ci concede una seconda chicca di quello che sarà il suo lavoro definitivo che vedrà la luce a gennaio 2016. Una nuova canzone scritta, composta e prodotta da sé. La sua voce inconfondibile, il piglio sempre rock. Anzi, proto punk, come ci spiega. E un video, diretto da Ambra Lunardi, che riprende Nada insieme ai bambini della scuola teatrale Factory di Livorno. In anteprima su Left il singolo, il video e una chiacchierata con la signora del rock italiano.

Bentornata Nada. D’istinto, chi è la Bestia?

La Bestia è la paura che ci attanaglia quando ci mancano le certezze dentro e fuori di noi. Nel video mi è piaciuto circondarmi da bambini, perché loro sono come sono, senza pregiudizi verso quello che non conoscono e non esiste diversità per loro. La paura è solo un gioco. Hanno la curiosità i bambini. E per me stare con loro è stato davvero un bel giocare per dare il senso con le immagini a questa mia canzone.

E il video lo hai girato alle Fonti del Corallo di Livorno. Perché?
Sono delle terme dei primi anni del Novecento lasciate abbandonate al loro destino di macerie nel Duemila, dopo un lontano periodo di fasti e lustrini. È un luogo da favola.

Ci concedi un singolo per volta, in attesa del nuovo album nel 2016. Questo è il secondo dopo “Non sputarmi in faccia” (Santeria/Audioglobe, maggio 2015), in piattaforma digitale. Come mai questa scelta?
Ho pensato che così ogni canzone ha uno spazio suo. Di solito in un album ce ne sono solo un paio a essere seguite e le altre passano quasi sempre inosservate, sempre le più belle. Così facendo vorrei evitare questo. E poi lavorare in studio per preparare un disco in questo modo e con questi tempi da me decisi, è diverso e mi diverto. Mi stimola questo darmi scadenze e fare in modo di essere puntuale ad ogni data prestabilita per l’uscita. Mi sto impegnando per riuscirci perché essendo una perfezionista nella musica mi capita di perdermi nei giorni, nei mesi ed a volte anche negli anni. La cosa più difficile in un disco, per me, non è registrare, cantare, suonare e tutte queste belle cose, ma la vera difficoltà sta nel decidere quando è finito, accidenti. Questo album che ancora non ha titolo uscirà nel gennaio 2016. Giuro!

Intanto sappiamo che dopo una ballata, arriva il proto punk. Giusto?
Nel mio disco suonano alcuni miei amici musicisti “di passaggio”, con loro mi confronto ogni volta che affronto un nuovo lavoro. Uno di questi quando ha sentito “La Bestia” ha urlato : “Ma questo è protopunk”. Così ho deciso di dire così quando mi chiedono : che musica fai? Che genere è? Io allora rispondo sicura: è proto punk, vero proto punk. Anche se non ho capito ancora bene cosa significa davvero. Più o meno…

Sei anche una scrittrice, hai già pubblicato tre libri e ti abbiamo vista a teatro come autrice. Stai scrivendo qualcosa di nuovo?
Si. Dopo il mio album di gennaio uscirà in aprile 2016 il mio nuovo libro. A presto il titolo.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla

Angioni: «Bombardare in Iraq senza una strategia politica? Poco efficace e controproducente»

Se c’è un militare  italiano che conosce  perfettamente la realtà mediorientale, questo è il generale Franco Angioni, comandante del contingente italiano in Libano negli anni più duri della guerra civile che dilaniò il Paese dei Cedri. «Di fronte alle azioni dei miliziani dell’Isis – dice il generale Angioni a Left – i bombardamenti aerei non solo sono di scarsa efficacia ma rischiano di  essere controproducenti perché possono fare vittime fra la popolazione civile».

Generale Angioni, l’Italia sembra prendere in considerazione l’ipotesi di bombardare l’Isis in Iraq. Da profondo conoscitore della realtà mediorientale, qual è la sua valutazione?

L’Italia si è impegnata a dispiegare 4 Tornado in Iraq per missioni di ricognizione e accertamento di obiettivi, senza però il coinvolgimento in azioni di attacco. Ora, invece, sembra che ci sia stato richiesto l’intervento anche in missioni di bombardamento. Sul piano del “rendimento”, considerato che il pericolo maggiore è rappresentato dalle azioni che i miliziani di Isis conducono, il bombardamento aereo non solo è di modesta efficacia ma rischia di rivelarsi controproducente per il pericolo di un coinvolgimento di obiettivi non militari nei raid aerei. Una tragica e recente conferma è il bombardamento che ha colpito l’ospedale di Medici Senza Frontiere a Kunduz, in Afghanistan.

Lo strumento militare in Medio Oriente sembra l’unico praticato.

Purtroppo è così. La politica è stata estromessa dall’azione che si sta conducendo, in Iraq come in Siria, e di conseguenza i risultati non possono dirsi soddisfacenti. Stabilito che la politica deve precedere e gestire l’intervento militare, è indispensabile che l’efficacia dell’azione militare riduca al massimo i “danni collaterali”. Questa vale oggi soprattutto per la Siria, è bene essere chiari su questo punto: ritenere che in determinati casi sia possibile avviare un processo di stabilizzazione senza lo strumento militare, è utopia. Ma è una tragica illusione ritenere che esistano scorciatoie militari che possano portare alla soluzione di crisi e conflitti che chiamano in causa la politica e i suoi protagonisti.

Matteo Renzi ha criticato l’atto unilaterale compiuto dalla Francia con i raid aerei in Siria. Ma ora non si rischia un bis italiano in Iraq?

Coerenza vuole che non sia così. Quanto meno lo spero vivamente. E lo dico partendo dalla lunga esperienza maturata sul campo, e in momenti e luoghi particolarmente difficili, come il Libano negli anni della guerra civile. La situazione è già difficile ed è foriera di grossi pericoli. Non stiamo parlando solo dell’Europa, i protagonisti sono molteplici e spesso in conflitto di interessi fra loro (vedi Arabia Saudita e Iran).  Per questo ogni azioni deve essere concordata, senza ergersi a improbabili primi della classe, e gli obiettivi militari devono essere assolutamente concordanti con una ben definita strategia politica.