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Hasta la Victoria Ernesto. 48 anni dalla morte del Che

Rivoluzionario, combattente, medico, leader carismatico, visionario, mito e icona indiscussa del Novecento, Ernesto Guevara de la Serna, passato alla storia come il Che è stato tutto questo. Protagonista della scena politica del Novecento Guevara morì esattamente 48 anni fa dopo essere stato ferito e catturato da un reparto anti-guerriglia dell’esercito boliviano con i supporto degli Stati Uniti e della Cia. Il carisma del Che era tale che fu inizialmente sepolto in un luogo segreto, nonostante questo ha continuato negli anni a incarnare il modello del vero rivoluzionario e a segnare radicalmente l’immaginario politico e ideologico di giovani e adulti, fino a diventare un vero e proprio simbolo di massa per la sinistra nel mondo. Non è un caso che la famosissima foto di Korda che lo ritrae, intitolata Guerrillero Heroico sia stata una degli scatti più riprodotti del XX secolo. Il volto di Che Guevara è apparso e appare tutt’ora su libri, riviste, cartoline, poster, bandiere e T-Shirt e continua, con la sua storia, a rappresentare a quasi 50 anni dal suo assassinio un punto di riferimento.

Ecco qualche scatto e qualche aneddoto sul guerrigliero.

Il soprannome di “Che” venne attribuito a Guevara dai compagni di lotta cubani in Guatemala e deriva dalla locuzione “che” che Ernesto, come la maggior parte degli argentini, era solito usare come intercalare per attirare l’attenzione dell’interlocutore.

Il suo certificato di nascita riporta la data del 14 giugno del 1928. Julia Constenla, storica e amica personale della madre del Che, Celia de la Serna, racconta però che quest’ultima le abbia confidato di essere incinta al momento del matrimonio con Ernesto Guevara Lynch, che la vera data di nascita del figlio era il 14 maggio e che il certificato di nascita era stato falsificato posticipando la data di nascita di un mese per evitare lo scandalo.

Nonostante venga ricordato anche per la sua famosa frase: «Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza», c’è chi sostiene che il Che si sia in realtà macchiato di crimini di guerra abusando della sua autorità conferitagli all’interno dell’esercito rivoluzionario.

Quella volta che Che Guevara, Renzi e Berlusconi

Matteo Renzi, diventato segretario Pd, ha appeso fra i quadri scelti per il suo ufficio al Nazareno, una foto di Korda in cui Che Guevara e Fidel Castro giovano a golf (foto in apertura). E, proprio sotto questo scatto è avvenuto il primo incontro a porte chiuse con Berlusconi.
A detta di molti anche se sicuramente il Che era stato testimone delle situazioni peggiori, “assistere” a questa chiacchierata deve averlo fatto probabilmente rivoltare nella tomba.

Buona scuola, è ribellione al Sud: «Alternanza scuola-lavoro? Ma dove?»

Sarà una goccia in mezzo al mare, ma comunque è simbolica, segno di un malessere profondo. Il Sud si ribella alla Buona scuola. Tre consigli comunali del Mezzogiorno hanno votato una mozione contro la legge 107, indirizzandola al presidente del Consiglio e ai presidenti delle Camere. Sono Gravina di Puglia (che aveva bocciato la riforma renziana quando ancora era un ddl), Lamezia Terme (Catanzaro) e Cinquefrondi (Reggio Calabria). «È un sostegno alla lotta degli insegnanti, contro la controriforma della scuola», afferma Michele Conìa, giovane sindaco di Cinquefrondi, a capo di una giunta che fa capo alla lista civica di sinistra Progetto Rinascita. Il consiglio comunale ieri ha approvato l’ordine del giorno anti Legge 107.

«Al Sud la situazione è particolarmente drammatica soprattutto perché le diseguaglianze sono sotto gli occhi di tutti», aggiunge Rosanna Giovinazzo, docente che fa parte del collettivo insegnanti calabresi Partigiani della scuola, uno dei comitati più combattivi nell’ultimo anno nella lotta contro la Buona scuola. Quali sono le principali storture che in un territorio come quello della piana di Gioia Tauro, circa 200mila abitanti, un tasso di disoccupazione altissimo e il problema della dispersione scolastica? Prendiamo uno dei capisaldi della Buona scuola, l’alternanza scuola-lavoro. «Dove potranno andare gli studenti, per esempio degli istituti tecnici occupati per 400 ore nel triennio? In un supermercato, in un oleificio?», sottolinea la docente. Il rischio che con l’alternanza scuola-lavoro si vada incontro ad uno sfruttamento del lavoro giovanile è evidente. Un altro aspetto è quello legato alle erogazioni liberali, lo School Bonus che permette ai privati che effettuano donazioni di detrarne il 65 % dalle tasse. «Chi vuole che venga a finanziare l’ultima scuola della Calabria?», si chiede l’insegnante. Chiara la sperequazione tra territori come quello calabrese e quello di altre regioni, soprattutto del Nord, dove privati, fondazioni e imprese da tempo “aiutano” le scuole.

Come si legge anche nella mozione votata dal consiglio comunale di Cinquefrondi è anche il sistema di valutazione a essere fortemente criticato. Cioè la formazione dei comitati di cui fanno parte anche studenti e genitori e che dovranno scegliere i docenti a cui andrà il bonus in denaro. «I criteri di valutazione del merito dei docenti vanno stabiliti per legge, e non attribuiti a scelte discrezionali di dirigenti scolastici o comitati di cui fanno parte membri esterni, genitori e studenti, che non sono né ben informati sul rendimento, né imparziali. Infatti, l’art 97 della Costituzione stabilisce che “i pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione»», si legge nell’ordine del giorno.

La mozione del piccolo comune calabrese dopo aver valutato tutti i punti critici della Legge 107 considerato che «il mondo della scuola è un settore di primaria importanza, al quale tutti dobbiamo volgere il nostro interesse e le nostre fondate preoccupazioni», delibera infine, «di esprimere solidarietà e soprattutto pieno appoggio alle iniziative, pienamente condivisibili, anche in riferimento alla tutela dei fondamentali diritti costituzionali, degli insegnanti calabresi e di tutt’Italia». Una presa di posizione che non avrà certo ripercussioni sull’effettiva attuazione della legge, ma che ben rappresenta un disagio diffuso in tutta Italia. Intanto, il 9 ottobre si terrà la manifestazione degli studenti “Vogliamo potere” in oltre 90 città italiane e entro novembre è prevista una mobilitazione del mondo docente. Mentre, va detto, il percorso della legge segna qualche ritardo, visto che la presentazione del Pof (il piano dell’offerta formativa) da presentarsi entro la fine di ottobre slitta a gennaio 2016.

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7 ottobre 2001, cominciava la guerra in Afghanistan. Che non è finita

L’anno prossimo sarà un anniversario tondo, ma non conta: sono 14 anni che si combatte in Afghanistan – molto di più in realtà, è dall’invasione Sovietica che il Paese non conosce pace. Qui sotto una cronologia breve. Mancano molti passaggi, morti, episodi gravi, incidenti, battaglie. Sono troppi per ricordarli: bombardamenti finiti male come a Kunduz, autobomba esplose in mezzo ai civili, raid in scuole dei talebani e uccisioni a freddo delle truppe straniere. E’ la guerra che implica tutte queste cose. E che difficilmente risolve: la decisione di Obama, che probabilmente lascerà in Afghanistan più truppe del previsto, è proprio li a dimostrarlo.

Unioni civili, il nuovo testo è un ulteriore compromesso al ribasso o no?

Gli alfaniani gridano allo scandalo e dicono che la nuova formulazione della legge sulle unioni civili sarebbe «un’inaccettabile forzatura» del Pd. Lo dice così, ad esempio, Maurizio Lupi, presidente dei deputati centristi: «Introdurre tensioni nella maggioranza continuando ad alzare asticelle divisive non è un buon servizio né al governo né al Paese».

E pensare, invece, che il testo che il Pd vuole portare direttamente in aula e senza relatore, per superare l’impasse della commissione giustizia, fa ulteriori concessioni ai conservatori di tutti gli schieramenti. Anche se “non sostanziali” dice a Left Monica Cirinnà, senatrice dem e prima firmataria del testo. In realtà la nuova formulazione – di cui però per leggere il testo ufficiale bisognerà aspettare domani – conferma l’intenzione di non avvicinarsi formalmente all’equiparazione col matrimonio: viene confermata la prudente perifrasi della “formazione sociale”. “ll nuovo testo”, spiega il senatore dem Giorgio Tonini, cattolico, “viene incontro a una delle obiezioni. Dicevano: voi state facendo i matrimoni. Abbiamo quindi chiarito la distinzione fra i due istituti”. “Ma la formula con cui si sanciranno le unioni”, continua Cirinnà, “vi assicuro che ricorda in tutto e per tutto quella dei matrimoni civili”. “Non è un caso”, dice, “che gli alfaniani protestino. Protestano anche perché abbiamo mantenuto la reversibilità delle pensioni”. Questa, con adeguate coperture, dovrebbe esser prevista dall’art. 19.

Cirinnà assicura anche che non c’è alcuna modifica sull’articolo 5 della legge, quello che introduce l’adozione del figlio del partner. Secondo l’anticipazione pubblicata da Repubblica, nel nuovo testo la stepchildadoption sarebbe stata limitata ai figli naturali: “Ma non è vero!”, dice ancora Cirinnà, convinta che a mettere in giro queste voci sia chi – anche nel suo partito – vuole spingere Sel e 5 stelle verso il voto contrario, affossando, a quel punto, la legge.

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Migranti, il piano segreto Ue svelato dal “Times”. E il film già visto dei Cie

Un «piano segreto» per espellere dall’Europa più di 400mila “migranti economici” nelle prossime settimane. Lo riporta il quotidiano Times, alla vigilia del vertice tra ministri degli Interni dell’Ue sull’immigrazione. Quello che discuteranno i ministri, perciò, sarà come organizzare l’espulsione e i rimpatri che riguarderanno i profughi ai quali è stato negata la protezione, quelli che sono stati catalogati dall’Ue “migranti economici” e che sono giunti in Europa nei primi sei mesi del 2015.

Per 120mila accolti, quindi, 400mila saranno rispediti a casa. E la storia, nemmeno troppo lontana, insegna che le espulsioni di massa non solo sono contrarie ai principi della Convenzione di Ginevra, ma sono stati anche il palcoscenico dei peggiori accordi tra Stati.

Espulsioni e rimpatri

Espellerli per rimpatriarli. Dove? Ognuno nel suo Paese d’origine. E se i Paesi d’origine fanno resistenza o problemi – sempre secondo il quotidiano britannico – il piano dei vertici Ue prevede di fare leva sulla minaccia di restrizioni in termini di sostegno economico, di partnership commerciale e di visti concessi ai loro Paesi. Facciamo due esempi: il Niger e l’Eritrea, due Paesi dalle quali provengono molti migranti e con i quali l’Ue intrattiene non poche relazioni.

Le espulsioni collettive di stranieri sono vietate.

Art. 4 del Protocollo alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo

 

Nel frattempo, detenzione

L’accordo, riportato dal Times, prevede anche la detenzione preventiva di chi deve essere espulso, per timore che in attesa dell’attuazione possa fuggire. Cosa che accade nel 60% delle volte. Come ha già, e più volte, scritto il giurista Fulvio Vassallo, in ultimo sullo scorso numero di Left: «Chi oggi sostiene l’introduzione degli hotspot dove trattenere per due o tre giorni i migranti al fine di identificazione, aggiunge poi che chi si rifiuterà di rilasciare le impronte, potrebber essere rinchiuso nei Cie». E sempre nei Cie andrebbero quei migranti che, una volta qualificati “migranti economici” con evidenti “pericolo di fuga”, dovrebbesro essere espulsi.

Sarà anche un piano segreto, ma ha tutta l’aria di essere un film annunciato. E già visto.

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La lotta per la supremazia dei colossi internet nella Silicon Valley spiegata con Games of Thrones

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Le guerre tra i colossi del mondo di internet segnano sempre più i nostri destini. Vanity Fair America in un video rilegge gli scontri e le lotte per il potere che si sono susseguite nel mondo ipertecnologico della Silicon Valley come se fossero gli intrighi di Games of Thrones.
Dal regno di Aol a quello di Google, Facebook e Apple, a minacciare il Trono di Spade in versione tecnologica non sono più i bruti della pluripremiata serie tv di Hbo, ma i “banditi della banda larga”.

Anche nella Silicon Valley quindi: l’inverno sta arrivando.
E la lotta tra i 7 regni del 2.0 è quella per accaparrarsi più visitatori/utenti possibile e far salire le proprie azioni in borsa più dei concorrenti. Nel frattempo, al Nord, gli hacker incombono e tentano di assaltare la grande barriera.

Sicuramente questa versione rivista del fantasy tv, riesce a trasmettere un’immagine ironica e, tutto sommato, abbastanza realistica di quello che accade ogni giorno nei grandi imperi dell’hi-tech.

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L’Ocse: «Così faremo pagare le tasse alle multinazionali “furbette”»

Quante volte avete letto che Google, Apple, Amazon e mille altri gruppi con sedi in tutto il mondo non pagano le tasse? «Lacune e inadeguatezza delle attuali norme fiscali internazionali possono consentire ai profitti di “sparire” dallo sguardo delle autorità fiscali, o consentire lo spostamento dei profitti verso luoghi dove vengono tassati molto poco o non vengono tassati affatto. Se si escludono alcuni casi eclatanti, una parte di queste fughe dal fisco sono determinate dai sistemi fiscali stessi». Così si legge in un rapporto sull’elusione fiscale da parte delle multinazionali presentato oggi all’Ocse (BEPS 2015, final reports). Il testo continua: «Invece di fare investimenti per ragioni economiche, le aziende sono spesso tentate a fare investimenti solo per motivi fiscali, scelte che portano a un’allocazione inefficiente delle risorse».

 

great avoiders table

(Quanto pagano di tasse in Gran Bretagna questi grandi gruppi? Non molto: da 0% a 0,57%)

Di cosa parla l’Ocse? Delle tasse che i grandi gruppi industriali e delle finanza riescono a evitare di pagare surfando tra le pieghe delle regole internazionali e spostando capitali e sedi nei luoghi in cui si paga o si paga meno. L’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo parla di mancate entrate fiscali che si stimano tra il 4 e il 10% del totale delle tasse pagate nel mondo (100-240 miliardi dollari l’anno). Ma nel rapporto si legge che si tratta di stime al ribasso. In tempi di austerità e taglio alla spesa sono risorse che farebbero molto comodo agli Stati.

Sarà stata la crisi esplosa nel 2008 e la enorme perdita di prestigio di banche, imprese finanziarie e multinazionali, sarà l’opinione pubblica che è stanca di vedere i profitti fuggire all’estero, ma l’Ocse e il G20 stanno cercando di mettere a punto un sistema che consenta di recuperare agli Stati quelle entrate fiscali mai pagate. Non sarà facile. Ma certo il tema è cruciale, per i sistemi fiscali (che sono sempre più dipendenti dalle tasse sulle entrate delle persone) e per una migliore allocazione delle risorse (leggi investimenti produttivi).

In un processo lungo due anni e fatto di molte consultazioni e mediazioni, gli esperti Ocse hanno preparato un pacchetto che punta a risolvere questa questione, introducendo standard internazionali e promuovendo la cooperazione tra Stati (ovvero includendo queste nuove regole nei trattati fiscali bilaterali tra gli Stati). Le compagnie che usano i buchi dei sistemi fiscali e le possibilità dell’economia digitale per muovere sedi e fondi non potranno più approfittare di benefici fiscali se poi porteranno i profitti in un luogo diverso rispetto a quello dove producono. E dovranno produrre un rapporto annuale che includa tutte le loro attività Stato per Stato. Un altro luogo del delitto sono i trasferimenti di fondi (magari per vendita di servizi) tra un marchio e un altro all’interno della stessa multinazionale: se il gruppo A con sede in un Paese vende servizi al gruppo B che ha sede in un Paese dove le tasse sono più alte, ed entrambi appartengono alla stessa multinazionale, il gruppo A farà profitti con i soldi di B e la multinazionale nel suo complesso pagherà meno tasse. Anche per questo tipo di pratiche si prevedono standard e regole internazionali.

Serviranno le regole? Un po’, ma non molto. Le reti e campagne che fanno da watchdogs sul tema delle tasse internazionali hanno commentato sostenendo che il piano Ocse è una grande novità ma non è abbastanza coraggioso da cambiare le cose oltre una certa misura.

«È deludente che l’Ocse non abbia affrontato il modo in cui le norme fiscali trattano le varie filiali di multinazionali come se fossero semplicemente gruppi diversi l’uno dall’altro. È questo il difetto centrale che consente alle multinazionali di sfruttare il sistema fiscale internazionale» si legge nel comunicato diffuso da Tax Justice Network.

Drastico anche il giudizio di EuroDad European Network on Debt and Developement«Ora che vediamo il quadro completo di ciò che il processo dell’Ocse sulle tasse produrrà, sappiamo che non riuscirà a raggiungere l’obiettivo dichiarato di garantire che le multinazionali paghino le tasse  nei luoghi dove creano valore». Le Ong e le campagne sostengono che le regole proposte sono troppo complicate e difficili da applicare. Ed è proprio nei buchi e nella complessità dei regolamenti che commercialisti e strateghi fiscali delle multinazionali hanno trovato negli anni il modo di non pagare le tasse laddove fanno profitti.

 

Verso COP21, l’appello della società civile alla conferenza sul clima

L’appuntamento di Parigi, il COP21, si avvicina a grandi passi. E anche se non ne avete sentito parlare, è un appuntamento cruciale. A Parigi infatti il mondo si riunisce per affrontare la questione del cambiamento climatico e cercare di mettersi d’accordo su come fare per invertire la rotta che sta portando l’umanità verso la catastrofe. Crisi economica, necessità di sviluppo e scarsa volontà di prendere impegni vincolanti in sedi internazionali sono gli enormi ostacoli frapposti tra la necessità di trovare accordi efficaci e la possibilità di trovarli. E poi c’è il lobbysmo attivo dei gruppi petroliferi e di altre multinazionali che non ritengono che il cambiamento climatico esista (o preferiscono che il mondo nasconda la testa sotto la sabbia e non imponga loro limiti).

Che questo sia il terzo o quarto anno consecutivo più caldo registrato o che i fenomeni atmosferici estremi si ripetano in maniera sempre più frequente ovunque, non basta. Per tutte queste ragioni la mobilitazione della società civile mondiale è partita da tempo. Tra le cose lanciate in questi giorni l’appello di 350.org firmato da personalità, scienziati, attivisti di tutto il mondo e, tra gli altri, da  Desmond Tutu, Vivienne Westwood, Naomi Klein, Noam Chomsky, Michael Hardt, l’ambientalista Bill McKibben, Vandana Shiva. (e che potete firmare qui)

Il testo chiede di fermare le estrazioni di combustibili fossili, eccone due passaggi.

Non coviamo alcuna illusione. I Governi si sono riuniti per più di 20 anni, ma le emissioni di gas climalteranti non sono diminuite e il clima continua a cambiare. Prevalgono l’inerzia e gli ostacoli, anche se gli avvertimenti della scienza diventano giorno dopo giorno più preoccupanti. (…)

Alla vigilia della Conferenza Onu sul clima che si terrà a Parigi – Le Bourget, dichiariamo la nostra determinazione perchè i combustibili fossili rimangano sotto terra. Questa è l’unica via che abbiamo davanti.

In concreto, i Governi devono cancellare i sussidi all’industria dei combustibili fossili e fermare le estrazioni lasciando intatto l’80% delle riserve esistenti.

Il Fondo monetario taglia le stime di crescita e ammonisce sul rischio di stagnazione

Il Fondo Monetario rivede al ribasso le sue previsioni di crescita per l’anno in corso e mette in guardia da rischi di stagnazione. Nel World Economic Outlook pubblicato oggi, infatti, la crescita mondiale per il 2015 si parla di una crescita al 3,1%, 0,2% in meno di quanto previsto nel luglio scorso e 0,3% in meno dello scorso anno e, questo è il dato preoccupante, numero più basso dall’inizio della lenta ripresa mondiale dopo nel 2009.

A rendere complicata la situazione il pesante rallentamento delle grandi economie emergenti. Nella presentazione del rapporto si legge:
«Si prevede un rallentamento per il quinto anno consecutivo dell’attività nei mercati emergenti e in via di sviluppo», specie per alcune grandi economie e per gli esportatori di petrolio. «In un contesto di calo dei prezzi delle materie prime, di flussi di capitale ridotti e di pressioni sulle valute dei Paesi emergenti, e con l’aumento della volatilità dei mercati finanziari, i rischi di rallentamento dell’economia crescono, in particolare per i mercati emergenti e in via di sviluppo».

I Paesi che in questi anni hanno trainato l’economia mondiale con la loro crescita sostenuta continuano a rallentare, conseguenze anche per l’export dei Paesi sviluppati. In generale, «i rischi al ribasso per l’economia mondiale appaiono più pronunciato di quanto hanno fatto solo pochi mesi fa».

Il World Economic Outlook prevede che gli Stati Uniti avranno la più forte crescita tra i Paesi del G7 sia nel 2015 che nel 2016 (rispettivamente 2,6% e 2,8%), al secondo posto la Gran Bretagna. Nessun’altro, nel G7 – Germania, Francia, Italia, Giappone e Canada – secondo il Fondo Monetario, arriverà a una crescita del 2%. Non nel 2015 e neppure nel 2016.

E l’Italia? Male grazie. Nella tabella qui sotto si può notare come il nostro Paese – nella realtà  e in previsione – sia quello che va peggio degli altri. Peggio della Francia, della Spagna e della Germania (+0,8% nel 2015, 1,3% nel 2016), numeri che difficilmente riusciranno a restituire dinamicità a un mercato del lavoro che, fatte salve le assunzioni dovute al Jobs Act, che difficilmente creano nuovo lavoro, ma semmai lo stabilizzano, ha bisogno di milioni di posti.
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I conservatori britannici giurano: «Meno rifugiati e meno immigrati»

Alla conferenza del partito conservatore britannico a Manchester, la Home Secretary (la minostro degli Interni) Teresa May ha annunciato un piano per restringere il diritto di asilo nel Paese (“tough”, lo ha chiamato, “duro-tosto”).

La May ha anche ribadito la sua intenzione di tagliare il numero di persone che entra nel Paese per ragioni lavorative sotto i 100mila. Una promessa già fatta quattro anni fa all’avvio del primo governo Cameron, e smentita dai fatti: sotto Cameron il flusso di immigrati è continuato come e più che negli anni precedenti. «Con tanta immigrazione è imossibile pensare a una società coesa», ha detto May.

La Danimarca ha invece deciso di complicare la vita a rifugiati e immigrati che volessero richiedere la cittadinanza. Così facendo il Paese scandinavo si conferma il più chiuso nei confronti degli arrivi assieme alla Finlandia.

Il governo di centrodestra ha infatti introdotto nuove misure – in vigore dal 15 ottobre – che aumentano le necessità per chi fa domanda: più test linguistici e più requisiti finanziari (essere autosufficienti per quattro anni e mezzo) e rispondere correttamente all’80 per cento delle domande su temi di attualità danesi.

Inger  Støjberg, il ministro degli Interni, ha dichiarato che «l’acquisizione della cittadinanza danese è qualcosa di molto speciale, e pr questo è ragionevole alzare l’asticella di quando una persona può chiamarsi se stesso danese.». Per essere una delle patrie del welfare socialdemocratico, è un nazionalismo che spaventa. Del resto anche la legge sui ricongiungmenti familiari danese è pessima e quando è stata approvata ha diviso molte famiglie già residenti nel Paese.

«Troppe persone che hanno ottenuto la cittadinanza non parlano danese», ha detto Astrid Krag, del partito liberale Venstre.

Le regole entreranno in vigore il 15 ottobre, dopo un accordo è stato raggiunto tra Venstre, l’estrema destra danese, i conservatori,  l’Alleanza Liberale e i Socialdemocratici. Che inseguono malamente i loro avversari.

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