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Occupare le fabbriche? In Italia sono già 400. Ecco 10 esempi

«Oggi qualsiasi azienda che chiude è persa per sempre. Per difendere posti di lavoro e crearne di nuovi siamo pronti a utilizzare, democraticamente come abbiamo sempre dimostrato, determinate azioni», lo ha detto il segretario della Fiom Cgil Maurizio Landini, ai microfoni di Agorà su Raitre. Landini ha commentato così quanto accaduto ad Air France, dove i dipendenti hanno fatto irruzione nella sede del gruppo per protestare contro il nuovo piano aziendale, con il taglio di 2.900 posti di lavoro: 300 piloti, 900 assistenti di volo e 1.700 personale di terra.

Occupare le fabbriche? Sarei pronto a farlo per difendere il lavoro. Oggi qualsiasi azienda che chiude è persa per sempre. Per difendere posti di lavoro e crearne di nuovi siamo pronti ad utilizzare, democraticamente come abbiamo sempre dimostrato, determinate azioni. Il manager di Air France aggredito dai dipendenti è il segno delle difficoltà e delle disuguaglianze di questo momento. Prima la differenza di stipendio tra un manager e un operaio era di 20-30 volte, ora si è arrivati a 500-1.000 volte. Se il governo ha 5 miliardi, faccia investimenti anziché cancellare la tassa sulla prima casa, spenda queste somme per un piano straordinario di investimenti sul territorio che genererebbe posti di lavoro.

Postato da Maurizio Landini  Martedì, 6 Ottobre 2015

All’indomani del caso Air France –  mentre la foto del manager che scappa con addosso brandelli di camicia fa il giro del mondo – ecco una buona occasione per riportare l’attenzione sui “workers buyout”, o più semplicemente fabbriche recuperate. Dalla Rimaflow, Trezzano sul Naviglio, a Milano – che abbiamo visitato con Left lo scorso mese, il reportage lo trovate cliccando qui – al Birrificio Messina, che andremo a visitare il prossimo 15 ottobre nella città dello Stretto, sempre con il tour Mirafiori Lunapark. E ancora la Ncs di Rimini nata dopo il fallimento della Sia, la Nuova Bulleri Brevetti di Cascina a Pisa, la Raviplast di Ravenna. Di fabbriche recuperate in Italia ce ne sono già, Legacoop – che ne sostiene più di 30 con Coopfond – stima che siano 400 le aziende in fallimento  ripartite sotto forma di cooperativa, dando lavoro a quasi 700 persone. Ecco alcuni casi.

10 esempi di fabbrica recuperata in Italia

D.&C. Modellaria di Vigodarzere, Padova. Riuniti in una cooperativa, gli operai progettano e realizzano costruzioni di modelli per fonderie, in legno, resina, alluminio, ghisa e acciaio. Mischiando i saperi artigianali accumulati in trent’anni e l’uso di moderne tecnologie. Nel 2010, dopo il fallimento dell’ex Modelleria Quadrifoglio, i 12 ex lavoratori dell’azienda sono diventati cooperatori con il supporto finanziario di Legacoop-Veneto: hanno rilevato l’attività utilizzando l’anticipo dell’indennità di mobilità, come previsto dalla legge 223 del 1991 per intraprendere l’attività in cooperativa.

Calcestruzzi Ericina Libera, Trapani. Qui gli operai, anch’essi riuniti in una cooperativa, producono materiale per edifici, utilizzando un impianto di riciclaggio di materiali destinati alla discarica. La Calcestruzzi Ericina, confiscata alla mafia nel 2000, è stata gestita in amministrazione giudiziaria fino al 2009, quando è stata consegnata, come prevede la legge sull’uso sociale dei beni confiscati (La n.109 del 1996), a una cooperativa di 6 soci, già lavoratori dell’azienda prima del sequestro.

GresLab, Scandalino, Reggio Emilia. La cooperativa è nata dalle ceneri della ex-Optima spa, industria operante nel settore della ceramica. L’azienda in liquidazione è stata salvata dai 40 operai che si sono costituiti in cooperativa, con il supporto di Legacoop Reggio Emilia e il finanziamento di Banca etica.

Fonderie Zen, Albignasego, Padova. Nella fabbrica i 141 dipendenti fabbricano componenti per auto e macchine agricole. È uno degli stabilimenti del gruppo di Florindo Garro che nel 2008 contava più di 3mila dipendenti e un fatturato di 510 milioni di euro. Dopo due anni di amministrazione straordinaria, a cambiare il destino della fabbrica ci hanno pensato i lavoratori: circa 2mila euro a testa, per coprire una parte della liquidazione, la costituzione della cooperativa con un capitale sociale di 250mila euro e la parallela costituzione di una srl, tra i dirigenti dell’azienda. Cooperativa e società dei dirigenti hanno avanzato la proposta d’interesse per l’acquisizione della società che, valutata positivamente dal ministero, consente l’acquisizione.

Esplana Sud di Nola, Napoli. L’azienda di imballaggi per ortofrutta, dopo aver messo in cassa integrazione 120 operai, è stata occupata per cinque mesi. Poi si è passati all’autogestione. L’azienda, nel frattempo, veniva messa in liquidazione. Lo scorso aprile Carovana Coop, nata grazie a 40 ex dipendenti che hanno investito il loro trattamento di fine rapporto e l’indennizzo di mobilità, ha rilevato l’ex Esplana

Cantiere Navale di Trapani. I 32 lavoratori licenziati nel dicembre 2011, hanno promosso per otto mesi una campagna di raccolta fondi terminata con la costituzione della cooperativa Bacino di Carenaggio, come del resto avevano fatto qualche anno prima quelli della Cooperativa Cantieri Megaride di Napoli.

Art lining di Reggio Emilia, specializzati nella produzione di interni per cravatte, si sono costituiti in cooperativa dal 2008, i tre soci fondatori sono gli ex dipendenti di Lincra srl.

Vetreria, Empoli. Gli operai producono vetro soffiato, un mestiere sempre più raro. Perciò, oltre ad avviare un workers buyout, hanno avviato anche una scuola di formazione per giovani.

Cooprint, Colle Val d’Elsa, Siena. La tipografia, messa su nel dicembre del 2010 da 13 soci, che hanno rilevato le attività di una storica azienda toscana, Alsaba grafiche, da trent’anni nel settore della produzione tipografica e editoriale.

Ipt (Industria Plastica Toscana) di Scarperia, Firenze. Fabbrica recuperata negli anni 90, adesso è una cooperativa, producevano sacchetti e pellicole per pane, oggi hanno anche avviato un processo di conversione ecologica e si preparano a realizzare shopper biodegradabili.

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Quel movimento argentino del 2001…

Nel 2001 il movimento dei disoccupati argentini apre a un nuovo immaginario l’intero sguardo del mondo: quello che supera la logica della proprietà privata. In Argentina, le aziende recuperate si sono rivelate uno dei progetti più durevoli emersi dalla crisi: 205 aziende recuperate, oggi tutte funzionanti. Fabbriche di cioccolata, scarpe, macchine da stampa, alberghi. Lo racconta bene il famoso documentario di Naomi Klein, The take (2004), e anche alcuni libri come «Sin patron» del Collettivo di giornalisti La Vaca (Carta e Gesco) e «Lavorare senza padroni» di Elvira Corona (Emi). L’ultima, e non per importanza, riflessione la affidiamo a Raúl Zibechi, scrittore e giornalista latinoamericano:

In queste iniziative il lavoro alienante non è più la forma dominante, grazie alla rotazione delle mansioni e alla consapevolezza acquisita dei lavoratori.

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Davvero in Portogallo ha vinto l’austerity?

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I titoli di molti giornali e media italiani e stranieri di ieri parlavano di una vittoria dell’austerity nelle elezioni portoghesi. In effetti la coalizione di centrodestra guidata da Passos Coelho ha vinto le elezioni.  E’ un ottimo risultato ma è condizionato da due fattori: il Partito socialista è quello che era al governo nel momento in cui la crisi è esplosa (come il Labour in Gran Bretagna e il Psoe in Spagna) e paga ancora le conseguenze di quella gestione; il premier socialista dell’epoca, Socrates, è appena uscito dal carcere, dove era finito per questioni di corruzione. I due fattori non hanno aiutato il partito oggi guidato da Antonio Costa, che pure ha guadagnato 4 punti. I risutati – non ancora proclamati – sono quelli rappresentati nella tabella della commissione elettorale portoghese.

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La lettura è semplice: la coalizione di governo perde circa 14 punti percentuali, i socialisti ne guadagnano 4 e la sinistra, divisa in due, 5. La coalizione uscente non ha una maggioranza, l’opposizione alla sua sinistra guadagna 21 seggi.

L’idea quindi che il voto portoghese sia una promozione dei pacchetti imposti da Bruxelles è quindi un po’ fuori fuoco. Del resto la povertà è al 20%, il Paese ha perso quasi mezzo milione di persone emigrate in quattro anni e da quando il Pil è tornato con il segno più non ha mai superato l’1,5% di crescita, che non serve a recuperare il baratro degli anni precedenti. Anche nel Paese iberico serviranno molti anni per tornare al pre-crisi, difficile sostenere che l’austerity abbia pagato. Cosa mancava al Portogallo? Un’alternativa reale e al contempo credibile, probabilmente.

Anche in Spagna, dove si vota il 20 dicembre, si dice che Rajoy potrebbe tornare a vincere le elezioni. Si dirà anche in quel caso che il voto è un successo le politiche di austerity? La verità è che i sondaggi spagnoli di queste settimane danno i numeri – ce n’è persino qualcuno che assegna la vitttoria relativa ai socialisti. E che anche nel caso in cui Rajoy finisse in testa, il voto sarebbe molto anti austerity e anti classe dirigente tradizionale. Anche qui infatti tra socialisti, Podemos e Ciudadanos ci sarebbe un risultato intorno al 60% – a cui vanno aggiunte le forze localiste, spesso di sinistra. Altra certezza: i due partiti che alternandosi hanno guidato la Spagna dalla morte di Franco a oggi, perderebbero voti rispetto alle elezioni del 2011. Tra l’altro Rajoy, che si avvicina alle elezioni, è sotto la lente di Bruxelles per i mancati tagli e un deficiti più alto di quanto promesso.

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(La media dei sondaggi al 4 ottobre, negli ultimi due effettuati Ciudadanos sopra Podemos)

Intanto in Gran Bretagna Corbyn ha vinto la battaglia per la leadersip laburista e gli scozzesi (anti-austerity) dello Scottish National Party hanno fatto il pieno alle ultime elezioni. Due segnali ai quali si accompagna però la vittoria per Cameron nel voto di maggio. E in Francia la promessa mancata di Hollande di rompere con l’austerity alimenta i consensi al Front National e ai repubblicani di Sarkozy.

Ogni Paese europeo ha le sue forze politiche e le sue vicende interne diverse. E i suoi guai. Se c’è una certezza, è che, da Orban alla destra danese, da Podemos al Bloco de Esquerda portoghese, a crescere nei consensi in giro per il vecchio continente sono le forze fuori dalla grande coalizione che ha costruito l’Europa (socialisti/popolari/liberali). Che poi le socialdemocrazie non abbiano saputo dare un’alternativa credibile ai partiti popolari e conservatori non è una sorpresa. E’ per questo che alcuni partiti vincono nonostante tutto. Lo ha scritto bene Walter Munchau sul Financial Times una decina di giorni in un articolo mlto ripreso anche in Italia:

Lo spostamento a destra (delle socialdemocrazie) ha funzionato, inizialmente. Ha portato alle vittorie di Tony Blair in Inghilterra nel 1997 e di Gerhard Schröder in Germania nel 1998. Blair venne rieletto due volte; Schröder una. Queste vittorie hanno creato lo stereotipo ancor oggi in voga fra i dirigenti politici di centrosinistra: quello secondo cui si possono vincere le elezioni solo su posizioni di centro.
Poi sono arrivate le crisi finanziarie e politiche (…) Dopo aver abbandonato i tradizionali strumenti di gestione della politica macroeconomica, il centrosinistra era rimasto privo di alternative. Così, quando la crisi del capitalismo globale ha offerto un’occasione da non perdere, i suoi leader non hanno saputo coglierla. Hanno salvato le banche, invece di nazionalizzare. Hanno imposto l’austerità. Non avevano nulla di originale da dire.

Il tema è questo. L’alternativa di governo a sinistra non ha idee e non si presenta come un cambiamento. Per questo i partiti popolari al potere arrivano primi alle elezioni nonostante abbiano imposto pacchetti di austerity. E per questo quei partiti di sinistra non associati alle politiche di austerity, ma anche capaci di guardare al futuro, prendono molti voti. Ma da qui a dire che con le vittorie come quella del governo portoghese lo scenario è cambiato e si torna al business as usual nel quale le grandi famiglie politiche europee riprendono il centro della scena da sole, ce ne passa. Magari sarebbe anche rassicurante (specie guardando alla Francia), ma non è così: il panorama politico europeo è destinato a rimanere instabile per qualche tempo.

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Scuola e università: il 9 ottobre “Vogliamo potere” studiare

Si chiama “Manuale per una scuola ribelle” ed è una sorta di vademecum per una “sana” contestazione contro la Buona scuola. È diviso in tre parti: nella prima sono contenute informazioni sulla legge 107 perché per contestare bisogna prima conoscere. Nella seconda, si suggeriscono gli strumenti per difendere i propri diritti – dalla didattica all’autogestione – e infine, nella terza, le pratiche di lotta: non solo occupazioni e assemblee ma anche organizzazioni di eventi culturali e proiezioni di film, perché no. Il Manuale (qui) è un po’ il segno della nuova stagione di protesta degli studenti che comincia con la mobilitazione del 9 ottobre. «Se ti rassegni e pensi solo a boicottare si sgonfia tutto», dice Danilo Lampis, coordinatore nazionale dell’Uds (Unione degli studenti). «Bisogna invece trovare attraverso proposte di progetti e di attività, un meccanismo di speranza. All’autoritarismo non si risponde indurendosi, magari in maniera stupida, ma favorendo la partecipazione», continua Lampis che cita la frase che campeggerà nelle magliette di quest’autunno: « È di Ludovico Geymonat e dice: “L’importante è la contestazione e la creazione” ».

 I punti critici della legge 107 che gli studenti contestano

Al primo posto i comitati di valutazione, a cui prendono parte anche gli studenti, com’è noto. Dai comitati dovranno essere “scelti” i prof che poi riceveranno il bonus in denaro. «Stiamo vedendo che c’è un certo ritardo nella formazione dei comitati e lo notiamo con piacere perché propugnano idee punitive e premiali», continua il rappresentante dell’Uds. Gli studenti non ci stanno a «diventare carnefici dei docenti» e propongono come alternativa incontri bimestrali – senza genitori, anche loro nel comitato – in cui magari si evidenzino gli eventuali deficit degli insegnanti da valutare. Il secondo punto critico è l’erogazione dello School bonus, attraverso cui i privati possono erogare denaro e ricevere detrazioni fiscali del 65 per cento. Questo crea disuguaglianze tra scuole e territori. Altro punto critico: l’alternanza scuola-lavoro, per il triennio dei licei di 200 ore, mentre per i tecnici di 400 ore. «Qui il rischio è che si aprano percorsi dequalificanti, magari anche nel periodo estivo. Occorre la garanzia della presenza di un tutor dentro l’azienda e che ci sia un codice etico per le imprese. E vogliamo una carta dei diritti degli studenti. Noi non siamo contro il saper fare ma siamo contro l’andare a imparare un mestiere», conclude Danilo Lampis.

Scuole superiori e università insieme

Per il 9 ottobre sono già previsti un centinaio di cortei nelle città, con una mobilitazione che vede partecipare insieme – von lo slogan “Vogliamo potere” – sia gli studenti delle scuole superiori, che quelli universitari. Il diritto allo studio è diventato ormai un’emergenza, visto che in dieci anni in Italia si è verificato il crollo delle immatricolazioni: ben 80mila in meno. Ogni anno 40mila studenti che hanno tutti i requisiti per avere la borsa di studio rimangono esclusi perché non ci sono soldi a sufficienza. In più adesso, con il nuovo Isee, la quota di studenti non garantiti sarà maggiore. Ma il Ministero, per il momento, nonostante incontri e sollecitazioni e anche dichiarazioni da parte del ministro Giannini, non passa ai fatti. Il diritto allo studio negato fa sì che siamo ultimi in Europa per numero di laureati, con il 22 per cento, rispetto alla media europea che è del 37 per cento.

L’assemblea della Flc Cgil

Di diritto allo studio si è parlato molto anche all’assemblea nazionale della Flc Cgil dell’1 e 2 ottobre (qui i video). Il sindacato ha aderito sia alla manifestazione del 9 ottobre che a quella per il reddito e contro la povertà del 17 ottobre. E sia Francesco Sinopoli nell’introduzione che Domenico Pantaleo in chiusura hanno ricordato la necessità di garantire lo studio a tutti, anche a chi non può per motivi economici. Un “salto culturale” per il sindacato, è stato sottolineato più volte. All’assemblea Alberto Campailla portavoce di Link- Coordinamento universitario ha dipinto, dati alla mano, un quadro drammatico. I beneficiari di borse di studio in Italia sono il 10 %, rispetto al 19 % della Spagna e il 27 % della Francia. Uno studente su quattro ha i requisiti ma non riceve nulla; tra l’altro tutto questo avviene a macchia di leopardo, visto che ogni regione ha il proprio “tetto” per il Dsu. Una situazione difficile che al di là delle cifre si manifesta, ha detto Campailla, «nel numero chiuso e nello sbarramento all’accesso di metà delle facoltà e nel grande tema della didattica che così com’è, oppressa dai tagli, impedisce la formazione di un pensiero critico». Che poi è il problema dei problemi. Come ha ricordato il professor Paolo Rossi, membro del Cun (Consiglio universitario nazionale) citando Orwell, «a un Paese ignorante si possono raccontare frottole». Ma la conseguenza – forse non sufficientemente analizzata dai governi – «è che una popolazione non formata non produce idee a livello di imprese innescando così una spirale negativa». Molto semplice: i mancati investimenti oggi nell’istruzione, ricadranno a mo’ di valanga sul futuro sviluppo economico.

L’Annunciazione di padre Charamsa

ANSA/ LUCIANO DEL CASTILLO

Conferenza stampa, un libro in uscita, un blog aperto a fine agosto e un coming-out alla vigilia di uno degli appuntamenti più importanti dell’universo cattolico, il sinodo sulla famiglia: il sacerdote polacco Krzysztof Charamsa presenta al mondo il suo compagno, seguendo il perfetto schema di lancio di una casa di produzione cinematografica. Annuncia convivenza e omosessualità, e rincara con una frase che non può lasciare indifferenti: «È il momento che la Chiesa apra gli occhi e capisca che la soluzione che propone, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana». E rilancia l’intento di apripista: «Dedico il mio coming out ai tantissimi sacerdoti omosessuali che non hanno la forza di uscire dall’armadio».

Com’è naturale, il dibattito si apre, e altrettanto prevedibilmente, la Chiesa boccia, per tramite del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, l’«indebita pressione mediatica sul Sinodo» esercitata dell’exploit del teologo, che «non potrà continuare a svolgere i compiti precedenti presso la Congregazione per la dottrina della fede (di cui era ufficiale, ndr) e le università pontificie (presso le quali era docente)». Gli altri aspetti della sua situazione «sono di competenza del suo ordinario diocesano», monsignor Ryszard Kasyna, vescovo di Pelplin, che ha già ammonito il prelato a «tornare sulla via del sacerdozio di Cristo».

Temi principali della XIV Assemblea generale ordinaria dei vescovi (istituita da Paolo VI nel 1965), che ha iniziato i lavori stamattina per concludersi il 25 ottobre: l’ammissione alla comunione per i divorziati risposati, le coppie di fatto e l’omosessualità, la contraccezione. A cui si aggiungerà il tema della castità per i prelati? No signore: «l’assise vaticana e le vicende mediatiche sono questioni separate», ha chiarito l’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia. I 270 padri sinodali, provenienti dai 5 continenti, si guarderanno bene dal discutere un’uscita che non può che essere stroncata sul nascere. Ne è riprova il quasi silenzio delle testate cattoliche, che riportano in sordina non la notizia, quanto il commento del portavoce del Vaticano, in secondo piano.

Il punto è: all’interno di un’istituzione che deve al controllo e ai dogmi indiscutibili la propria tenuta, nell’era della comunicazione immediata e senza limiti, che riverbero può avere una dichiarazione del genere?
La ricaduta a pioggia sulle comunità più piccole potrà portare altri preti a uscire allo scoperto, o al contrario, l’epilogo potrebbe essere quello di un oscurantismo di ritorno, proprio in risposta alle modalità spettacolari e clamorose dell’annuncio?

La dottrina cattolica, così come la giurisprudenza e la morale, deve suo malgrado a un certo punto avvicinarsi alla realtà, se vuole continuare a svolgere la sua funzione di barometro valoriale di riferimento (quantomeno per i suoi fedeli). E, il nome di questa realtà, che senso ha mantenere il celibato e soprattutto il voto di castità in maniera assiomatica, quando moltissimi rappresentanti della Chiesa cattolica, intrattengono relazioni (etero o omosessuali)? Ha ancora un senso ai giorni nostri imporre il voto di castità ai sacerdoti?

È possibile immagine una Chiesa che comprenda la pratica dell’amore, anche nei fatti e anche per i suoi rappresentanti?

Dal Tpp al Ttip. Fatto un patto se ne fa un altro?

Tre milioni di cittadini europei hanno firmato per dire “stop” all’accordo di libero scambio e investimenti tra Unione Europea e Stati Uniti: il Transatlantic trade and investment partnership, il Ttip. Ma anche al trattato di libero scambio e investimenti tra Canada e Unione Europea. Intanto Obama porta a casa l’altro super-trattato commerciale, quello transpacifico, che vale da solo il 40% dell’economia mondiale. Per liberalizzare un altro 50% del Pil mondiale (naturalmente Usa e Canada sono conteggiati in entrambi i casi), il ponte da fare è quello sull’Atlantico, quello con l’Unione europea, il Ttip appunto. E una volta incassato il successo, ci sono serie possibilità che gli States decidano di dedicarsi anima e corpo.

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Dati della commissione Finanze del Senato Usa

Barack Obama – questa mattina, 5 ottobre – ha portato a casa l’intesa di libero commercio del Pacifico, quella che coinvolge i suoi Stati Uniti e altri undici Paesi: Giappone, Australia, Brunei, Canada, Cile, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Il Trans-Pacific Partnership Tpp, Trattato di libero commercio e investimenti transpacifico. Dopo anni di negoziati, quindi, è giunta a termine l’intesa che riguarda il 40% dell’economia mondiale. Una vittoria per Obama, che aveva messo questo trattato al centro del suo secondo mandato. Manca solo un piccolissimo passo, il vaglio del Congresso, dopo di che gli Stati Uniti potranno il più grande accordo commerciale concluso dai tempi del Nafta, l’area di scambio del Nordamerica entrata in vigore nel 1994.

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La mobilitazione. Dal 10 al 17 ottobre, la Settimana europea

Se i Grandi procedono, gli oppositori incalzano. All’indomani delle tre milioni di firme raccolte – la campagna è chiusa ufficialmente il 6 ottobre – l’Iniziativa autorganizzata dei Cittadini Europei rilancia e indice, in tutta Europa, la Settimana europea di mobilitazione: dal 10 al 17 ottobre. Sabato 10 sarà una giornata di eventi delocalizzati in gran parte dell’Unione, la più grande delle manifestazioni è attesa a Berlino. Anche in Italia si terranno numerose iniziative e il calendario è in continuo aggiornamento. Dal 15 al 17 ottobre a Bruxelles – in occasione del Vertice europeo – scenderanno in piazza i movimenti che si battono contro il Ttip e quelli contro l’austerità. Anche negli Stati Uniti si protesterà,  il 14 ottobre con una giornata d’azione sull’impatto dei cambiamenti climatici.

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Brian Eno negli archivi di John Peel

Brian Eno si aggira tra gli archivi che furono di John Peel, tra i Dj radiofonici più importanti di sempre, e protagonista (post mortem) delle John Peel Lectures in diretta dalla British Library per onorare uno dei più grandi broadcaster britannici di tutti i tempi. Uno che ha sempre lavorato per la radio pubblica perché, come spiegava, .
Tanti sono stati infatti gli artisti e le band che nel corso dei quarant’anni di messa in onda del programma (1967-2004) hanno poi ricevuto, da appena conosciute che erano, la consacrazione al successo internazionale. Il format era semplice, ma geniale: Peel ospitava in trasmissione una band per un mini – concerto di quattro pezzi. Alcune avevano già un contratto o un singolo in uscita, altre avevano semplicemente mandato un demo-tape agli studi Bbc. Qualche nome? I Pink Floyd, Siouxsie and the Banshees, gli Smiths, i Pulp, Billy Bragg, i Joy Division, PJ Harvey. Molti di quei concerti in miniatura furono poi incisi su un disco su una collana dedicata.

E Brian Eno è lì che,  rispolvera i dischi che furono di John Peel e, nel mentre, in un lungo flusso di coscienza interrotto solo dalle canzoni, si racconta. Del resto lo stesso Eno è una delle pietre miliari della storia della musica: esordisce insieme a Robert Fripp, l’allora leader dei King Crimson,verso l’inizio degl anni ’70, ma senza mai apparire sul palco e rimanendo dietro il sintetizzatore, sua grande passione. Successivamente la collaborazione con Fripp diviene un vero e proprio sodalizio al punto che nascono album come No Pussyfooting, Evening Star e Taking Tiger Mountain, i quali hanno consacrato Eno al successo internazionale.

In seguito Eno cambia rotta e si abbandona a sonorità più evocative ed elettroniche, abbandonando il rock acido e distorto dei primi tempi e arrivando a capolavori come Before and After Science, album questo che lo rese un fenomeno raffinato e di massa al contempo. Evidenetemente però la musica non era sufficiente a Mr. Eno, non era abbastanza. Al punto che vestì anche i panni di produttore discografico, consegnando al successo star internazionali come David Bowie, il duca bianco, gli U2 e i Talking Heads, tanto per citarne alcuni. Negli ultimi anni la musica di Eno è cambiata completamente rispetto agli inizi: così come Violetta ne La Traviata di Verdi, Eno non canta più. Ormai già da qualche anno. E, polistrumentista eclettico quale è, si dedica esclusivamente alla musica strumentale e cosiddetta ambient.

E negli studi di John Peel gli sembra di rivivere il passato in una sorta di reverie a occhi aperti: si racconta, Eno, parla di sè, delle sue scoperte e dei suoi esordi. Della prima volta che ha ascoltato i Velvet Underground , e ciò avvenne proprio grazie alla trasmissione londinese di Peel «non avevo mai sentito una band come quella», racconta mentre mette su il vinile del celebre The Velvet Underground & Nico con I’m Waiting for the Man. «Non ricordo quando li sentii la prima volta. Dev’esser stato nell’agosto del 1967, e fu come un fulmine per me. A quei tempi nessuno passava la loro musica in Inghilterra.»

Ma Eno non manca di trascurare i tempi in cui si esibiva insieme a Robert Fripp in vesti decisamente più eccentriche di quelle attuali: capelli arancioni e pantaloni in spandex. Parliamo degli anni, appunto, di No Pussyfooting e di Evening Star, in cui già si intravedevano le influenze elettroniche e ambient a cui poi Eno sarebbe approdato più tardi.

Ed è proprio No Pussyfooting l’album al centro di un aneddoto che lo lega a Peel: «Quest’album conteneva due pezzi molto lunghi su ogni lato del disco. Peel lo mise su, ma al contrario» , racconta Eno facendosi una grand risata, e prosegue: «allora noi gli facemmo una casetta di venti minuti e gliela mandammo ma anche quella la mise all’indietro. Un intero album di venti minuti all’indietro. Durante la trasmissione, che stavo ascoltando, ho telefonato dicendo “Oddio, ma il mio disco è stato messo al contrario!”, ma la receptionist non mi credette. Un’ora e mezzo più tardi poi Peel mise su l’altro lato, anche quello all’indietro.». (qui la registrazione della trasmissione con No Pussyfooting al contrario)

Se parla di Peel, invece, Brian Eno torna serio: «Penso veramente che sia stato l’unica persona a quei tempi che ha capito che la popular music era anche qualcosa di serio, e non una sciocchezza per ragazzini. ». Va da sè l’importanza delle John Peel Sessions: sono state un luogo importantissimo dove la gente ha realmente potuto conoscersi e conoscere tanti generi musicali. «Erano veramente il centro di qualsiasi cosa ruotasse attorno alla musica». E continua: « E’ strano, John Peel mi è sempre piaciuto, l’ho solo incontrato varie volte, ma non si può dire che io l’abbia mai conosciuto veramente. Sento di averlo conosciuto molto meglio ora per quel che era come persona.» E noi non possiamo che essere d’accordo con lui.

Ma è un fiume in piena, Eno, e in quel guscio protetto che sono gli studi radiofonici di John Peel si lascia andare a considerazioni sull’arte e la cultura: «rappresentano un luogo protetto dove si ha la possibilità di provare sentimenti estremi, a volte anche pericolosi.», afferma con fermezza. «Costituiscono una sorta di “simulatore” nella vita delle persone, consentendo loro di uscir fuori dalla ragione. Penso che dobbiamo ripensare il modo in cui parliamo di cultura, – continua –  ripensare a cos’è e a che valore ha per noi. C’è invece molta confusione a riguardo.».

E ancora: «Viviamo in una cultura che sta cambiando in maniera così incredibilmente veloce» che ci sono più cambiamenti in un mese dei giorni nostri che nell’intero quattordicesimo secolo. «Dobbiamo trovare il modo di essere in sintonia fra di noi e di rimanere coerenti e – aggiunge – penso che sia proprio ciò che la cultura sta facendo per noi.». Mr. Eno parla infatti della cultura come un “insieme di rituali collettivi” ai quali ognuno può legarsi a modo suo. Il re dell’ambient poi non lesina di rivolgere critica all’attuale modalità, più o meno tacita, di pensare all’arte e alla cultura: secondo Eno, infatti, regna il primato della scienza e della tecnologia, «tutte cose con le quali mi trovo in perfetta sintonia e che mi interessano molto», ma che non possono essere ritenute come l’unico centro della cultura.

«C’è l’idea che sono solo quelle le cose importanti, che sono un ingranaggio fondamentale della macchina economica e che sono le uniche cose che hanno reso grande la Gran Bretagna.». E prosegue: Dall’altra parte, le arti, sono relegate a una sorta di nicchia, a un lusso di cui tu puoi godere solo dopo aver sgobbato di duro lavoro.». Mentre invece «penso che anche l’arte e la cultura vadano riconosciute come entità economiche».

Vaccinazioni in calo, Italia peggio dei Paesi dell’est

Il calo dei vaccini è un fenomeno sempre più diffuso in Italia e nel mondo. Secondo le recenti dichiarazioni di Claudia Stein, direttore della divisone informazione dell’Oms Europa, ormai la percentuale di bambini vaccinati nel nostro Paese sta diventando inferiore a quella registrata nell’Est Europa. Le regioni dove la flessione è più consistente sono Marche, Abruzzo, Valle d’Aosta e, nel caso del morbillo, anche la Puglia. Secondo i dati forniti dal ministero della Salute, diminuiscono in particolare proprio i vaccini contro morbillo, seguiti da quelli per parotite e rosolia, subendo una contrazione del 4% rispetto all’anno precedente.

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Qual è l’identikit di chi sceglie di non vaccinare il figlio?

Una ricerca condotta dalle università tedesche di Erfurt e Aquisgrana, in collaborazione con l’americana Rutgers University, pubblicata sulla rivista Policy Insights from the Behavioral and Brain Sciences ha rivelato che i profili dei contrari alle vaccinazioni sono: disinteressati, pigri, calcolatori e, soprattutto, male informati. Secondo lo studio ridurre il pericoloso calo dei vaccini richiede lo sviluppo di attività di informazione, sensibilizzazione e facilitazione.
Soprattutto è necessario diffondere la consapevolezza che alcune malattie hanno ridotto la loro aggressività e la diffusione, ma questo non significa che siano state debellate. In Italia per esempio dall’inizio del 2013 sono stati segnalati 4094 casi di morbillo, di cui 2258 nel 2013, 1696 nel 2014 e 140 nei primi sette mesi del 2015; il 30% dei casi segnalati è stato ricoverato in ospedale e il 25% ha avuto almeno una complicazione.
La flessione costante del numero di vaccinazioni rischia quindi di riesumare virus che non incontravamo da parecchi anni. A provarlo ad esempio un caso registrato in Spagna dove a giugno un bambino è morto a causa della difterite.


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di Pietro Greco


Ritorna la pertosse, primi morti

Tra la malattie “dimenticate” che stanno tornando a colpire a causa del calo delle vaccinazioni c’è anche la pertosse. A ricordarlo è Giovanni Corsello, presidente della Società Italiana di Pediatria, commentando i dati del ministero e dell’Oms e l’allarme lanciato sul tema dall’Istituto Statale della Salute presieduto da Walter Ricciardi. «Come pediatri siamo preoccupati per questo pericoloso fenomeno e per i danni che sta provocando sulla salute dei bambini – dichiara Corsello – Stiamo assistendo al ritorno di malattie che credevamo debellate. Un esempio tra tutti è la morte di bambini per pertosse, malattia che sta avendo una recrudescenza nei bambini nei primi mesi di vita, proprio per il calo della copertura vaccinale». E la cosa non stupisce visto che sono in calo anche i vaccini dei bambini da 0 a 2 anni per polio, tetano, difterite, epatite B e appunto: pertosse. In questo specifico caso la percentuale dei vaccinati si aggira attorno al 94,6%, inferiore quindi al 95% fissato come livello minimo dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale.
Per contrastare il fenomeno, sensibilizzando e informando correttamente, la Società Italiana di Pediatria ha deciso di dedicare gli Stati Generali della Pediatria, previsti per il 19 novembre, proprio al tema delle vaccinazioni.

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Di che parliamo quando diciamo “famiglia”? Matrimoni, divorzi e figli nati fuori dal sacro vincolo in Italia, Europa e Stati Uniti

Di che parliamo quando parliamo di famiglia? Se chiedeste a Giovanardi non avrà dubbi: un uomo, una donna e, possibilmente tre-quattro figli. La verità è più complessa, oggi le famiglie sono mille cose diverse e cambiano a causa delle leggi, delle dinamiche sociali, dell’andamento dell’economia. E’ sempre stato così, anche se ce la raccontiamo in un altro modo. Declino della popolazione, declino della famiglia, calo costante del numero di matrimoni. Non sarà il Sinodo che conviene oggi a Roma a scoprire che la famiglia intesa come coppia sposata ed eterosessuale è sempre meno una rappresentazione del mondo reale. Sono i dati a raccontarlo e persino i nove giudici della Corte Suprema Usa, fatta a maggioranza di conservatori, ha dovuto riconoscere, emettendo una sentenza sul matrimonio omosessuale, che la legge deve definire ciò che esiste, evolvere con la società.
I dati Onu – che la chiesa parla al mondo – indicano come il numero di matrimoni sia in declino quasi ovunque (in più dell’80% dei Paesi), che l’età del matrimonio avanza, cresce il numero di unioni consensuali, così come il numero di divorzi. Naturalmente, parlando di mondo, cultura, religione e giurisprudenza modificano il quadro di Paese in Paese.

Di che famiglia parliamo allora? Vediamo cosa ci dicono i dati relativi alla famiglia italiana, europea e americana.

Gli ultimi dati diffusi dall’Istat sono relativi al 2013 e sono inequivocabili. Per la prima volta si scende sotto i 200mila matrimoni e, naturalmente, se non ci fossero gli immigrati il numero di famiglie tradizionali sposate sarebbe più basso di quanto già non sia.

A diminuire sono soprattutto le prime nozze tra sposi di cittadinanza italiana: 145.571 celebrazioni nel 2013, oltre 40 mila in meno negli ultimi cinque anni. Questa differenza spiega da sola il 77% della diminuzione osservata per il totale dei matrimoni nel 2008-2013. I matrimoni in cui almeno uno dei due sposi è di cittadinanza straniera, dopo il recupero del 2012, scendono di nuovo tornando al livello di circa 26 mila (pari al 13,4% delle nozze celebrate nel 2013).

La diminuzione si deve sopratutto alle nozze tra stranieri. I matrimoni misti, cioè quelli in cui un coniuge è italiano e l’altro straniero, ammontano a 18.273 nel 2013. La tipologia prevalente è quella in cui è la sposa ad essere di cittadinanza straniera: 14.383 nozze (il 78% di tutti i matrimoni misti). Una sposa straniera su due è cittadina di un paese dell’Est Europa (Ue e non-Ue).

Diminuiscono anche i matrimoni successivi al primo, scendendo da 34.137 del 2008 a 30.691 del 2013, ma il ritmo della flessione è più contenuto di quello delle prime nozze. Pertanto, la loro quota sul totale continua ad aumentare, dal 13,8% del 2008 al 15,8% del 2013.

Veniamo all’Europa, con questo grafico Eurostat è di facile interpretazione, la curva che sale è quella dei divorzi e quella che scende, più rapidamente di quanto non salga l’altra, è quella dei matrimoni.

matrimoni e divorzi in Europa

In Europa aumenta in maniera crescente anche il numero di figli nati fuori dal matrimonio, come si legge sul sito Eurostat:

Circa il 40% dei bambini sono nati fuori dal matrimonio nel 2012, mentre la cifra corrispondente per il 2000 era del 27,3% . Le nascite extra-coniugali sono aumentate in quasi tutti gli Stati membri dell’UE-28 nel corso del 2012 rispetto al 2011, con l’eccezione dell’Estonia. In sette Stati membri la maggior parte dei nati è fuori dal matrimonio. Una percentuale ancora maggiore di nati vivi fuori dal matrimonio è stata registrata nel 2012 in Islanda (66,9%). I Paesi del Mediterraneo (Grecia, Croazia, Cipro, Italia e Malta), assieme con Polonia e Lituania sono all’altra estremità della scala, con oltre il 70%, delle nascite che si è verificata all’interno del matrimonio.

Che poi nei Paesi scandinavi il tasso di matrimoni sia calato meno che altrove, che in media si facciano più figli e che, sempre in quei Paesi, sia in media più facile divorziare, ci dice quanto pesino l’organizzazione di un welfare efficiente e una legislazione laica.

Anche negli Stati Uniti il matrimonio tradizionale è in calo. Nel 1990 le persone mai sposatesi erano intorno al 25%, nel 2012 il 40%, mentre i divorziati e separati, erano l’11% nel 1990 e il 14% nel 2012.

Rising Share of Never-Married Adults, Growing Gender Gap
Aumenta in maniera esponenziale le coppie provenienti da esperienze di matrimonio precedente: nel 2013 erano il 40% del totale.

Four-in-Ten New Marriages Involve Remarriage
Interessante anche l’inchiesta campionaria fatta dal Pew Research Center sull’idea di famiglia nella comunità LGBT americana.

Una netta maggioranza di adulti LGBT e il pubblico in generale concordano sul fatto che amore, compagnia e prendere un impegno per tutta la vita siano ragioni molto importanti per sposarsi. Tuttavia, gli intervistati LGBT sono due volte più propensi del pubblico in generale a parlare dll’importanza del matrimonio come momento dell’ottenimento di diritti e benefici (46% contro 23%).

Un altro caso in cui il tema è la legislazione e non l’affettività in generale a essere il tema. La questione non è rendere difficile il divorzio, impedire alle persone di avere diritti uguali per tutti tema ma la percezione diffusa di cosa sia lo stare assieme. Una percezione che cambia.

Di famiglia come costruzione sociale e storica Left aveva parlato con Chiara Saraceno su un numero di Left del 2014. La sociologa autrice di Coppie e famiglie (Feltrinelli, 2012), ecco due delle risposte che diede allora a Donatella Coccoli.

Non è mai stato giusto, perché non c’è niente di meno naturale della famiglia. Il che non vuol dire che è innaturale, certo. Ma la famiglia è una costruzione sociale, legale e normativa. Sono le norme che definiscono quali rapporti di sesso o di generazione sono familiari oppure no. E se noi guardiamo la famiglia da un punto di vista antropologico e storico scopriamo che il modo in cui questo processo normativo è avvenuto è variato molto nel tempo e nello spazio. Ancora fino all’altro ieri, per esempio, si distingueva fra legittimi e naturali. E qui il termine naturale vale meno di legittimo. (…)

La famiglia è cambiata dentro l’eterosessualità del matrimonio proprio nei contenuti, negli obiettivi che ci si aspetta. Il motivo per cui oggi le persone omosessuali si sentono legittimate a considerarsi famiglia è fondato sulle trasformazioni della coppia eterosessuale. Nel momento in cui questa trova la giustificazione – parlo dell’Occidente democratico – nell’affettività reciproca, nella simmetrica uguaglianza, e non necessariamente nella riproduzione, che differenza c’è?

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Un autunno d’arte: da Malevich a Klee a Lautrec, le mostre da non mancare

Malevic, Sportivi, 193

L’avanguardia di Kazimir Malevič apre uno straordinario autunno d’arte in Italia. Dal 2 ottobre fino al 17 gennaio 2016 alla GAMeC ,Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, una importante retrospettiva dell’artista russo curata da Eugenia Petrova, vice direttore del Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, e da Giacinto Di Pietrantonio. L’esposizione presenta circa 70 opere del suprematista Malevič, accanto a pitture di altri protagonisti del primo Novecento. Per la prima volta in Italia, la riedizione de La Vittoria sul Sole, prima opera di arte totale di musica, arte, poesia e teatro, creata da Malevič con Matjusin e Krucenych.

Paul klee al Man
Paul Klee, al Man

Il mondo magico di Paul Klee. Dal 30 ottobre al 14 febbraio 2016 il Man di Nuoro ospita cinquanta opere di Klee, tra dipinti, acquerelli e disegni provenienti da collezioni svizzere e tedesche. Curata da Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno, con il coordinamento scientifico di Raffaella Resch, la mostra ripercorre tutta la carriera di questo complesso e per certi versi controverso artista. Filo rosso della mostra, il tema del principio vitale, generativo della natura che attraversa tutta l’opera di Klee, fra astratto e figurativo deformato e fiabesco.

Touluse
Lautrec in Palazzo Blu a Pisa

La Montmartre di Toulouse Lautrec. Dal 16 ottobre nelle sale di Palazzo Blu a Pisa una interessante retrospettiva dedicata al bozzettista e artista francese che raccontava con sguardo partecipe e implacabile la Bohème parigina. Fino al 14 febbraio 2016 nella città toscana una ridda di suoi ritratti che mettevano in luce la disforia sottesa a forsennate notti nei locali di Parigi della Belle Epoque. La mostra, curata da Maria Teresa Benedetti a Pisa, trova poi un seguito ideale dal 3 dicembre al 3 maggio 2016 nella retrospettiva dedicata all’artista francese che si terrà all’Ara Pacis di Roma.

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Monet alla Gam di Torino

L’attimo fuggente degli impressionisti. Dal 2 ottobre al 31 gennaio la Gam di Torino presenta una retrospettiva dedicata a Monet, grazie a prestiti del museo d’Orsay. Dai primi esperimenti en plein air alle ultime suggestive visioni che fanno naufragare la visione retinica e razionale del mondo in un bagno di luce. Per chi poi volesse continuare il viaggio nell’Impressionismo, l’appuntamento è poi  al Vittoriano a Roma, dal 15 ottobre con Impressionisti Tête-à-tête che propone in un percorso di sessanta opere, un ritratto della società parigina della seconda metà dell’Ottocento. E poi dal 29 ottobre al museo di Santa Caterina a Treviso con la Storia dell’impressionismo. I grandi protagonisti da Monet a Renoir, da Van Gogh a Gauguin: 120 opere dai maggiori musei francesi e d’Europa. Infine: agli ultimi esiti dell’impressionismo, dal divisionismo alla rivoluzione del colore di Van Gogh è invece dedicata la mostra Seurat, Van Gogh, Mondrian, a Verona, al 30 ottobre al 13 marzo 2016: in Palazzo della Gran Guardia 80 opere provenienti dal Kroller Muller Museum

Van Gogh in Palazzo Strozzi
Van Gogh in Palazzo Strozzi

La bellezza è “sacra”? Fino al 24 gennaio 2016 in Palazzo Strozzi a Firenze la mostra Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana, interroga il rapporto tra arte e sacro, tra metà Ottocento e metà Novecento, attraverso oltre cento opere di celebri artisti. Dalla stagione ancora figurativa di  Felice Casorati, a quella astratta du  Lucio Fontana ed Emilio Vedova, inanellando nel percorso capolavori di artisti internazionali come Vincent van Gogh,  del suo maestro ideale Jean-Francois Millet, e poi di Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Henri Matisse e molti altri.

Brueghel a Bologna
Brueghel a Bologna

L’arte fiamminga di Brueghel. La famiglia dei grandi maestri d’inizi Seicento in mostra fino al 28 febbraio 2016 in Palazzo Albergati con opere di Pieter Brughel il Vecchio come La Resurrezione (1563 ca), di Pieter Brueghel il Giovane, come Danza nuziale allʼaperto (1610 circa) e di Jan Brueghel il Vecchio, come Paesaggio fluviale con bagnanti (1595 ) e molto altro. Questa importante mostra analizza la rivoluzione nella pittura nata dal genio della famiglia Brueghel che ha influenzato lungamente la pittura europea. La mostra, accompagnata da un catalogo Skira, è davvero un viaggio appassionante nell’epoca d’oro della pittura fiamminga del Seicento.

Giotto in Palazzo Reale a Milano
Giotto in Palazzo Reale a Milano

La prospettiva di Giotto. Fino al 10 gennaio 2016 Palazzo Reale a Milano ospita una grande mostra dedicata a Giotto e ai suoi predecessori nei primi decenni del Trecento con opere antecedenti l’arrivo del maestro a Milano. La mostra, accompagnata da un catalogo Electa, riunisce alcuni dei grandi capolavori dell’artista fondatore di una nuova pittura italiana. Nei suoi numerosi viaggi, Giotto ha avuto la capacità di attrarre le scuole e gli artisti locali verso il suo stile innovatore, cambiando in modo definitivo i tragitti del linguaggio figurativo italiano. In mostra tredici  opere dell’artista tra cui i lavori giovanili, quelli che testimoniano l’attività padovana e infine la maturità fiorentina.

Raffaello alla Venaria Reale, Torino
Raffaello alla Venaria Reale, Torino

La grazia di Raffaello, la sua straordinaria capacità di assimilare le novità artistiche del suo tempo e di distillarle in una poetica seducente e personale sono al centro della mostra Raffaello e il sole delle arti che fino al 24 gennaio 2016 è aperta nella Reggia di Venaria Reale. Il percorso espositivo racconta la prodigiosa carriera del bel giovane di Urbino che presto divenne il divin pittore,le diverse città dove ha vissuto e gli amori che gli ispirarono quadri come La fornarina. Per raccontare gli anni della sua formazione, accanto a opere di Raffaello figurano dipinti dei maestri da cui apprese il mestiere e ben presto superò, parliamo per esempio del padre Giovanni Santi, del Perugino, del Pinturicchio ma anche di Luca Signorelli. Il percorso poi idealmente prosegue a Roma con la mostra Raffaello, Parmigianino, Barocci. Metafore dello sguardo. Nei Musei Capitolini fino al 10 gennaio 2016 questa esposizione curata da Marzia Faietti, direttrice del gabinetto disegni e stampe degli Uffizi, indaga l’influenza di Raffaello sul raffinatissimo e inquieto Parmigianino e su un protagonista del ‘600 come il Barocci.

Huguette Calandm
Huguette Calandm a Palermo

Mare nostrum dell’arte
La mostra Mezzo del Mezzo, è dedicata alla memoria di una persona che ha pagato con la vita il suo amore per l’arte a cui ha dedicato più di 50 anni di lavoro. Parliamo dell’archeologo Khaled Al-Asaad, barbaramente ucciso dai fondamentalisti dell’Isis. “Un uomo che fino alla fine ha custodito l’’arte e la cultura del Mediterraneo, trasmettendone i valori senza tempo all’umanità intera” si legge nella presentazione della mostra che si apre il 10 ottobre al Museo Riso di Palermo, dedicata al tema del dialogo fra culture, alle migrazioni che sono sempre esistite nella storia del mondo, alla tradizione marittima di aiuto reciproco. Tematiche che sono raccontate da artisti siciliani del Gruppo Forma 1 (Accardi, Sanfilippo, Consagra) che qui dialogano con artisti libanesi (Choucair, Adnan, Caland) che si sono dedicati soprattutto all’arte astratta. L’eredità di Alberto Burri e del suo famoso Grande Cretto di Gibellina è rievocata dalle opere degli artisti contemporanei Raphaël Zarka e Marzia Migliora. Intorno al vulcano Stromboli si incontrano le creazioni di Giovanni Anselmo, ma anche la videoarte di Masbedo e di uno storico documentarista come Vittorio De Seta. E ancora: Emilio Isgrò, Michele Ciacciofera e la palestinese Mona Hatoum raccontano le città del mare, la vita quotidiana, sulle musiche ipnotiche di Hassan Khan. La mostra curata da Christine Macel
Marco Bazzini, Bartomeu Mari resterà aperta fino al 30 novembre e prende vita dal dialogo di 80 artisti in cinque sedi espositive: dal Museo Riso, all’Albergo dei Poveri, fino al Palazzo delle Aquile.

 

Marinella Senatore per Abo, L'albero della cuccagna
Marinella Senatore per Abo

Amaci. Sarà una cuccagna
il 10 ottobre si festeggia la Giornata del contemporaneo indetta dalla rete Amaci che runisce i maggiori musei pubblici e privati che si occupano di contemporaneo in Italia. In questa occasione annuale gli spazi d’arte che aderiscono all’iniziativa di all’iniziativa ospitano mostre, conferenze e laboratori. Un programma multiforme che quest’anno di arricchisce del progetto L’albero della cuccagna ideato da Achille Bonito Oliva. Una sorta di anti Expo dedicato al tema del nutrimento in senso lato a cui partecipano artisti affermati ed emergenti, che dal 25 settembre fino al10 Febbraio 2016 si passano il timone della ricerca. Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, tra musei e fondazioni pubbliche e private l’iniziativa coinvolge oltre 40 artisti, chiamati a realizzare un’opera sul tema carnevalesco (Bachtin docet) dell’albero della cuccagna. “Un simbolo di abbondanza eletto dall’arte a monito, per invitare a riflettere sui temi dell’alimentazione e sulle sue implicazioni sociali” dice Abo. Collegate a questo ambito anche alcune iniziative del museo Madre di Napoli che dal 10 ottobre ospita i Desiderata di Mark Leckey. Ma anche le nuove installazioni di Daniel Buren, Axer / Désaxer, lavoro in situ (si tratta del secondo intervento dell’artista francese al Madre, dopo il lavoro Come un gioco da bambini) e quella del toscano Marco Bagnoli, La Voce. Nel giallo faremo una scala o due al bianco invisibile.

 

Egitto millenario a Bologna
Egitto millenario a Bologna

l’Egitto antico a Bologna. Dal 16 ottobre 2015 al 17 luglio 2016 il Museo Civico Archeologico ospita Egitto. Splendore Millenario. La mostra curata da Paola Giovetti, responsabile del Museo e Daniela Picchi, curatore della sezione egiziana. Sotto le due torri rivive lo splendore di una civiltà millenaria: l’Egitto delle Piramidi, dei Faraoni, degli dei potenti e multiformi. La mostra che apre al Museo Civico Archeologico di Bologna è frutto di una collaborazione internazionale, nata in primis dalla collaborazione fra la collezione egiziana del Museo Nazionale di Antichità di Leiden in Olanda e quella di Bologna. Sono oltre 500 i reperti, databili dal Periodo Predinastico all’Epoca Romana, che dall’Olanda giungeranno al museo emiliano.

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Sul web vincono i Trentenni. “Tutte le ragazze con una certa cultura” miglior serie al Roma Web Fest

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Tutte le ragazze con una certa cultura non è solo la miglior serie web italiana premiata da pochissimo al Roma Web Fest è anche una piccola wunderkammer 2.0 dove, a colpi di citazione e oggetti di culto, si delinea il ritratto ironico e fedele di una generazione cresciuta a merendine, sushi, arte e precarietà. Un’immaginario colto eppure follemente pop, dove Leopardi ha potenzialmente lo stesso valore intellettuale di cartoni e telefilm. Esemplare il momento in cui Luca, il protagonista, discute con la sua “supercar” – non il multi accesseriato Kit della serie con David Hasselhoff, ma una vecchia 500 rossa – di cartoni giapponesi e controcultura. A pochi giorni dal successo del Roma Web Fest abbiamo fatto due chiacchiere con il regista Felice V. Bagnato.

Bene avete vinto il premio come migliore serie web. Soddisfatti?
La cosa che mi ha fatto piacere più dei premi, oltre al successo di pubblico ovviamente, è stato il successo di critica. Per prima cosa nessuno ne ha parlato male e già questo di per sè è un grande risultato, e poi ne hanno scritto davvero in tanti questa è una grandissima soddisfazione. Siamo stati recensiti addirittura su Liberation.

…Non male per un’autoproduzione. Come è nato Tutte le ragazze con una certa cultura?
Il progetto nasce nel 2008 quando Roberto Venturini, l’autore del soggetto, scrisse un racconto intitolato Tutte le ragazze con una certa cultura hanno appeso in camera un poster di un quadro di Schiele. Decisamente un titolo alla Wertmuller. Lo leggo e penso che è perfetto. Un racconto conciso, nato già cinematografico, i dialoghi sembravano fin da subito quasi sceneggiatura. Bisognava farne qualcosa…inizialmente penso a un cortometraggio, ma ormai era un genere che stava svanendo. Eri molto anni 90 se facevi un cortometraggio, cominciavano invece a prendere piede le serie. Il tempo passa e il progetto rimane lì nel cassetto, fino a che nel 2012, assieme a Roberto scriviamo una sceneggiatura, decidiamo insieme agli altri di produrre il primo episodio e vedere come viene…ed eccoci qui. La serie è uscita ufficialmente nel giugno 2014, ma continuerà a girare anche il prossimo anno perché siamo in finale al Berlino Web Festival.

Cosa significa distribuire il proprio prodotto su YouTube? Vale la pena?
Sicuramente YouTube offre una possibilità di visibilità ma ci può essere di meglio. Facebook per esempio. Con il passare del tempo infatti abbiamo notato che le visualizzazioni su facebook possono essere maggiori, in poche ora puoi essere visto da migliaia di persone. YouTube invece ormai è un contenitore in cui trovi qualsiasi cosa: dalla web serie ai gattini. In sostanza Facebook, per chi lavora nel nostro settore, sta diventando sempre di più quello che era YouTube all’inizio, mentre YouTube si ridurrà probabilmente a diventare una tv a pagamento con canali specifici votati a fare visualizzazioni e non qualità.
Dato che noi possediamo il prodotto perché darlo a qualcun altro che alla fine lo gestisce come faresti tu? Se alla fine non ottieni benefici meglio poter scegliere dove andare e cosa fare. Dovendo scegliere oggi probabilmente caricheremmo Tutte le ragazze con una certa cultura direttamente sul social di Zuckerberg.

Qual è lo spettatore ideale a cui puntavate all’inizio?
Lo spettatore tipo ovviamente è il trentenne “con una certa cultura”, insomma tanto per ritornare a quello che dicevamo prima: quello che trovi su Facebook, ma che in più sa essere autoironico, che capisce battute e riferimenti ma non si prende troppo sul serio o comunque è consapevole delle sue debolezze.

Quindi nonostante il titolo strizzi l’occhio “alle ragazze” puntavate ai ragazzi?
Sì, almeno all’inizio sì. Questa storia parte dal punto di vista maschile, quello di Luca che racconta la sua esperienza con un certo tipo di donna. Guarda caso, il tipo di ragazze frequentate dal protagonista si assomigliavano tutte, o meglio, lui tendeva a categorizzarle, a metter loro addosso delle etichette come sui barattoli, a trovare delle somiglianze che dopotutto non ci sono.

Somiglianze che sono ben definite dai gusti artistici.
Arte e cultura sono un po’ il fil rouge della serie. E, per il protagonista, una vera e propria ossessione. Addirittura nelle prime stesure Luca finiva per uccidere la compagna con un Argan. Un’aspirante critico d’arte che assomiglia molto al Patrick Bateman di American Psycho. Una delle opere citate nella serie è proprio quella di Bret Easton Ellis. All’epoca, quando uscì il libro, Ellis fu accusato di essere misogino e sessista, ma quello che faceva era semplicemente mostrare un punto di vista evidentemente distorto della realtà. In Tutte le ragazze con una certa cultura c’è una gran dose di ironia, ma questo è esattamente quello che accade a Luca. Il suo punto di vista non è mai quello corretto, piano piano lo spettatore capisce che è lui quello che sbaglia, che la sua versione delle cose non è quella corretta. E nell’arco narrativo alla fine è sempre Luca quello che fallisce. Non è un eroe, è un perdente e vince solo quando cambia: si taglia la barba e si leva tutte le sovrastrutture, i pregiudizi, con cui era solito analizzare la realtà.

 

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Una serie tutt’altro che maschilista quindi.
Già, avevamo anche pensato di mostrare in ogni puntata i fatti visti dal punto di vista di lei oltre che da quello di lui. In realtà ci siamo riusciti solo nel secondo episodio, perché diventava molto difficile. Nelle prime stesure i due dovevano addirittura uccidersi reciprocamente alla fine di ogni puntata e c’è un finale che non abbiamo mai montato dove in realtà era la protagonista a uccidere Luca. Poi però ci siamo normalizzati. (Ride divertito)

8 episodi di 8 minuti, un formato particolare ma che a quanto pare funziona.
Assolutamente sì, è abbastanza coerente con i tempi del web o meglio con i tempi che il nostro genere di prodotto richiede per funzionare bene sul web. Internet è un grande calderone, ci trovi cose realizzate appositamente per la rete, serie tv diffuse, più o meno legalmente, via streaming online, c’è lo youtuber che gioca su elementi diversi dalla fiction, ma che comunque produce dei contenuti seriali. Il punto quindi è che ogni cosa postata sul web ha un suo formato e un suo minutaggio specifico, dipende sempre da quello che fai, magari per una sketch comedy bastano 2 minuti e mezzo, mentre un documentario ha bisogno di mezz’ora e noi funzioniamo bene con 8.

Diciamolo: il web è anche questione di visibilità, un modo per mostrare comunque un prodotto a un pubblico ampio senza dover trovare qualcuno che ti distribuisca
Sicuramente se non ci fosse stato internet avremmo dovuto muoverci in modo tradizionale cercare un produttore che finanziasse, e che probabilmente non avrebbe finanziato il progetto per non rischiare, bussare molte porte con una possibilità remota di ottenere qualcosa. In questo senso il web ci ha aiutato a fare il primo passo e il percorso è molto più semplice: se hai voglia ci provi e se ci riesci magari vai avanti. In questo internet è molto democratico.

Il successo delle web series è stato tale che abbiamo visto alcuni prodotti pensati inizialmente per l’online sbarcare in tv. Penso a Il Candidato presentato all’interno di Ballarò come striscia comica a fine puntata.
Secondo me un ottimo esperimento e Ludovico Bessegato, il regista de Il Candidato, è un po’ un mito. Pensa che mentre giravamo “Tutte le ragazze” guardavo una sua serie sempre per web, eccezionale dal punto di vista narrativo e visivo, si chiamava “Le cose brutte” e pensavo che era un ottimo modello. Poi più in generale credo sia sempre più evidente che la televisione stia andando verso internet, è un momento di cambiamento totale per cui non ci sono molte certezze su cosa nello specifico accadrà, ma sicuramente la direzione è questa.

Progetti per il futuro?
Abbiamo raggranellato una discreta somma dopo aver vinto svariati premi in alcuni festival. Siamo rientrati di alcuni costi e ci è rimasto abbastanza per investire in una nuova produzione. Magari una seconda serie chissà.

 

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Intanto, se ancora non l’avete vista potete godervi la serie qui

 

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