Il Chand Baori è una fonte-deposito di acqua sacro ad Abhaneri, in Rajastan: 13 piani per 3500 gradini, è stato tra l’800 e il 900. La fonte è sacra e l’accesso ai locali è consentito solo una volta l’anno per una festività religiosa, il “Jel Juline Aka Desi”. Questo tipo di costruzioni sono tipiche del Rajastan e di altre zone semi-desertiche dell’India, e servono a conservare l’acqua e mantenerla fresca. Gli scatti che vedete ritraggono il giorno di festa.
epa04927947 Selahattin Demirtas, the co-chairman of the Peoples' Democratic Party (HDP), speaks to supporters during a rally in the Cizre district, southeastern Turkey, 12 September 2015. A predominantly Kurdish town in south-eastern Turkey is no longer under full-day curfew, a day after the governor of Sirnak province had promised to lift it, according to local media reports. The curfew on the town of Cizre was lifted early 12 September, according to local broadcaster IMC. The curfew had been in place for nine days, imposed by the government after fighting between authorities and Kurdish separatists. EPA/STR
Le elezioni parlamentari di giugno.
Con le elezioni parlamentari di giugno, per la prima volta, il partito pro-curdo è riuscito a superare la temuta soglia di sbarramento del 10% e a garantirsi 80 seggi in Parlamento. Nel periodo immediatamente successivo alle elezioni, quel 13% ottenuto dal Partito democratico popolare, HDP, ha iniziato a essere percepito come una minaccia da parte del Partito dei lavoratori del Kurdistan, PKK, che si è trovato improvvisamente con un alleato più influente e più istituzionalmente accreditato di lui.
Da quel momento, «HDP e PKK si sono trovati a rivendicare entrambi, da diverse posizioni, la vittoria ottenuta alle elezioni. Lo scontro è iniziato come un botta e risposta tra i due gruppi la stessa notte delle elezioni», spiega Mustafa Gurbuz, esperto della questione curda e membro permanente presso il Rethink Institute di Washington.
«Premesso che le radici ideologiche del PKK e dell’HDP erano le stesse fino a pochissimo tempo fa, dobbiamo ammettere che quelle radici si sono profondamente separate il 7 giugno, il giorno delle elezioni; non importa quanto siamo arrabbiati con lui per quello che ha fatto, il leader dell’HDP Selahattin Demirtaş ha diffuso una percezione positiva di queste nuove grandi radici che lui ha creato e con cui è riuscito a guadagnare un alto livello di fiducia nel popolo», dice il giornalista dell’Hurriet Daily News, Sükrü Küçüksahin. Cengiz Çandar, un altro giornalista della stessa testata, esperto della questione curda, è arrivato a equiparare le tensioni tra HDP e PKK a quelle tra HDP e AKP, il partito del presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. In un articolo sull’Hurriyet, Çandarha sostenuto che, a seguito delle elezioni di giugno, il PKK ha utilizzato una strategia di indebolimento non solamente del governo dell’AKP, ma anche dell’ HDP: «Demirtaş è una figura politica con un brillante futuro. Forse questa è stata la ragione per cui il PKK lo ha presentato come un traditore della causa curda, sostenendo l’idea della sua eliminazione politica attraverso una trappola».
Escalation di violenze dopo l’attentato di Suruc. Soltanto un mese e mezzo dopo le elezioni, il 20 luglio, l’attacco kamikaze di un giovane ragazzo curdo affiliato all’Isis uccide 32 attivisti curdi e ferisce 100 persone nella città di Suruc, al confine turco-siriano, di fronte alla città di Kobane. Il tragico evento porta lo scatenarsi nel Paese di molte proteste contro il governo turco, accusato di non aver fatto abbastanza per fermare l’avanzata dell’Isis alla frontiera con la Siria e quindi di essere indirettamente responsabile del terribile massacro. Come ritorsione per l’attentato, il 22 luglio, il braccio armato del fuorilegge PKK decide di condurre un’azione punitiva, rivendicando l’uccisione di due poliziotti turchi nella città di Ceylanpinar, vicino al confine siriano. I due poliziotti vengono, inoltre, accusati dal gruppo armato di aver collaborato con l’Isis per portare a termine l’attentato. L’escalation di violenza porta a un’immediata rottura del cessate il fuoco tra il PKK e il governo turco. Nello stesso tempo il tragico evento mina profondamente, come mai era successo prima, le relazioni tra il PKK e il suo stretto affiliato pro-curdo, HDP. Molte dichiarazioni pubbliche rilasciate durante l’estate dai leader del PKK evidenziano che “la trappola” di cui parlava Çandar era scattata.
Facendo trapelare un crescente disagio nei confronti di Demirtaş, Duran Kalkan, autorevole militante nel PKK, il 27 agosto rilascia un’intervista al giornale turco Yeni Şafak, scagliandosi contro il leader dell’HDP: «Ma sappiamo davvero chi è, che cosa ha fatto o portato a termine finora?». La risposta di Demirtaş non si è fatta attendere a lungo. Ha invitato il PKK a mettere giù le armi e a lavorare per un’incondizionata cessazione delle ostilità: «Non importa da dove viene e che scopi vuole attuare, la violenza deve finire, i poliziotti uccisi dal PKK sono nostri figli». Le sue parole hanno rappresentato la prima forte presa di posizione contro l’operato del PKK. La totale indifferenza degli esponenti del PKK agli appelli per la pace di Demirtaş sono una valida dimostrazione che gli equilibri all’interno del movimento curdo stanno cambiando e che la formazione partitica attualmente in parlamento sta sempre più prendendo le distanze dal suo alleato scomodo.
I principali punti di contrasto
Il principale punto di divergenza tra il PKK e l’HDP è il metodo politico con il quale portare avanti le istanze della questione curda. Secondo gli analisti, mentre l’HDP spera ancora in una soluzione politica alla situazione di stallo attuale, il PKK è fermamente convinto che il negoziato di pace con il governo turco sia definitivamente morto e la ripresa della lotta armata si sia resa assolutamente necessaria. L’ambizione dell’HDP è quella di agire come una vera coalizione di sinistra, con una base di elettorato che vada oltre la popolazione curda e la ripresa della lotta armata da parte del PKK è il primo impedimento alla riuscita di tale progetto. Secondo il co-direttore e ricercatore dell’Istituto turco di Londra, Mustafa Demir: «L’escalation di violenza da parte del PKK ha indebolito il peso politico dell’HDP e ha mostrato a tutti che il suo successo dipende dal sostegno popolare del PKK. Quando i curdi hanno visto i propri rappresentanti entrare in Parlamento e lottare per i diritti democratici curdi, tutti hanno iniziato a mettere in discussione la necessità di una lotta armata», ha detto Demir. «Ma l’escalation di violenza raggiunto con l’attentato di luglio ha nuovamente giustificato la lotta armata del PKK, mentre ha indebolito il ruolo dei rappresentanti parlamentari agli occhi degli elettori curdi», ha aggiunto. Un altro punto di divergenza è la visione del futuro di entrambi i gruppi. Mentre il PKK ha una prospettiva regionale, legata al territorio curdo, che comprende il sud-est della Turchia e parte della Siria, l’HDP sta cercando di affermarsi come un partito turco che rappresenta anche le istanze di chi curdo non è e non solo in quella zona geografica. Entrambi vogliono l’autonomia locale per la regione sud-est a maggioranza curda della Turchia ma le finalità con cui raggiungere l’obiettivo sono profondamente diverse: l’HDP vuole infatti arrivare all’autonomia locale tramite un processo democratico all’interno del sistema politico odierno, mentre il PKK vuole creare zone autonome spesso attraverso l’uso delle armi.
Un precario equilibrio Nonostante le crepe esistenti tra i curdi, i recenti eventi nella città sudorientale di Cizre sono riusciti nuovamente a serrare le fila del movimento. In questa città di centomila abitanti della provincia a maggioranza curda di Şırnak, il 4 settembre l’esercito turco ha lanciato un’operazione contro un focolaio dell’insurrezione armata ripresa alla fine di luglio, con un bilancio finale di almeno 20 vittime tra i civili. Per otto giorni la città è stata accerchiata dall’esercito, è stato imposto il coprifuoco e nell’isolamento totale, si sono consumati scontri durissimi fra militanti del PKK, aiutati da 200 giovani e soldati. Dopo una settimana dalla revoca del coprifuoco a Cizre, la Turchia è stata scossa dall’attentato di Dağlıca, il più sanguinoso nella storia del conflitto fra esercito e PKK, dove hanno perso la vita 16 soldati. E poco dopo 13 poliziotti sono morti in un altro attentato vicino a Iğdır. Questo scenario di continua tensione tra le parti ha un costo altissimo per la popolazione: intere province militarizzate e un aumento delle vittime civili. Né l’esercito e il governo né il PKK sembrano intenzionati a fermarsi. E il PKK riesce a controllare sacche di territorio intere, così come riesce a reclutare molti giovani, rendendo la sua presenza capillare sul territorio. L’HDP alle elezioni di novembre
In questo scenario, l’HDP potrebbe svolgere un ruolo di mediazione tra il PKK, e il governo ad interim, nel quale l’HDP ha scelto di entrare e che deve portare la Turchia alle elezioni anticipate dell’1 novembre. Una mossa difficile, che rischia di deludere parte del suo elettorato, soprattutto quello curdo, se non riesce a trovare un compromesso con l’AKP di Erdogan, il cui unico obiettivo è non far arrivare il partito pro-curdo alla soglia del 10%, eliminandolo così dalla competizione politica. L’aspetto più preoccupante è che gli appelli di Demirtaş al PKK per un cessate il fuoco unilaterale sono caduti nel vuoto. E nelle sue ultime dichiarazioni Demirtaş è sembrato poco disposto a cercare compromessi a oltranza, tradendo un’insofferenza di fondo che non tarderà ad esplodere: «Cizre è la Kobane turca», ha affermato. La legittimità politica del suo partito è messa in pericolo dallo sviluppo del conflitto. L’HDP si trova a dover bilanciare tra il netto rifiuto della lotta armata, grazie al quale si è ritagliato un ruolo di mediazione fra stato e PKK, e la necessità di difendere la causa curda per non perdere consensi preziosi.
Questa intervista è comparsa sul numero 33 di Left – che abbiamo dedicato alla campagna di Jeremy Corbyn. Lo scrittore britannico sarà in Italia oggi a Ferrara al Festival di Internazionale e poi a Pisa al Pisa Book Festival.
Cresciuto in una cittadina della Black Country inglese, a Dudley, Cartwright ha indagato la stagione del thatcherismo in una tetralogia di romanzi, potenti, arrabbiati, vitali, in cui le lotte e le sconfitte della working class sono raccontate attraverso lo sguardo di personaggi non arresi. Da Afterglow, a Heartland, fino al nuovo, Il giorno perduto, scritto con Gian Luca Favetto e pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd, non di rado è il calcio a offrire a Cartwright una prospettiva inedita per illuminare le dinamiche sociali e uno sguardo profondo sulla propria generazione, cresciuta negli anni Ottanta e Novanta. E se in Heartland la vicenda culmina in una tesa partita in cui si affrontano una squadra locale e quella della moschea, nel nuovo romanzo che rievoca la strage dell’Heysen (anno 1985, 39 morti sugli spalti prima dell’inizio della finale di Coppa dei Campioni, Juventus-Liverpool) il crollo dello stadio e lo show che non si ferma diventano una dolorosa metafora degli ultimi trent’anni di storia operaia inglese. Lo scrittore ne parla il 4 ottobre ( alle 14,30) al Festival di internazionale poi al Pisa Book Festival (dal 6 all’8 novembre).
Anthony Cartwright, l’Inghilterra sta ancora pagando il prezzo della stagione thatcheriana?
Ne stiamo ancora pagando il prezzo, eccome! È come se i conservatori in quegli anni fossero riusciti a inserire un cuneo nel tessuto sociale, nei rapporti, nella quotidianità, lacerandoli. Ho sentito l’esigenza di raccontare la distruzione di ogni dimensione collettiva, l’ingiustizia sociale e la disuguaglianza causate dalle politiche thatcheriane. La popolarità di Jeremy Corbyn è una reazione a tutto questo, apre all’idea che ci si possa liberare della velenosa eredità thatcheriana. In un suo romanzo dal titolo emblematico, I killed Margaret Thatcher (2012), la figura della Lady di ferro sembra incarnare lo Zeitgeist degli anni 80…
Sì, e continua a esserlo in questo nuovo romanzo, Il giorno perduto: l’Inghilterra che Christy lascia nel 1985 per andare alla finale allo stadio di Heysel, a Bruxelles, muta rapidamente, si va degradando davanti ai suoi occhi. Una della vittorie più grandi della Thatcher è stata l’atomizzazione della working class. Spezzare i legami fra i lavoratori ha segnato la morte delle forme organizzative che la classe operaia si era data fino a quel momento. Poi, però, dopo le illusioni e le conseguenti delusioni degli anni di Blair, penso ci si sia finalmente resi conto delle terribili disuguaglianze che esistono nel nostro Paese. Da qui nasce il nuovo slancio che hanno preso politiche più egualitarie, come quelle proposte dal leader del Labour party Jeremy Corbyn. Alcuni anni fa giovani manifestanti a Londra accusavano Blair di aver fatto pagare la guerra in Iraq agli studenti con un incremento esponenziale del debito universitario. Anche per questo Corbyn ha fatto della scuola pubblica uno dei punti qualificanti del proprio programma, insieme alla difesa del sistema sanitario?
Negli anni il sistema formativo e l’assistenza sanitaria sono state soggette a una crescente privatizzazione. Penso che i sostenitori di Corbyn (fra cui ci sono anche io) vogliano tornare al principio che sanciva i diritti della persona dalla nascita alla morte, recuperando e ottimizzando i successi del Labour nel dopoguerra. Allora fu un tentativo di creare una società più giusta in cui tutti avessero uguali possibilità di accesso alla formazione e alle cure mediche. Anche chi è di destra non può negare l’evidente inefficienza e ingiustizia del nostro sistema scolastico e sanitario. Ma c’è chi accusa Corbyn di essere un ingenuo ottimista quando propone di ri-nazionalizzare di risorse e servizi come quello dei trasporti o quello sanitario.
Personalmente non penso che proporre una gestione e un controllo pubblico sia una cosa naif. Di recente, per esempio, si è dovuto rendere di nuovo pubblica la gestione della linea ferroviaria East Coast, perché quella privata aveva fallito. E ora è molto più efficiente. Mettere le linee di trasporto a disposizione del profitto di pochi ricchi, a spese della collettività è economicamente fallimentare, oltreché ingiusto. Guardando dall’esterno si ha la sensazione che il Labour party negli ultimi anni abbia solo rincorso la destra sul suo terreno. Anche per questo ha perso le ultime elezioni?
Il Labour si è spostato sempre più a destra negli anni, sì. Questa è un’altra vittoria della Thatcher. Sia la leadership di Gordon Brown che quella di Ed Milliband sono state fortemente influenzate dalle forze di destra. Il partito si è chiuso in politiche sempre più pragmatiche, materialistiche, dal respiro corto. Alcuni laburisti dicono di rappresentare le “aspirazioni” di una parte sociale «moderata», che è un modo eufemistico per dire “rappresentare gli interessi di chi pensa solo a palazzi e auto di lusso”. La grande sfortuna di questo Paese è che il Labour party ha stravolto la propria identità per poter legittimare un’oligarchia economica. «Votate chiunque eccetto Corbyn» andava ripetendo Blair la scorsa estate. L’ala moderata del Labour non ha saputo trovare argomentazioni convincenti per fermare l’ascesa di Corbyn?
È stato un bene che Tony Blair abbia parlato così. Più parlava più la gente si rendeva conto. Più Blair attaccava, più cresceva la popolarità di Corbyn. Blair ci ha traditi tutti, non solo sull’Iraq e sulle conseguenze della guerra. Ha tradito la gente che racconto nei miei romanzi. Personaggi come Christy de Il giorno perduto sono escluse dal sistema. Ma come Tom Catesby dice in Heartland «siamo ancora qui». Le situazioni cambiano. È cambiata l’economia, l’industria. Ma gli esseri umani ci sono ancora. In questo senso penso che Jeremy Corbyn offra una speranza di riscatto che è ciò che cercano i personaggi dei miei romanzi. Una speranza “precaria”, certo, perché gli interessi di parte e corporativi delle destre si muovono per spezzarla. Ma forse è più difficile distruggere questa speranza, che non la Thatcher e i suoi seguaci. Forse finalmente apriamo gli occhi e ci rendiamo conto che siamo ancora qui, più vivi di prima!
Anthony Cartwright Classe 1973, dopo aver lavorato in un impianto di inscatolamento carni, nei pub, al mercato di Old Spitalfields e per la metropolitana di Londra, ha insegnato inglese in diverse scuole dell’East London e del NottingHamshire. Con il suo romanzo d’esordio, The Afterglow, si è aggiudicato il Betty Trask Award. Poi è venuto Heartland e il terzo romanzo How I Killed Margaret Thatcher, nel 2012. Da pochi mesi è uscito in Italia ll giorno perduto, scritto con Gian Luca Favetto e pubblicato da 66thand2nd.
L’intervista con Neffa è pubblicata sul numero 38 di Left in edicola
«Tanto nel mio stereo c’è un blues che mi salverà», canta Giovanni Pellino, in arte Neffa in “Sigarette”, fortunatissimo singolo estivo che ha anticipato la recente pubblicazione di Resistenza. Un album nuovo, con tredici brani inediti, stavolta in versione blues, svelato anche dalla radiofonica “Colpisci”, che vede Valentina Lodovini protagonista del videoclip. Salernitano di nascita e milanese d’adozione, Neffa, sin dagli anni Novanta, solo o in compagnia (con i Negazione e i Sangue misto), con alcuni colleghi (Sud Sound System e J-Ax), da produttore o anche da autore (per Emma e Chiara), si è sempre espresso con diverse personalità sonore. Adesso lancia un grido alla collettività, per resistere. E lo fa al tempo di blues.
Di che resistenza parli?
Di resistenza umana, soprattutto. Quella di un uomo, di un cantante, che attraversa il tempo e le mode, rimanendo con la propria velocità. E resistenza dell’umanità al tipo di vita che la comunicazione moderna ha instradato, molto competitiva, troppo tecnologica.
A cosa dobbiamo resistere oggi?
Appunto, all’avanzamento della tecnologia. Ci sono cose che hanno ancora bisogno del discernimento umano; dobbiamo resistere al desiderio di essere più tecnologici per non essere vuoti.
Cosa manca nella nostra collettività?
La capacità di capire che certe cose, come il pensiero, non possono stare dentro i sistemi tecnologici, dentro i social. Penso all’informazione, ai libri, agli e-book, alla fine mi sembra che tutto questo abbia portato la gente a leggere meno e a essere non informata. La metà dei miei testi (che, tra l’altro, sono nella copertina del cd) sono su internet, ma sono sbagliati. Questa perdita di cognitivismo non fa bene, ricordo di un tour che feci ad Amsterdam con i Negazione, arrivammo lì senza un navigatore, non c’eravamo ma stati, ma è stato bello fermarsi, chiedere alla gente, incontrare persone nuove. Non dico che era meglio prima, ma se tutto ti viene messo davanti risolto non hai più la capacità di risolvere. La tua voce spesso è un mezzo di denuncia: ti piace esporti, dire la tua?
Vengo da ambienti molto politicizzati e trovo importante fare musica con un certo “atteggiamento politico”, che è quello di dialogare, riuscire a toccare la vita delle persone. Certo non mi fido della musica con gli slogan dentro, ma di quella che, quando la sento, mi fa sentire una porzione di cuore. Viviamo in un mondo nuovo, più libero, ma questa libertà non la sappiamo sfruttare. Si guarda alla forma, non ai contenuti. Prendi le campagne elettorali americane… contano più gli scheletri nell’armadio che le politiche di riforma, basta guardare Trump.
Come pensi a ciò che vuoi raccontare nelle tue canzoni?
Qualcosa arriva improvvisamente, io la chiamo “essere aperto”: mi pervadono suoni che aprono scenari nuovi. Questa musica mi dà un tono dentro e arriva ciò di cui voglio parlare. Poi, arrivano le parole. A me piace scrivere canzoni che abbiano un significato profondo che, magari, neanche io colgo subito.
Hai esordito nell’hip hop passando poi alla veste del guaglione rap in “Aspettando il sole”. Poi la musica leggera e il soul. E oggi a una nuova personalità sonora.
Significa questo “essere aperto”?
Sì. Quando da bambino pensavo che fosse bello conoscere i trucchi dei maghi, oggi penso che i trucchi dei maghi sono belli perché non li conosci. Allo stesso modo, non voglio svelare a me stesso il trucco della musica, non sono un trasmettitore di musica ma un’antenna, un ricettore. Mi è sempre piaciuta quella sorta di “negritudine”: Mina, Vanoni, Bennato, Daniele. Allora non capivo ancora che era la presenza del blues e del soul a piacermi, poi ho visto il film The Blues Brothers e ho capito un po’ di più.
Come si trascrive, poi, una scoperta su uno spartito?
Innanzitutto scegliendo bene i musicisti. Nella sua autobiografia, Miles Davis ha scritto che, a seconda del suono che intendeva fare, chiamava il musicista giusto. Quando ho fatto Sigarette, sapevo che il mio chitarrista doveva essere Paolo “Puddu” Albano, perché la sua chitarra aveva il suono che cercavo. Resistenza è un album molto blues, ma ha anche una matrice popolare, come in “Lampadine”, in “Ma Jolie” o in “Occhi chiusi”, che hanno melodie italiane senza tempo. Insomma questo disco l’ho fatto quasi senza accorgermene, me ne sto rendendo conto adesso.
Cos’è stata e cos’è la musica per te? Nell’adolescenza ha riempito tanti silenzi, il vuoto lasciato da alcune domande senza risposta, poi mi ha dato gli amici, un posto nel mondo, un lavoro, una passione, una carriera, un senso insomma. Ho un patto segreto con la musica, per quei silenzi che ha riempito, per cui ogni volta che qualcuno provava a “guastare” io cercavo di preservare la musica. Se togli la musica, è un mondo triste.
Segnali di vita in una città sfigurata dalla guerra. A Kobane, simbolo al contempo di macerie e di lotta, da un quarto di secolo c’è un forno che sei giorni su sette produce il pane per i 365 villaggi del circondario e per la città curda a nord della Siria. Cinquanta persone animano una sorta di rituale giornaliero tenendo in vita l’unico forno della città siriana, rimasto aperto durante 7 mesi di assedio, che continua a lavorare a pieno ritmo per garantire pane gratis e una quotidianità che invece costa ancora troppo.
Da oggi e per i prossimi dieci giorni, a Roma, presso l’Associazione Culturale Pocaluce (in via dei Marsi 59), questo “prodigio” che si ripete ogni giorno è raccontato da una mostra fotografica di Maria Novella De Luca. Abbiamo chiesto alla fotografa, che ha maturato una lunga esperienza in quelle che definisce le “terre dimenticate” del pianeta, di accompagnarci dentro quel forno per farci assaporare questa particolare forma di resistenza.
Come hai trovato il forno?
Quasi per caso. Lo scorso marzo, dopo giorni di attesa a Suruc – la città resa nota dal terribile attentato – e permessi negati, abbiamo deciso nottetempo di entrare a Kobane. La città era semideserta: c’era sono un ristorante aperto e poco altro. Mi ha sconvolto in gran silenzio e la polvere. Poi ci siamo ritrovati davanti a questo edificio nel quale c’era un viavai di persone: 40, 50 operai che lavoravano lungo la catena che dal magazzino della farina passava per il forno, e poi sul nastro trasportatore fino all’imbustamento.
Dove vanno poi quelle buste?
All’epoca dei camioncini portavano nei villaggi circostanti quel pane fatto con la farina coltivata in quelle stesse zone, almeno finché il conflitto ha reso possibile l’accesso alle terre. Credo che chi lo produce riceva una forma di sostegno governativo per poterlo distribuire gratuitamente. Ora che la città si sta ripopolando, molte famiglie vanno direttamente al forno a ritirare la loro busta con le pagnotte.
In un contesto così provato, che cosa ti ha convinta a fermarti a fotografare proprio lì?
Avevo trovato un’attività come se ne possono trovare ovunque in un posto quasi unico per la tragedia che stava vivendo. Se senti nominare Kobane pensi giustamente ad armi e guerra: grazie a quel forno potevo fotografare una storia diversa, con un risvolto positivo, di speranza.
Poi questa storia è diventata una mostra. Com’è accaduto?
Sono stata a Kobane anche durante le elezioni, e conto di ritornarci presto. Il Kurdistan mi ha un po’ accolto. L’idea della mostra è nata un po’ per caso, ma sicuramente anche dall’esigenza di raccontare con una prospettiva diversa quella terra e quella gente: se è vero che ha imbracciato le armi per resistere, è altrettanto vero che preferisce la farina alla polvere e impastare una pagnotta di pane piuttosto che imbracciare un’arma.
Confesso che leggere Scalfari è diventata una scommessa facile. Ogni domenica faccio finta di chiedermi “anche oggi parlerà di Francesco?” e poi inizio a leggere. Di solito non supero neanche la metà della seconda colonna per “vincere”. L’elogio sperticato dell’unico leader universale che il fondatore de La Repubblica riconosca, fa la sua epifania. Confesso anche che domenica scorsa Scalfari mi ha di gran lunga superato. Ha travolto qualsiasi mia scommessa facile, ha invaso ogni singola riga, sin dal titolo, con il “suo” Francesco e lo ha fatto usando parole chiave per noi di Left: «Libertà, eguaglianza, fraternità: sono questi i tre valori che tre secoli fa l’Europa rivendicò ed è su di essi che si sta realizzando l’incontro tra la Chiesa di Francesco e la modernità laica. Un Papa dal linguaggio profetico e rivoluzionario come Lui non s’era mai visto prima: gesuita fino in fondo, francescano fino in fondo, che ha saputo unificare la parte migliore di questi due Ordini della Chiesa, in apparenza molto lontani tra loro. La loro storia è diversa, ma la loro ispirazione ha le medesime finalità della Chiesa missionaria di Francesco: ama il prossimo tuo come e più di te stesso». Dunque per il buon Scalfari le parole della Rivoluzione francese sono quelle con cui Francesco incontra la modernità laica e compie la sua rivoluzione: «ama il prossimo tuo come e più di te stesso». Dice anche che sono “quarant’anni” che lo predica e che ora, sul soglio di Pietro, siamo al suo culmine. Ed in effetti siamo al culmine, è vero. Mai vista tanta spettacolarizzazione di un pontefice, si arriva persino a falsificare ciò che dice in funzione di ciò che si vuol dire. Solo nei miei secoli bui (del Medioevo studiato per anni) ricordo simili cose. Allora faccio piccole precisazioni utili (o inutili), tanto per tenere “fede” alla Storia.
Di quale “libertà” parlerebbe Francesco e la sua Chiesa? Il cristianesimo (figuriamoci poi il cattolicesimo) non ha mai fatto nessuna distinzione tra Dio e Cesare (il potere temporale): il mondo deve essere cristiano, Cesare per primo. Anzi, Dio e Cesare non agiscono più ciascuno per suo conto: Dio pesa su Cesare e Cesare deve rendere a Dio ciò che è di Dio. Cosa intende allora per libertà Francesco e la sua Chiesa? Scalfari può rispondermi?
E di quale “eguaglianza” parlerebbe Francesco e la sua Chiesa? Il cristianesimo (figuriamoci il cattolicesimo) non fu portatore di alcuna rivoluzione sociale: Gesù non è stato il primo socialista e il socialismo non “trae le conseguenze” dalla carità cristiana. La verità storica è che il cristianesimo non pose neanche fine alla schiavitù, non lo aveva come obiettivo. Non aveva nulla da cambiare in questo mondo, semmai sempre nell’altro. “Perché l’importante è lo spirito e non il corpo”, come scriveva Lattanzio (uno dei padri della Chiesa). La verità della fede di Francesco è che non saremmo neanche umani se non ci venisse donata l’anima con il battesimo. Saremmo delle bestie “disuguali”.
E di quale “fraternità” parlerebbe Francesco e la sua Chiesa? Quella che piange i morti in mare? Che assiste i poveri nel mondo? Che regala ombrelli se piove o fa la barba ai barboni? O quella dello slogan “terra, casa e lavoro per tutti”? Ci pensate mai a cosa hanno fatto dell’amore i cattolici? Una vita di proibizioni, peccato, dolore, interposito lino, disuguaglianza, discriminazione della donna (madre e moglie), regole e credenze. Ma Scalfari insiste: «Francesco è stato accusato di simpatie “comuniste”. È un’accusa volutamente e ingiustamente aggressiva, alla quale Francesco ha risposto cristallinamente: “Io predico il Vangelo; se i comunisti dicono le stesse cose, sono loro che adottano il Vangelo». Io, cristallinamente, qualche anno fa scrivevo: «Assurdo a mio avviso tornare, specie se la ricerca è quella di una “alternativa” al socialismo, a ipotetici valori originari di un cristianesimo buono raccontandosi e raccontando la favola di Gesù buono e della Chiesa cattiva. Importante invece è costruire un umanesimo ateo consapevole. Con la certezza che oggi un ribelle geniale, generoso, che lotta per la libertà, l’uguaglianza e la fraternità non sarebbe cattolico. E neanche cristiano». Facciamo che alla “modernità laica” di Scalfari preferisco (ancora e ancora) l’umanesimo ateo.
A Faenza, è in corso l'appuntamento con la musica indipendente italiana, fino al 4 ottobre. Left e la rivista musicale ExitWell, hanno aspettato il #nuovoMei2015 con una serie di interviste ai protagonisti di questa edizione. Chiudiamo in bellezza con il vincitore del SuperMeiCircus, Giovanni Truppi
Un concentrato di ironia, dolore, tenerezza e sorpresa che sfreccia nella sua testa. E, attraverso la sua voce, arriva dritta alla tua pancia. Giovanni Truppi è una raffica di pugni nella bocca dello stomaco. Che, però, ti piace. E non appena ha finito, tu hai già voglia che lui ricominci da capo. Cantore del dentro e del fuori di testa, Truppi ha tre dischi all’attivo: C’è un me dentro di me (Cinico Disincanto, 2010), Il mondo è come te lo metti in testa (I Miracoli – Jaba Jaba Music / Audioglobe, 2013) e Giovanni Truppi (Woodworm / Audiglobe, 2015). Napoletano, classe 1981, è uno dei protagonisti della nuova edizione del Mei, dove oltre a esibirsi verrà incoronato “capo freak” del Super Mei Circus.
Tu ti chiami Giovanni e il tuo nome «è un plurale», canti in “Il mondo è come te lo metti in testa”. «Siamo tantissimi qui dentro. E più lo capisco, più mi rassegno allo sgomento». State tutti bene?
(ride) In questo momento non c’è male. Sai, essendo così tanti è facile che qualcuno di noi possa avere qualche problemuccio, ma poi si riesce a trovare sempre un equilibrio, in modo che il malessere di uno non pesi sugli altri.
Quando ti ascolto mi chiedo: quel modo diretto e preciso di leggere la realtà, dentro e fuori dalla testa, è ragionato o ti viene proprio di pancia?
Entrambe le cose, ci sono contemporaneamente questi due “colori”. Nei testi, uno dei colori che mi piace molto usare è la colloquialità. Quando mi accorgo di aver fatto dei ragionamenti pesi cerco di metterci un elemento che stemperi, al contrario quando registro pensieri spontanei ci lavoro un po’ per non lasciare la cosa alla semplice colloquialità.
Sei al tuo terzo disco, ognuno dei quali sembra avere un’impronta e un’atmosfera diversa. È così?
Il primo disco mi fa sempre pensare a una tesi di laurea, come quando cerchi di far vedere che hai imparato delle cose, e io studiavo la canzone, com’era fatta e come si poteva fare. Ci sono cose alle quali sono molto affezionato, ma in generale è un disco che mi crea un po’ di problemi perché lo considero un po’ troppo scolastico e un po’ poco coraggioso. Il secondo disco è completamente opposto al primo. Se nel primo avevo cercato di stare dentro le regole, nel secondo ho cercato di fare il contrario: non di cambiare appositamente alcune regole, ma di fare come mi pareva. Per il primo album ho lavorato tanto in studio – che poi era a casa mia – per gli arrangiamenti e l’editing, per far quadrare le cose. Invece il secondo è stato registrato in presa diretta in una settimana, anche meno. Dal punto di vista tecnico-musicale è una cosa molto diversa, e anche abbastanza impegnativa. Ricordo che sapendo cosa dovevo fare, quando arrivai in studio, avevo molta paura di non portare a termine il lavoro.
E il terzo album è una via di mezzo?
Sì, rimane una certa libertà però recupera dal primo il gusto di lavorare sugli arrangiamenti.
I dischi si pensano, si scrivono, si arrangiano e poi si devono pure produrre. Tu come hai fatto?
Il primo album ha avuto una gestazione di anni, ci ho potuto lavorare tantissimo grazie all’aiuto di amici, molti amici. Avere tanto tempo e tanti amici mi ha permesso di portare a casa il disco e questa cosa si sente, si sente che è un disco casalingo. La seconda volta, la scelta artistica di avere due strumenti registrati in presa diretta mi ha permesso di abbattere i costi. Diciamo che preferisco scegliere di avere meno cose ma di qualità.
Usciamo dalle sale di registrazione. Nel tour 2013-2014 hai tenuto più di 100 concerti in due anni. Sembrerebbe che il live sia il tuo punto forte, è così?
A me piace molto stare anche in studio. Forse la cosa che mi piace meno è stare a casa a scrivere, è la parte più faticosa perché non so mai dove andare, quindi a volte mi dispero. Poi, però, penso che questo è necessario per i creativi, che sono come degli esploratori, devono scoprire quindi è normale che si perdano.
Tu, il pianoforte e la chitarra, sul palco, siete una cosa sola.
Ho cominciato a suonare il pianoforte a sette anni, ricordo che veniva il maestro a casa. E l’ho studiato per una decina d’anni, privatamente, ma devo dire di non essere stato un allievo molto brillante, non mi piaceva studiare. La chitarra, invece, eccetto un paio di lezioni, l’ho studiata da me, ho cominciato a 14 anni e l’amore non si è mai spento.
La copertina dell’ultimo album – firmata da Cristina Portolano – illustra una sorta di foto di gruppo dei personaggi di cui narri le storie. Reali, immaginari, autobiografici, chi sono?
È una mischia di tutto quello che hai detto, alcuni reali, altri inventati, altri ancora metaforici. E in realtà, poi, si mischiano anche tra di loro. Prendi lo stesso Giovanni, io non sono poi così come mi dipingo. Nelle canzoni hai così poco tempo che i personaggi sono per forza di cose ridotte, diventano bidimensionali, sloganistici. Ognuno di noi è multiforme e questo in una canzone non lo puoi rendere.
Difficile, ma non impossibile. Qualche volta ci sei riuscito, prendiamo, per esempio, il protagonista di “Ti voglio bene Sabino”. Chi è Sabino?
Un mio collega di lavoro. Mi sorprendeva il fatto che mi stessi affezionando a una persona semplicemente perché la vedevo con frequenza, in quel momento con lui non ci parlavamo nemmeno, ma mi accorgevo che dentro di me accadeva un processo strano. E mentre mi accorgevo di questa cosa, il fatto che vedessi un estraneo più delle persone che amavo e amo mi faceva innervosire. Quindi quella canzone è venuta fuori in maniera del tutto spontanea.
A Faenza verrai incoronato come “capo freak” del Super Mei Circus. Laddove c’erano le etichette adesso cosa pensi di trovare?
Non sono d’accordo sul fatto che le etichette non ci sono più, ho pubblicato l’ultimo disco con un’etichetta è per me è stato importantissimo. Fondamentale come contributo logistico, economico, mi ha permesso di fare cose che non avrei potuto fare.
Che vuol dire per te “indipendente”?
Ieri Cesare Basile rispondeva alla stessa domanda di un giornalista, dicendo che «indipendente è una minchiata». Non so bene che dirti, per me l’indipendenza è artistica, a prescindere dallo scaffale economico e dalla filiera lavorativa dove ti vai a inserire. E l’indipendenza, sia artistica che economica, va garantita anche contrattualmente. Ma, davvero, il termine è così ampio che spesso non so nemmeno di cosa si parla. Una cosa è certa, c’è un grande equivoco: dire che l’indipendenza è un genere musicale è un errore gravissimo, intellettualmente, linguisticamente, esteticamente.
Ci vediamo a Faenza, “Stai andando bene Giovanni”.
Certo, qualcuno sta notando l’eccessiva vicinanza, ma è il solito senatore Gotor, bersaniano, abbastanza in solitudine. “Prove tecniche del partito della nazione”, titola un suo post su facebook. Ricorda di aver votato l’articolo 1 con «convinzione», «perché sono state accolte le richieste che avevamo posto a luglio con il documento dei 25». «Credo però», aggiunge, «che siano del tutto impropri i toni trionfalistici utilizzati in queste ore perché ho provato un sincero imbarazzo nel dover constatare che le scelte parlamentari del Pd fossero difese e sostenute in aula con zelo ed entusiasmo dai senatori Falanga e Barani del gruppo di Verdini, come se la riforma del Senato fosse l’occasione per assistere in diretta alle prove tecniche della nascita del Partito della Nazione».
Gotor, però, dovrà abituarsi. Perché se è vero che Verdini – l’ultima volta alle telecamere di Piazzapulita, la7 – dice «Bersani non deve preoccuparsi, l’unica cosa certa è che io nel Pd non entro», è vero anche che proprio l’apporto di Verdini permette al governo di stare tranquillo, di forzare il dibattito con “canguri” vari, e di non temere troppo neanche qualche voto segreto. Il perché lo spiega bene Marcello Sorgi, giornalista de La Stampa.
La novità dei franchi tiratori a favore del governo: per questo al Senato l’opposizione preferisce non partecipare alle votazioni segrete.
A temere i voti segreti – quei pochi che si affronteranno nell’approvazione della riforma costituzionale – sono più le opposizioni, per paradosso. Nel gruppo misto, così come in Forza Italia, qualcun potrebbe esser tentato dall’anonimato. Tanto più che Forza Italia, per esempio, pur chiedendo alle opposizioni di concordare un comportamento unitario – e contrario – in vista del voto finale, dice pure di essere comunque in attesa «di un segnale dal governo sull’Italicum». Se il segnale ci fosse – ma per ora non sembra – tutto cambierebbe. Questo rende ancora più penosa l’opera di ostruzionismo, che comunque, pur stancamente, i 5 stelle e le altre opposizioni stanno conducendo. Girando per il Senato la sensazione che più si raccoglie è quella di una sconfitta. L’accordo con Verdini ha funzionato, a spinto a rientrare la minoranza Pd e ha blindato il disegno del governo. Non resta che sperare nel referendum e nel mentre divertirsi a tenere qualche ora in aula i colleghi. Anche se divertente non è per tutti. Non lo è per i giornalisti, sicuramente. E non lo è per Corradino Mineo, ad esempio. Quando il senatore del Pd ha annunciato un suo voto in dissenso su un emendamento all’articolo 2 della riforma è stato contestato dai suoi colleghi di partito. «Fuori, vai fuori», gli hanno urlato. «Il gruppo è una pentola a pressione», dice Mineo a Left, «io continuo a fare la mia battaglia».
Senza polemica e fuor di battuta, non c’è più alcuna ragione politica per cui Corradino Mineo resti nel Pd e non si unisca a Civati.
Un francese e un italiano vanno a lavoro in bicicletta: uno riceve un incentivo (25 centesimi di euro per chilometro percorso), l’altro non viene neanche risarcito se si fa male durante il percorso. Quale dei due è l’Italiano?
Già, la risposta è purtroppo quella che vi asoettavate. Mentre in Francia – traendo spunto da una sperimentazione su ottomila persone che ha dato risultati incoraggianti – il ministro dell’Ambiente Ségolène Royal promette di estendere il bonus a tutto il Paese, in Italia la discussione è ancora ferma ai buoni propositi ed è ancora troppo diffusa l’idea che la bici sia un veicolo per il tempo libero e non un mezzo di trasporto indispensabile per migliorare la mobilità urbana.
Lo dimostra la sopravvivenza di una norma, confermata di recente dalla Cassazione, sul cosiddetto infortunio in itinere. In pratica, la legge protegge e risarcisce il lavoratore anche nel caso di un incidente accorso nel tragitto casa lavoro e viceversa, ma nel caso questi abbia usato un veicolo privato dovrà dimostrare che l’uso del veicolo fosse “necessitato”. In pratica, se decidi di andare al lavoro in bici ma avresti potuto optare per andarci comodamente a piedi o con i mezzi pubblici non sarai rimborsato in caso di infortunio.
E il principio vale anche se si arriva al lavoro pedalando su una pista ciclabile o in zone interdette ai veicoli a motore: l’Inail ha provato a considerare risarcibili queste ipotesi, ma le pronunce della Cassazione di cui sopra (n. 7970/12 e n. 15059/12) l’hanno costretta a fare marcia indietro.
La speranza ora è riposta in un intervento normativo ad hoc. E potrebbe arrivare dal collegato ambientale alla legge di Stabilità 2014, licenziato alla Camera a novembre 2014 e appena approvato “con modifiche” in commissione Ambiente a Palazzo Madama. Il testo prevede bonus per chi va al lavoro in bici e con i mezzi pubblici e copertura Inail in caso di infortunio sulle due ruote. Ora si tratta di capire se e quando sarà discusso e approvato in Senato per poi fare ritorno nell’Aula di Montecitorio.