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Fame di verità. Il libro inchiesta di Martin Caparròs, vincitore del premioTerzani

Fame di verità libro Martin Caparròs

Dalla Nigeria al Kenya, dall’India al Bangladesh, dagli Stati Uniti alla Spagna. Attraversa più continenti il lungo viaggio intrapreso da Martìn Caparròs per raccontare «lo scandalo del nostro secolo»: la fame, che ogni giorno uccide migliaia di persone. Per rompere il silenzio su questo stillicidio quotidiano il romanziere e giornalista argentino ha scritto una sorta di «opera mondo», un volume di oltre 800 pagine intitolato La fame  pubblicato da Einaudi, in cui l’inchiesta sul campo si nutre di dialoghi, racconti, vividi spaccati di vita, ma anche di flash back di carattere storico e di molti riferimenti letterari.

Esule in Francia e in Spagna durante gli anni della dittatura argentina (1976-83), lo scrittore ha studiando storia alla Sorbona e appartiene alla grande scuola della crónica, sudamericana. Che non ha niente a che fare con quel che intendiamo noi per cronaca, ma fonde reportage e letteratura. Un genere portato ai più alti livelli da Rodolfo Walsh, giornalista argentino desaparecido nel 1977, autore di Operazione massacro (La Nuova Frontiera) in cui ricostruiva la storia di una strage di civili compiuta dalla prima giunta peronista. È stato uno scrittore «di grande spessore umano e culturale», ricorda Massimo Carlotto nella prefazione di Variazioni in rosso che raccoglie un trittico di racconti firmati da Walsh uscito in Italia grazie alle edizioni Sur.

Il rigore, il coraggio, d’investigare passando, se occorre, dal giornalismo alla fiction, è anche ciò che contraddistingue il lavoro di Martìn Caparròs, da No velas a tus muertos, in cui ha raccontato l’Argentina del ‘79 fino a Non è un cambio di stagione (Edizioni Ambiente 2011), in cui smascherava iniziative ecologiche politically correct, messe in atto solo per avere la coscienza a posto. E se trattando un tema “verde” Caparròs metteva in primo piano le esigenze delle persone rispetto ad una astratta ed estetizzante tutela dell’ambiente, ne La fame, smaschera potentati economici e politici che usano la fame come strumento di ricatto. Oppure considerano un «accidente collaterale» che milioni di persone muoiano di fame e ben 805 milioni di esseri umani la patiscano ancora oggi.

Così un tema duro, scomodo, per giunta adulterato dalla demagogia delle charity e da rockstar in cerca di auto promozione, diventa in questo nuovo libro di Caparròs materia incandescente, un flusso narrativo di oltre 700 pagine da cui è difficile staccarsi. La denuncia delle responsabilità del ricco Occidente emerge dai dati, dalle testimonianze, dalle analisi ma anche da una scrittura viva e serrata che non concede nulla al luogo comune. «Evitare ogni demagogia e i luoghi comuni era nelle mie intenzioni, ma non è stato facile» dice lo scrittore argentino nei giorni scorsi a Perugia per partecipare al festival Encuentro (dedicato all’eredità letteraria di Marquez). «Perché la fame pare proprio uno dei più triti luoghi comuni. Dietro i quali ci nascondiamo per difenderci dalla verità. Ma per fortuna ciò che più mi piace fare è ascoltare. E se vai in un posto, magari lontano, le persone hanno voglia di parlare con chi li ascolta davvero. Certo non volevo fermarmi a questo. Perché questo libro fosse utile, incisivo, sortisse degli effetti dovevo mixare queste storie con dati oggettivi e approfondimenti che ti facessero sentire che stai cominciando a comprendere e ti dessero la voglia di saperne di più».

«La fame non fa notizia», lei scrive. Fanno notizia le carestie, ma non lo stillicidio quotidiano delle morti “silenziose” per fame…
Non rendersene conto è facile, perché non si tratta di un evento, è qualcosa che accade ogni giorno. Apparentemente non c’è nulla da dire, «è la norma». Ma sono esseri umani come noi ed è inaccettabile far finta di niente. È questo chiudere gli occhi che volevo tentare di impedire scrivendo questo libro.
Nella storia la fame del popolo è stata usata dal potere. Nell’antica Roma, come sotto il fascismo, le distribuzioni di derrate servivano per tenere buono il popolo. L’opulenza e lo spreco del banchetto del Satyricon di Petronio andava perfettamente a braccetto con il suo opposto. È ancora vero tutto questo?
Ovviamente tante cose sono cambiate. E abbiamo pensato che la fame fosse una questione risolta in Occidente. Ma ci stiamo dolorosamente accorgendo che non è così. Per esempio in Spagna, con la crisi, il problema sta drammaticamente riemergendo. Negli ultimi cinque anni è ridiventata un tema politico, mentre fin qui era un problema confinato alle questioni “umanitarie”. Invece le emergenze umanitarie sono le questioni politiche più stringenti.

Abbiamo parlato di uso politico della fame ma c’è anche un uso religioso. Nel suo libro lei denuncia la rassegnazione favorita, per esempio, dall’induismo e dalla religione cattolica
La religione approfitta delle persone che soffrono la fame: la fede in qualche modo serve a sopportare la fame. La religione ti offre facilmente un rifugio, non aspetta altro. Nel libro cito una frase di Madre Teresa di Calcutta che da questo punto di vista mi sembra straordinariamente chiara: «E bellissimo vedere i poveri che accettano la loro sorte, che la subiscono come la passione di Gesú Cristo. La loro sofferenza e di grande aiuto per il mondo». Lo ha ripetuto più volte. Ecco trovo veramente inaccettabile questo incoraggiamento alla rassegnazione. Restare poveri, morire di fame, rassegnarsi è bene perché la ricompensa è nell’aldilà. Questo è ciò che la religione vorrebbe imporci di pensare.

Premio Nobel per la pace nel 1997, Madre Teresa riceveva finanziamenti milionari e ascolto internazionale, ma come denunciò Christopher Hitchens nel libro inchiesta La posizione della missionaria (Minimum Fax) teneva questi soldi in conti esteri privati. Nel suo libro lei racconta di aver visto il suo “moritorio” dove la gente poteva morire in modo ordinato…
Sono stato a Calcutta nel 1994, lei era molto famosa. E anche se aveva già fondato molti conventi nel mondo, non aveva costruito nessun ospedale. Nel suo “quartier generale” non offriva alcuna attenzione medica alle persone malate che aveva raccolto per strada. Anzi nel suo“moritorio”  le persone morivano di patologie per le quali da anni non si muore più. E questo accadeva per la sua ideologia. Ciò che era importante per lei, era che tu morissi bene non che tu vivessi bene. E questo è davvero spaventoso. Madre Teresa usava l’aura di santità che era riuscita a ottenere: i santi possono dire quello che vogliono, dove e quando vogliono. Usava quel biglietto da visita per portare avanti le sue campagne: in primis la lotta contro l’aborto e la contraccezione. Nonostante tutto questo ricevette fiumi di premi, donazioni, sovvenzioni per le sue imprese religiose. E non rese mai pubblici i conti della sua impresa.Ma è più facile chiudere gli occhi. Tanta gente preferisce pensare che fosse tanto buona. Oggi accade qualcosa di analogo con papa Bergoglio, che per altro è assai piú potente. Così l’ex cardinale peronista, “tanto buono”, cerca di risollevare un’istituzione in caduta libera.

Venendo all’ultima parte del suo libro in cui lei racconta la dura realtà del Bangladesh, ma anche gli effetti di certo neoliberismo Usa, potremmo dire che ci sia un interesse economico nel mantenere situazioni di fame? Per dirla con una sua citazione da Amarthya Sen, come possiamo fare per non essere gli invitati al banchetto di Nerone?

Non c’è un interesse economico nel mantenere la fame ovunque. In molti casi, nella maggioranza direi, la fame è un “effetto collaterale”. Non è nemmeno una cosa cercata, semplicemente “accade”. E nessuno ci bada. E questo, se vogliamo, è ancora più spaventoso. Se sei a Chicago e vuoi fare affari, speculando, alzi il prezzo del mais e non ti preoccupi se milioni di persone per questo soffriranno la fame, non ci fai caso, è un aspetto secondario. Noi occidentali ricchi viviamo in un modo che fa sì che molti altri muoiano di fame, ma non sprechiamo cibo apposta, non ci organizziamo la vita in modo che accada. Ma è vero anche che ci sono casi in cui la fame è determinata ad hoc, questo è il motivo per cui sono andato in Bangladesh. Volevo documentare questo fatto: è lo spauracchio della fame a far accettare un lavoro di dieci ore al giorno per sei giorni la settimana alle donne, ottenendo 20 euro al mese, e i padroni se ne approfittano .È ciò che è accaduto per lungo tempo anche nella nostra storia. Non possiamo far finta di niente.
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«Università, serve un miliardo per ripartire». Parla Gaetano Manfredi, alla guida della conferenza dei rettori

ANSA/GIORGIO ONORATI

«Serve almeno un miliardo di euro per garantire il diritto allo studio e per assumere giovani ricercatori. Altrimenti l’università italiana muore». È il professor Gaetano Manfredi, rettore dell’Università Federico II da poco eletto alla presidenza della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) a lanciare l’ennesimo appello per salvare la formazione universitaria in crisi (sul numero di Left in uscita il 3 ottobre un ampio servizio). Ingegnere, 51 anni, Manfredi propone anche soluzioni per la formazione tecnica superiore, un modo per agganciare gli studenti degli istituti tecnici e professionali.

Professor Manfredi quali sono le maggiori storture nel sistema universitario italiano?

Il primo punto è il numero molto basso dei giovani che si iscrivono all’università. Purtroppo è un dato molto sconfortante se confrontiamo l’Italia con altri Paesi industriali.

Siamo all’ultimo posto in Europa anche per numero di laureati.

Si e agli ultimi posti anche per iscritti. Tutto questo è preoccupante perché significa che siamo un Paese che non fa un investimento sul capitale umano.

Quali sono le soluzioni?

Sicuramente si tratta di incidere sul diritto allo studio: noi abbiamo un sistema troppo frammentato e diseguale a livello nazionale. E nelle regioni con più sofferenza sociale ci sono meno risorse, il che è un vero paradosso. Bisogna quindi garantire la borsa di studio a tutti gli aventi diritto. È assurdo che ci siano gli idonei senza avere la borsa. Oltre al diritto allo studio c’è poi un altro tema che mi sta particolarmente a cuore.

Quale?

Parto dalla mia esperienza di una università come quella di Napoli che si trova in una grande area metropolitana e in una regione con 6 milioni di abitanti. Per evitare i fallimenti, soprattutto al primo anno, bisognerebbe intervenire su alcuni aspetti che riguardano la filiera che va dalla scuola superiore all’università. Perché c’è sempre più distanza tra le abilità con cui i ragazzi escono dalle scuola di secondo grado e la domanda dell’università. Occorre quindi un orientamento attivo nell’ultimo anno delle superiori, in modo da cercare di colmare questo gap, soprattutto là dove i sistemi scolastici sono più deboli.

L’università deve intervenire nelle scuole superiori?

Finora abbiamo considerato la formazione per compartimenti stagni: l’università, o ha guardato poco o non ha guardato affatto alla scuola, e quest’ultima, da parte sua, ha fatto altrettanto nei confronti dell’università. Bisogna mettersi attorno a un tavolo e cercar di lavorare insieme perché è lo studente a dover essere al centro di ogni progetto formativo.

Esiste poi un altro divario, perché tra gli iscritti all’università si registra sempre di più un calo degli studenti dei tecnici e dei professionali.

È una gravissima perdita. Noi dobbiamo dare una risposta sull’offerta dell’università, magari guardando anche agli esempi delle scuole tecniche tedesche. Oggi abbiamo un po’ saturato l’idea di università tradizionale, orientata verso profili cosiddetti teorici. Dobbiamo puntare anche a profili un po’ più professionalizzanti che si potrebbero mettere meglio in relazione con gli istituti tecnico-professionali.

Lei si riferisce ai settori tecnologici?

Mi riferisco anche alle aree umanistiche: si tratta di pensare lauree triennali che siano più vicine ad una applicazione pratica. Ci sono tanti giovani che vogliono crescere anche con una formazione di questo tipo.

Veniamo alla ripartizione delle risorse. Cosa pensa del divario esistente tra atenei del Nord e quelli del Sud? Il suo, è tra gli ultimi quanto a ricambio del turnover.

Prima di tutto occorre aumentare il finanziamento alle università. Oggi c’è chi ha meno e chi di più ma il problema è che l’università è il settore della pubblica amministrazione più tagliato, quello dove il blocco dl turnover è stato più severo. Se non si aumenta il finanziamento, non ce n’è per nessuno, né per quelli competitivi né per quelli in difficoltà. Ora, se per la qualità della formazione universitaria non possiamo fare deroghe perché non possiamo ammettere che esistano università a due velocità, nella ripartizione delle risorse non si deve tener conto del valore assoluto ma dei miglioramenti relativi di quegli atenei che partono in condizioni di maggior svantaggio. In questo modo si potrebbe aiutare realtà che hanno ereditato un passato molto difficile e che ora stanno facendo sforzi per cambiare.


 

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La classifica mondiale delle università pubblicata pubblicata il 30 settembre da Times Higher Education.

Su Left vi spieghiamo perché queste classifiche sono drogate dalla quantità di fondi a disposizione

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Cosa è importante: premiare le eccellenze o ripartire le risorse un po’ a tutti?

Le due cose non sono incompatibili, sono necessarie. Le eccellenze vanno alimentate perché sono il traino di tutto il sistema e, tra l’altro, ci consentono di competere a livello internazionale. Ma dobbiamo far sì che si alzi anche la qualità media. Quindi sono validi entrambi i percorsi che non possono essere considerati alternativi.

Lei prima ha parlato di aumentare il finanziamento, Quanto sarebbe necessario? Tenendo conto che adesso l’Italia spende 7 miliardi e la Germania 27, quanto occorrerebbe per rimettere in piedi l’università italiana?

Dobbiamo fare i conti con le condizioni della nostra finanza pubblica, ma perlomeno dovremmo avere quello che ci è stato tagliato. Un miliardo di euro consentirebbe all’università di ritornare agli standard precedenti che avevano comunque percentuali basse, ma almeno cominciamo a ragionare. E’ vero che noi italiani siamo bravi anche con pochi soldi ma facendo una dieta dimagrante eccessiva si muore. Io sognerei di avere i 27 miliardi della Germania, però mi accontenterei di avere il miliardo che ci è stato tolto. Servirebbe ad assumere i giovani ricercatori perché una università vecchia è un’università morta. Consentirebbe poi il ripristino degli scatti stipendiali e il sostegno del diritto allo studio.

Lei in un’intervista al Sole 24 ore ha detto che sarebbe necessario eliminare i vincoli burocratici acquistando più autonomia. Questo significa che l’università è fuori della Pa?

Non credo che la soluzione sia uscire dalla pubblica amministrazione che mi sembra più uno slogan che un’applicazione pratica. Penso però che l’università sia un comparto che ha le sue specificità. Due esempi: per le missioni geologiche o archeologiche, ci sono troppi vincoli oppure se esistono limiti agli straordinari, non posso aprire le aule o le biblioteche agli studenti. Noi bisogna garantire formazione e ricerca, non facciamo pratiche burocratiche.

Lei appena è stato eletto presidente della Crui ha parlato con il ministro dell’Istruzione Giannini, cosa le ha detto del futuro dell’università? Le ha dato rassicurazioni sul miliardo?

Non abbiamo parlato di quantità, ma il ministro mi ha assicurato che c’è un forte impegno anche da parte sua e di tutto il governo e dello stesso Renzi per dare risposte partendo dai giovani. Si è parlato di diecimila posti in modo da ristabilire la situazione precrisi e di far rientrare i giovani dall’estero. Si è parlato anche di interventi sul diritto allo studio e poi mi auguro investimenti nelle università, ripristino scatti e nuove tecnologie.

Lei è ben determinato a sfatare anche campagne che delegittimano lo studio universitario?

Si sono dette tante sciocchezze, ma tutti i dati dicono che una laurea è il miglior viatico per avere un posto di lavoro, è sempre stato così e continuerà ad essere così. Il fatto che la laurea non serve è un luogo comune. L’università è cambiata, c’è stato un ringiovanimento, i rettori hanno quasi tutti la mia età… I baroni? Ma dove stanno? Forse un tempo c’erano ma oggi si cercano con la lanterna. L’università è molto cambiata, bisogna dare fiducia a questa altra immagine che c’è. E si rafforza inserendo più giovani, più merito e qualità.

Left_cover_382015_low Su Left 38 in edicola dal 3 ottobre ci occupiamo di università, tagli alla sanità, elezioni in Spagna, governo Tsipras, intervistiamo lo scrittore svedese Bjorn Larsson e pubblichiamo un ricordo di Pietro Ingrao

 

 

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/dona_Coccoli” target=”on” ][/social_link] @dona_Coccoli

Verso il meeting delle etichette indipendenti/4 Paolo Zanardi

Dall'1 al 4 ottobre, a Faenza, si terrà come di consueto l'appuntamento con la musica indipendente italiana. Left e la rivista musicale ExitWell, aspettano il #nuovoMei2015 con una serie di interviste ai protagonisti di questa edizione. Ecco la chiacchierata con Paolo Zanardi

Paolo Zanardi è un cantautore pugliese, romano d’adozione, nato il 9 gennaio 1968. Inizia a suonare nel 1994 con i Borgo Pirano – che vincono il premio Ciampi nel 1996 e il Premio Città di recanati nel 1998. Inizia, poi, la sua carriera solista nel 2005 con Portami a fare un giro, seguito da I barboni preferiscono Roma del 2007 e Tutte le feste di domani del 2011. È prevista, per il 10 ottobre, l’uscita del suo nuovo album solista per Lapidarie Incisioni, Viaggio di ritorno.

Zanardi, dove vai e da dove ritorni?

Ho scelto quel titolo perché alla mia età, ormai, il “viaggio” è al contrario. È di ritorno verso “casa”. Questo è un disco “urbano”, molti brani parlano dei posti dove vivo, di Roma e delle sue periferie multietniche. È il compendio degli ultimi tre o quattro anni vissuti in vari appartamenti e in varie periferie della Capitale. Sono come delle puntate sparse di un film mai realizzato.

Abbiamo aspettato quattro anni per l’uscita di un tuo nuovo disco, come mai tanto tempo?

Tendo a prendermela comoda… la maggior parte dei brani era pronta già tre anni fa. Quelli del prossimo album sono già pronti, ma magari usciranno tra anni. Perché è difficile, ogni volta, trovare qualcuno che investa in un artista, ma per questo disco ho trovato il supporto di un’etichetta romana, Lapidarie Incisioni.

“Arca di Noè”, il primo singolo in anteprima, è un brano denso di significati, alcuni subliminali: la fine del Mondo, Noè – e quindi Dio – come Salvezza, l’Amore come mezzo “clandestino” per sopravvivere. Qual è la genesi del brano?

È nata di getto. Un mio amico fissato con la macrobiotica e la salvezza del pianeta mi parlava spesso dei ghiacciai in scioglimento, e volevo scrivere da anni qualcosa di ironico a riguardo, poi il pezzo è andato in tutt’altra direzione. Se c’è qualcosa di mistico non è certo qualcosa di teologico o divino, ma più teso verso la Natura, massacrata dagli uomini. Pur non essendo un ecologista amo molto gli animali. Per il resto, per me l’ideale è quando una canzone è aperta e ognuno può cercare il proprio significato.

Un altro pezzo, “C’è splendore in ogni cosa”, lo hai dedicato a Piero Ciampi. Perché hai scelto lui?

Sì, l’ho dedicato a lui, anche se non l’ho neanche scritto sul cd perché ormai va di moda “usare” Piero Ciampi. Lo ammiro molto e lo ritengo inimitabile nel panorama musicale. L’omaggio in realtà è venuto dopo aver scritto il brano, avevo utilizzato nella canzone un verso da “Te lo faccio vedere chi sono io” (brano di Ciampi del 1973, ndr) e volevo quasi risarcirlo. È un omaggio sentito e molto personale, per questo ho evitato di manifestarlo sul disco.

Nei tuoi brani rifuggi drasticamente dalla retorica dei giorni d’oggi, dalla pretesa di far poesia con le canzoni. Trovi cambiato il linguaggio musicale nei tuoi oltre vent’anni di attività?

Quando un mio brano scade nella retorica lo ritengo un fallimento. Punto ad andare contro una certa musica underground, quel cosiddetto “indie rock italiano” che abbonda di testi spesso fintamente poetici, che trovo sconfortanti. Una volta essere “indipendente” era motivo di orgoglio, c’erano musicisti liberi per davvero e non travestiti da “sanremesi” repressi che non vedono l’ora di farsi vedere da mamma e papà. Io sono legato alla musica che ascoltavo nella mia adolescenza, i Diaframma, i Cccp, gli Avion Travel, musica molto più valida.

Una volta… e adesso cosa vuol dire essere “indipendente”?

Il termine “indipendente” oggi mi sembra inflazionato. Non ti nascondo che ho più confidenza con il concetto di “dipendenza” in generale: sono drammaticamente dipendente da tutto, dai rapporti, dalle persone. In tutto tranne che nella musica, lì sono il più indipendente di tutti. Ma oggi “indipendente” significa solo non avere soldi e adattarsi.

E il mercato, invece, com’è cambiato?

La discografia ormai è un’opinione, i dischi si fanno a fondo perduto e forse tra qualche anno non si faranno più. Per me è un dramma. Il disco è un oggetto bellissimo, che compravamo anche solo per la copertina, e io sono ancora molto legato al vinile. Dal cd a oggi la svalutazione della musica è costante, fino ad arrivare allo streaming e al digitale che hanno ucciso i diritti d’autore. Soldi non ce ne sono più e quindi si rischia sempre di meno, l’unico modo per tirare su qualche soldo è fare concerti. È una forma di delirio organizzato: la prossima volta che vado al supermercato mi porterò la chitarra e proporrò di pagare la mia spesa con uno stornello!

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/ExitWell” target=”on” ]https://twitter.com/ExitWell [/social_link] vicedirettore di @ExitWell

Sanità, tagli e decreti del governo sono un assist ai privati

A sentire Matteo Renzi è «l’unico settore dove si sta incrementando». Per il ministro Lorenzin «non esiste che c’è un taglio di prestazioni». Allarme rientrato dunque? La sanità pubblica è al sicuro da riduzioni di budget?
Procediamo con ordine: ieri alla Camera il presidente del Consiglio ha ricordato che «nel 2002 erano 75 i miliardi del Fondo sanitario nazionale, quest’anno 110, l’anno prossimo 111. Questo per essere chiari che questo Paese non sta tagliando sulla sanità». «La cosa buona è che è comunque aumentato, ma ci vuole di più sicuramente» ha confermato il ministro della Salute parlando del Fondo e della necessità di «un incremento graduale ma costante».
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Secondo Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg), «non è vero che il fondo sia stato aumentato come sostiene Renzi. Oggi si aggira attorno ai 109 miliardi. La sanità è stata sottoposta alla spending review e noi sappiamo che ci sarà una riduzione del finanziamento». (L’intervista completa assieme a servizi e altre interviste su Left in edicola)

Altro capitolo: il cosiddetto “decreto inappropriatezza”, quello con cui il ministro della Salute mette sotto osservazione i medici imponendogli di ridurre all’essenziale una serie di esami clinici (208 per la precisione). «Su quelle si chiede al medico di agire con appropriatezza» ha minimizzato Lorenzin. «Abbiamo in Italia il record delle risonanze magnetiche: ne facciamo più del resto d’Europa. Eppure qui da noi la qualità della vita è tra le più elevate, quindi qualcosa non torna».

I medici contestano le sanzioni e l’evidente limitazione alla loro libertà. Ma non hanno da temere, a sentire il ministro. «Lo scopo di questa norma non è la sanzione» spiega: a suo avviso saranno pochissime. L’obiettivo è «dare un aiuto ai medici dandogli una lista di percorsi diagnostici che vengono dalle best practices».

Soltanto allarmismo dunque? Claudio Cricelli non la pensa così. «Il decreto inappropriatezza fa pensare a medici iperprescrittori, ignoranti e sperperatori del denaro pubblico. Ma questa non è affatto la realtà. I professionisti in questo Paese sono molto più attenti e preparati di quanto pensi questo governo», replica il presidente di Simg. «Il rischio è che la medicina diventi astensiva, che i medici prescrivano sempre meno e i pazienti siano costretti a rivolgersi al privato. Ma non tutti se lo possono permettere».

Oregon, almeno dieci morti e 20 feriti. Ennesima sparatoria in un college

“O mio Dio, qualcuno sta sparando all’interno del college”. Queste le parole di Kayla Marie su Twitter. La stessa ragazza, poco dopo dirà che sta bene. Nove morti e una ventina di feriti, alcuni gravi. L’ultima strage è capitata in un College di Roseburg, una piccola città nel sud dell’Oregon. Si chiama, Umpqua ed è uno dei 17 community college dell’Oregon conta circa tramila studenti e circa 200 docenti. A uccidere una sola persona, il 26enne Chris Harper Mercer, non sono chiare le cause, come se ce ne potessero essere. Aveva tre pistole e un fucile semoiautomatico e sembra che abbia chiesto “di che religione siete” a degli studenti prima di aprire il fuoco. Tre giorni fa aveva caricato su un profilo social un documentario sulla strage di Sandy Hook.

2CFE26B200000578-3256633-image-a-33_1443750824108Ucciso dalla polizia durante una sparatoria dopo che le pattuglie erano accorse sul posto. Si era parlato di arresto, ma lo sceriffo della contea ha confermato la morte e ha parlato di un maschio di 20 anni. Qui sotto l’audio della radio della polizia.   

Questa è la quarantinquesima volta nel 2015 che capita una sparatoria in un edificio dedicato all’istruzione. I casi sono mlto diversi gli uni dagli altri: ci sono i quartieri dove circolano troppe armi tra i ragazzi (di solito afroamericani) e i casi in cui i ragazzi trovano le armi in famiglia. E poi altre tipologie: il professore licenziato, ecc. In rete circola questa possibile minaccia lasciata in una chat room di 4Chan: “Alcuni di voi sono bravi ragazzi, non andate a scuola domani se abitate nel nord-ovest” l’Oregon è nel nord ovest. Vedremo se è una di quelle piste false della rete.

Ma perché in America si uccide tanto e circolano tante armi senza che le autorità facciano nulla? La risposta semplice è in questo grafico qui sotto: su un asse il numero di armi per mille abitanti, sull’altro il numero di vittime. Gli Usa non temono rivali.

Il presidente Obama ha rilasciato una dichiarazione ed è apparso furioso: «Questa è diventata una routine e ogni volta io esco e da questo podio ripeto che preghiamo e siamo addolorati. Ma non basta, non conforta il dolore delle persone e non ferma queste stragi. Ce ne sarà un’altra tra una settimana o due mesi. Non sappiamo chi sia stato, possiamo supporre che si tratti di una persona malata, ma non siamo l’uico paese al mondo dove ci sono persone con disturbi. Siamo gli unici dove non preveniamo queste stragi….Sento già qualcuno spiegarci che per prevenire queste stragi servono più armi…davvero c’è qualcuno che crede a queste cose? Altri diranno che queste mie parole cercano di “politicizzare la questione”. Bene, politicizziamo. Chiedo ai media di mostrare agli americani i dati sui morti per terrorismo e confrontarli con quelli sulle morti per armi, non li darò io». Qui sotto la dichiarazione di Obama.

Per una risposta più articolata: domande e risposte sulla “cultura del fucile” Usa e sulla lobby delle armi

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Il consumo di suolo avanza. Ma la proposta di legge giace

Tic tac. Per ogni secondo che passa otto metri quadrati di terra vergine vengono asfaltati o cementificati. Un consumo di suolo che negli ultimi 50 anni ha avuto un ritmo di 90 ettari ogni giorno. L’emergenza ambientale la ricorda il geologo Mario Tozzi sul quotidiano La Stampa di ieri. È un’emergenza che supera di intensità persino il fenomeno dell’inquinamento, da amianto e da traffico. Secondo i conti riportati di Tozzi, e già denunciati dal Wwf a febbraio, di questo passo, nei prossimi 20 anni saranno perduti 660mila ettari. Come se asfalto e cemento inghiottissero una regione grande due volte la Valle d’Aosta.

Il consumo di suolo in Italia - Edizione 2015

No, preoccuparsene non è una roba da hippy. Le conseguenze di ciò sono il danneggiamento dell’equilibrio idrogeologico, quello di cui ci ritroviamo a parlare ogni qual volta un fenomeno naturale travolge o annega le nostre case, le nostre auto, le nostre città. Per non parlare poi del paesaggio e dei danni che questo disastro provoca alla nostra salute.

E infatti il mondo intero – dalla Green Grid di Londra al Green Infrastructure Plan di New York – parla di shrinking cities (città in contrazione), di land grabbing (accaparramento della terra) di come potenziare la biodiversità nelle aree urbane, di come progettare il verde. E infatti l’Europa, nel 2011, ha già fissato una “tabella di marcia” con l’obiettivo di un consumo netto di suolo pari a zero per il 2050.

In Italia, in Parlamento, c’è una proposta di legge per ridurre il consumo di suolo (e puntare al consumo di suolo netto zero entro il 2050). L’ultima versione del testo di legge è aggiornata al 20 gennaio 2015 e potete scaricarla cliccando qui. Che fine ha fatto? Giace da più di due anni in Parlamento.

Tic tac. Otto metri quadrati per ogni secondo. Anche in questo, secondo.

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I Peanuts compiono 65anni oggi

Sugli autobus delel grandi città campeggiano già le pubblicità del film in 3D in uscita a novembre. Ma 65 anni fa oggi, la striscia di Schulz faceva la sua prima apparizione. Charlie Brown, Linus, Snoopy e Lucy e il grande cocomero (che naturalmente è una zucca, quella di Halloween) entreranno pian piano nell’immaginario collettivo del pianeta come poche altre strisce. Prima in quello degli adulti, che di una striscia per adulti si tratta, e poi con il successo planetario, anche per i bambini. Qui sotto alcune tra le prime strisce pubblicate, dove si nota una differenza con l’evoluzione successiva del tratto di Schulz e il trailer del film.

 

Peanuts, 65 anni fa il primo fumetto di Schulz

Peanuts, 65 anni fa il primo fumetto di Schulz

Peanuts, 65 anni fa il primo fumetto di Schulz

Peanuts, 65 anni fa il primo fumetto di Schulz

Peanuts, 65 anni fa il primo fumetto di Schulz

Peanuts, 65 anni fa il primo fumetto di Schulz

Se mi tagli, mi uccidi. La sanità pubblica minacciata

tagli alla sanità pubblica

Non è vero che la nostra sanità è fonte di sprechi. Anzi, i servizi sanitari italiani sono tra i più efficienti al mondo. È vero invece che tra i Paesi dell’Ocse l’Italia è uno dei pochi che riduce la spesa per la sanità e che laddove – come la Lombardia – è stato scelto un approccio privatistico, questo sì, fa produrre sprechi e ipermedicalizzazione. Sul prossimo numero di Left Pietro Greco analizza a fondo la situazione della Salute pubblica dimostrando l’incongruenza del decreto Lorenzin che prevede tagli a esami clinici importanti come le Tac, le risonanze o le semplici analisi del sangue. Con questo provvedimento, la prevenzione verrebbe colpita e si creerebbero diseguaglianze sociali ancora più gravi di quelle già esistenti. In più, il decreto mina il rapporto tra il medico e il paziente, visto che a decidere se alcune prescrizioni sono “appropriate” sarà un funzionario della Asl che avrà il mandato di sanzionare il medico “disobbediente”. «La sanzione è di per sé uno strumento che mal si adatta alla professione medica, che si basa su un rapporto umano di fiducia», afferma a Left l’oncologo Umberto Veronesi. Mentre il presidente della società italiana di medicina generale Claudio Cricelli contesta duramente il decreto temendo che «una parte dei medici faccia un passo indietro, e per cautela, rimandi le prescrizioni. Insomma, una medicina che passa da preventiva ad astensiva».

Se la sanità pubblica è minacciata dai tagli, anche la formazione non sta bene. Anzi, se non si prevedono risorse, l’università italiana è destinata a scivolare nel baratro. Mentre si attendono provvedimenti del governo, su Left la radiografia degli atenei italiani, ultimi in Europa per numero di laureati e per finanziamenti pubblici.

Left non può non ricordare Pietro Ingrao, attraverso il racconto di Andrea Satta, voce dei Tête de bois, che hanno curato la colonna sonora del film di Filippo Vendemmiati sulla vita del grande politico appena scomparso Non mi avete convinto. Quello che emerge è il ritratto di un vecchio compagno e di un poeta «sospeso fra la Luna e Lenola».

E ancora: l’incontro con Corradino Mineo che a 360 gradi parla di riforma Rai, del Pd e del Parlamento che «non conta più nulla». E poi un’inchiesta sull’industria della musica, uno dei tanti aspetti del Mei (Meeting delle etichette indipendenti) di Faenza, a cui partecipa anche Left.

Negli esteri il punto sul nuovo governo Tsipras tra memorandum da rispettare e uomini dell’ex Pasok che stanno cambiando il volto di Syriza. Fino alla Spagna dove Iglesias deve fare i conti con il voto in Catalogna che ha visto Podemos in netto calo. Umberto De Giovannangeli racconta tutti i muri del mondo,  poi la storia – fatta anche di autoscatti – di Nasim, un giovane afghano che dopo un interminabile viaggio ha trovato una vita in Germania. Si trova in un «corridoio tra America e Italia» Gabriele Muccino, il regista italiano che piace a Hollywood e che ha appena girato il film Padri e figlie. Dalle logiche commerciali del cinema americano alla crisi della famiglia, il regista ribatte «non mi sto americanizzando». Per la letteratura, parla di mare, di migranti e di libertà, Björn Larsson, lo scrittore svedese celebre per La vera storia del pirata Long John Silver, mentre Adriano Prosperi recensisce il libro 24/7 Il capitalismo all’assalto del sonno di Jonathan Crary. Per la scienza, il punto della sociologa Marina Mengarelli sull’operato del ministro Lorenzin in tema di fertilità dove eccede il paternalismo. E infine per gli spettacoli un’intervista a Neffa sul suo ultimo album Resistenza in chiave soul.

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Siria, la nuova frontiera dello scontro Russia-Usa

Il Grande Medio Oriente è il terreno di confronto-scontro fra gli Stati Uniti e la Russia, tra un presidente in fuga dalle responsabilità (Barack Obama) e uno “zar” che ha fatto della più esplosiva area del mondo, il campo d’azione per rinverdire le ambizioni di potenza globale di una Russia che l’inquilino della Casa Bianca aveva cercato di mettere all’angolo nella crisi ucraina. Lo spauracchio dello Stato islamico non basta per riproporre una “Grande coalizione” antiterrorismo che veda dalla stessa parte della barricata Washington e Mosca.

Ciò che sta avvenendo in Siria è la rappresentazione di questa nuova frontiera dello scontro di potenza russo-americano. La Siria, dove da tempo ormai una guerra che ai suoi albori vedeva un regime, quello di Bashar al-Assad, rispondere con le cannonate a manifestazioni di pazza che s’inserivano nella scia della stagione, ormai tramontata, delle “primavere arabe”; ora, almeno da tre anni, quella combattuta in Siria è una guerra per procura, nella quale ogni attore regionale – Turchia. Egitto, Arabia Saudita, Iran, Qatar – ha scelto i propri referenti sul campo da finanziare e armare, con l’obiettivo praticato, se non dichiarato, di far vivere un proprio Stato satellite – le quattro Sirie – sulle macerie di uno Stato unitario fallito.

In questo “risiko” devastante, il “Califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi è solo una pedina di un gioco più grande. E se oggi lo Stato islamico è ancora insediato in un territorio, fra Siria e Iraq, grande quanto l’Italia (isole escluse) non è per l’invincibilità delle sue armate – che non esiste, come testimonia l’eroica resistenza dei peshmerga curdi – ma per le contraddizioni interne a quella “grande coalizione” assemblata dall’America. Basta pensare all’Arabia Saudita: Riad è, formalmente, dentro la coalizione anti-Isis ma allo stesso tempo, e il discorso vale anche per la Turchia di Erdogan, non vuole assolutamente che la sconfitta dell’Isis si traduca in un rafforzamento dell’odiato alauita Baashar al-Assad: ecco allora i finanziamenti e le armi che le petromonarchie del Golfo continuano a far affluire alla filiera siriana di al- Qaeda, il Fronte al-Nusra.

Riad sa di poter contare in questo suo doppio gioco su importanti alleati europei, con i quali fa affari miliardari nel settore degli armamenti e dell’industria militare, prima fra tutti la Francia del “Napoleone del Terzo Millennio”, al secolo Francois Hollande. I raid aerei francesi, un ininfluente spot militare, servono soprattutto per lanciare un segnale alla dinastia Saud: Parigi c’è, agisce sul campo (o meglio nei cieli), fregandosene delle perplessità degli altri Paesi dell’Ue, l’Italia in primis, e non permetterà che la Siria diventi una propaggine mediorientale dell”impero persiano”.

 

 

 

In questo caos armato, c’è spazio per lo “show” di Barack Obama, Barack l’indecisionista, l’ondivago, un giorno diplomatico e l’altro (falsamente) muscolare, che fa la voce grossa contro la Russia ma poi colleziona figuracce sul campo (ultima in ordine di tempo, l’addestramento, costo 500 milioni di dollari, di un centinaio di ribelli anti-Assad non jihadisti, che appena entrati in Siria si sono consegnati, con le armi nuove di zecca made in Usa, ai miliziani qaedisti di al-Nusra). L’inquilino della Casa Bianca si cimenta in una improvvida, e impossibile, quadratura del cerchio: sdogana l’Iran ma al tempo stesso si tiene buoni, o prova a farlo, i regnanti sauditi, usa parole durissime contro il dittatore di Damasco ma non agisce di conseguenza.


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Ad approfittarne è “Zar Vladimir”. Putin ha scelto con chi stare e ha perseguito con determinazione la sua strategia di penetrazione in Medio Oriente: ha puntato sul regime baathista siriano, ha rafforzato i legami di Mosca con Teheran, ha portato dalla propria parte il governo iracheno. Al capo del Cremlino importa poco o nulla del destino personale di Bashar al-Assad: in Siria, la Russia difende i suoi interessi geopolitici – la base di Tartus sbocco cruciale nel Mediterraneo – e vuole avere voce in capitolo nella determinazione del dopo-Assad. In questa chiave, Mosca è pronta a fare ciò che l’Occidente non farà mai: mettere “gli scarponi a terra”, combattendo contro l’Isis e per mantenere in vita un regime che può continuare ad essere utile (agli interessi russo-iraniani) anche dopo l’uscita di scena (negoziata nei tempi e nelle modalità) di Assad e del suo clan.

Tra l’indecisionista di Washington e il cinico calcolatore di Mosca, c’è un popolo in ostaggio, in fuga, terrorizzato dai tagliagole di al-Baghdadi ma che sa bene che Assad non rappresenta il “male minore”, perché è sua, più di chiunque altro, la responsabilità di aver ridotto la Siria ad un cumulo di macerie, e quello siriano in un popolo di profughi.

Senato, il “canguro” fa infuriare le opposizioni

«Boia», «traditore», «servo», «la democrazia è morta anche oggi». Pietro Grasso se ne è sentite dire di ogni colore, nelle ultime due giornate di discussione al Senato. Le ore più calde sono quelle che hanno preceduto l’approvazione dell’emendamento Cociancich, che riscrive per intero l’articolo 1 – cui è stata finora dedicata la discussione in aula – facendo così decadere tutti gli emendamenti delle opposizioni. Si tratta dell’ormai celebre “canguro”, escamotage già sperimentato più volte in questa legislatura, come sull’Italicum, quella volta con un emendamento a firma Stefano Esposito, ben contento di avere il suo ennesimo momento di gloria (Esposito è il SìTav ora anche assessore ai trasporti a Roma).

La maggioranza non ha avuto problemi ad approvare l’emendamento, anche perché è ormai costante il supporto dei senatori che rispondono a Denis Verdini. Sono infatti 177 i sì, 57 i no (Lega e 5 stelle non hanno votato), 2 gli astenuti. Il dibattito comunque è ancora lungo. Ma se la maggioranza continua con queste forzature non dovrebbe aver problemi ad approvare tutto entro la scadenza fissata per il 13 ottobre.

Grasso ha cercato di difendere il suo modo di presiedere l’aula: «È due giorni che discutiamo», ha detto, «e ancora siamo all’articolo 1». Per le opposizioni – 5 stelle in testa, dotati di formidabili ugole – non è così. E se seguire la seduta in diretta (sconsigliamo vivamente!) vi spingerebbe a dar ragione al governo, e anzi a dire – come ormai dicono in molti nelle opposizioni – che a questo punto è veramente molto meglio del pasticciato Senato riformato da Renzi, abolire proprio la seconda camera. Si segnala a tal proposito l’intervento di Giulio Tremonti che ha ricordato come il bicameralismo, quando vuole, «approva le leggi ritenute fondamentali in meno di 60 giorni».

Per abolire il Senato, comunque, si farebbe ancora in tempo. Non sono stati accogli gli emendamenti che lo proponenvano intervenendo sull’articolo 1 della riforma, ma ce ne sono altri che propongono la stessa cosa intervenendo sull’articolo 2 o sul 7. Non ci sarebbe più il problema di come eleggere i senatori part-time, né di quali competenze dare a un Senato delle autonomie che rischia di non avere neanche il compito di vegliare sull’operato delle regioni. Ma, il tutto, rientra nelle battaglie d’aula. Nulla di percorribile, spiace deludervi.

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