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Primarie Usa: Trump rispedirebbe i rifugiati in Siria, Sanders incalza Clinton anche nella raccolta fondi

«Se vinco io i rifugiati siriani tornano a casa». Donald Trump, in lieve difficoltà nei sondaggi, ma sempre saldamente in testa per la nomination repubblicana, torna a toccare la corda più estrema che ha, quella dell’immigrazione. Chi torna a casa sono i rifugiati siriani che il governo americano ha promesso di accogliere nei prossimi due anni (circa 200mila). «Sono quasi tutti uomini, potrebbero essere gente dell’ISIS e questa potrebbe essere una strategia» è la ragione per cui è meglio non accoglierli data durante un comizio in New Hampshire.

Il fatto che la dichiarazione sia incoerente e faccia a pugni con un’altra frase detta dallo stesso Trump, non conta. Nei giorni successivi alla commozione planetaria per la morte di Aylan Kurdi, lo stesso Trump aveva più o meno detto: non sono entusiasta, ma ci sono momenti in cui bisogna fare qualcosa. Il miliardario costruttore picchia duro e non cerca coerenza: un giorno solletica le corde della pietà, perché la gente davanti agli schermi è commossa, e il giorno dopo torna sul tema che ha contribuito a farne il front-runner: l’immigrazione, stavolta condita dalla guerra al terrorismo e dal pericolo musulmano. Nello stesso comizio, Trump ha anche ricordato di quando Eisenhower rimpatriò centinaia di migliaia di persone.

La sua è una campagna populista oltre il populismo, Trump dice quel che la base repubblicana militante (quella che partecipa alle primarie) vuole sentirsi dire, rassicura su un ritorno a tempi che furono, spiega che sarebbe giusto tassare di più i ricchi, ma, la sua proposta del sistema fiscale non avrebbe effetti sulle tasche dell’1%. E questa è una costante di tutti i candidati repubblicani, fatto salvo Marco Rubio.

Trump parla per la maggioranza silenziosa – che è una minoranza, probabilmente anziana – preoccupata per il futuro e che non si riconosce nell’America che cambia. Una costante di una parte della società Usa che in questi anni ha votato repubblicano e che non si sente rappresentata dall’establishement del partito a Washington, giudicato allo stesso tempo non abbastanza combattivo, da un pezzo della destra, e incapace di produrre risultati e rispondere ai bisogni della gente. L’outsider che spara a zero contro tutti, continua a funzionare e Trump cavalca l’onda. Anche se, come si evince dai grafici qui sotto, l’opinione americana nei confronti degli immigrati non è poi così negativa, il 51% ritiene che daranno forza al paese, mentre soli 1l 41% pensa che siano un peso (molto peggio l’Italia, dove l’opinione pubblica è la peggiore tra quelle indagate dal Pew research Centre per questa indagine). Il primo dei due grafici è relativo a un’indagine condotta in questi giorni: gli americani approvano l’idea di accogliere più rifugiati (ma non i repubblicani, e Trump parla con loro).

U.S. Response to Migrant Crisis
Views of Immigrants in Europe and the U.S.
 


 

Sondaggi, lo stato della corsa repubblicana

Quanti sono i candidati repubblicani e cosa li caratterizza? Da dove vengono e dove si collocano nello spettro politico? Qui la nostra breve guida alle primarie del Grand Old Party

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Sul fronte democratico la notizia è quella della forza di Sanders. Il finanziamento ai candidati ha scadenze fisse e a ogni scadenza i candidati devono produrre un rapporto. Gli ultimi dati, alla vigilia dei rapporti, indicano che il senatore del Vermont, Bernie Sanders, ha quasi raggiunto Hillary Clinton per quantità di donazioni: 28 milioni per la candidata in vantaggio nei sondaggi, 26 per l’inseguitore. La differenza tra l’ex first lady  e il socialista è che il secondo raccoglie una miriade di piccole donazioni, ovvero ha un movimento simile a quello di Obama nel 2008 a sostenerlo. Sanders ha ricevuto già un milione e 300mila donazioni da 650mila persone, nel 2008, a questo punto della corsa, Obama ne aveva ricevute un milione.

I dati sulla raccolta fondi sono l’ennesimo pessimo segnale per Clinton, che dopo settimane passate a parlare delle sue email, oggi si trova titoli che spiegano come, nonostante l’organizzazione migliore, le amicizie influenti, non riesca a scrollarsi di dosso il vecchietto del Vermont. Sulla corsa democratica incombe poi la possibile candidatura di Joe Biden. Il vicepresidente ha più volte detto di considerare l’idea e anche, specie in una commovente intervista rilasciata a Stephen Colbert, di sapere che dopo la recente morte del figlio Beau, non sa se sarebbe in grado di condurre una campagna per la quale servono tutte le energie a disposizione. I rumors riportati dal New York Times dicono anche che Clinton stia facendo di tutto per portare pezzi di partito dalla sua parte e cominciando a lanciare messaggi al vice di Obama. In una campagna che per i democratici si sta connotando molto a sinistra e fortemente critica nei confronti della finanza e delle banche, il fatto che Biden, prima di fare il vicepresidente, sia stato per decenni senatore del Delaware (il paradiso fiscale d’America), non è un buon lasciapassare. E la campagna Clinton sta facendo molto per ricordarlo al partito.

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Marte, l’acqua non basta: sette motivi per cui viverci è impossibile

Va bene, il nostro lo stiamo usurando, consumando, smembrando, e quindi impariamo a conservarlo un pochino, questo mondo? Mannossignori, non diciamo sciocchezze: pensiamo a cercarne un altro e varcare i confini dell’Universo, piuttosto.

E dunque, dopo la filosofia sull’amore che attraverserebbe dimensioni e universi di Interstellar, solo l’ultimo di una lunga filmografia fantascientifica, ci prepariamo “seriamente”: vita in un altro pianeta? Quasi quasi… magari prima o poi i nipoti dei nipoti dei nostri nipoti potranno davvero scegliere, come si trattasse di una quartiere della città, in quale pianeta abitare «si, preferisco Plutone, più silenzioso», oppure «Giove, decisamente più centrale anche se un po’ trafficato», o: «Preferisco le zone calde, Mercurio ha degli appartamentini vista sole meravigliosi».

Ciò detto, oggi ci s’interroga sul nostro vicino, Marte.

Sul pianeta rosso si è scoperto che c’è l’acqua, fronte primaria, assieme all’ossigeno, di vita per noi bipedi. Ruscelli che compaiono zampillanti nella stagione calda, corsi d’acqua liquida e salina strierebbero il terreno.

Eppure, eppure, ci sono ben sette motivi stando al Time, per cui la vita sul quarto pianeta del nostro sistema solare sarebbe ardua.

1) Le radiazioni. Un problemino non proprio secondario, in effetti. E sarebbero di due tipi: quelle derivanti dalle particelle solari e quelle dei raggi cosmici. Entrambi «means truble», significano guai: solo il viaggio, di 180 giorni, verso Marte esporrebbe un uomo a radiazioni pari a 15 volte la soglia di guardia dai lavoratori delle centrali nucleari. A cui si aggiungerebbero quelle del viaggio di ritorno e naturalmente la “dose” da permanenza (500 giorni).

2) La temperatura. La media sul pianeta rosso si aggirerebbe attorno ai -63°C. In effetti un po’ troppi anche per chi ama l’inverno. Le temperature marziane possono raggiungere in estate anche i 30°C, ma: con la luna piena e all’equatore. Quindi non diciamo che non è il caso di farci affidamento.

3) L’atmosfera. Un altro dettaglio: quella sulla terra sarebbe a malapena 100 volte più densa di quella del nostro vicino. Senza contare ciò che le compongono rispettivamente: scordatevi ossigeno o azoto. Sul pianeta rosso l’atmosfera è decisamente velenosa: il 96% è diossido di carbonio.

4) La gravità. Su Marte, la gravità sarebbe al 38% rispetto alla terra. Peccato che il nostro organismo sia costruito e “messo a punto” per vivere al 100% di gravità, senza la quale l’intero sistema – cardiovascolare, scheletrico e muscolare – si sgretolerebbe.

5) I microbi. È questa la ragione principale per cui potremmo non gradire l’ospitalità (involontariamente) offerta dal pianeta: i batteri spaziali. Uno dei principali motivi per cui andremmo a posare il nostro piedone con relativa impronta, su Marte, è quello di scoprire se ci siano forme di vita alternative. Ma cosa succederebbe se scoprissimo che per noi sono letali? L’allarme era talmente preoccupante, che all’equipaggio dell’Apollo erano stati imposti 21 giorni di quarantena dopo ciascun allunaggio per disfarsi di eventuali “germi spaziali”

6) Le infrastrutture. Nei piani di esplorazione, sarebbe compresa l’idea di costruire “serre spaziali” nelle quali coltivare vegetazione. Solo un dettaglio: l’umidità sarebbe talmente fuori controllo, e le piante sprigionerebbero talmente tanto ossigeno, che le esplosioni sarebbero all’ordine del giorno. Niente giardinaggio dunque, e certo non un Paese per vegani. Non solo: non si fanno i conti con il possibile danneggiamento dell’attrezzatura, senza la quale i coloni marziani (secondo stime del Mit), morirebbero 68 giorni dopo l’arrivo.

7) Lo stato mentale. Il senso di isolamento e contemporaneamente di affollamento dovuto a un viaggio di 8 mesi sola andata, e la solitudine scaturita da orizzonti infiniti nei quali la terra è solo una delle tante stelle nel cielo, metterebbero a dura prova la nostra tenuta mentale. Che arriverebbe già decisamente danneggiata dalla nostra era…

Un’ultima curiosità. L’annuncio del rinvenimento idrico è arrivato con tempismo perfetto da parte della Nasa, che ha reso nota la scoperta giusto giusto in contemporanea con l’uscita del nuovo film di Ridley Scott, The Martian (del cui copione la Nasa ha scritto quasi 50 pagine). Il povero astronauta Matt Damon però, sul “suo” Marte, non potrà usufruire del progresso, perché la Nasa non aveva ancora scoperto o avvertito il regista del ritrovamento. E dunque, dell’acqua, sul Marte di Scott, non v’è traccia. Eppure in un video pubblicato su twitter il “marziano” Demon sembra aver preso più che bene l’annuncio:

 

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Corto Maltese, il ritorno. Una nuova storia sulle tracce di Jack London

È ancora lui, il volto squadrato, l’orecchino, il cappello da marinaio, le basette lunghe e lo sguardo profondo. Con il profumo della libertà che spunta da ogni tavola. Ritorna Corto Maltese, a vent’anni dalla scomparsa di Hugo Pratt, il geniale disegnatore  morto nell’agosto del 1995. Il 1 ottobre, sceneggiata da Juan Dìaz Canales, già scrittore della serie noir Blacksad, e disegnata da Rubén Pellejero, a suo tempo co-creatore con Jorge Zentner di Dieter Lumpen, esce per Rizzoli-Lizard la nuova avventura di Corto Maltese. Si intitola Sotto il sole di mezzanotte ed è un nuovo racconto di viaggi e di scoperte, di infiniti orizzonti e di incontri.

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Corto Maltese, il marinaio misterioso e affascinante che aveva iniziato a vagare per i quattro angoli del mondo con Una ballata del Mare Salato disegnata da Pratt nel 1967, questa volta invece affronta nel 1915 il gelo e il freddo del Nord America sulle piste di Jack London, un personaggio che in qualche modo gli assomiglia. O meglio, che fa parte dell’immaginario di Hugo Pratt che fin da piccolo si era nutrito di romanzi d’avventura. Ovviamente insieme a Corto ritroviamo, come nella prima avventura, l’amico-nemico-alter ego Rasputin.

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(Juan Dìaz Canales e Rubén Pellejero)

I due autori della trentesima avventura di Corto Maltese hanno dichiarato di essere rimasti fedeli “filologicamente” al tratto e al carattere del personaggio di Pratt. Anche loro hanno divorato i romanzi di Conrad e di Kipling (Canales) e si sono ispirati al segno di Sergio Toppi e di Dino Battaglia (Pellejero). Un filo che non si interrompe, nonostante 27 anni di lontananza. La storia di Corto Maltese riprende proprio dove si era interrotte con Mu, la città perduta del 1988.

Sotto il sole di mezzanotte esce in contemporanea in Olanda e in Francia dove il 2 ottobre a Louvain-la-Neuve (Belgio). Grazie e buon lavoro! al museo Hergé si inaugura la mostra Hugo Pratt, Rencontres et passages che rimarrà aperta fino al 6 gennaio 2016.

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Verso il meeting delle etichette indipendenti/3 Antonio Gno Sarubbi

Dall'1 al 4 ottobre, a Faenza, si terrà come di consueto l'appuntamento con la musica indipendente italiana. Left e la rivista musicale ExitWell, aspettano il #nuovoMei2015 con una serie di interviste ai protagonisti di questa edizione. Ecco la prima chiacchierata, con Antonio Gno Sarubbi

 

«Le turbolenze derivate da un mercato del disco ormai fatto di piccoli numeri e la difficoltà di emergere in mezzo a un numero estesissimo di realtà più o meno concorrenziali non ci spaventano». Parola di Antonio Gno Sarubbi, classe 1988, label manager di Maciste dischi, l’etichetta milanese nata 11 mesi fa e che oggi conta già 100 concerti, 8 dischi e un’artista a X-Factor, Sara Loreni. Racconta il suo progetto con «incredula felicità», Antonio. E noi gli abbiamo chiesto il segreto di questo successo.

 

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Maciste Dischi è una giovane ma agguerrita etichetta indipendente, “con il cuore sempre in erezione” (come da motto). Com’è nata l’idea di creare la Maciste Dischi e come affronta le turbolenze del panorama musicale contemporaneo?

Siamo un’etichetta discografica che da subito si è voluta configurare come strutturata nei minimi dettagli. Tengo a precisare che oltre me la squadra è composta da Ette, produttore artistico di esperienza, Roberto, persona qualificata che si occupa di distribuzione e contratti, da un ufficio stampa interno e da un editore fidato.

Tra i vostri artisti ci sono anche GaLoni e Jonny Blitz: molto promettenti, validi e tanto diversi tra loro. Cosa vi convince a investire tempo e risorse?

Cerchiamo credibilità, prima di tutto. Non importa il target, non importa il genere. Ogni estetica sonora e ogni genere musicale hanno un pubblico di riferimento, tocca capire di che pubblico si tratta, è un procedimento che avviene col tempo. Un artista “costruito” è un mezzo artista. Partendo da questo presupposto, la seconda cosa che cerchiamo sono “le canzoni”, può sembrare banale ma è così. Avere la consapevolezza di cosa rappresenti la forma canzone è un patrimonio raro. La terza e ultima caratteristica è la fiducia nel team di lavoro, la capacità di lavorare con costanza, capendo la gradualità che un percorso vero, necessariamente, deve avere.

Rimanendo sulla scia della domanda precedente, nell’era del web 2.0, dei new media e di facebook, quale pensi debba essere il ruolo di un’etichetta discografica? In cosa un’etichetta può far davvero la differenza?

Il ruolo di un’etichetta discografica è quello di valorizzare il presente e il potenziale di una band o di un singolo artista. Sovraesponendo ogni traguardo, anche piccolo, sui propri canali. Di pari importanza è gestire il budget di cui l’artista dispone, trovando le soluzioni economiche e strategiche migliori per la produzione e il lancio. Ma non esiste. e non deve esistere, che un’etichetta discografica non investa realmente risorse economiche sul progetto. Farlo è molto rischioso, ma è anche uno dei migliori modi per differenziarsi dalla concorrenza.

Che atteggiamento bisogna avere nei confronti dell’incontenibile fuoriuscita di lavori – spesso amatoriali – da parte dei musicisti emergenti?

Il lo-fi deve essere un punto di partenza utile per farsi conoscere o – a seconda di casi estremi – un punto di arrivo. Ma mai una scorciatoia. Le produzioni amatoriali meriterebbero ambizioni amatoriali, ma questo è un pensiero personalissimo. Vuoi un suono marcio? Vuoi un sound sporco? Vuoi la voce in fondo al mixer e le batterie che sembrano padelle? Se è una scelta artistica bisognerà essere credibili anche in questo. Se è un’esigenza dovuta ad altri fattori, ci si scontrerà con la realtà: il disco, anche se piace al pubblico generalista, non è prodotto bene e sarà un’occasione persa. Beck ha registrato dischi con la batteria a 8 metri dal microfono. Ma quella si chiama ricerca, non superficialità.

Tu sei anche un musicista, ad aprile è uscito l’EP di Le Grandi navi ovali, la tua band. Come procede con Micidiale?

Suoniamo poco e quasi esclusivamente nei periodi di vacanza. Io ho deciso fin da subito, dal punto di vista manageriale, di non occuparmi di nulla all’interno del progetto: date, recensioni e uscite arrivano tutte dall’esterno o le cercano loro. Ci piace essere punk nello spirito, beffardi nei testi, diretti e senza fronzoli nella musica, ma cerchiamo con umiltà di non lasciare nulla al caso o alla banalità.Per il resto, Le Grandi navi ovali rappresenta per me il bello di salire su un palco, la libertà di espressione e la complicità magica che ho con Dave e Davide, gli altri membri della band. Lavoriamo tutti nella musica, anche se in ambiti assai diversi, e abitiamo a 100 km di distanza.

Essere anche un produttore  aiuta un po’ a muoversi, no?

I due mondi si toccano davvero in poche occasioni. Tutto ciò che ho imparato del rapporto artista/manager lo devo comunque al mio cammino artistico. A oggi, però, non ho il tempo materiale di dedicarmici come vorrei, perché Maciste Dischi rappresenta per me un’ossessione onnisciente, fatta di sacrificio e dedizione, quasi maniacale. Stiamo comunque scrivendo un disco e visto il feedback ricevuto ai concerti, nessuno ci impedisce di sussurrare: “chissà”.

Al Mei di Faenza parteciperai a un incontro di discussione dal titolo “Leggere attentamente l’etichetta”. Di cosa si tratta?

Sono davvero orgoglioso che lo storico Mei di Faenza abbia deciso di invitarmi. Discuteremo di come gestire un’etichetta discografica ai giorni nostri, quali sono i ruoli, le responsabilità e i rischi di chi vuole fare questo lavoro in maniera seria, oltre ad analizzare i punti di contatto tra indies e mainstream, tra etichette indipendenti ed etichette major. Personalmente vivrò l’esperienza come uno stimolo importante, per l’imminente futuro.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/ExitWell” target=”on” ]https://twitter.com/ExitWell [/social_link] vicedirettore di @ExitWell

Un anno fa a Hong Kong la rivoluzione degli ombrelli per chiedere elezioni democratiche

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Ecco le foto dei migliaia di manifestanti che, esattamente un anno fa, si riversarono nelle strade di Hong Kong con i loro ombrelli multicolore, dando il via ad una protesta pacifica che durò più di due mesi. La “rivoluzione degli ombrelli” fu un movimento giovanile nato dal basso al grido di più democrazia e meno autoritarismo. Gli ombrelli colorati divennero il simbolo della non-violenza e lo strumento che permise ai manifestanti di difendersi sia dal sole cocente sia dai lacrimogeni e dagli spray urticanti della polizia. I giovani di Hong Kong chiedevano elezioni a suffragio universale in vista delle elezioni del governatore e protestavano contro il controllo delle candidature da parte cinese. Il sistema elettorale della città vedeva le candidature, in particolare quella per l’elezione del Chief Executive, sottoposte a un vaglio preventivo da parte di un comitato di Grandi Elettori composto da rappresentanti dei vertici economici e notoriamente allineato sulle posizioni del governo cinese. La scelta degli amministratori locali non era prerogativa del popolo. Chiedevano anche che il governatore in carica Leung Chun-ying, ritenuto anch’esso troppo vicino al governo centrale, si dimettesse. Dopo 75 giorni di occupazione e sit-in studenteschi nelle strade nevralgiche del quartiere degli affari di Admiralty, la polizia smantellò le tende, le sale di studio, gli ombrelli, le opere d’arte e tutti i grandi e piccoli luoghi simbolici della più lunga contestazione democratica vista tanto a Hong Kong come nella Cina metropolitana negli ultimi 30 anni.

Hong Kong Democracy Protest(AP Photo/Kin Cheung)

Hong Kong Democracy Protest (AP Photo/Vincent Yu)

Hong Kong Democracy Protest(AP Photo/Vincent Yu)

Hong Kong Democracy Protest(AP Photo/Vincent Yu)

Hong Kong Democracy Protest(AP Photo/Kin Cheung)

Hong Kong Democracy Protest(AP Photo/Vincent Yu)

Hong Kong Democracy Protest(AP Photo/Vincent Yu)

 

Hong Kong marks peaceful anniversary of street protestsEPA/ALEX HOFFORD

Il papa ha incontrato la funzionaria anti matrimonio gay. Ecco perché

Ambiente, povertà, pena di morte, immigrazione. Il viaggio di papa Francesco è costellato di discorsi importanti a folle entusiaste o a un pubblico spesso restio  – i repubblicani in Congresso non vogliono sentir parlare di ruolo umano nel riscaldamento del pianeta e i candidati alle primarie gareggiano tra loro su chi, una volta entrato alla Casa Bianca, rispedirà più gente a casa. Nel complesso Bergoglio ha evitato di mettere il dito nella piaga di vecchie controversie etico religiose (il matrimonio gay, l’aborto, la sperimentazione su cellule staminali) e non ha nemmeno esagerato nella critica al capitalismo selvaggio. Sia ultraconservatori che sinistra sono rimasti un po’ delusi. Più di una volta, in altri contesti e occasioni, Francesco si è lasciato andare a critiche del sistema con toni che, fatte le dovute proporzioni e la differenza di ruoli, ricordano Occupy Wall Street.

I liberal della sinistra americana saranno anche molto delusi dalla notizia dell’incontro privato tra il papa e Kim Davis, funzionaria del Kentucky finita in carcere per essersi rifiutata di firmare certificati di matrimonio tra persone dello stesso sesso dopo che una storica sentenza della Corte Suprema lo ha reso legale in tutti gli Stati Uniti. La notizia è stata diffusa da un comunicato del Liberty Council, organizzazione per la libertà religiosa (tradotto: per la difesa della religione cristiana contro i maledetti peccatori di Washington) che ha organizzato il meeting privato. Kim Davis e il marito hanno incontrato Bergoglio, che ha elogiato la donna per la sua forza, le ha regalato un rosario da lui benedetto e ha chiesto di pregare per lui – ha fatto lo stesso con lo speaker repubblicano e cattolico Boehner che il giorno successivo si è dimesso.

Quello con Davis, che è stata sposata quattro volte e si è convertita aderendo alla Chiesa apostolica pentecostale nel 2011 mentre un figlio era in ospedale, è un atto privato ma tutto sommato politico di Bergoglio. Negli Stati Uniti il papa ha infatti incontrato anche le Little sisters of the poor (le piccole sorelle dei poveri), che si erano rifiutate di fare un’assicurazione sanitaria per i propri dipendenti che includesse anche la contraccezione – la riforma Obama prevede anche quella assicurazione e multa chi non la fa, ne è nato un caso nazionale.

Cosa stava facendo il papa? Difendendo il diritto all’obiezione di coscienza: se la legge dell’uomo è contraria a quella di dio, come si dice, è la seconda che va rispettata. Bergoglio ne ha parlato anche sull’aereo che tornava a Roma: «Non mi vengono in mente tutti i casi possibili, ma, sì, posso dire che l’obiezione di coscienza è un diritto, un diritto umano. Si tratta di un diritto.» Ecco, il tema è questo.

Un tema contraddittorio: il problema in questo caso non è praticare un aborto o officiare un matrimonio tra persone dello stesso sesso in chiesa, ma obbedire alle leggi dello Stato, ratificando un passaggio già avvenuto o garantendo alle persone il diritto di fare pianificazione della maternità. Qui non c’è l’obbligo di sposarsi tra persone dello stesso sesso o l’obbligo di prendere la pillola. E quindi, forse, il diritto all’obiezione non c’entra.

Perché il papa non ha fatto di questa questione un tema generale della visita negli Usa? Per non fare troppo dispiacere a nessuno: Francesco è un gesuita e ha studiato che occorre saper stare al mondo. Matteo Ricci, il gesuita spedito alla corte dell’imperatore conosceva la lingua e i costumi e affascinava la corte con la sua sapienza, non con i vangeli. E grazie a quella venne ammesso alla città proibita, primo occidentale della storia. E come lui, il papa evita di esagerare. Parlando indirettamente delle grandi guerre culturali che hanno animato gli Stati Uniti e la politica americana negli ultimi anni – e di cui l’incarcerazione di Kim Davis è solo un episodio minore – Bergoglio ha detto che occorre evitare i toni aspri, la tentazione di tornare al passato. Insomma, ha detto ai vescovi di evitare di combattere guerre di religione combattute durante i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Del resto, quelle guerre, i vescovi e gli evangelici le hanno perse.

Bene, verrebbe da dire. Ma allora perché incontrare Kim Davis? La funzionaria del Kentucky è infatti l’esempio perfetto di crociata che si batte sotto il vessillo di dio. Un’evangelica estremista che ha condotto la sua battaglia e si è fatta usare dalla politica. Il giorno della sua liberazione sul palco allestito per festeggiarla, c’era Mike Huckabee e in platea Ted Cruz, il più religioso (evangelico) e il più di destra dei candidati repubblicani alle primarie. Va bene essere gesuiti e parlare con tutti, ma forse se davvero si vogliono mettere alle spalle le crociate, certi personaggi sarebbe anche il caso di lasciarli in Kentucky.

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Le firme non bastano, niente referendum per Civati

Non consegnerà proprio le firme, Giuseppe Civati, sugli otto referendum promossi dal suo movimento, Possibile: «L’ultimo weekend», scrive sul blog, «ha prodotto risultati eccezionali, visibili a tutte e a tutti, e però ha anche causato un comprensibile ritardo non solo nel conteggio, ma anche nelle certificazioni e quindi nell’invio». Non viene fornita, quindi, almeno per il momento, alcuna cifra, quanto distante siano le 500mila firme necessarie per depositare i quesiti in Cassazione.

Civati lamenta ovviamente la scarsa copertura mediatica, e però l’esito non è così inatteso. La campagna referendaria è nata sotto una cattiva stella, senza riuscire a unire il fronte a sinistra del Pd. Il movimento dei docenti contrari alla Buona scuola, la Fiom di Landini, la Cgil e Sel, critici sui tempi e sui modi più che sul merito, non hanno partecipato alla raccolta, se non con alcuni singoli militanti o dirigenti. Solo l’ultima settimana hanno firmato i quesiti Nicola Fratoianni e Marco Pannella, e lo stesso vale per gli ex compagni di partito di Civati, rimasti nella minoranza dem, come Corradino Mineo. Anche per questo Civati non si sottrae all’ennesima stoccata polemica: «Resta il rimpianto di non dare agli italiani e alle italiane la possibilità di votare sulle riforme di questo governo», scrive, «e su questo ognuno, a partire da chi non ha voluto partecipare, si prenda le sua responsabilità».

E mentre i renziani gongolano su twitter con l’hashtag #ImPossibile, resta così da capire come avanzerà (e se avanzerà) il progetto unitario a sinistra. «Ne parliamo dopo i referendum» aveva detto Civati, aggiungendo però «siamo meno uniti di prima».

Dismaland trasportato a Calais diventa un centro di accoglienza. L’ennesima provocazione di Banksy?

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È di ieri la notizia che alla chiusura di Dismaland, il distopico parco divertimenti creato dall’anonimo street artist Banksy, infissi e legnami delle installazioni verranno trasportati a Calais per costruire centri di accoglienza per i rifugiati che attualmente vivono in un area soprannominata “Giungla”, accampati in attesa di riuscire a espatriare verso il Regno Unito. L’annuncio è stato dato sul sito web dell’anomalo parco con la consueta forma ironica:

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La notizia è rimbalzata sulle principali testate mondiali, addirittura secondo l’agenzia italiana Ansa, evidentemente colpita dall’immagine pubblicata sul sito: «Il castello di Cenerentola, attrazione principale di Dismaland, verrà inviato al campo profughi di Calais per fornire protezione ai rifugiati».

 

un documentario sulla “Giungla” di Calais, mostra la realtà del campo rifugiati

La notizia però sembra piuttosto paradossale e lascia dubbi sulla sua veridicità. Sia perchè a fronte di un ricavato di circa 20 milioni di sterline sarebbe un aiuto troppo “povero” e di cattivo gusto per essere preso sul serio. Sia perché in evidente contrasto con la stessa filosofia sulla quale Banksy ha dato vita al progetto, ovvero la necessità di sottolineare i paradossi delle società occidentali in cui divertimento e miseria vengono costantemente mescolati sui media generando indifferenza piuttosto che una riflessione sulla realtà.


 A fronte di un ricavato di circa 20 milioni di sterline sembra un aiuto troppo “povero” e di cattivo gusto per essere preso sul serio, oltre a essere in evidente contrasto con la stessa filosofia sulla quale Banksy


 

Questo intento è evidente proprio in alcune delle installazioni del parco realizzato dall’artista britannico, una su tutte quella in cui è possibile diventare scafisti e telecomandare finti gommoni carichi di migranti.

E proprio questi elementi rendono verosimilmente l’idea di realizzare un centro di accoglienza con il malandato castello di Cenerentola recuperato da Dismaland  l’ennesima provocazione di Banksy, già famoso per avere più volte in passato preso in giro con questo genere di iniziative istituzioni e media.

GALLERY | Le foto del party di chiusura di Dismaland

All’evento di chiusura del parco hanno suonato anche le Pussy Riots che, tanto per restare in tema, hanno presentato la loro nuova canzone “Rifugiato”.

 

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60 anni dalla morte di James Dean. 11 foto e 11 fatti per ricordare l’eroe gentile

Oggi, 60 anni fa moriva a soli 24 anni in un incidente d’auto in California a bordo della sua Porsche Spyder 550  James Dean.

Secondo Martin Sheen voce narrante del documentario James Dean, Forever Young: «in ogni attore, se non in ogni uomo, c’e’ traccia di James Dean». Sicuramente Dean rientra, nonostante la tragica fine, nel pantheon di quelle star e miti dalla fama immortale. Il giovane ribelle girò solo 3 film: “La valle dell’Eden” del 1955 diretto da Elia Kazan, “Gioventu’ bruciata” del 1955 diretto da Nicholas Ray e “Il gigante” 1956 diretto da George Stevens. Film che, seppur girati nel breve arco di 18 mesi, rivoluzionarono non soltanto la vita di milioni di teenagers, ma anche lo stile di recitazione degli attori del cinema anni cinquanta.
Dean con il suo stile ha ispirato e ispira anche oggi moltissime star hollywoodiane diventando una vera e propria icona al pari delle colleghe attrici Audrey Hepburn e Marilyn Monroe.

11 foto e 11 cose che probabilmente non sapete su James Dean

1. «Jimmy si veste come un letto sfatto»

Nonostante dalle foto sembri sempre iper curato, Dean amava uno stile trasandato, poteva tranquillamente presentarsi a pranzi e cene eleganti senza scarpe e con addosso dei jeans sporchi. A volte i suoi vestiti erano talmente usurati che sembravano sul punto di cadere a pezzi. Di lui un critico cinematografico disse: «Jimmy si veste come un letto sfatto».

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2. Un avvocato mancato

Durante il liceo dimostrò un grande talento per il discorso in pubblico e i dibattiti, riusciva a inventare argomentazioni per difendere una causa nel giro di pochissimo.

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3. L’amore non corrisposto per Marlon Brando

Dean ammirava molto il collega Marlon Brando diventato famoso con il film “Un tram chiamato desiderio” e cercò in tutti i modi di fare amicizia con l’attore che però per il carattere scontroso e introverso non volle mai instaurare un rapporto amichevole.

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4. Collega di Reagan

Dean prima di fare il grande salto nel mondo del cinema lavorò molto spesso in televisione. Qui ebbe l’occasione di incontrare il futuro presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, allora attore come lui. Durante uno show James fece perdere la battuta a Reagan abituato a uno stile di recitazione molto meno spontaneo del giovane ribelle.

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5. Il rapporto con il padre

Dean ebbe un pessimo rapporto con il padre, dopo la morte della madre fu infatti spedito da quest’ultimo a vivere dagli zii e divenuto adulto Jimmy non parlò mai più con lui.

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6. Apprendista mago

James Dean era un appasionato di magia e dilettava gli amici con una serie di piccoli trucchi magici che riuscivano sempre a stupire. Il suo trucco più riuscito consisteva nel mettere in bocca una sigaretta e fare ricomparire accesa.

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7. Denti finti

I due incisivi anteriori dell’attore erano finti. Dean li perse in un incidente avvenuto quanto era più giovane in un fienile e li rimpiazzò successivamente con un ponte dentale.

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8. Nomination postuma

Fu il primo a ricevere due nomination agli Oscar come miglior attore dopo la sua morte. La prima nel 1955 per La valle dell’Eden, la seconda nel 1956 per il ruolo di protagonista ne Il Gigante. Sfortunatamente non vinse in nessuno dei due casi, ricevette però un Golden Globe sempre dopo la sua morte.

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9. La passione per la musica

La sua canzone preferita era “When Your Lover Has Gone” e secondo le testimonianze degli amici il suo album preferito era  “Songs for Young Lovers” di Frank Sinatra. Ma Dean non amava solo la musica pop degli anni 50 e il jazz, apprezzava anche la musica classica e quella Afro-Cubana al punto che adorava suonare il bongo.

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10. Il senso di colpa di Rock Hudson

Dean e Rock Hudson furono co-protagonisti sul set de Il Gigante, ma  a quanto pare non scatto mai una vera alchimia, anzi tra i due ci fu una vera e propria antipatia. Alla morte di James Hudson si sentì estremamente in colpa per non aver instaurato un buon rapporto con il giovane attore.

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11. Una morte annunciata

Dean era solito dire agli amici che non sarebbe vissuto oltre i 30 anni, questi in genere rispondevano facendogli notare che sicuramente la sua passione per le auto da corsa era piuttosto rischiosa, ma James aveva anche in questo caso la battuta pronta: «Quale modo migliore per morire? È veloce, pulito e te ne vai in un tripudio di gloria».

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L’account Twitter di Snowden spopola. Segue solo la NSA

Quasi un milione di followers in poche ore, diversi tweet e un solo account seguito, quello della NSA, la National Security Agency, della quale ha rivelato il sistema di spionaggio planetario. Edward G. Snowden ha aperto un suo account su Twitter e la risposta è stata confortante.
Questo il primo tweet, chiede, Mi sentite? (è un po’ un gioco di parole, la sua rivelazione sulla NSA riguarda proprio il fatto che l’agenzia monitorasse le telefonate di milioni di persone).

Il secondo parla dell’acqua su Marte e scherzando si chiede: ora che l’hanno scoperta, sapete se alla frontiera controllano i passaporti? Secondo scherzo, Snowden è nascosto in qualche posto in Russia e in attesa di trovare un posto che gli conceda asilo. L’account porta sullo sfondo le prime pagine dei quotidiani del giorno in cui il programma di spionaggio della NSA è stato dichiarato illegale. Anche Twitter ha dato una mano a diffondere l’account con questa GIF che mostra la risposta del mondo alla decisione di Snowden di comunicare direttamente attraverso il social network da 140 caratteri.


Snowden descrive se stesso dicendo: lavoravo per il governo ora lavoro a Freedom Press, che più che un’organizzazione è un sito per la promozione della libertà d’espressione – la libertà di diffondere notizie anche se riguardano segreti di Stato – che fa campagne per difendere i whistleblowers, le gole profonde. Per Freedom press lavorano o fanno da testimonial anche Daniel Ellsberg, che passò i Pentagon papers al New York Times nel 1971, Green Greenwald, giornalista che si occupa di temi di sicurezza e che ha contribuito alla diffusione delle rivelazioni di Snowden su The Guardian e l’attore Jon Cusak. Freedom press fornisce tra l’altro strumenti tecnici ai giornalisti che vogliano criptare il loro traffico o che consentano loro di ricevere materiali in forma anonima e sicura. La campagna su cui si spende Freedom Press in questo momento è quella per la liberazione di Chelsea Manning (già Bradley), l’analista militare che ha passato milioni di documenti su Iraq e Afghanistan a Wikileaks. Manning è stata condannata a 35 anni e FreedomPress raccoglie fondi per consentirgli di fare appello.

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