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GALLERY | Cosa resta di Srebrenica 20 anni dopo

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Cosa è successo? L’11 luglio 1995 a Srebrenica (Bosnia, ex-Jugoslavia) oltre 8000 musulmani bosniaci maschi, adulti, anziani e bambini, dai 12 ai 77 anni, sono stati massacrati dalle truppe serbo bosniache del generale Ratko Mladic e dalle «Tigri di Arkan», una milizia paramilitare guidata da Željko Ražnatović, e sepolti in fosse comuni.
All’epoca Srebrenica era zona protetta, sotto la tutela delle Nazioni Unite e in particolare delle truppe olandesi, questo non impedì ai serbo bosniaci di assediare la città, entrarvi e compiere quello che è considerato «il più feroce massacro in Europa dai tempi del nazismo». Quell’11 luglio 1995 i 600 caschi blu dell’ONU di istanza in città e le tre compagnie dell’esercito olandese Dutchbat I, II, III non intervennero: motivi e circostanze non sono ancora stati del tutto chiariti.
Ancora oggi non si conoscono tutti i responsabili dell’eccidio.
Il Tribunale istitutito presso le Nazioni Unite per giudicare i fatti accaduti durante il conflitto jugoslavo (ICTY) ha condannato per ciò che è avvenuto nella città bosniaca: Ratko Mladić, Arkan Željko Ražnatović e altri ufficiali serbi, la maggior parte dei quali è ancora latitante. L’accusa è per diversi crimini di guerra tra cui genocidio, persecuzione e deportanzion. Nonostante l’emergere di quanto accaduto nel luglio del 1995 il Tribunale ha respinto la richiesta di indennizzo a favore dei sopravvissuti a Srebrenica, stabilendo che lo Stato Serbo non può essere ritenuto direttamente responsabile per genocidio e complicità per i fatti accaduti nella guerra civile in Bosnia-Erzegovina dal 1992 al 1995, e che quello che avvenne fu un genocidio ad opera di singole persone in quanto «non vi sono prove di un ordine inviato esplicitamente da Belgrado».
Un’inchiesta del giornale britannico The Observer ha rivelato, sulla base di alcuni documenti declassificati, dettagli rimasti fin ora sconosciuti che denunciano reticenze e gravi responsabilità di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e delle stesse Nazioni Unite.
Anche se: «Non si può affermare che le potenze occidentali, i cui negoziati portarono alla caduta di Srebrenica, fossero a conoscenza dell’entità del massacro che sarebbe seguito»

I trattati che avrebbero posto fine alla guerra in Bosnia arrivarono 4 mesi più tardi.

Gli agghiaccianti racconti dei superstiti sono stati raccolti da Mimmo Lombezzi e pubblicati su Left n. 19

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Il lavoro al tempo dell’Ikea (che oggi sciopera)

sciopero ikea

I 6.000 lavoratori dei 21 punti vendita di Ikea in Italia sabato 11 luglio incrociano le braccia. Per Filmcams Cgil, Fisacat Cisl e Uiltucs le proposte avanzate dall’azienda al tavolo delle trattative sono «inaccettabili». Per la ridefinizione del contratto integrativo Ikea propone di: trasformare il premio aziendale fisso in elemento variabile, ridurre “drasticamente” le maggiorazioni per il lavoro domenicale e festivo e definire un nuovo sistema di gestione turni.

Insomma Ikea, per i sindacati, è un laboratorio di precarietà. «L’azienda insiste a voler mettere mano alle buste paga dei lavoratori, trasformando un elemento fisso del salario in elemento legato a indicatori variabili», ha sostenuto in un comunicato Giuliana Mesina, della segreteria nazionale Filcams CGIL. «Se questo non bastasse, ancora una volta ci hanno proposto di penalizzare i lavoratori, riducendo sensibilmente la percentuale di maggiorazione per il lavoro domenicale e festivo, affermando addirittura di essere ispirati a criteri di equità, valore che fatichiamo davvero a scorgere, se perseguito con tagli lineari a danno soprattutto dei lavoratori più fragili».

Chi è Ikea? La multinazionale del mobile low cost, fondata in Svezia nel 1943 da Ingvar Kamprad, specializzata nella vendita di mobili, complementi d’arredo e oggettistica per la casa. Attualmente, ha la sua sede legale principale a Leida, nei Paesi Bassi, mentre il suo proprietario ha posto la residenza in Svizzera per protestare contro le tasse troppo alte pagate in Svezia. Il colosso è presente in 42 Paesi con 345 punti vendita, in Europa, dove realizza il 70% del suo fatturato, ma anche negli Stati Uniti, in Canada, in Asia e in Australia. Al 2013 il gruppo risultava avere 151.000 collaboratori con un management composto per il 47% da donne e un fatturato annuale di oltre 29 miliardi. In Italia Ikea ha 21 punti vendita, oltre 6.000 dipendenti e un fatturato di 1,64 miliardi di euro. L‘Italia è il terzo paese da cui Ikea acquista le materie prime per la produzione degli arredi, dopo Cina e Polonia: 24 aziende italiane forniscono Ikea.

 sciopero ikea

Ikea non è nuova a scioperi e pratiche non delle migliori, ecco qualche precedente

 

2002, Francia

Dopo un anno di trattative sul trattamento salariale dei lavoratori Ikea, si arriva anche allo sciopero per protestare contro il licenziamento di alcuni lavoratori ritenuto ingiustificato.

2007, Canada

Nella Columbia Britannica, le confederazioni ottengono, dopo una serie scioperi, la modifica di un contratto che sottopagava i lavoratori. Sempre in Canada, a Richmond, il braccio di ferro nel 2014 è durato un anno e un centro Ikea tenuto aperto da 25 lavoratori mentre altre centinaia scioperavano (la foto in alto è quella di un picchetto proprio davanti allo store di Richmond)

2014, Olanda e Belgio

I camionisti di entrambi i Paesi hanno protestato davanti gli store Ikea dopo aver perso il lavoro a causa dell’utilizzo dei loro colleghi dell’est, protetti da meno diritti e meno costosi.

2014, Turchia

I sindacati hanno protestato contro i limiti e gli ostacoli imposti dalla multinazionale all’organizzazione sindacale all’interno dei suoi store.

Anche in Italia ci sono già stati dei “precedenti”: bassi salari, lettere di richiamo ritenute eccessivamente severe e certificazioni dei medici aziendali sulle condizioni di salute dei lavoratori talvolta in contrasto con quelle dei medici delle Asl.

2007, Roma

I lavoratori del negozio di Roma Anagnina hanno scioperato nel settembre e novembre 2007, denunciando irregolarità contrattuali e intimidazioni.

2007-2008, Roma

A Porta di Roma, hanno ripetutamente scioperato tra il 2007 e il 2008 per motivi affini e per le imposizioni, unilaterali, dell’azienda, nei loro confronti.

2012, Piacenza

Scontri al polo logistico tra la polizia e alcuni lavoratori di una cooperativa con appalto sui servizi di facchinaggio, che operava presso il punto vendita, per problemi legati alle condizioni salariali e, secondo alcuni, alla decisione di Ikea di diminuire la forza lavoro. Ikea ha poi comunicato che nessun dipendente della cooperativa è stato licenziato.

 

Le inchieste scomode su Ikea

1994, il Corriere della sera ricordò il passato filonazista del fondatore di Ikea, Ingvar Kamprad.

2006, Le Monde diplomatique mette in discussione la trasparenza della società, segnalando l’impossibilità di conoscere il reale bilancio consolidato del gruppo a causa di artifici e mascheramenti della sua proprietà.

2007, l’Ong belga OxfamMagasins du monde apre un’inchiesta per fare chiarezza sulle lavorazioni dei prodotti Ikea, sul funzionamento degli approvvigionamenti e sulle effettive condizioni lavorative degli impiegati dei suoi subappaltatori. Ne emerge che le lavoratrici di alcune fabbriche in subappalto in Paesi asiatici lavorano fra le 80 e le 90 ore settimanali e ricevono un salario al minimo legale: in India 37 euro al mese, in Bangladesh 11 euro al mese, in Vietnam 43 euro al mese. E sono prive di tutela sindacale.

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Borse: perché scoppia la bolla cinese, come ha risposto Pechino

Dopo il meno 5,9% registrato mercoledì 8 luglio, momento più basso di un calo durato quasi un mese, l’indice Shanghai Composite ha chiuso la settimana – venerdì – con un rialzo del 4,5%, che proseguiva il rimbalzo del 5,8% di giovedì: il miglior risultato dal 2009.

Molti hanno parlato di rischio bolla e di crollo delle borse di Shanghai e Shenzhen – magari tirandosi dietro anche quella di Hong Kong – che avrebbe impoverito milioni di piccoli azionisti e, forse, provocato instabilità sociale. Sarebbe forse più corretto dire che i mercati azionari cinesi sono volatili a causa di alcune caratteristiche specifiche.

La volatilità sia al rialzo (fino a metà giugno) sia al ribasso (nell’ultimo mese) che si è manifestata nei mercati cinesi onshore (A-Shares), cioè Shenzhen e Shanghai, nasce dalla politica monetaria espansiva adottata dal governo di Pechino, a cui si somma l’entusiasmo degli investitori retail: novanta milioni di piccoli azionisti (appena più degli iscritti al partito comunista, la maggior parte dei quali senza titolo di studio superiore) che quotidianamente giocano in borsa quasi come al casinò. Questi “gnomi” connotano da sempre il mercato azionario cinese, ma si sono riversati in borsa soprattutto sul finire del 2014, spinti dalla contrazione del mercato immobiliare e da tassi di interesse tenuti bassi politicamente (il grafico di Vox.com  qui sotto, mostra bene il boom di conti per compra-vendita di azioni aperti tra giugno 2014 e maggio 2015, più di 40 milioni) . Tutte mosse volute dal governo per sgonfiare la bolla del mattone e per stimolare la domanda interna attraverso l’effetto ricchezza.

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Socialmente e politicamente, il tentativo di trasformare la piccola borghesia cinese nata dalla proprietà immobiliare in un magma più diversificato, dove gioca un ruolo sempre maggiore la finanza, può essere visto come un’operazione messa in atto dal Partito per rinnovare il patto sociale che tiene insieme il Paese da dopo Tian’anmen: voi arricchitevi, noi governiamo.

La politica ha funzionato nel senso che la Borsa cinese ha conosciuto un vero e proprio boom. Un andamento simile a quello del biennio 2008-2009, con una differenza: in quegli anni l’economia tirava. Il rallentamento dell’economia reale, determinato dalla crisi americana ed europea trascinò giù anche i mercati azionari. Stavolta invece, nonostante dei dati di crescita piuttosto fiacchi per gli standard cinesi degli ultimi anni (7,4% nel 2014), le Borse continuavano a crescere (il grafico MarketWatch qui sotto mostra l’andamento del listino di Shanghai e si nota sia il declino del mercato azionario che il boom dell’ultimo anno, stavolta non legato all’andamento dell’economia)

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 Gli investimenti dei piccoli azionisti a cui veniva indicata la via delle borse si sono fondati in molti casi sul margin financing, cioè l’indebitamento per l’acquisto di titoli. In pratica, gli “gnomi” cinesi prendono soldi a prestito non solo per comprarsi la casa o la macchina, ma anche azioni. All’origine, la necessità di valorizzare i propri risparmi per garantirsi un futuro sereno, dato che il welfare (sanità, pensioni) è ancora allo stato primitivo e non raggiunge tutti. Insomma, metto fieno in cascina (denaro) per i tempi grami.

Il margin financing (o anche margin lending, margin credit, a seconda dei punti di vista) esiste un po’ ovunque, ma in Cina è fenomeno diffuso proprio per la forte presenza di piccoli investitori “non informati”: così, da maggio 2014 a maggio 2015, il totale del margin credit è passato da 400 miliardi di RMB a 2.100 miliardi.

Da tempo, i più avveduti analisti economici esperti di Cina, prevedevano che la correzione al ribasso sarebbe prima o poi arrivata. Ma nessuno sapeva prevedere quando e in quale entità. È  successo a giugno, quando è iniziata una correzione di alcuni dei titoli più speculativi e con bilanci poco brillanti, che nei mesi precedenti avevano ricevuto valutazioni eccessive rispetto ai loro fondamentali.

Su questo rallentamento, si è innestata l’ondata di vendite legata alla natura stessa del margin financing, che tanto può dare in salita ma altrettanto toglie in discesa. I broker che forniscono i crediti agli “gnomi”, ottengono infatti in cambio, come garanzia, lo stesso pacchetto azionario del cliente. Se il calo dei valori azionari mette il rimborso del prestito a rischio, possono incamerare e vendere le azioni. Si verificano così vendite d’emergenza che possono amplificare il crollo del mercato, così come gli acquisti a credito hanno amplificato il ​​boom. Ed ecco spiegata la volatilità del mercato cinese.

E’ in questo momento che è entrato in gioco il governo cinese, navigando a vista ma con parecchie frecce nella propria faretra, secondo consolidata tradizione di “interventismo” quando gli eccessi del mercato mettono il sistema a rischio.

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Le misure adottate da Pechino:

  • Sono state temporaneamente sospese le IPO.
  • La borsa di Shanghai, la borsa di Shenzhen e China Securities Depository and Clearing Co. Ltd hanno annunciato la riduzione dei costi di negoziazione sui mercati A-share.
  • La China Securities Regulatory Commission (cioè la Consob cinese) ha stabilito che soci, amministratori o dirigenti d’azienda che detengono quote azionarie superiori al 5% non possono vendere i loro asset per i prossimi sei mesi.
  • I 21 principali broker della Cina si sono impegnati a investire almeno 120 miliardi di RMB in Exchange-traded fund (ETF, fondi d’investimento) di blue chip (cioè le azioni di società a più alta capitalizzazione). Tali broker si sono inoltre impegnati a non vendere le azioni.
  • La People’s Bank of China si è impegnata a dare liquidità alle istituzioni finanziarie che hanno sostenuto il margin financing

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Infine, al di là dell’azione del governo, ha avuto luogo la sospensione di oltre 1.400 titoli, determinata dalle stesse aziende per il timore di cali eccessivi del loro valore.

A questo punto, il mercato ha dato segnali di ripresa. Più in generale, l’impressione è che il governo stia cercando di trasferire il peso del mercato dai piccoli “gnomi” a investitori più solidi, istituzionali. Cioè, fondamentalmente, a se stesso (di nuovo, l’interventismo).

Quanto alla fiducia nel futuro, va detto che durante tutto il trambusto dell’ultimo mese, i fondi d’investimento Usa hanno continuato a pompare dollari nel mercato cinese. L’ha osservato l’agenzia EPFR Global di Boston, secondo cui l’aumento dei valori azionari che si è verificato nell’anno precedente al 12 giugno è così grande che oltre l’80% degli Exchange-traded fund focalizzati sulla Cina chiuderà comunque l’anno in attivo.

Il mercato azionario cinese continua a fare gola agli investitori internazionali come ghiotta occasione di diversificazione. Secondo Fidelity Worldwide Investment, agenzia di gestione fondi che opera in Cina, l’ottimismo sul medio-lungo periodo deriverebbe dal fatto che “il sistema finanziario cinese continua a essere sostenuto dal governo, che dispone di più di 3.000 miliardi di dollari di asset da destinare alle aree problematiche”.

La Cina è inoltre impegnata in una grande transizione che dovrebbe portare l’economia a gravitare maggiormente sui consumi interni e a dipendere meno dalle esportazioni e, quindi, dall’andamento delle altre grandi economie. Questo fa presagire misure espansive da parte di Pechino che, se dovessero funzionare potrebbero determinare benefici anche per il mercato azionario.

Ttip, cosa dice la risoluzione approvata dal Parlamento europeo

approvata risoluzione ttip

I negoziati tra Bruxelles e Washington per il Ttip (Transatlantic trade and investment partnership) proseguiranno. Lo ha deciso l’8 luglio il Parlamento europeo, proprio mentre Alexis Tsipras, citando Sofocle, rammentava alla plenaria che «il diritto degli uomini vale sopra la legge».

TTIP

La “legge” in questione è la risoluzione, presentata dal relatore Bernd Lange (Socialisti europei), che mette nero su bianco le raccomandazioni degli eurodeputati per i negoziatori. E la sua approvazione attraversa un fronte ampio e trasversale: 436 favorevoli e 241 voti contrari, 30 astenuti. Tutti d’accordo, insomma. Tranne la Sinistra e i Verdi (insieme a 56 deputati della minoranza S&d, il neonato Enf di Le Pen-Salvini e qualche “dissidente”), per loro si tratta di un «progetto che minaccia da vicino diritti acquisiti e libertà di scelta degli europei (e degli americani) in settori chiave dell’economia e della società, in nome del dogma della primazia dell’impresa, soprattutto se grande e transnazionale», scrive la co-presidente del Partito verde europeo, Monica Frassoni, sulle pagine web del Fatto quotidiano. E avverte: «Questo testo contiene solo raccomandazioni certo, ma ha una notevole importanza politica e istituzionale, perché il Parlamento europeo ha il potere di approvazione o rigetto del Trattato alla fine dei negoziati e la risoluzione ha ottenuto una maggioranza ampia».

Una maggioranza che arriva dopo il rinvio dello scorso 10 giugno, per i troppi emendamenti e dopo settimane di discussioni e stop and go.
Da lunedì 13 luglio gli Stati Uniti e l’Unione europea avvieranno a Bruxelles un nuovo ciclo di trattative.

 

Nelle loro raccomandazioni gli eurodeputati cercano

di introdurre alcuni blandi limiti alle trattative:

 

Investor-state dispute settlement (Isds), ovvero “Risoluzione delle controversie tra investitore e Stato”
– di «sostituire il sistema Isds con un nuovo sistema per la risoluzione delle controversie tra investitori e Stati, che sia soggetto ai principi e al controllo democratici, nell’ambito del quale i possibili casi siano trattati in modo trasparente da giudici togati, nominati pubblicamente e indipendenti durante udienze pubbliche e che preveda un meccanismo di appello in grado di assicurare la coerenza delle sentenze e il rispetto della giurisdizione dei tribunali dell’Unione e degli Stati membri, e nell’ambito del quale gli interessi privati non possano compromettere gli obiettivi di interesse pubblico».

Indicazioni geografiche
– che il Ttip garantisca «il pieno riconoscimento e una forte protezione giuridica» delle indicazioni geografiche dell’Unione. L’obiettivo deve essere quello di sopprimere tutti i dazi doganali, tenendo però conto del fatto che «esistono diversi prodotti agricoli e industriali sensibili sulle due sponde dell’Atlantico, per i quali bisognerà compilare delle liste complete durante il processo di negoziazione», che dovranno essere previste delle «misure volte ad affrontare i casi di uso improprio e di informazioni e pratiche fuorvianti» per tutelare i prodotti europei in vendita sul mercato americano. E che all’interno del Ttip dovrà essere prevista una clausola di salvaguardia che potrà essere invocata nel momento in cui l’aumento esagerato delle importazioni di un prodotto particolare possa «causare un danno importante alla produzione interna», con riferimento sia all’agricoltura che al settore energetico, chimico e siderurgico.

Ogm
– che non ci sia «alcun accordo nei settori in cui l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno norme molto diverse, come ad esempio nel caso dei servizi sanitari pubblici, gli organismi geneticamente modificati, l’impiego di ormoni nel settore bovino, il regolamento Reach (relativo ai prodotti chimici) e la sua attuazione e la clonazione degli animali a scopo di allevamento». E che gli Usa revochino il divieto d’importazione delle carni bovine europee.

Protezione dei dati
– che «l’acquis dell’Ue in materia di protezione dei dati personali non venga compromesso». Perciò, chiedono l’inserimento di una clausola «che esoneri totalmente dall’accordo il vigente e futuro quadro giuridico dell’Ue sulla protezione dei dati personali». In tal senso i deputati ricordano che l’approvazione definitiva del Ttip «potrebbe essere a rischio fintantoché gli Stati Uniti non cesseranno del tutto le attività di sorveglianza indiscriminata di massa e non si troverà una soluzione adeguata alla questione del diritto alla riservatezza dei dati dei cittadini dell’Unione».

Servizi pubblici
– che Ue e Usa firmino una dichiarazione comune nella quale venga esplicitamente escluso dal campo di applicazione del Ttip qualsiasi servizio d’interesse generale attuale e futuro, come l’acqua, la sanità, i servizi sociali, e l’istruzione. L’obiettivo è di assicurare che le normative e il finanziamento di tali servizi restino completamente nelle mani delle autorità nazionali e locali.

Cinema e cultura
– che «nessuna disposizione dell’accordo» dovrà incidere sulla «capacità dell’Unione europea o dei suoi Stati membri di erogare sovvenzioni o garantire sostegno finanziario alle industrie culturali e ai servizi culturali, di istruzione, audiovisivi e stampa». E che non vi sia nessuna ingerenza nemmeno nel sistema di fissazione dei prezzi per libri e periodici. (Il video qui sotto è l’appello lanciato da una serie di artisti britannici)

 

Appalti pubblici
–  che si adotti «un approccio ambizioso» e si eliminino «le restrizioni attualmente vigenti negli Usa a livello federale, statale e locale». E che vengano istituiti dei «meccanismi per garantire che gli impegni assunti dalle autorità federali statunitensi siano onorati a tutti i livelli politici e amministrativi». Su questo punto, l’intento dei deputati si fa deciso, probabilmente data la quasi inaccessibilità del mercato statunitense per le imprese europee.

Ambiente e Sociale
– che l’accordo sia «ambizioso, globale, equilibrato e di alto livello», capace di promuovere «lo sviluppo sostenibile di benefici condivisi per tutti gli Stati membri». Perciò si richiede «maggiore cooperazione transatlantica preservando standard normativi e di tutela dei consumatori, e la prevenzione del dumping sociale, fiscale e ambientale». Il Ttip dovrà contestualmente assicurare «il livello più elevato di protezione della salute e della sicurezza, conformemente al principio di precauzione”, garantendo la tutela “dei consumatori, della normativa in materia di lavoro, ambiente e benessere degli animali nonché della diversità culturale esistente nell’Ue».

Con queste raccomandazioni, il cavallo di battaglia e pallino fisso del presidente Martin Schulz, il Ttip, continuerà a stare sul tavolo dei negoziatori europei e statunitensi. E continuerà a fare da collante a una maggioranza che vede l’unica opposizione nel gruppo della Sinistra e nei Veri. Mentre fuori dalle stanze dei negoziati continua a crescere il movimento #StopTttip, che chiede l’immediata interruzione delle trattative.

 

Ma quanto pesa il commercio tra Europa e Stati Uniti? Come si evince dall’infografica del Parlamento europeo Usa e Ue sono partner commerciali di prima grandezza e l’approvazione del ttip avrebbe enormi conseguenze da un lato, come dall’altro dell’Atlantico. Al momento gli Usa importano dall’Ue più di quanto non esportino dalle nosre parti. Eppure, anche negli Usa, sindacati e associazioni sono molto preoccupate delle conseguenze che l’approvazione del Trattato avrebbe sul mercato del lavoro interno.

 

>> INFOGRAFICA | TUTTI I NUMERI DEL TTIP

 

 

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Il Ddl della disuguaglianza, la “Buona scuola” è legge

Volete un primo assaggio del Ddl Buona scuola appena approvato alla Camera? Basta leggere attentamente tra le righe del lunghissimo (25mila parole e 209 commi) e farraginoso testo del maxiemendamento. Ma prima, vi ricordate le parole di Renzi il 13 marzo al momento della presentazione? «Mai più classi pollaio», aveva annunciato. Ebbene, oggi quella frase viene presa per buona da quasi tutti i media: «Ridotti gli studenti in classe», si legge nei report spesso trionfalistici. Non è proprio così. Il comma 84 in effetti dice che il dirigente scolastico, tra i suoi super poteri, ha anche quello, viste le risorse anche logistiche e i prof disponibili (l’organico dell’autonomia), di ridurre il numero di alunni e di studenti per classe. Peccato che il comma 83 della relazione tecnica che accompagna il ddl 1934 reciti così: «La possibilità di ridurre il numero degli alunni per classe dovrà, parimenti nel rispetto del limite sulla dotazione organica prevista, comportare un aumento di tale limite nelle altre classi». Tradotto significa questo: la riduzione di studenti non sarà per tutte le classi secondo un criterio di uguaglianza per garantire una migliore qualità dell’insegnamento. Avverrà caso per caso, e laddove si verifichi, gli alunni in sovrappiù saranno “spalmati” in altre classi.

 

Una riforma che rende le scuole tante piccole aziende territoriali del sapere. E le famiglie sono i clienti (cit. Abravanel)

 

Con il rafforzamento dell’autonomia e l’introduzione dei super poteri dei presidi si stabilisce per legge che le scuole saranno diverse da territorio a territorio. Viene a mancare l’idea costituzionale del sistema scolastico che dia le stesse possibilità a tutti. Così, nelle scuole della riforma renziana avremo anche insegnamenti diversi, perché nell’ambito dell’autonomia viene consentito anche di “rimodulare il monte ore di ogni disciplina”. Non solo, negli ultimi anni delle scuole superiori sarà possibile, per personalizzare il curriculum dello studente in vista dell’orientamento universitario, introdurre materie opzionali aumentando il monte ore. Naturalmente sarà tutto gestito dal dirigente scolastico che ha il potere di valutare i docenti, di premiarli e di assumerli (non può farlo con i parenti, però, grazie a un emendamento M5s). Il preside dovrà anche reperire, attivandosi, le risorse dai territori e dai privati. Ma sarà facile – naturalmente nei territori ricchi – perché il comma 145 promuove «le erogazioni liberali in denaro destinate agli investimenti in favore di tutti gli istituti del sistema nazionale di istruzione». I privati possono dare soldi anche per costruire scuole e per potenziare laboratori e strutture esistenti. Non possono superare la somma di 100mila euro ma avranno un credito d’imposta del 65%. Vi ricordate il 5 x mille da indirizzare per una scuola ad hoc? Quel punto del ddl originario non passò perché ci fu la sollevazione del terzo settore. Ma lo School bonus è, sotto un’altra forma, un modo per favorire la “propria” scuola di riferimento. Sempre per i finanziamenti, poi, rimane la detrazione fiscale per chi iscrive il proprio figlio alle scuole paritarie private… Insomma anche in questo caso disuguaglianze ovunque dietro l’angolo.

 

Il mistero delle deleghe in bianco Il Parlamento lascia mano libera al governo su temi fondamentali

 

Il comma 180 lo dice chiaramente: il governo entro diciotto mesi dalla data in vigore della legge deve adottare uno o più decreti legislativi per provvedere al riordino, alla semplificazione e alla codificazione delle disposizioni legislative in materia di istruzione». Da pagina 36 a pagina a 41 sono elencati gli ambiti su cui spetterà al governo l’ultima parola, senza il vaglio del Parlamento. E non sono bruscolini.

Il governo infatti può: riscrivere il Testo unico dell’Istruzione, decidere sulla formazione, sui concorsi, sui trattamenti economici del tirocinio e sul passaggio al contratto a tempo indeterminato, ridefinire il ruolo del sostegno, rivedere tutta la parte della formazione personale e quello, fondamentale della scuola dell’infanzia, da 0 a 6 anni che non figura nella Buona scuola. Inoltre, deve definire nei futuri decreti legge la «garanzia dell’effettività del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale, nel rispetto delle competenze delle regioni.. attraverso la definizione dei livelli essenziali di prestazioni». Vale a dire, prima faccio la scuola come voglio io, poi, in seguito dico quali devono essere i parametri uguali per tutti. È come costruire una casa dal tetto e non dalle fondamenta….

 

La battaglia del mondo della scuola e l’assenza della sinistra. La formazione di una “coscienza di classe” dell’insegnante

 

Non si era vista mai, nemmeno ai tempi della Gelmini, una mobilitazione così vasta e trasversale, anche al di là dei sindacati, per la prima volta, va detto, uniti. Oltre 600mila docenti in sciopero il 5 maggio, i flashmob, la associazioni e i comitati nati ovunque. Sono scesi in piazza anche insegnanti che non avevano mai preso in mano un volantino prima d’ora. La Buona scuola ha avuto come effetto la formazione di una identità del prof che forse Giannini e Renzi non si aspettavano così forte e ostinata. Preparati, colti, ironici, i prof italiani si ribellano principalmente ai due principi costituzionali che sentono violati: la libertà d’insegnamento e l’uguaglianza del sapere.

Questa indignazione mentre è stata accolta da Sel, M5s e pochi dissidenti Pd come Fassina e Civati (adesso fuori dal Pd), Tocci e Mineo, non ha trovato una risposta nel partito democratico. Succube del segretario-premier, salvo pochi casi (oggi hanno votato no Alfredo D’Attorre, Vincenzo Folino, Angelo Capodicasa, Giuseppe Zappulla e Carlo Galli) il partito democratico non ha voluto capire la reale portata della riforma. E se l’ha capita, è stato l’ennesimo atto di subalternità a uno pseudo-pensiero neoliberista considerato necessario e ahimè di sinistra. Questa cecità-complicità avrà conseguenze notevoli, se la legge andrà avanti, sul sistema scolastico, sulla conoscenza e sulla cultura delle giovani generazioni. E anche sulla tenuta elettorale del Pd…

Ma forse l’“atto iniziale di un nuovo protagonismo della scuola”, come ha twittato il ministro Giannini, significherà altro: referendum abrogativi, ricorsi legali, boicottaggio a settembre dei comitati di valutazione e uffici nel caos per i trasferimenti e le assunzioni. Vedremo e racconteremo.

Il No della Grecia e la necessità di ripensare Europa e Sinistra. Il nuovo Left

Il No della Grecia alle politiche dell’austerity può servire per ripensare l’Europa e la sinistra. Left questa settimana parte dalle scelta del popolo greco per andare oltre la cronaca e indagare sulle ragioni storiche, politiche e filosofiche del fallimento dell’idea di uguaglianza e libertà che doveva guidare l’Europa dei popoli. «Ci siamo fermati, abbiamo guardato le gambe sciancate di quest’Europa che non lo è più e ci siamo chiesti perché non sia stato, e a maggior ragione non sia oggi, più sufficiente Marx e quell’idea comunista di trasformare il mondo», scrive Ilaria Bonaccorsi nell’editoriale.

Un fallimento che rivela la tragica assenza della sinistra europea. Due economisti, Ernesto Longobardi e Andrea Ventura, una storica della filosofia, Elisabetta Amalfitano e la scrittrice croata Sanda Pandža raccontano, seguendo un filo di pensiero comune, il disastro causato da una politica miope e complice degli interessi economici. Scrive Andrea Ventura: «È l’idea di uguaglianza basata sul sistema dei bisogni che ha mostrato i suoi limiti, quella che è vacillata è l’antropologia del moderno homo oeconomicus per cui gli uomini sarebbero tutti uguali perché consumatori». Ernesto Longobardi parla della favola bella del comunismo che delude perché punta solo alla trasformazione dei rapporti di produzione. Elisabetta Amalfitano ripercorre la storia dal Congresso di Vienna fino a oggi seguendo il filo della sinistra che ha negato l’immagine e l’identità della donna. E una suggestione finale: Anna, la donna in fuga nel film L’avventura di Antonioni del 1960 sta quasi a rappresentare la cultura di sinistra che smarrisce l’identità di donna. Sanda Pandža, che ha appena pubblicato per L’Asino d’oro il romanzo Una ragazza con la valigia, va più a fondo, partendo dal suo libro racconta la figura di Tito riscoperta in tutta la sua violenza una volta giunta in Italia, da sola, a 19 anni, in fuga dalla guerra. Ma l’oppressione del comunismo che «ha spogliato l’essere umano del suo essere umano» può essere rifiutata attraverso la ricerca di un’uguaglianza «che abbiamo tutti indistintamente alla nascita e che ti porta poi alla ricerca del diverso…».

Nel numero in edicola anche un’analisi della crisi della socialdemocrazia europea, delle relazioni tra Grecia e Russia, della possibilità che la Grecia (e poi anche altri Paesi) adottino monete complementari, il reddito minimo garantito e le sperimentazioni in atto in Italia, i nuovi rischi per la salute. Negli Esteri, un’inchiesta sull’uso di droga da parte dei miliziani dell’Isis. Per la scienza raccontiamo il successo dei ricercatori di Cuba, che sono riusciti a bloccare la trasmissione del virus Hiv da madre a figlio. Infine in Cultura una intervista all’artista Ileana Florescu autrice di opere ispirate ai libri mandati all’Indice dalla Chiesa.

Nonna Maria e la gente semplice

«Miriana, entra, siediti, chiudi la porta e accendiamo il ventilatore in sala così stiamo più fresche. Lo so che vuoi farmi delle domande… a nonna, tu sei sempre stata curiosa. Però abbi pazienza, sarò lenta, ma ho solo
95 anni». Sgrana gli occhi aspettando la mia reazione, ridiamo. 
«Il nonno m’è piaciuto appena l’ho visto! L’ho incontrato il giorno di san Luigi il 21 giugno del ’41», mi ripete la sua cantilena d’amore come una bimba che recita una preziosa poesia.
«Era bellissimo e allegro, vieni che ti mostro la foto che avevo lasciato al nonno quando andai via da Napoli, dopo appena tre giorni. Perché mia madre venne a sapere che mi girava intorno un uomo e mi fece rientrare subito a casa a Torre del Greco; nessuna delle sue figlie si doveva sposare finché non fosse rientrato mio fratello prigioniero di guerra in Austria. Dietro la foto scrissi il mio indirizzo e lui non vedendomi a scuola mi scrisse immediatamente. Voleva conoscere i miei. Quando lo conobbero lo amarono subito, il Veneziano che ride e canta le opere liriche. Ci siamo sposati dopo un anno che il nonno faceva spola tra il mio paese e Napoli dove continuava a lavorare come militare alla croce rossa, aveva la fascia della Croce Rossa, sai”. Mi dice con orgoglio.
«Ci trasferimmo a Napoli e andammo a vivere da ospiti sopra l’osteria che apparteneva a tre signore orfane, si trovava vicino all’ospedale e io senza che neanche me lo chiedessero le aiutavo tutto il giorno e di notte lavoravo negli ospedali per assistere i malati senza parenti. Non c’era il contratto o l’accordo scritto; si faceva quello che c’era da fare. Rimasi incinta di tuo padre». Pausa. Forse si mette a piangere.
Squilla il telefono, è la teleassistenza: nonna parla con loro come se fossero amici di vecchia data. Torna, si siede e sorseggia l’acqua. Poi si ricorda qualcosa, e mi dice: «Devi chiamare per me il tuo amico, Angelo non riesco a capire dove sia il numero e poi sono troppo lunghi i numeri dei cellulari e sbaglio i tasti. Devi dirgli che non si deve fare problemi e che può venire anche con il suo fidanzato: casa mia è sempre aperta per le persone buone e pulite». Lo farò sicuro. «Sarei andata ovunque con tuo nonno, ci trasferimmo a Venezia dove aveva nove fratelli di cui una gemella. Era gente buona, erano comunisti, giravano con la bandiera, il nonno cominciò a lavorare sotto il portico della grande casa in campagna e diventò un artista del legno. Sai è strano, io e tuo nonno siamo vissuti più a lungo di tutti i nostri fratelli nonostante fossimo tutte e due di salute precaria, lui poi si ammalò anche con l’altra gamba e io dovetti fare un grosso intervento al naso e così decidemmo di tornare a Napoli poiché il lavoro in campagna e la lontananza dagli ospedali attrezzati per noi era diventato un problema».
Io me lo ricordo il nonno che sorrideva e si levava gli occhiali spessi, metteva la matita da falegname appoggiata all’orecchio e saliva lento la vecchia e stretta rampa di scale, poiché le gambe ormai erano diventate rigide. Ricordo il rispetto per la tavola: il nonno prima di sedersi occupava il bagno per mezz’ora e si sedeva a tavola che profumava di sapone. «Ti ricordi la signora Carmela? Era stato arrestato il marito e noi per aiutarla la facevamo mangiare da noi e poi cercavo di aiutare i figli che si erano persi con le droghe e lei piangeva tanto. Ora vive con la figlia, mi chiama spesso e io vorrei starle vicino ma abita troppo lontano. E Sergio te lo ricordi? Era il bambino che viveva nella casa di fronte al nostro balconcino, la mamma malata, i fratelli drogati e lui a cinque anni non riusciva ancora a parlare e io lo curavo come potevo. Ora vive in comunità mi chiama spesso, non parla ancora bene, ma io lo capisco».
Sì nonna, ricordo che spesso venivano dei bambini o delle mamme, che non li lasciavi mai andar via senza qualcosa da mangiare e che davi consigli sul lavoro che per te era la soluzione a tutto. «Mi domandi se sono stata felice? Sì. Lo sono ancora, non mi sono mai sentita sola. Mi chiamano ancora da tutta l’Italia, mi vengono a trovare. Sono felice così».
«Ora dimmi, com’è andato il viaggio di Carlo con gli immigrati? Digli che sono orgogliosa di lui e che se fossero qui sotto casa mia li accoglierei tutti nonostante l’età, scenderei di persona a prenderli: il nostro dovere è aiutarli come io e il nonno aiutavamo i soldati venuti dalla guerra».
«Io ho fatto la seconda elementare», mi dici sempre. «Siamo gente semplice». Forse dovremmo diventare semplici come te.

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Gli euroscettici, le parole di Tsipras e la confusione dei media

le pen slavini parlamento europeo

Come volevasi dimostrare: dopo l’intervento di Tsipras al Parlamento Europeo il trucco è piallare le posizioni. Mentre il Corriere sottolinea gli applausi “dell’estrema destra e dell’estrema sinistra” si tenta di paragonare Tsipras ai sovversivi (e piuttosto banali) euroscettici.

La proposta di Tsipras (ne ha parlato anche nel suo discorso a Strasburgo di ieri) non è di uscire dall’Europa o dalla moneta unica e nemmeno di agire indisturbato senza responsabilità: l’Europa che ha in mente Tsipras è un’Europa che non passi dal falcidiare lo stato sociale ma anzi ne faccia un priorità, secondaria alle logiche finanziarie, se possibile.

Il Pse (come del resto avviene anche per il PD nazionale) ha bisogno di estremizzare le posizioni greche per condonare le proprie posizioni così compromesse: disegno orribilmente il mio avversario per ottenere almeno una certificazione di responsabilità.

Così la confusione fa gioco: sulla stampa Tsipras, Farage, Grillo e Salvini pari sono. Come dire: ci siamo noi che facciamo sul serio e gli altri che giocano a fare i rivoluzionari. Per questo continuo a credere che il momento europeo è anche una grande opportunità per condensare una sinistra (oggi piuttosto rarefatta) che si prenda la responsabilità di sradicare questa informazione disonesta. L’occasione è importante. Troppo importante.

Cosa ha detto Tsipras oggi al Parlamento europeo

tsipras no austerity

Il neo-ministro delle Finanze greco Euclides Tsakalotos ha inviato una lettera (di cui trovate il testo qui sotto) alla Commissione. Il testo non contiene particolari sul piano di riforme per il rientro del debito ma ribadisce la volontà di Atene di rimanere nell’euro e di rispettare gli obblighi che questo implica. Si tratta di un lieve cambiamento nei toni, per quanto, ad oggi, da Bruxelles e dalle capitali europee che contano, fanno sapere di non essere intenzionati a discutere fino a quando il governo Tsipras non avrà presentato un piano dettagliato di come intenda dare seguito agli impegni presi con il testo qui sotto. Una conference call tra ministri delle Finanze è stata cancellata in attesa delle informazioni che, come ha reso noto il premier greco, arriveranno entro domani.

Se il tono della lettera è formale e in qualche modo in sintonia con le richieste della troika, il discorso di Alexis Tsipras al Parlamento europeo (qui sotto il video) è stato meno compiacente: pur riconoscendo che la situazione greca è figlia di anni di cattiva gestione dei governi che lo hanno preceduto e ricordando che la Grecia è impegnata a rispettare le leggi dell’Unione, il premier greco ha usato un tono meno formale e più aggressivo, ricordando che l’Unione europa deve essere più democratica o rischia di finire male. A salire sul cavallo del premier greco, per ragioni di opportunismo politico, tutti i No euro eletti a Strasburgo. Tra questi Marine Le Pen e il leader dell’Ukip britannico, Nigel Farage, che ha suggerito alla Grecia di “uscire dall’euro a testa alta”. Il premier greco e il ministro delle Finanze ribadiscono invece, per l’ennesima volta, la volontà di rimanere nella zona euro.

 

Caro Presidente,

A nome della Repubblica ellenica, presento una richiesta di sostegno alla stabilità, ai sensi degli articoli 12 e 16 del trattato ESM in relazione al rischio per la stabilità finanziaria della Grecia in quanto stato membro e per la zona euro nel suo complesso.

In particolare, la Grecia chiede alla ESM un prestito (“Finanziamento” o “programma”) con una disponibilità periodo di tre anni in conformità con le condizioni di cui all’articolo 13 del trattato ESM e all’articolo 2, della Direttiva sui prestiti. Il prestito sarà utilizzato per soddisfare le obbligazioni di debito della Grecia e per garantire la stabilità del sistema finanziario.

In linea con i principi di questo strumento come programma a medio o lungo termine, la Repubblica si impegna a un complesso di riforme e misure da attuare negli ambiti della sostenibilità fiscale e della sostenibilità finanziaria e della crescita nel lungo periodo.

Nel quadro del Programma, ci proponiamo di implementare immediatamente una serie di misure già a partire dall’inizio della prossima settimana, tra cui: misure di riforma fiscale e misure in materia previdenziale. A queste collegheremo anche azioni ulteriori volte a modernizzare l’economia ellenica.

Il governo greco presenterà, al più tardi giovedi 9 luglio, un set dettagliato di proposte per un programma di riforme da sottoporre alla valutazione delle tre istituzioni e dell’Eurogruppo.

In aggiunta a quanto sopra, è obiettivo esplicito del governo greco di tornare a forme di finanziamento attraverso il mercato per le necessità finanziarie future al più tardi entro la fine del periodo di disponibilità del prestito, oltre che tornare a una situazione economica e finanziaria sostenibile.

Nell’ambito di una discussione più ampia che si dovrà tenere, la Grecia vuole cogliere l’opportunità di esplorare misure con il potenziale di rendere sostenibile il debito pubblico nel lungo periodo.

La Grecia si è impegnata a rispettare i propri obblighi finanziari nei confronti di tutti i suoi creditori. Confidiamo che gli Stati membri apprezzino l’urgenza della nostra richiesta di prestito in un momento di fragilità del nostro sistema bancario, conoscendo la scarsezza di liquidità a nostra disposizione, i nostri impegni a breve termine, l’accumulo di pagamenti arretrati interni e il nostro espresso il desiderio di cancellare gli arretrati con il FMI e cona la Banca di Grecia.

Ribadiamo l’impegno della Grecia a rimanere un membro della zona euro e a rispettare in quanto tale norme e regolamenti e apprezzeremo ina vostra favorevole e tempestiva considerazione della nostra richiesta.

A scanso di equivoci, questa lettera sostituisce la nostra precedente lettera di richiesta del 30 giugno 2015.

Cordiali saluti,

il Ministro delle Finanze

 

Il Cile verso la depenalizzazione della marijuana

Il Cile si aggiunge alla lista dei Paesi che ha scelto di depenalizzare l’uso della marijuana. O meglio, la Camera del Paese latinoamericano ha approvato a grande maggioranza una proposta di legge che consente la coltivazione dell’erba fino a sei piante. Il testo dovrà ora passare all’esame del Senato. Ad oggi i cileni che vengono sorpresi a coltivare o trasportare marijuana rischiano fino a 15 anni di carcere. Come negli Stati Uniti, un primo passaggio nella direzione della depenalizzazione è stato rappresentato dalla scelta di consentire l’uso terapeutico. Il comune di Santiago aveva ottenuto l’approvazione per coltivare e distribuire marijuana medica. La notizia sta anche nel fatto che il Cile è uno dei Paesi tradizionalmente più conservatori del continente.

Il primo paese a compiere una scelta in questa direzione era stato l’Uruguay del presidente Pepe Mujica, che ha legalizzato e non solo depenalizzato l’uso di marijuana, seguito dalla Jamaica. In Europa la Repubblica Ceca consente la coltivazione fino a cinque piante e l’Olanda è da decenni – sebbene di recente con un aumento delle restrizioni per i non residenti – il luogo del turismo da droghe leggere. In generale, l’opinione mondiale in materia sta rapidamente cambiando e molti Paesi stanno prendendo in considerazione l’ipotesi.

Nel 2012, negli Stati Uniti, il Colorado e lo Stato di Washington hanno votato “Si” a dei referendum che hanno deciso per la legalizzazione dell’uso di cannabis “a scopo ricreativo”. In particolare nel primo dei due Stati, dove la legalizzazione è entrata in vigore prima, c’è un piccolo boom dell’industria dell’erba (negozi, coltivatori, accessori). Negli anni successivi l’uso ricreativo viene consentito per legge anche in Oregon, Alaska e nel distretto di Washington DC (la capitale federale). Circa 20 Stati consentono l’uso a scopo medico, mentre quattro ne hanno depenalizzato l’uso, ma non hanno legalizzato. La figura qui sotto (Pew Research Centre) indica come anche negli States, la patria della “War on drugs”, resa più dura a partire dalla presidenza di Bush senior, l’opinione in materia di legalizzazione sia cambiata rapidamente in tutti i settori della società.


Secondo ArcView Market Research (una impresa che mette in contatto produttori e potenziali investitori nel settore, come si trattasse di gelati o automobili) il mercato legale della marijuana negli Stati Uniti si aggira già intorno ai 3 miliardi di dollari l’anno, con una crescita del 74% tra 2013 e 2014.

Anche il Messico sta pensando ad introdurre qualche forma di legalizzazione come strumento per ridimensionare i cartelli di narcotrafficanti. Anche negli Stati Uniti la depenalizzazione viene vista come uno strumento per ridurre drasticamente la popolazione carceraria. Negli Stati dove l’uso ricreativo è consentito non si sono verificati problemi sociali ed è aumentato il gettito fiscale: sulla marijuana, come sull’alcool, le tasse sono molto alte.