Doveva essere il giorno dei nuovi impegni scritti per il neo ministro delle finanze greco. E invece Euclid Tsakalotos arriva a mani vuote all’Eurosummit, provocando le reazioni scomposte dei presenti e il crollo delle Borse (Milano perde il 3%). A due giorni dal referendum greco che ha centrato il 60% dei “no” e soprattutto all’indomani della traumatica sostituzione di Yanis Varoufakis proprio con Tsakalotos, il governo ellenico si presenta dinanzi ai creditori internazionali forte della legittimazione popolare, ma a corto di piani.
Inizialmente Alexis Tsipras aveva avanzato la richiesta di un prestito ponte da 7 miliardi per ovviare alla stitichezza ormai cronica delle banche elleniche e poter pagare le tranche di prestiti al Fmi (3 miliardi entro fine luglio). Un sostegno, in questo senso, gli potrebbe giungere dal presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker ancora convinto di poter «evitare la Grexit. Sono contrario, cercherò di evitarlo fino alla fine», ha detto da Strasburgo. Per poi togliersi altri sassolini dalle scarpe aggiungendo che è «inaccettabile per la Commissione essere chiamati terroristi» dal governo greco, ovvero dall’ex ministro delle Finanze.
Per queste ragioni tutti a Bruxelles si attendevano da Tsakalotos un vademecum su cui avviare nuovamente la trattativa. Il neo ministro invece è giunto a mani vuote, annunciando per domani le sue proposte e di fatto provocando l’irritazione della cancelliera Angela Merkel che un attimo prima di avviarsi al summit con Hollande e Tsipras ha commentato che «al momento non ci sono ancora le basi per riavviare un negoziato». Ovvero, intende prima vedere materialmente quali saranno le proposte di Atene, che in verità sarebbero dovute già arrivare. Tra l’altro è questa la motivazione principale per cui è stato rimosso Varoufakis, accusato da Berlino anche di aver ritardato nei suoi centosessanta giorni da ministro la definizione di impegni precisi da parte greca.
Ma le cose potrebbero precipitare rapidamente, dal momento che l’ipotesi Grexit pare essere presa in considerazione anche da insospettabili, come il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, che fa dipendere la permanenza nell’Eurozona della Grecia dalla serietà delle proposte. Sposando, di fatto, le posizioni da sempre caldeggiate dal ministroWolfgang Schaeuble, contrario all’haircut del debito tanto caro a Varoufakis. Alleato di Tsipras resta solo il premier francese Manuel Valls, che apre a un’eventuale ristrutturazione del debito: «non sia considerata un tabù».
E c’è chi dice che, a conti fatti, almeno “il ministro con la moto” avrebbe venduto cara la pelle, anziché presentarsi mestamente a mani vuote.
Addio peccatori, è l’ora dei social network religiosi. Aperto da un mese, FacaGloria, “la rete per condividere l’amore e la saggezza cristiane con gli altri”, ovvero il social network evangelico brasiliano ha già 100mila utilizzatori nel Paese dove le mega-chiese svolgono un ruolo non indifferente anche nelle elezioni politiche (gli evangelici sono più del 20% del totale e in crescita). La promessa è quella di un luogo senza peccato, al riparo da bestemmie, parolacce, sesso o argomenti che abbiano in qualsiasi modo a che fare con l’omosessualità. Se a oggi il network è solo in portoghese, ed è quindi limitato nelle possibilità di crescere, i suoi creatori hanno già acquistato dei domini in inglese e si apprestano a lanciarlo fuori dai confini brasiliani.
Su Facebook c’è tanta pornografia «così abbiamo pensato di creare un luogo virtuale nel quale parlare di Dio e della sua gloria»ha spiegato alla AFP brasiliana il web designer del sito Attila Barros, uno dei tre fondatori, tutti residenti e funzionari della municipalità di Vasconcelos, a pochi chilometri da San Paolo. L’interfaccia è sostanzialmente identica a quella di Facebook, ma al posto di “like” si può, quando si sceglie di esprimere consenso o approvazione per un pensiero o una foto, schiacciare il tasto “amen”. Le parole vietate sono 600 e una ventina di volontari passano le loro giornate a verificare che nessuno infranga le regole. Un po’ pochini se l’obbiettivo è quello di far crescere la rete evangelica: con numeri giganteschi, la polizia cinese che controlla e censura la rete ha un paio di milioni di dipendenti.
L’idea di lanciare in rete dei social network identitari o religiosi non è affatto nuova: Ummaland, un network musulmano ha già quasi 330mila iscritti. Anche in questo caso l’appeal è quello di connettersi con persone che condividono la propria identità religiosa. Così l’offerta di Ummaland è fatta di “pubblicità halal”, prevede parametri speciali “per la privacy delle sorelle”, annuncia gli orari delle preghiere in sintonia con il fuso orario e offre un’accademia coranica e video con spiegazioni dei concetti religiosi. Un’operazione più ambiziosa di quella di FacaGloria, che infatti consente anche l’integrazione con Facebook e Twitter. Il sito ha l’aria di essere pensato meglio dal punto di vista del marketing, con un suo canale YouTube e una pagina Facebook ed è stato fondato da due persone di origine uzbeka. Lo stile è quello delle operazioni degli evangelici americani meglio riuscite, quelle che consentono a chi le lancia di diventare miliardari e influenti. Presto per dire se sarà così. Certo è che negli ultimi anni anche nel mondo islamico si è affermata la tendenza a fare i soldi con la religione, imponendo e facendo grande marketing a idee e categorie che prima non erano presenti nella cultura dei paesi islamici. Nel suo Islam nudo, Lorenzo Declich, fa molti esempi di invenzione di un’identità musulmana omogenea creata proprio per facilitare il piazzamento di alcuni prodotti sul “mercato islamico”. Il cibo halal è l’esempio perfetto, alcune multinazionali asiatiche ottengono il marchio halal e lo stampigliano anche su prodotti che non dovrebbero essere lavorati in maniera diversa, proprio per far crescere i consumi e sbarazzarsi della concorrenza.
Il tema dell’identità e della scelta in rete, del resto non è solo religioso. Da anni le indagini sul consumo di notizie negli Stati Uniti condotte dal Pew Research Centre indicano come la scelta delle fonti sia largamente influenzata dalle preferenze politiche. Se i conservatori guardano FoxNews – canale all news trash e distorsivo della realtà – e seguono la talk radio conservatrice di personaggi come Rush Limbaugh o Sean Hannity, le persone di sinistra guardano con più frequenza Msnbc, Cnn, ascoltano Npr, la radio pubblica Usa e consultano il sito del New York Times (l’immagine qui sotto è un quadro dei consumatori di notizie, dai più conservatori, a destra, ai più di sinistra, a sinistra). Una dinamica che conosciamo anche in Italia e che rende i media spesso più attenti a fornire certezze ai propri lettori/ascoltatori, piuttosto che dubbi. Chi visita un sito identitario o segue notizie da una fonte in sintonia con i propri convincimenti tenderà a fare il tifo, non a farsi domande. Questo vale per i social network che raccolgono persone uguali tra loro, per le app che aiutano a cercare il ristorante kosher o halal o il partner più simile possibile dal punto di vista religioso o per i media. E più ci si abitua a stare tra persone simili in tutto e per tutto a noi e meno si è propensi ad accettare differenze culturali o religiose.
Ma come la raccontano, i giornali greci, la giornata di ieri? Left ha fatto un giro per le più importanti testate nazionali. Risultato?
Nonostante lo spettacolare vittoria dell’OXI (NO) espressa dal 61,3% dei greci, i quotidiani non sembrerebbero aver scelto la linea dell’allarmismo. La prima pagina dell’Eleytheros typos (testata conservatrice di proprietà della famiglia Aggelopoulos) titola: «La patria in pericolo». E sommaria: «Critica la permanenza della Grecia nell Eurozona». Ancora, Estia (quotidiano di centrodestra), per la sua prima pagina sceglie: «Il Paese entra in una grande sfida dopo il No», e sotto: «Referendum, un atto rischioso per la Grecia»
Il Ta nea, il giornale più diffuso in Grecia (di centro-centrosinistra, tradizionalmente vicino al Pasok), dà direttamente le alternative fuoriuscite – secondo la testata – dal referendum: «Riforma o Grexit». E, come a suggerire che il vero argomento di discussione non fosse sul piatto della consultazione popolare, ma su ben altri piani, aggiunge: «Il vero quesito si terrà in Consiglio a Bruxelles».
Mentre l’ateniese Ethnos (di proprietà dell’imprenditore Giorgio Mpompolas, uno dei più ricchi uomini d’affari di tutta la Grecia) sceglie un’immagine decisamente concreta: «Il piano di Tsipras dopo il terremoto del 61,3%».
Sempre fra i principali quotidiani, il Kathimerini (di orientamento moderato, e di proprietà dell’appaltatore-armatore Aristide Alafouzos, vicino alla Nea Demokratia), mette in prima pagina l’ultimatum: «Accordo o Grexit dopo il potente NO. Pesante il clima in Europa per l’Atene».
Riepilogando, i nostri giornali hanno scelto di focalizzarsi piuttosto sul Grexit che non sul risultato, storico, che ha coinvolto milioni di greci e centinaia di piazze. Titoli e commenti sembrano frecciate ad Alexis Tsipras e alla strategia che il premier seguirà al Consiglio europeo, più che una cronaca e un’analisi della giornata di ieri.
A quanto pare una grossa fetta dell’informazione ufficiale, non sembra essere dalla parte del popolo, bensì da quella dei grandi interessi economici. Triste per un Paese nel quale, a gran voce, il popolo ha coraggiosamente detto NO all’austerità. I nostri quotidiani, invece di informare la gente sembrerebbero cercare id indirizzarlo, non rispettando proprio colei a cui sono indirizzati: l’opinione pubblica. Tanti, tantissimi, i greci che hanno spento le tv questi giorni, perché la maggior parte delle trasmissioni e dei telegiornali cercavano di convincere i telespettatori di votare di NAI (Si). Purtroppo, anche voltando le spalle alla Tv, ecco rispuntare lo stesso atteggiamento nei giornali. Stessa parte dello stesso lato della (vecchia) medaglia. L’informazione libera non sembra essere un diritto che interessa le grandi case editrici della Grecia. Forse perché ignorano che il potere appartiene anzitutto al popolo e non a loro. La democrazia è, appunto, il potere del popolo: δημοκρατία, democrazia. No, significa si all Europa dei valori, e questa è stata la scelta dei Greci. Questo, avremmo dovuto trovare sui giornali.
“Porterò con fierezza il disprezzo dei creditori”. Atene, il giorno dopo: il ministro delle Finanze Yanus Varoufakis si è dimesso. Troppo ingombrante e visibile e forse non la persona più adatta a partecipare a trattative con figure politiche con il pelo sullo stomaco. La frase tra virgolette, dal post sul suo blog che annuncia le dimissioni, è paradigmatica: Varoufakis non è un politico, ma un economista e la gestione del potere, i suoi equilibri, la riservatezza durante le trattative, non sono il suo forte. Un grande pregio, ma forse un difetto in una fase delicata come quella che si apre oggi. Nel post in questione Varoufakis spiega: “Dopo il risultato del referendum mi è stato segnalato come alcuni tra i partner e creditori avrebbero preferito la mia assenza dagli incontri”, per questo avrebbe deciso di farsi da parte. Qualche pressione deve averla fatta anche Alexis Tsipras, che è un politico più avvezzo alle difficoltà dei tavoli negoziali e alla gestione di maggioranze e trattative.
Oggi, appunto, è il giorno delle telefonate e dell’attesa per le decisioni di Mario Draghi. Stamane Tsipras ha sentito Hollande e poi lo stesso presidente della BCE, che dovrà decidere in fretta su vari fronti: la prosecuzione del sostegno alle banche greche e l’eventuale necessità di intervenire in maniera pesante sul mercato dei titoli di Stato acquistando bond dei Paesi dell’eurozona più a rischio (Italia, Spagna, Portogallo). Saranno ore di trattative intense. Ed è molto presto per dire se dopo la vittoria del No nel referendum greco, l’Europa saprà tornare sulle sue scelte e ragionare su quello che Varoufakis ha più volte proposto: la ristrutturazione del debito e un piano Marshall per la Grecia che consenta di far ripartire l’economia. Qualcosa di simile a quanto fatto dalle casse federali americane durante il primo mandato di Obama, che in questo caso prenderebbe la forma di un intervento esterno: gli Usa sono un vero Stato federale, l’Europa no. Per adesso il panico non sembra essersi impadronito delle Borse, tutte in discesa, ma senza precipitare. Nemmeno l’euro è crollato nei confronti delle altre monete. La verità è che l’eurogruppo convocato per domani pomeriggio sarà un momento cruciale, l’altra data fondamentale è il 20 luglio, giorno in cui la Grecia dovrà restituire 3,5 miliardi alla BCE. I segnali non sono buoni: prima di sedersi al tavolo tutte le voci importanti del governo tedesco hanno chiuso le porte a cambiamenti sostanziali delle loro posizioni. Più problematici e preoccupati per la rigidità di Berlino sembrano il governo italiano e l’Eliseo. Il governo greco domani presenterà una nuova ipotesi di accordo.
La persona destinata a rimpiazzare Varoufakis sembra essere Euclid Tsakalotos, attuale capo delegazione nei negoziati con la troika. Anche lui professore di economia con un punto di vista considerato radicale dall’establishement europeo, Tsakalotos è considerato un buon mediatore. Tsakalotos ha negato più volte l’ipotesi di una moneta parallela greca ed è sempre stato molto critico con i piani di austerity imposti al suo Paese, ma ha anche spiegato con molta chiarezza che l’idea non è quella di uscire dall’euro: “Syriza non ha un mandato per portare la Grecia fuori dalla zona euro, né ha il mandato per applicare un’austerità impraticabile. Ciò di cui abbiamo bisogno è un accordo praticabile, un accordo che sarebbe un bene per l’Europa e la Grecia “. Il suo tono ragionevole è apprezzabile nella breve intervista rilasciata a Channel4 alla vigilia del referendum.
Il nuovo ministro non è una figura più moderata, dunque, ma qualcuno più adatta a negoziare dell’outsider Varoufakis – la verità è che nella maggior parte dei vertici era già Tsakalotos a parlare per la Grecia. Formatosi a Oxford e proveniente da una famigli dell’élite greca – nipote del generale Thrasyvoulos Tsakalotos, che guidò quello che l’economista ha definito “la parte sbagliata” durante la guerra civile – si trova a suo agio ai piani alti del potere e sa parlare la stessa lingua, usare gli stessi toni delle delegazioni che incontra. Il suo ultimo libro, Crucible of Resistance, si occupa proprio di crisi greca, eurozona ed economia mondiale. Tornato in Grecia negli anni 90, l’economista si è iscritto a Synapsimos, la forza politica che ha dato vita assieme ad altre a Syriza. In questo senso è più vicino alla politica e meno battitore libero rispetto a Varoufakis. Nei mesi passati ha partecipato all’assemblea nazionale del Sinn Fein ed ha parlato delle vittorie del suo partito e di Podemos come di una svolta per gli equilibri politici europei.
Sia Varoufakis che Tsakalotos (e anche il ministro per l’Economia Giorgos Stathakis) si sono formati all’estero. Quella di Varoufakis è una bella parabola di economista e personaggio pubblico. Qui sotto il ritratto scritto da Nicolò Cavalli per Left nel febbraio 2015.
«Yanis viene da una famiglia resistenziale, il padre ha fatto anni di prigione», spiega Joseph Alevi, suo amico e co-autore. Nel 1978 la dittatura dei colonnelli era ormai terminata ma la democrazia fragile, il clima ancora pesante e il movimento studentesco, in cui Varoufakis era coinvolto, esposto a rappresaglie militari e paramilitari. Così la famiglia decise di spedirlo lontano, Yanis Varoufakis.
Il ministro delle finanze del governo Tsipras, che si aggira per l’Europa come un fantasma d’altri tempi, ha lasciato Atene a 17 anni. La sua è una lunga peregrinazione tra Gran Bretagna, Australia e Stati Uniti. Poi il ritorno in Grecia. La crisi, quel maggio del 2012, piazza Syntagma che esplode di rabbia per la prima festa del lavoro sotto il tallone del memorandum imposto dalla troika. Soldi in cambio di tagli indiscriminati, tasse, licenziamenti. Una ricetta fallimentare. Il 6 maggio le urne testimoniano l’inizio dello smottamento delle coalizioni di governo. Uno smottamento che avrebbe portato, nel giro di due anni e mezzo, l’economista che aveva messo l’oceano tra sé e il suo Paese a provare la sfida impossibile. Ultima tappa di un viaggio, cominciato così, dal cuore del Mediterraneo alle pianure nebbiose dell’Essex, sud-est Inghilterra.
«Quando si è trasferito Yanis era già formato politicamente», sostiene Alevi. Era un giovane greco che ha iniziato a leggere Marx a undici anni nelle roccaforti del tatcherismo. Esito scontato: la piazza. «Maggie, Maggie, Maggie, Out, Out, Out!», racconta di aver urlato infinite volte nelle proteste contro le politiche neoliberali di Lady Iron. «Arrivai presto alla conclusione che la scienza economica è la lingua franca del discorso politico e mi immatricolai a Eco- nomia. Dopo poche settimane mi resi conto che quello che studiavo era solo un insieme di modelli matematici semplicistici. Ancora peggio: la matematica utilizzata era di terza mano e, conseguentemente, il pensiero economico che ne veniva fuori era atroce». Così Varoufakis decide di spostarsi verso la matematica pura, tornando all’economia solo quattro anni dopo – prima da dottorando e poi da docente all’Università dell’Essex. «Il mio addio alla Gran Bretagna avvenne nel 1987. Iniziai a pianificare la fuga nella notte della terza elezione della Thatcher. Era troppo per me», racconta. L’Università di Sidney lo invita per una lezione. Rimarrà dall’altra parte del mondo per 12 anni, fino a prendere la nazionalità. A Sidney, Varoufakis sviluppa la sua ricerca in teoria dei giochi – lo studio matematico dei modelli di decisione di agenti in situazioni di conflitto. Molti dei suoi lavori sono focalizzati sugli scioperi, i sindacati, i meccanismi di incontro e scontro alla base della contrattazione.
Non apprezza la sinistra che chiama «delle buone intenzioni», quella che nega il conflitto e la centralità della lotta prendendo a braccetto i poteri forti, come accade nei dipartimenti di Economia delle principali università mondiali. In un articolo si scaglia contro Philippe Aghion, economista di gauche ad Harvard, ispiratore del programma economico di Hollande. Secondo Varoufakis, Aghion è di quella sinistra che critica la diseguaglianza crescente, sì, ma per ragioni tutte sbagliate: «Solo adottando una dedizione radicale alla libertà la luce potrà cadere sui modi in cui il monopolio delle risorse produttive da parte di una classe rende impossibile la libertà di molti e, come diretto sottoprodotto, concentra la ricchezza nelle mani di una sempre più piccola minoranza». Aghion, invece, non è in linea di principio contrario alla diseguaglianza, ma sostiene che livelli troppo alti hanno effetti negativi sull’efficienza e la crescita: «Argomenti che rappresentano una costosa distrazione e un fardello per la causa dell’egualitarismo», chiosa Varoufakis nell’articolo significativa- mente intitolato “Contro l’eguaglianza”.
Nel 2000 lascia Sydney, «per una combinazione di nostalgia e disprezzo per la piega conservatrice presa da quella terra», e dopo 22 anni torna nella Grecia che si prepara euforica all’ingresso nell’euro. È la Grecia che si pre- para alle Olimpiadi del 2006, culmine di una crescita che solo nasconde gli squilibri che la porteranno in ginocchio. Ad Atene Varoufakis fonda un dottorato d’élite in Economia, gratuito e basato sul presupposto che l’economia mainstream vada accompagnata dallo studio delle teorie eterodosse, espulse dalla disciplina nel corso dei decenni della Reaganomics. Il motto è una frase di Bertrand Russel: «Vogliamo vedere un mondo in cui l’educazione sia rivolta alla libertà intellettuale e non a imprigionare le menti dei giovani in rigide armature di dogmi».
In questo periodo fa da consulente al primo ministro socialista Papandreou e inizia a scrivere uno dei suoi libri principali, Il minotauro globale: L’America, le vere origini della crisi e il futuro dell’economia globale, pubblicato in Italia nel 2012 da Asterios. Secondo Luca Fantacci, docente di Storia economica alla Bocconi, si tratta di «un bel pezzo di letteratura economica, degno della migliore tradizione europea e largamente condivisibile sul piano dell’analisi». È un libro keynesiano dal punto di vista accademico, ma con una chiara influenza marxiana per i rapporti di forza. La tesi è che l’egemonia globale statunitense del XX secolo si è basata sul «riciclo delle eccedenze globali». Il Piano Marshall, ad esempio, è ciò che ha permesso agli Stati Uniti di riciclare i propri surplus negli scambi internazionali, alimentando il proprio dominio con un investimento nelle capacità dei propri partner di generare nuove eccedenze. Il contrario di quanto sta imponendo oggi la Germania, in un’Europa senza speranza, dove non esiste alcun meccanismo di riciclo degli squilibri. Dirige il dottorato fino al 2008. Nel 2010, a causa dei tagli imposti al sistema universitario greco allo scoppio della crisi, il dottorato viene chiuso. Ah, l’austerità. «È stato il crollo di tutto ciò su cui ho investito nell’ultimo decennio, l’esito di una guerra contro di me per aver espresso le mie opinioni». Si trasferisce ad Austin, in Texas, la città più liberal dello stato più conservatore degli Stati Uniti. In uno scambio di email di quel periodo, spiega che non ha piani per un ritorno in Grecia: «Sono qui e ci rimarrò, per quanto posso prevedere». Insegna alla Lyndon B. Johnson School of Public Affairs e si unisce alla Valve Corporation – una compagnia di sviluppo di videogiochi – dove studia le economie virtuali e la creazione di bolle e squilibri finanziari.
«Internet ha rivoluzionato la produzione e la disseminazione di informazioni», spiega sul suo frequentatissimo sito, «è un esempio primario della dialettica hegeliana (e marxiana) in azione». Dal suo esilio statunitense diventa uno dei punti di riferimento nel dibattito sulla crisi europea. Insieme a Stuart Holland, ex consigliere economico di Delors, propone un piano per ristrutturare i debiti eccessivi dei Paesi europei e dotare la Banca Europea degli Investimenti di abbastanza liquidità per un piano continentale di investimenti. Lo chia- mano “Modest Proposal”, perché internalizza i rapporti di forza nell’Unione tanto da non richiedere alcun cambiamento dei trattati né trasferimenti fiscali tra contribuenti di diffe- renti paesi europei, e potrebbe essere attuato anche da un sottoinsieme di paesi volenterosi attraverso il meccanismo della “cooperazione rafforzato”. Un piano simile è riproposto dal prestigioso think-tank Bruegel. Senza esito. Il resto è cronaca recente. La disperazione crescente dei greci, la candidatura con Syriza, la nomina a ministro. Poche ore prima delle elezioni, Varoufakis spiegava all’emittente inglese Channel4 (il video del reportage per Channel 4 qui sotto) che il suo obiettivo è quello di «distruggere il sistema oligarchico che ha retto la Grecia per decenni». «Siamo un Paese fallito nel 2010, a cui sono stati prestati troppi soldi in cambio di misure volte a diminuire il suo prodotto interno lordo. Persino un bambino di 8 anni avrebbe capito che la situazio- ne sarebbe presto divenuta insostenibile», ha spiegato invece al suo corrispettivo tedesco, il falco Schauble, in un incontro tesissimo – al termine del quale il responsabile delle Finanze del governo Merkel si è rifiutato di scam- biare numeri di telefono. Guai a parlare di piani alternativi. Così dopo il primo bagno di realtà qualcuno, come il New York Times, ha notato un ammorbidimento delle posizioni di Varoufakis, che oggi parla di un “Piano Merkel” sul modello del “Piano Marshall” e dell’analisi contenuta nel Minotauro. A queste osservazioni Varaoufakis, che si considera un realista, ha risposto citando il suo “Modest proposal”: «Starei mandando un messaggio più moderato? Ma io ho sempre mandato messaggi modesti».
È il 4 luglio, e come ogni 4 luglio negli States si celebra Independence Day. Giorno in cui si ricorda la firma, avvenuta nel 1776, della Dichiarazione d’Indipendenza da parte dei Padri fondatori. E si celebra anche ad Expo come potete vedere nella foto sotto.
festeggiamenti del 4 luglio al padiglione America di Expo2015
Eppure dopo quasi 240 anni da quel momento storico sembra che la maggior parte degli americani pensi ancora agli Stati Uniti come al più grande Paese dell’Occidente, l’ “American pride” sembra essere in calo.
Un nuovo sondaggio Gallup mostra infatti che se il 54 per cento dei cittadini è “estremamente orgoglioso” di essere americano, il dato è calato di 3 punti percentuali rispetto al 2013 e di 16 punti percentuali a partire dal 2003.
Il sondaggio, basato su risposte a interviste telefoniche con un campione casuale di 1.527 adulti in tutto il paese, ha rivelato inoltre che esistono diversi livelli di patriottismo, si va dal 27 per cento che si dice “molto orgoglioso”, al 14 per cento che è “moderatamente orgoglioso”, mentre il 4 per cento è “solo un po’ orgoglioso.” Solo l’1% afferma di essere “per niente orgoglioso.”
Il motivo per cui il dato di “orgoglio americano” è in calo sembra essere dovuto, secondo Michael Wagner, professore all’ Università di Wisconsin-Madison e esperto in studi sull’opinione pubblica, a un rientro dell’ondata patriottica che si era diffusa nel Paese a seguito della tragedia dell’ 11 settembre e con la seconda guerra in Iraq. Nel 2001 infatti, prima dell’attentato al World Trade Center, la percentuale di americani che si diceva “estremamente orgogliosa” della propria nazionalità era del 55%, molto simile dunque ai dati rilevati quest’anno.
I livelli di orgoglio variano in tutto il paese e per la demografia. Il Sud è la regione più patriottica, con il 61 per cento “estremamente orgoglioso” rispetto al 46 per cento in Occidente.Il 60 per cento dei repubblicani sono “estremamente orgogliosi” rispetto al 47 per cento dei democratici. Così come il 64 per cento degli anziani è “estremamente orgoglioso” rispetto al 43 per cento degli americani con meno di 30 anni.
In ogni caso anche se la percentuale di americani “molto orgogliosi” di definirsi tali si è ridotta negli ultimi anni, i numeri del sondaggio effettuato da Gallup mostrano che comunque più di 9 cittadini su 10 sono almeno “moderatamente orgogliosi”.
A differenza di noi italiani che quando si tratta di definire il nostro livello di patriottismo preferiamo citare Gaber: «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono»
>> VIDEO | NUMERI SORPRENDENTI SUL 4 LUGLIO
Tratto dalla rubrica online “By the numbers” del New York Times
Con un semplice video amatoriale girato proprio in Grecia e pubblicato sulla sua pagina facebook, Manu Chao ha fatto sentire da artista il suo sostegno al popolo greco. «Non Abbiate paura» ha detto l’artista e cantando qualche strofa aggiunge: «libertà, o divina libertà, cerco di salire, aprimi la porta».
Lo conosciamo bene Manu Chao, conosciamo da anni il suo impegno politico e il suo essere vagabondo no-global della musica che lo ha portato nei più sperduti paesi dell’est europa e del sudamerica. Ma a nemmeno poche ore dalla pubblicazione di questo video, ecco la più becera campagna contro il suo inno alla libertà scatenarsi nei media con commenti da “italiano medio” alla Maccio Capatonda : «Comunista col culo degli altri e con i soldi in banca, parla lui che non è greco e pensionato, ma quanto guadagna al mese Manu Chao? Li paga i debiti? Ecco il Fedez de noantri». Siamo veramente caduti in basso miseramente caduti in basso e il guaio è che il silenzio regna sovrano dai grandi nomi impegnati della musica italiana e non solo. Questo sarebbe il momento migliore per non lasciare solo un collega musicista da un linciaggio mediatico e sarebbe il momento migliore per far sì che la musica raccolga messaggi di libertà e speranza. Troppa barbaria, troppa miseria culturale, troppo qualunquismo ci portano al sonno della ragione, ma anche il silenzio delle chitarre può essere indifferenza e può fare male. Non restiamo in silenzio amici musicisti, non adesso.
«Ho preso l’Unità nelle mie mani e ho visto che era a favore del sì. Può un giornale di sinistra, che porta il nome di Antonio Gramsci, schierarsi con la Merkel e il neoliberismo europeo?», se lo chiede Argyrios Argiris Panagopoulos. Il responsabile di Syriza in Italia, commenta così a Left la prima pagina di questa mattina del giornale appena tornato in edicola: «Grecia: tasche vuote arsenali pieni», ha titolato il quotidiano diretto da Erasmo D’Angelis. Il riferimento è al mancato taglio delle spese militari e alla presenza dei nazionalisti nel governo ellenico. «È chiaro che un giornale può criticare Alexis Tsipras e le sue scelte», prosegue Panagopoulos, «ma schierarsi con il neoliberismo europeo non ha niente a che fare con la sinistra».
La prima pagina del quotidiano del Pd arriva alla vigilia del referendum e a pochi giorni dalla presa di distanza di Matteo Renzi da Alexis Tsipras: «Tsipras non pensi di fare il furbo. La Grecia deve rispettare le regole», ha dichiarato il premier quattro giorni fa in un’intervista al Sole 24 ore. E ancora, in difesa della Cancelliera: «Dare la colpa alla Germania di ciò che sta avvenendo in Grecia è un comodo alibi che non corrisponde alla realtà dare sempre la colpa ai tedeschi non può essere una politica. Può tirare su il morale, ma non tira su l’economia».
Parole che non lasciano scanso a equivoci, secondo Syriza: «L’Italia ha preso una posizione in favore del sì. Se noi facciamo un referendum contro l’austerità e tu sposi la posizione di Merkel e di chi ci ricatta, che posizione è questa?», commenta il portavoce. Ma una sinistra c’è anche in Italia, tiene a precisare. Questa mattina Panagopoulos ha partecipato all’assemblea indetta da Stefano Fassina al teatro Palladium di Roma, insieme a Sergio Cofferati, Pippo Civati, Nicola Fratoianni e Paolo Ferrero. L’impressione? «Buonissima», dice soddisfatto. «In Italia c’è un’enorme sinistra diffusa fuori dal Pd, deve solo trovare il passo giusto e unirsi. Questo enorme mondo deve trovare un’unione sulle grandi battaglie comuni e andare avanti: serve una grande sinistra che va a governare. È questa la sfida che peraltro è la sfida di Syriza».
Si è conclusa una settimana nera per le borse cinesi. Il mercato azionario continua la sua discesa nonostante l’iniezione da 50 miliardi di yuan della Banca centrale e il taglio dei tassi deciso nel fine settimana. Dal 12 giugno scorso sono stati bruciati oltre mille miliardi di euro. La borsa di Shanghai ha perso oltre il 20 per cento e quella di Shenzhen più del 25.
Dopo quasi mille giorni di rialzi ininterrotti, con crescite fino al 150 per cento e 6500 miliardi di dollari di dividendi nell’ultimo anno, l’indice di Shanghai ha subito un calo che e al momento la frana non sembra destinata a fermarsi. L’euforia che ha convinto oltre 90 milioni di cinesi ad investire in borsa, si è improvvisamente raffreddata.
L’Asian Financial Review ha sottolineato come le borse cinesi sopravalutassero di molto le possibilità di crescita nell’economia reale delle imprese presenti nei listini. Differenza evidenziata anche dalle valutazioni ben più prudenti di Wall Street rispetto alle piazze di Shanghai e Shenzhen. Come riporta Bloomberg, il mercato ha divorziato dalla realtà. Una dinamica non nuova, anzi, che forse nella Cina della crescita a doppia cifra ha conosciuto una dinamica più accentuata che altrove.
La Banca mondiale ha avvisato il governo cinese della necessità di una riforma del sistema finanziario e Pechino ha risposto con un quantitative easing che però non ha infuso nel mercato la fiducia che il governo sperava.
Un mercato volatile e frammentato, composto da un esercito di piccoli investitori -sono molti gli adolescenti che giocano con i soldi dei genitori – rende particolarmente difficile fare previsioni sull’effettiva capacità di questa leva di invertire la tendenza al ribasso della settimana in corso. «La propensione al rischio (sentiment equity) nel mercato azionario cinese è in fase di euforia» avevano reso noto gli analisti di Bank of America Merrill Lynch a marzo, un’euforia che si era raffreddata a partire dal 12 giugno.
Nonostante le dichiarazioni della Banca centrale e del premier Li Keqiang, la sfiducia è rimasta. Giovedì 2 luglio, avevano promesso di premunirsi contro i rischi finanziari sistemici e dichiarato l’intenzione di creare un mercato dei capitali stabile e sano ma, già la venerdì in mattinata, il China Securities Regulation Commission (CSRC) che ha fatto sapere che ci sono importanti «indizi di manipolazioni illegali del mercato». Ha sospeso 19 agenti di short selling, la vendita allo scoperto di titoli per il successivo riacquisto ad un prezzo più basso, che in pratica significa scommettere sulla perdita del mercato. Il CSRC prevedeva un tale comportamento, comune durante i tonfi del mercato, ma ha il sospetto che questo atteggiamento sia stato alimentato dai trader con pratiche speculative.
Tutti i titoli giù quindi, con la sola eccezione del mercato delle telecomunicazioni e dell’energia.
Lunedì scorso, a Bruxelles durante il 17mo summit Cina-UE, il premier della Repubblica Popolare, Li Keqiang aveva espresso speranze per una soluzione veloce della crisi greca. Un «Euro forte per un Europa forte», aveva detto, è una condizione importante per completare le trattative verso un mercato più solido e ampio.
Ha chiamato le parti alla elaborazione di uno studio di fattibilità che possa inaugurare un’area di libero scambio tra tra i due “Paesi” riducendo le resistenze protezionistiche. In questi giorni, a dire il vero, la preoccupazine di Pechino e Bruxelles è un altra: il rischio è che l’ondata al ribasso cinese e le incertezze dovute alla crisi greca si sostengano a vicenda.
La Svezia applicherà il Regolamento Dublino a chi proviene dall’Italia, rispedendo indietro anche le famiglie con bambini. Il Migrationsverket (l’ufficio nazionale per l’immigrazione svedese) non ha dubbi: le famiglie potranno essere rinviate in Italia secondo il Regolamento Dublino anche in assenza di garanzie specifiche sulla loro accoglienza.
Dopo le tensioni con la Francia, con l’Austria e con la Grecia (dove, per la verità, a rispedire indietro i richiedenti è l’Italia), e dopo il muro annunciato dall’Ungheria di Orbán, adesso è il turno della Svezia. Stoccolma ritiene superato un principio affermato dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu) all’articolo 3 (proibizione della tortura). Principio peraltro ribadito dalla Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo, che con la sentenza del 4 novembre 2014, nel caso Tarakhel contro Svizzera, aveva condannato (14 favorevoli contro 3) le autorità svizzere per aver disposto l’espulsione verso l’Italia dei ricorrenti (in applicazione del Regolamento “Dublino II”), senza aver ottenuto dalle autorità italiane preliminari garanzie circa il trattamento che a essi (richiedenti asilo di nazionalità afgana) dovrebbe essere riservato in relazione al mantenimento dell’unità familiare e della minore età dei figli.
Il Regno di Svezia – una monarchia costituzionale guidata da Carlo XVI Gustavo, attualmente governata dai socialdemocratici del primo ministro Stefan Löfven – nel 2014 è stata la seconda meta più ambita dai richiedenti, dopo la Germania, nei primi tre mesi del 2015, scivola al quinto posto per richieste ricevute. Sulle 185.000 richieste di asilo ricevute dall’Unione europea (+86% sullo stesso periodo del 2014), la Svezia ne registra 11.400 richieste (il 6%), con un calo del -41% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. (In testa sempre la Germania (73.100, 40%), seguita da Ungheria (32.800, 18%), Italia (15.200, 8%) e Francia (14.800, 8%).
I numeri, però, se non letti bene possono essere bugiardi. Il rapporto tra richiedenti e popolazioni infatti, L’Europa che ha ricevuto nel 2014 626.065 richieste ed è popolata da 500 milioni di europei.
L’Italia, che sempre nel 2014 risulta tra i primi tre Paesi con più richiedenti, dopo Germania e Svezia, nel rapporto tra abitanti e richiedenti è sotto la media Ue (1,1 contro 1,2). Ed è proprio nel rapporto alla popolazione, infatti, che la Svezia scala classifica e raggiunge il primo posto: 8,4 richiedenti ogni mille abitanti. (contro i 2,5 della Germania e il già detto 1,1 dell’Italia).
Forse questa pressione ha indotto gli svedesi a guardare l’Italia con occhi diversi e trovarlo un Paese migliorato al punto da rispedirne indietro persino i minori?
Il parere dell’ufficio immigrazione, infatti, motiva così la sua scelta. Per la Svezia la sentenza della Corte sopra citata riguardava la situazione in Italia nel 2011, ma oggi – sono sicuri gli svedesi – grazie all’aiuto dell’Ufficio europeo di asilo (Easo), l’Italia ha adottato una serie di misure per aumentare la capacità e migliorare le condizioni del sistema di ricezione.
Le autorità italiane, quindi, soddisfano i requisiti della Corte europea e le garanzie attualmente fornite sono sufficienti a trasferire famiglie con bambini senza che siano necessarie altre misure. In tema di accoglienza, insomma, siamo un Paese da Nobel. E se lo dicono gli svedesi.
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