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Damon Albarn ha scritto un musical su Alice. Ecco il trailer

Damon Albarn, cantante dei Blur, artista solista e prolifico inventore di progetti musicali ha scritto la partitura di un musical. Il lavoro che apre il Manchester International Festival si chiama Wonder.land è una quasi riproposizione in chiave contemporanea di Alice nel Paese delle meraviglie di Lewis Carrol.


La novità sta nella fantasmagoria concessa dal digitale e in un testo, opera di Moira Buffini, che trasforma il viaggio di Alice in una fuga nella realtà virtuale da parte della protagonista Aly, giovane meticcia che in rete utilizza come avatar quello di una principessa bionda. La regia del musical è di Rufus Norris.

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(Foto: Brinkhoff/Mögenburg)

“Oceani in pericolo se non riduciamo le emissioni”

Mancano pochi mesi alla conferenza internazionale sul clima di Parigi (COP21) e da qui alla da di inizio, il 30 novembre, c’è da aspettarsi un moltiplicarsi di appelli, rapporti scientifici, mobilitazioni che facciano pressione sui governi del mondo e i grandi inquinatori (Stati Uniti e Cina i campioni) perché i dieci giorni di discussioni e trattative non partoriscano l’ennesima dichiarazione di intenti priva di impegni vincolanti.

Proprio a Parigi, ieri, sono stati presentati i risultati delle ricerche scientifiche che riguardano lo stato di salute degli Oceani. Se è vero che quando pensiamo al riscaldamento climatico pensiamo immediatamente all’aria, gli oceanografi ci avvertono che anche gli ecosistemi marini sono a rischio di cambiamenti “enormi e irreversibili” a meno di non intervenire con “una drastica riduzione delle emissioni di CO2”. La presentazioni dei dati è accompagnata da una loro presentazione su Science, tra le riviste scientifiche più autorevoli del pianeta. Gli autori dell’articolo – Carol Turley del Plymouth Marine Laboratory e Jean-Pierre Gattuso del Laboratoire d’Oceanographie di Villefranche – ci ricordano che l’impatto sull’ecosistema marino ha effetti immediati e diretti sulla fauna e, quindi, anche sulla quantità di pesce che saremo in grado di pescare.

 

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“L’impatto sui principali organismi marini e costieri causati dalle emissioni di CO2 di origine antropica sono già rilevabili e molti degli effetti sono destinati a manifestarsi anche nel caso di uno scenario di riduzione delle emissioni. Questi impatti si stanno verificando in tutte le latitudini e sono diventati un problema globale che cancella la tradizionale distinzione Nord/Sud” scrivono gli scienziati.

Gli scienziati hanno spiegato che la CO2 sta cambiando la chimica delle acque marine a una velocità più rapida di qualsiasi altro evento catastrofico verificatosi sulla Terra prima che questa venisse abitata dall’uomo – quello per cui i cambiamenti non sono il frutto delle attività umane ma della naturale evoluzione dell’ecosistema, passato per eventi catastrofici per poi tornare in equilibrio, è uno degli argomenti di chi nega il fattore umano nel cambiamento climatico. Secondo Gattuso e i suoi colleghi gli Oceani hanno assorbito il 30% dell’anidride carbonica emessa nell’atmosfera dall’uomo dal 1750 in poi, rendendo così i mari più acidi di quanto non fossero. L’acqua ha anche assorbito la grande quantità del calore creato dalla società industriale a partire dagli anni 70, rendendo più difficile per i mari trattenere l’ossigeno.

Per questo, sottolineano gli scienziati, serve che nelle discussioni di Parigi, il tema Oceano venga affrontato in maniera strutturale e non solo menzionato in qualche nota e appendice come è capitato nelle precedenti conferenze internazionali.

 

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Il tema dell’acqua non riguarda solo i mari: uno studio pubblicato qualche settimana fa ci segnala come le scorte di acqua dolce si stiano riducendo. I ricercatori hanno utilizzato le immagini raccolte per undici anni dai satelliti della NASA per esaminare le 37 più grandi falde acquifere del mondo, scoprendo che otto vengono consumate a una velocità molto maggiore di quanto non vengano naturalmente rifornite, mentre cinque, tra cui quella della Central Valley della California , sono “estremamente ” o ” molto stressate”. Secondo la ricerca, l’Arabia Saudita, l’India, il Pakistan e l’Africa settentrionale hanno le falde acquifere acquiferi più sollecitate. Come si può osservare dalla foto qui sotto, che raffigura la situazione della California, anche la prima economia americana non scherza: con le sue metropoli e la sua agricoltura intensiva e molto assetata sta conoscendo una crisi idrica senza precedenti che ha costretto il governatore Jerry Brown a limitare per decreto l’uso di acqua dei privati.

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Il referendum, l’Fmi e le bugie sulla crisi greca

«Avanti popolo (greco)», questo il titolo della storia di copertina di Left in uscita sabato. Dalla Grecia scrivono per noi Dimitri Deliolanes e Francesco De Palo per spiegare tutte le “balle” che girano sulla crisi greca. E Stefano Santachiara chiarisce il ruolo del Fondo monetario internazionale facendo un ritratto di Christine Lagarde, attuale direttrice.

Left indaga anche il fronte della sinistra italiana: come si muove per sostenere la politica anti austerity del governo Tsipras? Risponde Nicola Fratoianni (Sel) che oltre a manifestare la vicinanza al popolo greco, dice a Renzi: «Non vantarti troppo, le riforme del memorandum della Troika non funzionano».

In Società, la politica con Stefano Fassina e il racconto i due economisti sulla crisi della mobilità sociale alla luce delle nuove misure economiche del governo Renzi. Torniamo anche sulla Buona scuola perché si annunciano iniziative legali, come un referendum, e boicottaggio a settembre. Continua poi il viaggio tra i migranti di Giulio Cavalli, questa volta arrivato a Ventimiglia, dove alla frontiera tra Francia e Italia, si addensano le speranze e le disillusioni dei richiedenti asilo.  Tiziana Barillà vi racconta come cambiare vita: come si sono inventati i ragazzi di Circomondo, il festival internazionale di circo sociale che si è tenuto a San Gimignano.

Negli Esteri Left racconta l’accordicchio europeo sulle quote dei migranti, una trattativa segnata da compromessi ed egoismi.  E poi la strana storia della Norvegia dove una Ong di Oslo si inventa un talent per rifugiati. E ancora: la storia dei filmaker siriani che sfidano l’Is a suon di ironia e videoclip, il processo di pace in Colombia raccontato dallo scrittore Chico Bautì e il “peso” insostenibile dei prestiti universitari negli Stati Uniti.

In Cultura il focus sui nuovi scrittori in lingua italiana ma di origine straniera, la fisica tra guerra e pace e un’intervista ai Subsonica.

Fotonews: sciagura su un traghetto nelle Filippine, 36 morti

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Il traghetto “Kim Nirvana” con a bordo 173 persone si è ribaltato oggi nel centro delle Filippine, a causa del maltempo: si parla di almeno 36 i morti.

Nella prima foto i soccorritori alla ricerca di sopravvissuti accanto al traghetto passeggeri rovesciato fuori Ormoc City , Filippine centrali. Almeno 36 persone sono morte dopo che un traghetto con circa 200 passeggeri a bordo si è capovolto a causa delle acque agitate. (AFP PHOTO)

 

 

I sopravvissuti del traghetto passeggeri dopo essere stati soccorsi dagli ufficiali locali al molo di Ormoc City, Filippine centrali. (AFP PHOTO)

 

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La Grecia, i servetti e la manomissione della verità

Dicono le leggi del giornalismo che sarebbe ora di smettere di parlare della Grecia, che ora ci sarebbe da aspettare il risultato del referendum e quel che è detto è detto e quel che è fatto è fatto. E invece no: ci sono momenti in cui l’ossessione è una sana modalità di resistenza quando tutto intorno i servetti hanno apparecchiato tutto per lodare il vestito nuovo del Re anche se è nudo.

Assistiamo, in questi giorni, ad una feroce manomissione della verità che punta a trasformare in eversore chiunque non accetti il senso comune imposto. Non è difficile, ha funzionato spessissimo nella storia: mettere in minoranza un’idea bombardandoci del contrario è un gioco da ragazzi per chi può disporre dell’informazione a piacimento. E state certi che a molti di voi in questi giorni vi diranno (o vi avranno già detto) che la Grecia è altro rispetto all’Italia, che i debiti vanno rispettati, che l’Europa non è “un pozzo senza fondo” e tutti gli altri luoghi comuni che ci vengono inculcati ovunque, tutto il giorno.

Eppure chi proprio in questi giorni dice che i debiti vanno pagati e gli accordi rispettati, è lo stesso Matteo Renzi che da settimane cerca di svicolare sui soldi che il Governo deve ai pensionati, è la stessa persona che governa che una maggioranza diversa da quella delle elezioni e con un programma tradito già in più punti.

Io credo che la vicenda della Grecia sia anche un’occasione per il giornalismo italiano, sia per i giornalisti che per i lettori: si tratta di avere la schiena dritta per spezzare un cappio a forma di buona educazione, che si ostinano a chiamare buon senso. Scrivere che la questione greca è il passaggio fondamentale per raccontare un’altra Europa che preferisca le persone ai numeri, la cura delle fragilità ai bilanci e i popoli ai confini è un dovere politico. È un dovere scriverlo, dirlo, parlarne, analizzarlo, diffonderlo.

Perché la democrazia sta nella scelta tra le diverse opzioni e non nel fagocitare le scelte scomode. E sarebbe anche il cuore del giornalismo, a ben vedere.

  

Il sindaco di Venezia censura sui libri per l’infanzia

Il sindaco di centrodestra di Venezia Luigi Brugnaro ha vietato una cinquantina di libri per le scuole dell’infanzia e i nidi definendoli “gender” e spiegando che “trattano di argomeni che non vanno affrontati a scuola ma in famiglia”. Tra questi ci sono dei capolavori dell’arte e della grafica. Come quelli di Leo Lionni (1910-1999) artista, designer, art director di riviste d’avanguardia in America e geniale autore di libri per l’infanzia. I suoi libri vietati sono Pezzettino, Guizzino e Piccolo Blu e Piccolo Giallo

Piccolo Blu e Piccolo Giallo fu uno dei primi libri d’arte per bambini, risale al 1959. È una storia di colori e amicizia. Intere generazioni di bambini si sono divertiti con quelle forme e quei colori che mutano e raccontano di incontri e scoperte.
Per protesta oggi in molte biblioteche, festival e nelle piazze d’Italia si leggerà proprio Piccolo Blu e Piccolo Giallo 

Da ricordare al sindaco Brugnaro inoltre che nel 2009, in occasione della grande mostra dedicata a Alexander Calder (grande amico di Lionni) il palazzo delle Esposizioni di Roma dedicò laboratori per bambini proprio ai 50 anni di Piccolo Blu e Piccolo Giallo. Lionni, fu un grande amico dell’artista dei mobiles, le opere aeree e sempre in movimento che caratterizzano il linguaggio espressivo di Calder.

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Noi siamo la Grecia

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«Oggi una nuova sinistra passa solo dalla Grecia». Ha scritto così Giulio Cavalli, in una lettera appello nella quale si stupiva della mancata reazione di tutti quelli che oggi in Italia dicono di volerla costruire quella sinistra… e mentre lo scriveva io pensavo invece alla reazione meschina, perché altro termine non trovo, dei nostri politicanti (perché altro termine non trovo!) che in questi giorni si affannano a dichiarare che nulla accadrà all’Italia, che il contagio per il default della Grecia non ci sarà e che possiamo dormire sonni tranquilli. Ebbene noi di Left vi auguriamo di non dormirli quei loro sonni tranquilli. Mai. Di emozionarvi di fronte alla folla immensa di Atene, di pensare e ripensare sino a non riuscire a prender sonno, alle parole di Alexis Tsipras quando racconta cosa gli hanno detto quelli dell’Europa: «Avete 48 ore per accettare o rifiutare il nostro piano…» come fosse una roulette russa o un derby. Già, perché io, per esempio, non dormirei sonni tranquilli neanche pensando a chi ci governa oggi. Uno che in mezzo a tutto quello che accade twitta: “Il referendum non è derby Ue-Tsipras, ma euro-dracma. Questo è il punto”. Un derby. Solo lui poteva arrivare a tanto poco. E io non ci dormo. Da qui a domenica cambierà il mondo, però quello che titoliamo vale per sempre. Avanti popolo, greco in questo caso. Ma avanti popolo, sempre. “La democrazia non ha vicoli ciechi” ha detto Tsipras. «non vogliono spazzare via la Grecia dall’Eurozona, gli costerebbe troppo. Vogliono spazzare via questo governo che ha detto un chiaro e sonoro No alle politche di austerità». Vogliono dilapidare «un capitale politico», ha detto proprio così il premier greco. Il capitale politico di un governo che ha detto No e che chiede, passato più di un anno ad opporsi solo alla Troika, di dire No e di dirlo in tanti perché solo così si potrà tentare di invertire “democraticamente” la rotta disastrosa di cui abbiamo scritto infinite volte. Infinite volte Andrea Ventura vi ha raccontato del doppio contagio, finanziario e politico (ben più pericoloso) e di un atteggiamento mostruoso, di «una Santa alleanza contro ogni prospettiva di cambiamento che unisce oggi, come mai prima, le due grandi componenti, – i socialisti e i popolari – delle forze al governo in Europa» come ha scritto più di un anno fa Ernesto Longobardi.

Siamo arrivati a chiamare questa Europa, “quest’Europa qui” e l’abbiamo condannata per le morti nel Mediterraneo, per le quote obbligatorie. E ora per l’aut aut alla Grecia arriviamo a pensare e scrivere che “quest’Europa qui” non ha senso. Forse non bisogna neanche avere più paura a dirlo. Questa Europa qui non è l’Europa.

 

Ben venga allora la Grecia che rischia di uscirne per riaffermare rispetto e dignità e libertà. Ben venga il suo popolo chiamato a decidere. Ben venga la democrazia. Indimenticabili i ritratti di Nicolò Cavalli di Yanis Varoufakis e di Wolfang Schauble. Inevitabile la conclusione? Forse sì, tra le righe di quei ritratti c’era scritto. E allora al referendum greco «Il No deve vincere alla grande, con il 70, l’80%, chiede Tsipras, perché deve finire il “soffocamento”. Ci hanno tenuto in “condizioni di soffocamento” e questo, voglio essere sincero, non è un gioco». Lo ripete alla Tv nazionale, quella che ha riaperto da poco. «Dobbiamo superare la paura che ci schiacceranno. Ci hanno convinto che non abbiamo una prospettiva ma non è così. UN Paese non si schiaccia. Se noi vinciamo la paura, abbiamo tutta la dignità per farcela. La cultura è nata prima delle banche». Si preoccupa degli storici del futuro il premier greco, che non capiscano perché non si è riusciti a trovare un accordo, ma li assicura: viene prima il rispetto del diritto democratico di un popolo. Avanti popolo, allora. 

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Mesi fa abbiamo messo Yanis Vaorufakis in copertina chiedendoci se sarebbe riuscito a “salvare l’Europa” e nell’editoriale abbiamo paragonato quest’Europa dell’austerity all’infermiera di Qualcuno volò sul nido del cuculo, quella pronta a lobotomizzare il paziente disobbediente. Ma vi abbiamo avvertito, nel film c’è un indiano che si ribella e scappa. Si libera. Avanti popolo, allora.

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Il documento riservato del Fmi: “Senza concessioni la Grecia non è in grado di farcela”

Trattative frenetiche e braccio di ferro. La scorsa notte il governo greco ha annunciato che non avrebbe pagato la rata in scadenza al Fondo Monetario Internazionale, che ha diffuso la notizia con un breve comunicato del proprio addetto stampa (che vedete qui sotto). Oggi alle 15.30 ora italiana Christine Lagarde comunicherà ufficialmente la notizia al consiglio dei direttori del Fondo, che dovrà considerare, sulla base di un articolo dello statuto poco utilizzato, se rinviare o meno il pagamento. Tra oggi e il 20 agosto la Grecia dovrebbe ripagare circa 13 miliardi per debiti contratti con Fondo Monetario, Banca Centrale Europea e Buoni del Tesoro in buona parte detenuti da banche greche.

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Nel frattempo il governo Tsipras ha richiesto un nuovo prestito da 29,1 miliardi all’Europa e, dopo un rinvio, la questione verrà discussa questo pomeriggio in una conference call. Se si dovesse trovare un accordo la questione greca verrebbe rinviata di nuovo e potrebbero riprendere trattative. In caso di un accordo quadro il referendum potrebbe persino essere cancellato, hanno fatto sapere fonti del governo greco alle grandi agenzie di stampa internazionali.

Gli ultimi sondaggi indicano come il No sia in vantaggio, anche se dopo la chiusura delle banche e il blocco dei Bancomat il Si ha guadagnato terreno, attestandosi al 37% contro il 47% del No. Gli indecisi sono ancora molti.

La notizia del giorno è forse quella diffusa ieri sera da Suddeutsche Zeitung e Guardian. Da una serie di documenti interno del Fondo Monetario, recapitati ai membri del Bundestag per informarli nell’ipotesi di un voto su programmi di aiuto alla Grecia, appare chiaro che nello scenario esistente – anche considerando un nuovo piano di prestiti che al momento non c’è – la Grecia non potrà rientrare nei parametri richiesti dall’Europa entro il 2022. Nello scenario migliore previsto, che prevede una crescita del 4% all’anno per i prossimi cinque anni, il debito della Grecia scenderà al 124% del Pil entro il 2022. Questa ipotesi prevede oltra alla crescita sostenuta anche che dalle privatizzazioni si ricavino 15 miliardi, cinque volte in più di quanto previsto dallo scenario probabile. L’Europa chiede che il debito sia sotto al 110% entro il 2022.

Un secondo documento – in totale sono sei – spiega come il pacchetto di investimenti da 35 miliardi promesso da Juncker in settimana fosse una mezza bufala: non solo si tratta di soldi che sono già in un fondo che tutti gli Stati europei possono richiedere, ma prevede anche un co-finanziamento del 15% da parte di chi lo ottiene. Tutti sanno che Atene quei soldi non li avrebbe, tanto è vero che non ha utilizzato i fondi disponibili degli anni passati proprio per questa ragione.

Il documento conclude che la Grecia non è assolutamente in grado di rientrare nei parametri stabiliti a meno di “significative concessioni” in termini di riduzione o rinegoziazione del debito. Esattamente quel che chiede Atene dal giorno in cui Syriza ha vinto le elezioni.

Una campagna crowdfunding per pagare il debito greco

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Vuoi aiutare la Grecia? Aiutala a pagare il suo debito. È l’idea sicuramente singolare che ha avuto Thom Feeney, un ragazzo di 29 anni, che lavora a Londra come commesso in un negozio di scarpe e non si è mai interessato di politica greca. Ma Thom non poteva rimanere indifferente a quello che leggeva sui giornali e vedeva in tv e ha pensato che qualcosa forse si poteva fare. Così ieri ha lanciato la campagna crowdfunding “Greek Bailout Fund” sulla piattaforma Indiegogo.com per raccogliere gli 1,6 miliardi di euro necessari ad Atene per ripianare il debito con il Fondo Monetario Internazionale. Il popolo di internet ha colto al volo la sfida e ha cominciato a donare e a condividere il link sui social tanto che nel giro di 24 ore si sono già raccolti più di 250 mila euro donati da circa 17 mila persone. 

 

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Thom sulla pagina dedicata alla raccolta – tanto cliccata nelle ultime ore da mandare in blocco i server della piattaforma – scrive: «Non si tratta di uno scherzo. Ero stanco di assistere alle trattative dei politici, mentre le persone reali soffrono terribilmente a causa della crisi. Questa campagna non ha solo lo scopo di avvicinare i cittadini alla questione greca, ma soprattutto cerca di offrire un contributo dal popolo per il popolo. Gli Europei sono un popolo generoso, forse la Merkel e Cameron sono un’eccezione, ma ci sono 500 milioni di persone nell’Ue e non dovrebbe costare troppo a ognuno di loro contribuire, anche perché sarebbe un po’ come farlo per loro stessi in fondo». E come in ogni campagna crowdfunding ad ogni donazione corrisponde una piccola ricompensa: si va da una cartolina di Alexis Tsipras spedita dalla Grecia a cesti con prodotti tipici, per chi dona 5 mila euro addirittura una vacanza per due persone al sole della penisola ellenica. Come accade per tutti i progetti a caccia di finanziamenti su Indiegogo le donazioni non sono vincolanti e i soldi verranno infatti effettivamente versati solo al raggiungimento dell’intera cifra necessaria a ripagare il debito. L’impresa è ardua, ma Thom si dice «fiducioso nel popolo europeo», convinto che un’altra Europa sia possibile.

Per contribuire al crowdfunding basta cliccare qui

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Referendum greco, cosa dicono gli economisti sui grandi giornali

Tutti i grandi giornali del mondo si occupano di Grecia, del referendum e delle possibili conseguenze di una vittoria dei “Sì” o dei “No”. E molte autorevoli firme dell’economia internazionale sono estremamente critiche nei confronti dell’Unione europea. Alcuni se la prendono anche con quello che chiamano il populismo del premier greco Alexis Tsipras. Abbiamo selezionato qualche parere autorevole partendo proprio da un’opinione molto critica, quella di Luis Bassets pubblicata dallo spagnolo El Pais. “Il golpe anti-europeo di Tsipras rilancia la democrazia diretta e la piena sovranità, ma se i greci vogliono continuare a far parte della globalizzazione dovranno accettare di essere governati anche dall’Unione europea. In caso contrario avranno due opzioni: cadere nelle mani di un impero che funziona verticalmente, senza curarsi degli strumenti che usa e a-democratico come potrebbe essere la Russia, o affrontare la globalizzazione da soli, con il rischio di finire nel precipizio di depressione e povertà”.

Interessante da notare, i paesi sottoposti alla discutibile cura da cavallo dell’austerity sono anche quelli dove tutta la stampa importante bacchetta con più forza il governo greco. L’Italia è naturalmente tra questi. E lo stesso premier Renzi, che rilascia una lunga intervista al Sole24Ore tende a dare la colpa del precipitare della situazione al governo greco – pur criticando la linea tedesca dell’austerity e la scelta del presidente della Commissione Juncker di entrare a gamba tesa nella politica interna greca.

 

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Sul francese Liberation si segnala questo testo autocritico pubblicato in rete dall’ex direttore del Fondo Monetario Dominique Strauss-Khan – in questo periodo di nuovo sotto i riflettori per le vicende legate alle accuse di abusi sessuali. DSK avanza alcune proposte: la Grecia non dovrebbe ricevere nuovi finanziamenti da Ue e Fmi, ma ottenere un allungamento della scadenza del debito e un suo massiccio ridimensionamento. DSK critica il carattere “inetto e disastroso degli aggiustamenti di bilancio troppo severi” che hanno caratterizzato la crisi europea e sostiene che “si continua a ripetere gli stessi errori”. Costringere il governo greco a cedere creerebbe un precedente tragico per la democrazia europea e potrebbe mettere in moto una reazione a catena incontrollabile”. Se in questa uscita di DSK ci sia da leggere anche un missile contro Christine Lagarde, che ha preso il suo posto al Fondo, lo possono dire solo quelli che seguono da vicino quello che avrebbe dovuto essere il candidato socialista alle scorse elezioni presidenziali di Francia.

Di cancellazione del debito parla anche l’editoriale della direzione del New York Times: “Date le enormi conseguenze di quello che sta per accadere, i greci meritano la possibilità di dire se vogliono o meno restare nell’euro (…) Il potere di rendere le cose migliori in ultima analisi, spetta alla zona euro e al Fondo monetario, entrambi hanno lanciato una campagna informale per influenzare il voto degli elettori greci, rendendo pubbliche le loro condizioni per il mantenimento del piano di salvataggio. Avrebbero un argomento più forte se promettessero anche di fare l’unica cosa che possa dare ai greci un reale incentivo a rimanere nell’euro e avviare vere riforme. Che è quello di cominciare a strappare un po’ delle loro cambiali”.

Qualche giorno sul Financial Times era Walter Munchau a disegnare alcuni scenari. “Ci sono due risultati probabili. Il primo è un regime a tempo indeterminato dei controlli sui capitali, forse con una ristrutturazione del sistema bancario come parte di un pacchetto più ampio di riduzione del debito. Ciò consentirebbe alla Grecia di restare nella zona euro”. Il secondo scenario è la Grexit. Il primo sarebbe preferibile ma il secondo è comunque preferibile all’accordo che Tsipras ha respinto, o al ritorno a un consenso pro-austerity. Munchau si poneva poi la domanda: Cosa succede se l’elettorato greco sceglie il Sì, ma la Grecia è lo stesso costretta ad uscire dalla zona euro perché creditori e BCE non lasciano altra scelta? “Questo è lo scenario più pericoloso perché implica che un’unione monetaria senza unione politica possa esistere soltanto in violazione dei principi fondamentali della democrazia”.

In molti, nel mondo anglosassone che insistono da tempo sull’errore che è stato fatto nel creare una moneta unica tra entità tanto diverse economicamente (e senza dotare l’Europa di istituzioni conseguenti). Tra questi c’è Paul Krugman, che nell’ultimo post sul suo blog scrive: “E’ facile perdersi nei dettagli, ma il punto essenziale ora è che alla Grecia è stata presentata una proposta prendere-o-lasciare indistinguibile dalle politiche che sono state imposte ad Atene egli ultimi cinque anni. Un’offerta che Alexis Tsipras non può accettare – e presumibilmente pensata proprio per quello. (…) L’obiettivo deve essere quindi proprio quello di farlo fuori, cosa che probabilmente accadrà se gli elettori greci” decideranno di votare Sì. (…) Non si tratta di punti di vista diversi, ma di potere – il potere dei creditori di staccare la spina all’economia greca, un potere che persiste fino a quando l’uscita di euro è considerata impensabile. Sarebbe dunque giunto il momento di porre fine a questo impensabilità. In caso contrario, la Grecia dovrà affrontare un’austerità e una depressione senza fine”.

Intervistato dal Washington Post, Austan Goolsbee, ex consigliere economico di Obama, uno dai toni moderati e tecnici, sostiene che ci siano solo quattro soluzioni di scuola in casi come quello greco: le prime due sono mobilità del lavoro e sovvenzioni permanenti – “due cose che abbiamo negli Stati Uniti, ed è per questo nessuno ha mai chiesto dopo l’uragano Katrina, se la Louisiana o il Mississippi avessero intenzione di abbandonare il dollaro. Abbiamo la mobilità interna e un’unione fiscale”. Oppure la Germania dovrebbe essere disposta a far crescere di quattro o cinque punti l’inflazione per un paio d’anni(…) Oppure la Grecia potrebbe abbassare il proprio costo del lavoro e far crescere la produttività”. La verità, spiega Goolsbee, è che solo l’ultima carta è nelle mani dei greci, che però è irrealistica e non porterebbe il Paese fuori dalla crisi. Senza uno sforzo collettivo europeo simile a quello avvenuto con la Germania Est, non se ne esce, sembra dire Goolsbee. Che ammonisce sul pericolo contagio, magari a medio termine e aggiunge: “Se la Grecia tornasse alla propria valuta separata e, a due anni da oggi e dopo la svalutazione, tornasse a crescere a fare bene, la lezione per il resto della zona euro potrebbe essere molto diversa da quella che appare oggi”. Anche per questo “si ha la sensazione che i governi dei paesi creditori vogliono che il trauma greco sia il più doloroso possibile, in modo che nessun altro sia tentato a imitare Atene. Vogliono che sia brutto e potrebbero riuscire a renderlo tale. Ma c’è una possibilità che a due anni da oggi, la realtà non sia poi così brutta”.

 Il premio Nobel Joseph Stiglitz parla di crisi democratica. “E’ abbastanza certo, quello che stiamo osservando (…) è l’antitesi della democrazia: molti leader europei vogliono vedere la fine del governo di sinistra di Alexis Tsipras. Dopo tutto, è estremamente scomodo dover trattare con un governo tanto contrario ai tipi di politiche che hanno fatto aumentare le disuguaglianze in tanti Paesi avanzati, un governo impegnato a ridimensionare il potere sfrenato dei più ricchi”. A Bruxelles e Berlino “Sembrano credere che a forza di bullismo si possa far capitolare il governo greco e fargli accettare un accordo che viola il mandato ricevuto dai cittadini”.

Prima di chiudere con la appassionata opinione della corrispondente del mensile della sinistra americana The Nation, Maria Margaronis, pubblicata dal Guardian notiamo che sullo stesso quotidiano britannico Daniel Howden accusa tutti i sostenitori del No di non capire nulla della situazione greca e di essere solo dei tifosi della sinistra radicale. “In pochi immaginavano che si sarebbe davvero arrivati a questo. Ma ci siamo e, a meno di un miracolo, una scelta terribile dovrà essere fatta: anni di lento soffocamento o un salto in un mare sconosciuto e profondo. Non c’è modo di prevedere cosa accadrà con il voto referendario. Un tempo l’Europa era una un continente, una cultura, una tradizione. Nel tentativo di porre fine alla sua storia di guerre nazionali è diventato un club di soci. Ora si sta comportando più come la “Europa Spa”, anteponendo i numeri alle persone, affondando il coltello nel proprio cuore. Come la piccola figura sul fondo del vaso di Pandora, una speranza segreta rimane: forse l’Europa imparerà qualcosa da questa catastrofe. La Grecia, però, rimarrà divisa per molti anni a venire”.

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