Alexandre Villaplane: il capitano sbagliato, amico dei fascisti
Nato ad Algeri nel 1905, Alexandre Villaplane tira i primi calci nel vivaio del Gallia Sports, il club più amato dagli occupanti francesi. Dopo la Grande Guerra, emigra sulla costa meridionale della madrepatria, a Sète, per esordire nel centrocampo della locale squadra biancoverde che, ormai nel ’23, perde la finale di coppa di Francia contro la Red Star parigina di Pierre Chayriguès, il portiere idolo del piccolo Albert Camus.
A 18 anni, Villaplane è chiamato al servizio di leva, si mette in mostra nelle rappresentative militari e si guadagna il debutto in Nazionale. È il 1926. La Federazione di Parigi non ammette ancora il professionismo mentre i maggiori club aggirano il divieto pagando i calciatori sottobanco.
Nel ’27, Villaplane gioca a Nimes e l’anno dopo partecipa alle Olimpiadi di Amsterdam dal cui tabellone la Francia è subito eliminata ad opera dell’Italia medaglia di bronzo. Nel ’30, in Uruguay, in occasione dei primi mondiali della storia, veste la fascia di capitano della sua Nazionale. Dopo il 4-1 al Messico nella gara d’esordio, due sconfitte per 1-0 contro Argentina e Cile rimandano a casa la comitiva.
Alexandre detto Alex, caratteraccio, soldi sempre in tasca, bordelli, bella vita e brutte frequentazioni, se ne torna a Parigi dove indossa già da un anno la maglia del Racing. Nel ’32, la Federazione si arrende al professionismo e finalmente parte il primo campionato: due gironi da 10 squadre.
Villaplane milita nell’Antibes che contende al Cannes l’unico posto utile per la finale contro l’Olympique Lilla: prima senza rivali nel suo raggruppamento. All’ultima giornata, l’Antibes batte il Cannes 1-0. Sarebbe il sorpasso decisivo, ma la società viene penalizzata per aver corrotto i giocatori di un’altra squadra nel corso della stagione. Villaplane cambia aria. La sete di soldi lo porta prima a Nizza e poi a lasciare la Costa azzurra per il nord. Accetta un club di serie B a Bordeaux nel cui ippodromo verrà arrestato per una serie di corse di cavalli truccate.
La sua carriera è finita, ormai è soltanto un delinquente. Allo scoppio della guerra si precipita a Parigi: luogo ideale per malfattori e sciacalli ingrassati dai tedeschi alle porte. Borsa nera, caccia all’ebreo e razzia dell’oro sono la sua specialità. Finisce dentro per ricettazione e proprio in galera aderisce ai collaborazionisti di Henri Lafont e di Pierre Bonny, torturatori di partigiani in rue Lauriston. Fugge a Tolosa per evitare un altro arresto per furto e ottiene da Louis Cazal, suo vecchio compagno ai tempi di Sète, i documenti falsi per rientrare nella capitale occupata. La polizia tedesca lo becca con preziosi rubati e lo sbatte di nuovo in cella. Uscirà per intercessione dello stesso Lafont. Una volta fuori, Bonny lo usa come autista personale e lo inquadra nella Carlingue, la famigerata Gestapo francese. I camerati lo chiamano SS Maometto perché guida la brigata dei collaborazionisti nordafricani.
Quando i tedeschi si arrendono agli alleati, Villaplane finisce nel forte militare di Montrouge. Coinvolto in terribili fatti di sangue e riconosciuto colpevole di almeno dieci omicidi, viene condannato a morte e fucilato nel dicembre del ’46 insieme a Lafont e Bonny, i suoi peggiori compagni di squadra.
Ragionamento di base: le disuguaglianze non sono accidenti
Facciamo piano piano e con grande calma, ma cerchiamo di rincastrare qualche ragionamento di base, così tanto per cominciare ad erodere un po’ di imbecillità.
Per esempio partiamo da un assunto semplicissimo e cioè che se esistono trappole del sottosviluppo che generano povertà in Italia, in Europa e nel resto del mondo, questo non è legato ad accidenti, o a quello che per l’ennesima volta Scalfari nel suo editorialone della domenica chiama «epoca dominata dall’egoismo dell’animale uomo, bestia pensante che oscilla di continuo tra l’istinto animalesco e la coscienza», ma è legato a scelte sbagliate di precisi governi fatti da pochissimi uomini che, in effetti, oscillano tra errori e disonestà. Almeno intellettuali.
Ve lo dico con grande convinzione e un tocco di pessimismo, come esistono meccanismi perversi tra potere economico e potere politico che determinano la scelta di mantenere lo stato delle cose dei “pochi pochissimi”, così esistono altrettanti meccanismi perversi tra cultura dominante e sistema dell’informazione per mantenere lo stesso stato delle cose di altrettanti pochi pochissimi. Allora è bene ripartire dalle basi: dai ricchi e dai poveri. Vecchia espressione forse, che usiamo per raccontarvi perché si è sbagliato e quanto. E quali sono i trucchi usati ancora oggi: tesoretti, bonus, numeri di nuovi occupati a vanvera. Miracoli, concessioni dall’alto. Veri illusionismi che continuano a produrre disuguaglianze e povertà. Perché disuguaglianze e povertà si vogliono produrre. E disaffezione. Perché la gente non è scema, se ne accorge e si allontana. Pensa a salvarsi da sola. Finché può. Finché trova. Poi più.
Onesti. Ve lo abbiamo promesso, irragionevoli vi abbiamo scritto.
Eccoci qui: Chiara Saraceno vi spiega che «solo dai poveri ci si aspetta che siano disponibili a fare “qualsiasi lavoro”, a prescindere dalle loro competenze». La chiama la “povertà estrema”, quella in cui viene uccisa «anche la capacità di aspirare, di immaginare di poter cambiare la propria condizione». È una questione di sottrazione di risorse materiali ma non solo, è perdere il potere «di decidere su di sé, di controllo sul proprio orizzonte di vita, sullo stesso senso di dignità e valore personale». Lo chiama “schiavismo” invece il regista Mimmo Calopresti ma intende la stessa cosa: «Una sorta di marcia felice che pensa solo a quanto produci e che alla fine crea disastri». Nessuno conta più nulla, vogliono farci credere – insiste il regista -, né politicamente, né nei luoghi di lavoro, né nella società nella quale viviamo. E forse è proprio questa l’idea che c’è dietro. Quella che alla fine deve portare «a una sola stella in un cielo così denso di nuvole nere: la stella di papa Francesco, il solo in grado di gestire il presente con lo sguardo verso il futuro» come scriveva, per l’ennesima volta Scalfari nel suo editorialone della domenica.
Misericordia e carità, null’altro salverà un’umanità povera per sua natura perché egoista per sua natura. Questo è l’illusionismo imperante del momento, culturale e poi politico. Per nulla di sinistra, vi avverto con altrettanta convinzione, e non perché la povertà sia un problema morale, o di mancata equità o giustizia sociale (anche), ma perché queste idee attaccano la democrazia. Escludono, allontanano, concentrano tra pochi. Impediscono una partecipazione “alla pari”, producono inadeguatezza umana che si traduce in inadeguatezza economica e sociale.
Banalmente, come vi racconteremo in questo numero di Left, questo modo di pensare che diventa fare, produce mostri, come lo smantellamento del welfare, sistemi di tassazione iniqui che continuano a scaraventarsi sulla vita dei molti che hanno meno e non “trovano” i pochi che hanno molto. Allora davvero, cominciamo a rincastrare qualche ragionamento di base e a erodere un primo pezzetto di imbecillità: misericordia e carità non equivalgono a diritti e giustizia sociale. E l’idea di una umanità cattiva/egoista per sua natura è incompatibile con quella di movimento e di uguaglianza. Con quel “capitale umano” di cui scriveva José Saramago che ti rende insopportabile l’infelicità altrui.
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Le passioni di Roberto Longhi
A Roberto Longhi (1890-1970) si deve la riscoperta dei cosiddetti primitivi. E una innovativa e sensibile interpretazione della pittura del Trcento. Con al centro Giotto che, uscendo dalla piatta visione medievale, per la prima volta fa agire i personaggi nello spazio lasciando che le passioni e i sentimenti affiorino sui volti. Ma nel quadro del gotico internazionale seppe anche cogliere tutta l’originalità del linguaggio di Masaccio, fatto di essenzialità di linee, plastica monumentalità delle figure e potenza del colore. Lo racconta bene la mostra De Giotto à Caravage aperta fino al 20 luglio nel Musée Jacquemart-André a Parigi, scegliendo una fulgida Madonna con bambino dai colori smaltati per rappresentare l’artista della Cappella Brancacci in questo percorso espositivo pensato come fosse un ideale museo longhiano.
E poi la scoperta di Masolino da Panicale, dell’anti classico Mantegna e il pieno recupero dell’arcaicizzante Piero della Francesca di cui Longhi è stato uno dei massimi conoscitori e interpreti. Con una lingua viva quanto colta, nel celebre saggio L’officina ferrarese (1934, ora nei Meridiani Mondadori) Longhi riuscì anche a far riemergere dall’oblio un pittore come Cosmè Tura, dimostrando che era tutt’altro che un bizzarro e introverso pittore di provincia. Come testimonia qui, dal vivo, una potente e spettrale composizione di figure sacre, dai colori lividi e corruschi. Un’opera che emerge con straordinaria forza dal buio di una sala foderata di rosso scuro, mescolando inquietudini nordiche ed eleganza rinascimentale.
Ma in questo ricco itinerario dal XIV al XVII secolo, che affianca importanti prestiti del Polo museale fiorentino e di altri musei europei a numerose di tele della collezione Longhi, non poteva mancare uno degli artisti più amati dallo studioso piemontese: Caravaggio. Al quale riconosceva di aver rivoluzionato la pittura naturalistica con un uso vivo e drammatico del chiaroscuro. Di fatto gli scritti longhiani sono alla base della crescente fortuna critica di Caravaggio nel Novecento.
Con l’aiuto di Mina Gregori presidente della Fondazione Longhi, il curatore Nicolas Sainte Fare Garno è riuscito a dedicargli sale in cui spiccano il Ragazzo morso da un ramarro (in foto) e l’Amorino dormiente della Galleria Pitti ma anche il Cristo coronato di spine del 1602, tra dipinti di Ribera e di caravaggisti. Ricostruendo il contesto in cui furono dipinti, con quell’attenzione alla koinè culturale che, come ricorda Orietta Rossi Pinelli ne La storia delle storie dell’arte (Einaudi), connota tutto il lavoro critico longhiano.
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Ricchi e poveri
Ripartiamo dalle fondamenta. Dai ricchi e dai poveri. Questa settimana su Left Chiara Saraceno non solo scrive i numeri della povertà in Europa (solo i minori a rischio povertà sono 27 milioni, uno su quattro) e in Italia, ma spiega cosa sia “la povertà estrema”, quella che uccide persino la capacità, l’aspirazione di immaginare di poter cambiare la propria condizione.
Le disuguaglianze crescono e non perché siano accidenti, ma per scelte precise. Come quelle che portano a sistemi di tassazione iniqui che continuano a colpire i molti che hanno poco per favorire i pochi che hanno molto.
Vi abbiamo raccontato la storia del regista inglese Ken Loach che dei losers e della working class ha fatto la sua bandiera più bella. E abbiamo chiesto al regista italiano Mimmo Calopresti di spiegarci la sua vita tra gli operai, prima della Fiat e poi della Thyssen di Torino.
Ci siamo occupati di tortura e della nuova legge chiedendo a Luigi Manconi, autore del testo originario, di spiegarci come e quanto, prima di essere approvata alla Camera, sia stata modificata e in parte snaturata. Ci siamo occupati di libertà e resistenza ricordando, a modo nostro, il 25 aprile. Dello strano caso di Attilio Manca, urologo del boss Provenzano, e di una donna unica: il giovane avvocato Tawakkul Karman, premio Nobel per la pace nel 2011, volto gentile della Primavera yemenita.
E molto altro ancora: di Kurdistan, di Velazquez a Parigi, del ritorno dell’intellettuale organico e della magnifica storia del fisico Joseph Rotblat che si rifiutò di costruire la “bomba”. Buona lettura!
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Le cinque delle 20.00
Musulmani contro cristiani, 12 migranti buttati in mare dal gommone. Sarebbero 12 le persone gettate in mare da un gommone carico di migranti che dalla Libia stava raggiungendo le coste siciliane durante una lite tra musulmani e cristiani.
#Paita ottiene la fiducia dal Pd ligure che invita la candidata presidente della regione ad andare avanti anche alla luce delle valutazioni sul merito della questione. Lo afferma il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini ai cronisti a Montecitorio.
#Italicum Bersani sicuro che la minoranza resterà unita e che il voto di fiducia non ci sarà. Dopo l’assemblea Pd di ieri sulla legge elettorale, durante la quale il capogruppo Roberto Speranza ha rassegnato le dimissioni, Bersani torna sulla questione e rassicura chi vede la minoranza Pd in ritirata e sulla fiducia dice: “Non voglio neanche considerare questa ipotesi”
Non c’è futuro per lo stabilimento Indesit di Carinaro, nel Casertano. Resta ora da vedere cosa ne sarà dei circa 800 lavoratori. È quanto si è appreso al Ministero dello Sviluppo dove il piano industriale di Whirlpool, che il gruppo ha presentando ai sindacati, prevede la chiusura del punto produttivo del Casertano.
#Diaz Tortosa sospeso dal servizio: sono una vittima. Rimosso dirigente reparto mobile Cagliari, aveva messo un like al post di Facebook dell’agente, oggetto di polemiche e successiva sospensione.
Colpo di scena! È Sherlock
Segnatevi il nome: CollettivO CineticO. Sono giovani, vivono a Ferrara, interpretano la danza come un gioco affascinante di tecnica rigorosa e di slanci nella poesia del corpo, di geometria e follia. Vincitori nel 2014 del premio Rete critica, la rete dei blog e siti di teatro, compongono incursioni nei territori contaminati dell’immaginario contemporaneo.
Li abbiamo visti per strada nel festival Danza urbana di Bologna alle prese con le gesta fisiche di alcuni (improbabili) supereroi o in teatro in un talent Amleto, con bando per le iscrizioni su Facebook, con prove esilaranti e molto serie per i partecipanti. Hanno composto un vero e proprio manifesto generazionale con «age», chiamando un gruppo di adolescenti a improvvisare sentimenti, emozioni, rapporti reagendo a stimoli dati, come su uno struggente ring dell’esibizione di sé.
In Miniballetto n.1 Francesca Pennini (con il drammaturgo Angelo Pedroni, l’anima della compagnia) alterna momenti di virtuosismo coreutico a slanci nella pura visionarietà, con un drone volteggiante e piume smosse come un vento cosmico. Nella loro continua indagine sui meccanismi della performatività, sui confini tra rappresentazione, tecnica e incrinatura esistenziale, sono approdati ora a Sherlock, uno spettacolo per ragazzi prodotto con il glorioso Teatro delle Briciole di Parma.
Secondo lo spirito del personaggio di Conan Doyle si tratta di una divertente, ammiccante investigazione deduttiva. Gli addetti della compagnia di pulizie Watson Srl devono rimuovere le tracce dello spettacolo della sera precedente, e per farlo devono prima ricostruirle in modo “scientifico”.
Il pretesto narrativo conduce a un viaggio in diversi stili di danza e possibilità coreografiche, per mostrare come solo lo scatto nell’immaginazione possa definire i modi che l’arte ha per trasfigurare la realtà. I giovani spettatori sono coinvolti in un gioco che chiede continuamente di guardare oltre le apparenze, per estrarre inedite visioni dal flusso della vita quotidiana.
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Le ragioni dell’odio delle banlieue parigine
L’arbitro fischia un fallo, va incontro al giocatore indispettito in maglia biancoverde e fa per estrarre il cartellino giallo. Attraverso le tribune fatiscenti si intravede un tipico palazzo della banlieue parigina degli anni Settanta: il taglio modernista dell’architettura evidenzia l’asprezza del paesaggio urbano. All’improvviso, alcune donne africane e un gruppo di uomini magrebini intonano uno slogan: “Flic, arbitre ou militaire, qu’est-ce qu’on ferait pas, pour un salaire”, ovvero “sbirro, arbitro o militare, che cosa non si fa per un salario!”. La rima si perde nella traduzione, ma sulle tribune il ritmo incalza e riecheggia forte e chiaro. L’inno è quello dei quartieri popolari a nord di Parigi, lontano dal blasone turistico della ville lumière. Dove, in campo, regna il Red Star Football Club,la formazione calcistica di terza divisione francese.
Il club, fondato nel 1897, ha una storia antica e gioca le sue partite nella banlieue de Saint Ouen, in zona Saint Denis. La squadra della “stella rossa” è un emblema delle Zone urbane ad alto rischio (Zus) di Parigi, che rivendica da sempre la propria appartenenza proletaria. La sua tifoseria è composta da donne e uomini degli strati popolari marginalizzati della società francese, annoverando sia signore africane in abiti tradizionali che giovani ragazzi in felpa e cappuccio.
Il club tiene vivo il suo forte legame con il quartiere anche attraverso un settore giovanile da cui sono emersi diversi calciatori di talento. Come fanno notare con orgoglio e senso di appartenenza alcuni tifosi, nell’ultimo Mondiale di calcio erano quattro i giocatori che avevano militato, anni or sono, nelle file delle giovanili del Red Star. Anche in questo il Red Star è l’antitesi del calcio champagne e finanza, che in terra francese si materializza nel Paris Saint-German di Ibrahimovich e dell’emiro qatariota, padrone del club. A contraddistinguere la Red Star non è tanto il dato sportivo, ma quello sociale.
Nella Francia post attentati a Charlie Hebdo, le banlieue rischiano di diventare, o di essere considerate, territori dell’estremismo e del disordine sociale. Il discorso pubblico sulle banlieue ha assunto toni ancor più allarmisti – quando non addirittura xenofobi – rispetto al passato. L’etimologia stessa della parola “banlieue” suggerisce una sostanziale esclusione dalla società civile: “ban” indica il “mettere al bando” e “lieue” è il luogo. In altre parole la banlieue, letteralmente, significa un luogo bandito, o meglio: di banditi.
Non è una novità per la Francia quella di considerare le banlieue, zone speciali. Circa dieci anni fa, nel novembre 2005, il presidente Jacques Chirac, il cui ministro degli Interni era Nicolas Sarkozy, aveva dichiarato lo stato d’emergenza nazionale quando gruppi di giovani, per lo più figli di immigrati africani e arabi di seconda e terza generazione, erano scesi in strada per protestare contro l’uccisione di due adolescenti da parte della polizia. I due ragazzini, Bouna Traoré e Zyed Benna, nel tentativo di fuggire all’inseguimento degli agenti, si erano nascosti all’interno di un recinto di una piccola cabina elettrica, rimanendo fulminati dai cavi scoperti. “Morti per nulla”, scandivano e ripetevano le persone scese in piazza, morti per paura delle forze dell’ordine, del loro atteggiamento persecutorio e minaccioso contro i giovani dei quartieri popolari, delle banlieue.
La rabbia popolare in quel caso si era materializzata in atti incendiari contro le autovetture parcheggiate lungo le zone di protesta, fatto che aveva scaturito l’indignazione, molto borghese e celatamente classista, dei media che bombardavano il pubblico con immagini, ripetitive, di macchine bruciate lungo le strade. Il dato effettivo dei danneggiamenti era stato ancora una volta esagerato dai media francesi, alcuni notoriamente vicini, al tempo, al partito popolare e al ministro degli Interni Sarkozy. Infine con lo stato d’emergenza nazionale, la Francia aveva trasformato le banlieue parigine in zone, effettive quanto immaginarie, di guerra.
Allo stesso modo per capire l’isteria collettiva – e mediatica – all’indomani degli attentati di Parigi del gennaio 2015, bisogna comprendere il contesto sociale, l’atmosfera conflittuale, delle banlieue come luogo di vita e scontro quotidiano. Non per giustificare il radicalismo di alcuni giovani francesi, che sono stati progressivamente attratti dalla propaganda islamista, ma per situare gli eventi e le loro ragioni all’interno di un’analisi alternativa alla dilagante islamofobia, in cui gli elementi “spettacolari” si trasformano in semplici quanto pericolosi mezzi di campagna elettorale in tempi di crisi. La realtà nelle banlieue si svela, scontatamente, diversa e più controversa della narrativa criminalizzante dei media o del governo. Assomiglia, per dirla con una metafora, al gioco del gatto e del topo.
L’antropologo e medico francese Didier Fassin è uno dei pochi ricercatori che hanno avuto l’onere di osservare le operazioni quotidiane della polizia di quartiere nelle banlieue di Parigi. Tre anni di ricerca al seguito di una Brigata anti criminalità (Bac), hanno permesso al ricercatore francese di avere prova ed esperienza diretta di cosa significa pattugliare le Zone urbane sensibili (Zus), ovvero le aree della capitale francese più povere e con la più alta densità di popolazione immigrata. La Bac, la polizia speciale per le banlieue, ha fama di grande severità e i suoi membri hanno l’obbligo di superare addestramenti ad hoc.
Le forze delle Bac si ritrovano di norma ad avere a che fare con ragazzi di origine araba o africana: ispezioni, controlli virulenti e linguaggio aggressivo (spesso apertamente razzista) nei confronti dei cittadini delle banlieue è la norma nel loro lavoro. E in caso di reazione non pacifica dei soggetti controllati, l’arresto è la conseguenza più immediata, mentre l’umiliazione ne è l’effetto psicofisico perdurante. Più che lottare contro il crimine, conclude Fassin, le Bac operano come presenza materiale dello Stato in territori spesso definiti dall’autorità come ingestibili e caotici, dunque a rischio.
Anche secondo le statistiche ufficiali, la loro efficacia nel contrastare il crimine è pressoché nulla, mentre la maggior parte del tempo lavorativo è occupato da ispezioni casuali e pattugliamenti nelle banlieue, durante le quali la quasi totalità dei soggetti fermati sono «soggetti appartenenti alle minoranze nera e araba del Paese». La valutazione di fondo che la polizia fa nei confronti dei giovani delle banlieue sembra essere quella del diritto garantista, all’inverso: al cittadino (di banlieue) spetta il dovere di dimostrare la propria non-colpevolezza, altrimenti segue la detenzione temporanea in caserma. Questo modus operandi è il risultato di politiche pubbliche che hanno adottato il linguaggio e le pratiche della “guerra al crimine”, producendo di fatto una militarizzazione della polizia e delle aree considerate pericolose.
Come racconta l’antropologo Fassin, la polizia francese che opera nelle banlieue si rifà a un linguaggio e a una visione militaresca altrimenti estranea alle forze dell’ordine delle città francesi. Dopotutto, se lo Stato veste i poliziotti con uniformi militari, armi da guerra e dice loro di prepararsi a “una guerra al crimine”, “al terrorismo”, o “alla droga”, il risultato, scontato, è che la polizia inizia a combatterla, questa guerra, individuando nei cittadini delle aree interessate i “nemici”. E nel momento in cui i giovani di città si ritrovano a essere il target, umiliati dalla polizia di fronte ai loro coetanei, familiari e vicini di casa, l’odio verso le istituzioni non può che crescere. Così, quello di fuggire alla vista di un poliziotto diventa un riflesso quasi pavloviano che i giovani delle banlieue sviluppano nel corso della loro vita.
Per assurdo, la polizia, da forza dell’ordine istituita per proteggere i cittadini, si trasforma in forza che li perseguita e li intimorisce. Con la polizia che agisce militaristicamente, emerge anche una spettacolarizzazione della gestione delle città: inseguendo i miti polizieschi delle serie tv americane, i guardiani dell’ordine pubblico adottano uno stile d’azione esagerato, con sgommate, inseguimenti pseudo-immaginari ad alta velocità e atteggiamenti spavaldi da sceriffo di contea.
Nel contempo i ragazzi delle banlieue guardano alla mitologia di Scarface o a quella dei tre ragazzi del film La Haine (L’odio, 1995). In entrambi domina lo spettacolo e la vendetta, due elementi che sono fulcro semantico anche degli eventi di Charlie Hebdo. Il martirio, poco islamico, nel marzo 2012 di Merah Mohammad nella città di Toulouse ne è un caso esemplare. A detta dei suoi amici, il ragazzo non aveva mai frequentato una moschea nella sua vita, era stato ripetutamente in prigione per piccoli crimini (droga, furti e guida spericolata), ed era sotto osservazione dei servizi di sicurezza francesi dall’anno 2006. Dopo un periodo in prigione, manifesta una sindrome narcisistica e paranoica a cui si accompagnano i contatti con cellule estremiste che lo porteranno a sparare contro dei militari francesi e in seguito ad attaccare una scuola ebraica a Toulouse. Si direbbe una traiettoria sociale pressoché identica a quella dei fratelli Koucachi e di Amedy Coulibaly negli attentati del gennaio 2015 contro Charlie Hebdo. L’atto terroristico avviene in solitario, secondo linee spettacolari, nei cui calcoli l’attenzione mediatica è requisito essenziale.
Si tratta non tanto di individui ideologicamente complessi, la cui fede impone l’azione drammatica, eroica e distruttiva in nome dell’Islam, ma di giovani socialmente emarginati, a cui il Paese d’accoglienza (o di nascita) non ha offerto, né a loro stessi né ai propri genitori, quella fortuna sperata, relegandoli a cittadini di secondo ordine. Prima perseguitati dalle forze dell’ordine poiché ‘diversi’, poveri e pericolosi, poi incarcerati per piccoli reati di furto e droga; infine, come anche nel caso del giovane britannico divenuto il boia dell’Isis, Jihadi John, sorvegliati dalle forze di sicurezza al seguito del loro intervento come combattenti in una guerre che l’Occidente (la Francia in testa) ha voluto fortemente. Il caso della Siria e della Libia ne sono due esempi lampanti.
Eppure, la retorica politica all’indomani degli eventi tragici di Parigi non solo ignora complessi segnali tra le classi popolari del Paese, preferendo, come scrive il filosofo Slavoj Žižek, la formula di identificazione patetica je suis Charlie, ma essa presiede a un immaginario precedentemente impensabile. Paradigmatico di questo nuovo immaginario sono i cartelloni con su scritto je suis flic, “sono un poliziotto”, che ipotizzano una riconciliazione della generazione del ’68 con il suo arci-nemico, la polizia. Uno scenario solo superficialmente rassicurante a cui solo le banlieue, tra cui quelle della Red Star Football Club sembra sfuggire.
Nel celebre film di Mathieu Kassovitz, La Haine, la voce fuori campo riassume il messaggio della storia con queste parole: «È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani; man mano che cadendo passa da un piano all’altro, per farsi coraggio, si ripete fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. L’importante però non è la caduta, ma l’atterraggio».
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Le cinque delle 13.00
#Cannes2015 Moretti, Sorrentino e Garrone in concorso. I film Mia madre di Nanni Moretti, Youth – La giovinezza di Paolo Sorrentino e Il racconto dei racconti di Matteo Garrone al Festival dal 13 al 24 maggio. I tre registi: felici e orgogliosi di rappresentare l’Italia.
#Tortosa sospeso dal servizio. L’annuncio del capo della polizia, Alessandro Pansa, a margine di un convegno all’Università La Sapienza di Roma. Il poliziotto aveva scritto su Facebook: Io ero quella notte alla Diaz. Io ci rientrerei mille e mille volte.
#Italicum strappo nel Pd, il capogruppo Roberto Speranza si dimette. Il segretario ha chiesto ai deputati Pd di votare la proposta di legge elettorale senza modifiche. Dopo l’annuncio delle dimissioni del capogruppo, la minoranza ha lasciato l’assemblea. Vi libera alla linea del segretario premier con 190 sì e nessun contrario, ma 120 deputati non votano.
#Ilva La Corte europea dei diritti umani ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna contro l’Ilva. Secondo i giudici la ricorrente non ha dimostrato che sono state le emissioni dell’Ilva a causare la sua leucemia.
#Grecia L’agenzia Standard & Poor’s ha abbassato il rating del paese da B- a Ccc+, per il rischio che in assenza di riforme economiche radicali o un ulteriore sconto sul debito la situazione del bilancio pubblico greco diventi “insostenibile”.




























