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Le cinque delle 13.00

Il naufragio sul canale di Sicilia sarebbe dovuto a due cause: lo spostamento dei migranti sull’imbarcazione, che era sovraffollata, e l’errata manovra dello scafista che l’ha portata a collidere con il mercantile King Jacobs. Lo scafista dell’imbarcazione forse nel tentativo di nascondersi avrebbe condotto il barcone contro la nave portoghese che era arrivata nelle vicinanze per prestare soccorso. La versione è confermata anche dai pm di Catania.

In carcere i due presunti scafisti del barcone che si è ribaltato al largo di Malta provocando un’altra ecatombe di migranti. Si tratta di un tunisino, ritenuto il comandante del peschereccio naufragato, e un siriano, suo assistente di bordo.

Decine di arresti questa mattina a carico di presunti componenti il clan mafioso barese Di Cosola. L’operazione è definita dai militari un colpo mortale al clan ai cui beni sono stati apposti i sigilli. L’indagine avrebbe ricostruito anni di egemonia in settori vitali dell’economia, primo fra tutti quello dell’edilizia.

In dieci via dalla Commissione Affari Costituzionali. Tutti critici sull’Italicum 2.0 atteso il 27 aprile in Aula alla Camera. La notizia, ratificata dall’ufficio di presidenza del gruppo Pd, era annunciata da giorni e conferma come, sulla riforma delle legge elettorale, il premier Matteo Renzi sia più che mai convinto a non concedere nulla al dissenso Pd.

Egitto, Morsi condannato a 20 anni. Nella prima sentenza a suo carico, il deposto presidente egiziano Mohamed Morsi è stato condannato dalla Corte d’assise del Cairo a 20 anni di carcere in un processo per la morte di manifestanti che nel dicembre 2012 protestavano contro un suo decreto.

Arriva il Def e la “volta buona” sarà la prossima

Non ci sono slogan, promesse e slide che tengano. Quando il governo Renzi si ritrova al bivio, imbocca strade già viste, rampe verso pericolosi precipizi sulle quali spingere le persone.

Arriva il terribile Def, documento di economia e finanza, e si scopre che la volta buona sarà magari la prossima. Perché questo benedetto Def di epoca renziana prevede nuove sforbiciate per le città, con i sindaci costretti a mettersi le mani nei capelli. Anche quelli della scuderia del premier, da Piero Fassino a Torino allo stesso Dario Nardella, succeduto per via quasi dinastica a Firenze. Però i titoli dei tg e le prime pagine dei giornali sono distratte dal “tesoretto” (parola orribile): 1,6 miliardi che, a quanto sostiene Palazzo Chigi, saranno subito disponibili per nuovi bonus (80 euro è una cifra che piace molto al governo) da distribuire ai redditi più bassi.

Secondo fonti governative la misura interesserebbe circa sette milioni di italiani. Tesoretto e bonus, quindi. Ammesso che esistano, perché secondo il Sole24ore «quei soldi non ci sono, è tutta roba di carta, numeri astratti e potenziali». Di sicuro esistono i tagli: tra trasporti locali e altri interventi pubblici da rivedere, ridurre e magari abolire, mentre le scuole cadono a pezzi, ovviamente sono i redditi più bassi ad essere colpiti, quindi tesoretti e bonus se esistessero si annullerebbero, rivelandosi nient’altro che uno specchietto per le allodole. Le città metropolitane, come Napoli e Milano se la vedranno davvero brutta: «Sono tagli gravi e irresponsabili – reagisce Luigi de Magistris da Palazzo San Giacomo – che rischiano di cadere sui lavoratori e sull’erogazione di servizi essenziali alla comunità».

Il default è dietro l’angolo per tutti. Dietro sorrisi di facciata e frasi di circostanza scorreranno sudori freddi. Ai 9 miliardi di tagli che sindaci e governatori stanno già affrontando nel 2015, quindi, bisognerà sottrarre 5 miliardi alle Regioni (di cui più della metà è spesa sanitaria), 2,2 ai Comuni e almeno uno a Città metropolitane e Province. Un salasso che nella migliore delle ipotesi imporrà un aumento delle tasse comunali, con botte da 92 euro a persona a Roma fino ai 651 calcolati proprio per Firenze, la città del premier. Tutto questo dovrebbe servire a scongiurare un aumento dell’Iva, ma cosa sposta, se la conseguenza, per un commerciante per esempio, è quella di dover pagare di più il suolo pubblico o l’immondizia?

Davvero strano per un presidente del Consiglio, che si era proposto come sindaco d’Italia, passando direttamente da Palazzo Vecchio a Palazzo Chigi dopo l’amichevole defenestrazione di Letta. Michele Emiliano, ex sindaco di Bari e già in corsa col Pd per la presidenza della Puglia nel dopo-Vendola, ha sostenuto in tv che troppo spesso la politica è vittima dei burocrati che infestano lo Stato. Troppo facile: finché c’era Berlusconi la colpa era di Berlusconi. Adesso la politica non sarebbe in grado, invece, di agire con le sue scelte sugli uffici dei funzionari? Il problema è che la classe dirigente del Pd renziano non pare all’altezza della situazione, che all’opposizione la voce del M5S è troppo debole e confusa anche quando sostiene buoni argomenti e che non c’è traccia né di un’altra destra credibile né di una sinistra – in attesa che il progetto di Coalizione sociale sognato da Maurizio Landini possa trasformarsi da bruco in farfalla. Cgil permettendo, perché la prima a non gradire l’attivismo politico della Fiom sembra essere proprio la casa madre guidata da Susanna Camusso.

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Le cinque delle 20.00

#Italicum 10 deputati della minoranza Pd in commissione Affari Costituzionali saranno «tutti sostituiti» dall’ufficio di presidenza del gruppo che dovrebbe riunirsi lunedì sera. Pier Luigi Bersani, Gianni Cuperlo, Rosy Bindi, Andrea Giorgis, Enzo Lattuca, Alfredo D’Attorre, Barbara Pollastrini, Marilena Fabbri, Roberta Agostini, Marco Meloni. Non dovrebbe invece essere sostituito Giuseppe Lauricella.

Un barcone con 200 migranti è naufragato davanti alla costa orientale di Rodi, in Grecia. Lo riferiscono i media locali. Per ora sono stati recuperati tre corpi, tra cui quello di un bambino, mentre 57 sono stati messi in salvo ma si temono molte vittime.

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente greco Prokopis Pavlopoulos al telefono hanno concordato sulla necessità che l’Ue rafforzi significativamente il suo ruolo nella gestione del problema migratorio nel Mediterraneo affinché questi drammi non abbiano più a ripetersi.

L’Inps presenterà a giugno una proposta per introdurre un reddito minimo garantito per le persone tra i 55 e 65 anni. A dichiararlo il presidente Tito Boeri che spiega: Non credo che dare loro un trasferimento, che sarà basso, li esponga al rischio di non mettersi in cerca di un lavoro.

Il governo greco avrebbe obbligato le amministrazioni degli enti locali a trasferire alla banca centrale tutte le disponibilità di contante. Lo scrive l’agenzia Bloomberg citando il decreto governativo pubblicato in Gazzetta ufficiale.

La Roma noir di Yari Selvetella fra Gadda e la tv

In tempi di Mafia Capitale è lecito giocare con le tristi vicende del crimine e usarle per fare dell’intrattenimento noir? Forse sì, a patto di infilare nell’intrattenimento un potente effetto di realtà e alcune considerazioni antropologiche non del tutto ovvie.

Libri, La Banda Tevere, LeftCosì fa Yari Selvetella, giornalista e esperto di criminalità, in La banda Tevere (Mondadori, Strade blu). Stavolta la quarta di copertina inventa una formula appropriata: «l’incontro miracoloso tra i Soliti ignoti e la Banda della Magliana». Selvetella infatti coniuga un tono da commedia, con il racconto di eventi drammatici. Più che a Monicelli però fa pensare, almeno cinematograficamente, al Monnezza e al genere poliziottesco degli anni 70, più sbracato e tutto rudemente girato on the road.

Il cinquantenne Tevere, così soprannominato per un tuffo spettacolare da Ponte Sant’Angelo, esce dal carcere di Rebibbia per iniziare una vita onesta, lavorando in una cooperativa di spazzini. Ma la figlia è incinta e senza soldi. Allora ricostituisce la vecchia banda per un colpo risolutivo, tra soci assai pittoreschi, vecchi amici-nemici e poliziotti corrotti. La trama ha un puntuale contrappunto nelle riflessioni sul genius loci della città. Poiché Tevere è anche un gran cuoco apprendiamo che «le ricette romane sono volubili come il popolo cui appartengono» dato che ognuno è convinto di sapere lui la vera ricetta: «pancetta no, pecorino certo parmigiano mah».

C’è poi l’inizio di un capitolo che è una criptocitazione dall’ incipit dell’Orologio di Carlo Levi: «A ridosso dell’alba, a Roma, non ruggiscono più i leoni; è il momento di ratti e scarafaggi. Persino gli sbadigli fanno rumore». Selvetella non si crede Gadda, non ha pretese letterarie e sembra confrontarsi soprattutto con ritmi e stilemi della fiction tv. Però ha creato almeno un personaggio memorabile, Tevere – spavaldo e fragile, coriaceo e sentimentale – destinato a restare per un po’ nell’immaginario. Mi chiedo solo se ne esistono ancora in giro.

Fermare la strage. Subito! Martedi 21 aprile la giornata di mobilitazione nazionale

In una settimana più di mille morti in due stragi annunciate. Stragi che hanno responsabilità precise: le scelte politiche e le leggi dei governi dell’UE (compreso quello italiano) che consegnano le persone in cerca di protezione nelle mani dei mercanti di morte.

Aumentando controlli e mezzi per pattugliare le frontiere non si fermeranno le stragi, come dimostra quest’ultima tragedia con più di 900 morti avvenuta a poche ore da quella che ha portato a morire altre 400 persone. Chi scappa per salvare la propria vita e quella dei suoi cari non si ferma davanti al rischio di morire in mare.

Non c’è più tempo da perdere. Si aprano subito vie d’accesso legali, canali umanitari, unico modo per evitare i viaggi della morte. Il governo italiano, in attesa dell’intervento europeo, assuma le sue responsabilità e riattivi subito un programma di ricerca e salvataggio. Chieda contemporaneamente all’UE di farsi carico di un programma di ricerca e salvataggio europeo.

Si sospenda il regolamento Dublino e si consenta alle persone tratte in salvo di scegliere il Paese dove andare sostenendo economicamente con un fondo europeo ad hoc l’accoglienza in quei Paesi sulla base della distribuzione dei profughi. Questi morti non consentono più rinvii, basta con le parole che non si traducono in azioni concrete e immediate. Erano persone in carne e ossa. E invece sembrano fantasmi.

Domani, martedì 21 aprile, mobilitazioni in tutta Italia, organizzate da decine di associazioni, organizzazioni sindacali e ong. A Roma sit in e flash mob a partire dalle 17.00 davanti a Montecitorio. Nelle altre città gli appuntamenti saranno articolati secondo quanto deciso dalle organizzazioni locali.

Scuola, segnali di rivolta in ordine sparso

Dopo la bocciatura del documento sulla cosiddetta “Buona scuola” e del ddl che ne è scaturito da parte dei collegi dei docenti in ogni parte d’Italia, prende corpo l’opposizione al ricatto del governo che vorrebbe imporre la sua linea sfruttando l’assunzione dei precari, già intimata dalla Corte di giustizia europea.

Mentre proseguono le proteste nelle scuole, con gli insegnanti che si vestono a lutto, trenta associazioni – professionali, sindacali, studentesche e sociali – hanno rivolto un appello al parlamento perché il ddl sia modificato. Si sono unite, nonostante la diversità di vedute, per avanzare cinque proposte:

  1. Potenziare gli organici, attraverso un adeguato finanziamento, per ridurre le disuguaglianze tra scuole imputabili al diverso contesto socioeconomico di riferimento;
  2. Salvaguardare lo stile di lavoro cooperativo all’interno degli istituti, minacciato dalla gerarchizzazione forzatamente introdotta con il preside-sindaco;
  3. Distribuire tante risorse alla scuola quante ne servono per riallinearle con la media europea;
  4. Orientare il rapporto scuola-lavoro verso il potenziamento del percorso educativo e concrete opportunità occupazionali;
  5. Stralciare gli articoli relativi alla stabilizzazione dei precari e ricondurre al dibattito parlamentare temi cruciali, come il diritto allo studio, la revisione degli organi collegiali e del testo unico sulla scuola, che sono stati delegati all’intervento del governo (in tutto sono addirittura 17 le deleghe in bianco).

In commissione, i parlamentari di Sel, del Gruppo Misto e del M5s sono riusciti ad ottenere che il testo della Legge di iniziativa popolare sulla scuola fosse inserito nella discussione sul ddl del governo. L’Unione degli  studenti ha dato impulso alla nascita di un Coordinamento nazionale per la scuola pubblica che chiede lo stralcio della parte riguardante le assunzioni dei precari, lo stop del ddl e l’inizio di una discussione veramente democratica sulla riforma della scuola, un impegno produttivo per una scuola pubblica e di qualità, la tutela del diritto allo studio, il rafforzamento degli organi collegiali, il recupero della dignità professionale dei docenti, l’abbandono di una politica scolastica che vuole rendere l’istruzione subalterna alle logiche del mercato.

Anche se hanno sottoscritto l’appello al parlamento, i sindacati di categoria, si sono segnalati, perfino stavolta, per mancanza di tempestività e di coesione. I Confederali, con Gilda e Snals, hanno indetto una manifestazione per il 18 aprile. Hanno pure escogitato un’astensione da tutte le prestazioni aggiuntive, dal 9 al 18 aprile, tanto cervellotica (come testimonia la diffusione di un allegato pieno di istruzioni sulle attività coinvolte e sulle ritenute spettanti) quanto inutile (chi se ne accorgerà?).

Invece i sindacati di base si sono accordati per uno sciopero e una manifestazione il 24 aprile. Si segnalano gli interventi sui social di Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Corte di Cassazione, secondo il quale gli albi regionali dei docenti si configurano come liste di proscrizione e i superpoteri ai presidi cancellerebbero l’art. 33 della Costituzione, posto a garanzia della libertà di insegnamento.

Con lo strappo di Luca Pastorino in Liguria si aprono nuovi scenari. C’è vita fuori dal Pd

Prima c’erano i gufi: Matteo Renzi aveva liquidato così, con un nomignolo e un tweet, i dissidenti interni di un Pd che esibisce tronfio uno strabismo a destra, spacciato come chissà che rivoluzione.

Ora, mentre in Liguria la sinistra si coagula intorno alla figura del sindaco di Bogliasco e deputato Luca Pastorino, fresco di divorzio da questo Pd, il Premier alza il tiro: i gufi sono diventati tafazzi e con un’intervista a Repubblica il Premier li accusa con stonata ineleganza infantile di dividere «per fare vincere la destra». Una candidatura, quella di Pastorino, che ufficializzando con Sel, Rifondazione e comitati civici, esplicita la propria distanze dal renzismo.

Facciamo notare che Renzi non aveva perso le staffe nemmeno mentre Sergio Cofferati abbandonava il partito dei dem, accusandolo di avere avvallato delle primarie più che sospette in cui la candidata vincente Raffaella Paita aveva racimolato «dubbi voti organizzati» dal centrodestra e (per qualcuno) anche da “chiaccherate” famiglie calabresi. Ma di fronte al «piccolo sindaco di un piccolo comune» (come si autodefinisce Luca Pastorino) sembra perdere la solita equilibrata spocchia pubblicitaria per tracimare nel gne-gne.

Lui, Pastorino, risponde al telefono mentre è in riunione con la ragioniera dell’Ufficio tecnico del suo Comune. Sta studiando una soluzione possibile per fare quadrare i conti senza imporre la Tasi ai propri cittadini: «Sono i liguri a essere stufi di fare i tafazzi. Trovo particolare che Renzi si preoccupi di un sindaco di un paese (che nei sondaggi è già quasi al 20 per cento, ndr). Il disagio l’abbiamo espresso in mille modi e ora non ha più senso. Avevo già detto che le primarie liguri erano state liquidate con un tweet in spregio al militante e all’elettore. Hanno banalizzato episodi di mafie, hanno finto di non vedere personaggi di centrodestra dal passato poco chiaro. Non si fa così – dice scaldandosi -. I liguri sono molto più preoccupati di capire quale sarà il voto utile».

A proposito di utilità, qual era stata la strategia del Pd in Liguria?

Vengono indette le primarie, in campo Raffaella Paita (già dirigente del partito a La Spezia e appoggiata da molti scajolani della prima ora) e lo storico sindacalista e deputato europeo Sergio Cofferati. La sinistra (Sel in testa) resta alla finestra dando un bisbigliato “appoggio esterno” a Cofferati che comunque ne esce sconfitto: «Le primarie? Inquinate da voti strani, da cordate, voto organizzato. Cofferati non ha voluto insistere dopo avere avviato già degli esposti in Procura», dichiara infatti Nicola Di Benedetto, membro della segreteria regionale di Sel. Quindi Cofferati decide di uscire dal Pd, le sinistre cercano di riorganizzarsi pensando dapprima all’ex sindaco di La Spezia Giorgio Pagano, per poi alla fine convergere su Pastorino. «Pastorino, uscendo ufficialmente dal Pd ci ha messo nelle condizioni di poterlo candidare. C’è da costruire una nuova forma intermedia tra la liquidità dei Cinquestelle e una doverosa ricollocazione del ceto politico. Così si torna a far politica», aggiunge Di Benedetto.

Liguria come laboratorio nazionale di una sinistra che finalmente prende le distanze, sancisce le proprie posizioni e forse proprio per questo innervosisce i vertici del Partito democratico. Ne è convinto anche Pippo Ci- vati, gufo ad honorem della dissidenza interna e amico di Pastorino: «Una rappresentazione della situazione politica ligure che non sta né in cielo né in terra – ci dice – oltre a una serie di problemi nazionali, Renzi ancora una volta dimostra di sottovalutare il clima di disagio a sinistra». Attenzione, ammonisce l’esponente della minoranza dem: «La Ligura non rimane un caso isolato, in Sicilia sta succedendo la stessa cosa: in generale la gente di sinistra il Pd non lo vota più. Minimizzare il problema guardando solo la torta dalla fetta più grossa e considerando briciole tutto il resto non è un atteggiamento responsabile.Quelli che votano Pastorino, la Paita non l’avrebbero mai votata. E lo stesso succederà a livello nazionale ». Il punto è: «Interessa l’argomento o siamo tutti gufi e Tafazzi? Se è così allora ciao e l’ultimo spenga la luce. Qui chi pone il problema viene brutalizzato, rovesciato. La Liguria darà dei segnali. Non penso che per colpa di Pastorino vincerà la destra: magari vincerà la sinistra».

E se è evidente che Civati è “pastoriniano,” il contrario vale ancora?

«Io civatiano? La mia esperienza è legata al territorio – risponde il candidato ligure -. Vivo il momento con umiltà  ma con responsabilità. Ci vuole qualcuno che recuperi il senso delle cose». Un candidato che lavori contro «un’idea di progresso che ormai ha fallito, lontano dall’ansia di costruire a ogni costo in una regione in cui si è costruito troppo e male». Pastorino vuole ripartire, che già di per sé non sarebbe male, per la sinistra. In ogni caso, vuole ripartire «dalla trasparenza e dal sostegno al reddito» e occuparsi «delle tante piccole grandi opere che servono qui».

Quindi, c’è vita fuori dal Pd?

Non riesco a trattenermi e gli chiedo come si sta da fuoriusciti, lì dove molti sembrano avere paura di andare e Pastorino non si scompone: «Bene – mi spiega -. Spiace per come sono andate le cose e per l’evoluzione che ha avuto il partito in questo ultimo anno. Molti mi hanno chiesto di non andare via, ma di battaglie da dentro ne abbiamo fatte tante. Renzi ha paura  ra che vinciamo noi e che emerga un modello diverso da quello che propone». E come rispondere al Segretario che accusa Pastorino e i dissidenti di dimenticare che lo stesso Pd a Venezia appoggerà comunque Casson, pur appartenendo all’opposizione interna? «Casson ha vinto primarie pulite e regolari – puntualizza Civati – in Liguria invece hanno minimizzato i brogli e i condizionamenti del centrodestra. Hanno vissuto l’uscita di Cofferati facendo spallucce chiedendogli di dimettersi mentre Gennaro Migliore che da Sel è passato al Pd è stato incensato. La candidatura e l’uscita è stata studiata per due mesi e nessuno ha mai chiamato Pastorino».

In Liguria, certo, si apre un possibile orizzonte e per questo sarà Renzi in persona a metterci la faccia per una campagna che si preannuncia molto muscolare. Anche perché il premier ama giocare in tutti i ruoli, solo lui. Senza mai passare la palla. E prima o poi, come succede a quei ragazzini delle partitelle all’oratorio, rimarrà da solo con il suo pallone in mano.

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Le cinque delle 13.00

#CanalediSicilia si temono 900 morti. Proseguono le ricerche nel Mediterraneo dei corpi delle vittime e di eventuali altri sopravvissuti dell’ultimo terribile naufragio che avrebbe provocato oltre 900 morti: sono solo 28, infatti, le persone che si sono salvate e 24 le salme recuperate.

#CanalediSicilia la nave italiana della Guardia Costiera Gregoretti è arrivata a Malta, nel porto de La Valletta, dove ha sbarcato tutte le salme recuperate. Il governo di Tripoli ha dato disponibilità, se verrà trovata la nave, ad accogliere le altre salme che venissero recuperate in seguito.

#CanalediSicilia Il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon ha riconosciuto il pesante impatto sull’Italia per l’arrivo di tanti migranti ed è grato al governo italiano per tutti i suoi sforzi. Ban ha fatto appello alla comunità internazionale perché dimostri solidarità e divida il peso di questa crisi.

#Italicum Battaglia in commissione Affari Costituzionali sulla legge elettorale sulla quale sono stati depositati 135 emendamenti, 11 del Pd. Il premier Matteo Renzi non esclude il ricorso alla fiducia. Intanto, dovrebbero essere sostituiti in serata i 10 componenti della minoranza Dem in commissione Affari Costituzionali.

#Somalia: bomba sul bus dei dipendenti Onu, almeno sei morti. L’ordigno, piazzato sotto un sedile, è stato fatta esplodere con un comando a distanza su un pulmino che trasportava dipendenti Onu a Garowe – capitale del Puntland. Il gruppo Al-Shabab ha rivendicato l’attentato.

Ci sono leggi vere, e leggi quaquaraquà. Direbbe Sciascia

Ci sono tanti tipi di uomini: secondo Leonardo Sciascia nel “giorno della civetta” la scala delle differenze comincia dai veri uomini e finisce coi quaquaraquà. E ci sono tanti tipi di leggi: le vere e le quaquaraquà. Le prime servono a risolvere un problema della società, le altre sono occasioni in cui lo Stato, come diceva il Don Giovanni di Mozart a Zerlina, esibisce la sua protezione – una protezione verbale, vuota di contenuto. Ne conosciamo tante. Si pensi a quella recente sul reato di negazionismo, puro fumo negli occhi, buona solo per stimolare il protagonismo di qualche finto martire della libertà intellettuale e per creare oggi imbarazzi al governo col caso del genocidio armeno.

Sicuramente inutile anzi profondamente sbagliata è la legge che sta introducendo il reato di tortura nell’ordinamento italiano. Era nata come un disegno di legge d’iniziativa parlamentare proposta dal senatore Luigi Manconi, da sempre in lotta contro le sopraffazioni del potere. Se ne sentiva l’urgenza da tempo: l’impunità di torturatori annidati nei gangli vitali delle cosiddette forze dell’ordine era stata una realtà strisciante negli anni di piombo. Un libro bianco del 1982 ne raccolse una casistica. Era emersa con prepotenza nelle cronache terribili dei fatti del G8 di Genova del 2001. E aveva continuato a tornare d’attualità nel lungo stillicidio di casi di persone morte nelle mani di vigili e poliziotti, da Stefano Cucchi a Federico Aldrovandi a Giuseppe Uva a Riccardo Magherini e altri ancora. Ogni volta i responsabili restarono impuniti perché il resto di tortura non era previsto nell’ordinamento italiano. Inutilmente si chiedeva che la lacuna venisse colmata, l’Italia continuava a figurare nell’elenco nero degli stati canaglia.

Ora, la tortura altro non è che l’esercizio del potere dello Stato. Fin dalle lontane origini fissate nel diritto romano è lo Stato l’ente in nome del quale si processa e si tortura. E la realtà odierna è sempre quella: lo dicono sul piano internazionale nomi come Abu Graib e Guantanamo, lo dice lo strisciante ritorno di una legittimazione della tortura nella lotta contro il Terrore. Di fatto e di diritto, il potere statale nella cultura e nella pratica del mondo occidentale si misura dalla sua capacità di esercitare il monopolio della violenza, regolando il ricorso alla forza con le sue leggi. E da secoli contro l’arbitrio del potere – quello della Chiesa e quello degli stati – la cultura occidentale ha condotto battaglie durissime.

Ma ecco che oggi, se si va a leggere il disegno di legge sulla tortura approvata con modifiche alla Camera la settimana scorsa sulla spinta della solenne bocciatura della Corte europea dei diritti dell’uomo, si scopre che nel disegno di legge italiano il reato di tortura è un “reato comune”, non un delitto del potere. Si colpisce «chiunque… intenzionalmente cagiona ad una persona a lui affidata… acute sofferenze fisiche o psichiche»: chiunque, cioè nessuno. Forse è meglio di niente, ha scritto il senatore Manconi, peraltro molto deluso per quello che hanno fatto del suo disegno di legge. Ma forse è peggio: la vergogna di quel vuoto legislativo era almeno una ferita aperta, sfidava le coscienze. Che ora si addormenteranno. E non chiederanno nemmeno la misura minima ma indispensabile dell’identificabilità dei membri delle forze di Polizia impegnate in funzioni di ordine pubblico, oggi coperti dall’anonimato e dalla solidarietà di corpo.