La #coalizione27febbraio delle libere professioni a Tito Boeri: l’Inps renda la previdenza più equa
Il paradosso dei paradossi: non si tratta più di lavorare per avere un reddito ma avere un reddito per poter lavorare. E’ quanto racconta Valeria, titolare di uno studio legale in una lettera-manifesto che circola in rete. Valeria è avvocato, ha 42 anni, ma non ce la fa a pagare i contributi richiesti dalla Cassa forense. E se non paga rischia di essere cancellata dall’Albo e quindi di non poter lavorare. Ma se non lavora non può pagare la previdenza. E così all’infinito. Un incubo che non riguarda solo gli avvocati ma anche tanti altri liberi professionisti: architetti, farmacisti, ingegneri ecc.
E poi ci sono gli archivisti, gli archeologi, i giornalisti, le guide turistiche, i geometri. Il popolo delle partite Iva, gli autonomi, il “quinto stato” per riprendere il titolo di un libro di Peppe Allegri e Roberto Ceccarelli, ma anche la maggioranza invisibile raccontata nell’omonimo saggio da Emanuele Ferragina. Queste categorie di nuovi sfruttati, sempre divise in passato, per la prima volta si sono unite ideando una piattaforma comune e due mesi fa è nata la #coalizione27febbraio. Chiedono una previdenza e un’assistenza più equa, ammortizzatori sociali estesi a tutti, una unificazione del sistema previdenziale che oggi è diviso in 21 casse private.
La “carovana dei diritti” venerdì 24 aprile alle 9.30 si presenterà davanti alla sede dell’Inps all’Eur a Roma. Il popolo degli autonomi e delle libere professioni hanno già una lettera pronta da consegnare al presidente Tito Boeri, le cui dichiarazioni sull’estensione di un reddito minimo per gli over 55 senza lavoro hanno fatto ben sperare il popolo degli autonomi.
Questa la lettera per il presidente dell’Inps Tito Boeri
Egregio Dott. Boeri,
siamo lavoratori, professionisti autonomi, atipici e ordinisti, parasubordinati, precari della ricerca, studenti, iscritti al programma ‘Garanzia giovani’; Le scriviamo perché venerdì 24 aprile saremo sotto il suo ufficio, con un’intenzione chiara: poterLa incontrare, presentarLe le nostre istanze.In queste settimane abbiamo letto con attenzione le Sue dichiarazioni: una vera e propria proposta di riforma del sistema previdenziale, che presenterà al governo entro giugno. Abbiamo notato la Sua insistenza sull’estensione in senso universalistico delle protezioni sociali, così come l’indisponibilità di Palazzo Chigi a prestarLe ascolto. Ci è chiaro: Lei ha in mente un nuovo INPS capace, riprendiamo le Sue parole, di combinare previdenza e assistenza. Non sono casuali, dunque, i Suoi espliciti riferimenti ad un reddito minimo di cittadinanza per gli over 55 che perdono il posto di lavoro e non possono accedere alla pensione; all’idea di ricalcolare le pensioni alte con il metodo contributivo per una redistribuzione delle risorse verso il basso (così auspichiamo e abbiamo capito); all’unificazione dei trattamenti previdenziali. Al centro l’«operazione trasparenza», in netta controtendenza rispetto alle politiche del suo predecessore.
Tutto molto importante, indubbiamente; ma se la direzione è quella di estendere in senso universalistico le protezioni sociali, ancora insufficiente. Oltre agli ‘esodati’ ‒ da tutelare a ogni costo intendiamoci ‒ c’è un mondo, il nostro, che in questo stato di cose non accederà mai ad una pensione dignitosa. Un mondo del lavoro che non dispone di ammortizzatori sociali, che è sottoposto a una pressione fiscale insostenibile, che non dispone di welfare né diritti.
Tanti, tantissimi, che giunti al bivio dell’insostenibilità hanno scelto di mutare la rabbia in proposizione; hanno sollevato il capo, cercato persone, confronti ed opinioni, in rete ed in tante assemblee pubbliche; assieme abbiamo definito una prima serie di istanze che in questa lettera Le riassumiamo e che il 24 mattina vorremmo, con Lei, approfondire in colloquio. Le nostre richieste riguardano:
- l’introduzione di correttivi solidaristici all’attuale sistema contributivo;
- lo sblocco immediato dei pagamenti della DIS-COLL;
- lo sblocco immediato per le indennità dei tirocinanti iscritti al programma ‘Garanzia giovani’;
- la rivalutazione del montante contributivo, realisticamente conveniente, almeno parametrata al rendimento dei titoli di Stato o a benchmark assicurativi di mercato;
- una ‘pensione minima di cittadinanza’ indipendente dal montante contributivo accumulato e superiore all’attuale assegno sociale;
- un’aliquota della Gestione Separata effettivamente sostenibile; non solo il blocco degli aumenti previsto dalla riforma Fornero, ma l’avvio di un piano di riduzione sui parametri europei;
- l’unificazione delle prestazioni previdenziali: basta con le ricongiunzioni onerose o con i versamenti di contributi a vuoto!
- l’avvio di un processo di unificazione delle casse previdenziali degli ordini professionali;
- l’estensione universale del welfare (malattia, maternità, ammortizzatori sociali) ed un reddito di base.
Riteniamo queste le premesse fondamentali per cambiare rotta e ripensare la previdenza e le protezioni sociali di un paese ‒ il nostro, lo ricordiamo ‒ affossato dalla crisi, dalla disoccupazione di massa, dall’impoverimento, dalla svalorizzazione del lavoro. Confidiamo nella Sua disponibilità a incontrarci, confermandoLe che la nostra mobilitazione non si fermerà fino a quando non otterremo risposte ‒ confidiamo, soprattutto, concrete.
Distinti saluti,
Coalizione 27 febbraio
ACTA, ADU – Associazione degli avvocati Difensori d’Ufficio, ANAI – Associazione Nazionale Archivistica Italiana, Archivisti in Movimento, Assoarching, Associazione delle guide turistiche, Camere del Lavoro Autonomo e Precario – CLAP, Comitato per l’Equita Fiscale, Comitato Professioni Tecniche – Ingegneri e Architetti, F.N.P.I. – Federazione Nazionale Parafarmacie Italiane, Geomobilitati – Geometri, IVA sei Partita, Inarcassa Insostenibile, Intermittenti della Ricerca – Roma, MGA – Mobilitazione Generale degli Avvocati, Rete della Conoscenza, Sciopero Sociale – Roma, Stampa Romana
Divorzio breve all’italiana
Divorzio breve? Non proprio. Più che altro un separazione breve, quella in esame in queste ore alla Camera, quindi niente, non cantate vittoria troppo presto: non riuscirete a liberarvi del vostro matrimonio così facilmente. Il divorzio breve rimane un miraggio. O meglio, il disegno di legge è passato a grande maggioranza in Senato (228 a favore, 11 contrari e altrettanti astenuti) e i tempi per poter chiedere il divorzio effettivamente si accorciano: dai 3 anni si passa ai 12 mesi (se giudiziale, 6 se consensuale) dal momento della separazione legale. Ma essendo un divorzio breve all’italiana, la nuova legge – attualmente in terza lettura e per l’approvazione definitiva alla Camera – maneggia i tempi della separazione più che quelli del divorzio, e va a modificare una condizione che si potrebbe invece eliminare completamente, o quanto meno rendere facoltativa come in Spagna: la separazione legale.
Quella invece non si tocca. Fa niente se esisteva ed era stata ideata nei tempi arcaici preesistenti il divorzio al fine di sostituirlo, e fa niente se nel frattempo, la Chiesa non se ne abbia, il divorzio è passato e la separazione non ha più motivo di esistere – se non forse come residua speranza di un “ripensamento” (termine utilizzato per denominare questo periodo). In Italia l’immediatezza crea delle perplessità, quindi la possibilità di saltare questo passaggio è stata stralciata proprio al Senato: via il comma 2 dell’articolo 1 e con lui l’emendamento che introduceva il divorzio immediato. Più che di “divorzio” breve, si tratta di “separazione” breve, dunque. Una leggerezza comunicativa che fa la differenza. Ad accorciarsi infatti, sono i tempi dei quest’ultima più che quelli del divorzio vero e proprio, che invece resterà invariato. Anzi, non è mai stato oggetto di discussione. I tempi di quel divorzio che massacra uomini, donne e soprattutto i loro figli, che riscrive decenni di vita passata e trasforma risorse economiche in armi per abbattersi l’un l’altro, ecco: quello resta esattamente com’era. Semplicemente, inizierà due anni prima. Infinito, fatto di ricorsi e parcelle salate, il divorzio resterà immutato perché necessiterebbe, come molti altri campi, di una riforma della giustizia e soprattutto delle sue procedure.
L’unica vera novità della mini-riforma infatti, è che si riduce il termine del suddetto “ripensamento”, ovvero il margine che intercorre fra quando si decide di separarsi e quando effettivamente ci si troverà davanti al giudice per “ratificare” la separazione legale. Come a dire: ma siete sicuri-sicuri che volete separarvi? Sarebbero anche questioni private fra le persone, nelle quali lo Stato non dovrebbe intromettersi, se il nostro, di Stato, non fosse paternalistico. In ogni caso: se proprio siete decisi con questa storia del divorzio, ora almeno potrete risparmiare due anni e mezzo. Non male. Se si è d’accordo. E se non ci sono figli minorenni, non indipendenti economicamente o portatori di handicap. Anche se economicamente cambia poco perché, e questa è una novità importante, lo scioglimento della comunione dei beni inizia dal momento della separazione legale certificata dal giudice – o da un ufficiale di stato civile (il sindaco), come già introdotto dall’articolo 12 della riforma della giustizia civile del ministro Orlando entrata in vigore a novembre: la negoziazione assistita che ha comportato la possibilità di redigere accordi di separazione o divorzio in forma privata.
Ma di saltare questo passaggio non se ne parla. Il motivo? Ufficialmente quello di accorciare i tempi di approvazione della legge. Per il divorzio diretto comunque non preoccupatevi: se ne scriverà un’altra. Più avanti. A breve, ma più avanti. Ci vuole tempo anche a essere rapidi, in Italia. Tempo e altri soldi, se si pensa ai costi che comporta la stesura, le modifiche nelle commissioni, la discussione e la pioggia di controproposte ed emendamenti che puntualmente vi si accompagnano, le sedute in aula.
Nei fatti, ancora una volta dietro al blocco dello sviluppo della legge c’è la rappresentanza cattolica in Parlamento: Udc e Ncd, poi appoggiati immancabilmente dal Partito democratico sempre meno laico e da Forza Italia, avevano alzato le barricate rischiando di far saltare l’intero provvedimento. «Il Partito democratico troppo spesso lancia il sasso e ritira la mano. L’ha fatto con le adozioni, la stessa cosa sta facendo col divorzio diretto e così faranno anche con le unioni civili, che interesseranno solo le coppie omosessuali e solo in alcuni aspetti. Fanno accelerazioni per poi tornare indietro ed evitare così una spaccatura con la rappresentanza cattolica. Ma non ci fanno una bella figura. Paradossalmente chi è stato innovativo e sorprendente, qui, è proprio Ncd», ha commentato Diego Sabatinelli, segretario della Lega Italiana per il Divorzio breve. Il problema, secondo Sabatinelli, è che «sul divorzio diretto si sarebbe trovata una maggioranza trasversale, e questo fa paura al governo. Quindi s’impedisce che i senatori esprimano il proprio voto in maniera indipendente rispetto alle indicazioni di governo. In Paesi che hanno una tradizione democratica molto più forte della nostra, una cosa del genere non esiste: su questi temi di questo calibro, non esiste disciplina di partito ma libertà di coscienza». Non è l’unica differenza di civiltà, fra noi e l’Europa: «La fase della separazione legale è rimasta praticamente solo a Malta, in Irlanda del nord, in Polonia, e… in Italia», tutti i Paesi di forte impronta cattolica.
Ma perfino in Spagna, prosegue il radicale, «dove hanno una tradizione di tipo cattolico, hanno due binari, dando la possibilità di scegliere se fare la separazione legale o accedere direttamente al divorzio». Dalla modifica del codice civile del 2005, separazione e divorzio vengono considerate come due opzioni distinte alle quali i coniugi possono fare ricorso indifferentemente per far fronte alle vicissitudini matrimoniali. Alla base vi «è il rafforzamento del principio della libertà dei coniugi, che si realizza limitando il più possibile l’intervento giudiziale e lasciando il più ampio spazio alla libera volontà delle parti», si legge. Stessa cosa in Francia, dove il legislatore non ha prescritto l’obbligo di una successione temporale tra separazione e divorzio ai fini dello scioglimento del vincolo matrimoniale, soprattutto in presenza dell’accordo consensuale dei coniugi, e per la quale è necessaria una sola udienza.
Ma in Italia, no: «Abbiamo due giudizi per la stessa “colpa”», rincara Sabatinelli. Tra il sostegno alla scelta individuale da una parte e la tutela della sacra moralità dall’altra, ancora una volta la burocrazia in Italia si strutturerà per garantire la seconda, a scapito della facilitazioni per le quali invece i progetti di legge andrebbero invece pensati. «È in gioco l’esistenza stessa della famiglia!», hanno tuonato le associazioni familiari. «Una forma sociale stabile a rischio: esattamente quello che dicevano nel 1970 quando hanno introdotto il divorzio. Le obiezioni sono sempre le stesse», ribatte Sabatinelli. Siamo pur sempre il Paese dei panni sporchi che si lavano in casa, della famiglia che è una sola, meglio frustrati e sofferenti, piuttosto che liberi di scegliere. «Modificarlo con una norma ulteriormente innovativa come il divorzio lampo è un rischio», ha detto il capogruppo Pd Luigi Zanda: e in effetti già vediamo orde di feticisti del divorzio sposarsi solo per il gusto di separarsi velocemente. Senz’altro invitante. Innovazione? Non scherziamo.
Garanzia Giovani, la Flexsecurity All’italiana. Il retroscena
La disoccupazione giovanile, in Europa, è diventata una piaga da 153 miliardi di euro. Soldi che evaporano tra tasse non pagate, assistenza sociale e mancata produttività. Per questo quando la Commissione Europea ha approvato Garanzia Giovani, un piano da 21 miliardi per la piena occupazione dei ragazzi tra i 18 ed i 25 anni, i governi del continente intero hanno esultato: finalmente qualcosa di concreto da proporre a platee elettorali sempre più euroscettiche.
Cos’è Garanzia Giovani: il modello scandinavo
Il piano si rivolge ai NEET – giovani dai 18 ai 25 anni senza occupazione e non impegnati in alcuna attività formativa. L’Italia, con un under30 disoccupato su quattro, rappresenta il paese più colpito dal fenomeno insieme alla Grecia: per questo il nostro governo ha deciso di estendere le tutele del programma europeo fino ai 29 anni di età. L’obiettivo è ambizioso: ridurre il tempo di inoccupazione ad un massimo di 4 mesi dall’ultimo contratto o dal termine degli studi.
L’Europa, per parte sua, ha proposto di finanziare progetti che si ispirassero a quelli sperimentati con successo nel 2011 in Finlandia, Svezia ed Austria. Un cocktail di sussidi, incentivi all’assunzione per le aziende e formazione per i ragazzi, gestiti da efficienti centri per l’impiego che sono riusciti, in Finlandia, ad occupare l’83% degli iscritti alle loro liste in un solo anno.
La via italiana alla flexsecurity
Quando l’Italia, insieme alla Francia, è stato il primo paese europeo a presentare un piano per istituire Garanzia Giovani, molti esperti hanno iniziato a porsi qualche perplessità. La stessa Commissione Europea, in un documento informale, aveva giudicato il piano italiano adeguato ma poco concreto: generico e ambizioso sulla carta, l’Italia praticamente incaricava Regioni e Centri per l’Impiego territoriali di offrire una proposta di lavoro o di formazione a tutti gli aderenti di Garanzia Giovani entro 4 mesi dalla formalizzazione del partecipante al progetto stesso. Pietro Ichino, lo studioso che del modello scandinavo ha fatto la propria battaglia accademica, già nel 2013 si dichiarava diffidente: “Come sempre la Commissione ha colto il punto” scriveva sul suo blog, “Per le nostre claudicanti amministrazioni regionali e i loro fragili servizi per l’impiego sarà molto difficile mantenere le promesse”. Ichino si faceva portatore di dubbi più che legittimi: l’anno precedente 95.779 italiani avevano depositato un curriculum presso il Centro per l’Impiego ma solo poco più di mille trovarono effettivamente un lavoro (di cui 440 tirocini).
Così, mentre le Regioni si preparavano – a malincuore e con tutte le preoccupazioni del caso – a gestire questa nuova ondata di disoccupati under 29, l’Europa staccava un assegno da oltre un miliardo e mezzo di lire per finanziare corsi di formazione ed incentivi aziendali all’assunzione nel Bel Paese.
Non è tutto oro quel che doveva luccicare
Circa 255.000 ragazzi italiani sospesi in un limbo tra l’adesione formale e quella sostanziale di Garanzia Giovani fanno dubitare, e di molto, sul rispetto delle tempistiche del progetto. Migliaia i tirocini attivati e molti di questi non ancora pagati dall’INPS: i ragazzi si indebitano per continuare a frequentare i tirocini garantiti dalla Regione Lazio, in posti di lavoro – spesso non attinenti con i profili lavorativi degli stessi – come supermercati, panifici ed imprese edili. E intano, gli imprenditori usufruiscono di un ricambio di manodopera non pagata per tre anni. Tutti argomenti che approfondiremo nei prossimi articoli.
Nel prossimo capitolo_ Il mantra del progetto, opportunità per gli under29 nei primi 4 mesi: come dovrebbe funzionare e perché non funziona.
News: i tirocinanti di Garanzia Giovani, visti i ritardi semestrali nel pagamento delle indennità da tirocinio da parte della Regione e dell’INPS, si uniscono alla manifestazione nazionale che si terrà venerdì 24 Aprile davanti la sede INPS, ore 9.30.
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#mappiamolitutti fino al 23 maggio la raccolta fondi per finanziare MafiaMaps
Loro si occupano di noi tutti i giorni. È ora di ricambiare l’attenzione». Loro chi? I mafiosi. A sostenerlo sono Pierpaolo Farina e Francesco Moiraghi, due giovani che hanno lanciato il progetto MafiaMaps: l’applicazione per mappare il fenomeno mafioso in Italia, a portata di click, sullo smartphone e sul tablet.
È così che i fondatori di Wikimafia – l’enciclopedia digitale sul crimine organizzato, fondata proprio da Farina e Moiraghi – intendono “ricambiare l’attenzione”: mappare clan e Comuni sciolti per infiltrazioni criminali, ricordare le storie di omicidi e stragi, ma anche dare visibilità a chi oggi li combatte tutti i giorni sul territorio, rilanciando direttamente le iniziative e gli eventi.
Quello che ha in mente il team di Wikimafia sarebbe il più grande database sulla criminalità organizzata progettato finora, in grado di supportare ricerche avanzate in modo semplice e veloce. E in qualunque parte d’Italia.
Per la sua realizzazione, il 21 marzo 2015 – giornata della memoria e dell’impegno per ricordare le vittime delle mafie – è partita la campagna di crowdfunding per finanziare l’app. La raccolta fondi durerà fino al 23 maggio 2015, giorno del 23esimo anniversario della strage di Capaci. La campagna, lanciata sui social network con l’hashtag #mappiamolitutti, si pone l’obiettivo di raccogliere 100.000 euro, ma il progetto partirà anche con una cifra più bassa. Per la primavera del 2016 si prevede già una prima versione dell’applicazione.
Perché sostenere MafiaMaps? Perché aveva ragione Paolo Borsellino, sono sicuri Farina e Moiraghi, quando diceva che «lo Stato può cambiare se la società civile prende coscienza di se stessa e delle sue potenzialità. Se il cittadino non aspetta che dall’alto arrivi qualche cambiamento ma si adopera per trasformare».
[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/TizianaBarilla” target=”on” ][/social_link] @TizianaBarilla
Le cinque delle 20.00
#Italicum Le opposizioni lasceranno i lavori della commissione Affari Costituzionali della Camera, dopo che il Pd ha deciso di sostituire i dissidenti che avevano annunciato un voto contrario al testo. Ma il premier Renzi tira dritto: «è la democrazia».
Le operazioni di sequestro e distruzione delle imbarcazioni utilizzate dagli scafisti per trasportare migranti verso l’Europa dovranno essere condotte attraverso una missione militare e civile dell’Unione europea. È quanto ha precisato Natasha Bertaud, portavoce della Commissione Ue in materia di immigrazione.
Whirlpool-sindacati, è rottura: nuovo tavolo il 27 aprile. L’azienda che ha acquisito Indesit, annuncia 1335 esuberi e la chiusura di due siti. No dei sindacati, che abbandonano la trattativa e proclamano 12 ore di sciopero entro maggio.
#ElectionDay si voterà il 31 maggio. Il Senato ha approvato con 139 sì, 62 no e 45 astenuti il disegno di legge che dà la possibilità di far svolgere il prossimo 31 maggio, le elezioni regionali e amministrative del 2015. Il provvedimento ora passa alla Camera. Voto contrario delle opposizioni, che temono l’astensione per il ponte del 2 giugno.
Reddito minimo agli over 55 con reddito basso. L’idea del Governo è che bisogna guardare prima a quelli che hanno perso il lavoro. Lo ha detto il ministro del Lavoro Giuliano Poletti commentando la proposta del presidente dell’Inps Tito Boeri.
Dal web alla trincea in guerra contro l’Is
Mi hanno dato un visto per il Kurdistan, aspetti che lo tiro fuori. Non ha un valore formale, perché la regione curda è in parte dell’Iraq, ma può evitarmi qualche problema durante il viaggio. E poi ho un nuovo nome, da combattente». Albert è un soldato di vocazione. Basco con passaporto francese e tedesco, a 20 anni è entrato nella Legione straniera francese, per combattere a fianco dei marines a Bassora, Iraq del sud. L’esplosione di una mina nei pressi di Kuwait City, appena liberata dalle truppe della coalizione Nato, gli ha portato via tre amici. Oggi, 24 anni dopo quella “lunga battaglia nel deserto”, sta per partire di nuovo. «Ho lavorato dieci anni per Lufthansa e adesso lascio tutto. Casa, famiglia, lavoro. Vado per la libertà di tutti noi, la mia, la vostra. Perché stare a guardare significa essere complici». Albert, il nome è di fantasia, è fra le centinaia di uomini – e alcune donne – che hanno raggiunto negli ultimi mesi i combattenti curdi, yazidi e assiri in lotta contro lo Stato islamico in Siria e Iraq. Europei, australiani, americani, uniti da un nemico comune. Non raggiungono i numeri dell’Is, che secondo il dipartimento di Stato Usa può contare su 18.000 foreign fighters, 3.000 dei quali occidentali, eppure sempre più persone aspirano alla prima linea contro gli uomini di Al-Baghdadi. E tra loro ci sono anche alcuni italiani. Gli occidentali entrano in contatto con i gruppi armati locali, proponendosi come volontari in quella che il basco Albert definisce «una battaglia contro forze maligne e oscurantiste, come nella guerra civile spagnola. Una rivoluzione in cui voglio lasciare la mia impronta, a costo della vita».
«Vede qui? È una linea di quasi mille chilometri ». Ali punta il dito su una vecchia mappa del Kurdistan. Siamo nella sede dell’Ufficio informativo del Kurdistan in Italia, un’associazione, spiega Ali, «che lavora per favorire la cooperazione fra l’Italia e i curdi turchi e siriani». La linea a cui si riferisce è il confine sud del “grande Kurdistan” che, per il momento, esiste solo nei desideri di molti di questi cittadini senza patria. L’instabilità degli ultimi anni e l’avanzata dello Stato islamico hanno sanato alcune storiche divergenze fra i curdi di Siria, Turchia, Iran e Iraq, dando maggiore legittimità internazionale alle loro aspirazioni autonomiste. Proprio la lotta contro l’autoproclamato Califfato ha reso fondamentali le forze armate curde. «A sud del Kurdistan iracheno e di quello siriano, nel Rojava (Occidente in lingua curda kurmanji, ndr) – racconta Ali – i curdi sono faccia a faccia con l’Is. In Kurdistan si riescono a schierare fino a 200.000 uomini, ma con poche armi pesanti e i soldati sono impreparati». Il Califfato, invece, da queste parti può contare su un numero minore dicombattenti, probabilmente 30-40.000, ma ha armi sofisticate e finanziamenti cospicui dalla vendita di petrolio. «Possono pagare i combattenti anche 1.000 euro al mese», conferma Ali.
Jordan Matson, un ex marine del Wisconsin, è stato fra i primi stranieri a raggiungere le Unità popolari di protezione (Ypg), braccio armato del Partito democratico unito del Rojava. Pare sia stato proprio Matson, diventato oramai una star dei social network, a lanciare nell’autunno del 2014 la pagina facebook “The Lions of Rojava”, i leoni del Rojava, una community che invita a «unirsi alle Ypg per mandare all’inferno i terroristi e salvare l’umanità». Ed è con i “leoni” di Matson che, lo scorso febbraio, Kevin decide di entrare in contatto: 26 anni e un passato da cacciatore di taglie per lo Stato del Virginia. Dopo averci pensato per mesi, Kevin ha deciso che «non era più possibile stare seduti a guardare in tv quello che l’Is faceva a persone innocenti, ad amici degli Usa come i curdi. Ho iniziato a provare rabbia e tristezza, fin quando un giorno mi è ribollito il sangue. Allora ho contattato i Lions, che hanno promesso di formarmi e mandarmi sul campo». Così, decide di arruolarsi: «Sto mettendo da parte i soldi necessari per partire entro l’estate», ci dice al telefono. «Ho già 5.000 dollari, ma solo il viaggio ne costa circa 1.600, e voglio che mi resti qualcosa per quando sarò sul posto, anche se le Ypg offrono quasi tutto il necessario. Se serve venderò la macchina». L’aspetto economico è uno dei primi ostacoli per gli aspiranti combattenti, che negli Usa aprono spesso pagine di crowdfunding, ovvero micro finanziamento via internet, per sostenere spese di viaggio, kit medici, giubbotti antiproiettile e altro. Oltre ai “Lions of Rojava”, le Ypg – che contano fra i 20 e i 30.000 combattenti, di cui il 30 per cento sono donne – ricorrono in alcuni casi a intermediari locali, appartenenti alla diaspora curda, che danno indicazioni sul futuro ai combattenti e ne verificano l’adeguatezza. Come è successo ad Albert: «Mi hanno chiamato per un incontro ad Amburgo – racconta -, hanno controllato che non avessi precedenti penali, che fossi in salute e che avessi le motivazioni giuste». Per Kevin, invece, la selezione è avvenuta online: «Ho inviato materiale su di me e dopo un po’ mi hanno comunicato che rientravo nelle linee guida».
La fase del reclutamento è fra le più delicate sotto il profilo legale, persino più del fatto di combattere. Nonostante unirsi a forze armate straniere sia un reato in diversi Paesi, non si ha notizia fino a oggi di procedimenti contro combattenti rientrati in patria. Negli Usa, confermano diversi fighters, Fbi e Cia contattano chi parte e chi rientra per motivi di intelligence, mentre una nota del Home office del Regno Unito, già nel settembre del 2014, ricorda come «combattere in guerre all’estero non è automaticamente un reato, dipende dal tipo di conflitto e dalle attività svolte». Una posizione adottata anche da altri Stati europei. Persino l’Australia, spesso dura contro i combattenti, ha rilasciato dopo poche ore Matthew Gardiner, ex leader laburista rientrato in patria il 3 aprile dopo alcuni mesi di militanza nelle Ypg. In Italia reclutare è più rischioso: il codice penale prevede fino a vent’anni di carcere, e alcuni degli intermediari contattati usano nomi fittizi, proteggendosi sul web dietro le sigle di forum e communities pro-Kurdistan. Così avviene per molti dei combattenti, che già prima di partire per il Rojava ricevono nomi come Shoresh, Heval, Berxwedana, ovvero rivoluzione, compagno e resistenza in lingua kurmanji.
Il viaggio è altrettanto delicato. «La Turchia va assolutamente evitata, così come la compagnia Qatar Airlines», sottolinea Albert. «Bisogna partire da Svezia o Germania, passare dalla Giordania e atterrare a Sulaiymanyah, nel Kurdistan iracheno. Qui ti aspettano altri combattenti occidentali delle Ypg, che tiportano nel Rojava passando da Erbil, dove hanno una base di addestramento». Ulteriori dettagli, per chi parte dagli Usa, sono forniti da un documento trasmesso a Left da alcuni aspiranti combattenti. Si tratta della risposta data da Peshmerga Frame – sigla che sta per “programma di registrazione, valutazione e gestione degli stranieri” – a chi chiede di unirsi alle truppe Peshmerga, ovvero all’esercito regolare del Governo autonomo del Kurdistan, regione dell’Iraq riconosciuta dalla costituzione di Baghdad. Secondo la comunicazione, dagli Usa si deve partire da Chicago con Royal Jordan Air, facendo scalo in Giordania, senza portare con sé elmetti o giubbotti antiproiettile, non autorizzati alla dogana e acquistabili in Kurdistan. Per il resto, 500-1.000 dollari sono sufficienti per mantenersi a lungo.
Apparentemente più strutturati del Ypg sono i peshmerga, cioè “coloro che guardano la morte”, che contano 150-200.000 soldati, supportati secondo diverse fonti da alcune decine di volontari occidentali. Fra questi Ryan Gueli, unico contatto ad autorizzare l’uso del nome. Veterano della seconda guerra irachena, Gueli ha raggiunto i peshmerga a febbraio 2015: «Ricordo quel giorno – scandisce -, Is aveva forze superiori, ci localizzava tramite droni, con tecnologie degne della Nato. Ci hanno accerchiato e un’esplosione mi ha fatto volare di diversi metri. Mi sono messo a correre con il sangue che colava lungo la coscia, in mezzo alle pallottole. Sono riuscito a buttarmi dietro un terrapieno. Pensavo fosse la fine, quando due soldati curdi sono venuti a prendermi, rischiando la vita». Insieme a Gueli sono partiti anche dieci suoi colleghi americani. «Avendo esperienza militare eravamo usati per operazioni speciali a cui i Peshmerga, che arrivano in battaglia dopo 20 giorni di addestramento, non sono preparati. Come tutti, mangiavamo riso e fagioli, e dormivamo per terra in baracche. L’esercito Usa in confronto è una vacanza». Un concetto confermato anche dal comunicato del Frame, che descrive la guerra contro come qualcosa di «simile al campo di battaglia della Prima Guerra Mondiale unito al Vietnam. Si avanza costruendo terrapieni e si viene colpiti da nemici invisibili, che appaiono e scompaiono da tunnel. Is sa come combattere, ha tiratori scelti e armi nuove». Oggi Gueli, dopo le prime cure in Kurdistan – «ricevute gratuitamente e con grandi premure », sottolinea – è rientrato negli Usa per una riabilitazione fai da te, «visto che non ho l’assicurazione sanitaria». Ha molti anni di meno ma la stessa convinzione Robert, 16enne americano con il sogno di «fare il soldato per aiutare la gente. I Lions of Rojava mi hanno detto che per partire con loro dovevo avere 18 anni, allora ho sentito direttamente le Ypg, che invece accettano anche 17enni. Poi il Peshmerga Frame, che mi ha risposto. Spero di partire presto».
Sono diversi i combattenti stranieri anche tra le milizie cristiane assire, nate per difendere villaggi attaccati da Is in Siria e Iraq e in gran parte riconquistati da Ypg e peshmerga. Emanuel Khoshaba Youkhana, segretario del Partito patriottico assiro, a cui fa capo il gruppo Dwekh Nawsha (gli “autosacrificatori” in siriaco), spiega che «per ora abbiamo dieci volontari stranieri, di diversi Paesi, su 200 uomini armati, stanzionati a Baqofah, vicino a Ninive. Ogni giorno però ci arrivano decine di richieste, ormai ne ho accumulate 800. Ma non possiamo accettarle, non abbiamo posto né mezzi per sostenere queste persone». La crescita delle domande di volontari è confermata dagli addetti stampa di Ypg, che pur non rivelando il numero di stranieri presenti a oggi – circa 100 secondo Bbc – hanno garantito che «entro fine anno saranno 500, fra cui diversi italiani». Di un solo italiano, il marchigiano Marcello Franceschi, militante con le Ypg a Kobani, si conosce però fino ad ora l’identità.
La quasi totalità di chi parte ha già esperienza militare e molti, come Ryan Gueli, sono veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan. «Nella mia unità operativa – conclude Gueli – in un solo mese gli stranieri sono raddoppiati. Sa, a noi americani piace fare la guerra, e poi non serve l’autorizzazione di un governo per battersi contro un male che minaccia tutto il pianeta». Mentre i raid aerei e gli scontri sul terreno continuano – lasciando sul terreno morti da entrambe le parti, tre dei quali fra i combattenti stranieri delle Ypg – su facebook crescono gli “how do I join?” (Come posso unirmi?) di centinaia di persone, spesso ignare delle divergenze politiche e delle lotte di potere tra gli stessi gruppi con cui si battono.
Quell’empatia immediata con Francesco Nuti
Arricchiamo la nostra raccolta filatelica omaggiando l’estro sfortunato ma immenso di Francesco Nuti. Un omaggio sincero ispirato da ogni sua singola peculiarità umana e artistica. È impossibile non affezionarsi a Nuti e alla sua ironia, alla sua soffice voglia di raccontare e raccontarsi. L’empatia scatta immediata.
Toscanaccio di Prato classe ’55, poliedrico protagonista della scena artistica nostrana, attore, regista, paroliere, cantante e poeta, Francesco Nuti è uno degli interpreti garbati della più dolce commedia italiana.
È il protagonista buono di quel senza senso romantico e arguto proprio dei poeti e dei giullari. È un amico caro, un “Caruso” venuto da lontano, da Ovest di Paperino. Un gentile eroe per tutta quella generazione che, con romantico disincanto ha attraversato sommessamente gli, anche troppo, sfavillanti anni 80 e 90.
Anni troppo appariscenti per chi, come Francesco, prende la vita con semplice ma arguta ironia. La sua musa poetica è “alta, bella, bionda con gli occhi celesti e le puppe a pera”. Francesco la riconosce, se ne innamora e le dedica una canzone che diventerà un vero e proprio inno generazionale.
È nei suoi modi così cortesemente buffi e impertinenti che noi ritroviamo la sua epicità. La ritroviamo e le rendiamo omaggio perché la percepiamo carica di nobiltà e di voglia di raccontare, attraverso l’arte, la propria anima, con le sue scintille e le sue ombre.
Proprio dietro a una di queste ombre il genio di Francesco viene pian piano offuscato, la depressione e l’alcool l’hanno allontanato dall’affetto del suo pubblico. Quel pubblico spesso spietato e distratto che, tuttavia, non l’ha mai dimenticato e forse anche in questo lui ha trovato la forza e la voglia di resistere, di continuare a produrre poesia.
Noi a Francesco gli vogliamo bene, per imprescindibile empatia. E a Francesco, noi tutti, mandiamo un bacino.
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Alla Diaz c’ero anche io. L’Europa mi ha dato ragione, il monologo di Arnaldo Cestaro e Giulio Cavalli
Ero alla Diaz. Arrivato per un suggerimento volante da una signora in piazza ho deciso di dormire alla Diaz. C’ero anch’io quel giorno. Alle 20 sono entrato per occupare il mio posto, appena vicino all’entrata e poi sono andato a mangiare. Rientro alle 22, mi sdraio sul pavimento, è di legno ma ci si sta bene, così bene che mi addormento. Io alla Diaz mi sono addormentato come si addormentano i bambini. Fino alle 23.30.
C’è un baccano. Un rumore infernale. La porta d’ingresso che si sfonda e volano le panchine. Penso ai Black Block, a un gruppo di fascisti. Sento cantare “Faccetta nera”. Sì, saranno loro, mi dico. E invece no. È la polizia. Era la nostra polizia. Il tempo di capirlo e tutto intorno è un urlo in tutte le lingue del mondo. Lacrime e “mamma” in tutte le lingue del mondo.
Poliziotti che cantavano cori fascisti passavano dietro di me e a ogni passaggio una scarica di manganellate. Un poliziotto e una scarica: una processione di botte. Andarono anche ai piani superiori e io intanto mi rannicchiai a riccio per cercare di difendermi gli organi il più possibile. Qualcuno mi sferrò un colpo violentissimo alla nuca che si gonfiò a dismisura immediatamente.
Urla in tutte le lingue e il linguaggio universale del manganello che incrinava le ossa. Dei ragazzi. Le mie. Un’ora così. Io cercavo di chiamare gli infermieri per essere trasportato all’ospedale. In quel gruppo ero il più anziano ma sono stato portato all’ospedale Galliera per ultimo.
Quando questo massacro ebbe finalmente termine a terra c’erano pozze di sangue, dense strisce rosse come sciroppo di mirtillo, occhiali rotti, zaini distrutti, fermacapelli con ciocche di capelli attaccate, frutta frantumata, indumenti sparpagliati, sugli spigoli delle mura capelli con macchie di sangue che colava. A terra un crocefisso, anche Dio quel giorno diede forfait, poi ancora libri stracciati, passaporti stranieri stracciati e insanguinati. Urla, le sirene delle ambulanze, la gente indignata che commenta.
Finalmente arrivo all’ospedale, risultato: dieci costole rotte, gamba e braccio rotto, cranio pieno di ematomi. Il corpo pieno di lividi. Resterò in questa struttura per una decina di giorni e poi chiederò di essere trasportato dalla Croce rossa italiana a casa mia. Fui costretto a quattro mesi su una carrozzina per disabili e otto mesi di convalescenza, compreso un secondo intervento al braccio presso l’ospedale Careggi di Firenze. Ero alla Diaz. C’ero anch’io. E ho dovuto aspettare che l’Europa mi desse ragione. L’Europa, mica la polizia. La nostra polizia.
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