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Davanti al fallimento dell’Europa la domanda passa all’Onu

Un commento dell’autorevole Faz (Frankfurter Allgemeine Zeitung) di lunedì 20 aprile alla strage dei 950 (ma lì il numero era 700) poneva il problema della colpa e rispondeva: la colpa non è dei Paesi europei ma dei governanti africani. È uno dei tanti casi in cui chi segue le notizie e i commenti sulle stragi in atto nel Mediterraneo è colpito dalla dismisura tra gli accadimenti e la coscienza che se ne ha in Europa. E non è solo perché l’Europa, chiusa negli egoismi nazionali, è «spaventosamente indietro nella creazione di uno spazio pubblico europeo», come scrive Andrea Zannini al termine della sua Storia minima d’Europa dal neolitico a oggi (Il Mulino).

Il bilancio di questa storia millenaria rischia di essere un rendiconto notarile in una causa per fallimento. L’Europa che era risorta dicendo “mai più” al genocidio dei lager oggi chiude gli occhi davanti al genocidio per annegamento. Sono lontani i tempi in cui si dibatteva sull’identità europea e sul preambolo che doveva definirne i caratteri: il cristianesimo? L’Illuminismo? Non troviamo né solidarietà cristiana né un barlume di quell’idea dei diritti e della dignità umana che animò la migliore cultura europea del ’700 e mise in moto le rivoluzioni dell’età contemporanea.

Siamo spettatori di una strage sempre più grande e ne siamo in qualche modo tutti responsabili. Il comandante generale della guardia costiera italiana Felicio Angrisano, intervistato da Repubblica, ha parlato di “un esodo epocale”, quello di “una nuova nazione di migranti e rifugiati”. I poveri del mondo, le vittime di sistemi creati dal neocolonialismo e dalla lotta per l’egemonia mondiale nello sfruttamento delle risorse, affrontano il pericolo di morire annegati perché non hanno altra scelta.

“Vivere liberi o morire” fu il motto delle rivoluzioni politiche nello spazio europeo e atlantico; “vivere di lavoro o morire combattendo” fu quello delle rivoluzioni sociali. Oggi libertà e lavoro sono negati ai dannati della terra e l’Europa li rigetta nel nulla: corpi senza nome, censiti ogni giorno a centinaia nei verbali degli obitori. E intanto il mare inghiotte quantità incontrollabili di annegati. Sono i caduti di una guerra mondiale di tipo nuovo, in cui tutti siamo coinvolti, ma con ruoli assai diversi. Stiamo ricordando nelle feste nazionali i giorni della Liberazione: che fu liberazione da uno stato di guerra mai visto prima, un conflitto senza frontiere che non risparmiava nessuno.

Quella che oggi è in atto è la figlia dell’età della globalizzazione – una guerra globale. Ma è anche una guerra dove gli schieramenti sono paurosamente disuguali. Da una parte ci sono i Paesi ricchi, dove i cittadini godono diritti di libertà e abbondanza di beni di consumo e sono spaventati dal rischio di doverli condividere con altri. E i capi di Stato obbediscono a questi istinti, da Obama, premio Nobel della pace, a tutti gli altri. Dall’altra c’è un’umanità disperata, lacerata da mille divisioni, che affronta il pericolo e la realtà della morte perché non ha alternative. L’esito del conflitto è scritto in anticipo. A meno che, questa volta almeno, il vedere tutti i giorni l’inferno che ignoreremmo volentieri non ci tolga l’alibi che funzionò al tempo della Shoah. Il senso di colpa grava su tutti noi e non saranno sofismi come quello della Faz a cancellarlo. Ci sarà una istituzione mondiale capace di reagire? Davanti al fallimento dell’Europa la domanda passa all’Onu.

Comandante Bruno Neri, presente!

A Faenza, sul muro di una casa, una lapide recita: «Qui ebbe i natali Bruno Neri, comandante partigiano caduto in combattimento a Gamogna il 10 luglio 1944».

Bruno Neri, LeftBruno Neri, studente in agraria, cresce nella squadra del Faenza, in Seconda Divisione Nord e capace di salire di categoria nel campionato ’27-’28. Più terzino che mediano, il ragazzo si ritrova al Livorno, militante nel massimo campionato nazionale ancora articolato su due gironi, ma il tecnico ungherese Vilmos Rady gli concede una sola partita. La stagione seguente, per 10.000 lire, il diciottenne finisce in serie B alla Fiorentina del Marchese Ridolfi, gerarca fascista, e allenata da un altro ungherese: Gyula Feldmann abile nel proporre il neoacquisto nel ruolo di mediano. Il quarto posto purtroppo non vale ancora la promozione, raggiunta invece l’anno dopo quando gli uomini con più presenze saranno proprio il ventenne faentino ed il portiere Bruno Ballante da Tivoli, detto “il gatto magico”.

Per affrontare la serie A, ormai a girone unico, serve lo stadio nuovo. Nella gara d’inaugurazione del Giovanni Berta, Bruno Neri è il solo tra tutti i giocatori schierati in fila a non alzare il braccio per il saluto alle autorità fasciste presenti nell’unica tribuna agibile. In sette stagioni a Firenze, il centrocampista romagnolo segna un solo gol, datato novembre ’31. È il vantaggio viola in casa dell’Internazionale ribattezzata Ambrosiana prima del pari firmato da Meazza.

Nell’estate del ’36, mentre l’Italia di Vittorio Pozzo, campione del mondo in carica, vince anche le Olimpiadi di Berlino, Neri passa a Lucca agli ordini dell’ennesimo stratega magiaro, Ernest Erbstein la cui vita meriterebbe un libro a parte. E proprio come calciatore della Lucchese, disputa le prime due gare in Nazionale: contro la Svizzera a San Siro e contro la Cecoslovacchia a Genova. Gioca il terzo ed ultimo match in azzurro a Ginevra nell’autunno del ’37 quando ormai veste la maglia granata.

A Torino, Neri frequenta artisti e scrittori, molti dei quali lo stimano come esempio di lealtà e coraggio. Continua a giocare regolarmente e trova il tempo di iscriversi all’Università degli Studi orientali di Napoli. Dopo l’entrata in guerra, decide di smettere e rientra nella sua Romagna. Investe i risparmi in un’officina di Milano nella quale assumerà alcuni amici e trascorre la stagione ’40-’41 come allenatore del Faenza.

Quando gli eventi precipitano e il regime vacilla, sceglie di tornare sul campo per un’altra carriera. Prima l’armistizio di Cassibile e poi l’8 settembre rivelano il volto dell’ex alleato nazista. Bruno Neri sogna un Paese migliore e si arruola nel Battaglione Ravenna: partigiani attivissimi alle spalle della Linea Gotica. Il suo nome di battaglia è Berni, grado Comandante. Il 10 luglio ’44, insieme a Vittorio Bellenghi, nome di battaglia Nico ed ex giocatore di basket, si imbatte in un drappello tedesco nei pressi dell’eremo di Gamogna. Nel conflitto a fuoco che ne segue, rimangono uccisi entrambi.

La lapide sulla casa di Faenza prosegue: «Dopo aver primeggiato come atleta nelle sportive competizioni rivelò nell’azione clandestina prima e nella guerra guerreggiata poi magnifiche virtù di combattente e di guida. Esempio e monito alle  generazioni future».

25 aprile con Pietro Ingrao

Oggi è 25 aprile, oggi è festa di aprile, la festa della Resistenza, della Liberazione dai soprusi perpetrati nel corso di un ventennio dal regime fascista che, tra “le cose buone che ha fatto”, ha reso il nostro Stato complice della blasfemia politica, sociale e antropologica perpetrata dal nazismo contro l’umanità.

Oggi è la 70esima volta che ricorre il 25 aprile. L’Italia veniva liberata grazie alla carsica e impavida resistenza dei Partigiani. Manipoli autocostituiti di donne e uomini, di ragazze e ragazzi, di padri e madri, di sorelle e fratelli. Banditi, soldati, semplici idealisti che hanno creduto in un sogno come bambini. Pirati della libertà, anticorpi sociali accumunati dalla incontenibile necessità di vivere e di lottare per e con la speranza di poter ripristinare le libertà, valore supremo su cui fondare e ricostruire un mondo nuovo, libero e democratico.

Oggi, nel ribadire l’importanza della memoria, dedichiamo l’effige del nostro francobollo a Pietro Ingrao, partigiano, padre fondatore della sinistra italiana, giornalista, comunista a oltranza. Abbiamo scelto Ingrao per il suo carattere sanguigno, per i suoi 100 anni vissuti da uomo libero, per la sua impronta indelebile nell’evoluzione del pensiero della nostra sinistra democratica, repubblicana e anti-fascista.

Ingrao è stato un leader, la sua voce tuonante caratterizzava i contenuti del suo pensiero rafforzandone la convinzione. I suoi discorsi nelle piazze restano un raro esempio di empatia politica con il popolo, con la massa, magistralmente ricercata anche attraverso piccoli silenzi. Un leader, un comunicatore d’altri tempi, che è riuscito a far convivere gli ideali e la realtà. Un partigiano che voleva la luna, un cittadino, un amico di famiglia che ha sempre avuto piena consapevolezza dei propri ideali. Un marito, un padre, un nonno sia in famiglia sia nell’attività politica. Un uomo saggio che riconosce anche nella sconfitta l’epicità dell’avventura vissuta. Un sognatore che, nei suoi 100 anni, ha vissuto, raccontato e fatto la storia di un popolo.

Questo francobollo è un omaggio implicito a tutti i Partigiani che, come Pietro Ingrao, hanno combattuto e resistito per la nostra libertà con il loro impegno e la loro forza di volontà, con il sacrificio degli affetti e della vita. Ci piacerebbe citarli tutti, conoscere ogni singolo uomo, ogni singolo nome. E ci piace immaginare di poter regalare loro un sorriso affettuoso, un gesto simbolico di ringraziamento devoto e dovuto per aver donato a tutti noi il bene più grande immaginabile: la Libertà.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/SaroLanucara” target=”on” ][/social_link] @SaroLanucara

[social_link type=”facebook” url=”https://www.facebook.com/antoniopronostico” target=”on” ][/social_link] Antonio Pronostico

Forni liquidi e desaparición. Quell’orribile modo di pensare

Stanotte mi è tornato in mente Ahmed, l’ho conosciuto a Lampedusa due anni fa. Ti mando la sua storia…» mi ha scritto Michela all’alba di lunedì. Domenica è stata infinitamente dura. L’immagine di quei corpi che galleggiavano era assurda, atroce. Troppi, troppo ancora.

Ci siamo sentiti tra noi giornalisti. Poi hanno iniziato a chiamarci tutti. Collaboratori, fotografi, editore, amici. Adriano Prosperi, Giulio Cavalli, Fulvio Vassallo, Filippo Miraglia. È uno sterminio dicevano. Sì, è uno sterminio. Di massa. Non ci siamo più fermati. Non ci riuscivamo. Abbiamo cominciato a chiederci come fare, che fare. Abbiamo imprecato ancora contro quest’Europa orribile che “risparmia” nel nome di una Fortezza. La loro.

Left ha dedicato decine e decine di copertine ai migranti e ai morti. Avevamo previsto tutto. Tutti avevano previsto tutto, questa è la cosa peggiore. Ci siamo sgolati a urlare che era una follia mettere fine a Mare Nostrum. Ci siamo disperati nel dire che Triton non aveva senso. Anzi, che ne aveva uno bruttissimo. «C’è un’Europa che, vista così, fa veramente orrore. Questa Europa è stata artefice di due guerre mondiali e un genocidio. Abbiamo detto mai più! Il mai più non va riferito soltanto ai forni crematori. Mai più anche ai forni liquidi!». Lo ha detto Emma Bonino e il riferimento a certi “metodi” di eliminazione di vite umane non è velato. È chiaro. «Forni liquidi». «Hanno cancellato Mare Nostrum con una motivazione che fa vergogna. Perché costava 9 milioni di euro al mese. Triton ne costa 3. Siamo il Continente più ricco del mondo, secondo tutti gli standard, e stiamo costruendo nella psiche di milioni di africani il concetto di Fortezza Europa», ha aggiunto.

Due caffè al giorno. Gli italiani avrebbero dovuto rinunciare a due caffè al giorno per finanziare Mare nostrum. Ma «il nostro Paese ha rinunciato a fare la sua parte di umanità». Perché il governo Renzi ha cancellato l’operazione Mare Nostrum accettando non solo la motivazione economica – il risparmio – ma anche la motivazione dei colleghi europei che sostenevano e sostengono che l’operazione di salvataggio avrebbe attirato ulteriori sbarchi. Ha rinunciato a fare la «sua parte di umanità» volontariamente. Che modo di pensare è questo?

Si può dire, come fanno i bambini, “schifo”?
Sì. È uno schifo di modo di pensare. Non trovo altre parole oggi.

Non ha pensato così la Tunisia che ne ha accolti un milione, né la Giordania che ne ha 600.000 o il Libano che ha dato asilo a più di un milione di profughi. Noi sì. Anzi, loro sì. Governo ed Europa. Si difendono dagli invasori, blaterano di droni e blocchi navali (morte a domicilio, questa volta), hanno il coraggio di dire che con Mare nostrum era la stessa cosa (Alfano, ministro degli Interni del governo Renzi). Parlano a tv e giornali, pensano persino alla benzina degli scafisti. Il loro modo di pensare è un orrore. Produce forni liquidi. Ha ragione Emma. Desaparición, aggiunge Calamai.

Allora noi, lo ribadiamo, questa Europa che manda a morte chi non ce la fa, che sia greco o africano o altro, non la vogliamo più. E non vogliamo più neanche quest’Italia finta. Quella che va in America a portare il vino e a scherzare di calcio e bellezza. E quando torna va a Pompei, che crolla da anni, e continua a parlare di bellezza. Il mondo ha bisogno della nostra bellezza, ha detto il premier. Quale bellezza? Il mondo ha fame d’Italia, ha detto il premier. Avranno avuto fame d’Italia anche quelli che arrivavano dalla guerra?

Ci siamo interrogati se come giornale potevamo fare un passo in più oltre alla cronaca. Ci siamo chiesti se avessimo potuto fare un ricorso alla Corte europea dei diritti umani, magari anche solo per concorso morale in strage. Contro questa Europa. Abbiamo parlato con avvocati e associazioni tutto il giorno. Ma a noi, come giornale, non è consentito, non essendo parte giuridicamente lesa. Possono farlo i migranti stessi o i loro parenti se aiutati. Allora noi ci siamo, noi li sosterremo se vorranno procedere con azioni legali. Oggi siamo neri per scelta. La nostra condanna non scade. La nostra “parte di umanità” è irrinunciabile. Per noi. Non è vita senza.

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Velàzquez, maestro di libertà

Nonostante il re e la Chiesa, il pittore spagnolo mise a nudo il potere. Rappresentando la condizione umana e il teatro della vita. Una grande mostra al Gran Palais ne ripercorre l’opera

Ci voleva la garanzia scientifica del Louvre per poter mettere insieme così tanti capolavori di Diego Velàzquez (1599-1660), il pittore del Siglo de oro, a cui il musei spagnoli, e non solo, devono ampie fette del proprio pubblico. Ma questa è decisamente un’occasione speciale. Si tratta della prima grande antologica dopo quella del Prado e del Metropolitan Museum di New York negli anni Novanta; la prima in assoluto che la Francia dedica a questo maestro del Seicento, pittore del re eppure mai allineato, che entrò a corte mentre fioriva la stagione del romanzo picaresco, quando uscivano i capolavori di Cervantes, di Luis de Góngora e di Calderón de la Barca, l’autore de La vida es sueño (1635) con il quale Valàzquez ha in comune l’interesse per il teatro della vita e una raffinata riflessione sul rapporto fra realtà e fantasia, fra verità e finzione e, per l’autore di Las Meninas (1656), fra rappresentazione e creazione di immagine.

Proprio seguendo il filo rosso che in questo caso lega pittura, poesia e teatro, il curatore della mostra parigina Velàzquez, Guillaume Kientz, è riuscito a costruire uno scenografico percorso che al Grand Palais, fino al 13 luglio 2015, raduna centoventi opere, di cui 57 attribuite all’artista spagnolo, prestate dai maggiori musei d’Europa, e poi dai musei di Boston, di Dallas, di Chicago (come la splendida Mulatta del 1617 che esce dal buio di una cucina) e Forth Worth in Texas (dove è conservato l’elegante ritratto di Don Pedro de Barberana), ma anche da collezioni private fuori dalla portata del grande pubblico.

E, malgrado l’assenza di Las Meninas, fin dalle prime sale, dove sono ripercorsi gli anni della formazione di Velàzquez a Siviglia, le sorprese non mancano. Figlio della piccola nobiltà locale l’artista entrò giovanissimo nella bottega di Francisco Pacheco, pittore colto anche se interamente inscritto nella corrente del naturalismo iberico e religioso. Fin dagli esordi con bodegones di tipo tradizionale, incentrati su scene sacre in ambienti apparentemente quotidiani, il giovane Velàzquez si stacca completamente dalla produzione a lui contemporanea. La sua Scena in taverna e La cena ad Emmaus (1617) spiccano per l’atmosfera intima e umanissima e per i chiaroscuri caravaggeschi in questo confronto diretto con le virtuosistiche nature morte di Zurbarán, con crudo realismo di Ribera e con il patetismo dei bamboccianti.

Anche quando sotto il giogo controriformista ha il compito di ritrarre i potenti esponenti del clero, come madre Jeronima de la Fuente che andò a evangelizzare le Filippine, non cela nulla della loro realtà. Tutt’altro che idealizzata la suora appare come una arcigna e torva presenza che impugna una croce come fosse una lancia da guerra. Già in questa tela del 1620, scura e improntata a uno smagato realismo, si scorge la straordinaria libertà creativa che Velàzquez seppe darsi. Nonostante l’inquisizione e i rigidi protocolli di corte. Come testimoniano qui i ritratti di Filippo IV, il malinconico imperatore al quale l’artista fu legato da un sodalizio durato 37 anni: un rapporto anche di amicizia, oltreché di stima professionale, tanto che il sovrano scelse proprio lui per un importante incarico diplomatico in Italia volto all’acquisto di opere d’arte per la collezione reale accettando il ritardo di mesi con cui il pittore rientrò a Madrid volendo aspettare la nascita del figlio avuto dalla giovane pittrice romana Flaminia Triva.

In quel periodo Velàzquez ebbe modo di approfondire lo studio di Tiziano, Tintoretto e dei maestri del Rinascimento, veneto e toscano, come non aveva potuto fare durante il suo primo viaggio nella penisola (1629 -31) che gli era stato consigliato da Rubens. Nella capitale realizzò uno dei suoi ritratti più celebri, quello di papa Innocenzo X (1650). Arrivato dalla romana Galleria Doria Pamphilj questo quadro apre una spettacolare teoria di ritratti di vescovi, di inquisitori, dell’infanta Marie-Therese del principe Baltassar e dell’infanta Marguerite ma anche di persone comuni di cui non si conosce il nome e poi di vividi ritratti di teatranti e nani di corte, che esprimono un’umanità schietta e distante dall’espressione del potere. Come Il buffone Calabazas proveniente dal museo di Cleveland e quello dell’attore Pablo de Valladolid (1635) giunto dal Prado. Opere in cui Velàzquez mostra una straordinaria capacità di intuire la psicologia del soggetto, cogliendo l’individualità di ognuno con fresca immediatezza. Al punto che al gretto e rancoroso Innocenzo X il proprio ritratto parve troppo crudelmente vero per essere mostrato in pubblico. Ma grande capacità di scavo psicologico mostra anche nel nobile e austero ritratto proveniente da Boston del poeta Luis de Góngora (1622), amareggiato – si dice – per l’invidia e le trame di corte; quadro potentissimo come, per altri versi, lo è quello di un giovane uomo che si ipotizza possa essere un autoritratto, al pari da quello incluso in Las Meninas che James Hall nel L’autoritratto. Una storia culturale (Einaudi) legge come rappresentazione della libertà del pittore capace di relegare sullo sfondo il potere per dedicarsi alla propria arte. Il terzo autoritratto, quello degli Uffizi, in cui appare in età matura intorno agli anni 1640-50, con un colpo di teatro, sigla la conclusione del percorso, in una buia sala ovale, da cui spunta l’immagine di un cavallo bianco, che fa pensare alla vitalità creativa di questo straordinario artista, che è ancora in grado di toccarci profondamente dopo molti secoli.

Prova ne è la sensuale ed enigmatica Venere allo specchio (1651) della National Gallery che, prima di arrivare all’evocativo epilogo della mostra, ci aveva sorpresi alla fine del primo piano. Con stridente e aperto contrasto la tela, che ritrae forse la giovane pittrice che Velàzquez conobbe a Roma, è qui accostata all’Ermafrodito, la statua di età romana appartenuta alla collezione privata del cardinal Scipione. Tanto le morbide forme della misteriosa Venere appaiono affidate a una pittura dalla pennellata sfrangiata ed evocativa, tanto quelle della statua romana appaiono fredde e di una bellezza solo materiale.

Il soggiorno italiano certamente addolcì la tavolozza di Velàzquez, la rese più sfumata. Ma in questa tela c’è qualcosa di più. C’è il gioco di sguardi che, attraverso lo specchio, Venere ingaggia con chi vede il quadro, azzerando ogni distanza temporale e aprendo lo spazio pittorico a quello reale dello spettatore, qui e ora. Ma soprattutto c’è l’ interesse per lo spazio, per lo studio del nudo femminile (quasi assente nell’arte spagnola seicentesca dominata dall’Opus dei), inteso come rappresentazione di affetti e passione. @simonamaggiorel

Crimini contro l’umanità

«Come se la guerra fosse niente, come se la povertà fosse niente… io sono un’italiana sanata, come se fosse una malattia da guarire», così scrive Edda Pando questa settimana nel monologo di Left.

Questo numero è dedicato a chi scappava in cerca di una vita e ha trovato la morte a largo della Sicilia. 700, 800, 950… non si sa. Per colpa di un’Europa che ha calcolato il costo e ha preferito spendere meno per presidiare la sua Fortezza. Left condanna questo modo di pensare che diventa agire. Un agire mostruoso che lascia morire esseri umani. E condanna il governo Renzi che ha tagliato nel nome dello stesso calcolo l’operazione Mare Nostrum per sposare Triton, il risultato? 2.000 morti in cinque mesi. Contro i 20 dello scorso anno.

Miraglia, Prosperi, Vassallo, Cavalli ognuno esprime la propria condanna nelle pagine che leggerete.

Raffaele Lupoli vi racconterà del suo viaggio sulle nave San Giusto ai tempi di Mare Nostrum, dell’importanza del know how nelle operazioni di save and rescue e di quale differenza ci sia con quello che si sta facendo oggi.

Luca Sappino invece ripercorre le parole “a vanvera” della nostra politica.  Incapace di fare “la sua parte di umanità”, come dice Emma Bonino.

La nostra storia di copertina è di colore nero per scelta, è importante per noi che voi sappiate e leggiate che Left farà tutto quello che potrà per cambiare quel mal-pensare che porta ad un mal-agire.  E che con ogni mezzo, culturale, informativo e legale tenterà di riaffermare un’uguaglianza possibile. Buona lettura.

[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/ilariabonaccors” target=”on” ][/social_link] @ilariabonaccors

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La risposta ad Aldo Grasso di una collega che lavora

«Forse ci sono le vacanze di mezzo, ma è ben strano che questi giovani abbiano detto di no a un lavoro, in questi momenti di crisi. Probabilmente c’è una generazione che non è ancora stata abituata al lavoro, anche al lavoro estivo, ma dovranno imparare presto».

Questa l’opinione del critico televisivo Aldo Grasso a commento dei molti giovani che avrebbero rifiutato un lavoro – stando a quanto uscito in un articolo del Corriere della Sera – tutto sommato ben pagato. 1.300-1.500 euro per uno stage di sei mesi. Narravano.

Peccato che le cose non siano andate proprio così, come hanno poi denunciato i giovani chiamati in causa, ovvero il 46 per cento di quei seicento selezionati con dubbie procedure da Expo. Ci piacerebbe che il giornalismo fosse verifica, ma quand’anche si pensasse che sia la propria opinione ad assurgere al valore di notizia di interesse pubblico, ci piacerebbe che un giornalista verificasse quantomeno i fatti su cui la fonda.

E tanto per dare un esempio di opinioni di valore, opinioni che raccontano realtà e non visioni sprezzanti del tutto avulse da essa, pubblichiamo la risposta di una giovane giornalista precaria, Selene Ciluffo:

Aldo Grasso, grazie per il suo editoriale

Egregio professor Aldo Grasso,

Mi chiamo Selene, ho 28 anni e da circa 8 lavoro come redattrice, tra poco prenderò il tesserino da pubblicista. Ho iniziato a fare questo mestiere mentre ancora facevo l’università e senza essere pagata. Quindi, per necessità, ho fatto anche altri lavori: baby sitter, cameriera, davo ripetizioni private ai bambini.

Ho visto il suo editoriale in cui afferma che “i giovani non sono abituati al lavoro e presto dovranno farlo”. Non mi permetto di definirmi una professionista al suo livello, dopo tutto faccio questo lavoro (nel senso che vengo pagata per la mia prestazione professionale e ho rinunciato alla mia carriera da baby sitter e cameriera) solo da circa tre anni. Ma le faccio presente che nel suo stesso ambito siamo tantissimi i giovani in questa condizione. Inoltre quella viviamo noi piccoli suoi colleghi non è una condizione solo del lavoro editoriale: non ho un amico della mia età che non abbia un contratto precario, il cui lavoro può non essere riconosciuto come tale perché effettivamente non ha ferie, non ha malattia, non ha tutele sindacali. Avvocati, infermieri, farmacisti, professori, impiegati, per non parlare di chi lavora nel sociale, nei call center, nei supermercati con le aperture domenicali, nei magazzini.

Ha ragione: non siamo abituati al lavoro, perché la mia generazione è precaria e il precariato non è esattamente lavoro, lo definirei meglio come sfruttamento legalizzato. L’altro giorno ho proprio sentito quello che diceva lei nel suo editoriale in un bar: lo balbettava un uomo della sua generazione al bancone. Sentendolo al bar avevo pensato che fosse un “luogo comune”, per eccellenza l’esempio più lampante di del pressapocchismo. Ma visto il suo editoriale, dovrò ricredermi, sarà sicuramente una splendida conclusione a cui è arrivato dopo un’attenta verifica. Comunque stia tranquillo, perché a questo sfruttamento legalizzato ci stiamo già abituando. Ci scusi se ogni tanto pensiamo che sia sbagliato e magari scendiamo anche in piazza. Ma gli sfaticati questo fanno no? Si lamentano e parlano per luoghi comuni.