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Nell’83-84 la Juventus di Platini vince lo scudetto, mentre Craxi taglia la Scala mobile

Domenica 19 febbraio 1984, quinta giornata di ritorno. In testa c’è la Juventus, inseguita dalla Fiorentina e dal terzetto composto da Roma, Torino e Verona. Il Festival di Sanremo è appena andato in archivio con la vittoria di Al Bano e Romina davanti all’eterno secondo Toto Cutugno e dietro la rassicurante conduzione di Pippo Baudo: una garanzia per i telespettatori ancora scossi dalla bestemmia di Mastelloni in diretta su Rai Due e furbo nel far salire sul palco dell’Ariston gli operai in protesta dell’Italsider di Genova.

Il Belpaese intanto subisce un’altra conduzione: quella assai meno rassicurante di Bettino Craxi il quale proprio ieri, a Villa Madama, ha firmato il rinnovo dei Patti Lateranensi insieme al cardinal Casaroli, segretario di Sua Santità al secolo Karol Wojtyla da Cracovia, ormai rassegnato alle mancate qualificazioni della Polonia al campionato d’Europa. Ma se per la Nazionale di Varsavia è normale saltare gli Europei, l’Italia di Bearzot campione del mondo sarà, al pari dell’Inghilterra, l’assenza più grave al torneo continentale di giugno in una Francia pronta a stringersi intorno a Michel Platini, capocannoniere della nostra Serie A e di scena con la sua Juve a San Siro.

E proprio lui, nel primo tempo, batte al volo di sinistro e infila Nuciari: portiere del Milan ridotto in dieci perché Damiani, ex di lusso, ha mandato al tappeto Cabrini con due pugni. Nella ripresa, Paolo Rossi raddoppia in contropiede e Vignola fa 0-3. La Fiorentina crolla a Udine. Zico, su punizione, risponde al pareggio dell’argentino Bertoni, ma è un doppio Virdis a fare la differenza. Ne approfitta la Roma, vittoriosa nel Marassi genoano grazie a due incornate di Ciccio Graziani che fulminano il brizzolato Favaro. E ne approfitta il Toro ferito in casa dall’Avellino finché non si sveglia Selvaggi: doppietta e atterramento in area per il 3-1 di Hernandez. Schachner e Diaz fissano il punteggio sul 4-2. In quel di Ascoli, il Verona viene abbattuto dai siluri di Mandorlini e di Greco tampo-nati da Iorio su rigore. L’Inter passa a Napoli per merito di Beccalossi: tunnel ai danni di Celestini a metà campo, corsa (si fa per dire) fino al limite dell’area e pallonetto morbido a scavalcare il giaguaro Castellini. Anche Ferrario scavalca Castellini di testa, ma è l’autogol del 2-0. In zona retrocessione, la Lazio supera la Samp e prende due punti d’oro a firma di Batista e di D’Amico dal dischetto intervallati da una zampata del giovane Mancini. In coda, il Pisa affossa il Catania. Classifica: Juve 30, Roma e Toro 26, Fiorentina 25.

I bianconeri del Trap allungano e si godono quattro punti sulle inseguitrici proprio mentre il Belpaese, oltre al rinnovo dei Patti con la Chiesa, si ritrova un altro regalo firmato Craxi che, in settimana, complice la Cisl, la Uil e il fido ministro del Lavoro Gianni De Michelis, quattro punti li ha tagliati con decreto alla scala mobile. La conversione in legge arriverà quasi sul fischio finale, a giugno, esattamente 24 ore dopo la morte di Berlinguer e 48 ore prima dell’apertura dei seggi per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo. Era il 12 giugno: stesso giorno in cui Francia e Danimarca danno il via alla coppa Europa senza Italia ed Inghilterra. Il trofeo andrà proprio alla Francia socialista di Mitterrand, il cui ministro Jacques Delors ha abolito la scala mobile già da due anni.

#21Marzo Quando il razzismo è nelle istituzioni

«Ha in mente gli anni ‘50? La segregazione razziale, la discriminazione nei luoghi pubblici? Beh, è quello che viviamo oggi». Urla, rumori metallici e cancelli che sbattono irrompono nell’accento british di Riaz, nome di fantasia. «Sa, c’è un grande via vai perché ancora per un’ora, fino alle nove di sera, possiamo stare nei cortili, dove la protesta continua, poi ci chiudono nelle camerate per dodici ore».

In occasione della Giornata Mondiale per l’eliminazione delle discriminazioni razziali, Left del 21-27 marzo racconta degli undici Immigration Removal Center, i Centri di identificazione e espulsione del Regno Unito, e dei richiedenti asilo messi ai margini nei Paesi Bassi. Per continuare, come ci ha insegnato Liliam Thuram nel servizio di copertina del numero 7/2015, a scendere in campo per l’uguaglianza.

«Sono arrivato in UK più di trent’anni fa, ho una moglie inglese e tre figli, ma ora sono qua, in un posto che è peggio di un carcere, senza aver commesso nulla». Riaz è uno dei quasi 300 internati di Colnbrook, non lontano dall’aeroporto di Heathrow. Parla poco di sé, pur avendo vissuto momenti difficili. «Lo scorso weekend mi hanno chiuso nella stanza di segregazione, qui la chiamano proprio così, perché avevo organizzato una protesta non violenta nei cortili. Sono rimasto 36 ore senza nulla».

Dopo nove mesi a Harmondsworth, il più grande centro di detenzione europeo per migranti, anch’esso adiacente all’aeroporto londinese, Riaz è stato trasferito a Colnbrook proprio per evitare che organizzasse altre proteste. Ma non si è fatto intimidire, e negli ultimi giorni ha coinvolto altri 70 trattenuti, «se siamo uniti – dice – non possono metterci tutti in segregazione».

«La protesta sta crescendo – fuori e dentro i centri – e c’è chi protesta urlando slogan, chi facendo sciopero della fame, chi con atti di autolesionismo. Siamo in una situazione critica, e la gente è disposta a tutto». Fra i compagni di camerata di Riaz ci sono richiedenti asilo, lavoratori a cui è scaduto il permesso di soggiorno, persone con problemi di salute. Uomini di paesi diversi, arrivati nel Regno Unito senza visto o fermatisi oltre la scadenza dei documenti. «Pensate che c’è un uomo che ha più di 70 anni, ha avuto un attacco di cuore pochi giorni fa e lo tengono ancora qui, senza visitarlo, in un posto freddo e sporco». A rendere più difficile la vita nei centri è l’incertezza sul proprio futuro. «Sono un irakeno di Mosul – spiega Riaz – dove ora c’è Isis. Là non mi rimanderanno, spero, ma allora perché mi tengono qui, in queste condizioni? E per quanto tempo ancora?».

La Giornata contro le discriminazioni nasce nel 1966 per ricordare 69 manifestanti anti-apartheid uccisi dalla polizia sudafricana nel ‘60. Il tema scelto dalle Nazioni Unite per il 2015 è “Imparare dalle tragedie del passato per combattere oggi la discriminazione razziale”. A 50 anni dal Race Relation Act, la prima legge della Corona contro il razzismo, che offriva alcune tutele ai migranti arrivati dalle colonie, le strade inglesi saranno percorse da cortei che chiedono la chiusura immediata dei centri di detenzione. In Italia sono cinque i CIE attivi e circa 290 le persone trattenute a marzo 2015.

Innovare “senza chiedere il permesso a nessuno”. Non è cosa da corrotti o corruttori

Lo so, dovremmo parlare di Maurizio Lupi, ministro delle Infrastrutture, e dei suoi guai. Invece pubblichiamo una lunga intervista a Naomi Klein, giornalista e ispiratrice del movimento No global, donna dei movimenti che da anni si batte per trovare soluzioni «non razziste», come dice lei stessa, che sfuggano alla logica dell’austerity e della supremazia dei pochi sui molti.La sua idea fissa? Che tutti, ma proprio tutti, debbano vivere meglio. Bianchi, neri, gialli, rossi. Al Sud come al Nord del mondo.

All’uomo del cemento, della Tav e delle grandi opere, Maurizio Lupi, Left contrappone la donna dell’ambiente e dei popoli: «A cosa serve l’economia? Io sono dell’idea che serva a proteggere la vita sul pianeta e a favorirla». Naomi Klein non è la sostenitrice di una decrescita naïf ma di un’idea di crescita diversa: 100 per cento di energie rinnovabili, trasporto pubblico e gratuito, più attività a basso consumo come la medicina, l’istruzione, l’arte. Perché è convinta che trovare il “modo” di crescere senza distruggere il mondo nel quale si vive sia la soluzione della crisi economica e sociale.

Lo so, dovremmo parlare di Maurizio Lupi, del troppo cemento, e della corruzione. Di quello stesso Lupi che solo qualche tempo fa pretendeva di spiegarci in tv quale fosse la famiglia “naturale”. La sua, sostanzialmente. Lo stesso che poco prima ti diceva anche come dovevi nascere e morire. E a chi, nel frattempo, dovevi chiedere aiuto. Ma come si fa a parlare di Maurizio Lupi? Qualche anno fa scrivevo su Left che i razzisti, piccoli o grandi, saltuari o abitudinari, non erano amanti della poesia. Oggi aggiungerei che i corrotti, in fondo razzisti perché non amanti del bene degli altri (che evidentemente non considerano uguali), non amano proprio leggere. Niente, né poesia né altro. Sono certa che non passano ore o anni a leggere del mondo. Alla ricerca di soluzioni diverse.

Pochi giorni fa Nancie Atwell (lo leggerete nella fotonotizia), un’insegnante del Maine, ha vinto il Global Teacher prize, il premio Nobel della scuola. E dal palco ha detto: «Ho fatto innovazione. Senza chiedere il permesso a nessuno». La sua innovazione sono dei libri. Tanti, più di diecimila. Per i suoi allievi: «Sono loro a dirmi cosa vogliono leggere, di cosa vogliono scrivere e imparano a farlo». Una “sfigata” ai tempi di Matteo Renzi, nessun tablet, niente internet, niente manager o ministri a cui pensare “di dover chiedere” il permesso, da cui aspettare il giudizio o la “buona scuola”.

Solo libertà e libri. Libertà e tempo, libertà e possibilità di scegliere cosa leggere e poi cosa scrivere. Ecco i cardini della sua innovazione “che non chiede il permesso a nessuno”. Sembra quasi una rivincita sulla tecnologia ma non lo è. È innovazione vera, quella che trasforma la vita di giovani donne e uomini. Io la guardo, mentre parla dal palco, e per una volta non vedo trucchi nell’insegnante del Maine, non vedo paccottiglie né battute. Solo un volto pieno e l’immagine di studenti messi nella condizione di leggere più di quaranta libri l’anno. Quelli che vogliono. E non so perché penso che l’insegnante del Maine la pensi come il giovane spagnolo Pablo Iglesias, leader di Podemos, mentre ripete di continuo ai suoi attivisti: «Studiate, studiate, studiate». In pubblico e in privato. E insieme a una “banda” di insegnanti, ricercatori e professori universitari pensa di cambiare la vita della sua gente.

Studiare, innovare “senza chiedere il permesso a nessuno” non è cosa da corrotti o corruttori. E neanche da razzisti. Presuppone desiderare la realizzazione altrui prima ancora della propria, anzi presuppone che la realizzazione altrui sia la propria. L’unica possibile. L’unica vera. Esclude qualsiasi idea “facile” di tolleranza e persino di misericordia. Memorabili le parole dette a Left da Emma Bonino: «Detesto la parola tolleranza. Implica che ci sia uno su un gradino più in alto che per generosità o bontà fa il piacere all’altro più in basso, di tollerarlo. E non è così». Peggio ancora la misericordia, quella tanto cara al nostro pontefice. La compassione, la pietà per l’infelicità altrui. Quella caritas che soccorre ma che non innova mai. Anzi, alla fine, diviene terreno fertile per la corruzione (il Cl Lupi docet) e forse anche per il razzismo (non riconoscendo nessuna uguaglianza).

Lo so, dovevamo parlare di Maurizio Lupi e invece vi raccontiamo di Naomi e di Nancie. «Conoscenza. Conoscenza. Conoscenza, quaranta volte, sempre. Studiare, scoprire anche quello che non vogliamo scoprire, non fa niente. E poi sicuramente uguaglianza», l’ha detto Emma. “Senza chiedere il permesso a nessuno”.

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La linea, da Fontana a Klein nel Museo del Novecento di Milano

Quando incontrò Yves Klein già da tempo Lucio Fontana faceva arte con i tagli che si espandono come onde nella carne viva della tela. Usando i buchi e poi il neon per aprire l’opera alla quarta dimensione, a una spazialità ulteriore, che significava soprattutto allargare il proprio spazio interiore. Sperimentando a tutto raggio fra ceramica, disegno e scultura polimaterica.

Per questo Fontana era forse uno dei pochi che in quell’ultimo scorcio degli anni 50 poteva intuire ciò che quel giovane francese approdato a Milano una sera del 1957 con un carico di tele blu oltremare cercava di fare ricorrendo al monocromo, stendendo lunghi tappeti di puro pigmento, facendo in modo che lo spettatore attraversandoli avesse la sensazione di entrare in una nuova dimensione.

A modo suo il giovanissimo Yves Klein cercava attraverso l’astrattismo una nuova spazialità che non fosse solo fisica. E anche se quella sua prima mostra alla Galleria Apollinaire di Brera, nel 1957, rimase pressoché deserta, trovò l’attenzione di un coraggioso maestro come Fontana che negli anni non aveva mai smesso di cercare strade per uscire dalla realtà monodimensionale della tela.

Lui, artista già maturo, che per mantenersi collaborava con architetti e faceva ceramica, non aveva voluto mai rinunciare alla propria ricerca “spazialista”, dopo aver intuito «che l’arte non era più da fare col pennello come nella pittura a dimensione di quadro o di affresco». Come racconta la bella mostra milanese Klein Fontana Milano Parigi 1957- 1962 che si può ancora vedere questo fine settimana nel Museo del Novecento a Milano (e come si legge nei saggi dei curatori Silvia Bignami e Giorgio Zanchetti pubblicati nel catalogo Electa) i due artisti, pur essendo molto diversi per età, formazione e poetica, avevano ben compreso che l’arte aveva del tutto cambiato dimensione.

«Non le dimensioni di primo, secondo, terzo piano. Ma dimensione come volume di idee», come scrisse Fontana in un articolo apparso su Domus, in cui accusava Pollock di essersi fermato al post impressionismo, riconoscendo a Boccioni ai Cubisti e, soprattutto, a Manzoni di aver “scoperto” la “linea” e la sua corsa verso l’infinito mentre rivendicava per sé il coraggio di una ricerca sulla «dimensione incognita». «Queste in fondo sono le mie idee ma non le hanno mai capite» scriveva smagato. «L’unico che ha capito il problema dello spazio – aggiungeva – è Klein, con la dimensione blu; quello è veramente astratto, è uno dei giovani che ha contato. E poi Manzoni con la “linea”… Ecco, la “linea” di Manzoni non è stata ancora raggiunta, la si capirà tra cento anni!».

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Tutti i volti degli uomini al Ca’ Foscari Short Film Festival

Uomo. È la prima parola con cui inizia l’Odissea di Omero. E quest’anno, al centro delle storie raccontate nei corti dello Short Film Festival – l’odissea dei giovani talenti cinematografici di tutto il mondo – c’è proprio l’uomo. L’universo maschile in ogni sua sfaccettatura. Crisi e scoperta dell’identità, crescita, matrimonio, riti di iniziazione, virilità, amore, ma anche forza che si trasforma in violenza. Questi i temi trattati dai giovanissimi “Leoni del futuro”. A premiarli, l’altra metà del cielo: una giuria tutta al femminile nella quale spiccano i nomi della produttrice inglese Dominique Green (La Tregua, 1997) e dell’attrice romena Anamaria Marinca, protagonista del film 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Palma D’oro a Cannes nel 2007. Perfetta anche la storica cornice dell’Auditorium Santa Margherita, un’ex chiesa sconsacrata, trasformata dal 1921 al 1977 in un cinema che i veneziani amavano chiamare el vecio (il vecchio). E che oggi si propone di diventare la pietra miliare per la carriera di molti giovani registi e sceneggiatori. Trenta le opere in concorso, realizzate dagli studenti delle migliori scuole di cinema del mondo.

Uomini che odiano gli uomini

Si chiama Bestas (Bestie) il corto scritto e diretto dai portoghesi Rui Neto e Joana Nicolau, e racconta la storia di Lucas, un ragazzino tredicenne cresciuto in una landa selvaggia e miserabile, dove «ogni uomo è lupo per gli altri uomini» e dove tentare di salvarsi o il protagonista, con i suoi affetti, nelle grinfie di un altro predatore. Un ritratto reso ancora più feroce e crudo dall’accostamento fra un’identità adulta corrotta dalla vita e la purezza fiera dell’infanzia. Infanzia e violenza sono al centro anche di Bruder (Fratelli), corto firmato dal tedesco Jarek Duda, nel quale sarà proprio il legame con il fratellino minore a riscattare il protagonista ventiquattrenne da una carriera da piccolo criminale di strada, orientata più alla tragedia che al successo.

Uomini che non hanno figli

Il Medio Oriente racconta di matrimoni, virilità e figli. L’israeliano Longing (Desiderio) del regista Nadav Mishali narra la storia di Michal, donna con la convinzione di non essere completa se non rimane incinta. E sessualmente insoddisfatta, perché sposata con un marito, ebreo ortodosso, in crisi d’identità e molto probabilmente omosessuale. A pochi chilomentri da lì, a Beirut, nel vicino Libano, si consuma la vicenda di Un parfum de citron diretto da Sarah Carlot Jaber. Una coppia libanese non riesce ad avere un bambino, la famiglia di lui accusa lei di essere sterile, ma marito e moglie sanno che la causa è l’impotenza dell’uomo. Toccherà alla donna trovare una soluzione non convenzionale per rimanere incinta ed evitare il divorzio, senza mettere platealmente in discussione la virilità del compagno.

Uomini che accarezzano il mito

L’identità si perde nell’ancestrale memoria del mito con Il segreto del serpente dell’italo-belga Mathieu Volpe e lo stupendo Das Alte Bose Wir di Lily Erlinger. Il primo è un viaggio tra le rovinedi Puglia e Basilicata, sospese nel caldo afoso e vibrante di agosto, fra realtà e superstizione religiosa. «Quante storie potrebbero raccontare queste pietre», dice la voce narrante del film di Volpe. E quante grida potrebbe raccontare la foresta del corto della Erlinger? Con Das Alte Bose Wir la regista ci immerge in un’atmosfera da fiaba nera mitteleuropea, in cui il mito diventa metafora per raccontare l’anima oscura dell’uomo. Da un lato il bisogno di essere “normali”, parte di un gruppo, dall’altra il rito sacrificale del più debole, imposto dalla società, per tutelare un ipotetico potere solidale che nessuno ha il diritto di contraddire. Dopo aver visionato tutti i lavori in concorso torna alla mente un altro verso dell’Odissea: «Raccontami musa dell’uomo dai mille volti». In Short i volti sono, decisamente, mille e più. E, come le storie che li animano, sanno farci viaggiare con occhi e cuore ben oltre la laguna e l’oggi.

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1992. C’era una volta oggi

Millenovecentonovantadue. Siamo ancora qui. Dove tutto è cominciato. Dove il futuro è stato inghiottito dal passato. Un eterno ieri che, pericolosamente, a macchia d’olio, dilaga sull’oggi e si dilata nel tempo unico di un racconto che continua a riaffiorare perché non risolto.

Una strana coincidenza ripropone oggi, quasi a volerle storicizzare, le stesse vicende contestualizzate in quelle quattro cifre. Da una parte la serie tv prodotta da Sky e in onda da martedi 24 marzo, che prende il titolo proprio da quell’anno, 1992 appunto, e dall’altra il Numero Zero di Eco ambientato nei tre mesi che vanno dall’arresto di Mario Chiesa, inizio di Tangentopoli, al giugno del 1992. «Considero quell’anno un punto di displuvio nella storia della società italiana» ha detto lo stesso semiologo parlando del suo ultimo libro.

Il clima degli anni di Mani Pulite diventa metafora perfetta per raccontare un passato che è ancora presente. Una ferita collettiva, un taglio netto al filo democratico che lascia il popolo scisso dal palazzo, la politica lontana dal Paese reale e apre spazi per una setticemia populista e dubbie medicine che propongono, come panacea di tutti i mali, il grande centro.

Dalla resurrezione della Lega di Salvini alla dialettica dell’M5s, fino al Partito della Nazione di Renzi. Un eterno ritorno in cui la soluzione viene ritrovata nella causa, e il gattopardesco “cambiare tutto perché nulla cambi” diventa l’emblema di un cortocircuito che investe e inghiotte in primis i nostri partiti politici e i mezzi di informazione.

Al centro di tutto troneggia la comunicazione, quella dell’Accorsi pubblicitario di successo ingaggiato da Publitalia’80 nella fiction Sky, quella di Domani, il giornale “macchina del fango” che prende vita dalla penna di Eco, e quella vera, ma fumosa e al limite del surreale, che, proprio a partire dal 1992, ha visto un’esplosione di presidenti operai, Roma ladrona, giaguari da smacchiare, rottamatori dall’accento dantesco e Speranze personificate ad hoc solo per prendere a braccetto la Paura. Domani: ieri, proprio come si intitola il libro che deve scrivere uno dei personaggi del romanzo di Eco per raccontare la nascita della nuova testata.

Titolo perfetto per sbrogliare il fil rouge di un presente che non è figlio della sua storia, ma la sua fotocopia,  tanto da seguirne pedissequamente i tratti in una realtà ormai sfilacciata, dove protagonisti e voci fuori campo si rincorrono in un’eco infinita. Mancano le risposte e salta agli occhi l’incapacità di mettere in atto nuovi metodi e nuove soluzioni in una crisi di sistema che sta travolgendo tutto e tutti. Senza tregua e senza arrestarsi.

Parlando di fiction è certo che le storie di ieri garantiscono a case editrici e di produzione un successo di pubblico assicurato. Da un lato grazie al meccanismo, vecchio quanto il mondo, del ritorno del già noto, dall’altro perché entriamo tragicamente in un loop simile a quello delle cronache morbose, che affollano appunto tv e giornali. Cronache in cui si parla di un delitto di cui ancora non si sono svelati mandanti e assassini, ma ben chiare rimangono le vittime: informazione e politica. Come ha dichiarato Paolo Mieli, oggi presidente di Rcs libri – e inventore del “mielismo”, un metodo di confezionare la notizia che ha cambiato (in peggio) il giornalismo dell’ultimo decennio – la storia del 1992 «costringe noi giornalisti a fare i conti col nostro lavoro». Le vicende che si sono susseguite  in quell’anno, e il loro modo di essere raccontate, come ricorda ancora Mieli «hanno segnato l’inizio di una degenerazione che coinvolge tutto il giornalismo. Dopo il 1992, è sempre stato più difficile distinguere tra la serie A e il giornalismo più scadente».

E non solo, i giornalisti dovrebbero ragionare sull’eterno ritorno dell’uguale, sulla decadenza e sui corsi e ricorsi storici del loro mestiere. Il revival della Democrazia cristiana, che vede il suo apice nell’elezione di Sergio Mattarella, uno dei figli della Prima Repubblica, oggi Capo dello Stato, ci fa rifletter su quella stagione non proprio encomiabile della storia italiana. Mai davvero defunta. Perché balzata nuovamente alla ribalta delle cronache giornalistiche con Mafia Capitale, Expo e interi consigli regionali indagati per consussione. E perché fulcro di prodotti di fiction pop che si sono rivelati premonitori e estremamente attuali, anche più di molti articoli apparsi su rinomate testate giornalistiche. Tutto torna insomma. Domani: ieri.

Giuseppe Gagliardi, regista della serie Sky 1992, presentando il suo ultimo lavoro, al ritorno dal Festival del Cinema di Berlino, ha spiegato: «La fiction ci racconta l’oggi. Molte delle vicende ripercorse evocano gli attuali scandali. Lo spettatore si troverà a rivivere l’entusiasmo con cui ai tempi venne accolta l’inchiesta Mani Pulite e proverà delusione nel riflettere sul presente». Delusione, ecco. Entusiasmi smorzati e frustrazione diffusa per le mille svolte politiche e sociali annunciate durate questi vent’anni in tripudio di proclami, spot pubblicitari e hashtag di successo, ma mai davvero realizzate.

Nel 2015 #lavoltabuona è solo l’ennesima trovata, quando ancora non sembra arrivare, la volta giusta. Quello che leggiamo tra le righe di Eco e vedremo in tv con il prossimo cult su Sky è una corsa vorace verso il futuro. Una corsa in cui l’unico movimento che l’Italia sembra compiere è un drammatico avvitamento su se stessa.

No austerity

Mentre imperversa lo scandalo del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, l’uomo del cemento e delle grandi opere, Left intervista Naomi Klein, ispiratrice del movimento No global e oggi autrice del nuovo libro Una rivoluzione ci salverà. Occupandoci di ambiente, ci racconta la giornalista, produrremmo una crescita che non distrugge, che non discrimina, che si oppone all’austerity e al suo razzismo di fondo, per cui si può sempre scaricare il peggio sui più deboli.

Uguaglianza, ampliamento delle attività a basso consumo, trasporti pubblici e gratuiti, città nuove, 100% di energie rinnovabili. Un altro mondo dove tutti, ma proprio tutti, possano vivere bene. Con l’Expo alle porte, tra camouflage delle opere incompiute e grandi multinazionali che imperversano, da Mc Donalds alla Coca Cola.  Fino al “casino” delle regionali. In sette regioni il 31 maggio si va al voto. Ognuno con la propria legge mentre coalizioni e partiti perdono pezzi. Sia a destra che a sinistra.

Ma su questo numero abbiamo voluto guidarvi nell’Italia dell'”altra antimafia, dalle parole di Pino Maniaci, anima di Telejato, a Cortocircuito, Addiopizzo, la rete antimafia Emilia-Romagna, la Casa della legalità, tutti quelli che  lavorano soli sul territorio, eroici.

Come anche abbiamo voluto proporvi due servizi sulla Grecia, una controstoria che ricostruisce le scelte scellerate che hanno portato il paese sino all’attuale crisi e un servizio nel quale vi spieghiamo perché Tsipras ha le sue ragioni nel presentare il conto dei debiti di guerra alla Germania. E poi Olanda e Inghilterra e le nuove politiche ultra restrittive nei confronti dei migranti  e il bilancio impietoso di quattro anni in Siria.

In cultura l’indagine di Critica liberale che testimonia quanto sia diventata pervasiva la presenza della religione cattolica sulle nostri reti televisive. Musica con Bobo Rondelli e il suo ultimo album e la scienza di Pietro Greco che questa settimana si occupa di cervello. Buona lettura.

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Polvere, la violenza nascosta nella pièce di La Ruina

Sottile, insinuante, celata sotto i sorrisi, sotto il reiterarsi della parola «amore» sta nascosta la violenza. Quella dell’uomo che incontra una donna e dalla prima uscita le rimprovera di non averla presentata gli amici come il fidanzato, marcando un territorio di possesso. E poi inizia a scavare il passato, a farle confessare amori, perfino atti di violenza subiti, rimanendo a sua volta nell’ombra, pronto a giudicare, a sentenziare, a dominare.

Alla violenza quotidiana, che arriva alle soglie (solo alle soglie) del femminicidio, è dedicato il nuovo spettacolo di Saverio La Ruina, quattro premi Ubu come attore e come drammaturgo per penetranti monologhi come “Dissonorata”, o “Italianesi”. Si intitola Polvere e del rapporto uomo-donna vuole illuminare il pulviscolo delle sopraffazioni quotidiane.

La pièce procede per brevi scene tra lui e Jo Lattari, sua spalla funzionale, la donna (non hanno nome i personaggi), intorno a un tavolo, a un quadro che ritrae con tratti non realistici lei seminuda. La Ruina oltre a essere attore fine è antropologo: nei lavori precedenti ha esplorato un certo sud di paese, dialettale, ferocemente maschilista e patriarcale (viene da Castrovillari, in Calabria, dove ha fondato la compagnia Scena Verticale e un bel festival, «Primavera dei teatri»).

Qui analizza dinamiche che si possono scatenare in una qualsiasi casa borghese, tra persone mediamente istruite e perfino orientate a sinistra (lui, capiamo da un accenno, fa il fotografo; lei è insegnante). I brevi flash incalzano, sempre più ossessivi, facendo pendere troppo presto, però, la bilancia verso la violenza: verbale, comportamentale, dichiarata, senza remissione, senza speranza. La Ruina lo troviamo più convincente nel monologo (e nel ruolo della vittima) che in questo dialogo che, nonostante le intenzioni, troppo presto esplicita tutti i propri intenti.

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