Primarie PD, De Luca vince col 52%. L’80% dei quali proveniente dal reparto geriatrico del Cardarelli.
— [social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/PDUmorista” target=”on” ][/social_link] @PDUmorista
@PDUmorista #leftweet della settimana
In Israele al voto sulla Shoah
L’identità nazionale. Il rapporto con la propria memoria storica di un popolo segnato dalla tragedia più grande che la Storia abbia mai conosciuto. Israele va al voto il prossimo 17 marzo. Passato e presente si rincorrono come non mai, mentre sul futuro del Paese si proiettano ombre inquietanti. Nere, come le bandiere del Califfato islamico che conquista sempre più consensi anche fra i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.
Israele fa i conti con un passato che non passa e con una psicologia nazionale da Paese che si vive in trincea. Un Paese murato. Un Paese che si sente circondato da entità ostili, irriducibil- mente avverse. Le entità ostili si chiamano Isis, Hamas, Hezbollah. E prima di chiunque altro il “Nemico” numero uno: l’Iran. Lo spettro di una “Shoah nucleare” rincorre quello dell’Olocausto perpetrato dai nazisti. Le destre continuano a cavalcare un diffuso senso di insicurezza che viene alimentato anche dal recupero, strumentale, delle tragedie del passato. In questa visione, la Shoah serve a giustificare l’uso della forza e l’oppressione esercitata contro il popolo palestinese. Chi siamo, qual è il nostro senso nel mondo. Quale la missione a cui siamo chiamati. Le risposte non sono solo e tanto politiche, quanto esistenziali, identitarie. E orientano il voto del 17 marzo.
Stavolta il dilemma pace o guerra, dialogo o pugno di ferro con i palestinesi, è un aspetto secondario. Non c’entra neanche la minaccia, sempre più concreta, di una proiezione a Gaza dell’ombra sinistra dello Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi. Sui temi della sicurezza Israele non si spacca: al contrario, si compatta. La crisi di governo non nasce prima o dopo la terza guerra di Gaza, né sull’onda di scelte strategiche da compiere nell’inesistente negoziato con l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen.
Al centro dello scontro c’è un’affermazione identitaria che da ideologia si trasforma in elemento costitutivo del “nuovo” Stato d’Israele. Una forzatura che rischia di spaccare il Paese, soprattutto per ciò che concerne quel 20% della popolazione (oltre 1,3 milioni di persone) che è israeliana ma non ebrea: gli arabi israeliani. «Netanyahu si presenta con una politica del risentimento che è alquanto diversa dalla politica di gestione. A meno di disastri potrebbe andare avanti nonostante i suoi errori grossolani», rileva con lucido pessimismo Avishai Margalit, tra i più autorevoli politologi israeliani, professore di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme.
«A questa destra fanatica e irresponsabile non basta aver creato un regime di apartheid nei territori occupati, ora ha deciso di spingersi, se era possibile, oltre, con una proposta di legge che rappresenta un vero e proprio crimine contro la democrazia israeliana. Siamo al fanatismo che si fa Stato», dice Zahava Gal On, la presidente del Meretz (sinistra sionista). A permeare questa bozza di legge c’è una visione teocratica d’Israele “Stato-Nazione del popolo ebraico”. Una visione messianica-nazionalista che tiene insieme la destra espansionista e quella ultraortodossa.
Il 10 agosto 2014, in piena guerra di Gaza, Barack Obama ripropone così a Thomas Friedman, che lo intervista per The New York Times , la sua visione di Israele: «Considerando le capacità militari di cui dispone, non sono preoccupato per la sopravvivenza di Israele», rimarca il presidente Usa, «la vera questione, secondo me, è come sopravviverà. Come preservare uno Stato di Israele che rifletta i valori migliori di coloro che lo hanno fondato. E per riuscirci sono sempre più convinto che sia necessario trovare un modo per vivere fianco a fianco dei palestinesi, in pace. È necessario riconoscere che le loro rivendicazioni sono legittime, e che questa è anche la loro terra».
Solo per aver affermato questo, senza peraltro averne tratto le dovute conseguenze politiche, Obama è diventato, per i falchi di Tel Aviv, un nemico del popolo ebraico. «Israele è un Paese terrorizzato», annotava Zeev Sternhell, il più grande storico israeliano, in una intervista concessa a Left , «terrorizzato, più che da Hamas o dall’Isis, dal dover immaginare una sua nuova identità nazionale da Paese normale. Una pace vera, giusta, tra pari, non è solo definizione di confini territoriali ma anche, e per certi versi ancor più, il riconoscimento storico-culturale dell’esistenza dell’altro da sé come popolo, nazione, con gli stessi diritti del popolo ebraico a vivere, in un proprio Stato indipendente, in Palestina». Un problema di identità, di percezione di sé, e non solo di territori da sacrificare.
La campagna elettorale è ormai entrata nel vivo e il voto che ne scaturirà non porterà a soluzione la questione palestinese, ma dirà in che direzione di marcia si muoverà la questione israeliana. Arroccamento o apertura. Su questa scelta grava il peso della memoria. «La memoria va coltivata ma non può essere messa al servizio di politiche sbagliate», sostiene Amos Oz. La memoria non può essere una gabbia, avverte lo scrittore israeliano. E una rivisitazione critica della propria storia – dei «miti» come delle tragedie che ne sono a fondamento e che configurano una identità nazionale – è un punto di forza, e non un segno di cedimento, per una democrazia che non rinnega se stessa.
I sondaggi danno i due schieramenti, quello delle destre e di un ricompattato centrosinistra, in equilibrio. Nessun partito dovrebbe riuscire a governare da solo. Al tema della sicurezza si sovrappone poi quello di una sempre più devastante crisi sociale: oltre 2 milioni e mezzo di israeliani vivono oggi sotto la soglia di povertà, inclusi più di 900.000 bambini (uno su tre). A rivelarlo è un recente rapporto presentato da “Latet”, organizzazione no profit. Stavolta Israele deve scegliere fra due visioni. La terra di mezzo è ormai impraticabile. Anche per un abile equilibrista come Benjamin Netanyahu.
Le cinque delle 13.00
Processo Ruby, la Cassazione conferma l’assoluzione di Berlusconi
E’ definitiva l’assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo Ruby. Lo ha deciso la Cassazione rigettando il ricorso della procura generale di Milano. La decisione dei supremi giudici è giunta dopo una camera di consiglio fiume, durata circa nove ore. La sesta sezione penale della Cassazione ha così deciso di confermare il verdetto pronunciato il 18 luglio scorso dalla Corte d’appello di Milano che aveva assolto Berlusconi, imputato per concussione e prostituzione minorile. L’ex premier ed ex Cavaliere questa mattina ha espresso la sua soddisfazione in una nota ufficiale: «Finalmente la verità. Oggi è una bella giornata per la politica, per la giustizia, per lo stato di diritto. Ora archiviata anche questa triste pagina, sono di nuovo in campo per costruire, con Forza Italia e con il centrodestra, un’Italia migliore, più giusta e più libera».
LEGA NORD
Il botta e risposta Salvini Tosi sancisce lo strappo definitivo
Lo strappo si è consumato. Dopo la scadenza dell’ultimatum dato dal segretario della Lega Nord al sindaco di Verona, Matteo Salvini chiude la porta a Flavio Tosi: «Dispiace che da settimane Flavio Tosi abbia scelto di mettere in difficoltà la Lega e il governatore di una delle regioni più efficienti d’Europa. Sono costretto a prendere atto delle decisioni di Tosi e quindi della sua decadenza da militante e da segretario della Liga Veneta – Lega Nord». Non si fa attendere la replica di Tosi: «Salvini mente sapendo di mentire. Mai avrei pensato di vedere in Lega il peggio della peggior politica. Un Caino che si traveste da Abele».
REGGIO EMILIA
Quarantotto leghisti indagati per rimborsi facili
Appropriazione indebita aggravata: questa l’accusa con la quale risultano indagati dalla procura di Reggio Emilia 48 leghisti per una serie di spese rimborsate – per un totale di circa 250 mila euro – a dirigenti e militanti del partito tra il 2009 e il 2012. L’indagine nasce nel 2012 dall’esposto di Mario Lusetti, poi espulso dalla Lega e anche lui indagato.
MINORI
Salta l’adozione ai single. Ritirato l’emendamento Pd al Senato
L’ipotesi di adozione dei minori anche ai single dopo l’affidamento è saltata dopo che è stato ritirato l’emendamento e poi l’odg sul tema presentato dalla senatrice del Pd Francesca Puglisi. L’emendamento faceva parte del ddl sulle adozioni dei minori da parte delle famiglie affidatarie che è in corso di discussione. Sul testo, che rimette mano alla disciplina delle adozioni da parte delle famiglie affidatarie alcuni senatori del Pd e praticamente l’intero gruppo di Ncd erano pronti a dare battaglia.
TV
Prove di disgelo tra Rai Way e Ei Towers
Ei Towers e Rai Way provano a venire a capo della situazione venutasi a creare dopo l’offerta pubblica di acquisto e scambio da 1,22 miliardi che il gruppo delle antenne tv di Mediaset ha lanciato a sorpresa sull’analoga società dell’emittente di Stato. Dopo l’annuncio dello scorso 24 febbraio e gli interventi del governo che ha ribadito l’intenzione di restare al 51% in Rai Way, le diplomazie sotterranee si sono messe al lavoro.
Le cinque delle 20.00
Riforme: dopo l’ok della Camera tensione nel Pd e Forza Italia si spacca
La Camera ha approvato in seconda lettura le Riforme costituzionali che ora tornano in Senato: 357 i sì e 125 i no al ddl Boschi, che contiene la revisione del Titolo V e la trasformazione dell’attuale Senato in una Camera delle Regioni. Soddisfatto Renzi, ma nel Pd la sinistra ha votato a favore, ma in un clima di tensione. Sono otto i deputati che non hanno partecipato al voto (Francesco Boccia, Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Ferdinando Aiello, Paola Bragantini, Massimo Bray, Luca Pastorino, Michele Pelillo) e 3 gli astenuti (Angelo Capodicasa, Carlo Galli e Guglielmo Vaccaro).
LEGGE DI STABILITÀ
Dopo il via libera dell’Ue, Renzi esulta: un lavoro impressionante
Così il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, commenta su Twitter la promozione della legge di stabilità italiana da parte dell’Eurogruppo. «Grazie a tutti, specie a Padoan e Mogherini», conclude. «L’Italia contribuirà al piano Juncker con una iniziativa di Cassa depositi e prestiti per otto miliardi di euro», afferma il premier, sempre su Twitter, con riferimento al piano di investimenti per la crescita lanciato dal presidente della Commissione europea.
LAVORO
Il tasso di disoccupazione in Italia e nell’Eurozona continua a diminuire
Secondo i dati Ocse per gennaio 2015, nel nostro Paese la percentuale di senza lavoro è calata per il secondo mese consecutivo, passando dal 12,7% di dicembre al 12,6% di gennaio. L’area euro registra invece il terzo calo consecutivo, di 0,1 punti percentuali all’11,2%. Italia quart’ultima tra i paesi Ocse La maggiore flessione si registra in Portogallo (dal 13,6% al 13,3%), mentre in Spagna il tasso scende dal 23,6% al 23,4%.
CALCIO VIOLENTO
Genny ‘a Carogna torna libero, il capo ultrà era ai domiciliari
Torna in libertà Gennaro De Tommaso, capo ultras napoletano conosciuto come “Genny ‘a carogna”, accusato di una serie di violenze avvenute il 3 maggio scorso nel prepartita della finale di Coppa Italia Fiorentina- Napoli. Violenze per le quali era stato posto agli arresti domiciliari.
ARGENTINA
Precipitano 2 elicotteri: 10 morti, giravano un reality
L’olimpionica Camille Muffat ed altri due atleti morti nella tragedia più spaventosa nella storia dei reality. Ed è lutto anche nel mondo della tv e dello spettacolo: due elicotteri si sono scontrati in Argentina durante le riprese di Dropped, una sfida di sopravvivenza tipo l’Isola dei famosi. Nessun superstite, 10 i morti fra i quali la velista solitaria Florence Arthaud e gli atleti Muffat e Vastine.
Vicente Amigo, venticinque anni di Tierra flamenca
Il duende flamenco attraverserà l’Italia sulle corde di Vicente Amigo. Dopo l’Auditorium Parco della Musica di Roma il 10 marzo sarà all’ObiHall di Firenze e il 12 al Teatro Duse di Bologna.
Il mini tour si concluderà all’Auditorium Verdi del Conservatorio di Milano il 14: quattro date per celebrare, sulle sonorità flamenque, i suoi 25 anni di carriera. Sul palco Vicente torna alla formazione originaria accompagnato da Añil Fernández (Seconda Chitarra), Paquito González (Percussioni), Rafael de Utrera (Cantaor) e Dani Navarro (Bailador).
Maestosi interpreti del genere andaluso, dunque. Tuttavia la protagonista sarà indiscutibilmente lei, la sua chitarra flamenca, nota in tutto il mondo per il suo stile inconfondibile, trascinante e pulitissimo al tempo stesso, acuto ma conturbante e contemporaneamente dolcissimo: «La chitarra è un dolce tormento», racconta il maestro che intreccia le tradizione nelle trame finemente ricercate della sperimentazione.
Non piacciono le etichette, al chitarrista sevillano che imbracciò “l’arma” a soli 8 anni: «La mia musica come una specie di fusion senza etichette. E lo è perché il mio modo di sentire è così. Io cammino per strada e mi possono interessare le cose più differenti e dallo stile più diverso. Così è la mia musica», racconta, «cerco di trovare la mia personalità. Devi confrontarti con queste cose e rischiare con naturalezza».
Questo consente l’esplorazione dei confini: «La chitarra è in un momento brillante. I chitarristi di oggi sono molto preparati. Il flamenco sta dando molto alla musica e sta avvicinando persone con culture musicali differenti. E non è perché è una musica esotica, ma perché è una musica di verità».
La vita, il proprio modo di risponderle, il sentido (il “sentire”) personale: questo è il flamenco, percepibile in ogni intreccio e strisciata sulla chitarra di Amigo. Che tiene sempre in mente (e nella cassa di risonanza) un cardine: il radicamento al suolo, alla terra, alle origini del flamenco, com’è più che evidente nel titolo del suo ultimo album, Tierra: «Quando io suono, suona anche la mia terra, l’Andalucia».
Lilian Thuram: quando sono diventato nero
«Le persone sono razziste, è così e non cambierà». Lilian Thuram ha nove anni quando mamma Marianne gli svela la sua percezione delle cose. È il 1981, e il piccolo Lilian ha da poco raggiunto la madre a Parigi, emigrata l’anno prima da Pointe-à-Pitre, Guadalupa. Vivono a La Fougeres, quartiere di Avon, alla periferia della capitale, non proprio un’immagine da cartolina. Ma Lilian è felice, studia, gioca a calcio per strada con gli altri bambini, e poco importa se sono bianchi o neri, se sono nati in Francia o sono figli d’immigrati. Un giorno, a scuola, lo chiamano “Noiraude”, come la mucca nera di un cartone animato in voga all’epoca. Noiraude è stupida, e l’etichetta non gli piace, così di ritorno a casa chiede spiegazioni alla mamma, che lo invita a farsene una ragione e ad accettare l’immutabilità della situazione. Intanto Lilian cresce, diventa uomo e calciatore di fama, insuperabile difensore che raggiunge nel 2008 il record di presenze con la Nazionale francese (142, tuttora imbattuto). Dodici gol in carriera, ma due di questi valgono per cento: li fa a Parigi con la maglia dei Bleus, nella semifinale dei Mondiali ’98. Quella partita la stava vincendo la Croazia, poi ci ha pensato lui, spianando la strada alla Francia verso la conquista del titolo. Il secondo gol è una perla di volontà e precisione, e dopo il tiro non strepita: s’inginocchia, porta la mano sinistra al volto, l’indice sul naso come se stesse pensando. In quell’esultanza senza fronzoli c’è tutta l’essenza del personaggio, che non ha mai smesso di riflettere, nemmeno dopo aver appeso le scarpe al chiodo sette anni fa, per colpa di un cuore un po’ difettoso. Ambasciatore Unicef dal 2010, porta avanti con la Fondazione Lilian Thuram un’intelligente battaglia contro i pregiudizi culturali e storici che opprimono le popolazioni di pelle nera. Battaglia combattuta anche con i libri: due, finora, quelli scritti dall’ex difensore, Le mie stelle nere e Per l’uguaglianza (Add editore).
Thuram, nel suo ultimo libro Per l’uguaglianza, si interroga sul perché gli uomini insistano a pensare all’esistenza di culture superiori ad altre.
Il concetto di uguaglianza è fondamentale, la sua comprensione viene prima di ogni altra cosa, prima della lotta al razzismo, al sessismo, all’omofobia. È la prima cosa che dobbiamo difendere e verso cui dobbiamo tendere, sapendo però che non è affatto scontata. Il fatto che si ragioni ancora a compartimenti stagni – “bianchi e neri”, “uomini e donne”, “eterosessuali e omosessuali” – fa capire come l’uguaglianza rappresenti una novità che deve essere ancora assimilata dalla società. In fondo l’apartheid in Sudafrica è stata sconfitta appena una ventina d’anni fa, le lotte razziali negli Stati Uniti erano vive negli anni 60, non in tutto il mondo le donne hanno il diritto di voto e la più antica forma di gerarchia, quella che prevede la superiorità dell’uomo sulla donna, è ancora piuttosto diffusa.
Lei è “diventato” nero a 9 anni, quando è andato a vivere a Parigi. Com’è cambiata la sua vita?
Non tanto, a dire il vero. I soldi erano pochi, ma ero sereno, andavo a scuola a piedi ed ero tornato a vivere con mia madre dopo la sua partenza da Guadalupe. Giocavo a calcio per strada con gli altri bambini: portoghesi, pakistani, algerini, zairesi, c’era di tutto, le origini non importavano. Poi a scuola hanno cominciato a chiamarmi “Noiraude” e ho scoperto di essere nero. Il razzismo comincia così, quando qualcuno ti dice “tu sei nero”: è l’avanguardia di un gruppo di persone che pensano di essere superiori alle altre.
Sua madre le suggerì di rassegnarsi.
Mi spingeva a restare una vittima, ad accettare questa situazione come semplice destino. Ho preferito farmi delle domande, e ho capito che il razzismo è una costruzione intellettuale che può essere abbattuta.
Poi è arrivato il calcio.
Fondamentale per la mia crescita, mi ha permesso di farmi degli amici e di capire l’importanza di appartenere a un gruppo in modo sano. Grazie al calcio ho viaggiato, e ho capito cosa conta davvero nella vita: l’etica del lavoro, l’umiltà, la capacità di ascoltare e di imparare dagli altri. Se si vuole raggiungere un obiettivo bisogna imparare a relazionarsi con le altre persone, e il colore della pelle non ha più alcun valore.
Come nella Francia campione del mondo nel ’98, di cui lei era titolare: c’erano Zidane che ha origini berbere, Djorkaeff e Boghossian armene, Lizarazu basche, Desailly è nato in Ghana, Vieira in Senegal, Karembeu in Nuova Caledonia.
Quella vittoria ha rappresentato una fase in cui la società francese ha dovuto riflettere su se stessa. Era l’affermazione di un cambiamento sociale di cui i francesi dovevano prendere coscienza. La storia si evolve, gli uomini si muovono: per la Francia vincere i Mondiali ha significato accettare definitivamente l’idea della multiculturalità e dei tanti colori.
Un concetto che in Italia non vuole passare, se pensiamo alla gaffe fatta dal presidente della Federcalcio Tavecchio sulle banane mangiate dal simbolico giocatore di fantasia nero Optì Pobà prima di arrivare in Europa.
Non era una gaffe, ha detto semplicemente quello che pensava. È la verità che viene a galla, e le società che ne hanno appoggiato la candidatura probabilmente sono dello stesso avviso. Purtroppo l’episodio rende l’idea dell’aria che si respira in Italia.
Certi politici non sono da meno: il segretario della Lega Nord, Matteo Salvini, ha proposto su twitter di lasciare a largo gli immigrati che cercano di sbarcare in Italia.
Alla base del razzismo c’è il mancato riconoscimento del diverso come essere umano. Salvini cerca consensi facendo passare il concetto che gli immigrati non sono uomini, non hanno i nostri stessi diritti e possono anche morire senza che cambi qualcosa. È un pensiero estremamente pericoloso, fonte d’ispirazione di tutte le forme di schiavitù e genocidio: ripetendolo spesso la gente finisce per farlo suo. Agli elettori di Salvini vorrei ricordare che gli immigrati sono anzitutto essere umani, proprio come loro: sarebbero davvero disposti a lasciarli morire in mezzo al mare?
Pensa che l’Italia sia un Paese razzista?
Il razzismo è dappertutto, in Francia come in Italia. Le gerarchie basate sul colore della pelle esistono da sempre, sono insediate nella società e negarlo è da ipocriti. Il razzismo ha origini antiche, radicate generazione dopo generazione: per sconfiggerlo bisogna parlarne, non nasconderlo. Serve un nuovo Umanesimo, tornare a riconoscere l’essere umano come centro dell’universo, affermandone definitivamente la dignità.
Negli stadi italiani la situazione non è migliore: già dieci anni fa l’ivoriano Zoro minacciò di abbandonare il campo durante un Messina-Inter a causa dei cori razzisti, e per lo stesso motivo il ghanese Boateng ha fatto interrompere un’amichevole del Milan. Ha mai pensato di fare altrettanto in situazioni analoghe?
Mai. Penso anzi che a uscire dal campo dovrebbero essere i compagni di squadra del giocatore coinvolto: sono loro che devono aiutare chi è vittima di cori razzisti, non farlo sarebbe una sorta di omissione di soccorso. Quando un’intera squadra uscirà dal terreno di gioco avremo fatto un bel passo avanti nella lotta al razzismo.
Dopo i recenti attentati terroristici in Francia e Danimarca, nell’immaginario collettivo il diverso forse fa ancora più paura.
Violenza e paura sono ormai concetti politici: riconoscendole come tali rischiamo di cadere nella trappola, e non solo in Francia. La prima reazione dev’essere quella di capire il grado di difficoltà di certe persone nello sviluppo della libertà di pensiero: è da qui che bisogna partire, dal comprendere il tipo di educazione ricevuta e il pregresso personale. Poco conta che gli attentatori di Parigi fossero francesi e musulmani: l’estremismo non c’entra, la chiave è l’uomo. D’altronde quanti musulmani sono morti per mano dei jihadisti?
Cosa pensa della satira di Charlie Hebdo?
Può dar fastidio, ma vivere in un Paese in cui è possibile fare satira sulle religioni significa vivere in un Paese libero.
Il discorso cambia quando c’è di mezzo il controverso comico (per alcune battute antisemite), Dieudonné.
Pessima gestione del personaggio: più l’opinione pubblica lo attacca, più ne fa una vittima, rendendolo così ancora più popolare.
Cosa direbbe a Marine Le Pen che invoca la pena di morte per i terroristi?
Gli estremisti sono facilissimi da riconoscere perché cadono sempre nel tranello della violenza. Dire sì alla pena di morte significa tornare indietro di secoli: il risultato sarebbe una società involuta in cui la regola dominante è quella della brutalità. La violenza genera violenza, e i violenti finiscono per uccidersi. Ricordatevelo, Salvini e Le Pen: la violenza porta solo morte.
Piero Ciampi, il francobollo
Questa settimana dedichiamo il francobollo a un personaggio fuori contesto della storia della canzone italiana: Piero Ciampi, livornese, comunista, anarchico.
Uno che non si considerava ricco perché non poteva avere contemporaneamente una frittata di cipolla, un bicchiere di vino, un caffè caldo e un taxi alla porta. E non si sentiva povero perché rispetto all’ultimo dei miserabili aveva qualcosa in più: la poesia.
Ciampi era uno fragile, perennemente incazzato, dal vaffanculo facile. Uno che sembrava rincorrere la sorte beffarda. Quando l’occasione buona bussava alla sua porta, Piero era sempre chissà dove, non lo si trovava mai. Poteva essere ovunque, a Parigi o in Spagna, a Genova o a Milano, in Giappone o ubriaco sul muretto di un vicolo qualsiasi di Livorno. Uno di quei vicoli che ancor oggi portano il nome delle donne che lì professavano il mestiere.
Nella sua vita, Ciampi amò Livorno, due donne e il vino. Litigava con tutti. Spesso non finiva neanche la prima canzone che aveva litigato con il gestore o con il pubblico del baraccio di turno. Questo lo portò ad autodefinirsi «il cantante più pagato di sempre: Duemila franchi per mezza canzone!». Ma il rissoso Piero aveva «tutte le carte in regola per essere un artista», e lo sapeva al punto da autocelebrarsi in una canzone.
Le donne lo abbandonarono, la poesia non gli permise mai di sostentarsi. Alla Rai erano costretti a passare le sue apparizioni in orari improponibili a causa del suo evidente stato di ebrezza. Storica la sua rissa con Califano, colpevole di non avergli offerto da bere nel suo club romano. Piero era evitato da quasi tutti i suoi colleghi e a lui questa cosa sembra non dispiacesse troppo. Piero Ciampi, va detto, non era un codardo, era un coraggioso disposto a salire su un palco e mettersi in discussione ogni volta un po’ di più.
Noi epici filatelici millantastorie lo vogliamo ricordare in modo semplice ed estroso come la sua ultima apparizione al Premio Tenco, quando arrivò barcollando gonfio di vino sul palco, litigò col pubblico che lo fischiò e lui lo zittì a modo suo, con un misto di compostezza e violenza. Poi, portò a termine la sua interpretazione: fece un passo indietro, un sorriso e un inchino. L’anno dopo non si presentò, mandando un telegramma lapidario: «Non sono potuto venire». Piero Ciampi lo ricordiamo con la stessa semplicità che si trova in un buon bicchiere di vino.
[social_link type=”twitter” url=”https://twitter.com/SaroLanucara” target=”on” ][/social_link] @SaroLanucara
[social_link type=”facebook” url=”https://www.facebook.com/antoniopronostico” target=”on” ][/social_link] Antonio Pronostico
Le cinque delle 13.00
Riforme, via libera al voto Camera
Riforma della Costituzione, via libera della Camera al disegno di legge. Su 489 presenti, i voti favorevoli sono stati 357, i contrari 125 e sette gli astenuti. Il Movimento 5 stelle non ha partecipato al voto, Forza Italia ha votato contro con una parte dei deputati tentata di votare a favore. Sel e Lega contrari.
GIUSTIZIA
Processo Ruby in Cassazione. Pg: annullare l’assoluzione Berlusconi
E’ iniziata l’udienza in Cassazione del processo Ruby, che vede imputato il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi per concussione e prostituzione minorile. I giudici della sesta sezione penale, presieduti da Nicola Milo, sono chiamati a decidere se confermare o meno la sentenza con cui la Corte d’appello di Milano, il 18 luglio scorso, pronuncio’ l’assoluzione per l’ex presidente del Consiglio, che in primo grado era invece stato condannato a 7 anni di reclusione.
ARGENTINA
Precipitano 2 elicotteri: 10 morti, giravano un reality
L’olimpionica Camille Muffat ed altri due atleti morti nella tragedia più spaventosa nella storia dei reality. Ed è lutto anche nel mondo della tv e dello spettacolo: due elicotteri si sono scontrati in Argentina durante le riprese di Dropped, una sfida di sopravvivenza tipo l’Isola dei famosi. Nessun superstite, 10 i morti fra i quali la velista solitaria Florence Arthaud e gli atleti Muffat e Vastine.
LEGA NORD
Tentativo d’intesa in extremis tra Salvini e Tosi
Ricucitura in extremis nella Lega. La riunione di ieri del comitato di disciplina deputato a decidere sulle espulsioni, riunitosi ieri, ha rinviato ogni decisione a oggi pomeriggio. Ieri è anche scaduto l’ultimatum del Consiglio federale che ha sancito l’incompatibilità tra chi fa parte della Fondazione di Flavio Tosi, il sindaco ribelle di Verona e la militanza nel Carroccio.
ECONOMIA
Ue, Renzi: Italia contribuirà a piano Juncker con 8 mld
L’Italia contribuirà al piano Juncker “con una iniziativa di Cassa Depositi e Prestiti per 8 miliardi” di euro. Lo scrive su Twitter il presidente del Consiglio Matteo Renzi mentre a Bruxelles è in corso la riunione dell’Ecofin. Il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, ha presentato al Parlamento europeo un piano che punta a sbloccare in tre anni oltre 300 miliardi di investimenti e a creare un milione di posti di lavoro.




















Scuole private e pubbliche? Fondamentale distinguere
È ormai chiaro che la scuola pubblica è sotto pesante attacco nel nostro Paese. Se la riforma della “buona scuola” non aveva affatto un sapore di “buono” per chi la scuola la vive, la conosce e la ama, con le ultime notizie, che hanno bloccato l’iter della riforma, l’amaro in bocca aumenta e i mal di pancia pure.
Il decreto legge sulla scuola si è trasformato nel giro di una notte in un disegno di legge, lasciando “basita” la stessa ministra Giannini. L’assenza di trasparenza e chiarezza caratterizzava una riforma così importante e ora la offusca in un clima da giallo poliziesco. E la preoccupazione sale. Sale perché, oltre a esserci in ballo quei famosi 160mila posti che i precari stanno aspettando ormai da anni – anche se ancora nessuno ha davvero capito come e dove sa-ranno reclutati e che cosa saranno chiamati a fare -, si moltiplicano le voci dell’ennesimo regalo che verrà offerto alle scuole private cattoliche.
Già sapevamo che la “buona scuola” avrebbe contenuto sgravi fiscali per le famiglie che iscrivano i propri figli alle scuole private, ma evidentemente non è bastato. «Vogliamo coinvolgere maggioranza e opposizioni nello spirito delle recenti dichiarazioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella», ha detto Matteo Renzi spiegando il motivo della retromarcia. E allora forse cominciamo ad assemblare i pezzi e a far chiarezza nel thriller.
Un folto gruppo di parlamentari, che sostengono il governo, ha infatti scritto una lettera al Presidente del Consiglio chiedendo che si cessi di discriminare le scuole private e di pensare che “scuola pubblica” sia sinonimo di “scuola statale”. L’obiettivo allora non è più soltanto quello di eliminare il precariato – cosa che è imposta all’Italia dal Parlamento di Strasburgo -, ma di eliminare la stessa distinzione scuola prvata/scuola pubblica.
Luigi Berlinguer, sì il ministro a cui dobbiamo il primo colpo inferto a questa distinzione, sulle pagine di Repubblica afferma che ciò significa allineare l’Italia al resto d’Europa. Ma in un Paese mono religioso come il nostro, dove il peso del Vaticano e della Chiesa cattolica si fanno sentire fin nelle nostre camere da letto e di ospedale, è di una gravità inaudita lasciare l’istruzione, l’educazione, la formazione degli individui nelle mani dei religiosi. La Francia e l’Olanda sono Paesi assolutamente laici.
Come si può pensare che i luoghi dove si formano le menti dei giovani, dove si forma lo spirito critico, dove si vivono i rapporti con gli altri, dove si apprendono la storia e le identità di altre civiltà e di altre culture, possano essere gestiti da chi che crede nei dogma e nella verità assoluta? Tutto ciò, oltre a essere anti costituzionale, è fatto in nome di un “sano antagonismo” da cui trarrebbero vantaggio le stesse scuole pubbliche. Bambini, giovani e adolescenti lanciati e lasciati nell’eterna lotta dove vige la legge del più forte/ricco (come nel mercato).
Quei parlamentari, autori della lettera, citano il pluralismo (sic!) e il pensiero di Antonio Gramsci. Rispondiamo loro che il pluralismo non sta dalla parte di chi crede, ma di chi pensa e che Antonio Gramsci voleva sì le scuole private, ma per fondare scuole socialiste anti massoniche, e disprezzava come un’assoluta violenza «lasciare che la coscienza dei bambini fosse manipolata dai preti».