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Egitto batte Libia

Il 18 giugno 1953, il colonnello egiziano Nasser abolisce la monarchia e affida la presidenza del Consiglio della Rivoluzione al migliore dei suoi Liberi Ufficiali. Il Paese intanto è pronto ad ospitare la prima edizione dei Giochi Panarabi, fortemente voluti da un altro egiziano: Abdul Rahman Azzam, segretario generale della stessa Lega Araba e zio materno di Al Zawahiri il futuro numero due di Al Qaeda. Teatro della competizione non è Il Cairo ma la suggestiva Alessandria, città dell’omonimo protocollo che l’Egitto ha firmato sul finire della secon- da guerra mondiale insieme alla Siria, all’Iraq, alla Giordania e al Libano.

Partecipano alla kermesse i cinque Paesi fondatori della Lega e quattro tra i membri più recenti: la Libia, il Kuwait, l’Indonesia e la Palestina. Non c’è l’Arabia Saudita e non ci sono gare femminili. Il calendario della manifestazione investe le due settimane a cavallo tra luglio e agosto, scandite dall’assalto dei ribelli castristi alla caserma Moncada di Santiago de Cuba; dall’arresto in massa dei mormoni poligami dell’Arizona e dall’armistizio che pone fine alla guerra in Corea.

La disciplina che gode di maggior seguito su queste sponde di mare è naturalmente il football, uno dei pochi retaggi positivi della presenza inglese lungo il Canale di Suez e a ridosso della diga di Assuan. Sei squadre divise in due gironi: Siria, Giordania e Libano da una parte; Egitto, Libia e Palestina dall’altra.

La Siria pareggia 0-0 con il Libano, batte 4-1 la Giordania e vola in finale. L’Egitto straccia la Palestina 8-1 e attende la Libia per la seconda gara: quella che segnerà l’esordio assoluto della Nazionale di Tripoli sulle scene internazionali.

La presenza britannica in Tripolitania e in Cirenaica è infatti cosa ben più recente rispetto a quella indimenticabile degli italiani. E non solo perché il regime fascista, dopo aver istituito il Gran premio automobilistico di Tripoli e dopo aver sempre impedito la costituzione di squadre di calcio di soli arabi, aveva proclamato il Governatorato generale di Libia a pochi mesi dal primo titolo mondiale azzurro datato 1934. Ma soprattutto perché il cosiddetto “scatolone di sabbia” regalatoci da inglesi e francesi all’indomani della Grande guerra si era potuto ingrandire e unificare alle conquiste costiere di giolittiana memoria a ritmo di massacri di civili e stragi di donne e bambini perpetrati impunemente dall’esercito. Strade, ponti, ospedali ed altre “opere di bene” sono venute dopo.

Il 29 luglio del ’53 non c’è storia: gli egiziani sono molto più forti dei libici e molto meglio preparati. Tra l’ex Regno d’Egitto, oggi Repubblica e l’ex Governatorato di Libia, oggi Regno finisce 10-2. Il primo gol nella storia della Nazionale rosso-nero- verde è un calcio di rigore trasformato da Alì Zantouny omonimo di un altro Zantouny: l’allenatore Massoud.

La squadra padrona di casa vince la medaglia d’oro superando agevolmente 4-0 la Siria nella finalissima. La Libia invece segna cinque gol ai poveri palestinesi e piega la Giordania 3-2 nella finalina per la medaglia di bronzo. Intanto tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan continuano a giocarsi tre campionati distinti. Perché in territorio libico inizi un torneo unico bisogna ancora aspettare dieci anni.

Xenofobia in scena

Il giorno della verità è arrivato: 28 febbraio. Dopo due mesi di annunci e preparativi Matteo Salvini porta i suoi a Roma per aggiungere la voce della piazza a quella dei sondaggi. Una prova di forza con la quale il leader del Carroccio, al grido di “Renzi a casa!”, intende coronare il tour meridionale a caccia di sostenitori e, in prospettiva, consensi elettorali. Ma la giornata romana si annuncia calda: i movimenti di sinistra non ci stanno a lasciare la ribalta capitolina al partito della secessione e del “Roma ladrona”.

«La Lega va in piazza ma il popolo è da un’altra parte», spiega Emiliano, attivista romano, tra gli animatori della mobilitazione anti Salvini. «Davanti a quel palco ci sarà un miscuglio di fascisti e xenofobi che nulla ha a che vedere con i valori antifascisti e antirazzisti della Capitale. Ma c’è anche molto di più: una proposta politica avanzata da chi ha contribuito a determinare e governare questa crisi e fondata su valori identitari e neoprotezionisti ottocenteschi». A pochi giorni dalla manifestazione, Salvini ha ribadito che Lega e CasaPound hanno «la stessa visione sull’immigrazione fuori controllo» e gli ingredienti per trasformare la manifestazione contro il governo in un raduno della destra, italiana e non solo, ci sono tutti. Il videomessaggio di Marine Le Pen, la partecipazione di Giorgia Meloni, che sarà ricambiata con la presenza di Salvini alla manifestazione veneziana di Fratelli d’Italia il 7 marzo.

In più, tante frange della destra estrema che si troveranno già nella Capitale dalla mattina, per incontrare il segretario della Lega al convegno “Mille Patrie per l’Italia”, assieme al direttore del Talebano Fabrizio Fratus, a esponenti del Bloc Identitaire, a destra del Front National in Francia, e ai tedeschi islamofobi e xenofobi di Pegida, che di recente hanno esteso la loro presenza anche in Svizzera.

Contro «l’orribile sfilata di Lega Nord e CasaPound, al fieri del razzismo del terzo millennio» si sono mobilitati anche numerosi artisti, tra cui Elio Germano, Ascanio Celestini, Erri De Luca, Moni Ovadia e il fumettista Zero Calcare, che ha disegnato la locandina di lancio della contro-manifestazione organizzata da centri sociali e gruppi antifascisti capitolini, con l’adesione di numerose associazioni tra cui l’Arci, e sindacati di base. L’appello di artisti e intellettuali aderenti alla campagna #maiconSalvini chiama a raccolta cittadini e movimenti «al fianco della Roma che resiste tutti i giorni nei quartieri, nelle scuole, nelle università, nelle case occupate alle politiche di austerity, alle campagne razziste e omofobe di cui Salvini e i suoi sono responsabili».

Alle 15 da piazza Vittorio, cuore della Roma multietnica, il corteo si muove verso Sant’Andrea della Valle, a poca distanza dalla manifestazione leghista di piazza del Popolo. Dopo gli atti vandalici dei tifosi del Feyenord la Capitale è blindata. Il questore di Roma Nicolò D’Angelo ha parlato di un «sabato delicato»: al di là del “segnale” lanciato con due recenti blitz contro la convention leghista all’Nh Hotel di corso d’Italia e la sede di Noi con Salvini ai Parioli, si temono regolamenti di conti legati agli episodi di Cremona di un mese fa, quando un corteo di solidarietà a un militante del centro sociale Dordoni aggredito da esponenti di CasaPound è sfociato in guerriglia urbana.

Ma la contestazione al leader leghista e alla sua lista creata ad hoc per sfondare fuori dal feudo padano non è solo quella che va in scena per le vie della Capitale. I #maiconSalvini hanno fatto sentire la loro voce anche al Sud. L’8 febbraio in Sicilia, dietro cartelli “Lega ladrona, Palermo non perdona” c’erano i giovani che hanno dato vita alla giornata dell’orgoglio terrone: solo il cordone delle forze dell’ordine ha impedito che lanci di uova e ortaggi raggiungessero il leader leghista arrivato all’Hotel delle Palme per incontrare i supporter. Pochi giorni prima a L’Aquila stessa scena: Matteo Salvini arriva attorniato dai suoi sostenitori locali e parte la contestazione. Poi le tappe saltate in Calabria e in Puglia e il “flash mob” messo in scena a Bari contro un banchetto di soste- nitori della lista che porta il nome del segretario leghista.

Un gruppo di giovani del collettivo ex caserma Rossani, vestiti di verde, ha distribuito vignette anti Lega con la scritta “Bari è antifascista” attraversando le vie del centro al grido di «Leghista barese, vattene a Varese». «Non si tratta di semplici con- testazioni», precisa l’attivista romano. «In tutta Italia è sempre più evidente l’abbraccio di Salvini con le destre più pericolose. Per questo a sfilare con noi a Roma ci saranno anche tante persone da tutta Italia e in particolare dal Sud, che non vuole aggiungere al danno delle destre che disseminano odio sul territorio la beffa di un leghista mascherato da salvatore della patria. La sfida è costruire la risposta fuori dai movimenti in senso stretto. La battaglia contro la “Lega nazionale” si gioca nella piazza ben più ampia della cittadinanza democratica».

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Violenza e paura. Quando il rifiuto sarà “collettivo” avremo fatto un bel passo avanti

Quando hanno chiesto a Lilian Thuram  se aveva mai pensato di abbandonare il campo da gioco a causa dei cori razzisti, ha risposto: «Mai. Penso anzi che a uscire dal campo dovrebbero essere i compagni di squadra del giocatore coinvolto: sono loro che devono aiutare chi è vittima di cori razzisti, non farlo sarebbe omissione di soccorso. Quando un’intera squadra uscirà dal terreno di gioco, avremo fatto un bel passo avanti nella lotta al razzismo».

Impossibile non immaginare la meraviglia di un’intera squadra che se ne va. E di un giocatore che rimane in campo, simbolo di uguaglianza. Forse il segreto è lì. È nell’intera squadra che se ne va, in un rifiuto che diventa “collettivo”. Nel giorno in cui Matteo Salvini, sostenuto da CasaPound, sceglie Roma per la sua manifestazione “Renzi a casa!” e fa salire sul suo palco Giorgia Meloni, i tedeschi di Pegida, i francesi del Bloc identitaire e tanta altra destra, Left mette in copertina un calciatore. Un calciatore che ha scritto un libro dal titolo Per l’uguaglianza e che ha scoperto di essere “nero” a nove anni, quando ultimo di cinque figli, è partito da Guadalupe e ha raggiunto la madre in Francia: «Giocavo a calcio per strada con altri bambini: portoghesi, pachistani, algerini, zairesi, c’era di tutto, le origini non importavano. Poi a scuola hanno cominciato a chiamarmi “Noiraude”, la mucca nera di un cartone animato, e ho scoperto di essere nero. Il razzismo comincia così, quando qualcuno ti dice “tu sei nero”».

Poi è diventato un campione. Anche della sua Nazionale, quella francese. Record di presenze e vincitore del Mondiale di Francia 1998, è convinto ancora oggi che «razzisti non si nasce, lo si diventa». È una costruzione sociale che si trasmette di generazione in generazione. Lo va ripetendo da anni, nei suoi libri e con la sua Fondazione: «Alla base del razzismo c’è il mancato riconoscimento del diverso come essere umano.

Salvini cerca consensi facendo passare il concetto che gli immigrati non sono esseri umani, non hanno i nostri stessi diritti. È un pensiero estremamente pericoloso, fonte d’ispirazione di tutte le forme di schiavitù e genocidio». L’uguaglianza ripete, «l’uguaglianza viene prima di tutto». Allora, in questa settimana, in cui Salvini ne ha sparate di pessime sui migranti, da “Lasciamoli in mare” a “Fermate i barconi, ci stiamo portando a casa l’Is”; la stessa in cui la Grecia è stata lasciata completamente sola da un’Europa, Italia e Francia incluse, che continua a imporre politiche di austerità e che, in questo anno, ha giudicato troppi 100 milioni di euro per Mare Nostrum, senza pensare che equivalevano a 2 caffè l’anno per ciascun italiano, noi ribadiamo il nostro No. Perché Thuram lo dice: «Violenza e paura sono ormai concetti politici: riconoscendole come tali rischiamo di cadere nella trappola.

La prima reazione – invece – dev’essere quella di capire il grado di difficoltà di certe persone nello sviluppo della libertà di pensiero: è da qui che bisogna partire, dal comprendere il tipo di educazione ricevuta e il pregresso personale». Parola di calciatore nero. E io, a volte, me lo chiedo, anche quando leggo certe battute veloci di Matteo Renzi (questa settimana ad esempio quella a Maurizio Landini), mi chiedo che tipo di educazione abbia ricevuto e che tipo di pregresso personale abbia. Cosa lo spinga, dall’alto del suo ruolo, a dire frasi di scherno come: «È il sindacato che ha abbandonato lui e non lui che abbandona il sindacato» o peggio ancora quando, tronfio, manda «abbracci a #gufi e #sorciverdi». Di una cosa sono certa però, che “quando un’intera squadra uscirà dal terreno di gioco di Renzi avremo fatto un bel passo avanti”. Verso un nuovo Umanesimo.

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#maiconSalvini, nemmeno sotto le cariche

“Noi respingiamo Salvini”: con questi cartelli e alcuni gommoni, che simbolicamente portavano Lampedusa e il Mediterraneo nel cuore di Roma, oggi pomeriggio un centinaio di attivisti dell’antifascismo capitolino e migranti hanno tentato di entrare in piazza del Popolo. Fumogeni, clacson impazziti, urla e spintoni: piazzale Flaminio si presenta così. Già questa mattina un gruppo di circa cento persone, tra migranti e attivisti, hanno occupato la basilica di Santa Maria del popolo, ma sono stati subito sgomberati. “Con cariche pesantissime”, denuncia Irene attivista romana tra i promotori di #maiconSalvini.

“Volevamo entrare per bloccare la piazza”, racconta Irene che da questa mattina è lì davanti agli scontri e ai blindati. Ma non si passa. Non è permesso entrare nemmeno ai giornalisti che esibiscono il tesserino. I blindati difendono la piazza che domani ospiterà la manifestazione di “esordio nazionale” di Matteo Salvini insieme al movimento di estrema destra CasaPound. “Un palco dove ci sarà un miscuglio di fascisti e xenofobi che nulla a che fare con i valori antifascisti e antirazzisti della Capitale”, ha raccontato a Left Emiliano (altro attivista di #maiconSalvini), nell’articolo “Xenofobia in scena” che da domani sarà in edicola.

Da settimane i movimenti capitolini hanno iniziato una campagna per fermare l’invasione di Lega e xenofobi. Domani, sempre nella Capitale, nel corso della mattinata il leader della Lega – in occasione del convegno “Mille Patrie per l’Italia” – incontrerà il direttore del Talebano Fabrizio Fratus ed esponenti dall’estero: il Bloc Identitair francese (che Oltralpe supera a destra il Front national di Marine Le Pen) e gli islamofobi tedeschi di Pegida “i patrioti contro l’Islam” che oltre alla Germania sono da poco “sbarcati” in Svizzera. Poi, nel pomeriggio in piazza del Popolo, ci saranno l’italiana Giorgia Meloni, il videomessagio di Marine Le Pen. E, appunto, i fascisti del terzo millennio: Casa Pound.

Sempre domani è previsto un corteo che partirà dalla multietnica piazza Vittorio e si dirigerà verso piazza del Popolo. Chi temeva tensioni, non ha dovuto aspettare che scoccasse la mezzanotte del 28 febbraio. Il bilancio della vigilia, al momento, è di 6 fermi e diversi feriti.

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In gioco per l’uguaglianza

Un numero denso questo. Nel giorno in cui Salvini scende per la prima volta in piazza a Roma, Left partecipa a #maiconsalvini con tutte le sue pagine.

In copertina la foto Lilian Thuram, ex calciatore della Nazionale francese che da anni si batte contro il razzismo, scrivendo libri e costruendo iniziative con la sua Fondazione. Nell’ultimo, Per l’uguaglianza, ci spiega come il razzismo sia una costruzione sociale, «razzisti non si nasce, si diventa», che va combattuta perché il colore della pelle non ha alcun valore e la chiave di tutto è nell’uguaglianza degli esseri umani.

Nella lunga intervista che leggerete su Left spiega quanto sia “pericoloso” il pensiero di Salvini e quanto occorra contrapporgli un nuovo Umanesimo. Perché nel frattempo in Italia la Lega si fa nazionale e prova a conquistare il Sud spostando l’asticella della xenofobia oltre Lampedusa, in quel Mediterraneo dove uomini donne e bambini continuano a fuggire da guerre e miserie. Ironicamente, nel secondo monologo di carta di Left, scritto questa settimana da Saverio Tommasi, titoliamo “Essere razzisti conviene”, nel tentativo di dirvi, di raccontarvi quel “mal pensare” di cui abbiamo scritto anche la scorsa settimana.

Troverete poi uno speciale di otto pagine su una delle emergenze sanitarie che l’Italia si trova ad affrontare, la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, quelli dove finiscono le mamme assassine o i Chiatti della storia. Dove finiranno queste persone? Chi se ne prenderà cura? Come verranno curate? Sono le mura il problema? La discussione tra psichiatri e magistrati è complessa.

E molto altro, un’inchiesta su Terna e i fatti dell’Emilia-Romagna: per una normale nevicata  nel 2015 si può rimanere cinque giorni al freddo e al buio? E ancora tanto mondo: gli economisti Kelton e Galbraight dietro la svolta a sinistra di Obama; le ultime mosse di al Sisi; le elezioni in Israele e un racconto graffiante di tutti gli errori commessi dagli italiani in Libia e che dovrebbero convincerci, oggi, a starne lontani.

In cultura Salvatore Settis, Paolo Berdini, Tomaso Montanari lanciano un grido d’allarme per il maxiemendamento del Pd che stravolge il Piano paesistico della Regione Toscana. Ma anche Michele Palazzi, il fotografo italiano vincitore del World press photo award, e Carolina Bubbico, giovane direttrice d’orchestra di talento. Buona lettura e buon #maiconSalvini.

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Amelié Nothomb: si vive bene senza religione

Umorismo intelligente e una vena visionaria. Leggerezza, divertissement e gusto un po’ retrò per il romanzo nero sono gli ingredienti con cui Amélie Nothomb seduce il pubblico, avendo superato la boa di 18 milioni di copie vendute nel mondo. In Italia per presentare il suo nuovo libro edito come sempre da Voland, la scrittrice «framponese», a Left racconta che Petronille, il personaggio femminile che dà il titolo al suo nuovo romanzo esiste davvero. «Dietro questo nome si cela quello della scrittrice Stéphanie Hochet. Oltre che la passione per la scrittura condividiamo quella per le bollicine dello champagne – dice ridendo -. Per il resto non potremmo essere più diverse. Quando due donne s’incontrano, più che un dialogo, avviene un incontro – scontro di civiltà».

Il sottotitolo recita: «storia di una amicizia» immaginarla fra due donne è, in qualche modo, rompere un tabù letterario?

L’amicizia fra due donne, in letteratura, non esiste, Quando le vedi nei romanzi si litigano, si attaccano in modo feroce. E mi sono sempre chiesta perché.

Dopo aver scritto un gran numero di romanzi questo è il primo che parla della Francia. E, curiosamente, lei ne parla come di un Paese esotico e alquanto bizzarro…

Per me è proprio così. Io sono belga, nata in Giappone. Ho conosciuto molto più tardi la Francia e mi è subito sembrato un Paese molto strano. Io non potrei mai sentirmi a casa in Francia. La amo ma trovo che i francesi siano molto aggressivi, strani, si sentono il centro del mondo. E non si rendono conto che, per me, sono stranieri, in tutto e per tutto.

Che cosa le manca di più del Giappone, dove ha vissuto l’infanzia ed è tornata da giovane donna con l’idea, poi dimostratasi impraticabile, di poterci vivere?

Mi mancas oprattutto l’armonia che c’è negli incontri. In Francia le persone sono sempre in guerra le une con le altre, in Giappone si cerca il dialogo, anche se non si condividono le stesse opinioni, le persone si confrontano in modo aperto, dolce, gentile. Mi manca questa gentilezza profonda nel rapporto fra esseri umani che là ho conosciuto.

Lei una volta ha raccontato che i suoi genitori, molto cattolici, in Giappone scoprirono di essere stati ingannati e misero in soffitta la Bibbia, che lei definisce un “libro spettrale”. Il Giappone insegna a vivere senza religione?

I giapponesi sono tolleranti per natura. Se qualcuno arriva in Giappone e dice di professare una certa fede lo ascoltano, non lo censurano. Ma i giapponesi non seguono una religione. Semmai sono politeisti, multiculturali. Una persona può essere allo stesso tempo buddista e di altro orientamento. Una forma di sincretismo culturale particolarissima. Gli occidentali in genere ne sono scioccati e dicono: “ non puoi essere allo stesso tempo buddista, musulmano o cattolico. Devi scegliere”. La risposta giapponese è del genere: “A noi non piace la religione. A meno che non possiamo conoscerle tutte!” Dovremmo prenderli ad esempio.

Il primo romanzo della letteratura giapponese, Genij il principe splendente, fu scritto da una donna. Poteva accadere in Occidente?

Purtroppo credo di no. Anche perché non solo il primo importante romanzo giapponese fu scritto da una donna, la dama di corte Murasaki Shikibu, ma almeno i primi tre lavori letterari sono opera femminile e sono capolavori assoluti. Certo anche in occidente abbiamo poesie e romanzi scritti da donne, ma non altrettanto riusciti e straordinariamente belli come quelli con cui nasce la letteratura nipponica. E’ una cosa che colpisce. E che non so spiegare. Se non pensando che il coraggio è una caratteristica giapponese e certamente quelle prime letterate furono donne molto coraggiose.

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10 decimi in un flash, una macchina fotografica per misurare la vista

Il mondo dell’oculistica potrebbe essere rivoluzionato da 2Win un dispositivo portatile progettato da Adaptica, una startup veneta, che permette la misurazione della vista grazie a un semplice scatto fotografico con flash. L’apparecchio sostituisce il classico sistema di diagnosi oftalmologico e da meno cinque a più cinque diottrie offre le stesse prestazioni e precisioni della classica strumentazione professionale utilizzata dagli oculisti.

Il dispositivo, che sembra una macchina fotografica giocattolo, strutta il flash per diagnosticare miopia, astigmatismo, ipermetropia, strabismo e altre problematiche, soprattutto dell’età infantile, come l’occhio pigro. La classica immagine degli occhi rossi che compare nelle foto è proprio quella di cui si serve questo dispositivo che è in grado di analizzare, grazie al sistema 2Win dal quale prende il nome, quella gradazione di rosso della pupilla. Il rifrattometro oftalmico è già richiesto in molte nazioni, soprattutto negli Stati Uniti, e sta suscitando l’interesse di tanti oculisti, negozi di ottica e medici. L’intenzione dell’azienda è quello di proporre il dispositivo alle scuole.

La sua facilità d’uso, infatti, lo rende particolarmente adatto per la misurazione della vista dei bambini e dei neonati rispetto alla macchina tradizionale. Basta uno scatto fotografico ad un metro di distanza e in pochi secondi il gioco è fatto. Inoltre, può essere usato anche da un medico generico.

Il fondatore di Adaptica, Tommaso Occhipinti, vuole diffondere la macchina nei Paesi in via di sviluppo tanto da vendere a prezzo di costo il dispositivo alle Ong per favorirne la diffusione negli ospedali e nei centri medici. L’azienda padovana è nata nella città veneta all’interno dell’incubatore M31 ideato da Ruggero Frezza che punta sulle startup innovative ad alto contenuto tecnologico e ha recentemente ricevuto anche un prestito statale di 250 mila euro, grazie al quale sta sviluppando un nuovo prodotto che sfrutta tecnologie di ottica adattiva.