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Uno spettro si aggira per l’Europa: il negazionismo climatico delle destre

Come documentato da Copernicus climate change (C3s), il programma di osservazione della Terra dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e della Commissione europea, nei 12 mesi intercorsi tra il febbraio del 2023 e il gennaio del 2024, per la prima volta la temperatura media globale ha sforato il tetto di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali. È stata quindi superata quella “linea rossa” che i Paesi del mondo si erano promessi di non violare con l’Accordo di Parigi del 2015.
Esperti e scienziati della materia non hanno dubbi: se non riduciamo immediatamente l’uso dei combustibili fossili, le conseguenze legate al riscaldamento globale saranno irreversibili.

Dunque, nel 2024 è ancora possibile negare l’emergenza climatica?
Nonostante l’evidenza dell’emergenza climatica in atto e la sostanziale unanimità della comunità scientifica internazionale nell’imputarne la responsabilità alle attività umane, c’è ancora chi contesta l’origine antropica dei cambiamenti climatici, minimizzandone i rischi.
Certo, tracciare un identikit dei negazionisti climatici è complicato. Ma se analizziamo la propaganda anti-antiambientalista è facile riscontrare che molti fan di petrolio e carbone hanno un minimo comun denominatore per il nero, il colore della destra radicale. Un nero che tra meno di un mese rischia di travolgere l’Unione europea.

A poche settimane dalle elezioni europee di giugno, il sostegno ai partiti di estrema destra sembra incrollabile in molti Stati membri dell’Unione. Complessivamente, secondo un sondaggio di Euronews/Ipsos, i gruppi sovranisti potrebbero contare complessivamente su una trentina di eurodeputati in più nella prossima legislatura. In diversi Paesi queste formazioni sono prime o seconde nei principali sondaggi nazionali: basti pensare che il francese Rassemblement National dovrebbe avanzare di dieci seggi, diventando il maggiore partito dell’emiciclo insieme alla Cdu/Csu tedesca.

Geert Wilders in Olanda, Marine Le Pen in Francia, Giorgia Meloni e Matteo Salvini in Italia, Alice Weidel in Germania sono leader sicuramente molto diversi fra loro, per idee e temperamento, ma hanno nel mirino un nemico comune: il Green Deal europeo. Certo, la destra-destra che siede tra Bruxelles e Strasburgo è divisa in due formazioni, i Conservatori e riformisti (Ecr) e Identità e democrazia (Id). Ma sono molte più le analogie che le differenze: spesso e volentieri, nel corso della passata legislatura Id e Ecr hanno fatto fronte comune contro le proposte della Commissione Ue presentate nell’ambito del Green deal e del Fit for 55, il pacchetto di riforme e regolamenti economici e sociali dall’Unione europea per abbattere le emissioni di gas serra.

Secondo gli identitari, le politiche ambientali ed energetiche contro il cambiamento climatico promosse dall’Unione europea sono costose, ingiuste, addirittura dannose per il clima. O al limite, del tutto ininfluenti. Tra le tesi ricorrenti: il rispetto dell’ambiente è un capriccio da radical chic che non tiene conto dei “reali problemi” delle persone, è inconciliabile con la crescita economica, è un pretesto per farci colonizzare dai cinesi, minaccia la sovranità nazionale per il suo approccio multilaterale.
Nel nome di questa crociata tutto viene contestato: i quartieri a basso traffico, le città da 15 minuti, le zone 30 Km/h, le pompe di calore, le piste ciclabili, i suv, la carne coltivata, lo stop agli allevamenti intensivi, le auto elettriche e molto ancora.

L’allergia degli ultraconservatori alla transizione ecologica non è un mistero. Anzi, spesso le formazioni sovraniste traggono la propria linfa da posizioni radicalmente anti-ambientali. Un esempio? Il muso duro dei reazionari contro la Direttiva Epbd, rinominata “Case Green”, un provvedimento chiave del Fit for 55 che traccia una roadmap per riqualificare il parco edilizio, approvata ad aprile dal Consiglio Ue. L’unico Paese che si è opposto oltre all’Ungheria di Orban? L’Italia di Giorgia Meloni, ovviamente. Motivazione? Il provvedimento costa troppo, secondo le parole del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. A rimarcarlo ci pensa il compagno di partito del responsabile di via XX Settembre, Matteo Salvini, secondo cui «La Lega farà tutto il necessario per fermare tasse e patrimoniali green volute dalla sinistra, a giugno si volta pagina».

Durante la discussione, le pattuglie di Ecr ed Id hanno mostrato tutto il loro disprezzo per la decarbonizzazione delle nostre abitazioni, respingendola in blocco. Secondo l’onorevole Isabella Tovaglieri (Id, Lega), la Epbd sarebbe una «patrimoniale occulta sulla casa degli italiani» che in nome di un «ambientalismo ideologico» manderà in tilt il settore delle costruzioni e farà «un altro enorme regalo alla Cina». Non ha peli sulla lingua nemmeno l’eurodeputato tedesco Markus Bucheit (Id, Afd), secondo cui l’obiettivo della normativa è quello di demolire la casa, «l’ultimo rifugio dalla follia di genere e climatica»; mentre per il polacco Witold Jan Waszczykowski (Diritto e giustizia, Ecr) la direttiva è l’esempio di politiche dannose dettate dal «fervore ideologico delle élite europee di sinistra liberale». Poco importa che il patrimonio edilizio europeo sia responsabile del 36% delle emissioni totali e che nel 2022 oltre 41 milioni di persone nell’Ue, pari al 9,3% della popolazione, non erano in grado di riscaldare bene le proprie abitazioni. Al massimo se la prenderanno con Greta o con i cinesi.

L’assalto alle politiche green da parte dei nazionalisti non si ferma nemmeno davanti alla natura. Lo scorso febbraio Bruxelles ha approvato la legge sul ripristino della natura (Nature Restauration Law), che obbliga i Paesi Ue a ristabilire gli habitat naturali in cattive condizioni. In questa occasione, l’alleanza tra il moderato Partito Popolare europeo (Ppe, centrodestra) e i gruppi più radicali non è riuscita comunque a scalfire l’esito della votazione: 21 eurodeputati appartenenti al partito che fu di Angela Merkel hanno sconfessato la linea ufficiale dell’attuale presidente del Ppe, il tedesco Manfred Weber. Assalto respinto, legge approvata – anche se sul filo del rasoio. Ma anche in questo caso le destre non l’hanno certo mandata a dire: per l’eurodeputato italiano Nicola Procaccini la direttiva sulla natura è «figlia del ‘Green Chic’ anziché del Green Deal», e il testo fatto «da persone che dalle loro Ztl parlano di natura senza mai averci messo piede». Per il francese Gilles Lebreton (Id, Rassemblement National) l’Unione europea deve smetterla di «imporci ambizioni ambientali deliranti che stanno distruggendo la nostra agricoltura» mentre per la tedesca Silvia Limmer (Id, Afd) la legge non è altro che «un gigantesco programma di esproprio e distruzione dei mezzi di sussistenza degli agricoltori». Chiude la rassegna Teuvo Hakkarainen (Ecr, Freedom Alliance) secondo cui bisogna subito fermare la «follia verde» che non dimostra «segnali di cedimento».

Ma le boutade degli estremisti contro l’ecologismo si sprecano: l’ecologia di Bruxelles è «punitiva», mentre la transizione ecologica è «parente diretta della rivoluzione culturale cinese». Copyright? L’eurodeputato del Rassemblement national Philippe Olivier, che lo ha dichiarato in occasione del via libera allo stop ai motori a combustione al 2035. Altra battaglia che tutta la destra e parte del Ppe hanno sposato in toto ma anch’essa naufragata grazie all’appoggio di una pattuglia di popolari alla maggioranza di socialisti, verdi e liberali.
Il Green Deal invece cos’è? Un «progetto autoritario di ingegneria sociale» secondo l’eurodeputato spagnolo di Vox Hermann Tertsch (Ecr), un piano per «distruggere le piccole e medie imprese» per Andrey Slabakov, del Movimento nazionale bulgaro, parte di uno “schema comunista” insieme al Fondo sociale per il clima, che attinge risorse da coloro che pensi siano ricchi per darli a coloro che pensi siano poveri.

Insomma, di fronte all’evidenza scientifica e all’aumento delle calamità naturali, Il negazionismo climatico sembrava quasi superato, travolto dall’aumento dei barometri, dalle siccità, dalle tragedie, dai morti per inquinamento, e dalle piazze piene del movimento Fridays For Future. Ma invece è riemerso prepotente. E in tutta Europa, dove gli ambientalisti hanno provato ad alzare la testa, sono stati travolti dalla destra radicale, che li contesta e li ridicolizza, gli addita a fighetti borghesi e vegetariani da ztl, li trasforma in un pericolo pubblico e imminente per le tasche dei cittadini.
Le elezioni europee di giugno possono essere il banco di prova di una nuova legislatura pronta a lavorare per smantellare i provvedimenti green, se i popolari dovessero iniziare a lavorare con Ecr e Id – ipotesi già in parte sdoganata dal Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel. E con la nuova legislatura di un Parlamento europeo che, in base ai sondaggi, si annuncia la più a destra di sempre, il Green Deal appare fortemente compromesso. E i reazionari di tutta Europa già cominciano a sfregarsi le mani.

Nella foto: Marine Le Pen e Matteo Salvini, Pontida, 17 settembre 2023 (Elisa Gestri – Ipa agency)

 

“Signor presidente chiediamo che per i nostri figli manifestare sia un diritto e non un pericolo”

Torino, foto di Marioluca Bariona

“Signor Presidente, siamo centinaia di genitori di ragazze e ragazzi che frequentano la scuola superiore. Una di loro, studentessa di un liceo di Roma, è tornata a casa con la testa spaccata dal manganello di un poliziotto. Un’altra, colpita ripetutamente alle costole, è stata portata via in ambulanza. In quella circostanza, almeno cinque studenti minorenni sono stati feriti dai colpi dei poliziotti che affrontano armati e in tenuta antisommossa i giovani disarmati e a volto scoperto”. 

Inizia così la lettera al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di 200 (per ora) genitori di “studenti minorenni che manifestano pacificamente il loro dissenso” e “vengono brutalmente caricati, percossi, lasciati a terra da adulti che avrebbero il compito di proteggerli, di garantire l’esercizio dei loro diritti”. I genitori si rivolgono al capo dello Stato per esprimere “sconcerto e preoccupazione”: “la Costituzione della quale lei è garante – si legge -, la Carta che le nostre figlie e i nostri figli studiano a scuola, assicura il diritto di manifestare, di riunirsi pacificamente e senza armi, la libertà di esprimere il proprio pensiero. È questo che insegniamo in classe e in famiglia ed è questo insegnamento che i giovani mettono in pratica quando manifestano per difendere il diritto all’aborto, per contestare gli accordi di collaborazione militare con le università israeliane o per chiedere che il governo Israeliano smetta di massacrare migliaia di donne, bambini, ragazzi come loro”. 

“A ogni intemperanza – spiegano i genitori nella loro missiva – le forze dell’ordine reagiscono caricando e sferrando colpi di manganello, ferendo chi capita a tiro, traumatizzando tutti gli altri. Non accade lo stesso con gli ultras armati di spranghe che mettono a ferro e fuoco le città. In quel caso, la furia di tifosi adulti viene tollerata e contenuta senza far scattare ogni volta la conta dei feriti”. 

“Perché, invece, – chiedono i genitori – gli studenti minorenni e disarmati vengono manganellati? Le nostre figlie e i nostri figli tornano a casa impauriti, sgomenti, arrabbiati. Raccontano dei coetanei a terra, del sangue, delle ferite, delle cariche, ci mostrano i video girati con i loro telefoni. La violenza delle forze dell’ordine rischia di innescare nei giovani più suggestionabili una risposta violenta. A questo si vuole arrivare? «Dal corteo sono partite offese», leggiamo nei resoconti giornalistici. E quindi? Compito dei poliziotti che si confrontano con un corteo di minorenni, quando anche alcuni dei ragazzi dovessero urlare parole offensive, non è quello di agire con giudizio e moderazione? Quale esempio vogliamo dare? Come dobbiamo comportarci noi adulti, noi genitori? Dovremmo scoraggiare le ragazze e i ragazzi dal manifestare? «Vai, mai stai attenta. Non metterti davanti con lo striscione» diciamo loro: «o rischi che ti arrivi una manganellata». Sa cosa ci rispondono, signor Presidente? «Mamma, se non arriva a me arriva a un’altra ragazza o un altro ragazzo che come me non ha fatto niente»”. 

La lettera si chiude con la richiesta “che manifestare sia un diritto e non un pericolo” e “che anche in Italia venga finalmente apposto il numero identificativo sulla divisa di ogni poliziotto per individuare chi, con il pretesto della difesa dell’ordine pubblico, si accanisce con violenza sui giovani disarmati alimentando in tutti loro la sfiducia nelle istituzioni che lei, Signor Presidente, rappresenta”. 

Siamo messi così. 

Buon giovedì

Foto di apertura di Marioluca Bariona

 

 

 

Indagine sull’autonomia differenziata: al Sud l’80% è contrario

«L’Italia non è uguale per tutti: non lo è nelle prestazioni del welfare, né sul piano sociale ed economico». Lo affermano la Fondazione con il Sud e Demopolis attraverso un’indagine approfondita, che è stata presentata il 21 maggio a Roma. Se il 70% dei residenti nel Nord promuove i servizi pubblici nel proprio territorio, il dato si riduce al 39% nel Sud e nelle Isole, dove il 61% dei cittadini è del tutto insoddisfatto. Una doppia visione di Paese a seconda di dove si vive, che emerge con più forza quando si parla di autonomia differenziata. Per più di 1 italiano su 2 al Nord è una misura “necessaria e urgente” (solo il 14% al Sud). Per il 66% degli italiani che vivono al Nord l’attuazione dell’autonomia differenziata è una misura positiva, l’opposto avviene al Sud con l’81% che vede negativamente l’attuazione. La grande stagione del Pnrr sembra un’occasione mancata: ma stavolta senza differenze fra Sud e Nord. Alla vigilia delle elezioni europee, meno di un quinto degli italiani confida che le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza saranno spese in modo efficace per far ripartire il Paese. E il 53% degli italiani che non hanno votato negli ultimi anni indica come motivazione la delusione e la sfiducia nei partiti. Sono alcuni dei dati emersi dall’indagine promossa dalla Fondazione Con il Sud condotta dall’Istituto Demopolis su un campione di oltre 4mila intervistati, i cui risultati sono stati presentati dal presidente della Fondazione Stefano Consiglio e dal direttore di Demopolis Pietro Vento. Lo studio ha analizzato l’opinione pubblica nazionale rilevando le dimensioni problematiche che gravano sulla quotidianità e sul futuro del Paese, i divari territoriali e di cittadinanza percepiti dagli italiani, ma anche le propensioni degli intervistati sui temi caldi del dibattito politico come la riforma dell’Autonomia differenziata. «Deve far riflettere che l’80% degli italiani, al Nord come al Sud, siano preoccupati dalla fragilità della sanità pubblica – ha commentato Consiglio – Da questo clima di sfiducia e scettiscismo verso il Pnrr che, in teoria, dovrebbe essere la principale leva di profondo cambiamento positivo emerge un’attesa: che, nella pianificazione dello sviluppo territoriale, lo Stato ascolti e coinvolga realmente imprese e terzo settore. Un elemento cruciale anche per recuperare la fiducia tra i cittadini e, forse, la speranza che il Pnrr non sia completamente un’occasione mancata. Dopotutto – ha proseguito Consiglio – 8 italiani su 10 ritengono che sia il ritardo economico e sociale del Sud a bloccare la crescita complessiva del Paese. Ma ne usciamo soltanto insieme, nei fatti e non a parole».

Servizi pubblici e welfare oggi in Italia: quali sono le priorità dei cittadini per il futuro
Non è solo una faccenda di velocità: le “Italie” sono almeno due per una questione di servizi essenziali. E dopo le crisi sistemiche innescate dalla pandemia e dalla deriva inflazionistica, che hanno sferzato duramente il Paese nell’ultimo biennio, le disuguaglianze si sono acuite e si sono ulteriormente dilatati i divari di cittadinanza. «Meno di un quinto degli italiani – ha spiegato il direttore di Demopolis, Pietro Vento – ritiene che il welfare pubblico garantisca oggi tutte le prestazioni di cui c’è bisogno nella propria regione di residenza. I servizi sociali, la sanità, la scuola sono garantiti nella dimensione strettamente essenziale, nella percezione del 43%. Ma il 38% afferma che non sono più garantiti oggi neanche i servizi fondamentali del welfare, con un dato che a Sud sale al 58%».
A livello nazionale, il 58% degli italiani promuove i servizi pubblici, ma con nette differenziazioni territoriali: in un’ideale pagella scolastica, le prestazioni sui territori ottengono almeno la sufficienza per il 70% dei cittadini residenti a Nord, cifra che si riduce al 57% fra quanti vivono nel Centro Italia e si assottiglia al 39% nel Sud e nelle Isole. Su tutte le possibili ipoteche sul futuro del Paese – secondo l’indagine Demopolis per Fondazione Con il Sud – è la sanità a rappresentare la dimensione più problematica nella percezione dei cittadini: per l’84%, dopo le crisi che si sono susseguite negli ultimi anni, il problema che peserà maggiormente sul futuro dell’Italia è la fragilità della sanità pubblica. La deriva inflattiva e l’aumento del costo della vita, con la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie, sono citati dai due terzi degli intervistati, mentre il 62% richiama le carenze nel welfare e il 59% l’insicurezza urbana e la criminalità.

L’occasione Pnrr e la sfiducia complessiva degli italiani: il governo ascolti
Ma esistono questioni che si sollevano ben oltre la quotidianità nazionale e che iniziano a minacciare il futuro, nella percezione dei nostri connazionali: lo spopolamento e la denatalità, con la riduzione delle nascite e l’invecchiamento della popolazione, citati dal 58%, ma anche gli effetti del cambiamento climatico (53%), che il Paese inizia ad esperire con frequenza sempre maggiore, nelle forme degli eventi estremi, dalle alluvioni alle ondate di calore smodato e di siccità.
Su un dato esiste davvero un’unica Italia: la percezione di inefficacia dei fondi Pnrr. Solo il 16% degli italiani (il 17% al Nord, il 14% al Sud) ritiene che le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, assegnate all’Italia dall’Unione Europea, saranno spese in modo efficace per far ripartire il Paese. Secondo l’analisi condotta dall’Istituto Demopolis per la Fondazione con il Sud, gli italiani individuano due principali problemi che gravano su Comuni e Amministrazioni pubbliche per avviare i progetti del Pnrr: le lentezze della burocrazia e l’insufficienza di figure specializzate nella Pubblica amministrazione (78%), ma anche la bassa qualità o improvvisazione di molti progetti (60%). Un dato che evidenzia come vi sia una percezione consapevole nell’opinione pubblica sui limiti concreti della messa in opera dei progetti del Pnrr, come conferma anche un recente studio promosso dalla Fondazione con il Sud e condotto dal professor Gianfranco Viesti dell’Università di Bari da cui emerge come, soprattutto al Sud, vi sia un forte carenza di dipendenti e personale qualificato nelle Pa. È su alcuni mancati obiettivi, più che su altri, che si rivelano le claudicanti prestazioni del Piano. Il 43% degli intervistati immagina che il Pnrr riuscirà a dotare il Paese di infrastrutture all’avanguardia, ma meno di un quarto confida che possa diminuire il divario tra Settentrione e Mezzogiorno, mentre appena un quinto degli intervistati immagina che il Pnrr possa contenere l’emigrazione delle giovani generazioni verso il nord o l’estero.

L’Autonomia differenziata e l’impatto ipotizzato dal Nord al Sud: il divario
Mentre avanza l’iter parlamentare sul Ddl varato dal governo, la riforma dell’Autonomia differenziata ottiene nel Paese valutazioni in chiaroscuro. Il disegno al vaglio delle Camere prevede il trasferimento di diverse competenze statali alle Regioni, che potranno trattenerne il gettito fiscale, non più distribuito su base nazionale. Malgrado la riforma preveda livelli minimi essenziali di prestazione nei servizi (i Lep) il 53% degli italiani ritiene che sia inopportuna e sbagliata, perché favorirebbe solo le regioni più ricche. È solo del 35% il segmento che la ritiene necessaria e urgente, perché aiuterebbe tutte le regioni.
Nell’analisi condotta sulle valutazioni dei cittadini la variabile “area di residenza” ha un’incidenza marcatissima: la maggioranza assoluta dei residenti a Nord, il 53%, è convinta dell’urgenza della riforma, ma il dato si contrae al 29% nel Centro, per ridursi ulteriormente al 14% nel Sud e nelle Isole. A pesare sui giudizi degli intervistati è innanzi tutto la percezione di quanto l’attuazione dell’Autonomia differenziata possa incidere sulla qualità dei servizi erogati nella regione di residenza. I due terzi degli intervistati a Nord prevedono un impatto positivo della riforma, ma è solo il 38% ad ipotizzarlo per il centro Italia ed appena l’11% per il Mezzogiorno.
Esiste un divario di sviluppo nello Stivale che, a differenza di quanto accaduto in altri Paesi europei, non è mai stato colmato e si è addirittura progressivamente aggravato. E le forme di sostegno, le risorse speciali, i fondi di coesione destinati per decenni alle aree in deficit di sviluppo, poco hanno inciso sulla trasformazione socio-economica del Mezzogiorno e sulla reale unità della Penisola. Di questo gli italiani sono ben consapevoli. Considerando le differenze Nord-Sud, appena il 18% degli italiani ritiene che oggi, sul piano sociale ed economico, l’Italia sia unita. Non lo è per l’82%. Inoltre, il 45% sostiene che il divario si sia aggravato negli ultimi 5 anni, con una percezione che fra i residenti a Sud e nelle Isole sale al 60%.

Lo Stato si occupi di imprese e cittadini con scelte di un respiro condiviso per unire il Paese
L’osservazione delle motivazioni del divario mai sanato si mantiene continua e policentrica. Un primo elemento di riflessione che emerge dall’indagine è questo: i cittadini meridionali (69%) ritengono che il Mezzogiorno abbia inciso poco o per niente nelle scelte della politica nazionale. Per l’80% degli italiani il ritardo economico e sociale del Sud blocca la crescita complessiva del Paese.
Un ulteriore dato Demopolis-Fondazione con il Sud – alla vigilia delle elezioni Europee – conferma le dinamiche di sfiducia istituzionale alla base dell’incremento dell’astensionismo: chi ha scelto di non votare, nelle ultime tornate elettorali, lamenta di certo delusione verso i partiti (53%), ma anche una complessiva sfiducia nella capacità della politica di incidere sulla vita reale delle famiglie (38%) e nella possibilità, votando, di cambiare la gestione della cosa pubblica (36%).
In questo contesto, dal report si evince l’attesa di un approccio rinnovato alle politiche di sviluppo. Per la schiacciante maggioranza degli italiani (65%), ad occuparsi di pianificare lo sviluppo sui territori dovrebbe ancora essere lo Stato, purché con l’ascolto e il coinvolgimento di imprese e cittadini, anche in forma organizzata, affinché l’assunzione delle scelte di interesse collettivo abbia finalmente un respiro condiviso.

Una conclusione preoccupante
Oltre 22 milioni di italiani sono orientati a non votare alle prossime Elezioni europee dell’8 e 9 giugno. Il dato, inedito e appena rilevato, è stato annunciato nel corso della presentazione dell’indagine Fondazione con il Sud – Demopolis “Il Sud e l’Italia alla vigilia delle europee”. Il 53% degli italiani che non hanno votato negli ultimi anni indica come motivazione “la delusione e la sfiducia nei partiti”. A buon intenditor poche parole verrebbe da dire ai politici tutti.

Nella foto: manifestazione contro l’autonomia differenziata, Napoli, 17 marzo 2024

A Gaza colpiti 31 ospedali su 36

ospedale al-Quds a Gaza

Nella Striscia di Gaza sono stati colpiti dalle forze israeliane 31 ospedali su 36. 31 ospedali su 36 vengono definiti “danneggiati” o “distrutti” e a dare i numeri non è Hamas ma l’Alto rappresentante europeo per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, e il commissario europeo per la gestione delle crisi, Janez Lenarcic. 

L’Oms (non Hamas) ha registrato un totale di 890 attacchi a strutture sanitarie, di cui 443 a Gaza e 447 in Cisgiordania: “Tra quelli distrutti c’è l’ospedale Al-Shifa, il più grande complesso medico della Striscia, che rimane oggi completamente fuori servizio”. 

Le testimonianze sul campo (non Hamas) descrivono una situazione drammatica. Un operatore sanitario di Medici senza frontiere racconta che dall’inizio della guerra ha dovuto lasciare ben 12 strutture sanitarie dopo avere subito “26 incidenti violenti, tra cui attacchi aerei che hanno danneggiato gli ospedali, carri armati che hanno sparato contro i rifugi di Msf le cui posizioni erano condivise con le parti in conflitto, offensive di terra contro i centri medici e convogli colpiti”.

L’ospedale da campo a Rafah è stato evacuato perché considerato non sicuro.

Borrel e Lenarcic (non Hamas), in una lettera congiunta, scrivono che gli ospedali di Gaza che sono rimasti in piedi “sono parzialmente funzionanti e operano con gravi limitazioni. A causa della situazione disastrosa, molti di essi sono sull’orlo del collasso o hanno dovuto essere chiusi. L’accesso alle cure mediche di emergenza è ancora più cruciale in un momento in cui i palestinesi di Gaza vivono sotto un costante bombardamento e più di 9.000 feriti gravi rischiano di morire a causa della mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria”.

Buon mercoledì. 

In foto ospedale Al Quds di Gaza dopo i bombardamenti israeliani

Foto di ISM Palestine – originally posted to Flickr as Al-Quds hospital, Gaza City, following Israeli shelling, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5774348

Terremoto ai Campi Flegrei e l’inefficienza dei test di evacuazione

Solfatara di Pozzuoli,, fonte wikipedia commons

È stato un terremoto vero  quello di ieri, non una delle solite scosse a cui l’area flegrea è “abituata”. L’istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia ha registrato una magnitudo di 4,4, la più alta negli ultimi 40 anni. La popolazione ieri si è riversata in strada e chiede più informazione e più sicurezza. Una questione annosa denunciata anni fa su Left dal grande divulgatore scientifico Pietro Greco e in parte ancora irrisolta. Nell’ottobre 2023, il Consiglio dei Ministri ha approvato il Decreto Campi Flegrei che prevede per la prima volta anche un piano di protezione civile, ma ancora non basta. I piani di evacuazione sono poco provati, poche le esercitazioni fatte e in situazioni di panico non bastano. Intanto i cittadini denunciano che verifiche delle strutture iniziate nei mesi scorsi dopo lo sciame di ottobre sono state poche. Ecco cosa sono i campi Flegrei e come funzionano questi super vulcani spiegato da Pietro Greco:

Il 28 settembre 2017, nel giro di mezz’ora, tra le 15:28 e le 15:54, gli strumenti dell’Osservatorio Vesuviano hanno registrato nei Campi Flegrei, tra Pozzuoli e Bagnoli, a nord-ovest della città di Napoli, sei piccole scosse sismiche, di magnitudo Richter compresa tra 0,2 e 0,9, con un ipocentro molto superficiale, localizzato tra 800e 1.800 metri di profondità. Si tratta di piccole scosse, neppure avvertibili dalla popolazione.
Non è che sia tutti i giorni così. Ma è dal 2012 che nei Campi Flegrei si registrano tutta una serie di fenomeni – non solo scosse sismiche, ma anche deformazione del suolo e maggiore emissione di gas e attività delle fumarole – che hanno consigliato gli scienziati dell’Osservatorio Vesuviano di aumentare il “livello di attenzione”. Anche in senso tecnico.
Già, perché i Campi Flegrei sono un vulcano attivo – anche se magari meno appariscente del Vesuvio, con crateri quasi piatti, mentre quello vesuviano si eleva per 1300 disegnando la silhouette di Napoli – localizzato in un’area densamente popolata.

Prima del 2012 il livello di rischio di questo vulcano era classificato con il colore verde: “attività normale”. Negli ultimi cinque anni i fenomeni si sono intensificati e il livello di rischio è stato portato al gradino superiore, il colore giallo: il “livello di attenzione”, appunto. Niente di allarmante. Non ci sono indizi che il livello di rischio possa aumentare ancora, passando al colore arancio, “pericolo, anche se molto localizzato” o addirittura al colore rosso, “pericolo di eventi estremi”, ovvero di un’eruzione.

A crearlo, un po’ più di allarme, c’è stato un articolo, Progressive approach to eruption at Campi Flegrei caldera in southern Italy, pubblicato nel maggio 2017 sulla rivista Nature Communication, da un geofisico inglese, Christopher Kilburn, e da due geofisici napoletani, in forze all’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe Di Natale e Stefano Carlino.
La tesi dei tre studiosi è che un’eruzione del vulcano dei Campi Flegrei è in tempi più o meno rapidi forse più probabile di quanto finora si è pensato. In realtà si tratta di una tesi controversa, non sposata affatto dai loro colleghi.

L’ultima eruzione del vulcano risale a mezzo millennio fa, al 1538. In tutto questo tempo non è che il vulcano dei Campi Flegrei se n’è sia stato tranquillissimo. Spesso ha generato fenomeni piuttosto localizzati, ma niente affatto banali: scosse sismiche, ma anche eventi di bradisismo, con salita e discesa del terreno piuttosto marcate. Negli ultimi 67 anni i fenomeni di accentuato bradisismo sono stati tre: tra l’aprile 1950 e il maggio 1952; tra il mese di luglio 1969 e quello del 1972; e ancora tra il giugno 1982 e il dicembre 1984. Risultato: dagli anni Settanta a oggi il suolo al porto di Pozzuoli si è sollevato di ben 4 metri. Queste attività non preludono necessariamente a un’eruzione. E, infatti, da mezzo millennio eruzione non ce ne sono state. E tuttavia, sostengono Kilburn, Di Natale e Carlino: utilizzando un nuovo modello di analisi, i fenomeni recenti risultano molto simili a quelli che hanno preceduto l’eruzione del 1538. Dunque, stiamo attenti.
Certo, sostengono i critici dei tre studiosi, altri modelli escludono che siamo ai preludi di un’eruzione imminente. Dunque nessun particolare allarme. Ma, appunto, massima attenzione.

Anche perché la storia non è del tutto rassicurante. I Campi Flegrei, infatti, sono tra i 10 o 12 “supervulcani” ancora attivi al mondo. Un altro famoso è Yellowstone, negli Stati Uniti. Si tratta di caldere, come le chiamano i geofisici, che si estendono per chilometri (10 per 15 chilometri, la caldera dei Campi Flegrei) e capaci, di tanto in tanto, di eruzioni catastrofiche. I Campi Flegrei ne hanno conosciute almeno due in passato di queste immani eruzione: quella dell’Ignimbrite Campana, di 39mila anni fa, quando il vulcano ha eruttato qualcosa come 300 km3 di magma e generato colonne incandescenti alte 40 chilometri, capaci di devastare un’area di 1.000 km2 e da far sentire i suoi effetti in tutta Europa. L’eruzione è stata così potente e gli effetti così estesi che alcuni studiosi l’hanno messa in relazione con l’estinzione dei Neanderthal, avvenuta proprio in quel periodo.
Molto dopo, 15mila anni fa, in un nuovo evento, noto come quello del Tufo Giallo Napoletano, i Campi Flegrei si sono ripetuti e hanno eruttato 50 km3 di magma.
Ma non spaventiamoci per questo. Non è di catastrofi simili che stiamo parlando ora.
Già, perché da 15 millenni il “supervulcano” dei Campi Flegrei è sostanzialmente tranquillo. L’ultima eruzione, quella già ricordata del 1538, è stata molto contenuta, anche se ha generato una collina: nota come Monte Nuovo. Nei 3mila anni precedenti i Campi Flegrei sono stati in sostanziale quiescenza. E così negli ultimi 500 anni, dopo il 1538.

Ecco, il pericolo massimo atteso è che in una caldera che, a differenza del Vesuvio, non ha un apparato centrale e si estende per decine di chilometri quadrati, si apra una bocca eruttiva in un luogo non prevedibile con sicurezza che produca fenomeni come quelli del 1538. Con – dicono gli esperti- lancio di bombe e blocchi di grosse dimensioni nell’immediato intorno della bocca; con flussi piroclastici (polveri e gas) pericolosi nel raggio di alcuni chilometri; con ricaduta di ceneri e lapilli a distanza anche di molti chilometri.

Ecco ciò che distingue lo Yellowstone dai Campi Flegrei. la posizione esposta nel caso americano è piccola, nei Campi Flegrei enorme. I fenomeni vulcanici in area napoletana avvengono in un’area molto densamente abitata: le persone esposte al rischio Campi Flegrei sono tra 500mila e un milione di persone. Il che lo rende uno dei vulcani più pericolosi al mondo, anche con eruzioni tipo 1538. Si aggiunga a questo che, a differenza del Vesuvio, la città di Napoli si trova sottovento rispetto alla direzione dei venti dominanti e, quindi, anche lei potrebbe essere coinvolta.

Ma quel è il problema specifico dei Campi Flegrei? Be’, è semplice. Lo indichiamo ora, a bocce (quasi) ferme. Non in condizioni critiche. Il problema è che non c’è un “piano di emergenza”. Un piano che, nel caso il livello di rischio aumenti preveda che deve evacuare, in che modo e dove deve andare. Questo piano, ancorché imperfetto, esiste per il Vesuvio. Occorre che ne sia elaborato uno anche per i Campi Flegrei e, magari, per il terzo dei vulcani attivi nell’area napoletana, il vulcano Ischia.
Questo è il momento di tradurre, senza allarmismi, le conoscenze scientifiche in concreti progetti di prevenzione. Se non ora, quando?

Articolo pubblicato su Left nell’ottobre 2017

Il convegno in onore di Pietro Greco

Torna per il quarto anno consecutivo l’appuntamento dedicato al giornalista, faro della divulgazione scientifica e collaboratore di Left, Pietro Greco. Dopo Luce, Tempo e Spazio, il 24 maggio alle 17 si tiene il convegno presso l’università Roma Tre, dal titolo Sull’acqua, scienza e bellezza. L’incontro, moderato da Marco Motta, giornalista e conduttore di Radio Tre Scienza, prevede interventi di  Elena Pettinelli, Fisica presso l’Università Roma Tre, Franco d’Agostino, Assirologo ,direttore del dipartimento degli Studi Orientali della Sapienza, Annelore Homberg, Psichiatra e psicoterapeuta, presidente Netforpp Europa, Marcello Petitta, Climatologo dell’Università Roma Tre, Alessandro Chiarucci, botanico ed ecologo dell’Università di Bologna e presidente della Società italiana di botanica e Massimo D’Orzi, scrittore e regista. In collaborazione con le associazioni La scuola che verrà e Amore e psiche

 

Qui la presentazione del libro che raccoglie una selezione di articoli di Pietro Greco edito da Left, con la partecipazione, fra gli altri di Giorgio Parisi e Rossella Panarese:

Qui il libro di Pietro Greco edito da Left, presentato da Rossella Panarese, ideatrice  e per anni conduttrice di Radio3 scienza

 

Foto in apertura Solfatara di Pozzuoli  Di User:Kleuske – Opera propria, CC BY 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=342298

«Mettere il rossetto al maiale»

È un piccolo passo ma non è roba da poco. Nella pelosa vicenda di Julian Assange, fondatore di Wikileaks che rischia 175 anni di carcere negli Usa per avere svelato al mondo notizie che il potere avrebbe voluto omettere, perfino sapere di avere il diritto di presentare appello è una buona notizia. 

I giudici britannici dell’Alta Corte, sullo Strand, hanno messo nero su bianco i tre motivi per cui Assange ha il diritto di fare appello: la sua estradizione è incompatibile con i suoi diritti alla libertà di espressione sanciti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la possibilità di essere discriminato in un processo negli Usa a causa della nazionalità australiana che non gli consentirebbe di appellarsi al primo emendamento e il rischio concreto di incorrere nella pena di morte. Sono i tre punti che da anni ripetono i legali di Assange e gli attivisti in sua difesa in tutto il mondo.  

Ci sarebbe poi un quarto motivo, quello che interessa tutti noi: fare passare il giornalismo per spionaggio è una pratica pericolosa per la compressione del diritto di essere informati. Ma su questo ci sarà tempo per discuterne e soprattutto per accorgersene. Ora si dovrebbe chiudere quanto prima questa tortura che vede un uomo con l’incontestabile merito di avere svelato al mondo i crimini della guerra in Iraq e Afghanistan – che rimane un’ottima lezione per le guerre d’oggi – ridotto a una larva in un carcere duro nel Regno Unito dopo anni passati nei pochi metri quadrati dell’ambasciata londinese in Ecuador.

La moglie Stella ieri ha detto che gli Usa vorrebbero “mettere il rossetto al maiale” per rendere potabile un gioco sporco. Forse sarebbe il caso di smettere. 

Buon martedì. 

Nella foto: frame del video dei sostenitori di Assange, Londra, 20 maggio 2024

Mimmo Lucano: «Porterò in Europa l’utopia concreta di Riace»

Mimmo Lucano

Ci sono persone a cui la storia consegna un fardello da portare con rigore. Che sia per ingenuità o caparbietà, che sia per coraggio o per ostinazione, queste persone non si fermano, non riposano, non poggiano a terra il peso di una battaglia per dire: basta, non posso più.
A Roma diremmo che “chi nasce tondo, non muore quadrato” e per quanto la vita sia un infinito rincorrere la dimostrazione che invece non sia così, che tutti noi cambiamo continuamente scossi dagli eventi e dagli incontri, questa piccola massima popolare per alcuni diventa un vestito magnifico e terribile, che non si può riporre. Ci sono, queste persone. Molte rimangono nell’anonimato, tante, proprio per questa straordinaria condotta, diventano icone, senza desiderarlo.
Mimì Lucano è una di queste.

Torniamo sulla vicenda di Domenico Lucano a distanza di qualche mese. Left non ha mai fatto mancare la sua attenzione alla battaglia di giustizia di questo combattente per l’accoglienza e la libertà ma nel preparare questo nuovo appuntamento con Mimmo, una notizia importante ha trasformato in verità giudiziaria una consapevolezza che non ha mai lasciato l’opinione pubblica del nostro Paese. Tra colloqui telefonici notturni, e incontri assolati tra Riace e Roma, abbiamo ripercorso insieme a Mimì la sua storia. Non un semplice esercizio di verità bensì ripartiamo da oggi. Da un tempo di guerra e da una sentenza d’assoluzione (il 12 aprile sono state pubblicate le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Reggio Calabria ndr) che finalmente mette nero su bianco la violenza di un impianto accusatorio originario, quello del processo Xenia del Tribunale di Locri, che è poco dire vessatorio.

«Voglio cominciare da una delle ultime iniziative a cui ho partecipato a San Giovanni in Fiore, il paese di Mario Oliverio, ex presidente della Regione Calabria. La persecuzione giudiziaria che ha subito Oliverio ha tanti tratti in comune con la vicenda giudiziaria che ho attraversato negli ultimi anni ma non li affronterò ora, si possono ritrovare nel libro di Adriana Toman Pregiudizio di Stato (Città del sole edizioni). Quello che voglio dire è che abbiamo subito assieme a Mario una persecuzione che non era personale, ma politica, perché in Calabria nulla doveva cambiare, né dall’alto, né dal basso. L’attacco che ho subito sta tutto qua.

Chi mi attaccava con ferocia voleva dirmi questo: fai il sindaco, non andare oltre, non interessarti di questioni politiche troppo grandi, rimani neutrale. Ho fatto il contrario e Riace è diventata l’icona dell’accoglienza contro la retorica dei porti chiusi e questo ho pagato. Del libro sul caso Oliverio mi rimane impresso il titolo di un capitolo “Cristo si è fermato a Eboli, ma è risorto a Riace”. Mi fa pensare». Mimì l’architetto di comunità, Mimì il costruttore di mondi, Mimì il sindaco e Mimì il militante, Mimì il curdo e Mimì capatosta: quanti volti possiamo essere quando siamo parte di una storia più grande. Ma in questi anni l’opinione pubblica è stata travolta da un altro racconto.

Mimì – chiediamo – ti hanno descritto come un criminale pronto a lucrare sui migranti, ti hanno insultato, offeso, esiliato. Oggi che i giudici di appello di Reggio Calabria, non solo ti assolvono, ma ti riconoscono di aver guardato in alto, forse troppo in alto, per costruire un progetto di accoglienza ostinato, che ti rimane di questa battaglia?
«Orgoglio. Più della libertà, aspettavo parole che mi restituissero giustizia per un orgoglio ferito. Il mio, quello dei miei figli, quello dei tanti che senza confini hanno sentito Riace come una speranza politica e sociale per un mondo più giusto, non solo per i migranti. Cosa valgono le nostre battaglie, se non possiamo con la nostra ostinata convinzione affermare l’orgoglio di essere stati dalla parte giusta, senza arricchirci, senza risparmiarci. Cancellare il sospetto, controbattere il tentativo di avvelenare l’opinione pubblica, questa è la soddisfazione della sentenza che mi ha riguardato. Perché non ero solo io a essere colpito ma tutti i popoli che non hanno mai cessato di lottare per la libertà, tutte le persone che per questo si sono sacrificate». E continua: «Ho iniziato a fare il sindaco con lo stesso spirito che avevo quando, giovane militante di estrema sinistra, partecipavo al collettivo Salvador Allende. Erano gli anni dei meeting di Porto Alegre e per me la dimensione locale non poteva essere distante da qualcosa di più grande. Poi è arrivato il vento, lo sbarco di quei primi migranti che venivano dal Kurdistan, con la forza di una storia di lotta e riscatto, e come una serie di coincidenze che si intrecciano una dopo l’altra è nato in questo piccolo paese un laboratorio politico dove l’urgenza di accogliere si univa all’impegno per non veder morire la nostra economia, le nostre città. Nelle parole di quei primi migranti c’era un’utopia, quella del confederalismo democratico che parlava a un’altra utopia, quella di Tommaso Campanella e Gioacchino da Fiore, e un socialismo libertario, umano, che rifiutava il dogmatismo».

Nelle parole di Mimmo, tutto si tiene. Tutto è cristallino. Ci sono le persone che lo accompagnano ancora oggi, che siano ancora presenti con Alex Zanotelli o Giancarlo Maria Bragantini, o che rimangono fisse nella sua memoria, come Dino Frisullo. Sono passati vent’anni dall’inizio del suo mandato da sindaco, tanti ministri degli Interni, un impegno costante ad aderire ai programmi nazionali d’accoglienza, programmi Sprar, i Cas, e poi ancora programmi speciali come quello per l’accoglienza dei profughi palestinesi durante la guerra in Iraq.

«Siamo passati attraverso ogni capitolo delle politiche emergenziali sull’accoglienza, prima l’emergenza Nord Africa, poi l’emergenza Lampedusa e ancora oggi sulla stessa linea, sempre decreti del ministero degli Interni, mai che si fosse scelto di trattare l’accoglienza come una politica sociale nazionale. In questo Paese dovremmo chiederci se non sia questo il problema. Aver subordinato ogni politica sull’accoglienza alla logica dell’avversione e del contrasto, una scelta ideologica contro le persone. Il Ddl Cutro, gli accordi bilaterali, i lager libici, i progetti di deportazione in Albania, continuano sulla stessa strada. Una strada che ha generato morte e dolore, e non è servita a niente. Ma in tutto questo c’è stata Riace, e per la prima volta, in un villaggio di mille o poco più abitanti, l’accoglienza diventa la soluzione all’abbandono, al declino demografico, al dramma sociale delle nostre comunità. È bastato considerare la bellezza delle persone che arrivavano, e rifiutare la paura».

La destra che conosciamo in Italia, ha lo stesso progetto neocolonialista dovunque la si guardi, qua come in Europa, mossa da una fame di conquista che guarda a Sud, che siano interessi, esseri umani, risorse naturali. Come l’acqua, quella che a Riace è stata riaffermata come bene comune essenziale nello statuto comunale con Lucano sindaco. Un vecchio adagio dice “prendere il potere, per perdere il potere”: cedere sovranità in basso, ribaltare la piramide, ecco la sfida più difficile della politica del nostro tempo. Attorno a Riace, tante ambasciate d’umanità sono nate senza un piano, ma riconoscendosi in una eguale utopia e tu sei diventato cittadino onorario del mondo, proprio quando sembra proprio nel mondo, e in Europa, sembra ce ne sia più che mai bisogno.

«Matteo Salvini è venuto a Riace tre volte. Tre volte per intossicare una storia di emancipazione dall’oppressione e di speranza per costruire un modello umano di accoglienza. Sono totalmente da rifiutare politiche che sono un simbolo dell’arroganza del potere e del cinismo e che rappresentano l’anima selvaggia della destra qua come altrove, che si parli di migranti, o di grandi opere dannose come il Ponte sullo stretto».
«La mia battaglia da militante politico – continua – l’ho condotta da sindaco, e non da sindaco. In questi anni non ci siamo fermati, abbiamo ripreso a mettere fondamenta dove questa destra e non solo la destra, avevano voluto seminare deserto. Per questo, continuare a combattere per Riace non è ambizione politica, ma è il progetto consapevole di chi ha visto l’invasione di una nuova umanità, che non ha portato paura ma rinascita in un piccolo angolo di Europa che era destinato a morire. Questa Europa dove si decide del destino delle nostre comunità ha bisogno che allo stesso modo venga invasa da militanti che condividano una politica fatta di ideali. Zanotelli dice: siamo ciò che incontriamo. In questi anni ho incontrato tante e tanti con cui mi sono sentito di condividere sguardi comuni, e con loro penso ancora che possiamo rincorrere l’impossibile e costruire un mondo migliore. Da te a Garbatella, Amedeo, con compagni come te e Massimiliano Smeriglio che ha tenuto in mano una bandiera di pace in Europa, mentre troppi si sono arresi a logiche di guerra. Correrò alle elezioni europee, lo farò con la mia storia, da indipendente dentro Alleanza Verdi e Sinistra, sempre con la speranza, che non solo potremo costruire una storia di sinistra libera da dogmatismi e personalismi, ma che arriveremo a riunire le tante Riace che ho incontrato in questi anni per abbattere le mura di questa Fortezza Europa che ha fallito».

Sorride per un attimo Mimì, ma gli occhi non sono sereni. Per chi crede in un mondo migliore, un mondo di pace, l’ansia di sfidare ancora una volta lo spirito del tempo e lanciarsi in una nuova battaglia non può godere nemmeno della restituita dignità dopo tanto fango. Il mare è ancora là, con naviganti in cerca di umanità, il frastuono delle bombe troppo vicino, ma possiamo fare ancora la nostra parte. Senza paura.

 

L’autore: Amedeo Ciaccheri è presidente del Municipio VIII di Roma

In foto Mimmo Lucano nella piazzetta di Riace, foto di Carlo Troiano – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=71917223

Cala la produzione industriale, aumentano le ore di Cig. E il governo tace

Il Report “Congiuntura Flash”, pubblicato dal Centro studi di Confindustria, del mese di maggio presenta un’immagine molto chiara dell’andamento dell’economia italiana nel primo trimestre di questo 2024.
La possiamo immaginare come una foto in bianco e nero e senza sfumature. L’economia sì, cresce. Ma in modo pericolosamente disarmonico. Le prime righe del Report sintetizzano questo processo in modo lapidario: «Nel 1° trimestre 2024 il Pil italiano è cresciuto (+0,3%), anche se la produzione dell’industria e i consumi di beni si sono contratti. In positivo il turismo (su livelli record), i servizi (in moderata crescita) e l’export netto. Agiscono negativamente i problemi nei trasporti mondiali di merci, l’energia ancora cara, i tassi ai massimi. La fiducia di famiglie e imprese è in calo».

Sullo sfondo, il prezzo del petrolio, ancora alto seppur sulla via della moderazione e l’inflazione, bassa in Italia nel mese aprile, +0,8, ma la cui discesa si è fermata nell’Eurozona (+2,4%), con la “Core” – dalla quale è escluso l’andamento dei prezzi di beni energetici e alimentari – alta (+2,7%) rispetto alla soglia ottimale del +2,0%.
Il risultato di questo insieme è il calo della domanda interna, segnato dalla frenata dei consumi, in particolare di beni, confermata dalle vendite al dettaglio che vanno giù del -0,4% nel primo trimestre.

Vogliamo, però, qui concentrarci su un dato concretamente allarmante. Spiega il Report che «a marzo si è avuta un’ulteriore flessione di RTT nell’industria – il Real Time Turnover Index è un indicatore che traccia la dinamica del volume di attività economica in Italia, basato sui dati di fatturazione elettronica delle imprese, adottato dal Centro Studi Confindustria nel 2023 -, dopo quella lieve di febbraio; insieme al calo delle scorte, ciò è coerente con la riduzione registrata dalla produzione (-0,5% a marzo, -1,3% nel 1° trimestre). Per aprile, indicatori tutti negativi: l’HCOB PMI – che misura la salute dei settori manifatturiero e dei servizi – è scivolato di nuovo in area di contrazione (47,3 da 50,4) […] mostra un lieve peggioramento delle attese sulla produzione; continua l’altalena, su bassi livelli, della fiducia delle imprese manifatturiere».

Dati che sono, d’altronde, coerenti con quelli sulla Cassa integrazione elaborati dal nostro Centro Studi di Lavoro&Welfare, i quali registrano che, nel primo trimestre del 2024, sono state autorizzate oltre 135 milioni di ore di Cig, ossia il 7,03% in più rispetto allo stesso periodo del 2023.
Nel 2024, fino a marzo, i settori che richiedono più ore sono quello Meccanico, il Metallurgico, il Commercio, il Tessile e la Chimica.

Insomma, in questo momento la tenuta del Prodotto interno lordo del Paese è sostenuta, in sostanza, dal solo turismo e dai servizi. Per un Paese industriale come il nostro questo fatto dovrebbe far suonare forte l’allarme in tutto l’universo politico. Non abbiamo l’impressione che sia così.

IL FERMAGLIO di Cesare Damiano, già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare

Nella foto: manifestazione sindacale unitaria per il futuro di Stellantis, Torino, 12 aprile 2024 (Marioluca Bariona)

Quale modello di Europa vorrebbe l’estrema destra, Meloni getta la maschera

Meloni alla convention di Vox, frame video

Se in passato i membri dell’attuale governo, in vario modo, e i loro preoccupanti alleati europei affermavano di voler far uscire i rispettivi stati dall’Unione, ora non nascondono l’intenzione di cambiare l’Europa. Anche in campagna elettorale si sentivano spesso affermazioni come «per l’Europa la pacchia è finita», oppure «vogliamo un’Europa diversa». Il problema è che a parlare di Europa, proponendo linee di cambiamento pericolose, sono politici che non hanno accolto la lezione di Spinelli e di Ventotene, e che non si riconoscono pienamente nell’esperienza fondativa del progetto europeo, la resistenza e l’avversione a nazi-fascismo, e più in generale ogni forma di nazionalismo forte, causa di guerre e odi culturali insensati.
Se la presidente del Consiglio Meloni ha assunto almeno in apparenza, nelle situazioni internazionali più esposte, toni e atteggiamenti improntati a forme di maggior equilibrio, per gestire in modo camaleontico la diplomazia in vista del suo tornaconto, non ha però rinunciato al progetto di cambiare l’Europa a sua immagine, e lo si è visto continuamente. E nei giorni scorsi abbiamo assistito a un episodio di questo tipo che intristisce molto.
I ministri degli interni di 15 paesi Ue, fra cui l’Italia, non contenti del nuovo Patto su migrazione e asilo da poco approvato – che già va a ridurre drasticamente l’atteggiamento di solidarietà e umanità che dovrebbe invece guidare l’Europa – hanno inviato alla Commissione una lettera in cui auspicano l’adozione del modello Ruanda, come nella Gran Bretagna del conservatore Sunak.
Perciò, non solo esternalizzazione delle frontiere – senza curarsi del fatto che ci si affida a regimi autoritari come in Libia, Tunisia e Turchia – ma anche intenzione di esternalizzare lo smistamento – quasi i migranti per loro fossero una merce, soggetta a reso nel caso non vada bene per i nostri interessi. Sempre più con Meloni &Co si parla di Europa Fortezza.
Senza voler fare meccanici accostamenti, mi è tornato in mente, tuttavia, lo stesso libro da cui partiva il mese scorso un mio intervento sulle pagine di Left: LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, di Victor Klemperer. Lo studioso vissuto sotto il regime hitleriano annotava un’espressione centrale per la propaganda ideologica nazista, «la fortezza Europa», che doveva chiudersi, in uno spazio solo fisico (e perciò gretto e limitato), in cui riconoscersi ossessivamente, annullando ogni contatto con culture diverse per mantenere nell’isolamento la propria purezza e continuare la battaglia per annientare l’altro. Klemperer ricorda anche che nel 1938 i discorsi di Mussolini e Hitler alimentavano l’idea di un lavoro congiunto per il progetto di una nuova Europa, quella che abbiamo appena descritto.
Nonostante la distanza di anni, il libro mantiene la sua stringente attualità anche su questo punto. E, oggi come allora, certi leader politici non capiscono che lo spazio europeo è uno spazio mentale e culturale, dunque aperto, senza confini reali da imporre con la forza. Klemperer nelle pagine del taccuino torna con la mente ad alcune sue ricerche accademiche, sulla concezione di Europa nella cultura francese: da studioso aveva messo in luce come a definire quello spazio fosse uno “spirito” e non un’appartenenza territoriale, e proprio per questo si trattava di un’Europa estendibile, senza che ciò comportasse il rischio di perdita delle radici, anzi rinnovate e riscoperte nei vari incontri, proprio perché l’autentica immagine di Europa stava, sta e dovrebbe rimanere nei «termini di pacifismo, internazionalismo e umanità»

 

L’autore:Matteo Cazzato è dottorando in filologia all’Università di Trento

La biodiversità nel dibattito per le elezioni europee?

In Italia è a rischio il 46,3% degli ecosistemi naturali e seminaturali, ovvero circa un quinto di tutta la superficie del Paese. È quanto emerge dalla Lista rossa degli ecosistemi d’Italia, elaborata dall’unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), che si occupa di monitorare lo stato di salute delle specie e degli ambienti.

Openpolis che ha analizzato i dati spiega che l’eco-regione adriatica è quella con più ambienti vulnerabili (94% degli ecosistemi). Seguono quella tirrenica e la padana, con rispettivamente l’87% e l’81% degli ambienti a rischio. Quest’ultima è l’area con la quota più elevata di ecosistemi in pericolo critico (il 14%) e l’unica in cui non è presente alcun ecosistema che possa essere considerato a basso rischio (il 18% non risulta censito). Le zone meno vulnerabili sono invece quelle montuose, in particolare l’ecosistema alpino, che per il 72% risulta essere a rischio basso o inesistente.

Secondo il Wwf, tra 1970 e 2018 il numero di specie a livello globale si è ridotto del 69%. L’Istat dice che quasi un quarto dei cittadini italiani considera la perdita di biodiversità una delle cinque preoccupazioni ambientali prioritarie. Si tratta di un numero altissimo, praticamente inesistente nel dibattito politico. Anzi, spesso quelle persone vengono additate come ecoterroristi, ambientalisti incalliti. Sono i famosi “signor no” a cui fa riferimento spesso e volentieri il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Matteo Salvini. 

Ci si aspetterebbe che poco prima delle elezioni – soprattutto elezioni così importanti come quelle europee – tutti i partiti facciano a gara per strumentalizzare il tema (in tempi di magra perfino una strumentalizzazione potrebbe essere un segno di vita). E invece niente. 

Buon lunedì. 

Nella foto: Valli di Comacchio (Carlo Pelagalli)