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La parola indicibile sulla strage di Brescia

Ieri il governo si è dimenticato di commemorare la strage di piazza della Loggia. La strage di matrice neofascista di cinquant’anni fa probabilmente imbarazza ancora cinquant’anni dopo. Ma chi può sentirsi imbarazzato se non coloro che si sentono eredi della cultura politica dei mandanti?

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ieri ha detto che gli attentatori volevano «punire e terrorizzare chi manifestava contro il neofascismo e in favore della democrazia», ma era anche «un tentativo di destabilizzazione contro la Repubblica italiana e le sue istituzioni democratiche. In Italia vi era chi tramava e complottava per instaurare un nuovo regime autoritario. Contro la Repubblica, nata dalla lotta della Resistenza, che aveva indicato le sue ragioni fondanti nella democrazia, nella libertà, nel pluralismo, nella solidarietà, principi scolpiti nella Carta Costituzionale».

A Brescia a rappresentare il governo c’era la ministra Anna Maria Bernini. Il presidente del Senato Ignazio Maria Benito La Russa non è riuscito a pronunciare la parola “fascista”. Nè lui né il presidente della Camera erano presenti a Brescia. Rimane per terra il post con cui il quotidiano Secolo d’Italia scrive “Sì, la Repubblica italiana è a Brescia, dove c’era Mattarella. Ma è anche a Caivano dove c’era la premier”. Giorgia Meloni era a Caivano e in serata ha scritto “continueremo a lottare contro ogni forma di terrorismo, affinché libertà e democrazia restino i soli pilastri sui quali si fonda la nostra Nazione”. Ma anche a lei manca la parola indicibile. 

Buon mercoledì. 

Nella foto: La piazza pochi istanti dopo l’esplosione (Silvano Cinelli wikipedia)

Ridurre il debito pubblico è una questione di democrazia

Il debito pubblico non è il convitato di pietra di questa stagione che passerà per le elezioni europee, per condurci alla legge di Bilancio del 2025. È un elemento dinamico, l’interpretazione del quale definirà la prospettiva futura del Paese.
Lo ha spiegato molto bene, al Festival dell’economia di Trento, un italiano che si trova nella posizione per farlo con autorevolezza in questo passaggio storico: Paolo Gentiloni, commissario europeo uscente all’Economia.
Questo è l’anno nel quale entra in vigore il nuovo Patto di stabilità e crescita dell’Unione europea che prevede, per i Paesi con un debito superiore al 90% del Pil, che provvedano a ridurlo di un punto percentuale ogni anno; e per i Paesi con un debito compreso tra il 60% e il 90%, che lo ridimensionino dello 0,5% all’anno.

«Sulla spesa corrente – spiega Gentiloni – occorre un certo equilibrio, ma in ogni caso il limite alla crescita economica non deriva dalle regole di bilancio riformate: il rischio è che se non mettiamo il debito su un percorso di riduzione che le nuove regole consentono graduale, ragionevole e per niente drammatico, una reazione non arriverà dal mio successore bensì dai mercati e penso che l’Italia non lo meriti e non possa permetterselo». La credibilità è sempre il parametro che definisce il debitore agli occhi del creditore. Perciò, chiosa Gentiloni «forse sono troppo ottimista, ma spero che gli italiani, e soprattutto chi governa, pensino che una graduale riduzione del debito sia un fattore positivo. Il nuovo Patto di Stabilità non deve preoccupare: ridurre il debito è un’esigenza democratica».
In fin dei conti, osserva il commissario, «il problema dell’Italia non è di sicuro il recepimento delle risorse per gli investimenti. Il limite alla crescita non deriva dalle regole di bilancio, … c’è un grande margine in Italia per gli investimenti, e in alcuni casi c’è anche un surplus». Quindi «sarebbe un grandissimo errore per un Paese come il nostro ignorare che un graduale e flessibile percorso di aggiustamento del debito è la soluzione più giusta. Fa bene alla nostra economia, agli investimenti, fa bene ai cittadini».

Insomma, un commento chiaro alla narrazione della destra che, da una parte, insiste nel reclamare nuovi fondi Ue mentre stenta a condurre in porto gli enormi finanziamenti del Pnrr; dall’altra, vuole portarci in un’Europa delle piccole patrie, confederale e sussidiaria: una palese contraddizione.
E, in questo senso, Gentiloni ci interroga: «Vi ricordate di quel brutto acronimo, Pigs,con cui ci chiamavano nelle fasi più dure della crisi dell’eurozona? Beh, adesso questi Pigs volano. E lo fanno perché hanno agito sulla riduzione del debito». Pigs (maiali) ricordiamolo, è un termine che fu adottato, nelle ore più buie della crisi degli anni Dieci di questo Secolo, dalla stampa internazionale per designare i Paesi che affondavano nella crisi del debito: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Ai quali si aggiunsero successivamente Irlanda e Gran Bretagna (Piiggs). Oggi, il debito costa a quei Paesi meno di quanto a noi non costi il nostro. Gli investitori gli riconoscono, insomma, maggiore credibilità.
Se vogliamo ricostruire una consistente prospettiva di crescita economica, dobbiamo riconoscere questo fatto. E dotarci così della capacità di attuare politiche industriali e difendere il welfare pubblico: previdenziale, sanitario e degli ammortizzatori sociali, per non parlare della scuola e della formazione. Tutto ciò che definisce la qualità della cittadinanza. Come dice Gentiloni, in ultima analisi, è una questione di democrazia.

IL FERMAGLIO di Cesare Damiano, già sindacalista e parlamentare in tre legislature, è stato ministro del Lavoro ed è presidente dell’associazione Lavoro & Welfare

Nella foto il ministro dell’Economia e finanze Giancarlo Giorgetti e il viceministro Maurizio Leo, Roma 9 aprile 2024 (governo.it)

Pietà per i morti, nessun perdono per i collaborazionisti

Rispondere con il sangue dei bambini massacrando profughi è terrorismo. Rispondere alla Corte dell’Aia martoriando gli sfollati è la cifra politica di un governo che viene ritenuto democratico solo da un stuolo di miopi commentatori: Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra alla stregua di Putin, di Hamas.

La “più grande democrazia del Medio oriente” è uno stato guidato da razzisti criminali che stanno riuscendo nel capolavoro di smentire perfino i suoi sostenitori più accaniti. “Siamo inorriditi, quello che è successo dimostra ancora una volta che nessun luogo è sicuro a Gaza. Continuiamo a chiedere un cessate il fuoco immediato e duraturo”, ha detto l’infermiera italiana Gaia Giletta da Rafah. Come spiega ActionAid “sono stati colpiti i rifugi di fortuna che ospitano sfollati palestinesi, situati accanto ai magazzini dell’Agenzia Onu per i profughi palestinesi (Unrwa), contenenti aiuti umanitari vitali. Luoghi – scrive l’Ong—che dovrebbero essere sicuri per i civili, e che invece sono diventati bersagli di una violenza brutale. Bambini, donne e uomini sono stati bruciati vivi sotto le loro tende”.

Pietà per i trucidati da entrambe le parti ma nessun perdono per chi, anche dalle nostre parti, è complice di un massacro che ha l’unico scopo di cancellare un popolo e uno Stato. E allora il primo passo è riconoscere quello Stato, la Palestina, per dimostrare che la comunità internazionale è capace almeno di porre un limite al suo stringere mani insanguinate. 

Buon martedì.  

Tutte le strade per impedire la fine dei diritti universali

Secondo l’articolo 3 della Costituzione, democrazia e diritti sociali vanno di pari passo: la democrazia garantisce i diritti sociali; i diritti sociali danno sostanza alla democrazia.
L’Autonomia differenziata e il premierato assoluto di Salvini e Meloni – stretti in un patto scellerato – infliggono colpi mortali alla democrazia e ai diritti sociali.
Non a caso da 6 anni diciamo che l’ad non riguarda solo il Sud, ma tutti/e dovunque risiedano. Attraverso i Lep verranno ulteriormente abbassati i livelli delle prestazioni sociali, già colpiti dai tagli alla spesa pubblica e dalle privatizzazioni. In Lombardia solo chi è ricco può usufruire dei servizi sanitari, perché le privatizzazioni costringono a pagare di tasca propria quello che il servizio pubblico dovrebbe garantire. I Lep sono la tomba dei diritti sociali in ogni regione del Paese; certo le regioni con bassi redditi saranno più colpite e continueremo a vedere i viaggi della speranza, quelli intrapresi da chi deve andare al Nord per curarsi.
Le regioni entreranno in competizione tra di loro per attrarre investimenti allora si abbasseranno i livelli di protezione dell’ambiente, del territorio, dei beni culturali, della sicurezza sul lavoro. Ogni regione avrà la propria scuola, la propria sanità: fine dei diritti universali uguali per tutti/e.

Ma non c’è dubbio che il piatto più avvelenato è quello che viene riservato al Sud.

Mentre il Nord è il laboratorio di un progetto propagandistico di individualismo corporativo sordo a qualsiasi esigenza della collettività, mentre al Nord si persegue un disegno di secessione dei ricchi, gli apprendisti stregoni del governo stanno facendo del Sud il laboratorio di un progetto di istituzionalizzazione delle diseguaglianze, inchiodando cittadine e cittadini alle attuali condizioni di profondo arretramento che riguardano i servizi sociali, le infrastrutture, la vita. Voi, le vostre vite.
Le oligarchie, che avranno in mano le decisioni sull’economia e sui diritti sociali, impediranno per sempre uno sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile del Mezzogiorno, condannato da questo governo a nuove servitù e schiavitù.

La segretaria del Pd Elly Schlein alla Via Maestra a Napoli

Qualche giorno fa Demopolis e Fondazione con il Sud hanno segnalato le diseguaglianze che minano l’unità del Paese. Per il 66% degli italiani che vivono al Nord l’attuazione dell’autonomia differenziata è una misura positiva. Il Sud, per l’81%, è radicalmente contro la sua attuazione. Divari territoriali già enormi si amplificheranno. Da parte del governo Meloni-Salvini nessun ascolto delle voci di chi si oppone al disegno di rottura dell’unità della Repubblica.

Tra qualche giorno il ddl Calderoli sarà infatti approvato, congiungendo il proprio destino – ancora una volta – al percorso sul premierato nel suggello di quel patto infame tra due contraenti che nulla e nessuno ha fermato: il governo non ha dato ascolto alla Banca d’Italia, non all’Ue (che ha parlato di rischio per i conti pubblici), non all’Ufficio parlamentare di Bilancio, che ha dimostrato che dall’ad deriverà un ulteriore aumento delle diseguaglianze. E a nulla sono valse le forti critiche della Conferenza episcopale italiana, che quotidianamente, con il cardinale Zuppi, con monsignor Savino, sottolinea il pericolo imminente e che ha annunciato la pubblicazione di un documento contrario all’ad. Nella nota di qualche giorno fa sottolinea «la lesione del principio di unità della Repubblica. Tale rischio non può essere sottovalutato, in particolare alla luce delle diseguaglianze già esistenti, specie nel campo della salute».

Un consenso elettorale minimo dà la possibilità ad un governo autoreferenziale di mirare alla realizzazione di riforme che stravolgono completamente i principi fondativi della nostra Costituzione (uguaglianza, solidarietà, partecipazione democratica, autonomia e regionalismo cooperativo). Fermiamoli! Con l’Ad e il premierato assoluto si espropria il Parlamento delle sue competenze legislative, si cancella ogni possibilità di partecipazione democratica, si distruggono i diritti sociali e politici presidio della dignità della persona, depotenziando definitivamente il conflitto (pensiamo all’affiancamento di contratti regionali al contratto collettivo nazionale) e, con esso, le conquiste di lotte decennali.

Manifestazione Via Maestra, Napoli, 25 maggio 2024

I Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata e il Tavolo NOAD – che sono stati promotori e sostenitori della raccolta di firme in Emilia Romagna per chiedere al presidente di regione Bonaccini di non procedere con le intese in quella regione, dando vita a una legge di iniziativa popolare che attende di essere discussa – proseguiranno la loro attività di contrasto con tutti i mezzi che la democrazia consente e saranno sempre con tutti e tutte coloro che vorranno continuare a combattere questo progetto eversivo. Basta ambiguità, balbettii, meline.

Da questa piazza deve giungere forte e chiaro un appello all’esercizio della responsabilità di tutti e di ciascuno. Chiediamo che continui forte la battaglia di opposizione alla Camera e, se mai il ddl Calderoli dovesse essere approvato, si tentino tutte le strade per impedirne l’attuazione – dall’impugnazione della legge davanti alla Corte cost. da parte delle singole Regioni al referendum abrogativo. E non rassegniamoci alla distruzione dei diritti sociali, ma con la mobilitazione e le lotte difendiamoli e ricostruiamoli.
La nostra Via Maestra è la concretizzazione dei principi contenuti nei primi 12 articoli della Costituzione.

L’autrice: Marina Boscaino è portavoce nazionale dei Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e del Tavolo NoAd. Questo è il suo intervento per la Via Maestra a Napoli, 25 maggio 2024. Alla manifestazione hanno partecipato 50mila persone, con interventi dei costituzionalisti Massimo Villone e Gaetano Azzariti e del segretario Cgil Maurizio Landini

In apertura: una immagine della manifestazione di Napoli, 25 maggio 2024

 

Meloni, il sasso, la mano, il premierato

Alla fine la spacca, non la va. O meglio, Giorgia Meloni ci fa sapere che il premierato che doveva essere “la madre di tutte le riforme” ora è una delle tante proposte sul tavolo di un governo che alimenta le promesse consapevole che ci sarà sempre qualche potere forte da usare in caso di fallimento. 

Qualche giorno fa la presidente del Consiglio aveva detto “o la va o la spacca” riferendosi alla riforma costituzionale per accentrare ancora più poteri al presidente del Consiglio. La frase non è stata indovinata. In Italia ogni volta che qualcuno pronuncia la modifica della Costituzione il pensiero scivola veloce alla sicumera con cui Matteo Renzi si è schiantato da presidente del Consiglio. La strategia quindi cambia in corsa: se la riforma non passa, dice Meloni, semplicemente «vorrà dire che gli italiani non l’hanno condivisa». 

La marcia indietro però puzza. Meloni che ha personalizzato ogni passo del suo governo, Meloni che gioca a fare l’uomo forte in mezzo a quei mollaccioni dei suoi alleati e a quei ridicoli dei suoi avversari ora indossa la maschera della statista per schivare la possibile frana. «Qualcuno si vuole opporre con il corpo a questa riforma», dice riferendosi alla segretaria del Pd Elly Schlein. È il solito artifizio retorico di parlare degli altri per fortificare la proiezione di se stessa. Il punto non è l’opposizione che per definizione si deve opporre (troppo poco, verrebbe da dire, osservando fin qui), il punto è che Meloni non ha ancora gettato il sasso e già ha tolto la mano perché sa bene che la spinta del suo cognome come brand non è una garanzia eterna. Ora le tocca fare politica, mostrare il cielo sopra il tetto di cristallo. Tanti auguri. 

Buon lunedì. 

Nella foto: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni frame del video (pagina ufficiale Fb), festival dell’Economia di Trento, 24 maggio 2024

La rivoluzione culturale della nonviolenza. A colloquio con Mauro Biani e Roberto Vicaretti

Mauro Biani, guerra e normalità 2022

Parole e immagini. In dialogo serrato e appassionante. Da una parte le vignette di Mauro Biani, immediate, incisive, come graffianti editoriali. Dall’altra l’approfondimento e le domande cruciali sollevate dal giornalista Roberto Vicaretti. In comune l’attenzione per i diritti umani, per i temi della pace e della nonviolenza, a cui l’illustratore ha dedicato tante sue opere grafiche, e il giornalista di Rai news i suoi libri (fra cui Non c’è pace scritto con Romina Perni). Da questo intreccio di percorsi nasce il libro Dove sono i pacifisti? (People) che i due autori presentano il 2 giugno alla Festa dell’Anpi provinciale della Capitale “Roma libera e antifascista”, che si svolge per tre giorni dal 31 maggio.
Per presentare questo loro denso, prezioso, libro – che contiene un loro dialogo (il titolo è già un programma: Per la pace, una sfida culturale e costituzionale) e sette capitoli di vignette commentate – li abbiamo intervistati, a partire da una medesima domanda, ma separatamente, per fare emergere meglio le loro differenti personalità e profili professionali. Ecco cosa ci hanno detto:

Mauro Biani, non si può parlare di pace ma la si può disegnare?
Forse sì. Forse è un modo più accettato. Le varie espressioni artigianali, artistiche- le canzoni, i disegni, le vignette- sono tollerati, a volte.
La matita può più della penna, specie di questi tempi?
Diciamo che rispetto alla parola scritta è un’arma in più… anche se il termine è improprio visto l’argomento. Per questo faccio vignette che mi danno modo di essere molto sintetico e di dire la mia su varie questioni.
Come la guerra?
Sì è un argomento che tratto da sempre, su cui mi arrovello molto. Fin da giovanissimo come obiettore di coscienza e poi nel rapporto con movimenti nonviolenti che continua. Seguo le loro attività da una ventina di anni, anche se non sono tesserato. Ho conosciuto dei buoni maestri. Capitini e Dolci erano e sono figure per me importantissime.
Protagonisti delle tue vignette sono spesso i bambini, ingenui e dirompenti rispetto alla visione cinica di alcuni adulti. Sono il tuo alter ego in qualche modo?
Sì e sono migliori di me. Se vuoi, in fondo, è anche uno stratagemma narrativo perché il bambino è quello che fa le domande di base, è quello che deve capire perché gli bombardano casa, per quale motivo deve stare su un barcone, piuttosto che prendere un aereo o un traghetto. Non dimentichiamo che i bambini sono fra le prime vittime delle guerre. Mi danno l’opportunità di sviluppare un punto di vista molto umano, universale.
La tua opera grafica è anche una riflessione sull’antropologia: il primo capitolo del libro, non a caso, richiama l’evoluzione in maniera ironica, facendo vedere come si sia passati dal bastone al fucile…
Temo che abbiamo fatto pochi passi avanti da questo punto di vista. Nonostante gli avanzamenti fatti in tanti campi, dalla scienza alla riflessione filosofica, all’arte, la violenza e la risoluzione violenta dei conflitti è ben lungi dall’essere eliminata. In quella vignetta che citi faccio vedere che l’unica evoluzione è stata quella nel campo delle armi, purtroppo.
Con la matita smonti il dogma della ineluttabilità della guerra.
Io non vorrei arrendermi a questa presunta ineluttabilità. Secondo me il conflitto è giusto che ci sia, è normale. Quel che aborrisco è la guerra. Sono d’accordo con l’articolo 11 della nostra Carta in cui si dice che la Repubblica ripudia la guerra. Non c’è scritto “non mi piace”, il verbo “ripudia” dice molto di più. Non a caso è stato scritto da chi la guerra l’aveva vista, da chi aveva visto la dittatura ecc. E credo che sia importante ricordarlo. Questa supposta ineluttabilità delle armi o dell’armarsi, secondo me, non deve rimanere l’unica opzione sul campo. Non è vero che sarebbe da “adulti” mentre gli altri sono solo sognatori. La storia ci dice che a parte rarissimi casi non si è risolto niente con le armi: aumentano morti, le tragedie, gli odi che si perpetuano per generazioni. Con l’invasione russa dell’Ucraina il dibattito pubblico è diventato solo scontro. Quasi impossibile il confronto fra punti di vista differenti. Chiunque parli di pace veniva e viene bollato come putinista.
Anche nel caso del conflitto a Gaza chi critica le politiche di Israele viene definito antisemita. I ragazzi che chiedono il cessate il fuoco vengono manganellati. Che ne pensi?
Tutti i ragazzi che protestano vengono manganellati in Italia. A prescindere. Quelli pro Gaza, quelli che protestano contro gli antiabortisti nei consultori, quelli che contestano il ministro, quelli che si mettono seduti incollati vicino a un’opera d’arte per protestare contro le cause del Climate change. Da questo punto di vista io sto con tutti i ragazzi. Le loro manifestazioni sono molto vicine alla nonviolenza che utilizza altre tecniche specifiche. Le proteste degli studenti sono assolutamente innocue, usano strumenti della democrazia. Solo nei regimi totalitari non si può manifestare.
Nelle tue vignette c’è sempre il vissuto emotivo, la storia di chi troppo spesso nelle cronache è solo un numero. È un modo per opporsi alla de-umanizzazione che subiscono i migranti e la popolazione civile a Gaza?
Questa de-umanizzazione è una vera tragedia. Più aumentano i numeri, più si è un numero. Mi fa pensare ad altri momenti della storia, anche se non paragonabili. I nazisti scrivevano un numero sulle braccia alle persone. È una metafora così chiara e così drammatica. Più aumentano i morti a Gaza e Rafah e in mare, più questa realtà si realizza.
Come fermare questa ulteriore deriva?
Per prima cosa bisogna recuperare un po’ di umanità. Sviluppare empatia. E poi fare quello che ognuno di noi può fare anche nel suo piccolo. Conosco tante attività che tengono aperte le luci, gli spazi.
Quando è cominciata questa narrazione che cancella la soggettività dei migranti?
Nel 2017 mi ha colpito molto la criminalizzazione delle Ong che salvano i naufraghi. In quel momento mi sono detto: questi sono tutti matti, completamente impazziti. Purtroppo hanno soffiato sul fuoco parlando alle pance di qualcuno. Poi è la paura che ti frega. L’aggressività scatta dalla paura della differenza, della diversità. Invece bisogna conoscere, prendere atto di quel che succede, anche di questa cavalcante de-umanizzazione. Io cerco di farlo con le vignette, qualcun altro lo fa con la letteratura, altri con gli articoli. Tenere aperta la porta all’umanità è fondamentale.
Dobbiamo fare opposizione, resistenza?
Io non potrei fare altro! A me alcune cose sembrano addirittura ovvie, banali. Ma vedo che c’è la volontà anche politica e giornalistica di dare voce sempre alle stesse persone. Si parla molto di censura, ora. Non dimentichiamo che ci sono persone censurate da tutta la vita come gli esponenti del movimento nonviolento. Pochissime volte vengono invitati attivisti come Vignarca della Rete pace e disarmo, solo per fare un esempio. È molto difficile che un pacifista venga invitato per esporre la propria idea. Poi magari uno può non essere d’accordo, ma sapere che c’è quel tipo di idea è importante.

Mauro Biani, Armi e guerre, 2024

Roberto Vicaretti, in questo momento non si può parlare di pace ma la si può disegnare?
Certamente si può disegnare di tutto, in tutti i tempi, perché la matita è un grande spazio di libertà. Secondo me se ne può anche parlare, nei luoghi, nei modi più giusti, perché gli spazi ci sono. Diventa sempre di più uno spazio di coraggio. È quasi disobbedienza al pensiero dominante, però.
Quando sono cominciate questa difficoltà a parlare di pace nel dibattito pubblico e sui media mainstream e la delegittimazione di chi ci prova?
Ricordo che anche nei momenti più difficili e di più aspro confronto fra posizioni – penso per esempio alla guerra in Afghanistan, ma anche al secondo conflitto in Iraq – non era difficile parlare di pace. C’erano spazi, luoghi mediatici, comunicativi e fisici, in cui si poteva fare questo tipo di ragionamento. Poi qualcosa è cambiato ma non saprei individuare un momento preciso, vedo piuttosto un percorso, un processo accompagnato da un’estrema semplificazione, nel senso di una banalizzazione del dibattito pubblico. In un confronto che si fa sempre più rapido e radicale, nelle frasi che si scelgono riguardo a una tematica complessa, articolata, delicata come è la pace questa trova meno spazio rispetto alla guerra.
Perché trova meno cittadinanza?
Perché in questa polarizzazione è sempre quasi tutto bianco e nero. Ma se è chiaro che la pace è bianco, per spiegare quel bianco bisogna fare un ragionamento molto più articolato. Poi a tutto questo, dal mio punto di vista, va aggiunto l’indebolimento del mondo politico, sia cattolico che progressista, di sinistra, che cercava di sviluppare una riflessione su queste questioni.
Gino Strada, al quale hai dedicato con altri il libro La miglior cosa che possiamo fare diceva che la guerra è disumana, bisognerebbe scardinare il dogma che la guerra sia ineluttabile?
Sì, penso di sì. Userei l’espressione “rivoluzione culturale” se non ricordasse a tutti noi momenti bui. Diciamo allora che ci vorrebbe una rivoluzione antropologica del pensiero umano. Un modo diverso di stare nel mondo, con maggiore consapevolezza del significato delle cose. Ci vuole anche la volontà di scardinare alcuni retro pensieri che ci accompagnano da sempre. Per esempio ci dovremmo liberare di frasi fatte sulla pace e sulla guerra, detti latini, che non ci aiutano a risolvere rapporti conflittuali con l’altro, che può anche essere un popolo, una tribù, una nazione.
Ciò che certe frasi fatte, date per assodate, negano è che i conflitti si possono risolvere in maniera più efficace con un approccio nonviolento…
È impegnativo, certo, ma il pensiero pacifista è rivoluzionario nella sua complessità e nella sua totalità perché ribalta l’ordine dei fattori in tutti i campi, compreso quello dei rapporti sociali, dei diritti e dei rapporti economici. Non puoi attuare una politica di pace se al contempo attui politiche basate sulla competizione estrema dal punto di vista economico, fatta sulla pelle delle persone, dei lavoratori e delle lavoratrici. Quello pacifista è proprio un altro modo di stare al mondo e nella socialità. Rende tutto sì affasciante ma anche dannatamente difficile.
Stimolare pensieri, suscitare riflessioni, è una parte importante del nostro lavoro. Tu lo fai mostrando le vignette di Biani nella rassegna stampa di Rai news ma soprattutto sviluppando con coerenza un filo pensiero in tutto il tuo lavoro giornalistico. Come fare per evitare quella de-umanizzazione che a volte passa attraverso una informazione fatta di numeri più che di storie?
Io penso tu abbia assolutamente ragione. I numeri sono una trappola comunicativa per noi quando affrontiamo questi temi, ma anche quando affrontiamo i temi economici che sono strettamente legati ai numeri. Dire che nella striscia di Gaza dall’inizio dell’operazione di Israele ci sono state ormai più di 34mila vittime va fatto, perché il numero è abnorme, è inaccettabile, di impatto. Nelle nostre teste, nei nostri cuori nelle nostre coscienze c’è questa consapevolezza. Se io ripeto che ci sono state 34mila vittime, e che il numero continua a crescere di giorno in giorno, ho inevitabilmente una reazione in chi mi legge e in chi mi ascolta. Ce la deve avere perché è un numero inaccettabile per un uomo e per una donna. Detto questo il numero è talmente abnorme che spersonalizza le vittime. Dire che sono morte 100 persone nel Mediterraneo sul momento è uno choc, ma poi resta un numero, un bilancio, una statistica. Invece andrebbero raccontate le vite che si perdono, le storie di queste persone. Ma come fai a raccontare le storie se l’attuale governo israeliano non ci fa entrare a Gaza per fare il nostro lavoro? I colleghi palestinesi sono stati le prime vittime. Abbiamo perso moltissimi colleghi di Al Jazeera e di altre testate. Un’altra cosa che dobbiamo raccontare con forza maggiore è che i cittadini di Israele non possono vedere cosa fa il loro governo a Gaza perché Netanyahu ha silenziato Al Jazeera. Tutto ciò ci dice quanto il nostro lavoro possa essere fondamentale. Se fosse informata l’opinione pubblica israeliana potrebbe in potenza reagire molto di più a quel che sta facendo il suo governo.

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Gli appuntamenti Roma libera e antifascista con Left
La presentazione del libro di Vicaretti e Biani alla festa dell’Anpi provinciale di Roma, alla città dell’Altraeconomia nel quartiere Testaccio della capitale si tiene il 2 giugno alle 18. I due autori saranno intervistati da Amalia Perfetti dell’Anpi. Segnaliamo inoltre, il 1 giugno, alle 17 la presentazione della graphic novel Uniti nella stessa lotta. Memorie di Giacomo Matteotti (People) di Tommaso Catone introduzione di Stefano Catone, dialoga con gli autori Morena Terraschi. E alle 18 l’incontro sul tema “Fascismo e neofascismo nella storia d’Italia” con Stefano Catone, Davide Conti, Fabrizio De Sanctis, Ilaria Moroni e Giovanni Tamburrino, modera Simona Maggiorelli.

Qui il programma completo

Il pre-testo di Giovanni Fontana per mettere il pubblico al centro della creazione

poesia visiva di Giovanni Fontana

L’occasione dell’assegnazione del premio nazionale Elio Pagliarani alla carriera (arrivato alla sua nona edizione) al “poliartista”, come ama definirsi, Giovanni Fontana, ci ha dato l’opportunità di incontrare una delle figure più rappresentative della poesia sonora e visiva della scena internazionale: Fontana ha collaborato con i poeti francesi Henri Chopin e Bernard Heidsieck, riconosciuti tra i fondatori della poesia sonora, e con Adriano Spatola; ha scritto testi poetici anche per diversi musicisti, tra cui Ennio Morricone e Roman Vlad, e una nuova versione dell’Histoire du soldat di Igor Stravinsky. La sua attività di ricerca sul rapporto tra il testo ed i linguaggi musicali gli era già valsa, qualche anno fa, il Premio Internazionale Alberto Dubito alla carriera, in seguito al quale è stato poi pubblicato un volume a lui interamente dedicato, Giovanni Fontana, un classico dell’avanguardia, a cura di Patrizio Peterlini e Lello Voce per i tipi di Agenzia X (2022). Per chi volesse conoscere o semplicemente approfondire la ricerca artistica di Fontana, che spazia dalle arti visive all’architettura, dal teatro alla musica, alla letteratura, questo volume risulterebbe molto utile perché, oltre ad esporre la sua opera intermediale, testo-partitura Radio/Dramma, dedica spazio alla sua teoria della “poesia epigenetica” e propone un’antologia critica di brani inediti, di studi a lui dedicati da alcuni tra i maggiori critici, poeti e artisti sperimentali. Fontana ha proposto le sue performance in quasi tutto il mondo e con le sue opere verbo-visive è stato ospitato in ottocento mostre, tra cui la Quadriennale di Roma e la Biennale di Venezia. Secondo il teorico della “poesia epigenetica” le performance eseguite trasfigurano il testo poetico di partenza, il quale pur conservando la sua unicità originaria, trattiene gli echi del suo analogo dinamico. “Possiamo dire che la struttura genotipica del pre-testo è alla base di un processo epigenetico che ha come risultato un fenotipo poetico in evoluzione continua” afferma Fontana; in altre parole, il performer agisce sui testi in un preciso spazio e per un dato tempo con la conseguenza di rimodellare il testo da cui si è partiti e che, ad una successiva lettura, pur apparendo identico, non sarà mai più lo stesso. Ma perché, secondo Fontana il testo poetico è un pre-testo? “Beh, perché Il testo originario è pulsante di qualità latenti che, però, potranno essere apprezzate solo in una successiva dimensione, cioè fuori dalla pagina, oltre la pagina, sviluppate e valorizzate attraverso l’uso della voce, che sarà posta al centro della performance. Ma non solo la voce concorrerà a questo arricchimento del testo, entreranno in gioco i gesti e i movimenti del corpo, l’uso del colore e della luce, i rumori e i suoni.” In questo senso per il poeta il testo non sarebbe che un punto di arrivo temporaneo, “è una memoria da riscrivere nello spazio e nel tempo in una configurazione ben più complessa. Ecco perché parlo di pre-testo: un testo che è a monte della riscrittura d’azione, un testo che è un pretesto per mettere il corpo del poeta al centro del suo poema.” Il nostro “poliartista” parla dunque del testo poetico come di una struttura viva, pulsante, carica di tensioni, che stringe in sé le ragioni della voce e che racchiude tutta l’energia potenziale da liberare nel corso della performance. È un po’ quello che accade nella musica. “Qual è la musica?” si chiede Fontana, “quella scritta sulla partitura o quella che si ascolta davanti ad un’orchestra che suona? Ovviamente, essere coinvolti nell’ascolto può essere più gratificante, ma ciò non toglie nulla al valore della partitura, che certamente non rappresenta un semplice strumento di servizio.” Il pre-testo di Fontana subisce, quindi, la trasformazione e l’arricchimento della performance, e quindi, pur restando uguale nella scrittura, non sarà più lo stesso. “Come nel jazz” afferma “abbiamo una struttura armonica e una melodia di base su cui si innesta l’improvvisazione che è legata a quel preciso momento, ma si riverbererà nuovamente quando quel brano sarà rieseguito, così avviene nella poesia sonora.” Se tiriamo in ballo la musica improvvisata, si dovrebbe poter affermare che ogni performance non è mai uguale a sé stessa; si potrebbe dire che ogni performance di poesia sonora è irriproducibile e unica? Per Fontana è proprio così, “c’è l’assoluta unicità e di conseguenza quando il poeta viene a mancare, dobbiamo fare i conti con una perdita irreparabile. Certo, le riproduzioni tecnologiche ci consentiranno di rivedere o riascoltare quella performance, ma non sarà più la stessa cosa.”

Se consideriamo la performance poetica alla stessa stregua di una performance musicale di un solista che fa il suo assolo, il rapporto con il pubblico dovrebbe essere indiscutibilmente importante, “Il pubblico ha una funzione chiave nell’azione poetica”, conferma infatti Fontana, “non solo per quelle che possono essere le immediate risposte del performer alle sue sollecitazioni, ma anche per come interagisce o collabora, spontaneamente o perché coinvolto”. Nella concezione africana della performance, il pubblico è parte integrante dello spettacolo e ne determina l’andamento svolgendo, a volte, un ruolo attivo addirittura determinante. Con una visione simile Fontana afferma che la relazione con il pubblico non solo è importantissime, ma va valutata “anche in funzione della geometria dello spazio perché un conto è una disposizione in una sala di un teatro moderno oppure in uno spazio all’aperto, come una piazza o un vicolo, o di un edificio industriale. E poi c’è il contatto fisico, a volte infatti posso decidere di sussurrare i miei versi nell’orecchio di ciascuno degli spettatori come è accaduto in AnnArt, all’Internaztional Living Art Festival in Romania”. Giovanni Fontana ha creato dei veri e propri romanzi sonori, tra i quali Tarocco Meccanico nel 1990 e Chorus nel 2000 e si è dedicato alla sperimentazione acustica a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta. Nel corso della sua ricerca sui suoni ha prodotto opere intermediali, tra le quali ricordiamo la pièce radiofonica Le droghe di Gardone e numerosi videopoemi, tra i quali Poema Bonotto; il suo ultimo disco è Epigenetic Poetry del 2016. Il Premio Elio Pagliarani alla carriera arriva in un momento ricco di impegni per l’artista. Infatti, è in allestimento a Napoli, fino al 31 luglio, la mostra Millenanni Terzo Anno – Henri Chopin. Visiva Utopia, curata da Giovanni Fontana insieme a Giuseppe Morra e Patrizio Peterlini presso la Casa Morra – Archivi d’Arte Contemporanea. Henri Chopin, scomparso nel 2008, è stato un esponente di un percorso inedito nella corrente del concretismo internazionale. Durante il secondo conflitto mondiale, prenderà parte alla marcia della morte e fuggirà dal campo di prigionia di Olomouc, nell’attuale Repubblica Ceca. Inoltre, è in corso fino al prossimo 7 giugno, una mostra personale di Fontana dal titolo “TRAME. Epigenetic answers” un allestimento di cinquanta opere di piccolo formato presso il MAC, Museo d’Arte Contemporanea del Piccolo Formato a Guarcino, in provincia di Frosinone. Secondo il critico letterario Francesco Muzzioli, la risonanza internazionale del lavoro di Fontana e amplificata anche dal fatto che il poliartista opera con forme espressive in gran parte translinguistiche, e questo gli consente un’apertura comunicativa sovranazionale che non avrebbe restando sul terreno della pagina e dei suoi significati strettamente linguistici.

Odifreddi: «Laicità, ricerca e pace sono le parole chiave per costruire un futuro più giusto»

Piergiorgio Odifreddi, courtesy Discovery

Piergiorgio Odifreddi è una delle personalità più eclettiche del panorama italiano. Se la sua fama scientifica è dovuta al suo ruolo di matematico e docente di logica, è la sua attività di divulgatore, anche su materie come la storia della scienza, la filologia, la politica, la filosofia che lo hanno portato spesso alla ribalta anche con prese di posizione molto eterodosse. Alle prossime elezioni europee è candidato nelle liste di Pace, Terra e Dignità, promossa da Michele Santoro e Raniero La Valle e in questi giorni sta girando l’Italia per promuovere i contenuti di questa lista. Nel frattempo è uscito il suzo nuovo libro C’è del marcio in Occidente (Raffaello Cortina) che presenterà il 27 maggio alle 18 nella sede dell’Università di Torino di Palazzo Nuovo, occupata dagli studenti dell’intifada torinese.
«La mia è una scelta nata a causa della guerra e di come la si racconta. Non mi sono mai impegnato troppo in politica nel passato. Una volta, nel 1973 partecipai al congresso dei Radicali con Marco Pannella e parlò solo lui. Ma presi molto a cuore alcune campagne referendarie come quelle sul divorzio e sull’obiezione di coscienza. Poi me ne andai negli Usa e mi distaccai da questo impegno. Tornato in Italia, nel 2007 sono andato in pensione. Veltroni, che aveva dato vita al Partito democratico, mi propose di lavorare al Festival della Matematica. Ma fu un rapporto che si ruppe rapidamente. Nel Pd vedevo tanti ex comunisti e un sacco di democristiani. Mi proposero una candidatura ma quando vidi le liste rifiutai». Poi la scelta di fare divulgazione non solo con i libri, ma anche incontrando il pubblico anche attraverso il teatro. «Nel 2023 misi in piedi lo spettacolo teatrale Albert Einstein, il padre della relatività. Un’idea di “teatro scientifico” in cui parlavo molto dell’impegno del protagonista contro il rischio di disastro atomico. Einstein – spiega il professore – aveva compreso, durante la guerra, che i nazisti stavano lavorando ad un’arma di distruzione totale e all’inizio si impegnò per mettere gli Usa in condizione di difendersi. Poi si pentì molto di come vennero utilizzate le sue ricerche. Scrisse anche una lettera all’allora presidente Roosevelt, per impedire l’uso dell’atomica e si impegnò con ogni mezzo fino alla sua morte, nel 1955, per il disarmo nucleare. Insieme a Bertrand Russell e ad altri 11 scienziati ne nacque un manifesto importante». Proprio in occasione di quello spettacolo Odifereddi incontrò Michele Santoro. «Ci siamo ritrovati poi nei primi mesi del 2023, a parlare sui temi della guerra in Ucraina – racconta Odifreddi-. Ho partecipato in collegamento all’assemblea che si è tenuta a Roma al teatro Ghione, La pace proibita, mi ha chiesto di dare una mano e ne sono stato ben felice. All’inizio sembrava impossibile farcela a causa tanto dell’obbligo di raccogliere le firme che della divisione a sinistra. Se ci fosse stata una alleanza con Avs oggi saremmo sicuri di entrare in Europa, ma la divisione è un male che ci portiamo addosso sin dai tempi della rivoluzione sovietica. E per onestà devo dire che, così come l’intuizione di Santoro e La Valle si è rivelata giusta, se non ci fosse stato il coinvolgimento di volontari e in particolare dell’organizzazione di Rifondazione Comunista non avremmo raggiunto l’obiettivo. L’ho detto anche al segretario Maurizio Acerbo, che ho incontrato a Palermo. Sono stati fondamentali».
A proposito del Partito Democratico ho letto una lettera aperta che lei scrisse nel 2008 all’allora segretario Veltroni e che introduce un altro tema. Nella lettera lei ad un certo punto afferma «la laicità, infatti, è l’aria che lo Stato respira, e se l’una non fosse dovunque, l’altro rischierebbe di soffocare». Rispetto ad allora come siamo messi rispetto a tale tema?
Peggio di allora. Con Benedetto XVI eravamo su posizioni diversissime. Io ateo, lui il papa ma il confronto era intellettuale, tanto è che ne abbiamo tratto due libri di confronto da intellettuale ad armi pari, posizioni diversissime. Bergoglio è un gesuita non si sa realmente da che parte stia. All’inizio del suo pontificato ci fu l’ubriacatura derivante dal “buona sera” con cui si affacciò al balcone. Venne considerato un progressista da arruolare. In realtà si è confuso, grazie anche alla sua cultura di gesuita, il progressismo col peronismo. Ora si cominciano a vedere le battaglie che conduce con Giorgia Meloni sulla natalità, in piena sintonia con la destra europea. Si considera Bergoglio un “papa di apertura” e la laicità ne soffre. Con Ratzinger la cosa era più chiara, lui era un conservatore. Tanto è che battaglie come quelle condotte da Pannella, che citavamo prima, sull’abolizione del Concordato non se ne fanno. Anche se è vero che questa parte della sovranità non è mai stata in mano agli elettori.
In che senso?
La nostra Costituzione non permette di sottoporre a referendum questioni che riguardano i trattati internazionali, come è il Concordato e questa è una sottrazione di sovranità che in tempi di guerra è ancora più evidente. L’Italia è fornitore armi all’Ucraina, non ci è concesso sapere di che armi si tratti. Giorni fa un dirigente politico slovacco ha parlato di alcune tipologie di missili che il suo Paese e il nostro forniscono. Altrimenti non lo avremmo nemmeno saputo. Così possiamo decidere se ci sta bene o meno.
Parlando di guerra, se si eccettuano le occupazioni nelle università degli studenti che criticano il genocidio in atto a Gaza, sembra però di cogliere in chi vorrebbe la fine dei conflitti, smarrimento e senso di impotenza. Cosa ne pensa?
Intanto mi domando come mai non ci siano state manifestazioni analoghe rispetto a quanto accaduto in Ucraina ma unicamente sulla Palestina. Anche i giovani sono vittime del sistema mediatico occidentale. Si capisce che qualcosa non funziona ma non si individua il perché. Anche io onestamente mi sento poco informato, ad esempio rispetto a cosa è accaduto in Ucraina prima dell’invasione russa. Mi sono accorto che l’Occidente si maschera dietro i propri media nascondendo la realtà. A mio avviso lo scontro reale è fra due blocchi. Uno piccolo, quello Occidentale e uno grande, che costituisce il resto del pianeta. Quello piccolo in dimensioni e popolazione, il 10%, possiede il 90% delle risorse, in quello grande le proporzioni si invertono. Una distribuzione così ineguale della ricchezza non può essere accettata. L’Ucraina, Israele, Taiwan, segnano una linea fra noi e il resto del mondo. Tornando alle religioni se uno guarda una mappa della loro diffusione sul pianeta scopre che i ¾ del mondo è cristiano. Eppure in India ci sono numerosi fede confinate a quello che è un continente. Il cristianesimo che ha conquistato il mondo è il braccio spirituale dell’imperialismo, corrisponde ad una mappa delle colonie. L’intero mondo è stato colonizzato da noi. E ogni tanto casco dal pero ma c’è qualcosa di profondo che non funziona in occidente. Leggo che Spagna, Irlanda e Norvegia stanno per riconoscere lo Stato di Palestina. Bene. Ma gran parte del mondo lo ha già fatto. Chi si rifiuta, oltre ad Israele sono gli Stati del resto dell’UE, gli Usa, il Canada, l’Australia, il Giappone e pochissimi altri. La maggioranza del mondo, la vede diversamente da noi. Questo è difficile da accettare per i giovani. Siamo noi contro tutti. E bisogna spiegare perché siamo contro tutti. Ora viviamo con la paranoia dell’invasione di Putin ma lo abbiamo ignorato quando si prendeva la Cecenia o la Georgia. E, per esempio, abbiamo accettato che gli Usa si prendessero Puerto Rico senza che nessuno muovesse un dito.
Nel suo ultimo libro, C’è del marcio in Occidente, elenca i 10 “peccati capitali” della nostra parte di mondo, fra queste il razzismo.
Il razzismo è forte verso chi vive negli altri continenti e in maniera ancora più pesante verso chi vive da noi. L’Europa è diventata come l’India ma in una forma apparentemente light. Viviamo insieme ma siamo separati in caste. Molti si nascondono dietro un dito. So bene di fare un discorso difficile ma dire che se non ci sono i sessi non fa sparire il sessismo. Bisogna invece avere il coraggio di riconoscere le differenze fra le persone. La diversità, in prevalenza, costituiscono un patrimonio. I genetisti come Cavalli Sforza affermavano che la divisione in popoli ha base sia linguistica che genetica. E allora viene da domandarsi come mai i bianchi siano così razzisti. Noi bianchi siamo il risultato di una diaspora dall’Africa di circa 150 mila anni fa quando Homo sapiens, nero, si staccò dal centro Africa. Forse c’era maggiore intraprendenza e aggressività, forse c’erano già state anche migrazioni precedenti dei Neanderthal che i nostri progenitori hanno sterminato. Di fatto si sono verificate razzie, sono cambiate le condizioni di vita, abitiamo in un posto in cui abbiamo fatto piazza pulita di ogni presenza precedente. Come hanno fatto gli Inglesi, nell’America del Nord con quelli che chiamavano pellerossa o spagnoli e portoghesi nell’America Latina. Oggi parliamo di genocidio a Gaza e possiamo discutere in merito alla validità della parola ma nella storia l’uomo bianco non ha fatto altro che conquistare con la violenza interi continenti, pensiamo all’Africa, attuando genocidi. Tutte le nazioni europee hanno avuto la loro esperienza coloniale. E ci sono cose che continuiamo ad ignorare anche noi. La stessa Italia ha avuto colonie prima, durante e dopo il fascismo, col mandato in Somalia. Se continuiamo ad ignorare questo cerchiamo sempre il nemico nell’altro. La Francia ha ancora domini coloniali nei cinque continenti.
Possiamo costruirci ogni verità che vogliamo ma il mondo cambia. Ad esempio la ricerca scientifica, che ha dimensione globale, può divenire strumento di affrancamento diffuso?
Il presupposto è semplice: a differenza delle arti, delle culture che variano nel mondo, la scienza è una, dalla Terra del Fuoco alla Groenlandia e questo dovrebbe farci comprendere che abbiamo un patrimonio comune. Ma c’è l’altra faccia della medaglia. La storia della scienza viene ancora insegnata dal punto di vista dell’Occidente. Noi continuiamo a considerarci eredi della cultura ellenica e pensiamo a Pitagora come ad un punto di partenza, sbagliando. Gli stessi greci sanno bene che la loro civiltà è frutto delle connessioni con l’Oriente, a partire dall’Anatolia. In India, ben prima, era stato inventato lo zero e il calcolo con i decimali, E questo accadeva anche in altre parti del pianeta. Nel 2008 è uscito anche in Italia Come la cresta di un pavone:una discussione critica sulle radici non europee della matematica di George Gheverghese Joseph e Srinivasa Ramanujan Iyengar, che racconta un’altra storia a noi sconosciuta. Mentre in Europa c’erano le invasioni barbariche, nel resto del mondo la ricerca faceva passi enormi. Diverse culture sono giunte agli stessi risultati, ognuna partendo dalla propria concezione del mondo. Lo zero era noto anche ai Maya e questo mentre greci e romani facevano ancora di conto con i pallottolieri, con l’abaco per essere esatti. Fu Leonardo Fibonacci, intorno al 1200, grazie ai viaggi e ai contatti con i matematici arabi a introdurre l’algebra da noi. Per almeno tre secolo abacisti e algebristi si scontrarono e solo intorno al 1500 in Occidente divenne chiaro il ruolo dello zero. Poi da noi c’è stata una accelerazione tecnologica che si è rivelata deleteria e che ci vede dominanti dal punto di vista tecnologico ma non sul resto.
Per chiudere, quale è la parola più importante in cui lei oggi si riconosce?
Certamente “pace”. La si può intendere nel senso più ristretto, ovvero la fine dei conflitti, non solo quelli in Ucraina e in Palestina ma anche gli oltre 50 dimenticati, oppure in maniera più allargata, ovvero creare le condizioni per cui non si facciano più guerre. Ma perché accada noi dobbiamo fare passi indietro. I nostri sono Paesi predatori che consumano il 90% delle risorse. Ora quello che chiamavamo “terzo mondo” si è sollevato in gran parte. Molti paesi rivendicano il ruolo di grandi potenze e alcuni vogliono divenire membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ed hanno anche la tecnologia che permette loro di darci del filo da torcere. Qualche passo indietro è urgente perché abbiamo troppo rispetto a quanto valiamo. Occorrerebbe, a livello mondiale quello che è accaduto in Sudafrica con Mandela. Era considerato un terrorista ed è stato liberato anche perché dall’altra parte c’era un De Klerk che anche fra i bianchi del suo Paese è stato per questo osteggiato. E non è un caso che quel processo di pace abbia prodotto come risultato che oggi sia il Sudafrica a chiedere di condannare Israele alla Corte Penale Internazionale. Sia in Israele che nel resto del mondo ci vorrebbero leader come De Klerk ma non ne vedo. Non certo quelli europei né tantomeno Biden. Per una vera pace ci vorrebbe una classe politica occidentale consapevole del troppo che abbiamo e del fatto che non possiamo vivere serenamente se non operando un cambio molto profondo.

La foto di apertura: Piergiorgio Odifreddi, in Ingegneria degli errori, la serie di Motor Trend, andata in onda su Discovery

Matteotti, Gobetti, Pertini e la costruzione di un fronte ampio contro il fascismo

Giacomo Matteotti ha trentanove anni. È segretario del Partito socialista unitario. Viene da una famiglia agiata del Polesine. Quando il Parlamento si riunisce per convalidare le elezioni del 1924, trasformate dalla violenza dei Fascisti, già al governo, in un plebiscito, la sua voce si leva forte e affilata per denunciare brogli, intimidazioni, aggressioni. Matteotti chiede che le elezioni siano invalidate. Mussolini garantisce che resterà al potere anche in caso di sconfitta.

Giunta, un altro «camerata», afferma che alle opposizioni deve essere negato il diritto di opporsi. La richiesta di Matteotti viene ovviamente respinta. Qualche giorno dopo, il 10 giugno 1924, una squadraccia comandata dal sicario di regime Amerigo Dumini sequestra Matteotti «per dargli una lezione», secondo la versione processualmente più accreditata. Ma il giovane deputato viene assassinato, colpevole di aver reagito con tutte le sue forze al sequestro. La notizia della scomparsa di Matteotti si diffonde rapidamente. L’identità dei rapitori è presto nota. Già nelle prime ore nessuno nutre speranze sulla sorte del coraggioso onorevole.

Sandro Pertini, che all’epoca ha ventotto anni, scrive di getto al segretario socialista di Savona, Italo Diana Crispi, e gli chiede la tessera del partito: «Ho la mano che mi trema, non so se per il grande dolore o per la troppa ira che oggi l’animo mio racchiude. Non posso più rimanere fuori dal vostro partito, sarebbe vigliaccheria…ti chiedo di volermi rilasciare la tessera con la sacra data della scomparsa del povero Matteotti… la sacra data suonerà sempre per me ammonimento e comando…raccogliamoci nella memoria del grande martire attendendo la nostra ora. Solo così vano non sarà tanto sacrificio (da S. Pertini Lettera del giugno 1924 a Italo Diana Crispi in Sandro Pertini carteggio 1914-1930, Piero Licata editore, 2005).

Lo sconvolgimento per i fatti del giugno ’24 non investe soltanto i compagni di fede politica di Matteotti. Il fronte antifascista si mobilita. L’intero Paese è investito da un’ondata di indignazione. Il regime vacilla. È ancora Pertini a ricordarlo, molti anni dopo: «Ero a Firenze nei giorni del delitto Matteotti. Mi stavo laureando in Scienze politiche. Lì veramente bisogna riconoscere che le opposizioni perdettero l’occasione propizia. La gente, al caffè che frequentavo, si era tolta il distintivo del Fascio, c’erano paura, costernazione. Cesare Rossi, più tardi, a Parigi, ci raccontava di essere andato a Palazzo Chigi dopo l’assassinio di Matteotti, di aver preso Mussolini per le spalle gridandogli “sei un vigliacco”, mentre quello si limitava a mormorare “abbiamo perduto tutto”» ( In R. Uboldi, Il cittadino Sandro Pertini, Rizzoli, 1982).

Mentre il fronte antifascista riflette sulla migliore strategia da adottare, un altro grande protagonista di quella stagione, Piero Gobetti, compone a tamburo battente una breve, ma densissima, biografia di Giacomo Matteotti. La sua fonte è Aldo Parini, compagno di Matteotti negli anni precedenti. Gobetti non è socialista, ma riconosce in Matteotti l’antifascista intransigente, alieno da ogni compromesso, il combattente duro e, se si vuole, testardo. Capace di sacrificarsi, come il martire descritto da Pertini, per non cedere alla violenza delle camicie nere. Difficile non cogliere, nella prosa lucida e nello stesso tempo veemente di Gobetti, un esplicito messaggio di unità, una chiamata alla lotta che, purtroppo, i veti incrociati e la nulla lungimiranza dei quadri dirigenti delle opposizioni vanificheranno.

Ancora Pertini racconta: «l’opposizione era guidata da Giovanni Amendola, un uomo di una grande rettitudine, che però ripose sempre la sua fiducia nella monarchia. “La monarchia non può non intervenire, al momento opportuno lo farà”…andarono, quelli dell’Aventino, a Civitavecchia, con Amendola, in attesa del treno reale che veniva da San Rossore. Il treno si ferma a Civitavecchia. Amendola sale, parla con il generale Cittadini, l’aiutante del re, chiede di essere ricevuto dal sovrano. Amendola scende, e dopo qualche minuto ricompare Cittadini: Sua Maestà non intende riceverla» (ibidem R. Uboldi).

Accanto al ritratto umano, di commovente intensità (vengono in mente le pagine che a Matteotti ha dedicato di recente Antonio Scurati nel suo magnifico M), Gobetti sembra esaltare qualità tipiche di un uomo politico piuttosto da iscrivere alla schiera dei democratici tout court che non dei socialisti democratici: difensore del Parlamento, moderato e pragmatico nelle scelte economiche, tanto impavido nella lotta quanto distante da ogni estremismo parolaio. Si potrebbe convenire con l’acuta postfazione di questo volume, laddove Marco Scavino si domanda quanto il Matteotti social-moderato di Gobetti non sia una proiezione, decisamente politica, del giovane intellettuale torinese.

La rivalutazione di un socialismo «compatibile» con la necessità della costruzione di un fronte più ampio di contrasto alla dittatura. È un dubbio legittimo, che, se confermato, non sminuirebbe certo la grandezza di Matteotti e dello stesso Gobetti: se quel progetto di unità antifascista si fosse realizzato, la storia d’Italia sarebbe stata profondamente diversa. Eppure, anni dopo, ancora Sandro Pertini, che al sacrificio di Matteotti non mancò mai di legare direttamente la propria vocazione di politico e combattente antifascista, avrà modo di ricordarne la figura con accenti singolarmente coincidenti con quelli di Gobetti: «Borghese per estrazione sociale, Giacomo Matteotti aveva seguito il socialismo per vocazione, sentendo il richiamo potente che esercitava sul suo spirito generoso la lotta per un alto ideale di civiltà e di redenzione delle plebi agricole. Al servizio della causa socialista sono così posti la preparazione giuridica ed il fervore intellettuale che distinguono quest’uomo politico di formazione ideologica e concreta, interamente incentrata sui problemi del mondo del lavoro, del quale avverte di essere il mandatario più responsabile e conseguente… costante fu la sua esaltazione del Parlamento, cui si meditava di infliggere il colpo mortale… quando le tenebre della tremenda notte di schiavitù diventarono irrimediabilmente più fitte, Giacomo Matteotti si era sentito sempre più attratto dalla luce non ancora spenta del Parlamento, e in quel bagliore di tramonto ebbe a concludere la sua vita di combattente della libertà. Non fu un disperato volontario della morte, ma un lucido ed indomabile testimone delle ragioni della sopravvivenza del Parlamento e della libertà: la sua era la voce della razionalità politica sommersa, ma non distrutta, dall’odio irrazionale della massa urlante, da lui profondamente detestata, che aveva carpito nelle sue mani il destino del popolo italiano».

E qui ancora ci si potrebbe chiedere in che misura proprio questo scritto di Gobetti abbia ex post influenzato lo stesso Pertini, determinando così la singolare convergenza di cui sopra. Ma sarebbe, ancora una volta, domanda oziosa: a cent’anni dal ritrovamento dei suoi poveri resti nel bosco della Quartarella, il 16 agosto del 1924, siamo ancora qui a ricordare, con commozione, orgoglio e sdegno, l’intransigente antifascista, il socialista, e, come egli stesso ebbe a dire di sé, l’italiano Giacomo Matteotti. A ricordare, e a trarne esempio per non dimenticare che cosa fu, per il nostro Paese, la dittatura fascista.

 

L’appuntamento: Per gentile concessione di Futura editrice pubblichiamo qui l’introduzione dello scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo alla biografia Matteotti di Piero Gobetti. Il volume pubblicato da Futura editrice sarà presentato il 27 maggio alla Libreria Libraccio di Roma, insieme al volume di Alberto Aghemo (presidente della Fondazione Matteotti) La scuola di Matteotti.Un’idea di libertà, istruzione, democrazia e riscatto sociale edito da Rubettino. Con De Cataldo e Aghemo ci saranno l’assessore alla cultura del Comune di Roma e scrittore Miguel Gotor e il segretario generale della Cgil Roma Lazio Natale Di Cola, modera la direttrice di Left Simona Maggiorelli

Così in Italia muore il diritto di cronaca

Ieri la videomaker Angela Nittoli, il fotografo Massimo Barsoum e il videomaker Roberto Di Matteo sono stati fermati, poi identificati, quindi perquisiti e infine trasferiti di fretta con una volante della Polizia al commissariato Castro Pretorio dove sono stati rinchiusi in una piccola cella per due ore. La loro colpa? Seguire una protesta degli attivisti di Ultima generazione. Tecnicamente esercitavano il loro diritto di cronaca che è anche il cuore del loro mestiere. 

È accaduto ieri a Roma ma era già accaduto a Padova e a Messina. Il trasferimento al commissariato di Castro Pretorio è stato giustificato con l’esigenza di effettuare una perquisizione. I giornalisti però si erano offerti di mostrare il contenuto delle loro borse e dei loro zaini. Di certo sono stati portati lontano dal luogo in cui avrebbero potuto (e dovuto) fare il loro mestieri di cronisti. 

La Federazione nazionale della stampa racconta di avere già espresso le sue preoccupazioni dopo gli episodi di Padova e Messina in un incontro con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. “Durante quell’incontro – scrive il sindacato – il ministro aveva escluso che ci fosse un modus operandi della polizia per quanto riguarda verifiche e controlli sui giornalisti che seguano gli atti di protesta di Ultima generazione. Dopo quello che è accaduto oggi, appare invece evidente che esista una linea di intervento per scoraggiare i cronisti dal documentare i blitz di questi attivisti”.

Tutto questo ha un nome preciso: censura preventiva. Feccia da autocrazia. 

Buon venerdì. 

Nella foto: immagine di repertorio dal profilo X di Ultima generazione