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“I governi del G7 distruggono il pianeta di tutti” A Torino l’ecoresistenza degli studenti

Torino, foto di Rosita Mercatante

Ci ha folgorato un’immagine: un giovane inginocchiato di fronte alla polizia schierata, con il pugno alzato. È un simbolo. Di fronte a un muro di scudi quel ragazzo si piega ma con ancora nell’animo, forse, l’arma più potente: la speranza. È solo un fotogramma di un’intensa sequenza di episodi di protesta collettiva che, a Torino, in occasione del G7 sull’Ambiente, hanno mantenuto alta l’attenzione su temi di stretta attualità come la crisi climatica e la guerra in Medio Oriente.
Sono stati giorni caldi sotto la Mole con l’arrivo di ministri e delegazioni di Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Ue e Stati Uniti per il forum sulle politiche energetiche. Il bilancio dei disordini che si sono verificati è stato di tre poliziotti feriti e cinque studenti contusi. Sui social i manifestanti hanno pubblicato un video in cui uno di loro sarebbe anche rimasto colpito al volto da un lacrimogeno. Cinquanta gli antagonisti identificati e poi denunciati per danneggiamento, violenza a pubblico ufficiale aggravata e lancio di oggetti.
I primi ad alzare la voce, domenica 28 aprile, sono stati i gruppi ambientalisti e i No Tav che fuori dalla Reggia di Venaria hanno dato fuoco alle foto di Giorgia Meloni, oltre a quella del premier britannico Riski Sunak e del presidente Usa Joe Biden. Gli striscioni che hanno accompagnato i loro passi recitavano: “I Governi del G7 distruggono il pianeta di tutti. Stacchiamo la spina di questo sistema”, “Ecoresistenza per cambiare rotta” ed ancora “Lottiamo contro le vostre guerre a difesa delle nostre terre. Voi 7 noi 99%”. Il corteo dopo aver percorso alcune vie cittadine, si era diretto verso la tangenziale: i manifestanti hanno occupato la carreggiata in direzione Torino bloccando il traffico verso il capoluogo piemontese per una decina di minuti.

Poi, il giorno seguente, i protagonisti della protesta sono stati i collettivi studenteschi insieme al centro sociale Askatasuna. Giovani, giovanissimi scesi per le strade scandendo la parola “lotta” per oltre due ore. Per loro la mobilitazione dal basso può ancora servire quantomeno ad ottenere ascolto. Sono stati circa un centinaio i giovani, uniti dagli stessi ideali, che si sono radunati sotto la Mole per protestare, ribadire che tornare nelle piazze, bloccare le vie cittadine, occupare le sedi universitarie, prendere la parola al megafono a difesa delle sorti del pianeta e del proprio futuro di cittadini e di lavoratori è fondamentale. Per loro mettersi in marcia sull’asfalto è il paradigma per esprimere “totale disaccordo sui sussidi pubblici ai combustibili fossili, fonti di energia altamente inquinanti”. Politiche che definiscono “ingiustificabili vista l’emergenza climatica, energetica e sociale in corso”.
Chiedono interventi più concreti e tempestivi per contrastare la crisi climatica, ma anche diritti uguali per tutti e lo stop immediato, in Palestina, di quello che definiscono genocidio. Non accettano una transazione ecologica “imposta dall’alto”.
“Vogliamo che chiunque riconosca questa assurdità – spiegano gli attivisti – unisca la propria voce alla nostra, per pretendere giustizia dal nostro Governo, un utilizzo dei soldi pubblici che segua l’interesse della cittadinanza e un reimpiego di tali ingenti capitali in opere produttive e lungimiranti per la tutela del futuro di chi abita oggi questo paese e di chi lo abiterà domani”.
Per Penelope, 19 anni, studentessa in Psicologia l’impegno principale deve essere quello di sradicare i vecchi modelli che hanno alimentato privilegi, disuguaglianze, prevaricazioni riproponendo la partecipazione collettiva e l’attività assembleare. Pietro di anni ne ha 23, fa parte del Collettivo universitario autonomo, punta il dito contro una classe politica che continua imperterrita a disporre investimenti che vanno esclusivamente a vantaggio di un’élite condannando i giovani alla precarietà e all’ingiustizia sociale.
In testa al corteo partito da Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, nel tardo pomeriggio di lunedì 29 aprile, primo giorno della riunione dei leader politici alla Reggia di Venaria, campeggiava lo striscione con tanto di bandiera palestinese e la scritta “Contro il G7 di guerre e devastazione. Fuori i Ministri e zone rosse da Torino”. Sul volto dei manifestanti c’era rabbia, sdegno, sfiducia ma anche la determinazione di chi ha deciso che non abbasserà la testa.
Al grido “Free Free Palestine” hanno marciato con l’obiettivo di raggiungere Palazzo Madama, location della serata di gala e gli alberghi cittadini che ospitavano le delegazioni. Il corteo però non è riuscito ad arrivare a destinazione. I manifestanti sono stati respinti qualche metro più avanti da un fitto cordone di forze dell’ordine schierate in tenuta antisommossa. È stato solo il primo faccia a faccia tra la polizia e gli attivisti che hanno indietreggiato, si sono ricomposti e hanno tentano a più riprese di raggiungere altre strade del centro con l’intento di avvicinarsi il più possibile alle zone transennate. Si è andato avanti per quasi due ore in un crescendo di tensione. La polizia ha usato prima gli scudi per respingere il corteo poi gli idranti e i lacrimogeni, infine anche qualche manganellata per rispondere ai colpi di bastone. I giovani hanno continuato a rivendicare con ostinazione il proprio diritto di manifestare contro “scelte ipocrite di una finta transizione ecologica mentre è in atto un’escalation bellica generalizzata”.
“La nostra non è una passeggiata” hanno urlato. Una giovanissima studentessa ha spiegato che “è fondamentale schierarsi in questa fase storica per non rimanere schiacciati sotto narrazioni che arrivano dai poteri forti. Attraverso l’attivazione dal basso, ad esempio, nei mesi scorsi si sono aggiunte altre voci sulla guerra genocida di Israele contro la Palestina mentre inizialmente si riportava solo quella sionista”. Mobilitarsi ha portato anche a risultati concreti – hanno ricordato gli studenti – come la rescissione degli accordi Maeci nell’Università di Torino. “Siamo convinti – ha ribadito la ragazza – che con la lotta si possano cambiare le cose, il fatto che tanta gente vuole scendere in piazza è già un traguardo. Da qui si può partire per costruire anche qualcosa dopo”.
I contestatori non hanno trovato varchi per raggiungere la linea rossa ma sono riusciti sicuramente ad attirare l’attenzione dei media e quindi dell’opinione pubblica.
Durante l’ultimo dietrofront, prima che il corteo di dissolvesse davanti a Palazzo Nuovo – da dove era partito – qualcuno si è fermato a strappare i manifesti elettorali affissi sui muri dell’edifico del liceo classico. Un’altra immagine emblematica a distanza di un mese dalla chiamata alle urne per eleggere i nuovi deputati del Parlamento europeo.
Tra le varie azioni di protesta anche quelle di un gruppo di attivisti di Extinction Rebellion. Sul tetto della sede universitaria di Biologia – che si affaccia su piazza Carlo Emanuele II, meglio conosciuta come piazza Carlina – hanno esposto uno striscione con la scritta “The king is nake, G7 is a scam” (“Il re è nudo, il G7 è una presa in giro”)

Le foto sono di Rosita Mercatante

Luigi Franciosini, l’architetto “etrusco” che sa ascoltare la terra

Milano è stata ed è ancora la capitale dell’architettura moderna in Italia. A Milano erano già negli anni Trenta le redazioni delle più importanti riviste di architettura e di design tra cui la Domus di Gio Ponti e la Casabella di Giuseppe Pagano che continuano la loro storia a quasi un secolo dalla fondazione. Ma anche tutti lombardi, se non milanesi, erano i rappresentanti italiani ai CIAM (I congressi di Architettura moderni capeggiati da Le Corbusier e Walter Gropius). A Milano si sono costruite le opere che hanno permesso al nostro Paese di affermarsi internazionalmente ai primi posti del design e dell’architettura come, per esempio con la creazione di un versione made in Italy del tipo americano per eccellenza.

Il famoso grattacielo soprannominato “il Pirellone”, opera di Gio Ponti davanti alla stazione centrale, non è solo un capolavoro ma è un emblema dell’architettura italiana e della sua originalità. Forse per questa supremazia, da Milano si è sempre guardato all’architettura e agli architetti di Roma con un poco di snobistica superiorità anche se almeno tre grandi architetti romani vi hanno lasciato un segno tangibile. Innanzitutto Pier Luigi Nervi, la cui collaborazione con Ponti al grattacielo Pirelli è stata determinante, poi Luigi Moretti nello stupendo complesso a Corso Italia e poi Carlo Aymonino nel complesso di case popolari al Gallaratese. Eppure raramente vi sono state mostre a Milano di un architetto romano così importante, ampia e dettagliate come questa che si è aperta alla sede espositiva all’architetto umbro di nascita ma sempre operante nella capitale, Luigi Franciosini. È un vero tributo, che non ha niente da invidiare a quelli di norma ospitati al Pompidou di Parigi, alla Triennale di Milano o al MAXXI di Roma che è da sottolineare anche perché Franciosini è vivo e vegeto. Una volta tanto non si tratta dunque di una facile retrospettiva, ma della dimostrazione di coraggio critico nel porre all’attenzione generale un architetto nel pieno della propria operatività.


Bisogna dire però dire che la mostra milanese è un evento per almeno altre tre ragioni. La prima è l’ampiezza dello spazio dedicato all’opera di Franciosini. Si tratta di quasi 1000 metri quadri di superficie divisa in due ambienti principali e in uno accessorio. Il recupero e il ripensamento architettonico della Galleria espositiva – posto nell’ala della Facoltà di architettura disegnata con grande vigore dall’architetto Vittoriano Vigano negli anni Settanta del secolo scorso – si deve al lavoro di Massimo Ferrari, professore della scuola che ha anche coordinato la curatela di questa mostra Luigi Franciosini Paesaggi Familiari, aperta sino al 27 maggio 2024. Non solo la quantità dei materiali è straordinaria (moltissimi disegni, grandi plastici e dettagli costruttivi) ma anche tutte le scelte dell’allestimento sono di interesse. Il corpus delle opere che ripercorre l’intera carriera di Franciosini è disposto prevalentemente in grandi tavoli che permettono al visitatore di chinarsi sui disegni, di studiarli sin nei più piccoli dettagli e immaginare di poter un giorno emulare il maestro. I tavoli sono inframezzati da telari appesi che da una parte titolano l’opera esposta e ne esplicano le caratteristiche, dall’altra determinano una dinamica dello spazio a mio avviso straordinaria. Accanto a questa ampia prima sezione se ne organizza una seconda lungo un tavolo in cui il visitatore può sedersi a esaminare pubblicazioni e taccuini di Franciosini, mentre il terzo ambito ospita una piccola galleria da cui si può seguire una lunga intervista video all’architetto.
All’apertura lo scorso 10 aprile, insieme a Massimo Ferrari, e agli altri curatori Claudia Tinazzi, Annalucia D’Erchia, Cristina Casadei, ai principali professori della Facoltà e ai molti collaboratori alla realizzazione, l’architetto Franciosini non ha tenuto solo un discorso sulla sua poetica, ma ha condotto con mano diverse decine di studenti in giro tra le opere i illustrando ragioni e metodi del suo lavoro.
Qui vi il terzo aspetto originale della mostra. Il suo valore aggiunto è di essere nello spazio espositivo del Politecnico Leonardo e diventare immediatamente strumento di un processo di educazione all’architettura. Lo spazio espositivo è a diretto contatto con quello che Viganò aveva immaginato come l’agorà della scuola. Qui gli studenti si incontrano, parlano, disegnano e vanno a visitare la mostra per ispirarsi.
Ma chi è Luigi Franciosini? Si tratta di un architetto sessantenne che è anche professore appassionato di architettura alla facoltà di Roma tre. La sua particolarità, così mirabilmente illustrata nella mostra, è quella di padroneggiare un disegno-pensiero che si svolge nella maniera più fluida che sino ad oggi si sia inventata. Non vi è ancora un filo più diretto ancora oggi che il disegno a mano “libera” per collegare la mente alla mano se due dita tengono una piccola protesi di grafite. Franciosini traccia disegni che sono rilevati sismici del proprio pensiero di progettista. Il sismografo registra ogni neurone del cervello. Una volta l’architetto si interroga su come costruire un edificio o articolare la cerniera di un cancello, un’altra a come disporre con ordine gli ambienti per farli essere vitali spazi abitati, un’altra a come pensare all’architettura come se essa stessa diventasse forma del suolo su cui si innesta. Perché profonda è l’appartenenza di Franciosini a quella Roma e a quel paesaggio etrusco dove l’architettura si organizza primariamente come trasformazione e adattamento creativo del terreno e dell’ambiente circostante. Ne nascono i suoi acclamati progetti a Roma in zona archeologica, a partire dalla sistemazione dei mercati di Traiano per proseguire con il Prix de Rome per il ripensamento dell’area dei Fori imperiali sino a importanti opere oggi in cantiere quali la sistemazione di uno spazio ancora non valorizzato come quello delle Sette sale – e cioè di uno spazio ipogeo di incredibile ingegneria antica con delle grandi cisterne in adiacenza alla famosa Domus aurea di Nerone. Ma Luigi Franciosini ha lavorato anche in periferia reinventando spazi tolti alle mafie e trasformandoli in civili spazi urbani come quello dedicato al sindacalista Guido Rossa o a Peppino Impastato. La mostra è gratuita, un vero regalo al pubblico.

Info Mostra: www.auic.polimi.it

Il libro
Su Luigi Franciosini è stato appena pubblicato un volume monografico scritto da Gaetano De Francesco per LetteraVentidue Edizioni. Il libro inaugura la nuova collana “Imprinting” che si oppone a ogni ideologia revanscista o identitaria per presentare la ricerca dei migliori architetti operanti in Italia attraverso la ricchezza del proprio paesaggio nativo quale linfa della propria ricerca architettonica, come nel caso dell’Etruria per Franciosini.

«Ma voi lo vedete il Pnrr?»

È una voce che si sente nei bar. «Ma voi lo vedete il Pnrr?». L’avevano raccontato come la più ingente valanga di soldi riversata sull’Italia negli ultimi decenni e i cittadini ovviamente covano l’ambizione che in questo giro la vita cambi davvero: un enorme salto di qualità nelle infrastrutture, nei servizi, nella ripartenza di un’economia che ha stagnato per troppo prima di essere tramortita dagli anni della pandemia. 

Il lavoro, ad esempio, avrebbe dovuto essere nuovo e con lo slancio inclusivo europeo. Gli operatori che vincono bandi del Pnrr devono assumere il 30% di donne e il 30% di giovani. È una priorità cosiddetta trasversale, una di quelle che dovrebbe capitare qualsiasi cosa accada. Openpolis ha fatto i conti ad aprile dell’anno scorso rilevando che il 69% dei bandi aperti fino ad allora non aveva previsto quote di assunzioni riservate a donne e giovani. A distanza di un anno – l’ultimo aggiornamento dei dati è del 4 aprile 2024 – e con molti più bandi e gare aperte, la situazione purtroppo è rimasta pressoché invariata. La maggior parte delle stazioni appaltanti ricorre alle deroghe. Di questi, il 42% ha dichiarato come motivo l’importo ridotto del contratto.

E quindi gli effetti limitati delle quote di assunzione rispecchiano le condizioni di maggiore svantaggio socio-economico ed educativo, di donne e giovani.

E così nel 2023 il 42,3% delle donne tra i 15 e i 64 anni di età risultano inattive. 1 su 4 giovani di 15-34 anni non lavorano e non sono inseriti né in un percorso di studio né di formazione (Neet). E sul tavolo rimangono quei 2/3 di bandi che non rispettano le priorità. «Ma voi lo vedete il Pnrr?»

Buon martedì. 

Irene Montero (Podemos): «Aborto, la crociata del governo Meloni contro i diritti»

«Il Governo Meloni mette a rischio la sicurezza di tutte le donne. Sempre educazione sessuale per decidere, anticoncezionali per non abortire e aborto sicuro per non morire» (El Gobierno de Meloni pone en riesgo la seguridad de todas las mujeres. Siempre educación sexual para decidir, anticonceptivos para no abortar y aborto seguro para no morir).

Irene Montero, ex ministra spagnola dell’Uguaglianza e attuale candidata di Podemos alle elezioni europee del 9 giugno, così si è espressa dopo l’approvazione da parte del Parlamento italiano di una norma che attaccherebbe la possibilità delle donne in Italia di abortire.

Eppure, un anno e mezzo fa, a pochissimi giorni dalle elezioni politiche del 25 settembre 2022, Meloni sembrava aver messo fine alla polemica sul presunto attacco alla legge 194 del 1978, che regola l’interruzione volontaria di gravidanza:
«Non intendo abolire la Legge 194, non intendo modificare la Legge 194. La legge sull’aborto rimane con Fratelli d’Italia esattamente com’è».
(Dichiarazione ripetuta quasi identica più e più volte, sia su radio – Rtl 102.5 – che su Tv nazionali – La7, Rai3).

E, in effetti, il primo punto del programma elettorale del partito di Meloni, quello su famiglia e natalità, a proposito dell’aborto proponeva «la piena applicazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, a partire dalla prevenzione».

Che succede quindi in Italia? Ha preso un abbaglio Irene Montero o, al contrario, dietro la cortina fumogena delle dichiarazioni di Meloni e dei/delle dirigenti dell’ultradestra si nasconde un reale attacco alla possibilità delle donne di decidere?

Venerdì 12 aprile la Commissione Bilancio della Camera dei Deputati approva un emendamento al disegno di legge per la conversione del decreto “Pnrr-quater”, che prevede misure per l’attuazione del Pnrr, ovvero il Piano italiano per l’utilizzo dei fondi del Next generation Eu.
Il testo dell’emendamento dispone che nell’organizzazione dei Consultori familiari – le strutture pubbliche e a libero accesso, che dovrebbero avere un ruolo cardine nell’accompagnamento di qualsiasi donna all’Interruzione volontaria di gravidanza – le Regioni «possono avvalersi anche del coinvolgimento di soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità».
L’emendamento è stato quindi approvato martedì 16 aprile dalla Camera e giovedì 18 aprile dal Senato. È, dunque, legge.

Nei fatti significa la possibilità che le associazioni pro-vita, cioè gruppi ultra-cattolici e anti-abortisti, potranno entrare nei Consultori pubblici ed esercitare pressioni – cioè violenza – sulle donne che sono lì per abortire.

Ad aver proposto quello che Montero definisce «una crociata contro i diritti di più della metà della popolazione» (una cruzada contra los derechos de más de la mitad de la población) è un maschio, il deputato di Fratelli d’Italia, Malagola. Che, sul proprio sito, nella parte in cui si auto-descrive come paladino della famiglia e delle politiche per la natalità, sostiene che «anche per questo ci opponiamo a chi diffonde la cultura dello scarto». A cosa si riferirà mai con “cultura dello scarto” un deputato che ha proposto una simile norma?

Eppure, l’ultradestra di governo continua a sostenere di aver semplicemente applicato ciò che è già previsto dalla legge 194/1978.
Potrà sorprendere qualcuno ma, in realtà, non dice il falso. Anzi.

L’attacco all’aborto volontario, oggi in Italia, infatti, non sta passando per l’abolizione o la modifica della 194/1978, ma attraverso la sua applicazione integrale.

Il vulnus, infatti, è nella legge stessa, che è frutto di un compromesso ormai lontano nel tempo. In un Paese cattolico come l’Italia, in cui la donna che “si procurava un aborto” era punita con una pena da 1 a 4 anni di carcere (art. 547 del codice penale), in cui l’influenza del Vaticano è sempre stata determinante, la conquista della possibilità di abortire, così come del diritto al divorzio, è stata tutt’altro che scontata.
Nel 1981 fu necessaria una vittoria referendaria (con un 80% di partecipazione elettorale e un 68% di cittadine e cittadini a proteggere la possibilità per le donne di abortire) per difendere la 194/1978 dal tentativo di eliminarla messo in campo da Vaticano, buona parte della Democrazia Cristiana e dalla destra neofascista del Movimento sociale italiano, il partito di cui è erede Giorgia Meloni.
In Parlamento il relatore contro la Legge 194 fu Pino Rauti, poi segretario del Msi nel 1990-91, e padre di Isabella, senatrice di Fratelli d’Italia e viceministra della Difesa.

Quel compromesso, avanzato per l’epoca, offre oggi le basi all’ultradestra per un nuovo e pesante attacco al diritto all’aborto.
Ad esempio, l’articolo 2 della 194/78 stabilisce che i Consultori contribuiscano «a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza». È questo l’appiglio giuridico di Malagola e dell’attuale attacco dell’ultradestra.

E, in realtà, già esistono casi in cui le associazioni anti-abortiste (dette malamente pro-vita, ma la stessa accettazione della loro auto-definizione segna una sconfitta per chi gli si oppone, perché chi mai si può opporre alla vita?) operano all’interno dei Consultori. L’esempio è quello del Piemonte, in cui la giunta di destra che guida la Regione nell’ottobre 2022 ha deciso di stanziare 400mila euro che in buona parte rischiano di finire proprio nelle tasche degli anti-abortisti, ovviamente dietro la scusa di mettere in piedi progetti che possano accompagnare le donne «in una scelta individuale consapevole» e per «percorsi di sostegno psicologico individuale e di gruppo».

L’attuale emendamento dell’ultradestra, dunque, non inventa una nuova realtà, ma contribuisce ad allargare una pratica purtroppo già esistente e, soprattutto, la finanzia coi fondi del Pnrr (Next Generation EU).

Ma non finisce qui. Perché quando a Rai3 Giorgia Meloni, sempre nel settembre 2022, quindi prima della vittoria elettorale e della sua nomina a presidente del Consiglio, affermava che «il diritto all’aborto in Italia è sempre stato garantito» mentiva sapendo di mentire.

Sempre la legge 194/78 prevede, infatti, la possibilità che i ginecologi pratichino l’obiezione di coscienza. Possono cioè rifiutarsi di praticare aborti, perché pratica contraria alla propria personale sensibilità e alle proprie credenze. Questa possibilità è diventata il cavallo di Troia per rendere di fatto inesigibile la possibilità di abortire per molte, troppe donne in Italia.

Si calcola, infatti, che 7 operatori sanitari su 10 in Italia siano obiettori di coscienza, con Regioni con una percentuale superiore al 90%. Per avere un metro di paragone, nel Regno Unito gli obiettori sono il 12% del totale, in Francia il 7%, in Svezia praticamente non esistono.
In Molise, ad esempio, una Regione di 300mila abitanti, esiste una sola struttura pubblica presso cui si può praticare l’interruzione di gravidanza. Fino al 2021 in servizio c’era un solo medico non obiettore, Michele Mariano. A maggio 2021 sarebbe dovuto andare in pensione, ma non ha potuto. Perché il bando per assumere chi avrebbe dovuto sostituirlo è andato deserto. E così ha dovuto ritardare il pensionamento, fino a quando non è arrivata una ginecologa non obiettrice (che inizialmente ha comunque dovuto affiancare).
La situazione è particolarmente grave nel Sud Italia, tanto che in un reportage di Politico Europe si diceva che «la migliore maniera di ottenere un aborto in Sicilia è prendere un aereo».

Il problema, dunque, è che un attacco al diritto all’aborto c’è, ma non passa tramite lo smantellamento della 194/78.
Si tratta di un’osservazione importante, perché implica un cambiamento di prospettiva da parte di chi lotta, invece, perché l’aborto volontario divenga un diritto e non una concessione elargita di volta in volta, magari strappata in una disperata e dolorosa corsa contro il tempo e contro i tanti ostacoli nell’accesso ai servizi pubblici dedicati. La legge attuale prevede infatti che l’obiettivo sia tutelare la vita “fin dal suo inizio”, altra espressione ambigua su cui marcia l’ultradestra.

Il cambiamento di prospettiva necessario è passare dalla lotta per la difesa della 194/78 a una battaglia per una sua profonda trasformazione.
Per conquistare posizioni più avanzate che facciano sì che del corpo delle donne non debbano disporre lo Stato o la Chiesa, né tantomeno l’ultradestra al momento al governo, ma le donne stesse.

Questo articolo di Giuliano Granato (portavoce di Pap) è pubblicato in collaborazione con Canal Red, fondato e diretto da Pablo Iglesias

Lucrezia Iurlaro: «Cura e solidarietà sono le due parole chiave per il futuro dell’Europa»

Gira l’Italia con lo zaino in spalla, ascolta e raccoglie esigenze e bisogni delle persone per costruire un programma concreto, per portare queste esperienze in Europa. Fiorentina, 26 anni, Lucrezia Iurlaro, si è fatta le ossa con la campagna “Stop Tampon Tax” promossa dall’associazione “Tocca a noi” – della quale è presidente e ora si candida alle europee con Alleanza verdi e sinistra.

Lucrezia, quale è stato il tuo percorso politico?

Il mio attivismo politico nasce dalle piazze, dalle manifestazioni e dai movimenti studenteschi, ma soprattutto dalla convinzione che per spostare l’equilibrio di questo mondo ancora ingiusto e iniquo, bisogna unirsi per costruire il cambiamento. Nasce dai banchi di scuola e nel mondo della rappresentanza, dove le mie battaglie erano per un’istruzione laica e accessibile davvero per tutte e tutti, contro il caro-libri, per un sistema di valutazione che guardasse e si misurasse sulla singola persona e la sua esperienza e non automatico ed oggettivante. Lottavamo per potere avere degli spazi all’interno della scuola dove ritrovarsi, discutere e organizzarci. Abbiamo lavorato alla costruzione di un movimento studentesco che fosse in grado di costruire le piazze di protesta, con assemblee aperte e partecipate dove ognuna ed ognuno diceva la propria; passando dalle tante iniziative con Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie) per arrivare alla battaglia contro la TamponTax e una rete di persone che in tutta Italia si è attivata per promuovere delle politiche attente all’equità tra generi e generazioni.

Come ci si arriva?

Il cambiamento per me è questo: invertire la rotta di un mondo individualista che si prende cura solamente di alcune persone e non di tutte; credo nella sua costruzione collettiva.
È fondamentale spiegare alle persone la necessità di questo cambiamento, convincerle a farne parte e ad assumere un ruolo attivo nella trasformazione delle società.

Quanto alla scelta di candidarti alle europee?

La candidatura nell’Alleanza Sinistra Italiana e Verdi rappresenta per me un’opportunità concreta per tradurre queste convinzioni in azioni politiche tangibili. L’apertura del partito di Sinistra Italiana verso figure civiche e indipendenti, così come la valorizzazione delle esperienze positive nate dalla base sociale, dimostra un approccio inclusivo e orientato al cambiamento reale. Sono convinta che dare voce a quell’attivismo politico che dal basso, ogni giorno, si impegna e lotta per un presente e un futuro più giusto ed equo possa fare la differenza e lasciare un segno importante.

Noi ti conosciamo per il TamponTaxTour di Tocca a Noi, una battaglia realizzata e voluta per ottenere Welfare equo e progressista, prima con l’obiettivo dell’Iva al 4% su tutti i prodotti igienici femminili, poi con la città della cura. Raccontaci questa esperienza e quanto questa abbia tracciato il percorso.

La battaglia per l’accesso ai prodotti mestruali e la lotta contro la povertà mestruale che ho portato avanti in questi anni come Presidente dell’associazione Tocca a Noi, sono solo un esempio di come sia possibile trasformare le istanze globali in azioni concrete a livello locale, coinvolgendo attivamente la comunità e ottenendo risultati di reale impatto per le persone. E così con il TamponTaxTour, insieme a centinaia di amministrazioni locali e tantissime realtà coinvolte su ogni territorio siamo riusciti ad ottenere un primo risultato sull’abbattimento dell’IVA sui prodotti mestruali. Questo processo ha permesso di creare una rete di persone in tutta Italia, progetti e nuove campagne che si pongono l’obiettivo di abbattere disuguaglianze e coltivare equità, partendo dal basso, che hanno il potenziale per generare cambiamenti significativi nel tessuto sociale.

Durante il Tampon Tax Tour si è strutturata spontaneamente una rete tra realtà e soggetti sparsi sul territorio nazionale attivi nel sensibilizzare sul tema delle mestruazioni e nel portare avanti una battaglia sul diritto alla salute?
Sì e da lì abbiamo proseguito andando nelle scuole superiori con studentesse e studenti a parlare di attivismo e diritti, facendo capire quanto anche una piccola azione posta spostare l’equilibrio del mondo, così come nelle scuole medie e nelle società sportive per parlare di sviluppo fisico ed emotivo, tabù sul ciclo mestruale, consenso e stereotipi di genere. 
In questi anni ho avuto la fortuna di conoscere in tutta Italia piccoli e grandi collettivi, campagne per i diritti umani locali e nazionali, singole persone che sentivano di voler partecipare anche solo per ascoltare ciò che avevamo da dire. Con ognuna di loro mi sono fermata per sentire quali fossero le loro urgenze, provando a portare la loro voce dentro le battaglie di Tocca a Noi ma soprattutto portando proprio loro, in quanto persone, nella nostra Rete.

Così è nata l’idea dell’appuntamento nazionale “Città della Cura”?

È da questo lungo percorso: cura e solidarietà sono la chiave per ricostruire le nostre società, soffermandosi sulle nostre relazioni con gli altri e le altre, e sulla nostra responsabilità nel costruire una società più inclusiva e giusta. E così con talk, performance, presentazioni di libri abbiamo raccontato un mondo dove le persone si sostengono a vicenda e lavorano insieme per affrontare le sfide comuni. Ciò, inevitabilmente, implica anche riconoscere e contrastare le disuguaglianze e le ingiustizie presenti nella società. Perché non portare un’idea di cura collettiva anche in Europa?
L’Europa è chiamata a rispondere a sfide cruciali: crisi demografica, flussi migratori, energia, transizione ecologica, intelligenza artificiale, pandemie.
Tutte queste sfide devono essere affrontate: impatteranno in modo determinante le vite di tutte e tutti noi nei prossimi anni. L’Europa deve assumere, con coraggio e radicalità, un ruolo centrale in tutto ciò: può farlo ripartendo dal paradigma della cura.

Abbiamo ascoltato il tuo intervento alla conferenza stampa per la presentazione della tua candidatura con AVS che si è tenuta lo scorso 17 aprile a Firenze, hai parlato dell’importanza di tornare in piazza, di tenere le persone al centro e non ai margini della società, come si può fare questo oggi in questa società?

Credo che le piazze siano per eccellenza lo spazio democratico dal quale si possa anche misurare la salute di una democrazia; a seconda se queste sono aperte o chiuse, libere di essere attraversate, quale tipologia di panchina presentano, quanto liberi si è di occuparle per una protesta. E poi le piazze racchiudono tante storie e tanti modi di viverle quelle storie: posso decidere di fermarmi a relazionarmi con una persona che ho appena conosciuto oppure attraversare la piazza di fretta senza guardarmi intorno.
Penso che sarebbe un bell’esercizio per ognuna e ognuno di noi fermarsi a sedere in una piazza ogni tanto, guardare quanto scorre davvero veloce il mondo nel quale siamo immersi e quanto distrattamente a volte anche solo per colpa dei ritmi imposti dal lavoro o dai doveri di cura che gravano su noi donne ci perdiamo degli spazi che dovremmo reimparare a vivere per imparare a stare insieme in maniera più equa.
In piazza ci si può stare in tanti modi: ognuna e ognuno nel proprio rettangolino scelto per conto proprio, scegliendo di non comunicare con nessun’altra persona, stabilendo lo sguardo fisso disinteressandosi a ciò che avviene intorno; oppure possiamo decidere di stare in piazza per parlare, confrontarsi, dibattere, manifestare il proprio dissenso, costruire un’alternativa anche solamente parlando con l’altra persona, ascoltare e aiutare chi ne dovesse aver bisogno, guardando e ascoltando. Nel primo caso qualcuno rimarrebbe ai margini, non considerato, non visto, ignorato. Nel secondo caso lo sviluppo di relazioni e la propensione alla solidarietà ci renderebbe naturalmente responsabili alla costruzione di una società più inclusiva e giusta.

Quella della piazza è solo un’immagine che dovremmo traslare in ogni ambito della vita, per immaginarci un Paese, un’Europa e un pianeta dove l’interesse alla cura della persona, alla garanzia dei suoi diritti sociali e civili, siano centrali.

Quali sono i tuoi obiettivi? Cosa vuoi portare in Europa? parlaci delle proposte.

Esserci, per ascoltare e rappresentare. 
La cura di cui parlavo deve essere collettiva: è per questo che la mia candidatura sarà fortemente legata ad un gruppo di persone, amiche e amici, compagne e compagni di battaglie, attiviste e attivisti con le quali porteremo avanti questa campagna elettorale e sperando che settimana dopo settimana questa squadra possa allargarsi; perché tocca ad ognuna e ognuno di noi esserci.
Vogliamo restituire dignità al fare politica. Forse può sembrare arrogante, ma la sensazione è che manchi sempre di più. La sensazione è che le molte e i molti che oggi fanno politica non sentano davvero l’urgenza di cambiare le cose e ascoltare le persone, per capire di cosa davvero ci sia bisogno e che la classe dirigente non sia preparata a questo.
Vogliamo centralizzare le persone. Io non ho bisogno di andare in Europa, ho il mio studio e il mio futuro professionale, ma voglio esserci per assicurarmi che le esigenze e i bisogni delle persone arrivino in Europa. 
La mia sfida per questa campagna elettorale sarà quella di tenere unite tutte le voci che vorranno essere ascoltate ed esserci in loro rappresentanza, schierandomi per un’Europa aperta e accogliente per le persone migranti e i loro diritti, rimettere al centro la giustizia sociale come unico strumento per abbattere le disuguaglianze oltre che per contrastare il fenomeno della criminalità organizzata di stampo mafioso, riaffermare e tutelare il diritto alla felicità per ogni persona. Ma soprattutto alzare la voce sui diritti delle donne, in maniera ferma e radicale, perché non c’è più tempo per nessun’altra vita sacrificata dalla cultura patriarcale in cui viviamo.

Autonomia differenziata in Aula, flash mob e proteste in tutta Italia

Concluso l’iter in Commissione affari costituzionali – con vari colpi di scena, tra cui l’episodio del presidente Pagano che non ha proclamato l’esito di una votazione in cui era stato approvato un emendamento dell’opposizione e ha rinviato ad una nuova seduta e il ricorso alla “ghigliottina”, con il voto solo per 80 emendamenti su 2200 – il Ddl Calderoli oggi, 29 aprile, è approdato in aula alla Camera per la discussione generale (qui la diretta). Ma tutto questo non avverrà nel silenzio. In decine e decine di città italiane e anche all’estero – Bruxelles, Berlino e Francoforte – sono previsti presidi per far conoscere ai cittadini la vera portata dell’autonomia differenziata, l’attacco all’unità della Repubblica messo in atto da questa destra al governo. Il partito di Salvini, in picchiata nel consenso popolare, vorrebbe utilizzare questo provvedimento come trofeo da esibire per le prossime elezioni europee. Anche se non è detto che la calendarizzazione del Ddl avvenga prima dell’8 e 9 giugno.

Per quanto riguarda la mobilitazione, dirette dai presidi locali e da Roma (al Pantheon) sono previste  dalle 15-15.30 su Radio Mir dove si alterneranno interventi di giuristi e attivisti. La mobilitazione contro quella operazione che l’economista Gianfranco Viesti nel 2019 aveva definito “la secessione dei ricchi”, ha visto di nuovo in azione molti di coloro che si erano opposti alla riforma costituzionale renziana che culminò nella vittoria del No al referendum del 4 dicembre 2016. Adesso il referendum è un’ipotesi lontana. Più concreto invece, come ha scritto il costituzionalista Massimo Villone, presidente del Coordinamento per la democrazia costituzionale, un ricorso direto alla Corte costituzionale da parte di ogni Regione che si senta lesa dal Ddl Calderoli e per questo motivo infatti Villone si era rivolto al presidente della Regione Campania De Luca.

Nei giorni in cui la maggioranza spingeva a ritmi serrati l’esame del Ddl Calderoli in Commissione, più di 70 esponenti della società civile hanno aderito all’appello di
Carteinregola e Articolo 21 per “chiedere alle deputate e ai deputati di
difendere le conquiste democratiche incarnate dalla nostra Costituzione”.

“L’autonomia regionale  differenziata – si legge nell’appello proposta dal ministro Calderoli, già approvata al Senato  e attualmente  all’ esame alla Camera dei Deputati,  sfascia l’Italia, la riporta alla dimensione degli staterelli preunitari e delle dominazioni straniere. 23 materie oggi esclusiva dello Stato o concorrenti Stato – Regioni potranno essere scelte, come un menu a la carte, da ogni Regione, per ottenerne l’esclusiva potestà legislativa e amministrativa. Materie che comprendono le  norme generali sull’istruzione, il paesaggio, il patrimonio storico e artistico della Nazione, l’ambiente, la biodiversità,  ma anche la sanità, le autostrade, i porti e gli aeroporti, la protezione civile, la produzione e distribuzione dell’energia e molte altre. Si trasferiscono così poteri senza responsabilità,  impedendo di disporre di quell’angolo visuale nazionale e sovranazionale che oggi è indispensabile per affrontare la complessità. Saremo un Paese Arlecchino ripiegato su se stesso, incapace di guardare al futuro,  che conterà sempre meno nella Unione europea”.

Tra i firmatari, giuristi e costituzionalisti come Massimo Villone, Francesco Pallante, il rettore dell’Università per stranieri di Siena Tomaso Montanari, scrittori come Maurizio De Giovanni, Marina Boscaino portavoce nazionale dei Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e del Tavolo NOAD, Fabrizio Barca del Forum Disuguaglianze e Diversità, Gianfranco Viesti, che ha approfondito nel nuovo libro Contro la secessione dei ricchi. Autonomie regiobali e unità nazionale le conseguenze dell’autonomia differenziata. E poi ambientalisti, urbanisti, architetti, la segreteria nazionale Flc Cgil. Perché lo spezzettamento delle competenze regionali determinerà ripercussioni in tutti i settori della società italiana.

Le piazze del 29 aprile qui l’elenco

Le audizioni in Commissione affari costituzionali

Qui il testo di Marina Boscaino

Qui il testo di Giovanni Russo Spena

Nella foto: manifestazione nazionale a Napoli contro l’autonomia differenziata, 16 marzo 2024

La neolingua di Meloni che diserta ma non lo dice

Il responsabile editoriale di Pagella politica Carlo Canepa sottolinea una frase pronunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il suo pomposo annuncio di candidatura alle prossime elezioni europee: «Lo faccio perché mi sono sempre considerata un soldato, e i soldati, quando devono, non esitano a schierarsi in prima linea».

L’utilizzo di un linguaggio militare in tempi di guerra per infiammare un gesto che non è nulla di più di una candidatura meramente simbolica serve per sottolineare l’essere in linea con il tempo. Ma è ridicolo, eccome, perché la prima linea di cui parla Giorgia Meloni è semplicemente un nome usato come simbolo per aggiungere forza a una votazione che di simbolico non ha nulla. La politica come marketing bellico è un modus che di solito si pratica con un minimo di vergogna ma la fierezza in queste ultime elezioni è un caso scuola.

Si tratta dell’ennesimo riferimento alla politica (e quindi alla vita) come guerra costante, con avversari da sconfiggere, armi da scovare, idee da debellare, territori da conquistare. Come scriveva Michele Nigro in un importante articolo su Pangea la lingua “diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma a sua volta la sciatteria della lingua ci rende più facili i pensieri stupidi […] pensare con chiarezza è il primo passo necessario verso una rigenerazione politica: così la lotta alla cattiva lingua non è un vezzo e non riguarda solo gli scrittori di professione”.

Se Giorgia Meloni si schiera in prima linea per le europee possiamo quindi dire che Meloni sa già che diserterà, se dovessimo seguire la sua metafora. Le parole sono importanti. Ecco spiegato perché intellettuali e scrittori diventano nemici.

Buon lunedì. 

Nella foto: frame del video della conferenza programmatica di FdI, Pescara, 28 aprile 2024

Scrivete Giorgia e avrete la guerra in casa. Perché la sinistra esita sul tema della pace?

Meloni a Pescara alla conferenza programmatica di Fratelli d’Italia ha ribadito: “E’ fondamentale accelerare verso una politica industriale comune nel settore della difesa, aumentare la collaborazione tra i nostri campioni nazionali in una logica di sovranita’ europea”. Ed era prevedibile.

Quel che mi preoccupa è il divario tra la capacità delle classi dominanti europee, in questi giorni, di delineare un sistema ed un’economia di guerra e l’afasia e irrilevanza delle forze democratiche; è un fatto inquietante e il segno di una sconfitta della politica. Non è sufficiente, infatti, esprimere  da parte dei centrosinistra europei una vaga propensione pacifista. Occorre, mi pare, ripartire dai fondamentali, dalle strutture economiche che, attraverso le guerre, cominciano a delinearsi, così come dal clima che scuote e percorre i popoli, frastornati, spesso inerti.

Come rispondiamo al messaggio dominante nell’Unione Europea, nella Nato, nel governo italiano: “si vis pacem para bellum”, che sconvolge le Costituzioni postbelliche e lo spirito originario delle Nazioni Unite? La prima risposta è, a mio avviso, nelle continue ristrutturazioni e rivoluzioni del capitale. Il capitalismo, scriveva Marx, è, per sua natura, un sistema globale; “deve annidarsi ovunque, insediarsi ovunque , stabilire connessioni ovunque”. Come scrive Emiliano Brancaccio “la tendenza alla centralizzazione del capitale in sempre meno mani porta ad una analoga concentrazione del potere politico, talmente accentuata da entrare in contraddizione con le stesse istituzioni borghesi della democrazia liberale. “Spira un forte vento di destra fascista nel profondo perché politici come la Meloni possono presentarsi come alfieri del mercato, del suprematismo bianco neocoloniale e razzista e, insieme, una “sorta di canaglia anticonformista ed anti establishment, ben analizzata, di recente, dallo storico Quinn Slobodian nel libro Einaudi Il capitalismo della frammentazione, (qui la recensione di Left).

La soluzione è sempre quella di avere un movimento sociale dietro ad un programma politico di riforme. La dialettica è un bastardo che è molto difficile da aggirare”. L’identità europea si sta ridefinendo, confusamente e violentemente, in questa dialettica: la post democrazia di oggi riprende il tratto coloniale ancestrale, uno dei fondamenti delle vicende storiche europee, come risposta infame alla bancarotta della globalizzazione liberista. Il capitale, anche oggi, ha bisogno della guerra; e la guerra è “costituente” di un sistema complesso, che è strutturale, sociopolitico, geopolitico. La guerra militarizza la società, in tutti i suoi gangli, le sue reti, i suoi anfratti. E’ disciplina come pedagogia di massa. Abbatte la Costituzione. Basti pensare, in Italia, alla sconvolgente operazione congiunta di “autonomia differenziata” (secessione dei ricchi) più premierato, elezione diretta del “capo”, plebiscito, evanescenza del Parlamento, riduzione del Presidente della Repubblica a funzione notarile. La democrazia costituzionale tende verso la “democratura”, la “capocrazia“, come la chiama Ainis.

L’Unione Europea sta varando l’economia di guerra, già delineata nella relazione Draghi a livello internazionale (e, in Italia, dalla recentissima relazione di Panetta, governatore della Banca d’Italia). L’educazione, la formazione militari entrano nelle scuole, nelle Università, per inculcare principi nazionalisti, bellicisti. L’isteria dei poteri politici e militari assimila ogni critica al genocidio di Gaza all’antisemitismo, ogni critica alla Nato alla sovversione dell’ordine costituito. Vengono represse manifestazioni studentesche; vengono sospesi ed indagati insegnanti. Il ministro Valditara tenta di spegnere , con il maccartismo, il sapere libero, la criticità verso il potere costituito.

All’ex ministro greco Varoufakis, in Europa, è stato sottratto il diritto di parola. In Francia la presidente di un importante partito di opposizione di sinistra, Mathilde Panot, viene convocata dalla polizia a seguito della sua espressa posizione filopalestinese: un avvenimento inedito e particolarmente grave, di fronte al quale non si potrà essere inerti. Perché questa precipitazione? Perché la guerra è l’alibi; anzi, è l’occasione per il potere di educare all’ordine sociale, all’obbedienza gerarchica. L’obbedienza ridiventa la prima delle virtù. Troppi giornali, troppe riviste, troppi media hanno, insieme a Meloni, calzato l’elmetto.

La criticità scientifica, non massimalista, di Left è una luminosa eccezione. Posso avanzare, innanzitutto a me stesso, una domanda scomoda, da non sottovalutare: dove è finita la “intellettualità democratica”, tanto osannata dalle sinistre istituzionali? Occorre forse ancora comprendere quanto si sia elevato il livello dello scontro e, quindi, il pericolo della regressione. Il rapporto classico tra potere e masse lo illustra, con la lucida determinazione del militare , senza la ipocrisia dei politici, l’ammiraglio Bauer, altissima carica Nato:”Le situazioni stanno cambiando in fretta. Dobbiamo sapere che, per i problemi di sicurezza, per una difesa collettiva, gli apparati militari attuali non sono più sufficienti; vi è bisogno di più gente che sostenga gli eserciti. E’ l’intera società che deve sentirsi coinvolta in guerra, che le piaccia o no”. Siamo in guerra!

Antifascismo e storia alla ribalta, se i giornalisti si danno al teatro

Luca Telese

Sono stati giorni in cui in tutta Italia si è parlato di storia e memoria. A Roma lo ha fatto la Festa della Resistenza, alla sua seconda edizione dal 23 al 25 aprile, che ha visto un susseguirsi incontri, lezioni, e spettacoli promossi e sostenuti dall’assessorato alla Cultura con l’Anpi e la curatela degli storici Davide Conti (qui la recensione del suo Fascisti contro la democrazia) e Michela Ponzani (qui l’intervista)  dal vivo e con il suo libro Processo alla resistenza edito da Einaudi che ricostruisce i processi ai partigiani nel dopo guerra mentre i fascisti venivano assolti.

E’ stato un festival che ha visto molti appuntamenti importanti, dedicati alla letteratura e la guerra (con Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino raccontato da Marco Belpoliti), “Le donne e la Resistenza” (una lezione di Benedetta Tobagi tratta dal suo libro Einaudi La Resistenza delle donne), il racconto delle tappe della Liberazione dal nazifascismo fatto da Michela Ponzani con Corrado Augias.

In questo 25 aprile appena trascorso, e mai così contrastato da forze avverse alla libertà e alla giustizia sociale, colpisce la quantità di eventi tra la cronaca e lo spettacolo teatrale vero e proprio, una tendenza che sta crescendo con storici, giornalisti, intellettuali che hanno preso l’iniziativa come se televisione, network e la stessa carta stampata non bastassero più. Va detto che già da qualche tempo i giornalisti della redazioni cultura avevano cominciato a costruire piccoli e grandi spettacoli. Nel luglio 2023, per esempio, lo storico, studioso di ebraismo Andrea Vitello aveva scritto su Left di uno spettacolo su Gramsci messo in scena da Gad Lerner e Silvia Truzzi del Fatto quotidiano. Lerner aveva trovato tre temi liceali del grande politico e intellettuale sardo, conservati in un armadio dal partigiano Francesco Scotti, primo segretario della federazione comunista milanese e deputato all’Assemblea costituente. Su questa grande suggestione era nato lo spettacolo di Lerner e Truzzi, Il sogno di Gramsci, partendo dalle tre pagine autografe in cui il giovanissimo studente già enunciava le convinzioni che più tardi avrebbe teorizzato ampiamente nei Quaderni dal carcere. Lerner raccontava in quell’occasione di come dieci anni prima della nascita della Costituente, Gramsci parlando con i compagni reclusi, teorizzasse la necessità di unire tutte le forze antifasciste per ricostruire il Paese. E di come la Scuola fosse importante per i giovani, e la cultura per il progresso di una società. Discorsi attualissimi, che infiammano ancora il dibattito nel nostro Paese. Ma dicevamo della “contaminazione” tra giornalismo e teatro: nel 2022, all’inizio della guerra in Ucraina, Ezio Mauro e Bernard Henry Levi, al Teatro Franco Parenti di Milano, spiegavano al pubblico quelle che, secondo loro, erano le ragioni del conflitto, in un confronto che conservava i termini di una pièce teatrale.

Nel mese scorso al Teatro Miela Bonaventura di Trieste i giornalisti impegnati contro la mafia Attilio Bolzoni (voce de il Domani, autore de Il capo dei capi, Parola d’onore, Il Padrino dell’Antimafia), Giovanni Tizian (autore de Il silenzio in Italia 1992-2022), Lucio Luca (firma di Repubblica, autore de La notte dell’antimafia) hanno ricordato con uno spettacolo un collega, ucciso moralmente dalla ‘ndrangheta attraverso una rete sottile e opprimente di false accuse, che hanno poi finito per farlo morire fisicamente.
Citiamo ancora Stefano Nazzi (giornalista di cronaca nera al Post) che da poco ha messo in scena al Teatro Arcimboldi di Milano (il Tam) il suo Indagini. Ricordiamo lo stesso Roberto Saviano, uno dei primi a sperimentare la formula di cronaca teatrale, che sarà in scena a maggio con il suo Sex and Mafia, la vita intima del potere criminale. Vogliamo citare anche il teatro politico di un giornalista, ma anche scrittore e collaboratore di Left come Giulio Cavalli nel 2009 con Do ut des Mafia e potere e nel 2011 L’innocenza di Giulio (Andreotti) e oggi in giro con Falcone, Borsellino e le teste di minchia e altri spettacoli di impegno civile.

La forma è sempre quella del pamphlet, fra inchiesta e narrazione in cui realtà e racconto si uniscono per ricostruire le ragioni, per descrivere i personaggi di cui si parla, per suggerire ipotesi.

Fra i primi giornalisti a praticare questa forma è stato Marco Travaglio, direttore del Fatto quotidiano, da anni quasi sempre in scena, dopo i successi di Slurp nel 2016, un recital definito nella ottimistica presentazione, come “terapeutico” verso i danni provocati dalla peggior classe politica del mondo, è tuttora in tournée in varie città italiane, fino al 20 maggio prossimo, al Lirico Gaber di Milano, con I migliori danni della nostra vita.

Cosa unisce queste differenti esperienze? In fondo tutti i giornalisti vogliono indagare lo stesso argomento: i poteri perversi di politica, finanza e di un certo tipo di informazione che riescono a condizionare il voto degli italiani. In tutte queste cronache-spettacolo si parla del clima di restaurazione, della guerra, (le guerre) infinita, della perdita di rapporto con quella che veniva chiamata “questione morale”. Locuzione famosa che chiama in causa, quasi per associazione di idee, l’ultima fatica letteraria di un altro volto noto di La7, quello di Luca Telese. La scorta di Enrico, il libro che parla della vita del leader del Pci Enrico Berlinguer attraverso i racconti e le testimonianze degli uomini che lo hanno accompagnato nella sua lunga vita politica, a cominciare da Alberto Menichelli, il suo autista, la sua “ombra”, presente nella sua vita pubblica e privata, vicino a lui in tutti i momenti salienti della storia degli ultimi quaranta anni. E poi Lauro Righi, Dante Franceschini, Pietro Alessandrelli, Torquato “Otto” Grassi, Alberto Marani, Roberto Bertuzzi. In filigrana si legge la storia, il dopo’68 in Italia, l’invasione di Praga, lo strappo con l’Unione sovietica, la strage di piazza Fontana nel dicembre 69 di matrice neofascista. Nel libro e spettacolo di Telese si parla anche di “questione morale” ricordando una intervista concessa da Berlinguer a Scalfari nel Luglio 1981 in cui dichiara “i partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela”. Dunque la figura di Enrico Berlinguer raccontata attraverso le testimonianze, i racconti, gli aneddoti, dei suoi fidatissimi uomini, delle compagne, delle figlie, che però restano in secondo piano, come un’eco familiare che non turba lo svolgersi del racconto, anzi lo arricchisce di umanità. In questa narrazione di Telese sfilano i più noti dirigenti comunisti, visti attraverso la lente della quotidianità, ma anche battaglie come quella per il divorzio votato in Parlamento nella proposta di legge, relatori l’ex partigiano Loris Fortuna e il giornalista-imprenditore Antonio Baslini, deputato liberale. In quel momento si ricorda nel libro, i Radicali non erano rappresentati alla Camera né in Senato, senza possibilità di trascinare voti a favore del No, ma fu grande la loro partecipazione. I documenti nel libro di Telese citano il discorso pronunciato dal leader a Padova nell’aprile ’74, in cui invita a votare No e ricordano il maggio ‘74 negli studi Rai a via Teulada in cui Berlinguer scherza dietro le quinte di Tribuna politica sui comunisti sfascia famiglie, prima di leggere un serissimo discorso in cui conclude “le donne della famiglia Cervi votano No”.
E poi l’illusione del compromesso storico e l’abbandono di quello che forse aveva capito essere stato un errore. I duri rapporti con il Psi, gli anni faticosi culminati in una ultima campagna, nel 1984, nell’ultimo discorso in cui parte dalla pace e dal disarmo. Scritto con la distanza che si addice al cronista, il libro chiede alla messa in scena che ne è stata tratta la partecipazione di attori-autori:Francesco Freyrie, Michela Gallio e Andrea Zalone che daranno voce ai personaggi e sarà presentato al Teatro Sala Umberto di Roma il 20 maggio, con repliche il 24 al Piccolo Teatro Grassi di Milano nell’ambito del Festival Gaber e l’11 giugno all’Arena del Sole a Bologna. Ma ci chiedevamo: perché il teatro? Perché non bastano tv e web e social? “Forse perché” , ci ha suggerito Giuseppe Cederna, il bravissimo interprete di tanto cinema (Salvatore, Amelio, Scola, Bellocchio, Chiesa) e tanto teatro (con Lavia, Orsini, Giorgio Gallione), scrittore, appassionato esploratore del mondo, “Perché il tempo teatrale non è così superficiale come quello televisivo, aiuta il pensiero. Chi parla ad un pubblico che vive e respira con lui, guarisce dalla frustrazione che coglie chi è obbligato a scrivere in poche righe tutto quello che si vorrebbe dire”. Il rapporto cambia, diventa più intimo, più complesso” Parola di attore.

A Mesagne nasce il piccolo cinema Ken Loach diretto da teen-agers

Io, Daniel Blake mi è piaciuto veramente tantissimo perché si basa su tre temi che mi stanno a cuore: la disuguaglianza sociale, la dignità umana e la solidarietà. Questi temi trattano le difficoltà della vita comune. E poi secondo me Ken Loach ha diretto il film con una sensibilità che lo ha fatto arrivare ai massimi livelli, infatti ha vinto la Palma d’oro”. Questo mi dice in un vocale Noemi, 13 anni, una studentessa che segue il mio corso di cinema nell’ambito del progetto formativo del Messapica Film Festival.

Noemi, assieme a tanti altri ragazzi tra gli 11 e i 18 anni, sabato 27 Aprile  ha inaugurato a Mesagne, in Salento, il Piccolo Cinema Ken Loach una sala unica nel suo genere: un cinema interamente gestito da teen-ager e dedicata al grande regista inglese.
Un progetto nato nel solco della formazione al linguaggio audiovisivo che assieme a Simone Amendola realizziamo in tutta Italia da oltre quindici anni con l’associazione Blue Desk.
Appena la pandemia ce lo ha permesso siamo tornati nelle scuole, e per la prima volta a Mesagne coinvolgendo gli studenti delle scuole superiori di primo e secondo grado. Quello che sta accadendo a Mesagne testimonia che la passione è contagiosa e che il cinema ha il potere di far accadere cose straordinarie. Non solo Ken Loach, ma anche De Sica, Georges Méliès, Martin Scorsese, I fratelli Lumière, Alice Guy. I nostri studenti hanno visto Ladri di Biciclette e si sono emozionati moltissimo, hanno realizzato diversi cortometraggi, hanno ideato un canale Instagram dedicato a recensioni e pillole di cinema, gestiscono un’arena estiva e per la settimana dello studente hanno organizzato masterclass di produzione, scenografia e recitazione. Un’onda di calore ed entusiasmo senza precedenti.

Il Piccolo cinema Ken Loach, ci tengono a specificare i giovanissimi, non sarà una sala commerciale come siamo abituati a pensare, ma un luogo dove proiettare cinema d’autore del presente e del passato e soprattutto un posto dove è possibile potersi sedere e parlare del film appena visto, scambiarsi idee e punti di vista. Recuperare una modalità di stare insieme attorno alle storie e alle emozioni di cui solo il cinema è capace.
Un progetto che crede fortemente nella visione dei film in sala, come momento di prossimità e calore tra le persone. Un regalo che i piccoli gestori fanno a tutta la comunità: un piccolo luogo inclusivo, gratuito e rivolto a tutti.
La continuità del progetto è stata di vitale importanza per arrivare alla maturazione di questo Cinema molto speciale. Determinanti nell’ultimo tratto di strada sono stati Il Comune di Mesagne e il Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola, promosso dal Ministero della Cultura e dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, che ha sostenuto il progetto “MEFF School Lab” nell’ambito del bando per progetti di rilevanza territoriale per l’anno scolastico 2022-23.

La nascita di questo piccolo cinema però si porta dietro anche un invito molto speciale: la comunità di Mesagne si è raccolta per un toccante video-messaggio di invito al grande regista Ken Loach. “Se mangiamo insieme, restiamo uniti” è la scritta che si vede dall’alto su una lunga tavolata, un monito che arriva direttamente da The Old Oak, ultima opera del maestro inglese (Ken Loach ha dichiarato recentemente che non farà più film da regista).
Attorno alla tavolata di Mesagne siedono volti e storie molto distanti tra loro – di nazionalità ed estrazioni diverse – e tutti insieme invitano il maestro a prendere posto a tavola, durante l’estate. Il video-messaggio vuole essere un segnale chiaro e forte in un momento storico che ci vede impotenti, un invito al mondo a fare un passo in più verso l’altro.

L’idea parte da me e Simone Amendola che da oltre vent’anni abbiamo un filo con il regista, prima con la realizzazione di un backstage sul set di Ticket, poi con il documentario Quando combattono gli elefanti in cui Loach partecipa con una testimonianza significativa, infine con il Messapica Film Festival di Mesagne, che vede Mr Loach nel Comitato d’onore.

Tante linee che il 27 aprile si intersecano a Mesagne con l’inaugurazione del Piccolo Cinema Ken Loach, un sogno pilota profondamente ispirato dal cinema civile del maestro inglese, con l’auspicio per le nuove generazioni di portare avanti attraverso il cinema (e non solo) le battaglie che riguardano l’umano e la socialità, contro qualsiasi forma di chiusura e individualismo.

Il disegno originale del volto del regista, che compare nel logo del cinema, è un regalo al progetto dell’artista Alessandra Dieffe.