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Cronaca di un fallimento annunciato

Hanno passato l’intera campagna elettorale urlando “chiudere i porti!” quando anche un bambino sa che i porti non si possono chiudere, i mari non si possono fortificare e soprattutto il diritto internazionale non concede il lusso di poter agevolare l’annegamento o il congelamento dei disperati.

Vinte le elezioni con quel motto cretino hanno pensato di replicare il “modello Libia” regalato da quella sedicente sinistra capeggiata dall’ex ministro Minniti con la Tunisia. Baci, abbracci, sorrisi, fotografie e soldi. Come sia andata lo racconta il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa: «Nelle quattro settimane precedenti il memorandum Ue-Tunisia, gli sbarchi dalla Tunisia in Italia erano stati 16.507. Nelle quattro settimane successive 17.592».

A questo punto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ci ha spiegato che il “record di sbarchi” è dovuto alle difficili condizioni della Tunisia. Il sottotesto è semplice: Saied vuole più soldi per fare di più il cattivo. Ma gli sbarchi aumentano anche dalla Libia: nei primi sette mesi del 2022 dalla Libia erano arrivate 22.787 persone. Nello stesso periodo dell’anno in corso 30.075. L’aumento è del 32%. E quindi? Quindi come racconta il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura l’Italia ha spedito due motovedette nuove di zecca ai libici per accalappiare più disperati in mezzo al mare.

Nel frattempo Piantedosi su mandato del governo ha provato in tutti i modi a ostacolare le navi delle Ong. Risultato? La Guardia costiera italiana ora è costretta a chiedere aiuto alle Ong per le operazioni di salvataggio. Un capolavoro di inettitudine che può essere superato dalla cretineria di un’opposizione che accusi il governo sullo stesso bestiale piano, ovvero sui “troppi arrivi”. Per non farci mancare niente abbiamo avuto anche questo.

Buon giovedì.

Nella foto: incontro di Giorgia Meloni con il presidente Saied, Tunisi, 11 giugno 2023 (governo.it)

«Maestà, il popolo ha fame». «Dategli le vacanze»

Ieri la ministra al Turismo Daniela Santanchè ha assestato un colpo alla propaganda di governo producendo un video che la ritrae in Versilia, lì dove ha cofondato lo stabilimento Twiga da 600 euro al giorno e di cui ha venduto le quote al compagno per non avere “conflitto di interessi”. «Oggi», ha detto, «mi auguro che tutti possiate passare una giornata serena e di spensieratezza. Vi faccio veramente tanti auguri e vi dico che il governo sta lavorando per avere tutte le offerte turistiche, perché tutti devono poter fare le vacanze», ha detto in un video, in cui alle sue spalle si vedono decine di persone in piscina. E poi: «Auguro buon Ferragosto anche a coloro che magari quest’anno le vacanze non le hanno fatte. Li voglio rassicurare, perché il governo sta lavorando perché le vacanze devono essere accessibili a tutti e perché bisogna lavorare sulla destagionalizzazione».

Il video (finito al telegiornale della televisione pubblica, come notizia) conferma alcuni aspetti di questo governo. Il primo, più evidente, è che i ministri intendono il proprio ruolo come influencer del proprio settore. Più del “fare” ritengono indispensabile “dire” e “fare parlare”, come se il ministero di cui si occupano sia semplicemente il momentaneo cliente da soddisfare. Ne esce un’accozzaglia in cui uno dice che «l’agricoltura salverà l’economia italiana», questa dice che «l’industria del turismo deve essere la prima della nazione», quell’altro che «solo le infrastrutture potranno fare ripartire il Paese». Piazzisti in contraddizione tra loro.

L’egoismo con cui esercitano il proprio ruolo produce in loro la preoccupazione che i (pochi) soldi a disposizione degli italiani finiscano nelle casse del proprio settore. Il coro della squadra completa che indichi come rendere dignitosa la vita degli italiani è un aspetto secondario. Quindi “le vacanze sono un diritto”, “i prodotti italiani sulle tavole degli italiani a Ferragosto” è un diritto, “attraversare il ponte di Messina è un diritto”, “non avere come vicini di casa una coppia gay con figli è un diritto”, “negare i neri che potresti ritrovare per strada è un diritto”, “che gli attivisti ambientali protestino con le buone maniere è un diritto” e così via. Il salario minimo e la sussistenza dei poveri no.

Buon mercoledì.

Tre indizi per fare una prova

Il vice presidente del Senato e senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri l’altro ieri se l’è presa prima con il sindacato di giornalisti Usigrai scrivendo: “Da buoni stalinisti voi di @USIGRai non tollerate le critiche di @ElPluralismoRai e mi insultate mentre scappate come coniglietti dalle mie domande. Fate minaccette ridicole per difendere @vditrapani e chi ha fatto operazioni vietate. Noi sappiamo tutto.Anche di più. Fate ridere”.

Poi se l’è presa con il presidente dell Federazione nazionale della Stampa italiana Vittorio Di Trapani scrivendo: “Allora era #ditrapani! Infatti tale @vditrapani invece di rispondere delle vicende che lo riguardano la butta in confusione. Il polverone patetico evoca tragedie estranee alle furbate sulle quali non gli daremo tregua. Si rassegni. Più scappa più lo inseguiremo”.

Poi ha risposto a un giornalista di RaiNews scrivendo: “Li so i particolari. Non li illustro a suo beneficio. Attento a dove parcheggia. È circondato da invidiosi. Che volevano il suo posto auto”.

Gasparri per ora è protetto dall’immunità parlamentare che tra i suoi aspetti negativi ha quello di dover sopportare linguaggi di persone che non risponderanno dei loro atteggiamenti. Ma, pensateci bene, che nome ha questo atteggiamento?

Buon martedì.

Sì o no? Cnel

Il salario minimo, da qualsiasi parte lo si guardi, che si sia d’accordo o meno, sarebbe una riforma impattante e immediata sulla vita di milioni di persone. Di colpo ricevere offerte lavorative che promettono stipendi orari irrisori non sarebbe più gavetta, non sarebbe più un “proviamo e poi vediamo”, non sarebbe più la giustificazione di “un momento difficile”: sarebbe illegale. È vero, siamo un Paese che spesso cammina placidamente nei sentieri dell’illegalità ma con l’istituzione di un salario minimo si spezzerebbe – questo è sicuro – la sensazione di inadeguatezza di un’intera generazione.

La decisione politica di non decidere – in questo caso passando le carte al Cnel di Brunetta usandolo come refugium peccatorum – è l’ennesimo caso di una vigliaccheria politica che è la seconda evidente matrice di questo governo. Non regge la giustificazione dell’approfondimento poiché senza nessuna remora questa stesso governo ha preso decisioni catastrofiche che hanno reso orfani bambini per decreto o che hanno scaricato sulla strada poveri accusati perché poveri.

Sono gli stessi inizi di vigliaccheria che con l’insediamento di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi hanno via via abolito le conferenze stampa della presidente del Consiglio, sostituendo le abituali domande dei giornalisti con video preconfezionati e unilaterali o letterine di Meloni ai giornali che le riservano una rubrica personale di fianco alla posta del cuore. Per questo risulta ancora più farlocco questo continuo appellarsi al “mandato popolare” ricevuto da parte della maggioranza: è vero, hanno vinto le elezioni, ma dopo un anno c’è da capire ancora “per fare cosa”.

Buon lunedì.

“Non esiste la guerra giusta”, la lezione di Gino Strada è più viva che mai

Gino Strada

«Essere definito un “utopista” per me è una benemerenza, non certo un’accusa. Ma in questo caso penso di essere un “realista”. Perché non c’è niente di più “realista” che battersi per abolire la guerra. E trovo davvero incredibile che l’assemblea generale delle Nazioni Unite in tutta la sua storia non abbia mai posto questo tema all’ordine del giorno», diceva Gino Strada, il fondatore di Emergency su Left nel 2016, dopo aver ricevuto dal Parlamento svedese il “Right Livelihood Award” (Premio al corretto sostentamento), il Premio Nobel alternativo. La motivazione del premio racchiude in sé il senso di un impegno che ha saputo unire nel tempo, valorizzando al massimo la “cultura del fare”, idealità e concretezza. Gino Strada fu premiato «per la sua grande umanità e la sua capacità di offrire cure mediche e chirurgiche di eccellenza alle vittime della guerra e dell’ingiustizia, continuando a denunciare senza paura le cause della guerra». Ed è quello che il fondatore di Emergency fece anche nell’intervista esclusiva concessa a Left. Idealità, passione e concretezza. È il fecondo “impasto” che Gino Strada rivolse alla comunità internazionale, parlando davanti ai parlamentari svedesi in occasione della consegna del premio: «Io sono un chirurgo. Ho visto i feriti (e i morti) di vari conflitti in Asia, Africa, Medio Oriente, America Latina e Europa. Ho operato migliaia di persone, ferite da proiettili, frammenti di bombe o missili. Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1.200 pazienti per scoprire che meno del 10 per cento erano presumibilmente militari. Il 90 per cento delle vittime erano civili, un terzo dei quali bambini. È quindi questo il “nemico”?». «Chi paga il prezzo della guerra?».
Abolire la guerra. Per averlo affermato, anche in occasione del Nobel alternativo, è stato tacciato di essere un “utopista”.
Per me è un complimento, non un insulto. “Utopia” era abolire la schiavitù duecento anni fa, eppure è stata abolita. L’accusa di “utopia” è un’assoluta sciocchezza. L’utopia è qualcosa che non si è ancora verificata ma non è detto che non debba o possa realizzarsi. È il sale della vita, dà un senso all’impegno quotidiano, crea movimento, dà una ragione forte per passare dall’“io” al “noi”. Qualsiasi conquista che ha segnato il cammino dell’umanità, in ogni campo, a partire da quello scientifico era un’illusione, un’intuizione, fino al giorno prima di diventare realtà. Oggi non siamo ancora riusciti a debellare il cancro, ma questo non ci porta a sostenere l’inutilità della ricerca, degli investimenti in questo campo. E nessuno liquida la lotta contro il cancro come una “utopia” da abbandonare. Questo, per me, vale anche per la guerra, che è il cancro dell’umanità. La guerra, come il cancro, continua ancora a esistere, e dovrebbe essere un impegno condiviso, a tutti i livelli. Ognuno, per quel che può, deve cercare la soluzione, l’“antidoto” per debellarla. La violenza non è la medicina giusta: non cura la malattia, ma uccide il paziente. «Siamo l’unica specie animale che fa la guerra»: non è un’affermazione dei giorni nostri, a dirlo fu Erasmo da Rotterdam, che già 500 anni fa smontò il concetto di guerra “giusta”. In un mondo come quello di oggi, dove i conflitti si moltiplicano in continuazione e si espandono, dove le armi disponibili potrebbero distruggere il pianeta, è ragionevole o no porsi il problema di come se ne esce? Io credo che sia la cosa più ragionevole. Abolire la guerra è una prospettiva molto più ragionevole che continuare a far finta di niente e continuare con questa pratica devastante. Il fatto che bombe e armi abbiano segnato, marchiato a sangue, il nostro passato, non vuol dire che debbano essere parte obbligata del nostro futuro. La guerra non è iscritta nel destino dell’umanità!
Stabilito che non esistono guerre “giuste” nell’orizzonte concettuale di Gino Strada, esistono guerre “necessarie”? Combattere Hitler, il nazifascismo, è stata una guerra “necessaria”…
Vorrei essere io a porre una domanda: è finito Hitler, è finito Mussolini, sono finiti tanti altri dittatori, ma non lo spirito del nazismo, del fascismo. Emergency, nel suo piccolo, è testimone sul campo di guerre che erano spacciate come “giuste” o “necessarie”, e che hanno solo finito per accrescere l’oppressione, moltiplicare il dolore di popolazioni intere, depredare quei Paesi teatro di guerre delle loro ricchezze. Perché non va mai dimenticato che è la povera gente, il popolo, la grande vittima delle guerre. E allora, torno a chiedere: tutto questo, l’oppressione, la crudeltà, è sparito con Hitler e Mussolini? No, non è sparito. La Prima guerra mondiale, la “Grande guerra”, sarebbe dovuta essere la guerra per far finire tutte le guerre, come affermò il presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson. Ma le cose non sono andate così. Dopo la Grande guerra, nella maggior parte dei Paesi europei si insediarono dittature feroci. Poi, si è arrivati alla Seconda guerra mondiale, che è costata almeno 50 milioni di morti e che ha lasciato un’Europa in macerie, semi-distrutta. E dopo quella guerra, che tutti continuano a ritenere non solo necessaria ma indispensabile, cosa è successo? Si è aperta un’epoca di pace, di stabilità? No. In tutto il mondo ci sono stati oltre 170 conflitti, molti dei quali sono ancora in corso; conflitti che hanno provocato più di 25 milioni di morti. A cambiare sono state solo le definizioni di guerra, quelle sì. Tra questi neologismi c’è la guerra “umanitaria”: la bestemmia più grande che abbia mai sentito. Nella guerra non c’è nulla di “umanitario” ma tanto, tutto, “contro” l’umanità. Quanto ancora dobbiamo aspettare, quanti altri conflitti e morti dovremo contare, per capire che è quella cosa lì, la guerra, il vero mostro? Questa domanda è stata posta, sessant’anni fa, da alcuni dei più grandi cervelli che l’umanità abbia mai conosciuto. Mi riferisco a Bertrand Russell e ad Albert Einstein, e al loro Manifesto firmato dai più grandi scienziati al mondo. Da Percy Bridgman, Joseph Rotblat, Frédéric Joliot- Curie, Max Born, solo per citarne alcuni. Quel Manifesto poneva una domanda molto semplice: dobbiamo porre fine alla razza umana, oppure l’umanità deve rinunciare alla guerra? Quella domanda, sessant’anni dopo, attende ancora una risposta. E una risposta credibile non può non partire dalla constatazione che la situazione è diventata più critica e pericolosa ovunque. Gli stessi cittadini europei si sentono oggi più insicuri di quanto lo fossero anni fa. L’unica soluzione è discutere a livello internazionale di questo tema. Ripeto: devono discutere di questo alle Nazioni Unite. Devono stabilire che la guerra è come la schiavitù, e dobbiamo capire seriamente come liberarcene. Senza l’abolizione della pratica delle guerre questo pianeta non ha futuro.
E i “buoni propositi” professati dai sostenitori delle guerre “giuste”, “necessarie” “umanitarie”?
Le guerre, quelle degli Stati, come dei gruppi terroristi, si combattono con le armi, tra cui le mine anti uomo, prodotte anche da imprese italiane. L’80-90 per cento delle armi in circolazione sono prodotte e vendute dai cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, gli stessi (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) che dovrebbero vigilare sulla pace e la sicurezza del mondo. Gli armaioli sono i pacificatori! Ciò spiega molto dei buoni propositi e del per- ché l’abolizione della guerra non ha trovato mai spazio di discussione all’Onu. Ma questo non deve far venir meno l’impegno di quanti, e siamo in tanti, credono che la guerra sia peggiore di tutti i mali che pretende di risolvere. L’alternativa è la rassegnazione, la resa, la complicità persino.
Ci sono oggi capi di Stato o di governo, soprattutto quelli che hanno maggiori responsabilità, i cosiddetti “Grandi della Terra”, all’altezza di questa sfida?
Non è questione di quale sia il livello dei leader. Mettiamoci dalla parte dei cittadini del pianeta. I capi di Stato o di governo vanno e vengono, sono le popolazioni che restano. Non possiamo pensare che a risolvere i problemi siano le stesse persone, i governi, i leader, che le guerre l’hanno volute. La prima cosa è capire, studiare, dibattere, creare movimento, su come espellere la violenza dalla storia dell’umanità. È una cosa difficile? Non lo so. Molte volte abbiamo sbagliato le previsioni, e quello che sembrava impossibile si è invece realizzato e viceversa. Certamente, se non si pone il problema non se ne uscirà mai. La guerra non significa altro che l’uccisione di civili, morte e distruzione. La tragedia delle vittime è la sola verità della guerra. Esserne consapevoli ci dà la spinta, l’energia, le motivazioni, gli argomenti per provare a realizzare questa “utopia”. Perché la guerra non si può “umanizzare”, si può solo abolire. Dobbiamo convincere milioni di persone del fatto che abolirla è una necessità urgente e un obiettivo realizzabile. Se saremo in tanti a pensarlo questa “utopia” può essere realizzata.
Oggi c’è lo Stato islamico, è “giusta” e “necessaria” la guerra contro i terroristi?
La Storia si ripete, cambiano soltanto i nomi, non la logica che sottende al richiamo alla guerra “giusta” o “necessaria”. E tutti quelli che provano a eccepire sono dei pavidi, irresponsabili, se non fiancheggiatori dei mostri. Così è stato quindici anni fa, in Afghanistan, quando il “mostro” da combattere erano i talebani. Più di trenta Paesi hanno combattuto questa guerra “giusta” e “necessaria”, che ha ridotto a «danni collaterali» le migliaia di civili uccisi o feriti nel conflitto. Ora, però, che i talebani si stanno scontrando con le milizie dello Stato islamico, cosa diciamo? Quale storia raccontiamo alla popolazione afgana vittima di quindici anni di guerra “giusta” e “necessaria”? Scusateci, abbiamo sbagliato, i mostri di ieri sono gli alleati di oggi… La verità è che per essere perpetrata, la guerra ha bisogno di nuovi “mostri” da abbattere. Oggi è il turno dello Stato islamico, domani cambieranno nome e obiettivo. L’importante è proseguire su questa strada, con ogni mezzo e ad ogni prezzo. Tanto a pagarlo sono i più deboli e indifesi. Carne da cannone. Perché una cosa è incontestabile, l’ho verificata di persona, con Emergency, in tutti i teatri di guerra in cui siamo e continueremo a essere impegnati: alla fine a pagare il prezzo della guerra sono i civili. Le guerre sono sempre state dichiarate dai ricchi, dai potenti, e in molti hanno accresciuto il loro potere, ingrossato i loro conti in banca, grazie alle guerre. Sono le popolazioni civili a subirne le conseguenze. A combattere e a morire sono sempre i figli dei poveri. Quanti figli di primi ministri, di capi di Stato, di Ad delle grandi industrie degli armamenti sono andati e morti in guerra? La guerra è anche questo: la cosa più classista che l’uomo abbia prodotto. Anche per questo va debellata.

(Tratta da Left n.48, 12 dicembre 2015)

Gino Strada, foto di Matteo Masolini – Gino Strada #3, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=13499350

Ci sei arrivata viva, Michela

Questo non è un coccodrillo per Michela Murgia, che i coccodrilli vanno scritti sapendolo fare e non invidio coloro che oggi per mestiere dovranno comprimere in un pezzo così tante vite. Dieci ne conta lei. Non è il racconto di un episodio condiviso, con una foto ripescata.

È il lamento per l’ipocrisia, da cui Michela Murgia rifuggiva ben prima della malattia. Diceva che il cancro rende liberi, ci ha invitato a essere liberi anche senza cancro ma lei libera lo è stata sempre.

L’ipocrisia di quelli che “Michela Murgia si fa scrivere i libri, ho un amico che conosce il suo autore fantasma in Einaudi”. L’ipocrisia di quelli che “Michela Murgia non è più una scrittrice, ha scelto di fare l’influencer”. Quelli che “Michela Murgia vede fascismo dappertutto per vendere più libri”. Quelli che “eccola che infine si candida per sistemarsi su una poltrona”. Quelli che “Michela Murgia crede di potersi inventare famiglie che non esistono per legge e per natura”. Quelli che “Michela Murgia non ha nemmeno l’eleganza di essere malata con un po’ di riservatezza”.

L’ipocrisia di quelli che “io posso essere anche d’accordo con lei ma sbaglia i modi”. Quelli che “la politica non andrebbe fatta dagli scrittori”, quelli che “Michela Murgia vuole morire da screanzata”, quelli che “è illeggibile”, quelli che “è inascoltabile”, quelli che “è inguardabile”, quelli che “io non capisco perché dobbiamo leggere sempre quello che pensa  questa”, quelli che “non si capisce chi sta con chi e chi è figlio di chi”, quelli che “la letteratura è un’altra cosa”, “la politica è un’altra cosa”, “l’antifascismo è un’altra cosa”.

Quelli oggi stanno sfogliando i sinonimi e i contrari per redigere un comunicato luttuoso. E scopriranno di non avere il vocabolario. Ci sei arrivata viva, Michela.

Buon venerdì.

Locarno Film festival, Ken Loach contro ogni razzismo

Al Locarno Film festival, in una Piazza Grande gremita all’inverosimile da 8mila spettatori una standing ovation ha accolto l’8 agosto il regista Ken Loach. L’applauso corale gli viene tributato prima della proiezione del suo ultimo film, The old oak (La vecchia quercia) che in Italia uscirà il 25 ottobre. È dunque un tributo alla carriera, alla costante attività di lotta politica a favore dei più deboli che Loach porta avanti con i suoi film da sei decadi. Malgrado circa dieci anni fa avesse deciso di ritirarsi, la terribile realtà sociale provocata dai governi Tory succedutisi lo ha spinto a continuare, in stretta collaborazione con Paul Laverty, da anni lo scrittore dei copioni dei suoi film. Una coppia capace di fondere il dialogo con le immagini, con un’alternanza magnetica di forza e poesia. Dal cambio di decisione sono scaturiti Io, Daniel Blake, palma d’oro a Cannes nel 2016, e Sorry, we missed you del 2019.

«Con Io, Daniel Blake e Sorry we missed you – ha detto Ken Loach durante l’incontro con i giornalisti – abbiamo lavorato prima sulla realtà di uno Stato che nega a chi è in difficoltà il sussidio necessario per vivere e non fare la fame. E poi su chi, come il protagonista di  Sorry we missed you, è costretto a lavorare oltre 12 ore al giorno senza uscire dal suo stato di povertà. Attraverso la vicenda dei profughi siriani insieme a Paul (Laverty) volevamo mettere in luce come in quella situazione così devastata socialmente anche la solidarietà che un tempo c’era ed era forte si è perduta. Del resto basta vedere cosa accade in Gran Bretagna con un premier nato da genitori indiani come Rishi Sunak che ci aspetteremmo più sensibile nei confronti dei migranti, e invece manifesta un atteggiamento razzista che ha ulteriormente aggravato la situazione. Purtroppo questa classe dirigente si preoccupa solo di difendere il mercato»

Ed ora questo film, a chiudere una trilogia tutta ambientata nella contea di Durham, nordest dell’Inghilterra – per il futuro, ha detto, pensa «a qualcosa di più piccolo, un documentario». «Abbiamo deciso di tornare nella contea di Durham – ha raccontato Loach durante la conferenza stampa – dove avevano già lavorato proprio perché è abbandonata dalle istituzioni e dalla politica, e dopo la chiusura delle attività industriali è stata dimenticata da tutti, conservatori e laburisti. Dai primi nessuno si aspetta nulla, dai secondi si sentono traditi. Molte famiglie sono emigrate altrove, i negozi, le scuole, le biblioteche hanno chiuso. In questo contesto l’estrema destra ha trovato un terreno su cui prosperare».

The old oak, ambientato nel 2016, prende nome dall’unico pub rimasto aperto in un ex villaggio di minatori, impoverito dalla chiusura delle miniere nel 1980. Alcune foto nel film mostrano la dura lotta dei minatori per tenerle aperte. La sconfitta ha portato grande miseria. Molti di loro sono emigrati. Quei pochi rimasti sono per la maggior parte pieni di rancore verso tutto e tutti. Anche perché i negozi hanno chiuso i battenti, il governo non considera i problemi della comunità, e nemmeno la chiesa dà una mano. Abbandonati da tutti. Anzi, si sono ricordati del villaggio per spedirvi un gruppo di rifugiati siriani, mandati lì perché vi erano molte case economiche da affittare. E forniscono loro gli aiuti sotto forma di cibo, giochi, vestiti, un ulteriore oltraggio alla povertà locale, per la quale non organizzano rimedi. Oltre al danno la beffa. Prima ancora che i siriani arrivino, la rabbia e l’odio si tagliano col coltello. E chi ne fa le spese è uno dei protagonisti principali del film, TJ (Dave Turner) che, essendo il barman del pub, ascolta per ore i disoccupati rancorosi a bere birra e lamentarsi. TJ tiene aperto a stento il pub come omaggio al passato, quando era un importante centro di incontro dei lavoratori e delle loro famiglie. Ma non condivide il razzismo senza appello degli avventori. All’inizio del film c’è l’arrivo di un pullman pieno di questi profughi, da cui scende l’altra protagonista, Yara (Ebla Mari), fotografa. Uno degli abitanti le strappa di mano la macchina fotografica, unico tesoro che è riuscita a portare con sé. La macchina cade a terra e si rompe. Per porvi rimedio lei si rivolge a TJ, e lui si lascia coinvolgere. Fra lui e Yara si instaura una amicizia basata sulla solidarietà, che porterà ad un superamento delle incomprensioni e degli odi che alcuni degli abitanti del villaggio spargono contro i nuovi arrivati.

Yara si fa portavoce, lungo tutto il film, delle idee del Maestro, mostrando quanto lo scambio fra culture diverse sia un arricchimento per tutto il nucleo sociale in cui gli stranieri si sono spostati. In particolare la frase «Se smetto di sperare, il mio cuore smette di battere», che lei dice a TJ, sottolinea uno degli aspetti della lotta politica del regista. Per Ken, alla denuncia e alla lotta deve sempre accompagnarsi la speranza in un futuro migliore. Merita di essere citata anche un’altra battuta del film: «La solidarietà non è carità», a proposito della quale il regista ha commentato: «Bill Gates e Jeff Bezos parlano di quanto spendono in beneficenza. Sarebbe meglio pagassero le tasse dovute».

In Piazza Grande il regista ha introdotto il film con un’accorata analisi della deriva destrorsa e populista che funesta oggi molte nazioni. Dopo una rapida sintesi storica degli anni precedenti, ha detto, con una frase lapidaria: «E poi arrivò la Thatcher», vista come l’origine dei neoliberismi malati del mondo attuale. Oltre alla denuncia c’è però – importantissimo  per lui – l’invito a mantenere la speranza. E in conferenza stampa ha detto: «Noi esseri umani sappiamo ancora essere buoni vicini con chi è in difficoltà. Non siamo di natura ostili verso l’altro, e il senso di solidarietà nell’accogliere un’altra comunità può ancora prevalere. Tutto questo andrebbe messo insieme perché è più forte dell’estrema destra. Possiamo sconfiggere la loro propaganda, non dobbiamo cedere a quella di Le Pen o del capo del governo in Italia, Meloni».

Nella foto: Ken Loach a Cannes 2019, foto Georges Biard (Wikipedia)

 

 

Marco Aime racconta il grande “gioco” del Sahel. Dalle antiche carovane ai Boeing di coca

Molti stereotipi gravano sull’Africa a cominciare dall’idea che sia un continente immobile, senza storia. Niente di più falso. Come si evince anche leggendo il bel libro di Marco Aime e Andrea de Giorgio Il grande gioco del Sahel (Bollati Boringhieri) che racconta il vivacissimo passato di quella striscia che attraversa 12 Stati – dal Gambia all’Eritrea – e che oggi purtroppo, è diventata una cicatrice sul mondo: zona di tratta di esseri umani, di traffico di cocaina e di incursioni di jihadisti.

Per molti secoli invece il Sahel significava «la fine del viaggio, la fine della sete, il riposo, la sicurezza, la ricchezza, l’altra faccia del deserto», racconta Marco Aime, antropologo culturale dell’Università di Genova, raccontando città dalla storia millenaria come Timbuctù.
Nell’immaginario collettivo l’antica città maliana ha sempre rappresentato un affascinante altrove, ma poco si conosce la sua storia di città di cultura che vantava prestigiose università.

Professor Aime come è avvenuto che il Sahel da oasi di cultura e del traffico dell’oro sia diventato il luogo del traffico di droga e dei nuovi schiavi?
Timbuctù è un nome che è entrato nella fantasia. Molta gente non sa dov’è, ma sa che è lontana. Nel 1300 aveva due università, esattamente quando nella nostra penisola cominciavano le repubbliche più antiche. In quelle università africane insegnavano intellettuali che venivano da tutto quel vasto mondo che andava dall’Andalusia all’India. Avicenna per esempio insegnava lì e vi lasciò trattati di astronomia.
Facciamo un passo indietro per poi arrivare all’oggi. Come era il Sahara nei secoli passati?
Il Sahara non è mai stato troppo deserto, è sempre stato abbastanza trafficato, fin dall’antichità. Spesso si è sentito dire che il deserto avesse isolato l’Africa, ma non è così. Sahel vuol dire sponda. Dal Mali arrivavano grandi quantità di oro. Il mito di Timbuctù entrò nell’immaginario occidentale anche grazie a un geografo catalano che la raccontò come l’Eldorado africano. Intorno all’anno mille era arrivata nel Sahel la scrittura insieme all’Islam. Timbuctù non nacque come villaggio, ma come città, ricca, letterata e colta. Ancora oggi i suoi abitanti sono un po’ come i fiorentini: “meglio di loro non c’è nessuno”, sono un po’ snob, aristocratici, memori dei fasti del passato. Tanto che quando lascia la città dicono che vai in campagna. Oggi la realtà è cambiata ma resta quel pensiero.
L’idea che Africa fosse isolata, dunque, non dice il vero?
L’Africa era perfettamente inserita nel mercato che collegava tutto il Mediterraneo e tutta l’Europa. Non comunicava solo con il Medio Oriente e con l’Asia. Lo scambio riguardava le merci ma anche le culture. Timbuctù è famosa anche per i manoscritti che conserva. Quanti siano nessuno lo sa. Si parla di decine di migliaia. Parliamo di una città letterata in cui si usava la scrittura comunemente e l’arabo come lingua ufficiale. Il commercio transahariano ha una caratteristica: filtra l’inutile. Attraversare il deserto è pericoloso. Ha senso sfidare il rischio solo per trasportare cose di alto valore. Il Sahara nel medioevo era presidiato dai Tuareg che controllavano un territorio. Per ogni tratto dovevi pagare loro un pedaggio. La protezione costava. E siccome la fatica era tanta, viaggiavano solo stoffe pregiate, oro, avorio, schiavi soprattutto. Ma anche rame e sale.
I Tuareg di fatto controllavano il deserto?
Esattamente. Noi li vediamo in modo romantico come gli uomini blu. Nella realtà locale sono percepiti come gente che taglieggiava nello scortare il trasporto delle merci. Il mito dei Tuareg nasce con il mito dell’oro e del sale. In questa area Timbuctù si giova di una posizione speciale. Il fiume nasce a 200 km dall’oceano Atlantico, ma invece di andare a ovest va a est e incontra un altopiano e fa un’ansa per poi scendere. La città sorge nel punto più a nord. È una sorta di hub, di piattaforma intermodale. Divenne uno snodo commerciale. Come tutte le città carovaniere cominciò a decadere nel 1600, quando il cammello perse la battaglia con la caravella, e tutto l’asse si spostò sull’Atlantico.
Oggi i trafficanti di coca, tabacco e nuovi schiavi seguono le mappe medievali?
Il traffico di coca arriva dalla Colombia con gli air cocaine, scaricati nel Sahel. La droga viene poi caricata sui camion. Sono gli stessi che a pagamento ospitano migranti.
Chi controlla questi traffici?
I gruppi jihadisti. Il Sahel sarà il nuovo Afghanistan. Tutti oggi parlano di Sahehilstan. Tutto è iniziato nel 2011 quando Gheddafi fu ucciso dai francesi. Nel sud della Libia c’era la sua guardia speciale di Tuareg, armati dai russi, i quali d’un tratto si trovarono senza avere un referente. Voltarono la testa verso sud e andarono in Mali occupando tre quarti del Paese. Poi arrivarono i francesi, anche perché nel deserto c’è l’uranio. Solo di recente Macron ha lasciato il Paese. «Ci costa troppo», ha detto «e non riusciamo a risolvere niente». Al posto dei francesi sono entrati i russi, i mercenari del gruppo Wagner. Nel Sahel si sono creati gruppi filo jihadisti. Non sono omogenei. Alcuni sono filo Al-Qā’ida, altri filo Isis . Dopo la crisi dello Stato islamico molti di loro si sono spostati nel deserto del Sahara per i traffici della coca. Proprio il traffico di droga in Europa li sta alimentando. Ed è paradossale che i percorsi che fanno oggi la droga e i migranti seguano le stesse tracce percorse nel medioevo.
Il Sahael è diventato anche un grande cimitero a cielo aperto…
Le notizie drammatiche che ci arrivano dal Mediterraneo sono una infima parte di quel che accade. Il Sahara è un vero cimitero e non sapremo mai quanti sono morti di fame e di stenti nel deserto. Non ci sarà mai una anagrafe. Spesso i trafficanti non intercettati da alcuna pattuglia scaricano i migranti nel deserto e scappano, lasciandoli morire. Il grande gioco del Sahel oggi vede al centro i jihadisti. Ma vi hanno messo le mani prima la Francia, e oggi la Russia e la Cina che ha un grosso peso in Africa e ed esercita un controllo sui giacimenti di uranio. Il Sahel è attraversato dal grande fenomeno migratorio che vede persone in arrivo dal Sudan, dall’Etiopia perché quelli sono i corridoi. Le tracce di un tempo oggi sono peggiori di allora, più crudeli.
Dal Mali e da altre zone arrivano notizie di una pervasiva penetrazione dei contractor della Wagner. Tanto che si diffondono magliette con la scritta “Je suis Wagner”. Cosa sta succedendo?
Da un certo punto di vista sono stati molto abili. Ma non dimentichiamo il crescente sentimento anti francese seguito all’uccisione di Gheddafi. Va anche ricordato che 14 Paesi, ex colonie africane, sono legati dalla moneta unica, il franco francese, il cui valore viene determinato da Parigi. È colonialismo economico. Nel febbraio 1992 ero in Benin e d’un tratto fu comunicato che il franco veniva dimezzato di valore. Immaginate milioni di famiglie che si sono trovate così metà dei soldi, perché Parigi ha deciso così. Gheddafi stava proponendo un nuovo modello di moneta panafricana. Non a caso i francesi attaccarono la Libia in quel momento. L’odio verso i francesi è alimentato da due parti in Mali: dai religiosi islamici e dai militari. Per cui il paradosso è che i russi appaiono come il nuovo, pur di non essere francesi…
Così si spiega perché tanti Paesi africani si sono espressi in sede Onu e altrove contro le sanzioni alla Russia che ha invaso l’Ucraina?
Esattamente. La Cina da molti anni ha una massiccia presenza in Africa. Da un po’ c’è anche la Russia
E anche la Turchia?
Evidentemente. Il gioco è complesso.
L’Africa fa gola a molti?
Ha molte risorse e il Pil è in crescita. Il vero problema dell’Africa non è la ricchezza ma la distribuzione. Ci sono tante persone povere in Paesi ricchissimi. Il problema sono le grosse disuguaglianze legate a una scarsa rappresentatività sociale e alla scarsa alfabetizzazione. Anche se tutto sta migliorando. Sottolineo però che noi stiamo chiedendo all’Africa di fare quel passaggio che noi abbiamo fatto in secoli.
La scarsa rappresentatività sociale che favorisce le dittature cambierà con la crescita delle nuove generazioni?
È in atto un grande processo di cambiamento. Ora ci sono molte “democrature” o, per dirla con il premio Nobel nigeriano Soynka, ci sono tante «democrazie voodoo», ovvero finte democrazie in cui il leader coopta quattro cugini e si arrocca al potere. Questo è il limite. Ma non dimentichiamo che sono solo 60 anni che l’Africa è indipendente. Ormai il boom urbano è un fatto assodato. Sono sempre di più gli africani che vivono in città e sono soprattutto giovani. Hanno una visone diversa. Sono perfettamente globalizzati come i nostri giovani. Tutto ciò porterà a un cambiamento politico-economico dell’Africa. Però dobbiamo dare loro tempo. Non possiamo pensare che accada in pochi decenni. Dobbiamo tener presente anche che spesso gli Stati africani sono nati in maniera artificiale, non per un processo endogeno, ma per i comodi dei colonialisti.
Troppo spesso la cooperazione internazionale ha avuto un ruolo fallimentare? Basterebbe aiutare l’istruzione?
Secondo me basterebbe non sfruttarli. Teniamo conto che oggi nel nord del Congo ci sono i più grandi giacimenti di cobalto e servono per le batterie. L’ottanta per cento di quel cobalto è in mano ai cinesi. Alle multinazionali conviene un dittatore. Ripeto, smettere di sfruttarli farebbe molto di più delle finte cooperazioni.
Tra i settori in crescita c’è anche quello della moda?
Sicuramente c’è molta attenzione per l’abbigliamento, per lo stile. C’era nella tradizione e c’è nella vita urbana. Il settore della moda sta crescendo. L’Europa pare cominci a guardare agli stilisti africani e a importare qualche idea.
La moda si intreccia con la musica nel movimento della Sape di cui Papa Wemba è stato un grande interprete. Può dirci di più di questo fenomeno di cui parla African power dressing, (Genova University press), il libro di Giovanna Parodi da Passano che lei ha presentato?
La Sape è la moda dei giovani di Brazzaville che si vestono in modo elegante e vengono chiamati a matrimoni e feste per le loro scarpe lucidissime. Indossano giacche di colori sgargianti che su di noi farebbero effetto pagliaccio, ma sulla pelle scura risultano ben altrimenti. Hanno il culto della eleganza sfrenata, sono un po’ una élite.
Coltivano un’idea di eleganza che si lega a una visione pacifista?
Sì, c’è un gusto della bellezza molto dandy a Kinshasa e in altre città. Fonde stile occidentale ed elementi locali. Ma c’è anche un grande movimento di stilisti africani che propongono innovazioni molto interessanti.
La globalizzazione in questo caso non annulla le differenze. Rileggono la moda francese facendola propria, risemantizzandola. Che gioco c’è fra locale e globale?
La musica tradizionale africana è partita con gli schiavi. È passata attraverso i Caraibi, il Brasile le Americhe, ed è tornata da là. È stata rielaborata quando sono arrivati gli strumenti come la chitarra elettrica. Un amico congolese mi raccontava che negli anni Sessanta mentre in Italia ci si divideva tra fan dei Beatles e dei Rolling Stones, loro si dividevano tra fan di James Brown e Otis Redding, i due maghi del soul. La musica africana oggi è già passata attraverso tutte queste esperienze. La musica è una bella metafora della cultura africana, continuamente dà vita a generi diversi. C’è sempre stato questo rimescolamento, questa metabolizzazione da cui nasce sempre qualcosa di nuovo. A questo proposito consiglio di leggere il bel libro di Steven Feld Jazz cosmopolita ad Accra (Il Saggiatore) che racconta questo movimento eccezionale di reinvenzione del jazz nella metropoli. Non c’è frontiera che tenga. La nostra musica – dal blues all’hip hop – arriva tutta da lì.
Fin dal Cinquecento quando arrivarono nelle corti musicisti neri e cambiarono la storia della musica…
La scala pentatonica nacque nell’ansa del Niger. E poi con gli schiavi africani arrivò Oltreoceano diventando blues, bossanova e tutti gli altri ritmi caraibici. Tutto si è basato su quella scala.

Questa intervista è stata pubblicata su Left, novembre 2022

La libertà o niente. Il coraggio di Emma Goldman

Hayemarket Square, Chicago. È il primo maggio del 1886. Migliaia di lavoratori – attivisti anarchici e operai – scioperano per ottenere una giornata lavorativa di otto ore. In alcuni tafferugli un manifestante viene ucciso e altri feriti. Si convoca un’adunanza e il culmine viene raggiunto il 3 maggio. La polizia sorveglia anche se la protesta è assolutamente pacifica. All’improvviso esplode una bomba tra le forze dell’ordine e immediatamente partono colpi di arma da fuoco in ambedue gli schieramenti. Il bilancio finale tra polizia e lavoratori è gravissimo. Otto tra lavoratori e anarchici sono ingiustamente arrestati perché ritenuti colpevoli di aver scagliato la bomba, e cinque di loro verranno impiccati l’11 novembre 1887 dopo un processo sommario e in mancanza di vere prove a loro carico.
Emma Goldman ha 18 anni. Era giunta un anno prima, insieme alla sorella Helena, dalla Lituania, dove era nata. Segue con estrema attenzione il processo che si rivela una montatura; rimane sconvolta dalle procedure e dal suo esito tragico che la spingono irreversibilmente verso la scelta di campo dell’anarchismo, affascinata dalle idee, dal coraggio, dalla dignità e dalla coerenza dei condannati.

A vent’anni, quella che diventerà per la stampa americana e per tutti «Emma la rossa», spicca il volo con un’intensa attività militante che durerà tutta la vita. La vediamo arringare alla folla nei comizi, a sostenere la causa dei lavoratori oppressi, a difendere migranti, prostitute e donne di qualsiasi estrazione sociale. Viaggia in lungo e largo per gli Stati Uniti, svolge conferenze, pubblica articoli. Conosce la prigione, quella dura, ma non si ferma mai nella lotta contro lo sfruttamento, i pregiudizi, l’ipocrisia nei rapporti sociali, il giogo violento della religione e dello Stato.

Molta della sua vita sprizza, felicemente intensa, dalla raccolta di articoli del volume appena pubblicato da Elèuthera dal titolo Libertà o niente, a cura di Francis Dupuis-Dèri.
Qualcuno potrebbe chiedersi perché oggi dovremmo provare interesse per una donna vissuta così lontana nel tempo. E allora basterebbe, forse, cominciare a scorrere le pagine con i titoli trattati, per capire che il mondo attuale non è andato molto più in là dei primi del Novecento in tema di libertà di pensiero, di amore, sessualità, contraccezione, rapporto uomo-donna, laicità, diritti, immigrazione. Sono pagine fresche e sanguigne quelle di Emma. Un inno alla vita e alla ribellione contro la proprietà, che significa «esercitare il proprio dominio sulle cose e negarne l’uso agli altri»; contro lo Stato che protegge e preserva proprietà e monopolio; contro la Chiesa e la religione creata dalla «fantasia distorta degli uomini che non avevano conseguito il pieno sviluppo e il pieno possesso delle loro facoltà» come scriveva l’ateo Bakunin. Una professione di radicale ateismo contro tutto ciò che «soffoca i bisogni dell’uomo» e rende «schiavo il suo spirito».

Antimilitarista e antinazionalista convinta, condivide profondamente il pensiero anarchico perché unica filosofia di pace, «l’unica teoria dei rapporti sociali che consideri la vita umana più preziosa di qualsiasi altra cosa».
L’anarchismo, nonostante le ombre di atti violenti a cui cerca di dare risposte, è ciò che, per lei, si propone di recuperare dignità e indipendenza contro ogni costrizione e intromissione da parte dell’autorità. Solo l’anarchismo «enfatizza l’importanza dell’individuo, le sue potenzialità ed esigenze in una società libera». È vita e armonia sociale, pensiero che si batte contro ogni istituzione che contribuisca a «deviare l’energia umana nei canali sbagliati».

Emma Goldman anticipa in modo sorprendente le battaglie progressiste contro la pena di morte, il sistema carcerario, la leva obbligatoria, la criminalizzazione dell’omosessualità. Nemica irriducibile del puritanesimo, ne denuncia la violenta ipocrisia, ostile a ogni «impulso sano e spontaneo», e la ferocia nel contrapporsi a ogni espressione naturale di sessualità, libertà e bellezza, giudicate peccaminose. Ma la sua migliore e più incisiva espressione umana e politica la troviamo nelle battaglie per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile.
È consapevole che i diritti civili, pur necessari, non bastano a liberare la donna dalle catene dei pregiudizi e delle convenzioni sociali. Si batte per l’autodeterminazione e per la contraccezione. Combatte il forzato binomio donna/maternità e il matrimonio come la prima delle mistificazioni sociali che rendono la donna schiava, oltraggiata, «priva di anima» e di diritti. Denuncia la «criminale ignoranza» riguardo alla sessualità a cui era soggetta la donna che la priva «dell’esperienza profonda e magnifica del sesso» fino al matrimonio. L’amore – denuncia – rimane uno sconosciuto ma è l’amore che crea il vero legame sentimentale, la vera unione. È l’amore, l’amore libero, l’istinto naturale e salutare della sessualità, il vero potenziale che lega uomini e donne e che può contribuire a fondare una nuova società. Per un attimo, sembra di ascoltare la voce di Aleksandra Kollontaj che legge a voce alta Largo all’eros alato!.

Emma Goldman sente necessaria una nuova rivoluzione culturale, una liberazione mentale dai vincoli religiosi e dai pregiudizi culturali e morali. È consapevole che, nella storia del progresso umano, ogni «idea nuova che annuncia un mondo migliore», è costretta a una lotta ostinata e tenace contro un vecchio ordine che utilizza qualsiasi modo o mezzo, anche crudele, per fermare il nuovo che avanza. Come Aleksandra Kollontaj e tutte le donne esposte in prima fila in questo scontro culturale e umano di identità non riconosciute, vive sulla sua pelle la denigrazione, la calunnia e l’esclusione. Ma senza mai arretrare. Entra in conflitto con gli stessi anarchici che non riconoscono il concetto profondo e rivoluzionario di emancipazione femminile. L’idea del possesso, lo svilire le rivendicazioni è sempre dietro l’angolo, anche con loro.

«La mia vita è valsa la pena?», si domanda Emma nel titolo dell’ultimo articolo del libro. Lo lasciamo scoprire ai lettori. Possiamo senz’altro affermare, però, che la sua vita e il suo pensiero sono tra i punti di riferimento imprenscindibili che hanno contrassegnato l’affermazione di diritti e di libertà di cui oggi, nonostante tutto, godiamo. Nonostante tutto perché siamo purtroppo ancora distanti, molto distanti, da quell’utopia umana che Emma Goldman e le sue compagne ribelli sognavano. Riscopriamole e rileggiamole perché la guerra, la violenza contro le donne, contro i bambini, contro i migranti, la politica assente, il neoliberismo sfrenato e reazionario, in cui il diritto del capitale annulla e distrugge i diritti degli esseri umani, la confusione culturale e politica, soprattutto a sinistra, che alimenta incertezze, poca chiarezza o assenza di risposte nella società, non hanno trovato ancora un argine sicuro e certo e aggrediscono continuamente quella libertà e quella eguaglianza per cui donne e uomini hanno lottato e continuano a lottare, anche a rischio della loro vita.
Riscopriamo e rileggiamo Emma Goldman perché ci racconta che gli esseri umani non vogliono la guerra, non vogliono lo sfruttamento, non sono violenti per natura. Ciò che li rende tali è l’estremo impoverimento, gli abusi, i vantaggi illeciti, il disattendere non solo i bisogni ma le esigenze di altro, oltre il riposo e il lavoro. A monte, c’è l’oppressione di una cultura virulenta e repressiva di politiche reazionarie impastate di religione.
Allora è urgente un’opposizione culturale e politica che promuova un salto di qualità, profondo, radicale. Comprendere cosa è umano e cosa non lo è, può essere la chiave per ritrovare una speranza, la ribellione, ideali umani forti per una prassi concreta rinnovata.
Oggi un pensiero nuovo ci dice che «la libertà è un movimento ed un processo dell’essere che ricerca la verità di sé stesso». Emma Goldman probabilmente lo avrebbe ascoltato.

 

per proseguire la ricerca: Il libro di left Partigiane dei diritti contiene un approfondimento su Emma Goldam di Stefano Berardi qui per acquistare il libro:https://left.it/libri/ 

Nella foto: un murale che ritrae Kanno Sugako, Frida Kahlo e Emma Goldman

Giorgia Meloni: 27 minuti e la sua vera natura

Per l’ennesima volta, Rai News 24 ha mandato in onda gli appunti di Giorgia: 27 minuti “senza alcuna intermediazione giornalistica“. Una scelta che il comitato di redazione di Rai News 24  ritiene “inopportuna in quanto sminuisce il ruolo di verifica e di mediazione giornalistica che deve svolgere una redazione giornalistica”. Conclude il cdr di Rai News 24: “Questa volta non si dica che da sempre gli interventi del Presidente del Consiglio si mandano per intero. In questo caso, non si è trattato di una diretta ma di un intervento registrato e premontato” conclude la nota.

In quei 27 minuti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha pensato bene di minare l’incontro con l’opposizione fissato per domani. «Perchè se il salario minimo legale è la soluzione, non lo hanno introdotto? Probabilmente perchè si è consapevoli che non è una soluzione efficace», dice Meloni.

Riccardo Magi di +Europa si chiede a questo punto a cosa serva incontrarsi: «Se c’è la volontà di aprire alla nostra proposta bene, altrimenti non regaleremo a questo governo una passerella per poter dire “guarda quanto siamo bravi”», dice. Sulla stessa linea il leader del M5s Conte che dice: «A questo punto si comprende come l’incontro si preannunci in salita. Il governo non sembra volersi smuovere dai suoi pregiudizi. Vorrà dire che nel corso dell’incontro proverò a spiegare come stanno le cose con dei grafici». Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni: «Cosa ci ha convocato a fare?», sottolineando come quel video «sembra una provocazione». Come dimostrano i dati, il salario minimo spinge ad una crescita generalizzata dei salari». Arturo Scotto, Pd: «Il salario minimo va fatto per legge, nessuno deve lavorare sotto i 9 euro l’ora e la contrattazione collettiva va rafforzata. Questo c’è scritto nel testo e questo le ribadiremo con forza a Palazzo Chigi». Calenda chiede di tenere i toni «bassi».

Le è impossibile nascondere la sua vera natura.

Buon giovedì.

Nella foto: frame del video di Giorgia Meloni, 9 agosto 2023