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Chiara Volpato: Indagine sulle radici del sessismo

Chiara Volpato perché questa nuova edizione di Psicosociologia del maschilismo (Laterza), dopo la prima pubblicazione nel 2013?
Avevo finito di scrivere il libro nel 2012, esattamente dieci anni fa; nel frattempo è uscita nuova letteratura scientifica sull’argomento. In più, mi sembrava importante che il libro avesse una nuova vita perché in questo momento c’è una riflessione vivace su questi temi, che sta cambiando le cose. Ho aggiunto un capitolo intero sulle forme estreme del dominio. Nell’edizione precedente si parlava di oggettivazione e di violenza, ma la letteratura è cresciuta, la riflessione ugualmente, quindi ho pensato di dedicare più spazio a questi temi.

Lei apre il libro con un capitolo sulla “questione maschile” ricordando che gli studi sugli uomini inizialmente erano pochi rispetto alle ricerche sulle donne. La cito: «Essendo considerato prototipo dell’umano il genere maschile, allora le ricerche sono state più sui gruppi discriminati ma non sui maschi».
C’è stato un cambiamento a partire dagli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, che ha portato a riflessioni di cui si sono occupati studiosi uomini e donne.

Questo pensiero del maschile come “prototipo dell’umano” con cui tutte le altre categorie si devono confrontare, è una specificità della cultura occidentale?
Non sono un’antropologa, ma so che ci sono state delle culture nelle quali non c’era questa caratterizzazione. Però sono veramente minoritarie. Penso che, nella grandissima maggioranza delle culture umane, la definizione del maschile come prototipo dell’umano esista e sia potente.

Ci sono delle ipotesi sul perché?
Dagli studi emerge l’ipotesi che nella Preistoria, nelle culture di cacciatori e raccoglitori, non ci fosse subalternità femminile. Pare che i ruoli fossero distribuiti non tanto per genere quanto per età. Si ipotizza che i giovani partecipassero in maniera più o meno paritaria a procacciare il cibo, mentre le generazioni più anziane si dedicavano al lavoro di cura. La differenziazione che penalizza il femminile inizia probabilmente con lo sviluppo dell’agricoltura, quindi con il Neolitico. Lì viene introdotta la proprietà privata, vengono create le classi sociali, appaiono i ricchi e i poveri. E si crea anche la differenziazione tra maschile e femminile. La forza fisica maschile probabilmente ha fatto sì che gli uomini si occupassero della gestione militare e politica e le donne venissero relegate al lavoro di cura.

Lei descrive magnificamente l’iter del concetto di “vero uomo” nella cultura occidentale.
Ritengo che i ruoli sociali e quindi anche i ruoli di genere siano delle costruzioni storiche, cambino quindi a seconda delle epoche. Dall’Ottocento in poi, assistiamo a vari mutamenti, a momenti di ripensamento, di “crisi del maschile”, ma secondo un andamento non lineare. Nel corso del Novecento – soprattutto in concomitanza con le Guerre mondiali – si sono verificati anche dei momenti di recupero della visione maschile tradizionale. Poi, i movimenti degli anni Sessanta, soprattutto quello femminista, hanno cominciato a creare delle incrinature. Penso che ci troviamo tuttora all’interno di questa prospettiva, anche se, negli ultimi anni, assistiamo a preoccupanti recuperi del modello maschile tradizionale. Ci sono movimenti di contrattacco e ritorsione nei confronti della nuova autonomia femminile e figure politiche che li hanno incarnati, come Donald Trump negli Stati Uniti e Bolsonaro in Brasile.

Prima di Donald Trump c’era Barak Obama, che per certi versi proponeva un’altra immagine di uomo, sempre legato al potere ma con un atteggiamento più empatico, almeno a livello personale. Personaggi come Trump sono la reazione a quest’altro tipo di mascolinità?
Penso che Trump incarni una reazione sia ai nuovi modelli del maschile, sia a tutta una serie di cambiamenti sociali in atto. Interpreta una parte della società che, a mio avviso, guarda indietro invece che avanti.

Apprendiamo dal suo libro che in psicologia sociale si adopera costantemente il concetto dei Big Two, due caratteristiche che notiamo subito negli altri, distinguendo cioè tra il fattore della communality, attribuito alle donne, e la agency che sarebbe un po’ il compito e il nucleo dell’identità maschile.
Questa però non rispecchia la realtà oggettiva delle cose. È l’interpretazione stereotipica: il nucleo di credenze stereotipiche fa sì che alla donna vengano attribuiti i tratti collegati con la capacità di entrare in empatia con gli altri, di relazione, di calore. E all’uomo, invece, i tratti legati all’agency, al muoversi nel mondo, alla forza, alla conquista, al potere. Le cose oggi stanno cambiando, perché l’immagine femminile non è più quella tradizionale. È un’immagine più variegata, più complessa, caratterizzata anche da una serie di ambivalenze. Questa nuova immagine femminile suscita i contrattacchi e le ritorsioni della “mascolinità risentita”.

Nel libro ci sono pagine molto efficaci sulla difficoltà degli uomini di corrispondere allo stereotipo del “vero uomo”. La loro socializzazione in questa direzione appare quasi più difficile della socializzazione femminile e passa, così lei scrive, attraverso i legami tra uomini, il male bonding.
Questi legami profondi tra uomini sono molto importanti nella socializzazione maschile. Credo che contribuiscano anche a un certo maschilismo, perché l’uomo deve diventare tale di fronte agli altri uomini. Non può perdere la faccia, non può comportarsi “da femminuccia”. Pensiamo, per esempio, a tutto il discorso militare, come è stato e come è tuttora, perché le guerre esistono ancora ed esiste tuttora una certa mentalità militare da macho. Il “vero uomo” non deve avere tratti femminili e deve reprimere tutto ciò che può far interpretare il suo comportamento come incline all’omosessualità. La costruzione dello stereotipo tiene sempre presente l’allontanamento da questi due aspetti: dal femminile e da tutto ciò che non è eterosessuale.

Allora, una donna è tale perché viene considerata “femminile”, desiderabile e valida dagli uomini. Mentre gli uomini non devono essere confermati nella loro identità dalle donne, ma dagli altri uomini?
Certo, nella visione tradizionale sono gli uomini a decidere cosa è valido sia per se stessi sia per le donne. Si tratta di una costruzione per opposizione, per divaricazione tra i tratti tipici femminili e i tratti tipici maschili.

Lei riporta una serie di studi secondo cui la supremazia maschile non è indolore nemmeno per i diretti interessati.
La supremazia maschile comporta un prezzo molto alto che per tanto tempo è stato sottovalutato. Se si costruisce il militare come paradigma del “vero uomo”, non si può lasciare spazio all’emotività, alla tenerezza, alla confidenza. Le amicizie maschili sono soprattutto amicizie del fare, mentre quelle femminili sono amicizie basate sulla confidenza, caratterizzate dal disvelamento. Gli uomini pagano il non potersi aprire all’altro in termini di salute psicologica e fisica. Vi sono molte malattie, o difficoltà a far fronte alla malattia, che colpiscono più gli uomini che le donne. Su questi piani gli uomini hanno meno risorse. La costruzione di un’identità forte, tutta d’un pezzo, corrazzata li rende più deboli di fronte ad alcune difficoltà esistenziali.

Descrivendo invece gli stereotipi di genere relativi alle donne, lei annota che non esiste soltanto il noto stereotipo del disprezzo, basato su una presunta inferiorità femminile, ma anche altri stereotipi.
Esiste una specie di tassonomia degli stereotipi che ne prevede quattro tipi tra cui quelli di ammirazione e di disprezzo. Il disprezzo nei confronti delle donne era molto presente nell’antichità, ma lo troviamo anche oggi. Lo stereotipo di ammirazione nei loro confronti è invece molto raro, perché di solito il pregiudizio di ammirazione si prova nei confronti dei gruppi sociali favoriti, e le donne, per definizione, non lo sono. Però, verso le donne si trova il cosiddetto women wonderful effect, che le definisce meravigliose. Si tratta di una maniera di lodare il loro essere stupende nelle relazioni e nella cura – con l’obiettivo però di mantenerle al posto loro assegnato. Quindi, anche questo non può essere interpretato come uno stereotipo di ammirazione.

Un filo rosso che attraversa tutti i suoi libri è l’indagine sui motivi che fanno sì che le categorie oppresse siano d’accordo con la loro discriminazione. Che si considerino, in qualche modo, giustamente non considerate alla pari.
C’è spesso un’accettazione del ruolo subalterno perché può essere comodo. È difficile essere sempre all’erta, in uno stato di ribellione. Allora si accetta il sessismo benevolo, quell’atteggiamento che dice “sei una persona meravigliosa, che però ha bisogno della protezione maschile”. C’è l’accettazione della complementarietà dei ruoli, sia nelle relazioni private che nel lavoro in cui spesso le donne accettano di stare un passo indietro. Anche per motivi oggettivi, perché hanno bisogno di spazio per l’affettività, il lavoro di cura, la maternità. A volte c’è lucidità nell’attuare questa collusione; a volte invece le donne la attuano in modo inconsapevole, magari prendendone coscienza solo anni dopo. L’ho visto succedere ad alcune studentesse. Gli anni dell’università sono anni importanti per le scelte che richiedono, che sono spesso scelte di vita sul piano affettivo e su quello del lavoro. Spesso però non c’è molta consapevolezza o lucidità nel fare tali scelte.

Lei menziona anche limitazioni imposte dall’esterno, invisibili ma efficaci.
Ci sono degli indici oggettivi che ci dicono, sulla base dei numeri, che in effetti esiste il “soffitto di vetro” e il fenomeno della “conduttura che perde”. Le ragazze spesso sono le più brave all’università, ma poi incontrano difficoltà specifiche e rischiano di perdersi per strada. Qualche anno dopo la laurea, i posti migliori o più remunerati vanno ai loro compagni. Il mondo del lavoro è tuttora un mondo difficile per le donne.

Mi ha colpito quando lei parla della paura del successo da parte delle donne, di questa sensazione per cui si pensa “non devo emergere troppo, non sta bene”.
Ho trovato interessante uno studio secondo cui che le donne che hanno più successo del partner tendono a nasconderlo o a farsi perdonare cercando di essere iperfemminili nella gestione della casa e delle relazioni.

Tuttavia, ci sono stati cambiamenti enormi, come forse mai prima nella storia. Essi riguardano sia le donne che gli uomini?
Le ricerche hanno constatato che lo stereotipo femminile si è molto diversificato negli ultimi trent’anni. Non ha perso i tratti tipici femminili, ma ha acquisito anche tratti maschili, diventando più complesso. Questo è successo molto meno con lo stereotipo maschile. Teniamo però presente che stiamo parlando di stereotipi! Nella realtà, anche il maschile sta cambiando. Un’esperienza personale: ad agosto ho fatto un viaggio nella parte orientale della Turchia. Anche lì ho visto uomini che portano in giro i bambini in carrozzina. Ho notato cioè una certa vicinanza al figlio o alla figlia, che non penso tradizionalmente fosse così esibita e accettata socialmente. E anche lì si vedono molte donne che lavorano, che hanno cambiato il loro ruolo nella società.

Lei sottolinea più volte nel libro che arrivare a un superamento degli stereotipi di genere non favorisce solo le donne, ma è anche nell’interesse maschile.
Sì, perché va a beneficio di entrambi. Se queste visioni e questi ruoli cambiassero, non ne beneficerebbero solo uomini e donne, ma la società tutta, come provato da molte ricerche anche di tipo economico: le società in cui le donne hanno una partecipazione attiva alla vita economica e politica del Paese sono società che stanno meglio delle altre, decisamente meglio delle società in cui la partecipazione femminile è ridotta.

Un anno fa è finita l’era Merkel, in Italia abbiamo la prima presidente del Consiglio: sto parlando delle donne al potere. Anche lei pensa, come molti, che una volta al potere una donna si comporta esattamente come gli uomini?
Penso che sia difficile generalizzare. Alcune donne – l’emblema è Margaret Thatcher – sono andate al potere con delle strategie tipicamente maschili e con una visione tradizionale della società. In altri Paesi invece le donne arrivate al potere hanno cercato di portare una visione un po’ diversa basata sulla loro esperienza storica, che implica una maggior attenzione alla cura, alle relazioni, all’ambiente. Se ci pensiamo, anche l’attenzione all’ambiente ha a che fare con le relazioni di cura. È una cura per ciò che ci sta intorno… Però le donne al potere con questa visione sono poche, le troviamo soprattutto in alcune situazioni particolarmente favorevoli come nei Paesi del Nord Europa, Paesi ricchi e con una popolazione poco numerosa. Penso che le donne, per poter portare un cambiamento in politica, non devono essere sole. Possono innescare un cambiamento quando sono almeno in un piccolo gruppo, che permette di darsi forza e sostegno reciproco.

Storicamente parlando, quindi, piuttosto che la singola Thatcher o Merkel, è più significativo che nei Parlamenti – in alcuni Paesi – sono presenti sempre più donne?
Quando le donne sono un certo numero possono indirizzare la politica del Paese verso certi temi rispetto ad altri. L’attuale però non è un buon momento da questo punto di vista, perché con l’aggressione russa all’Ucraina, si è tornati a una visione più militarista della società.

Se in Russia e in Ucraina ci fossero più donne nel governo, la guerra non sarebbe scoppiata o sarebbe già finita?
Probabilmente sì. La guerra mi dà l’impressione di un ritorno al Medioevo. Ha innescato una contrapposizione militare e maschilista, che speravo non avremmo rivisto.

L’Italia come si colloca rispetto al superamento degli stereotipi di genere?
L’Italia continua a coltivarne molti. Nelle ricerche sul sessismo non si colloca bene, siamo tra gli ultimi tra i Paesi europei sia dal punto di vista degli stereotipi, sia da quello dei posti di lavoro. L’Italia non fa una politica per le donne. Non aiuta né promuove la maternità, non aiuta né promuove il lavoro delle donne. Pensiamo, ad esempio, alla carenza di asili nido.

A concludere il suo libro sono delle pagine veramente belle che non vorrei anticipare perché ognuno deve leggerle da sé. Ripeto solo la domanda che lei si pone lì: “Che cosa si può fare per migliorare la situazione”?
Oltre alla lotta politica, quello che le singole persone possono fare è avere maggiore attenzione. Resto sempre colpita dal fatto che spesso passiamo vicino alle cose senza vederle. Spesso non mettiamo in discussione i rapporti di collusione di cui parlavamo prima, un certo sessismo quotidiano, non particolarmente aggressivo, ma molto radicato, perché non lo vediamo. Secondo me, il primo lavoro da fare è imparare a vedere e a prendere in mano le cose, una volta che le abbiamo viste. Non vuol dire combattere 24 ore al giorno, ma tenere presente che un certo modo di vivere non è scontato e impossibile da affrontare. Lo diventa se lasciamo che sia così. Questo è il primo lavoro: vedere ed essere critici. E poi bisogna fare un lavoro di rivalutazione. A me pare che la cura – il Covid dovrebbe avercelo insegnato – che noi esseri umani possiamo prenderci l’uno dell’altro sia una delle cose più importanti e preziose della vita. Però è sempre stata sottovalutata, proprio perché attribuita al femminile. Non diamo abbastanza importanza né alla cura delle relazioni, né alla cura della persona sofferente, né alla cura dell’ambiente, aspetti molto vicini tra di loro. La cura delle relazioni e dell’ambiente nel quale viviamo è un valore fondamentale, il primo a cui una società dovrebbe porre attenzione. Il fatto che non lo sia costituisce un motivo di allarme: rischiamo di precipitare in una situazione molto pericolosa.

L’autrice: Annelore Homberg è psichiatra e psicoterapeuta, presidente del Network europeo per la psichiatria psicodinamica Netforpp Europa

L’intervista è stata pubblicata su Left, gennaio 2023

Bambini per strada

Sindaci leghisti. Marcello Bano, sindaco di Noventa padovana, a proposito dei migranti, soprattutto minori scaricati sui comuni: «Ma cosa siamo, il front-office? Se tu me li scarichi di fronte al municipio io li carico su un autobus e te li riporto davanti alla prefettura. Si deve arrangiare il governo. Punto. È gravissimo quello che sta succedendo». Michele Poli, sindaco di Gambellara: «Mi è stato detto: ‘alle due di notte ti arriveranno 3 persone. Non si sapeva se uomini donne o bambini. Ce le hanno scaricate come fossero pacchi davanti al municipio».

Gian Paolo Lovato (Lega), sindaco di Montagnana, in provincia di Padova: «Noi siamo favorevoli all’integrazione ma se ci vengono inviati extracomunitari o profughi, e lo Stato non ci aiuta, le nostre casse comunali non possono resistere. Ad esempio, stiamo iniziando con i pasti a domicilio, ma abbiamo dovuto raschiare il fondo del barile, come si suol dire. È evidente che c’è un grosso problema e dal governo non abbiamo risposte». Il segretario regionale della Lega in Veneto: «caricare richiedenti asilo come ‘pacchi postali’ davanti ai Municipi, così come accaduto nei comuni del Vicentino, è un atto ostile che non fa parte della leale collaborazione che si deve instaurare tra prefetture e Comuni».  Il sindaco forzista di Ancona, Daniele Silvetti: «Siamo ai limiti delle nostre possibilità». Vito Bardi, Forza Italia, presidente in Basilicata: «Non possiamo reggere numeri importanti».

Il piano di distribuzione firmato dal ministro Matteo Piantedosi sta facendo infuriare gli amministratori locali, di destra e sinistra. Gli hub e le strutture utilizzate per l’accoglienza sono sature e offrono condizioni al limite della vivibilità. L’integrazione con le cittadinanze locali, nonostante gli sforzi e i buoni propositi, restano difficili. A Giorgia Meloni non rimane che gettare la maschera e chiedere senza retorica da “piano Mattei” alla Tunisia di “fermare le partenze”, il suo unico vero obiettivo. L’Italia è appesa alle voglie dell’ennesimo autocrate. Intanto la Corte di Cassazione ha sancito che la propaganda di questa becera destra è falsa, certificando che non sono “clandestini” quelli a cui si rivolgono Giorgia e Matteo.

Fallimento annunciato. Buon lunedì.

Il maestro Leone Magiera, una vita per la lirica che aiuta i giovani talenti

Leone Magiera è uno di quei fulgidi esempi di musicista che ha saputo coniugare la professionalità alla passione del pianismo. La sua è stata una vita spesa per far brillare alto il belcanto italiano. Non è un caso che ha lavorato a lungo con due voci importantissime come Luciano Pavarotti e Mirella Freni.
Modenese anch’egli, Magiera ha il dono di essere diventato un pianista popolare, di aver fatto apprezzare al mondo non esperto l’importanza del cosiddetto pianista accompagnatore. Dopo il successo del libro di ricordi e aneddoti su Herbert von Karajan, uno dei più grandi direttori d’orchestra della storia della musica, dall’alto dei suoi quasi 90 anni ha prestato la penna alla narrazione di una vita in un volume Cantanti all’opera (Curci Editore) dove non solo svela i segreti di tanti rapporti ma è ancora più attento a far comprendere l’importanza di essere pianista e musicista assieme.

Maestro Magiera quando è iniziata la sua professione di pianista?
Ho iniziato a 18 anni, dopo il diploma a Parma, 10 e lode e menzione speciale anche se le prime esibizioni pubbliche sono state precocissime.
Cosa ricorda del suo periodo di studio?
Sono stati anni intensi, uno studio” matto e disperato”, anche se alternato ad una attività di pianista per la Scuola di Canto di mio zio Gigino Bertazzoni
Mi parla di Carlo Vidusso?
Carlo Vidusso, pianista eccelso, memoria incredibile. Era per noi un mito e la sua presenza al mio esame di diploma in pianoforte mi metteva soggezione. Fui stupito quando si complimentò con me per l’esecuzione di un Improvviso di Schubert. Con Carlo Zecchi, i più grandi pianisti italiani di quegli anni
E di Alberto Mozzati?
Il grande non vedente, eccellente in Listz e Chopin, anch’esso presente al mio esame di diploma, m’invitò per un concerto a Milano e rifiutai per turbe nervose, cioè paura di non essere ancora pronto
Il suo amore per la lirica da dove nasce?
Dal primo concerto in parrocchia a Modena, in coppia con Mirella Freni, lei 12 anni io 13.
Ricorda la sua prima opera a cui ha assistito?
Tosca, al Comunale di Modena con sara Scuderi Tosca, Arrigo Pola tenore e Vincenzo Guicciardi baritono. Il cappello da fata Turchina con cui si presentò in scena il soprano, aveva colpito la mia fantasia infantile e non l’ho mai dimenticato.
Due personalità molto diverse ma contigue: Mirella Freni e Luciano Pavarotti
Più scrupolosa lei, più fantasioso e più “cavallo pazzo”, lui. Ma entrambi forti personalità artistiche a cui ho dato rigore musicale e ricerca della perfezione.
Con Pavarotti oltre ad essere stato il pianista di tanti concerti era soprattutto amico, da dove nasceva questo rapporto?
Da un parere che mi richiese a 18 anni. Gli consigliai di studiare canto seriamente. E da allora ha studiato con me.
Cosa significa per lei insegnare?
Mi piace trasmettere quello che ho imparato, coltivare i talenti con delicatezza e apertura al nuovo. Ma anche io ho imparato dai miei allievi migliori.
Della musica nella scuola italiana cosa pensa?
Tutto il male possibile, con qualche rara eccezione.
Come vive il traguardo degli 89 anni?                                                              Privilegio il lavoro di scrittura ma continuo a studiare, a fare musica, ad insegnare e ad aiutare i giovani artisti ad affinare i talenti.

Nel 2022 è nata l‘Associazione Leone Magiera

Nella foto: Leone Magiera frame della video intervista di Danilo Boaretto, OperaClick

 

 

 

 

Metti una sera a tutto Jazz fra luna, calanchi e poesia

La luna e calanchi foto di Franco Arminio

Firma storica di Left, Filippo La Porta è molto noto come critico letterario e saggista ma forse non tutti sanno che ha anche un’anima musicale. La sua grande passione è il jazz. Lo suona dal vivo ed ora è anche al centro del suo nuovo libro Improvvisazioni – Voci per un dizionario di Jazz e letteratura edito da Saint Louis Doc, «un libello», come lo definisce lui, «un po’ più di un libretto di sala, però anche meno di un vero e proprio saggio». Un lavoro originale e un po’ eccentrico, che suggerisce delle possibili connessioni tra il jazz e la letteratura, attraverso l’analisi di 23 parole scelte con un criterio molto soggettivo, come lui stesso tiene a sottolineare.
La Porta fa un gesto d’amore mettendo insieme per la prima volta le sue due più grandi passioni di sempre, la letteratura e la musica jazz. A partire dagli anni 80, lo scrittore e saggista ha suonato in varie formazioni di musica latina e jazz in locali, festival e rassegne («Il top musicale – racconta – fu accompagnare, al bongo, Jon Faddis al festival jazz di Villa Celimontana nel 2008») e continua a farlo fra un libro e l’altro, fra un ciclo di lezioni all’altro in istituti di cultura e università dove è invitato a tenere corsi come quello che ha svolto alla New York University.
Filippo La Porta, quando nasce il tuo amore per il jazz?
A dieci anni ho ascoltato una canzone di Elvis Presley grazie a mio cugino più grande di me ed ho pensato “ecco la mia musica”. A quindici ho ascoltato Jimi Hendrix dal vivo, in un concerto pomeridiano al Teatro Brancaccio a Roma, e ho pensato “ecco la mia musica”. Sentivo che la vera rivoluzione si diffondeva attraverso questa musica più che nelle assemblee delle scuole occupate. Poi negli anni 70 cominciai ad ascoltare il jazz e pensai “finalmente, ma è questa la mia musica!”. Il jazz più che il rock mi sembrava la musica del nostro tempo, in un senso più profondo.
Poi ti sei dedicato alla pratica musicale, con le percussioni, suonando musica latina, afrocubana?
Fin da piccolo cercavo di far suonare ogni oggetto che mi capitava a tiro, e miei genitori erano così esasperati che mia madre mi regalò dei “bonghetti”. In seguito, comprai le congas e iniziai a suonarle in pubblico, a vent’anni c’erano molte occasioni per suonare canzoni politiche. Ho studiato col percussionista statunitense Karl Potter e, dalla fine degli anni 70, fondando diversi gruppi musicali. In quegli anni lo chiamavamo afro-jazz. E poi ho suonato tantissima salsa.
Hai mantenuto il rapporto con il jazz anche con ascolti e frequentazioni?
È stata come una folgorazione per me. Cominciai a seguirlo anche dal vivo, “da vicino”, frequentando le jam session organizzate da Nicoletta Costantino. Lì ho conosciuto Marcello Rosa, Carlo Loffredo, Renzo Arbore e tanti altri.
Il jazz e la letteratura: qual è al fondo l’elemento comune?
Sia il jazz che la letteratura sono legati da un tratto comune, l’elemento di rischio. Nel jazz ovviamente è con l’improvvisazione che ci si espone al rischio. Nella letteratura è meno ovvio ma come diceva Roberto Bolaño quello dello scrittore è un mestiere pericoloso. Scrivere un romanzo non è un gioco, significa mettere a nudo la propria identità, può essere un atto drammatico, anche se oggi sembra che molti si cimentino in questa attività con superficialità, consumando letteratura alla stregua degli altri prodotti.
Ti sei inventato anche concerti atipici in cui brani musicali sono intervallati da brevi letture, pensieri sparsi, racconti veri e a volte fantastici, nel gruppo con il trombonista e compositore Marcello Rosa. Come è nata la vostra collaborazione?
Risale a più di dieci anni fa, ho trovato in lui un interlocutore particolarmente sensibile. L’abbinamento jazz e letteratura ci ha consentito di esibirci sia in festival letterari che in sale da concerto e jazz club.
Quale è stato il tuo rapporto con l’improvvisazione?
All’inizio non la capivo. Prendevo un disco di jazz e ne ascoltavo rapito il tema principale, apprezzando le diverse interpretazioni di uno stesso brano da parte di grandi musicisti, ma arrivati all’improvvisazione non riuscivo più a seguire. Allora ho cominciato ad ascoltare solo le improvvisazioni, fino alla nausea. La duecentesima volta sono cadute le barriere, ne è valsa la pena.
Perché?
Il jazz ha caratteristiche uniche. È l’utopia in tempo reale, parla dei sentimenti ma in un modo non sentimentale, non è mai sdolcinato; è giocoso senza mai essere goliardico; è una musica metropolitana ma senza la durezza della grande città moderna; è triste ma senza l’aspetto depressivo che può accompagnare la tristezza; è comunitario, in quanto tu senti di partecipare ad un rito con gli altri, ma con la possibilità di startene da solo; il jazz è onirico ma per farti stare di più dentro la realtà; è molto sensuale anche se all’inizio può sembrare un po’ cerebrale.
Dici che il jazz continua ad essere attuale, ma i tempi sono cambiati ed è indubbio che il pubblico si stia assottigliando e invecchiando.
Mio figlio è un rapper, non ascolta il jazz ma ne è incuriosito. Perché non lo pratica? Forse perché richiede un impegno per il quale non è motivato. Per lui non vale la pena. Oggi tutto deve essere immediato, veloce, facile e il jazz non è facile da realizzare.

Non pensi che lo stesso termine “jazz” possa esse re inadeguato ad esprimere le evoluzioni e le trasformazioni che questa musica sta subendo col passare degli anni?

Bella domanda. Se il jazz è contaminazione ma a forza di ibridarsi poi diventa un’altra cosa, qual è il confine? Non c’è una risposta… è un genere un po’ meticcio, si arricchisce delle differenze ed è come se il confine si spostasse sempre un po’ più in là e questo ne fa un oggetto un po’ inafferrabile, ma è anche il suo fascino.
E del mercato del jazz cosa ne pensi?
C’è un problema che riguarda anche la letteratura, da una parte c’è un miglioramento qualitativo, più studenti di jazz nelle scuole di musica e nei conservatori e più bravi musicisti, ma dall’altra c’è più omologazione. Molti romanzi nascono dall’editing delle case editrici, sono creature perfette ma asettiche. Io sono sempre alla ricerca dell’imperfezione, del piccolo errore, di quel piccolo scarto, quasi un dissenso dalla norma.
Racconti che Marcello Rosa ti ha insegnato che il jazz è legato alla dimensione del piacere. A che tipo di “piacere” fai riferimento?
Sono un ammiratore di Adorno tranne quando parla di jazz. Parla di meccanico, dissonanza, disagio, non conciliazione. Ma la rivolta dovrebbe avere in sé anche una visione positiva, un piacere nell’atto di comunicare la ribellione a questo mondo, con un nuovo pensiero, con una nuova improvvisazione, una nuova provocazione. Per questo parlo di esperienza di piacere, proprio perché nel jazz c’è la cattiva mitologia degli artisti maledetti, il luogo comune del genio e sregolatezza, che proprio non condivido.
Applichi questo concetto anche alla letteratura, all’arte in generale?
Anche nel romanzo questo aspetto è importante, tranne rare eccezioni il romanzo è un genere che tende a connettere la società, i vari pubblici e lo scrittore non dovrebbe mai dimenticarlo, anche se sta portando avanti la sua ricerca solitaria. L’arte può essere “sovversiva” proprio perché risveglia il piacere, ci fa ricordare la felicità possibile e ci regala la dimensione del rifiuto verso la società che nega questo benessere. Troppo spesso la cultura dominante è segretamente impregnata di morte, Heidegger chiama “mortali” gli esseri umani, come già accadeva nell’antica Grecia, e Hannah Arendt gli fa l’obiezione: perché non “natali”, visto che gli esseri umani nascono oltre che morire? Ma allora, dico io, se per la Arendt l’agire umano è far nascere qualcosa di nuovo, allora il jazz è un’arte della nascita!

 

L’intervista originale è stata pubblicata su left il 4 aprile 2023

Lungomare nostalgia. Fra affetti e pagine di storia

Il libro ha un titolo che seduce: “Lungomare nostalgia”. Immaginiamo una lunga passeggiata che si stende tra sole e mare, i racconti, le emozioni, la folla di voci e suoni. Si narra una storia semplice – proprio come una passeggiata – delicata ma al contempo intensa, struggente, come può essere la storia di un legame profond tra nonno e nipote, tra Natale, il protagonista e l’autore, voce narrante.

Pubblicato da Spartaco, “Lungomare nostalgia” è il nuovo lavoro di Andrea Malabaila, scrittore di romanzi e novelle, nato a Torino classe 1977, insegnante di scrittura creativa e fondatore della casa editrice Las Vegas, nata nel 2007.

Il racconto si snoda alternandosi tra presente e passato. Un presente doloroso che vede l’amato nonno, ormai più che novantenne, in fin di vita e Andrea che sta per perdere la storia, la sua storia, che voleva scrivere da anni. Comincia così una corsa contro il tempo per recuperare il passato, riannodare i fili di una vita di ricordi, vicende, aneddoti prima che scompaiano.
Una ricerca per ricostruire e conservare la storia di Natale Pennello, avventurosa e singolare agli occhi del nipote; per riappropriarsi della memoria e cercare gli spazi del cuore come il “lungomare” del titolo.
Un luogo familiare e amato sicuramente, chiediamo all’autore.
“Sì Il lungomare è quello di Finale ligure – risponde – dove passavo le estati con il nonno quando ero bambino. Anche se poi va detto che ognuno di noi, in fondo ha il suo lungomare nostalgia. Ci andavo da maggio a settembre, che era anche il momento in cui ci frequentavamo di più. Mio nonno era una persona impegnatissima ed era complicato incontrarci, ma nonostante questo, tra noi c’era un rapporto speciale come quelle amicizie intense che durano negli anni nonostante non ci si veda spesso. Come le amicizie del mare con cui ti ritrovi ogni volta che torni in vacanza, rapporti speciali che colleghi a quel momento. Rapporti in genere più sereni, che si sottraggono alla routine quotidiana che, in fondo, un po’ uccide.
La vita di Natale Pennello attraversa decenni della storia d’Italia: la nascita a Cuneo, nel 1924, la giovinezza e le bravate, l’incontro da adolescenti con Mariuccia sua futura moglie, l’addestramento per la guerra a Venezia, la fuga da disertore. Partito povero da Cuneo, approda a Torino diventa uno dei più grandi tipografi linotipisti alla Stamperia artistica Nazionale dove stampava Einaudi. E poi il boom economico con la macchina, la televisione, il frigorifero e la lavatrice, la vittoria a sorpresa della Lotteria, le vacanze a Finale Ligure. Un alternarsi di avventure, peripezie, storie nelle storie che tu hai riportato dopo un importante lavoro di documentazione.
“Fortunatamente alcuni avvenimenti me li ricordavo bene. Dopo la morte del nonno ho cominciato ad appuntarli subito perché avevo paura di perdere dei pezzi. –racconta – Quando però ho cominciato a scrivere, mi sono reso conto che una cosa era raccontare le storie a voce, una cosa è scriverle perché sono necessari tanti dettagli che diano autenticità alla narrazione. Molte cose sfuggono. Certo, se fosse stato vivo mio nonno, sarebbe bastato un attimo, mi avrebbe risposto immediatamente. E’ probabile che alcune cose potesse non ricordarle, ma comunque sarebbe stato tutto più semplice. Invece molti avvenimenti li ho dovuti ricostruire. Per esempio, nella primo capitolo che si apre con il ricordo di una scena di gelosia con Mariuccia, la canzone di Natalino Otto che lui ascolta e che mi raccontava, “Solo me ne vo per la città”, ce l’aveva in testa? la sentiva alla radio o dai grammofoni? C’era un’orchestrina che suonava? Non ho mai pensato di chiederglielo. E molti dettagli sfuggono anche e soprattutto se non riesci a ricostruire il periodo storico. In parte è stato facile scrivere questa storia, perché era vita familiare vissuta. Non dovevo inventare nulla. Ma paradossalmente è stato ancora più complicato perché era la prima volta che raccontavo un periodo storico che non avevo vissuto direttamente e di cui non sapevo nulla. Non è stato facile documentarmi, soprattutto sotto la pandemia. Molte notizie le ho potute recuperare su internet, ma tutto il resto della documentazione che mi serviva era inaccessibile.
Per esempio, per raccontare la storia del biglietto della lotteria vincente abbinato ai brani di Canzonissima, sentivo che non mi bastavano i racconti di mia madre che all’epoca era un ragazzina. Avevo bisogno di capire come funzionavano il concorso e gli abbinamenti. Su internet c’erano pochissimi dati e allora ho chiamato la Rai per visionare la puntata. Mi risposero che era possibile ma sotto la pandemia non potevo entrare . Mi hanno richiamato e sono stati gentilissimi. Ma nel frattempo erano passati due anni
Il libro è ricco di tenerezza, affetto, delicatezza e intensità che si sciolgono tra flashback, istantanee, ritratti. Allegria e dolore si mescolano senza accavallarsi, in modo piano, senza strappi. Tutto un mondo in cui compaiono all’improvviso, in fuggevoli citazioni, la casa dove viveva Mario Soldati , Cesare Pavese che striglia il nonno per un errore. Addirittura i partigiani Ninì Rosso e Giorgio Bocca in un momento piuttosto drammatico. Tutto punteggiato dai titoli di canzoni, come quella di Natalino Otto, che ricostruiscono abilmente gli anni che passano. Pensavi di perderti i ricordi e invece hai reso la storia di una vita di affetti e di ammirazione tesa e coerente.
Adesso sì. Ma la scrittura del libro è stata molto travagliata. All’inizio vivevo momenti di angoscia non solo per la perdita di mio nonno ma perché avevo paura di perdere tutto ciò che era fondamentale per farlo rivivere e raccontare la sua storia. Ero ossessionato dalla precisione e dal riportare anche nei minimi dettagli la sua vita. Poi, a un certo punto, sono venuto a patti con la storia. Nessuno sarebbe mai andato a verificare se mia nonna, per esempio, quel giorno aveva indossato un vestito di un colore diverso. I dettagli non erano indispensabili. A me interessava avvicinarmi il più possibile alla realtà dei fatti con cura e con passione. La primissima cosa che ho scritto la sera prima del funerale, a caldo, è stata una lettera che poi è nel libro. All’inizio ero bloccato, per noi torinesi esprimere i sentimenti, qualcosa di troppo personale, non è una cosa facile. Anche il nonno non esprimeva apertamente ciò che provava. Non dava molte soddisfazioni. Poi qualcosa si è sbloccato, mi sono detto che potevo farcela. Ho trovato anche una scatola con dentro foto di ogni genere di mio nonno, tutte catalogate, che mi hanno permesso di ricostruire, dopo la sua morte, una arte della sua vita di cui sapevo molto poco. Ed è stato un momento molto bello e profondo.
Una scatola di ricordi, di vissuti tra nostalgia e tenerezza, momenti di “vita imperfetta” come dice Andrea Malabaila, perché l’imperfezione “lascia sempre qualcosa da aggiungere continuamente ad una vita che in fondo perfetta non è perché a momenti di grande felicità si possono alternare momenti dolorosi e di sconforto in cui qualcosa si rompe, come è successo a mio nonno quando la nonna si è ammalata di Alzheimer.”
E allora, alla fine, anche Natale Pennello, il nonno Superman agli occhi di un bambino, divertente inventore di barzellette, lascia il posto a tutta la sua umana fragilità.

 

Foto: Finale Ligure di MovidaPhilosopher – Opera propria

La società messa a nudo dallo sguardo corrosivo di Isa Genzken

Chi si trovasse a Berlino, non si dovrebbe perdere la mostra che la Neue Nationalgalerie, riaperta nel 2021 dopo cinque anni di lavori di rimodernamento, ha dedicato a Isa Genzken, una delle artiste più influenti nel panorama dell’arte contemporanea. Si intitola 75/75 e raccoglie una selezione di settantacinque opere in occasione del settantacinquesimo compleanno dell’artista tedesca. La mostra, aperta fino al 27 novembre, offre un’opportunità unica per conoscere da vicino l’intero percorso di Isa Genzken, nata a Bad Odesloe (una cittadina nella regione nord-orientale di quella che fu la Germania Ovest) nel 1948. Dal 1969 al 1971 studiò pittura all’Accademia di belle arti di Amburgo sotto il magistero di Almir Mavigner, un artista di origini brasiliane (nato a Rio de Janeiro nel 1925), ma dal 1953 in Germania, dove dal 1956 si avvicinò all’Op art, corrente dell’astrattismo che in quegli anni sperimentava composizioni basate su illusioni ottiche, nelle quali l’accento era posto sull’effetto ottico e, successivamente, nel 1958, fu tra i fondatori, a Dusseldorf, del gruppo ZERO, una compagine di artisti che, ispirandosi principalmente a Lucio Fontana, propugnava una rifondazione dell’arte attraverso una riduzione di tutto ciò che è figurativo a una “concentrazione purista del segno” nella quale il confine tra pittura e scultura veniva abolito.
Queste premesse sono utili per comprendere la parabola della Genzken. Le sue prime opere infatti appaiono in linea con il percorso del suo maestro brasiliano. Le prime creazioni, tra il 1973 e il 1977, con cui si fece conoscere, sono gli “elissoidi” e gli “iperboloidi”, forme allungate e strette, della lunghezza di circa 12 metri, che nascono da un’operazione di astrazione di carattere matematico (nessuna relazione con forme naturali) ma che produce un artefatto originale. La realizzazione di queste sculture richiese l’uso di un computer (cosa che all’epoca non era affatto cosa scontata né semplice). Il peso specifico della riflessione intellettuale è preponderante in questa prima fase della sua creazione artistica (in questi anni la Genzken, affianca agli studi di arti visuali quelli di storia dell’arte e filosofia), ma anche se la sua creazione artistica successivamente ha sperimentato ed esplorato diversi territori, una tratto che unisce tutta la sua parabola artistica è la fiducia nell’artefatto, nella materialità e nella tangibilità dell’opera d’arte.
Dopo questa prima fase sotto il segno del minimalismo e dell’arte concettuale, la Genzken, a partire dal ciclo World Receiver, del 1982, nella quale l’artista assemblava piccoli blocchi di cemento con una antenna della radio, quasi a simulare la forma e il concetto di una radio, dimostrava di avere compiuto un piccolo ma significativo scarto dalle prime forme puramente astratte a creazioni che chiamavano in causa in modo ironico oggetti di largo consumo. Sarà questa la strada che la porterà verso l’elaborazione di un suo linguaggio artistico personale e originale e che, nel decennio successivo, la renderà una delle artiste più originali e apprezzate in tutto il mondo. Questa svolta coincise col matrimonio, proprio nel 1982, col pittore Gerhard Richter, a cui la Neue Nationalgalerie ha dedicato una mostra proprio in coincidenza con quella della Genzken (nel piano di sotto). Il matrimonio durò undici anni, ma dal punto di vista artistico ognuno dei due coniugi artisti seguì un suo percorso distinto. Negli anni Ottanta la Genzken si allontanò ulteriormente dall’astratta purezza dei suoi esordi: nelle sue opere in questi anni infatti cominciò a sperimentare l’assemblaggio e la combinazione di diversi materiali. Con la mostra di Chicago Everyone needs at least one windows del 1992, nella quale erano esposte forme rettangolari di cemento che alludevano a finestre, la Genzken cominciò a farsi conoscere anche all’estero. La separazione dal marito le causò una forte depressione, che la portò al ricovero in una clinica psichiatrica. Ciò malgrado, le sue opere cominciavano ad essere al centro dell’interesse della critica di tutto il mondo e le mostre a lei dedicate si succedevano con crescente frequenza. Tra il 1994 e il 2003 realizza le Columns, costituite da parallelepipedi di resina epossidica sovrapposti fino a realizzare colonne nelle quali l’artista assembla diversi elementi provenienti dalla cultura di massa, configurando una sorta di totem della società dei consumi. Nel 2005 realizza il ciclo Airplane windows usando pezzi della cabina di un aereo ricoperti di vernice che assumono la sembianza di gigantesche maschere. Questi riferimenti grotteschi e distorti alla società contemporanea costituisce la cifra stilistica dell’arte di Isa Genzken, che ha ottenuto in questi anni numerosi e meritati riconoscimenti. Nel 2007 fu chiamata a rappresentare la Germania nel padiglione della Biennale di Venezia e nel 2009 la Whitechapel Art Gallery di Londra le ha dedicato la retrospettiva Apriti, Sesamo. Al 2008 risale la scultura Hospital realizzata per la mostra Ground Zero, nella quale l’artista pone su un carrello un enorme parallelepipedo, che ricorda la forma di un grattacielo, sovrastato da un vaso di fiori di vetro, mentre al 1993 risale la prima versione di Rose, una scultura che consiste in rosa ingigantita. In entrambi i casi sono le alterate dimensioni degli oggetti rispetto a quelli reali a creare un voluto effetto di “straniamento”. L’allestimento nel piano “a vista” della Neue Nationalgalerie (l’edificio creato da Ludwig Mies van der Rohe nel 1968 – un capolavoro che vale la visita – si sviluppa su un piano a livello stradale e un piano interrato nel quale è custodita la collezione del museo) amplifica questo senso di “straniamento” e crea un cornice perfetta per le opere di questa artista, la quale offre al visitatore una visione paradossale e grottesca della società contemporanea che è fonte di continuo stupore. Quello della Genzken è un linguaggio artistico riconoscibile e, al tempo stesso, perfettamente comprensibile anche chi non conosce l’arte contemporanea e per questo posso serenamente consigliare a tutti la visita a questa mostra.

 

foto di apertura di Jens Ziehe/Photographie, courtesy by Neue Nationalgalerie

foto nel testo  by Christoph Müller, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5804125

Nel nome di Mahsa Amini il mondo dell’arte si mobilita per le donne iraniane

Il 16 settembre si avvicina. Manca meno di una manciata di settimane all’anniversario della morte di Mahsa Amini la giovane curda iraniana uccisa a bastonate della polizia morale a Tehran perché un ciuffo di capelli era fuoriuscito dal suo hijab. Anche di questo ci parla una mostra che si tiene a Roma. Il mondo dell’arte sta facendo la sua parte per sostenere la battaglia di giustizia dei giovani iraniani. É aperta fino al 20 agosto nella Galleria dei Miracoli un’interessante mostra di opere dell’artista Amir Amin Sharifi. Con il titolo “La nostra luna” riprende il nome di Mahsa che in persiano significa Luna.

Sharifi è un noto artista iraniano con due importanti gallerie a Tehran e Esfhan che entrambe sono state confiscate dopo l’inizio delle proteste dello scorso anno. Così come la sua casa e altri beni personali.
Sharifi ha lasciato l’Iran da qualche mese e sta cercando di raccontare attraverso le sue opere il dolore e le sofferenze del suo popolo. La maggior parte dei lavori esposti a Roma mostrano donne con i capelli al vento, molte di loro sono senza gli occhi perché le autorità iraniane hanno colpito proprio agli occhi delle donne durante le proteste e per questo molte di loro hanno perso la vista. Alcuni ritratti invece mostrano i volti di ragazzi e ragazze uccise dal regime, altre riportano lo slogan delle proteste Donna Vita Libertà. Il ricavato delle vendite delle opere artistiche sarà devoluto ai manifestanti che protestano contro il regime iraniano e alle loro famiglie.

“La mia arte – dice Sharifi – è ciò che la mia mente comprende di ciò che mi circonda e del mio mondo. Per questo cerco di disegnare nella mia mente. La mia missione e il mio obiettivo sono aiutare a far conoscere le capacità e il talento degli artisti iraniani che si affidano a me”.
Sharifi è inoltre direttore della rivista Parsforte International Magazine la prima e unica rivista non iraniana che introduce e mostra le opere di artisti persiani sotto forma di libri stampati, oltre a presentare artisti in siti Web, musei, gallerie e spazi internazionali.
“Ci stiamo avvicinando all’anniversario della rivolta del popolo iraniano contro la repressione – prosegue Sharifi – Una pianta è stata annaffiata con molto sangue. Uomini, donne e bambini hanno sacrificato le loro vite per la libertà del Paese. Penso a coloro che sono morti per la libertà. Vinceremo. Mahsa è la nostra luna e la nostra parola in codice. La mia arte è la mia arma”.Sono trascorsi quasi 12 mesi dall’orrendo assassinio della giovane curda iraniana Masha Amini. In questo anno abbiamo assistito alle proteste dei giovani iraniani che non solo richiedevano la liberazione dall’hijab ma per mesi hanno chiesto a gran voce di essere un popolo libero. Richieste pacifiche che sono state represse con la più brutale delle violenze da parte delle forze di sicurezza. Abbiamo assistito all’arresto di migliaia di manifestanti, molti di loro uccisi durante le proteste, altri impiccati perché ritenuti colpevoli di aver messo in pericolo la sicurezza dello Stato. Abbiamo saputo di donne e uomini torturati nelle carceri, stuprati e vittime delle peggiori nefandezze. Conosciamo le famiglie degli scomparsi, molte di loro sono perseguitate dalle autorità solo per aver raccontato come sono stati ammazzati i loro figli. Attendiamo le sorti delle giornaliste arrestate che solo per aver rivelato al mondo quello che accade in quel Paese rischiano anni e anni di carcere. Alcuni manifestanti, una volta rilasciati dalla prigione si sono addirittura suicidati, poiché non hanno retto al dolore e alle sevizie subite, altri si dice che prima di uscire siano stati spinti al suicidio anche con la somministrazione di sostanze che incidono sulla salute mentale e alimentano tendenze suicidarie.
Un anno di proteste anche nel resto del mondo, un mondo che forse per la prima volta ha scoperto quel che drammaticamente accade nella Repubblica Islamica dell’Iran e il molto che non va.

In realtà non va dal 1979 anno della rivoluzione islamica in cui dopo l’esilio di Mohammad Reza Pahlavi l’ultimo shah di Persia, questo meraviglioso Paese ricco di fascino storia e cultura, è caduto nelle mani di impietosi religiosi che hanno strumentalizzato l’Islam a proprio piacimento imponendo leggi ferree, millantando principi coranici inesistenti.
Un grande bluff con la complicità occidentale, per tenere 80 milioni di persone sotto controllo, un intero popolo in ostaggio. Mahsa Amini seppur nella sua grande tragedia ha avuto la capacità di risvegliare gli animi assopiti del popolo iraniano. E non solo.
Oggi, finalmente, dopo decenni dalla rivoluzione islamica khomeinista il mondo ha potuto vedere in che stato vive la gente dell’Iran. Dove ogni contestazione e rivendicazione dei propri diritti basilari viene repressa nel sangue e nella violenza.

Le donne sono state le grandi protagoniste di questa ‘rivolta’. Ancora oggi nonostante tantissime giovani coraggiose abbiano rimosso l’hijab senza paura di essere arrestate e girano per le grandi città iraniane senza coprire il capo, il governo iraniano continua ad intimidirle imponendo una serie di forti restrizioni. Sono aumentate le pattuglie della ‘polizia morale’ che hanno il compito di ‘scovare’ le donne senza velo e ultimamente si è anche arrivati all’utilizzo di telecamere per individuare chi non rispetta le regole. Una delle ultime notizie riguarda la volontà di voler imporre “cure psicologiche” a quelle donne che si rifiutano di osservare la legge sul velo obbligatorio. Decisione che ha visto nello stesso Iran numerose associazioni psichiatriche rivendicare la propria professionalità tentando di far comprendere al capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei, che “La diagnosi dei disturbi mentali è responsabilità di uno psichiatra, non di un giudice”.

Ed è così che nell’anniversario della morte di Mahsa Amini in tutto il mondo sarà un giorno di commemorazione, di riflessione ma sarà anche un ulteriore grido di aiuto da parte di quel popolo che ci chiede di non spegnere i riflettori su una ‘rivoluzione’ silente che nonostante sia stata oscurata dai media è più viva che mai.
Nella giornata di sabato 16 settembre 2023 sono previste manifestazioni in tutto il mondo a Roma una manifestazione è stata organizzata dall’Associazione DVL Italia con un corteo che partirà da Piazza dell’Esquilino fino a Piazza Madonna di Loreto. (Nella sede di Left si terrà un seminario dalle 16 alle 20, a cui partecipano molti attivisti ndr). Personaggi del mondo della politica, della cultura, dello spettacolo uniti a tante associazioni hanno già aderito e confermato la loro presenza per sfilare gli uni accanto agli altri nel nome di Mahsa e della libertà per il popolo iraniano.

L’autrice: Tiziana Ciavardini è antropologa culturale, scrittrice, giornalista, attivista per i diritti umani

Nel testo immagini della mostra di Amir Amin Sharifi. In apertura foto di Riccardo Giorgi

Per approfondimenti, Left, luglio 2023 NON CHIUDEREMO I NOSTRI OCCHI

Il 16 settembre a Roma

Chi ha paura dell’identità delle donne

I femminicidi non accennano a diminuire in Italia: 8 donne uccise in ambito familiare ogni mese nel 2023 secondo il Viminale. E questo mentre gli omicidi e altri crimini sono in costante diminuzione. Una strage di donne avviene silenziosamente nonostante leggi severe, nonostante la crescente attenzione alla formazione del personale di polizia e dei magistrati.
Colpisce anche che a uccidere le proprie compagne siano, non di rado, giovanissimi uomini fra il 18 e i 35 anni. Come leggere questi “dati”? Lo chiediamo agli psichiatri e psicoterapeuti Irene Calesini e Massimo Ponti che, con Viviana Censi, hanno scritto Violenza contro le donne (l’Asino d’oro).
«La situazione è tornata di nuovo allarmante, c’era stata una leggera flessione di femminicidi nel post pandemia, ma adesso siamo tornati di nuovo a cifre purtroppo sconfortanti», osservano i due psicoterapeuti. Da gennaio a maggio 2023 sono stati registrati 129 omicidi, le vittime donne sono 45, e 39 sono femminicidi, 22 per mano del partner. La media è di circa 8 donne uccise al mese, tante quante nel maggio del 2020 in piena pandemia quando molte donne stavano rinchiuse in casa con i loro “aguzzini”. «Per dare calore a questi freddi dati – approfondiscono Calesini e Ponti – e senza peccare di troppa esemplificazione possiamo pensare: quanto più la donna vive la sua libertà tanto più cresce l’angoscia in certi uomini e la paura di perderla. Le istituzioni, gli specialisti, noi tutti siamo chiamati a lavorare sulla prevenzione per dare alle nuove generazioni il vero senso del termine “persona”, annullato da una società basata sulla mercificazione dove tutto si compra, e così anche i valori umani nelle relazioni come espressione di autenticità e rispetto diventano all’insegna del consumo veloce e rapido. Soprattutto nei giovani non riscontriamo il senso dell’attesa, conta visualizzare, più che vivere direttamente.
Anche la premier Meloni ora dice che occorre un cambiamento culturale portando nelle scuole la testimonianza delle donne che hanno subito violenza. Ma come promuovere un vero cambiamento di mentalità che permetta finalmente di superare gli stereotipi e una piena accettazione dell’identità della donna, «uguale e diversa»?
Sappiamo quanto la cultura di destra – sempre che possiamo parlare di una destra portatrice di cultura – con i suoi capisaldi e stereotipi di “Dio, Patria e Famiglia”, cerchi di proporsi come cambiamento. La destra nella storia ha sempre rubato alla sinistra i contenuti culturali più evolutivi e li ha poi svuotati di contenuto. Una certa destra voleva revisionare i libri di storia a proposito del ventennio fascista e far passare Mussolini come un grande statista che aveva soltanto fatto scelte sbagliate a proposito di alleanze. Pensiamo anche al santo padre che a proposito di uguaglianze disse che i bambini non battezzati non sono uguali a quelli battezzati. Detto questo ben vengano iniziative dove si parli di questo drammatico problema e auspicabilmente di diversi rapporti tra donne e uomini, soprattutto nelle scuole.
Il codice rosso e il braccialetto elettronico non sarebbero stati utili e sufficienti per salvare Giulia Tramontano: il compagno della ventinovenne, Alessandro Impagniatello, non aveva compiuto azioni palesemente violente nei riguardi di lei prima di quella terribile sera in cui l’ha uccisa. Quanto è importante imparare a cogliere certi segnali e sviluppare una formazione personale, umana, che permetta di vedere la violenza invisibile, prima che diventi manifesta?
In materia di disciplina penale e processuale la legge n. 69 del 19 luglio del 2019 a riguardo della violenza domestica e di genere è stata importante per le donne, ma il problema è che per gli uomini violenti la legge non costituisce nessun deterrente e continuano nelle loro azioni di sopraffazione e maltrattamenti. Purtroppo questo grave fenomeno non lo fermi soltanto con la legge. A dimostrazione di quanto detto, prendiamo ad esempio la recente uccisione dell’agente di polizia Pier Paola Romano nella periferia romana: lì non possiamo dire che il collega, poi suicidatosi, non conoscesse il codice rosso. Il grosso lavoro da svolgere è sulla prevenzione; è importante lavorare per fare emergere e crescere una nuova mentalità e una nuova cultura, in campo sociale e anche psichiatrico. È questo il nodo, ribadiamo, sviluppare una nuova cultura. Ma come arrivarci concretamente?
Il cimento è assai arduo, come nel delitto di Giulia Tramontano, dove non sembravano esserci segni manifesti di una così grave malattia nell’omicida, un “normale” ragazzo come tanti. Possiamo pensare, con le dovute cautele, a una diagnosi di personalità psicopatica, difficile da individuare. Questo avvalora ancor di più la necessità di una formazione in psichiatria che non si affidi soltanto a un’analisi del comportamento, ma vada ad indagare quel terreno complesso che è il pensiero non cosciente dell’individuo. Noi lo diciamo chiaramente nel nostro libro che dietro ogni violenza fisica c’è una violenza psichica ed è necessario cogliere nella anaffettività, quella violenza invisibile che rende l’altro niente, non esistente, trasformato in cosa, per cui si perde totalmente quel senso di “persona” a cui accennavamo sopra. Bisogna fare anche un discorso sulle vittime, quanto e come si fanno accecare da questa seduzione fascinosa dall’uomo apparentemente sicuro di sé ed efficiente nelle cose materiali ma estremamente malato negli affetti e nelle relazioni umane, e in questa cecità rischiano anche la morte. Ma questo è un argomento che merita certamente una ulteriore attenzione ed una sensibilità che non colpevolizzi ancora una volta le donne.
Se c’è amore non c’è violenza. La violenza è sempre patologia. Parrebbe un discorso ovvio. Eppure molte femministe dicono che gli uomini che uccidono le proprie compagne, fidanzate, mogli, amanti sono “normali” portatori di una cultura patriarcale. Non accettano che si possa dire che sono malati di mente, come se questo significasse scagionarli. Come rispondere?
Che amore e violenza non possano andare insieme perché sono due “condizioni dell’animo” agli antipodi, temo sia una acquisizione certa per alcuni, ma ancora troppo “forte” per molti. (E soprattutto è ancora una idea controcorrente rispetto alle continue riproposizioni di narrazioni, film, opere letterarie in cui amore e morte sembrano indissolubilmente legati.) È un discorso che merita calma e approfondimento. Molte delle storie che esitano in violenza fino al caso del femminicidio sono iniziate come normali, usuali storie di amore, innamoramento, con progetti in comune, ecc. Questo dicono le donne che da anni si occupano di contrastare la violenza e lavorano nelle case rifugio, nei centri antiviolenza, nella scuola, nei progetti di prevenzione. Ed è vero; bisognerebbe andare al di là di contrapposizioni femministe-non femministe, per tentare di comprendere quello che succede. In alcune normali storie di amore, relazioni che iniziano con un innamoramento, si verifica a un certo punto una violenza agita dall’uomo, in varie forme, psicologica, sessuale, fisica, economica. Si imposta più o meno da subito o si rende più o meno evidente in certi momenti come particolari passaggi della vita di coppia o del percorso personale della donna (gravidanza, ricerca di indipendenza economica e maggiore autonomia, realizzazioni personali, rifiuto di situazioni prima accettate o tollerate o subite).
Cosa c’è alla base?
Sicuramente una invisibile violenza che è insita nel sistema patriarcale, che è il pensiero, strutturato da molti secoli, ma iniziato millenni fa, che le donne siano da controllare, da educare, da tenere a bada perché carenti o assenti di razionalità, cioè irrazionali, imprevedibili, pericolose perché seducono e distraggono gli uomini dai loro doveri; perché l’irrazionale è stato sempre associato al Male, in qualunque modo sia stato chiamato dalla filosofia, dalla religione, dalla politica. Inoltre sono legate al mondo misterioso della nascita, della vita e della morte. Questo pensiero è anche presente, e più o meno consapevole o strutturato nell’uomo che agisce quella violenza. E allora qui si inserisce la individuale, personale, dimensione cosciente e non cosciente dell’uomo in questione: la sua incapacità di relazionarsi all’altra nella sua interezza di persona, appunto, come altra individualità. A volerla vedere troviamo allora una psicopatologia più o meno evidente, spesso senza alcuna diagnosi psichiatrica pregressa. Si possono leggere certi comportamenti, certe ossessioni, certe gelosie patologiche, certo bisogno di controllo continuo come segnali di una condizione psichica non sana. Su questo dovremmo fare tutti uno sforzo di approfondimento perché qui si intrecciano questioni sociali, giuridiche, medico legali non facili da dirimere. Per cui capisco chi teme che dando la patente di malato psichiatrico ad un uomo che uccide una donna “perché è una donna”, (vedi la definizione femminicidio), questi venga deresponsabilizzato circa il suo atto e soprattutto si riduca il fatto ad un evento privato, ad un episodio, di per sé occasionale. E si dia un giudizio implicito sulla donna: o è stata sfortunata o è stata proprio stupida a non rendersi conto del pericolo… Mentre è ormai chiaro che questi non sono “fatti privati” ma costituiscono un fenomeno sociale di grandi dimensioni, con alcune caratteristiche che si ripetono ed altre che evolvono nel tempo, e ci interrogano sul loro significato e necessitano di risposte precise in ambito preventivo e culturale, oltre che di protezione e aiuto alle vittime, e perseguimento dei colpevoli.
È un fenomeno non solo privato ma sociale?
Dovremmo fare uno sforzo per uscire da schemi mentali semplici da ripetere come: “cultura patriarcale onnipotente” da una parte e malattia mentale – del maschio – dall’altra, come cause contrapposte ed uniche della violenza contro le donne. Non vogliamo con questo svicolare, come spesso si fa in medicina quando non si è certi delle cause di malattia, su un generico discorso di “multifattorialità” o dire semplicemente che l’una e l’altra causa lavorano insieme. Dobbiamo pensare all’insieme come un fenomeno dinamico, in cui la società ancora per molti aspetti patriarcale e post patriarcale – nonostante i diritti acquisiti- agisce con messaggi veicolati dai mezzi di informazione, dalla pubblicità, ancora dai testi scolastici, sui bambini e sulle bambine, sugli adolescenti, sulla loro formazione personale, distorcendo la percezione dell’altro, con una impostazione culturale che non aiuta a crescere rapportandosi a chi è diverso da sé, ma uguale nel suo essere umano e nel suo valore di essere umano. Questa società non è in grado di garantire il benessere psichico dei suoi componenti, di uomini e donne che diventeranno eventualmente genitori, docenti, persone attive nella cultura, nella ricerca, persone che svolgono le professioni di aiuto, persone che avranno a che fare direttamente o indirettamente con i più piccoli. E sappiamo per la nostra impostazione teorica quanto i primi anni di vita siano cruciali nel fisiologico sviluppo psico-fisico e per la sanità mentale dell’individuo. (con le relazioni umane che si hanno dopo la nascita, che è originariamente fisiologica ed integra nella naturale fusione corpo mente per ognuno). Insomma c’è una interazione tra società, cultura ed individui; la patologia mentale non si può escludere nei casi di femminicidio, ma non è la unica causa di essi; per prevenirli occorre vedere in ogni caso quale essa sia-
Quali sono i segnali da cogliere?
Per prima cosa bisogna ascoltare cosa dice la donna, dare la opportunità a chi si rende conto che qualcosa non va nella persona che ha accanto o nella relazione, di parlarne, di trovare alleati. Anche chi, uomo o ragazzo, trovasse il coraggio di chiedere aiuto per affrontare una situazione di difficoltà o incapacità di rapporto con una donna, deve trovare risposte adeguate. Qui interviene il discorso dei servizi sociali e sanitari accessibili a tutti, che facciano prevenzione a più livelli, diagnosi e cura con personale formato. Un enorme impegno culturale, sociale e sanitario per rispondere ad un fenomeno sociale trasversale, sistemico, strutturale.
La conquista di una maggiore consapevolezza e autonomia delle donne scatena reazioni violente in regimi e società ancorate a pregiudizi misogini. Penso a quel che accade in Medio Oriente e alla rivoluzione culturale che le giovani donne iraniane stanno portando avanti a costo della vita. Che ne pensate? Anche da noi, in maniera sotterranea, accadono reazioni simili anche se non viviamo in un regime teocratico?
Siamo assolutamente d’accordo con te. Mentre sembra abbastanza semplice pensarlo per i regimi e gli Stati teocratici piuttosto lontani da noi, è più difficile pensare che una dinamica del genere, in forme diverse, ci sia anche qui. Basta pensare alla costante lotta che dobbiamo fare per difendere i diritti acquisiti, per contrastare i messaggi falsi e confondenti sulla realtà umana, sulla sessualità, sulla libertà. Con tutte le contraddizioni possibili in Italia c’è una consapevolezza delle donne di sé stesse, delle proprie esigenze, del proprio valore e questo può essere un problema per chi vuole imporre un modo di vivere e pensare funzionale, diciamo, alla società capitalista e neoliberista. Il coraggio delle donne in tante occasioni, nel mondo e anche nella vita del nostro Paese ha innescato e determinato cambiamenti enormi nella società e nelle leggi (Pensiamo a Rosa Parks, a Franca Viola solo per accennare alcuni nomi, ma anche alle innumerevoli e anonime donne che si sono battute, nei secoli, per i diritti di tutte e tutti); questo non va dimenticato ed è ancora indispensabile. Vanno aiutate le giovani generazioni, le ragazze e i ragazzi a comprendere da dove veniamo, per orientarsi in una cultura che ancora nega molte “cose” (le donne, la malattia mentale, la nascita umana…) Le coraggiose donne iraniane, curde, afgane ci ricordano ancora che il potere e le religioni non amano le donne, né i bambini, né chi dice No.

Questa intervista è stata pubblicata sulla rivista Left di Luglio 2023 Non chiuderemo i nostri occhi

Normale non lo è. Generale, se ne faccia una ragione

La storia immagino la sappiate. C’è questo generale, tal Roberto Vannacci, che dopo essersi dedicato a comandare i soldati in Afghanistan e in Iraq ora guida l’Istituto geografico militare a Firenze. Lì probabilmente è stato folgorato dalla carta e dalla cultura e ha deciso di autoprodursi un libro dall’originalissimo titolo Il mondo al contrario in cui ci fa sapere cosa pensa del mondo.

Gli omosessuali: “Normali non lo siete, fatevene una ragione”. La convivenza civile: “Le discutibili regole di inclusione e tolleranza imposte dalle minoranze”. I disoccupati: ” I dibattiti non parlano che di diritti, soprattutto delle minoranze: di chi asserisce di non trovare lavoro, e deve essere mantenuto dalla moltitudine che il lavoro si è data da fare per trovarlo”. Paola Egonu: “Italiana di cittadinanza, ma è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità“.

Niente di nuovo sotto il sole. Vannacci si è preso la briga di sprecare carta per condensare in un sol luogo ciò che gli elettori di questo governo spargono a piene mani tutti i giorni sui social. Un lavoro filologico, più che creativo. Solo che in questo caso il giornalista di Repubblica Matteo Pucciarelli ha reso pubblico la chiara matrice dell’estro del generale Vannacci e quindi l’esercito e il ministro hanno deciso di prendere le distanze. Lui, il generale, rivendica il diritto di avere idee cretine senza capire che nessuno glielo impedisce: semplicemente uno con quelle idee non deve ricoprire un incarico pubblico. Questo è il punto. Per il resto potrà scendere tutte le sere al pub e giocare alla parte del nazista.

Alcune domande rimangono. Come ha fatto un tizio come Vannacci a diventare così alto in grado nell’esercito? Non sarà mica che ha trovato terreno fertile per le sue idee? Perché di questi deliri se n’è accorto solo il giornalista Pucciarelli? E soprattutto, il ministro Crosetto giudica (giustamente) “farneticazioni” le parole di Vannacci. Quindi giudica “farneticanti” una bella fetta dei suoi elettori? E in ultimo: che ne facciamo degli altri Vannacci in giro per eserciti, Parlamenti e pubbliche amministrazioni? E ci sarebbe anche una curiosità dolorosa: come ha operato il generale in territori di guerra, con idee del genere?

Buon venerdì.

Foto del Generale Vannacci tratta da Wikipedia

Chiese sempre più vuote. La pratica religiosa al minimo storico in Italia

Solo il 19 per cento della popolazione in Italia è praticante e va a messa o ad altre funzioni. E’ quanto risulta dall’Indagine multiscopo dell’Istat, svolta su un campione ampio e rappresentativo di popolazione italiana sul 2022. Intanto il 31 per cento della popolazione dichiara di non aver mai messo piede in un luogo di culto l’anno scorso. All’indagine hanno risposto direttamente persone maggiori di 14 anni, mentre per i minori dal 6 ai 13 anni la risposta è stata data dai genitori.

Il primo dato che balza agli occhi è che la frequentazione della Chiesa è la più bassa che sia mai registrata nella storia del nostro Paese. Negli ultimi 20 anni (dal 2001 al 2022), il numero dei cosiddetti praticanti regolari si è quasi dimezzato (passando dal 36 al 19 per cento), mentre il numero di persone che non vanno in Chiesa è raddoppiato (si è passati dal 16 al 31 per cento).

Questo trend in discesa prosegue da anni come abbiamo documentato negli anni su Left anche a partire dai vari rapporti sulla secolarizzazione di Critica Liberale con la Cgil nuovi diritti e, in particolare a gennaio 2023 con Left Chiesa cattolica s.p.a  (vedi La fine dei religiosi e Non c’è più religione di Raffaele Carcano della Uaar, autore del libro Le scelte di vita di chi pensa di averne una sola).

Ma torniamo alla nuova indagine Istat: una piccola inversione di tendenza, secondo i dati rielaborati da Settimana News avrebbe coinciso con l’esplosione del Covid-19 ma certamente è stata temporanea. Tra il 2019 al 2020 c’è stato un calo del 4 per cento delle persone che andavano in Chiesa. Durante la pandemia da Covid-19 le chiese rimasero aperte mentre cinema e teatri furono chiusi! (Leggi Teatri chiusi, chiese aperte)  Nonostante questo la gente è stata più saggia e si è tenuta alla larga e alla fine della pandemia la situazione non è più tornata ai livelli precedenti.

Il secondo dato che colpisce, e forse anche più importante, è che il calo ha riguardato in modo particolare i giovani dai 18 ai 24 anni e gli adolescenti (14-17 anni). Negli ultimi 20 anni la pratica religiosa ha registrato un calo di oltre due terzi per quanto riguarda i giovani e gli adolescenti, a fronte di una riduzione del 50 per cento dei praticanti tra adulti e del 30-40 per cento tra la popolazione anziana.
C’è di che sperare dunque: Piccoli atei crescono, per dirla con il celebre titolo del libro di Franco Garelli uscito per il Mulino nel 2016. Ma alcuni osservatori fanno notare che in Italia non siamo ancora allineati a quel che accade nella maggior parte dei Paesi del Nord Europa dove la partecipazione al culto coinvolge dal 3 al 7-8 per cento dei cittadini. Peggio di noi fanno Portogallo e Polonia, dove tuttavia si è avviato dal 2021 un certo processo di secolarizzazione dei giovani cresciuti politicamente nell’alveo delle proteste contro le feroci politiche antiabortiste adottate dal governo conservatore polacco sodale del governo Meloni.