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L’Italia in ginocchio davanti ai gladiatori Zuckerberg e Musk

Fra le più sconcertanti manifestazioni dell’attuale degrado dello spirito pubblico in Italia, andrà ricordata l’entusiastica interlocuzione del Ministro della cultura Sangiuliano con Elon Musk e il suo progetto di sfidare alla lotta libera Mark Zuckerberg a Pompei o nel Colosseo: è andato tutto a monte e forse si trattava di uno scherzo in cui il governo è caduto senza alcun paracadute. Dopo l’estate il Parlamento discuterà l’autonomia differenziata, che minaccia non solo di distruggere irrimediabilmente l’impianto sociale della Costituzione ma anche di dissolvere il patto nazionale di origine risorgimentale (altro che morte della patria l’8 settembre!). Che proprio una destra sedicente patriottica possa essere protagonista dello scempio, lo dimostra l’episodio a cui facevamo riferimento e la sua mancanza di dignità repubblicana che svela il debito di Fratelli d’Italia con il berlusconismo. Come è possibile rendere disponibile il patrimonio storico e artistico del Paese, i luoghi stessi della nostra identità collettiva, ad un tale ridicolo circo (Come ha denunciato Tomaso Montanari)? Come è possibile ridurre un grande Paese a colonia delle fantasie di due membri di quell’élite che da tempo accumulano capitale economico e simbolico a spese del resto dell’umanità nel plauso generale? Come è possibile non respingere al mittente la proposta in quanto diseducativa per i giovani?
Per spiegarlo è necessario ricordare cosa sia il mito della Silicon Valley. Fra anni Novanta e inizio del duemila, infatti, la stessa cultura liberal-progressista fu abbagliata dalla visione di un luogo in cui il talento diventava automaticamente ricchezza. Steve Jobs amava dire che in California non importava il tuo vestito ma solo il tuo merito. Giuliano da Empoli, sociologo molto vicino a Matteo Renzi, magnificò, in un volume del 2000, l’alchimia per cui, con la nuova economia finanziarizzata e la rivoluzione digitale, sarebbe stato possibile produrre sempre più danaro da denaro senza passare dalla produzione di beni materiali, consentendo a chiunque di ascendere la scala sociale. La flessibilità del lavoro, lungi dall’essere precarietà, avrebbe consentito alle nuove soggettività nomadi eredi della contestazione di vivere libere da vincolanti radici e mettersi continuamente sul mercato qualora dotate di solide competenze. Già con la crisi del 2008 iniziò tuttavia ad essere chiaro come l’economia finanziarizzata non rendesse più il capitalismo compatibile con il benessere generalizzato, dato che la produzione del danaro dal denaro o attraverso una produzione di merci immaginifiche, non tornava sufficientemente alla società in termini di occupazione e servizi finanziati dal sistema fiscale. Nella Silicon valley solo uno su un milione ce la fa: magari talentuoso, certo, ma svettando su un marea sempre più vasta di sommersi.
Non è un caso che quando nel 2010 David Fincher realizza il film biografico su Zuckerberg (The social network), ne tratteggi un profilo a tinte fosche, mettendo in evidenza principalmente come la sua ascesa personale sia avvenuta sulla base di una spregiudicata cancellazione di ogni sentimento umano, oltre che di una continua manipolazione della realtà e degli altri, in una risentita rivalsa acquisitiva del nerd.  L’incapacità a relazionarsi per un complesso di inferiorità, viene come generalizzata nel prototipo del consumatore passivo che frequenta compulsivamente i social. Non c’è autenticità ed emancipazione nell’esteriorizzazione in rete della propria intimità, ma soltanto sfogo immediato e sterile degli aspetti più narcisistici del proprio io.
Questa psicologia trova facile cimento nello squid game della competizione sempre più generalizzata in ogni sfera della vita, di cui la gara gladiatoria ideata dai due ricchi ex-ragazzi diventerebbe un simbolo rituale. La vita è una gara con regole valide per tutti da cui si selezionano vincenti e perdenti. La controproposta di Dario Nardella (che guerrescamente intende ricorrere alla sorveglianza armata anti atti vandalici ndr), di effettuare la gara a Firenze ma convertendola in una sfida mentale-intellettuale e non fisica, mostra come anche la cultura democratica sia stata a lungo del tutto interna a questa narrazione tossica: non credo che Leonardo e Galileo avrebbero apprezzato la trovata.
Ma ormai dovrebbe essere chiaro da come sta andando il mondo che dai valori della competizione e dello spettacolo generalizzato non ne trae profitto una prospettiva progressista di emancipazione basata sui diritti umani. Il carattere individualistico e in ultima analisi gerarchizzante di questa visione finisce per favorire chi promette di assecondare senza infingimenti la struttura hobbesiana della giungla sociale, del tutto in contraddizione con ambientalismo e difesa delle minoranze. Infatti non c’è libertà e cura senza uguaglianza sociale. Senza promuovere quest’ultima vincerà sempre il fascismo: Nerone e non Spartaco.

Volevano essere sovranisti, sono solo familisti

Come ha osservato l’ex parlamentare Elio Vito nel mondo solo due leader politici e capi di governo hanno affidato alla sorella la gestione del loro partito: Kim Jong-un, dittatore a capo della Corea del Nord nonché segretario generale del Partito del Lavoro di Corea e Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dei Ministri in Italia e presidente di Fratelli d’Italia. Inutili i guaiti degli accoliti meloniani: questo è un fatto incontestabile, sotto gli occhi di tutti. Nemmeno Silvio Berlusconi – che della proprietà privata del suo partito ne ha fatto una religione – era mai arrivato a tanto. 

Che poi Arianna Meloni sia anche la moglie del ministro Francesco Lollobrigida rende le loro vacanze estive insieme (seguite con audace riverenza da cronisti politici prestati al familismo d’avanspettacolo) il vero “luogo di potere”. In riva al mare, in barba ai luoghi istituzionali e di partecipazione democratica. 

La nomina di Arianna Meloni a cane da guardia delle intemperanze interne di Fratelli d’Italia viene difesa con forza dal responsabile dell’organizzazione del partito Giovanni Donzelli e dagli altri meloniani, nella speranza di poter familiarizzare il più possibile con Meloni per non uscire dal cerchio delle sue grazie. Eppure dovrebbero essere proprio loro i più arrabbiati: se una leader politica e capa di partito sceglie la parentela come qualità per fare carriera significa che ritiene tutti gli altri irrimediabilmente mediocri e senza possibilità di redenzione. 

È la naturale involuzione di ogni sovranismo: stringersi per paura a una cerchia sempre più ristretta per la preservazione del potere, unica vera preoccupazione. Immaginate come Kim Jong-un e Meloni possano essere spaventati dal Paese lì fuori. 

Buon venerdì. 

Italia Hello, il nuovo hub informativo e gratuito per i migranti

“Siamo invasi!”, “Non c’è lavoro nemmeno per noi italiani”, “Regaliamo 30 euro al giorno a questi migranti”. Chiunque abbia seguito la stampa mainstream degli ultimi anni e chiunque abbia letto i titoloni delle prime pagine dei più grandi quotidiani si è di certo fermato a pensare che quella che stiamo vivendo è una vera e propria emergenza.
Qualcuno, la maggior parte, ci ha creduto davvero.
Una descrizione, quella italiana, inattendibile. Sono circa 5 milioni gli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia, solo l’8,6% della popolazione. Ma se è vero che a questi dati accuratamente raccolti, manca una serie di numeri che sfugge a controlli per condizioni di irregolarità, per mancata documentazione o per diverse altre motivazioni, è altrettanto vero che dobbiamo muoverci facendo fact checking, decostruendo false narrazioni e, di fronte a dati reali, essere capaci di proporre numeri e conteggi, paragonando il nostro Paese ad altri in Europa e nel mondo.

A denunciare l’Italia come lo Stato con il tasso di disinformazione sul tema migrazione più alto è stata la relazione finale della Commissione parlamentare Jo Cox sulla xenofobia e il razzismo già sei anni fa. Una disinformazione, a tratti pianificata strategicamente, che allontana da possibili riflessioni e risposte rispetto a tutte quelle difficoltà che tante persone con background migratorio vivono ogni giorno sulla loro pelle in Italia. Il rischio è quello di continuare ad alimentare false narrazioni, rischiando di creare un vuoto sempre più grande nelle politiche d’accoglienza e d’integrazione del nostro Paese.
Sull’onda della crescita del digitale, qualche anno fa, a proporre una soluzione concreta e pensata con e per le persone migranti nel nostro Paese è stata ItaliaHello, un’organizzazione nata per favorire l’autonomia, la partecipazione attiva e l’indipendenza non solo di cittadini stranieri che arrivano nel nostro Paese, ma anche di tutte quelle persone che, pur trovandosi in Italia da parecchi anni, non hanno ancora una buona familiarità tra informazioni, servizi e uffici pubblici, vuoi per questioni linguistiche vuoi perché catapultati in un mercato complesso che spesso non garantisce adeguato accesso alle informazioni.

Grazie alle nuove tecnologie, certi che tutti noi abbiamo oggi in mano un cellulare, ItaliaHello ha messo in campo strategie a misura di persona, sfruttando le potenzialità dei social network e creando canali di scambio e analisi nel territorio nazionale con diversi focus group nelle principali città italiane in termini di presenza straniera per capire cosa mancava e come, insieme, crearlo.
Da questo lavoro di ricerca sul campo è nato qualche anno fa un vero e proprio hub informativo totalmente gratuito in sei diverse lingue che offre una serie di informazioni e contatti sul sistema sanitario nazionale, sul mondo scolastico e accademico del nostro Paese, ma anche sulla questione abitativa, sulle leggi nazionali e sul mondo del lavoro. “Come posso richiedere una visita medica? A chi devo rivolgermi per iscrivere mio figlio a scuola? Cos’è lo Spid? E come posso fare un 730?”. A queste e a tante altre domande, molti cittadini con background migratorio non trovano risposta: linguaggi complessi, poco materiale tradotto, ma soprattutto scarsissima attenzione al contesto culturale dal quale proviene la persona.

Se io chiedessi a un cittadino originario di un Paese del Medio Oriente o del continente africano, mai stato in Italia, di tradurre nella sua lingua locale un documento per spiegare come presentare la domanda per il ricongiungimento familiare nel nostro Paese, questa persona potrebbe darmi una traduzione perfetta ma quanto avrebbe chiaro il contenuto, quanto invece le procedure e il sistema più in generale? Quello che manca è offrire una conoscenza di contesto e dinamiche, di processi che non possiamo pensare di dare per scontato.
Per concentrarsi su questo problema, ponendo attenzione all’altro e puntando a un maggiore senso di autonomia, indipendenza e rappresentanza, tanto nel breve quanto nel lungo periodo, ItaliaHello vanta un team con persone provenienti da diverse parti del mondo: Usa, Albania, Senegal, Messico, Perù ecc per far esprimere in prima persona interessi, difficoltà, esigenze e per rivolgerci alle comunità di riferimento in maniera maggiormente partecipata e inclusiva.

Oggi la piattaforma ItaliaHello è visitata da tantissime persone, arrivando a contare 181.725 utenti dall’1 gennaio 2023 a oggi. Il lavoro dell’organizzazione sta crescendo, costruendo sempre più un sistema ibrido in cui a strumenti e canali digitali si aggiungono iniziative e progettualità in presenza con percorsi per favorire l’occupabilità ma anche con momenti di formazione e informazione su questioni finanziarie, mentorship, imprenditoria ed educazione civica.
Il dialogo interculturale e il continuo lavoro in mixité assumono una posizione centrale.
Oggi il vero cambiamento è quindi rendere le persone autonome e indipendenti.Il cittadino informato è un cittadino consapevole che sa come muoversi e come contribuire attivamente nella società in cui vive, rispondendo alle false narrazioni che spesso lo ritraggono come l’invasore.
Un passo fondamentale e un invito a cambiare: dal parlare per loro a dar loro parola. Ne saremo capaci, cara Italia?

 

Sono milioni quelli da castrare

Bestialità per vendicare le bestialità. Sullo stupro di gruppo di Palermo vale tutto, l’importante è indicare “quelli” come diversi da noi. L’alienazione come soluzione, ovvero la vigliaccheria travestita da vendetta. 

Il ministro Matteo Salvini ingaggia una guerra di testosterone chiedendo la castrazione chimica: “se stupri una donna o un bambino hai evidentemente un problema: la condanna in carcere non basta, meriti di essere curato”, dice Salvini. L’uscita mostra almeno due cretinaggini evidenti: castrare è una forma di cura (come i nazisti?) e la condanna è una punizione, al contrario di quello che dice la Costituzione. Immaginiamo che sia di “buon senso” castrare anche coloro che cercano online quel video (potenziali stupratori), coloro che applicano altre forme di violenza patriarcale e coloro che vedono le donne solo come prede sessuali. Il conto finale è di qualche milione di maschi italiani veri. La ministra Roccella invece vuole vietare “i porno”. Altra forma di alienazione: va tutto bene, i maschi sono tutti buoni e bravi ed è solo una “corruzione esterna” che complica le cose, secondo lei. 

Troppo difficile invece allargare il discorso non solo ai colpevoli ma anche ai responsabili. Toccherebbe mettere in discussione l’idea dell’essere maschio in una società in cui la capacità di sopraffazione è una virtù richiesta fin da bambini. Toccherebbe decostruire gli stereotipi e prendersi la responsabilità (gli uomini) di invertire i modelli senza sentirsi persi. Ci si accorgerebbe che la politica dello stesso Salvini è come quella di un sopraffattore che si cela dietro il “buon senso” e “il fin di bene”.

Buon giovedì. 

Roman Hocke: Così nacque “La storia infinita” di Michael Ende

Nell’ottobre del 1981, esattamente quarant’anni fa, usciva per Longanesi l’edizione italiana de La storia infinita, il capolavoro di Michael Ende che ha appassionato milioni di persone in tutto il mondo. Pochi sanno però che questo libro fu concepito e scritto in Italia, a Genzano, un borgo dei Castelli Romani dove Ende ha vissuto per oltre un decennio. Per indagare questo legame misterioso e affascinante tra lo scrittore tedesco e la cultura italiana ho incontrato Roman Hocke, amico di Ende, grande conoscitore della sua poetica e suo agente letterario. Roman, che vive tra l’Italia e la Germania, mi accoglie nella sua residenza genzanese, non lontano dalla villetta in cui Michael Ende visse con la moglie Ingeborg Hoffmann tra il 1970 e il 1985.

Cosa spinse Michael Ende a lasciare la Germania?
In Germania Ende, sebbene il suo lavoro avesse trovato un grande riscontro di pubblico, si era confrontato con un clima intellettuale ostile. Erano gli anni 60, gran parte degli intellettuali erano vicini alla sinistra extraparlamentare e vedevano le sue storie fantastiche come un superficiale escapismo dal confronto con la realtà politica di allora. Erano naturalmente posizioni di stampo molto ideologico, ma a quel tempo era difficile uscire da questi schemi. Ricordo che Michael Ende si è sempre dichiarato orientato a sinistra, e non ha mai capito il senso di questa critica. Lui cercava la libertà di potersi esprimere e sviluppare i temi che gli interessavano. Per lui cambiare il mondo significava prima di tutto cambiare le cose nella testa della gente. Così, mentre in Germania, qualsiasi cosa facesse, ovunque andasse, anche ad una festa di amici, veniva criticato, perché si diceva che portava a far fuggire i giovani dalla realtà in mondi immaginari, arrivato qui in Italia, ha trovato un luogo con un’apertura culturale in cui poteva sviluppare il suo percorso liberamente, senza doversi giustificare con nessuno. In Italia non ha cercato solo il buon vivere, che pure apprezzava moltissimo. Qui ha trovato persone con cui fare lunghe discussioni su questo suo sentiero artistico-letterario, per trovare alla fine poi sé stesso.

E come mai Ende scelse di trasferirsi proprio a Genzano?
Il rapporto di Ende con l’Italia risale già alla metà degli anni 60. Ogni estate scendeva con la moglie Ingeborg a Roma, dove erano ospiti della scrittrice Luise Rinser. Poi, nel 1967 quando decisero di trasferirsi definitivamente, Luise volle presentarli a mio padre, Gustav René Hocke. Mio padre aveva scritto Il mondo come labirinto, che nell’ambito degli artisti e degli scrittori fantastici è un po’ una bibbia, perché restituisce dignità all’arte fantastica, dall’antichità fino al giorno d’oggi, contrapponendola al filone classico. che sempre ciclicamente domina il mondo culturale. Michael Ende aveva scoperto tramite l’opera di mio padre l’esistenza di una tradizione artistica letteraria con cui potersi identificare. Poté inoltre fare i conti con l’eredità artistica del padre, Edgar Ende che fu un pittore originalissimo, da molti definito – a torto – surrealista. Grazie a questo libro Ende ha capito all’interno di quale tradizione si trovava e ha potuto continuare a sviluppare la propria poetica. Tra lui e mio padre si creò subito uno stretto rapporto di amicizia e collaborazione artistica. Michael Ende decise quindi di prendere casa a Genzano. I Castelli in quel periodo erano il fulcro di una vivacissima vita culturale. Molti artisti e intellettuali dalla Germania, da tutto il mondo, gravitavano sul territorio e collaboravano con le amministrazioni comunali, con i giovani, c’erano tantissime iniziative.
L’Italia ha sempre rappresentato un polo di attrazione per gli artisti tedeschi.
La cultura tedesca non si capisce senza Roma, senza l’Italia. Ecco perché agli studenti e artisti di ogni disciplina, che hanno un talento speciale, viene offerta questa possibilità da parte dello Stato tedesco, di vivere un anno a Roma, a Villa Massimo, di vivere l’arte e la letteratura italiana, perché ne assorbano i valori e li integrino nella loro opera. Tra di essi il compositore Wilfried Hiller, che fu borsista a Villa Massimo e collaborò con Michael Ende a partire dal 1978 fino alla morte di Ende.

Oltre a Hiller, che rapporti ebbe Michael Ende con gli artisti di Villa Massimo?
C’erano sempre artisti interessati. Ma erano cauti per via di questa critica ricevuta da Ende in patria, e poi perché a quel tempo lui era classificato come autore di libri per bambini. E questo gli ha dato, diciamo, un marchio di artista di secondo grado. Solo dopo la sua morte è cambiata questa visione, si è capito che lui ha usato i libri per ragazzi per parlare a tutti. Diceva, «io scrivo per quello che è rimasto bambino nell’uomo, la facoltà di avere fiducia, di voler cambiare il mondo in positivo».

La fantasia come strumento rivoluzionario; sull’Auryn Bastian legge la scritta «Fai ciò che vuoi». Potrebbero confondersi con gli slogan del ’68 “Fantasia al potere”, “Vietato vietare”. Che rapporto aveva Ende con Marcuse, con i grandi ideologi del ’68, con l’esistenzialismo?
Le posso dare un aneddoto su questo. Una volta stavamo discutendo su argomenti molto simili e lui disse: «Se il mondo fosse veramente come lo descrive il pensiero esistenzialista, niente avrebbe un senso, quindi ci sarebbe solo la classica soluzione, quella di spararsi. Allora che cosa mi rimane da fare? Nient’altro che avere fiducia che il mondo, la nostra esistenza abbia un senso. Non so quale sia, però così riesco a vivere molto meglio e a motivare le mie decisioni e i miei valori secondo questo pensiero».
E questa è la grande diversità rispetto a tutte queste correnti di pensiero, che mise Ende in una situazione di solitudine, senza ideologia, senza religione. Perché non apparteneva a una religione. Ma si opponeva anche a una visione strettamente razionalistica, a idee tipo: l’amore non è che una reazione chimica, i nostri pensieri, impulsi elettrochimici. “Fai quello che vuoi” significa “Agisci secondo i tuoi veri desideri”. Questo è lo spirito profondo che lo guidava. Questa è la visione trasmessa da tutti i suoi libri.

Forse perché non fu capito a sinistra, una certa destra antimodernista si è sentita autorizzata ad appropriarsi di temi e personaggi di Ende, sulla falsariga di quello che aveva fatto con Tolkien.
Tolkien non era certamente un autore di destra, ha scritto i suoi libri nel periodo tra le due guerre. Per lui la modernità era quindi questa orribile esperienza nazista. Lui come tanti altri artisti si è rivolto al passato per trovare un luogo ideale. Quello tolkieniano è un mondo in cui convivevano elfi, hobbit, uomini. I popoli della Terra di Mezzo rappresentavano gli ebrei, i cristiani, i musulmani, e gli orchi erano i nazisti. Tantomeno Ende, che scriveva in un’epoca molto diversa, durante la guerra fredda, con la minaccia atomica incombente. Lui era pacifista, ecologista. Quando dopo anni venimmo a sapere che la destra postfascista si era appropriata, senza neanche chiederlo, del nome di Atreju per le sue manifestazioni, era ormai troppo tardi per opporsi.

Anche i cattolici hanno provato ad assimilare il pensiero di Ende, interpretandolo in senso cristologico.
Lui non era certamente cattolico o protestante. Raccontava che doveva essere battezzato, i genitori gli avevano anche comprato l’abito del battesimo, ma poi gli andava stretto e si decise di non battezzarlo. Certamente era una persona che cercava però, anche nella religione, ma in tutte le religioni. Ha sempre dialogato con ebrei, cristiani, antroposofici ecc. Fantàsia non è un paradiso, non è un luogo in cui sono presenti categorie politiche o morali. Fantàsia è composta da creature che rappresentano il bene e il male, ma che non si pongono il problema morale, dal momento che sono personaggi creati dalla fantasia umana: immagini come la “donna aiuola” sono elaborazioni di esperienze personali. Ma Fantàsia è composta da diversi strati, c’è la letteratura, i personaggi delle favole, i tre moschettieri, ecc.

Ende afferma in Zettelkasten, Skizzen und Notizen: «Sogniamo mediante immagini e viviamo i sogni in modo immediato. La lingua delle immagini è quella più vitale».
Certamente! Uno studioso ha ipotizzato che la storia di Bastian sia in realtà un sogno, in seguito al quale lui torna rinato.

In un passaggio de La storia infinita scopriamo che Fantàsia è interamente fondata sui sogni, che sono fragilissimi. È quando Bastian ritrova, grazie al minatore cieco Yor, il sogno di un padre congelato. Quell’immagine allude chiaramente al rapporto tra il ragazzo e suo padre e alla perdita della madre. Ho letto che il padre di Ende si chiudeva nella sua stanza al buio e disegnava con una torcia attaccata alla matita, alla ricerca delle immagini pure. Che rapporto aveva Ende con il padre?
Credo che nel suo percorso sia stato fondamentale un padre visionario, che all’epoca non fu veramente compreso dalla critica, ma che ha sempre rivendicato la propria identità, la sua autonomia. E così anche per Michael il tema era trovare una strada sua. Questa fase ineluttabile che ognuno nel suo percorso di crescita deve affrontare: dopo aver vissuto sicuro e protetto occorre assistere al crollo del mondo dei genitori e cominciare tutto da zero. Ciascuno deve farsi una sua identità, i suoi rapporti, formarsi il suo mondo, affrontare quei pensieri neri che conosciamo tutti. Tutto ciò nel caso della generazione di Ende era amplificato dall’esperienza del dopoguerra, dove il salto nel nulla era veramente praticato e tematizzato.

Ende racconta così la storia di Bastian: «un giovane che in questa notte di crisi, una crisi esistenziale, perde il suo mondo interiore, […], e deve saltare dentro questo Nulla, allo stesso modo in cui dobbiamo farlo anche noi europei. Siamo riusciti a perdere tutti i valori e ora dobbiamo saltare dentro, e solo se abbiamo il coraggio di saltarci dentro, in questo nulla, possiamo risvegliare le forze creative più personali e interne e costruire una nuova Fantàsia».
Questo ha molto a che fare con la storia della Germania, questo shock che lui ha vissuto, la totale perversione dei valori che ci uniscono come genere umano. Dopo la guerra la Germania era uno sfacelo totale d’identità, non c’era niente e bisognava ricominciare veramente da zero “die Stunde Null”. Anche mio padre come Ende apparteneva a quella corrente che cercava di ricollegarsi al filone dalla cultura umanistica e ricreare, reinventare una nuova Germania su base umanistica. Ende quegli anni li ha vissuti intensamente. Bisogna immaginare che molti libri in tedesco ancora non c’erano, perché non erano stampati o diffusi. Non sono mai stati comprati così tanti libri come nel dopoguerra, un afflusso enorme di nuovi valori e argomentazioni. Erano 12 anni che il Paese era fuori dal mondo. Ci fu un Rinascimento dei teatri, tutto a un tratto qualsiasi cosa poteva essere messa in scena pubblicamente. In una città come Monaco c’erano 100 teatri, per trasmettere queste nuove idee, e questo è il tuffo nel nulla che Ende ha vissuto nel dopoguerra, dove non c’era niente, perché non potevi rifare il modello francese o quello americano, dovevi trovare la tua strada, la tua idea.

Mi piacerebbe sapere qualcosa sul suo legame con Ingeborg Hoffmann. Una donna che ha scelto di stare al fianco del marito, di mettere da parte una vita professionale altrettanto valida e creativa, per dedicarsi interamente ad aiutarlo. Cos’è nell’opera di Michael Ende che secondo lei è un debito verso Ingeborg?
Ingeborg era una grande artista, una donna straordinaria, dotata di una inesauribile forza interiore e di un solido senso della giustizia. Lei reagiva con indignazione a ogni piccola ingiustizia, come se si fosse trattato di un omicidio. E questo è stato per Ende di grande beneficio, perché lei sapeva cogliere ogni nota stonata, ogni parola che non suonava, nei suoi racconti, e con queste antenne lo ha aiutato a comprendere anche il senso dei suoi stessi testi. Quello che aveva scritto di giorno, Michael lo faceva leggere la sera a Ingeborg, che sapeva vedere esattamente quando c’era qualcosa che non andava. Su quei passaggi lui faceva un segno e ci lavorava il giorno dopo. Grazie a questo spirito di giustizia, a questo spirito, “di verità”, ha illuminato con la sua luce la vita e il lavoro di Michael Ende.

Ende uscì profondamente amareggiato dalla visione della trasposizione cinematografica de La storia infinita. Tentò invano di chiedere il ritiro del film dalle sale perché tradiva il senso della sua storia. Fu un lungo e difficile contenzioso che lo logorò e di cui non riuscì a vedere la conclusione. Qual è la situazione oggi? Riusciremo a vedere una nuova e più fedele versione di La storia infinita?
Abbiamo dovuto affrontare lunghi processi per chiarire tutta la situazione e l’anno scorso abbiamo vinto anche l’ultima istanza, e da allora tutti i diritti cinematografici sono ritornati disponibili. Ma noi non vogliamo dare ancora il film sul mercato, perché abbiamo un piano ben definito. Volevamo prima cominciare con Jim Bottone, il primo grande successo di Ende, che è stato trasformato nei due film col budget più alto che ci sia mai stato in Germania, recentemente usciti con un grande successo di pubblico e di critica. Il prossimo sarà Momo, e poi toccherà a La storia infinita. Abbiamo il forte interesse da parte di centinaia di produzioni da tutto il mondo, però noi vogliamo proseguire questa nostra strategia e fare un libro alla volta, secondo l’ordine cronologico di pubblicazione.

Tornando all’Italia: perché sembra non restare nulla di questa esperienza straordinaria a Genzano? Non esiste neanche una via intitolata a Michael Ende, una targa commemorativa.
Abbiamo fatto vari tentativi per la verità, di collaborare con Genzano, e abbiamo avuto anche degli ottimi rapporti con alcuni sindaci. Erano stati fatti alcuni passi nella direzione giusta, furono organizzati eventi e scambi culturali tra Garmisch, la sua città natale, e Genzano. Ma poi … diciamo che il problema di queste strutture politiche dei Comuni è che cambia il sindaco, la giunta, e cambia tutto, e così il discorso è tornato sotto zero. Noi cerchiamo sempre di ricordare che Michael Ende è stato un fiero cittadino di Genzano, che si è sempre interessato ai fatti di Genzano, che conosceva moltissima gente, era veramente inserito. Ende ha vissuto a Genzano per 15 anni. Questo luogo aveva visto la nascita di Momo, de La storia infinita. Qui ha preso spunto per tanti personaggi e luoghi dei suoi romanzi. Quando Ingeborg morì, nel 1985, Ende non poteva più restare qui, questi luoghi erano troppo legati al loro rapporto, ed è tornato in Germania. Ma qui è rimasta la collina tondeggiante che ha ispirato la tartaruga Morla, il vecchio anfiteatro che ha offerto rifugio a Momo, e innumerevoli tracce di questa straordinaria storia. Gli anni di Genzano sono stati i più fecondi, i più produttivi e creativi della sua vita, perché tutti i grandi libri che ha scritto, i suoi più grandi pensieri, tutti i progetti che ha realizzato in seguito, sono tutti determinati e nati in questi anni di Genzano. A lungo se ne è persa la nozione. Oggi però qualcosa sembra risvegliarsi: da qualche mese a questa parte la nuova amministrazione comunale sta avviando importanti iniziative per valorizzare questa preziosa eredità culturale e umana. Un segnale che fa ben sperare per il futuro.

Intervista pubblicata su Left del 22 ottobre 2021

Roman Hocke partecipa al Fantàsia festival a Genzano (Roma 25-27 agosto)

Pino Modica, la luce del reale

Pino Modica esordisce nei primi anni Ottanta del Novecento, lavorando con Salvatore Falci e Stefano Fontana all’interno del Gruppo 5, meglio noto come Gruppo di Piombino, dove il 5 sta a indicare i tre artisti iniziali + un ambiente + il pubblico operante in quell’ambiente (successivamente si uniranno Domenico Nardone in qualità di critico militante e Cesare Pietroiusti). La poetica del collettivo s’incentra su una ricerca di carattere sperimentale, vòlta a rilevare e verificare sul campo l’ipotesi utopistica propria delle avanguardie
artistiche, secondo cui la creatività è caratteristica intrinsecamente umana e non una prerogativa di chi si definisce artista, poiché ogni persona (mentalmente) libera modella la propria esistenza e il mondo in cui vive. “Ogni uomo è un artista in quanto inventa e crea la storia della propria vita”, diceva Joseph Beuys, l’artista sciamano con il quale si prepara una nuova era dell’arte dopo il ready-made di Marcel Duchamp.
Sin dall’inizio la ricerca di Modica è interessata ad agire nello spazio sociale e a confrontarsi con il pubblico indifferenziato della strada attraverso l’ideazione di opere camuffate da oggetti d’uso, atte a stimolare l’azione da parte della gente, inconsapevole di partecipare in prima persona alla definizione formale di un’opera d’arte con il proprio libero comportamento. Il Rilevatore estetico è un’opera in tal senso significativa. Nel 1985 l’artista colloca in piazza dei Miracoli a Pisa, per una giornata, uno strumento da lui
espressamente realizzato: un finto misuratore della pendenza della Torre di Pisa al cui interno è nascosta una cinepresa, che riprende l’inquadratura decisa dalle singole persone, come mostra il cortometraggio ricavato da questo esperimento, utile a documentare un comportamento comune, a prima vista privo di importanza, banale e forse ripetitivo, che l’artista intende invece indagare in tutta la sua involontaria bellezza. Il carattere estetico intrinseco alle quotidiane attività dell’uomo è evidente ancora di più nelle Prove di resistenza materiali, esposte nella sezione Aperto 90 alla XLIV Biennale di Venezia (1990), e nei successivi Piani di lavoro, dove Modica ribadisce un’idea di arte come creatività ampia. Si tratta di lastre di plexiglas poste sui piani di lavoro di vari artigiani per periodi di due settimane, successivamente prelevate, incorniciate e illuminate a luce radente, rivelando incredibilmente immagini di rotte astrali e movimenti cosmici.
Modica parte dall’osservazione della realtà in cui è immerso: una realtà che rileva, preleva e mantiene virtualmente in essere attraverso la registrazione delle sue tracce. Come un investigatore che interviene sulla scena del crimine, usa tecniche scientifiche di indagine per la raccolta e l’analisi degli elementi reperiti, come avviene per le impronte lasciate sulla tazzina di Dulcis in fundo, che l’artista poi ingrandisce e stampa a colori e retro-illumina; oppure per il bancone del Bar Giuliani, presentato nella mostra Storie, che si tiene
nel 1991 a Roma alla galleria Alice e Il Campo, rispettivamente, di Domenico Nardone e Marco Rossi Lecce. Tanto che Renato Barilli interpreta il suo lavoro come metafora dell’indagine poliziesca. A parte questa procedura operativa da CSI, due sono a mio parere le cose da sottolineare per aggiornare l’interpretazione critica della ricerca di Pino Modica. Uno: le sue opere-dispositivo sembrano dei ready-made, invece sono ideate e costruite dall’artista e acquistano significato e valore solo quando si caricano dello spazio della vita, quando si saturano di esperienza. Insomma, sono opere che si pongono decisamente al di là dell’oggetto defunzionalizzato e assurto a opera d’arte di Marcel Duchamp. Due: attraverso l’inserimento della luce la rilevazione sul campo si trasforma in rivelazione.
Nelle opere di Modica la luce sembra in qualche modo funzionare come “immagine di attivazione della mente”, non solo perché rende evidente il reale, altrimenti invisibile, delle quotidiane attività degli uomini, ma anche perché ridona loro l’“aura”, ossia ne mostra l’inconsapevole o irrazionale bellezza. Non a caso, l’artista ha intitolato La luce del reale la sua mostra presso la Pinacoteca Civica di Follonica (fino al 17 settembre 2023). Il titolo contiene un programma di poetica, che propone un’arte non ripiegata su sé stessa ma estroflessa all’esterno. Un’arte eteronoma, per definirla con le parole di Luciano Anceschi. La luce, infatti, è la primissima realtà assolutamente esterna ed estranea, con cui
entriamo in contatto quando nasciamo. Di un bambino che nasce, si dice che “viene alla luce”. Ecco, allora, la bellezza nascosta nelle opere di Pino Modica, che parlano della realtà più misteriosa dell’uomo.

 

In foto: Un’opera di Modica fotografata da Di Fremo82 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56853063

 

La misdirection è il segreto centrale

Come spiega bene Wikipedia nell’illusionismo la misdirection (lett. “depistaggio”) è una forma di inganno in cui l’esecutore attira l’attenzione del pubblico su una cosa per distrarla da un’altra. Gestire l’attenzione del pubblico è il requisito principale di tutti gli spettacoli di magia. La misdirection è il segreto centrale.

La misdirection di questi giorni attira l’attenzione di un generale dalle idee aberranti mal scritte in un risibile libro. Nel frattempo senza soccorsi e senza accoglienza gli arrivi dal Mediterraneo hanno portato sulle coste italiane oltre 100mila migranti in un sistema al collasso. Come ha notato Pagella Politica la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha scritto soli 2 tweet sul tema, mentre in tutto il 2019 ne aveva scritti più di 200, quando il numero degli sbarchi è stato il più basso degli ultimi 10 anni. Matteo Salvini nel 2023 ha fatto solo 6 tweet sul tema degli sbarchi, mentre nel 2020 parole come “clandestini” e “immigrati” sono comparse in oltre 800 tweet.

Nel frattempo la stampa italiana ha dato il peggio di sé raccontando in modo sensazionalistico (e pericoloso per le vittima) uno stupro di gruppo, come se fosse un romanzetto erotico. Migliaia di italiani cercano online il video dello stupro per masturbarsi illudendosi di non incorrere in reato. Salvini definisce l’omosessualità “un dibattito superato”. Nelle città i poveri si mettono in fila per ritirare la Carta Acquisti Spesa, in una processione sconcia. Su Rosa e Marmolada si registrano record di caldo e ghiacciai in ritirata. La benzina raggiunge prezzi da economia di guerra.

La misdirection è il segreto centrale.

Buon mercoledì.

Lungo il Danubio, un passo dopo l’altro verso una nuova Europa

foto di Vince Cammarata e Gloria Toma

Negli ultimi anni i cammini lungo le vie storiche sono diventati pratica diffusa, potenzialmente in grado di proporre un viaggio diverso dal turismo di massa che tormenta tanti dei nostri territori. Ma anche il viaggio a piedi può essere declinato in molti modi.
Può capitare di costeggiare il Danubio, risalendo dalla foce, e ritrovarsi a Ghindărești, piccolo villaggio di un migliaio di abitanti nella regione storica della Dobrugia in Romania.
Qui incontrare gli abitanti, un’antica comunità russa, i Lipoveni, stabilitasi nella regione nel XVII secolo dopo aver abbandonato per motivi religiosi la Russia di Pietro il Grande, e con loro parlare italiano o spagnolo imparati lavorando all’estero in cerca di fortuna. E sempre in quel piccolo angolo di Danubio, tra pescatori e camionisti, essere ospitati inaspettatamente in una splendente palestra appena rinnovata, forse con fondi europei, accolti da una cena cucinata dalle donne del paese e accompagnata da canti tradizionali russi. Oppure, camminando in Montana, una delle regioni più povere di Bulgaria e d’Europa, ci si può ritrovare a bere, mangiare e scattare foto a casa di una famiglia che ha vissuto e lavorato nel foggiano, nel giorno in cui stanno per rientrare in Germania, ancora innamorati di una Italia “che era meglio prima”, anche se si possono solo immaginare le condizioni lavorative della loro esperienza di migranti.

Passati e presenti di FuoriVia
Sono solo alcuni intrecci che il gruppo di viaggiatori e attivisti dell’associazione FuoriVia ha incontrato col progetto DanubeS. Many peoples, one thread cominciato nell’agosto del 2022 e che si concluderà nel 2026 a Vienna. Fondata nel 2016 per promuovere la pratica del camminare e del viaggio lento in tutte le sue forme, FuoriVia è una associazione culturale nata sulla scia di un progetto didattico che il professor Virginio Bettini (tra i fondatori della scuola di urbanistica e pianificazione all’Università Iuav di Venezia) proponeva fin dalla fine degli anni 90 attraverso walkshops, seminari di ecologia del paesaggio. Camminando lungo le direttrici della storia come il Cammino di Santiago e la via Francigena, gli studenti apprendevano sul campo la pratica – profondamente umana – del camminare come “strumento di lavoro e di ricerca” per la comprensione dello spazio, delle persone che lo abitano e dei grandi processi avvenuti nel tempo sul territorio.

Camminare e comprendere, dunque conoscere, sono azioni distinte ma di uguale velocità: così come a piedi percepiamo in modo differente il paesaggio, anche la conoscenza, in un contesto di “lentezza”, diviene più profonda e specifica del luogo che si attraversa.
In continuità con questi seminari, nel 2019 l’associazione ha concluso un cammino di cinque anni lungo la Via Egnatia, via romana che collegava Durazzo a Istanbul, scivolata nell’oblio con la dominazione Ottomana. Gli esiti positivi di questa esperienza hanno accresciuto il portato culturale di FuoriVia, affrancata dai vincoli universitari, arricchendo la comunità di esperti, curiosi e viaggiatori. L’associazione osserva lo spazio attraverso nuove “lenti”, per una lettura del territorio che dialoga con la storia, con le dinamiche evolutive del presente e le prospettive future; alle geografie materiali affianca la cultura, le storie delle comunità, i valori e significati del territorio, il paesaggio come moto di persone e cose in connessione tra loro. FuoriVia ha consolidato nel tempo una prassi di rapporto e dialogo con comunità locali, amministrazioni e attori impegnati nel pubblico o nel privato, per definire l’itinerario da percorrere, i luoghi da conoscere, i temi da approfondire, gli spazi di incontro e convivenza. Ed è proprio attraverso questa attività che negli anni l’esperienza del cammino è andata arricchendosi, tra certezze e imprevisti. Anche sbagliare una strada alla ricerca di un guado o conversare con le persone tardando l’orario di arrivo sono ingredienti fondamentali dell’esperienza di FuoriVia.

DanubeS. Many peoples, one thread
In questa ricerca che va avanti ormai da anni, con continue evoluzioni e trasformazioni, l’associazione ha individuato un nuovo orizzonte nel contesto geografico, politico e sociale danubiano. Pensato per svilupparsi in 5 anni, dalla Romania all’Austria, passando per 7 Stati, il progetto DanubeS. Many peoples, one thread ha portato e porterà ogni anno 40
camminatori, per circa 500km in due settimane, nei paesaggi attraversati dal Danubio, per immergersi nelle pluralità di un fiume che ha segnato ed è stato segnato dalla storia europea (ma anche luogo di incontro tra oriente e occidente). In questi due anni FuoriVia ha camminato in Romania e Bulgaria, esplorando la convivenza tra le genti di quei territori “ai confini dell’impero” in cui il Danubio è ponte, barriera, confine, tracciato storico, via di comunicazione e commercio, limes e limen. Partendo dal porto di Sulina, in Romania, in passato cuore mercantile tra Danubio e Mar Nero, il gruppo ha percorso il fiume al confine con l’Ucraina, per poi andare a sud e attraversare la pianura della Dobrugia fino al confine con la Bulgaria. Attraversato il confine a bordo di un ferry boat, il primo anno si è concluso a Ruse, detta piccola Vienna per le sue architetture ottocentesche, crocevia di comunicazioni e patria del Risorgimento Bulgaro. Il viaggio del 2023, come d’abitudine, è ripartito da dove si era rimasti, a Ruse, per addentrarsi in una Bulgaria diversa e per certi versi difficile, poco abitata se non per alcuni centri di maggiore importanza come Shistov, Lom o Vidin, città – quest’ultima – collegata alla Romania da un ponte che il gruppo ha attraversato per proseguire il proprio viaggio fino a Orsova, nelle Porte di Ferro, snodo tra Balcani e Carpazi e, con tutta probabilità, partenza per il prossimo capitolo del viaggio.

DanubeS 2024, in Serbia, verso il cuore dell’Europa.
Il viaggio a piedi ha talvolta lasciato spazio al treno, o più spesso alla navigazione, su barche di pescatori o imbarcazioni più grandi, ma sempre lentamente, in cerca di dialogo e confronto, osservando i cambiamenti dei paesaggi umani. Cosa ti porti a casa? DanubeS, palinsesto di storie e significati. In Romania e Bulgaria il fiume talvolta divide, altre unisce, intrecciando storie di donne e uomini e intere comunità. I molti incontri hanno permesso varie letture di questi territori, molto meno marginali di quanto si possa pensare. C’è la presenza della storia; quella più remota dei Romani che osservavano dalle alture della riva sud i movimenti di genti nelle grandi pianure del nord, nella memoria di quell’unico ponte che Traiano fece costruire a Drobeta-Turnu Severin Drobeta Severin Turin. O la storia più recente dell’indipendenza bulgara dal dominio ottomano, di cui ogni città a partire da Ruse fa motivo di vanto, salvo poi mantenere una continuità con il passato turco nella tradizione culinaria. Il passato sovietico è più difficile e tormentato, pur se ben visibile nei grandi complessi residenziali delle città. In Romania spesso nascosto nelle conversazioni, in Bulgaria ancora vive nelle riflessioni quotidiane: è capitato di ascoltare, in coda al panificio, una signora raccontare come si è passati dal lavoro senza libertà alla libertà senza lavoro, scuotendo la testa di fronte a tutti quei negozi privati…Anche il presente è prorompente: le file di camion in attesa alla dogana di Isaccea, tra Romania e Ucraina, accanto alle postazioni delle associazioni di volontari che nei mesi precedenti avevano accolto tanti rifugiati; gli effetti del cambiamento climatico nel livello insolitamente basso del fiume che cambia gli equilibri produttivi e agricoli dei territori. Camminando si trova modo anche di riflettere sulle politiche europee, alternando paesaggi naturalistici, territori e città segnate da cantieri pubblici con la bandiera europea e da numerosi siti di produzione energetica, e centrali nucleari, che al fiume si appoggiano per il loro funzionamento, eredità del passato sovietico e ora in cerca di ricollocazione nelle politiche energetiche dell’Unione.

Quanto accennato racconta solo un piccolo frammento del ruolo del Danubio per questi territori. Lambire le rive di questo fiume, a piedi, prendendosi il proprio tempo, è occasione autentica per comprendere il portato di segni fisici, valori identitari, storie, drammi e sogni che sono oggi ancora custoditi nella contaminazione culturale dei territori.
«Camminare significa aprirsi al mondo», insegna l’antropologo e sociologo David Le Breton (in libri come La vita a piedi edito da Raffaello Cortina) e con questo spirito il progetto di FuoriVia affronta quel grande insieme di storie di genti e popoli, talvolta in conflitto, talvolta in convivenza, addentrandosi sempre più nel cuore di una Europa ancora da comprendere e raccontare.

Per maggiori info: www.fuorivia.org

Crosetto “vede fascisti dappertutto”

Il ministro della Difesa Guido Crosetto – quando era un arrembante dirigente di partito che si occupava di Difesa e prometteva di non diventare ministro per evitare il conflitto di interessi che poi è magicamente svanito – si distingueva per la sua ironia su chi vedeva “fascisti dappertutto” lamentando una drammatizzazione della ferocia sparsa in giro da parte dei “comunisti”. Per Crosetto ovviamente sono comunisti tutti quelli che non hanno in casa un busto di Mussolini.

Qualche giorno fa senza pensarci troppo ha detto quello che pensano in molti sul vomitevole libro (omofobo e razzista) del generale Roberto Vannacci: “farneticazioni” che “screditano l’Esercito, la Difesa e la Costituzione”, disse Crosetto, prima di fare partire un’azione disciplinare. Il problema è che i suoi elettori e i suoi alleati sono fatti della stessa pasta del generale Vannacci e quindi hanno cominciato ad azzannare il ministro, manca poco che gli diano del “comunista”. Crosetto è stato attaccato dal suo collega di partito Galeazzo Bignami (quello che con molta meno fatica ha indossato una divisa nazista senza sprecare tempo a scrivere libri), il responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia Giovanni Donzelli e ieri anche dal suo collega ministro Matteo Salvini, che per erodere voti a Giorgia Meloni è disposto a tutto.

Dicono che Crosetto si sia ritirato in un religioso silenzio ripetendo “io non sono come loro”. Può anche essere vero. Il problema è che li ha ammaestrati anche lui quegli alleati e quegli elettori. Il domatore mangiato dalle belve è un classico nella storia.

Buon martedì.

Nella foto: il ministro Crosetto in visita al contingente militare italiano, Riga, 10 luglio 2023 (governo.it)

Sánchez, passo avanti per il governo dopo la vittoria della socialista Armengol al Congresso

Francina Armengol, socialista, donna di partito, una femminista, una donna dalle convinzioni ferme e forti, un’idealista, come la descrivono i suoi compagni e le sue compagne, è stata eletta presidente del Congresso dei Deputati spagnolo per la XV legislatura, è la terza autorità dello Stato. Ex presidente delle Isole Baleari, l’arcipelago autonomo di fronte alla regione catalana, è riuscita a superare la maggioranza assoluta della Camera bassa con 178 voti direttamente al primo scrutinio. Un colpo di scena fortemente voluto dal Psoe di Pedro Sánchez e da Sumar di Yolanda Díaz, ma reso possibile solo grazie al voto delle forze nazionaliste o dichiaratamente indipendentiste, dai catalani ai baschi, passando per l’unico deputato galiziano.

Il quotidiano El País ha titolato: “Un inizio migliore del previsto”, “La maggioranza progressista mostra la sua forza all’inizio della legislatura”. Per la destra è stata una vera sconfitta. La candidata del Partito popolare, Cuca Gamarra, ha ottenuto solo 139 voti e non ha ricevuto l’appoggio di Vox. I 33 deputati del partito di Santiago Abascal hanno votato per un proprio candidato dopo che il Pp ha confermato che Vox non avrebbe avuto rappresentanza nell’Ufficio di presidenza.
Il Partito popolare è rimasto solo, pur essendo il partito più votato nelle elezioni non è stato in grado di di raggiungere gli accordi di cui si vantava. Il voto per la presidenza del Congresso non esprime certo la vittoria elettorale rivendicata da Alberto Feijóo, segretario del Pp, ma uno scenario dove l’unica maggioranza possibile è quella della coalizione progressista in accordo con i nazionalisti e i sostenitori dell’indipendenza. O questa maggioranza si consolida per l’investitura di Sánchez o si andrà a nuove elezioni.

Francina Armengol è l’espressione di questi accordi. Ha sempre difeso l’idea che un maggiore federalismo dovrebbe essere la via per risolvere i conflitti territoriali della Spagna, e proprio questa posizione l’ha portata a esprimersi pubblicamente contro l’applicazione dell’articolo 155 in Catalogna. Se c’è una cosa a cui Armengol è abituata, è stringere patti. Non ha mai potuto governare da sola, ma ha dovuto farlo con forze diverse come Podemos, un partito che nelle Baleari è sempre stato improntato a dinamiche stataliste, e i sovranisti di Més per Mallorca, che hanno costantemente chiesto un maggiore impegno nei confronti della lingua catalana e del territorio, e le hanno talvolta rimproverato la mancanza di forza su temi come la tutela dell’ambiente e il problema del sovraffollamento turistico.

La presidente Francina Armengol delinea una nuova legislatura improntata a rendere la Spagna più consapevole della sua pluralità di pensiero e identità. «Si tratta di aggiungere. Si tratta di praticare il dialogo. De hablar, falar, hitz egin, de parlar. E farlo per andare avanti. Perché la Spagna avanza sempre quando riconosce la sua pluralità e diversità. Perché la ricchezza di questo Paese sta nella sua pluralità. Perché la coesistenza di lingue e tradizioni diverse ci rende migliori. Questa è la vera Spagna, ed è migliore» ha dichiarato nel suo discorso di insediamento. Difendere la Spagna significa proteggere la sua diversità culturale, ha detto “parlare” non solo in castigliano, ma in galiziano, in basco e in catalano perché sono lingue spagnole tanto quanto il castigliano e da subito potranno essere usate nei dibattiti parlamentari. Un discorso impeccabile dalla pluralità più assoluta.
Certo l’investitura di Sánchez è ancora lontana e mantenere la Moncloa sarà complicato, ma non sembrano esserci altre opzioni. Feijóo non può governare, può contare solo su una seconda possibilità sotto forma di nuove elezioni. Si tratterebbe però di una scelta politica disperata che provocherebbe una ulteriore spaccatura del Paese, significherebbe che Sánchez è subalterno a chi vuole generare aspre tensioni sociali, con tutta la destra spagnola appiattita sulla linea di Vox, costretta a praticare una politica della paura e del ricatto.

Intanto gli indipendentisti iniziano a delineare le loro richieste in vista di una trattativa per votare Pedro Sánchez come presidente del governo.
“L’elezione di Francina Armengol a presidente del Congresso non garantisce in alcun modo l’investitura di Pedro Sánchez a presidente del governo spagnolo”. È questa l’idea più ripetuta nelle ultime ore dai leader catalani pro-indipendenza. Sia dalle parti di Junts che da quelle di Esquerra.
Erc pone la legge di amnistia, per le persone coinvolte nel caso del referendum sull’autodeterminazione dell’1 ottobre 2017, come “linea rossa” per l’investitura e Puigdemont, in fuga dalla giustizia in Belgio, si è espresso via Twitter. Ha assicurato che nessuno può dare per scontati i voti di Junts, perché sarebbe un errore pensare che il partito “sia tornato all’ovile”.

Se le cose si bloccano lì, il rischio di ripetere le elezioni è molto alto. Ma la possibilità di cercare il modo di trovare una possibile soluzione sembra esserci.
A destra Feijóo insiste a candidarsi per l’investitura, se riceverà l’incarico dal Re, ripete che le sue opzioni sono “intatte” nonostante i 178 voti che la sinistra ha ottenuto per Armengol, mentre Vox fa marcia indietro e offre la sua “mano tesa” al leader popolare. Ma alcuni dirigenti critici nei confronti della strategia e del discorso di Feijóo dicono “Stiamo vivendo una finzione”, secondo questa corrente interna non ha senso continuare a difendere la possibilità di ottenere un’investitura di successo perché i numeri non ci sono.
Dalla Zarzuela, la residenza privata del re di Spagna, arriva la notizia che la regina Letizia e la infanta Sofía andranno in Australia al Sydney football stadium per tifare la squadra spagnola di calcio femminile classificata nella finale del mondiale contro l’Inghilterra, mentre re Felipe VI resta nel Palazzo e prepara il giro di consultazioni per decidere a chi dare l’investitura (iniziate oggi ndr).

Nella foto Francina Armengol (Wikipedia) e Pedro Sánchez (Arne Müseler)