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La cultura che manca anche sulla sicurezza nel lavoro

Ogni volta che un morto sul lavoro balza agli onori della cronaca per la quantità delle vittime o per la modalità del decesso (come nel caso della tragedia a Brandizzo che ha ucciso cinque lavoratori) si spande nell’aria il rito abusato del “mai più” e le promesse di accertamenti e la proposta di nuove leggi. Di solito mentre si svolge l’orazione funebre per le vittime che hanno avuto occasione di diventare un caso nazionale da qualche parte in Italia accade che intanto ne muoiano ancora e ancora e ancora. Morti minori, incidenti meno spettacolari, nessuna pagina nazionale.

Resta quindi la sensazione di un attivismo retorico che delega dal giorno dopo il tutto alla magistratura. La notizia riemergerà nelle fasi di indagini e negli eventuali pronunciamenti dei tribunali. Tutto scorrerà in maniera non dissimile da com’è sempre stato, in attesa del prossimo sdegno. 

Vittorio Malagutti sul quotidiano Domani racconta che nel miliardo e 300 milioni tagliati dal Pnrr a luglio dal ministro Fitto ci sarebbero 500 milioni anche per  l’Ermts, il sistema di gestione del traffico ferroviario che probabilmente potuto evitare l’incidente. È ovviamente solo un piccolo esempio di come la sicurezza sul lavoro e i suoi dispositivi siano un “di più” che spesso rimane nascosto tra le righe, trattato con la stessa sufficienza di un lagnoso obbligo burocratico. Che in Italia manchi una reale cultura della sicurezza sul lavoro lo ripetono da anni i vari esperti che vengono disturbati solo in caso di tragedia. Disturbarli anche nella fase di scrittura delle leggi e dei regolamenti sarebbe una prima ottima idea. 

Buon venerdì.

Saïda e le altre, storie di braccianti che in Tunisia sfidano il caporalato

Casa di Saïda è il quartier generale delle lavoratrici agricole di Fernana, una piccola cittadina rurale a una ventina di chilometri da Jendouba, capoluogo dell’omonimo governatorato del nord-ovest della Tunisia. Nella villetta di cemento a vista incastonata tra colline coperte da pascoli, arbusti selvatici dalle proprietà medicinali e sporadiche colture, Saïda convive con la sua famiglia e con il cognato, che ne è il proprietario. Né lei né suo marito, infatti, potrebbero permettersi di pagare un affitto. La condivisione degli spazi con la famiglia allargata è serena e il patio di casa è spesso animato dal vocio delle molte donne che la vengono a trovare. Oltre a me, oggi a pranzo ci sono altre quattro ospiti: Hayet e Khouloud, membri dell’associazione locale di donne Dar Rayhana, partner dell’Ong italiana Cospe nella realizzazione del progetto Faire, di cui Hayet è coordinatrice territoriale; Fadhila e Fatma, amiche, colleghe di Saïda e sue future socie di una nuova attività economica che le vedrà coinvolte in prima persona come imprenditrici. «Qui è dove convochiamo le braccianti della regione per organizzare riunioni e formazioni, condividiamo le idee e le nostre storie. Dove Saïda ci fa sentire sempre a casa, prepara da mangiare e ci accoglie a braccia aperte», mi introduce Hayet.

Saïda ha quarantasette anni, ed è madre di tre figli che frequentano la scuola. Lei non ha potuto studiare, ha sempre lavorato come bracciante (Foto Giulia Giovagnoli)

Ma non è sempre stato così. Tre anni fa, Saïda riceveva di rado visite a casa. Né lei né le sue vicine della comunità locale avevano mai beneficiato prima di allora di interventi di sostegno governativi o internazionali. Era estranea a qualunque realtà associativa. Non partecipava a riunioni, incontri e formazioni, mentre ora ne è l’anfitriona e la promotrice. Viene adesso riconosciuta dalle altre lavoratrici rurali di Fernana come una leader, un esempio da seguire, anche se sembrerebbe non voler dare troppo risalto a questo ruolo. Alla domanda su come sia diventata femme ressource e come si senta ad esserlo, risponde imbarazzata, inclinando la testa a sinistra e nascondendo un sorriso più di umiltà che di timidezza. «Negli ultimi anni abbiamo accompagnato le braccianti della regione nel percorso di presa di coscienza riguardo ai propri diritti. Abbiamo proposto a Saïda e ad altre donne di essere femme ressource, leader nella costruzione di relazioni e di fiducia con le loro colleghe, per l’interesse e la dedicazione che hanno sempre dimostrato verso questo processo. Hanno una spiccata capacità di coinvolgimento e convocazione delle altre donne, che si fidano di loro», spiega Hayet.

Saïda ha quarantasette anni, le mani callose scolpite dal suo lavoro, orlate di unghie corte e smaltate. È madre di tre figli a cavallo del periodo adolescenziale che non hanno avuto la necessità di lasciare la scuola come ha dovuto invece fare lei all’età di tredici anni per cominciare a lavorare come bracciante, occupazione che non ha mai potuto abbandonare. Concentra nella sua statura modesta la forza e l’energia necessarie a condurre una vita gravosa con determinazione e perseveranza. Nella varietà della lingua araba parlata in Tunisia, viene riconosciuta come mra w noss: una donna e mezzo, espressione utilizzata per riferirsi alle lavoratrici agricole del Paese. Viene loro attribuito questo valore perché dimostrano una forza e una tenacia ineguagliabili nel lavorare instancabilmente per sostenere buona parte dell’economia nazionale e la vita delle proprie famiglie e comunità, nonostante siano sottoposte a condizioni di sfruttamento e di esistenza estremamente dure.

La storia familiare e personale di Saïda fa eco a quelle di tante altre donne della sua stessa zona di provenienza, in cui affonda le radici. Ricco di risorse idriche, ampie pianure e altrettanto fertili colline e montagne, il governatorato di Jendouba è uno dei principali fornitori di prodotti agricoli della Tunisia. La produzione cerealicola della regione nord- occidentale del Paese, di cui Jendouba fa parte, è stata di tale importanza sin dalla dominazione dell’impero romano da farle guadagnare l’appellativo di granaio di Roma. Percorrendo le dissestate stradine secondarie dell’entroterra, si possono notare ancora oggi le grandi estensioni di campi dorati, alternati ad appezzamenti coltivati a ortaggi, alberi da frutto, oliveti e pascoli. Come racconta Hayet, «Grandi proprietà terriere – si stima 200 ettari per famiglia – sono nelle mani di poche persone. La proprietà della terra è ereditaria e la ripartizione attuale proviene dal periodo della dominazione dell’impero ottomano. Durante la colonizzazione francese, queste terre sono state confiscate alle famiglie proprietarie ma poi, al momento della ritirata, riconsegnate esattamente alle stesse persone».

Terreno coltivato a patate. La maggior parte delle grandi coltivazioni si trova nella zona pianeggiante che si estende tra le città di Jendouba e Béja, a sud-oriente delle colline di Fernana. (Foto Giulia Giovagnoli)

La famiglia di Saïda è di origine rurale. Così come la maggior parte della popolazione esclusa dal possesso di appezzamenti maggiori, i suoi nonni e i suoi genitori avevano un piccolo orto familiare e qualche animale. Lavoravano come braccianti in terre altrui, sia gli uomini che le donne. A poco a poco, però, la situazione è cambiata. Nel cercare la risposta, le nostre commensali scoprono di avere opinioni discordanti e talvolta sfumate sul perché. Appartenere a un certo ambiente socio-culturale spesso non permette di valutare con chiarezza e neutralità i fattori che cooperano a determinarlo e a veicolare i sottili e lenti cambiamenti che lo attraversano. Al giorno d’oggi, in un territorio in cui il tasso di analfabetismo delle donne provenienti dalla zona rurale tocca il 50% – 8 punti percentuali in più rispetto alle zone rurali del resto della Tunisia, secondo l’ultimo censimento nazionale – il lavoro agricolo è loro esclusivo appannaggio, fatta eccezione per l’utilizzo dei macchinari pesanti e, purtroppo, per la supervisione del loro stesso lavoro. I dati presentati dall’Associazione tunisina di donne democratiche (Atfd) nel rapporto sulle condizioni di lavoro delle donne nel contesto rurale, mostrano che sono loro ad assicurare il 79% della raccolta dei prodotti agricoli, il 70% del diserbo e il 65% della semina.

Saïda, Fadhila e Fatma sono d’accordo su certi aspetti cruciali che motivano questa rigida divisione dei compiti: i proprietari terrieri preferiscono contrattare solo le donne perché possono pagarle di meno rispetto a quanto pretenderebbe un uomo. I soprusi e le violenze verbali, inoltre, sono all’ordine del giorno. «Anche i lavoratori subsahariani di sesso maschile guadagnano di più di noi, ma devono costantemente nascondersi e scappare dalla polizia, perché non hanno documenti», racconta Saïda con una sincera nota di compassione. Il tasso di disoccupazione nel governatorato di Jendouba raggiunge il 26%, contro il 15% della media nazionale, spingendo anche gli stessi tunisini, soprattutto uomini giovani, a intraprendere rotte migratorie quasi sempre illegali. Rimane spesso alle donne l’incarico di occuparsi economicamente, e non solo, della famiglia.

Il furgoncino Toyota da nove posti del caporale, dove verranno fatte salire diciannove braccianti (Foto Giulia Giovagnoli)

Il lavoro agricolo è strutturato attorno alla figura di colui che localmente viene chiamato intermediario: il caporale. Saïda e Fadhila si svegliano alle tre della mattina, preparano la colazione per tutta la famiglia, vestono gli indumenti da lavoro e alle quattro sono già in strada ad aspettare il suo furgoncino, che le porterà al campo talvolta in più di un’ora di tragitto. La maggior parte delle grandi coltivazioni si trova nella zona pianeggiante che si estende tra le città di Jendouba e Béja, a sud-oriente delle colline di Fernana. Nel veicolo da nove posti a sedere vengono fatte salire diciannove donne. Le loro colleghe meno fortunate vengono stipate nei cassoni dei pick-up, esposte alle intemperie e ad altri pericoli.

Quest’immagine mi riconduce al Cinema Orione di Bologna in una notte piovosa di inizio primavera. Si sta proiettando la prima nazionale del film Il frutto della tarda estate, con la presenza della regista, la documentarista franco-tunisina Erige Sehiri. Il mio viaggio nella Tunisia rurale comincia qui, tra i primi piani ripresi da basse angolazioni dei volti delle donne raccoglitrici di fichi, all’ombra dei loro alberi frondosi e collosi. Al termine della proiezione, uno spettatore confessa alla regista che nonostante dalla visione del lungometraggio gli sia risultata evidente l’estrema vulnerabilità delle lavoratrici agricole, sono mancate a suo avviso pennellate di tragicità che rendessero lo spessore della loro sofferenza: «Queste donne ridono sempre». La risposta di Erige mi rimane impressa come il primo timbro d’ingresso in Tunisia: «Grazie per l’osservazione. Riconosco che c’è un messaggio implicito culturale che può non essere compreso dall’esterno. Di fronte alla scena delle donne caricate come bestiame sui pick-up, voi le vedete solo scherzare e cantare, è vero, mentre la reazione degli spettatori tunisini è di chiudere istintivamente gli occhi e di trattenere il fiato, come davanti a una scena clou di un film horror. Si aspettano che vada a finire come purtroppo troppo spesso succede nella vita reale: gli incidenti, le morti e gli infortuni sono molto frequenti».

Oggi non sono partita con Saïda e Fadhila alle quattro di notte, ma le ho raggiunte a metà mattina in un campo di patate nelle pianure vicino a Béja. Le trovo a testa in giù, impegnate a rincalzare la terra e a estirpare le erbe infestanti insieme ad altre sei colleghe, di cui due minorenni. L’aroma delle gramigne sradicate per restituire ordine e ossigeno ai bancali coltivati fa pizzicare le narici, sempre vicine al suolo. Il sole di metà giugno tra queste terre del pretestuosamente definito Sud del mondo è già alto e opprimente. Le donne si asciugano il sudore con i lembi dei fazzoletti annodati in testa. Le vene si dilatano; le tempie pulsano. Tra le colline di Fernana l’aria è più fresca. La schiena ricurva per più di sette ore sfinisce sia le adolescenti che le loro colleghe di oltre cinquant’anni. Nei brevi minuti di riposo che si concedono ogni tanto, di preferenza in piedi, per riequilibrare il baricentro e distendere i muscoli, Latifa recita poesie d’amore, Najet fa partire una canzone dal suo cellulare e Aziza lancia baci con le mani raccolte a grappolo. Verso mezzogiorno avvisano che è quasi giunta l’ora di lasciare il campo e ci incamminiamo poco dopo verso il furgoncino. Prima di riportarle a casa dovrà passare a prendere altre undici donne in servizio in un appezzamento vicino.

Oggi, sul Toyota bianco da nove posti, escluso l’intermediario che ne è l’autista e il proprietario, siamo in ventuno. Io e Khouloud, ospiti a pranzo a casa di Saïda, insieme a Hayet che ci raggiungerà più tardi, stiamo purtroppo facendo pendere l’ago della già precaria bilancia verso un sovraffollamento ancora maggiore. Dobbiamo partire comunque. Dopo qualche minuto di scompiglio per cercare di trovare il minimo spazio vitale per ciascuna, gli animi si distendono e ricominciano l’ilarità e il chiacchiericcio. Gli uomini, dicono, non sarebbero in grado di resistere a queste condizioni. Le coltivazioni della pianura scompaiono lentamente dalla vista e risaliamo le sinuosità della prima zona collinare, sostenute e cullate dalle spalle delle vicine sulle nostre. I loro respiri solleticano la peluria del viso. Gli sguardi ormai insonnoliti convergono verso l’enorme distesa d’acqua della diga di Sidi Bou Heurtma in lontananza, che annuncia tacitamente l’approssimarsi del ritorno a casa.

La loro giornata non è finita. Dovranno occuparsi delle faccende domestiche, della cura dei figli e, alcune, del proprio pezzetto di terra o di qualche animale da allevamento.
Come ogni altro giorno di lavoro – normalmente sei su sette, oggi hanno guadagnato 10 dinari a testa: 3 euro, che verranno corrisposti loro alla fine della settimana. In nero, senza assicurazione sociale, garanzie per il futuro né misure di sicurezza. Nessun diritto alle ferie e alla copertura in caso di malattia o di infortunio. All’intermediario spettano 5 dinari al giorno per ciascuna donna che porta a lavorare: oggi ne ha guadagnati 95.

Secondo lo studio L’economia informale in Tunisia, realizzato dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo – Undp e dall’Organizzazione internazionale del lavoro – Oil, «il settore agricolo è uno dei maggiori serbatoi di occupazione informale nel Paese e presenta il più alto tasso di informalità, pari all’85,6%. In questo quadro, il drammatico ripetersi di incidenti mortali legati al trasporto non sicuro delle donne che lavorano nel settore agricolo ha suscitato più volte scalpore tra i tunisini. Molti si sono anche indignati per la mancanza di una copertura previdenziale decente e, soprattutto, di un quadro normativo in grado di proteggere queste donne dalle pratiche di sfruttamento illegale messe in atto da intermediari e trasportatori, analoghe a quelle della tratta di esseri umani».

«Non possiamo stare senza intermediario», spiega Saïda, mentre ci offre il the amaro e corposo che si beve dopo pranzo, «perché il proprietario terriero vuole negoziare solo con una persona, e solo con un uomo. Solo lui ha i contatti degli agricoltori, ci trova il lavoro, si occupa del trasporto e ci supervisiona. Proviene sempre dalla nostra stessa zona. Per esempio, noi siamo tutte di Fernana, e andiamo a lavorare dove c’è bisogno, anche lontano da casa. I nostri uomini, mariti e padri, si sentono sicuri solo se ci accompagna un altro uomo della stessa comunità». Khouloud sottolinea: «Non so se il termine sia appropriato, ma tra di noi questa la chiamiamo mafia». Sostenuta da dinamiche sociali conservatrici e patriarcali.

Fadhila è più silenziosa di Saïda, forse più introversa, ma i suoi ampi sorrisi rivelano la stessa accoglienza e le sue strette di mano la stessa tenacia. Riprende il discorso dell’amica, aggiungendo che, nonostante tutto, ora si trovano meglio con l’attuale intermediario. «È un caso più unico che raro: non ci tratta male. Se abbiamo bisogno di qualche dinaro in un periodo dell’anno in cui non c’è lavoro o durante la settimana, prima che arrivi la paga, lui ce li presta, per poi trattenerli da quella successiva. Il vecchio intermediario, invece, ci sfruttava molto. Voleva che lavorassimo il doppio turno giornaliero, mattina e pomeriggio, ma del secondo ci pagava solo una piccola parte, intascandosi il resto. Ci siamo ribellate e ne abbiamo cercato un altro».

Fatma, cinquantasette anni. Un paio di mesi fa, dopo trentacinque anni di lavoro come bracciante, si è fatta male alla schiena. La sua speranza è il progetto di allevamento di pecore. (Foto Giulia Giovagnoli)

Per Fatma, invece, alta e magra, uno sguardo malinconico incorniciato da rughe simmetriche che finiscono dove cominciano le cuciture dell’elegante hijab azzurro, la situazione è adesso più complicata. È la più anziana del gruppo. Un paio di mesi fa, dopo trentacinque anni di lavoro come bracciante, si è fatta male alla schiena. Non potrà più lavorare come le altre, quindi non ha nessuna possibilità di chiedere un anticipo all’intermediario. Il marito riesce a trovare solo occupazioni occasionali. Fanno fatica a sostenere le proprie spese mediche e quelle della figlia con disabilità. L’unica alternativa su cui Fatma sta riversando le speranze è il progetto di allevamento di pecore che ha proposto insieme a cinque amiche e colleghe, tra cui Saïda e Fadhila, alle responsabili del progetto Faire.

Coronando gli sforzi fatti per sostenere le braccianti nel rendersi protagoniste del proprio futuro, Cospe e Dar Rayhana le hanno accompagnate nell’identificazione e nell’elaborazione di idee di impresa collettive, contribuendo al loro finanziamento. «Le donne rurali sono portatrici di un grande savoir-faire. Non sono passive, hanno tantissime cose da insegnare. Conoscono la vita meglio di noi, e noi contribuiamo affinché possano conoscere i propri talenti, i propri diritti. È importante che sentano che il dialogo con noi sia privo di pregiudizi; devono potersi sentire libere di condividere con noi qualunque aspetto che vogliano delle proprie vite. Possono certamente cambiare la loro vita, ma non dev’essere imposto. La visione di Dar Rayhana è che l’empowerment economico sia il problema principale nella regione. Un giorno, durante un focus group, una donna ci ha detto che aveva subito violenza dal marito perché gli aveva chiesto dei soldi per comprare del pane. Abbiamo capito che dovevamo partire da lì. Affrontando i diritti economici, possiamo arrivare ad affrontare a poco a poco anche tutti gli altri», racconta Nacyb, presidentessa di Dar Rayhana che ci è venuta a prendere a casa di Saïda mentre il pomeriggio volge ormai al termine.

Hayet sorride guardando in camera, insieme a Nacyb, alle prese con la corda del secchio, Saïda a sinistra e Samia, bracciante e sua vicina di casa. Sono venute a visitare Samia per scambiarsi consigli: anche lei sta per avviare la propria attività economica, insieme ad altre colleghe e amiche. (foto Giulia Giovagnoli)

Prima di accomiatarci, Saïda vuole mostrarci dove alleveranno le pecore da carne. Con l’aiuto della figlia maggiore, approfitta per portare al pascolo nel terreno sotto casa del cognato i pochi ovini della sua famiglia, che si annunciano irrequieti e scalpitanti facendo rimbombare le corna contro il portone della stalla. «Ci occuperemo delle pecore in sei amiche, vicine e colleghe che conosco da molti anni. A rotazione, due di noi ogni giorno si occuperanno dell’allevamento, mentre le altre andranno a lavorare nei campi. Anche prima ci aiutavamo a vicenda, ma senza conoscere bene i nostri diritti. Ora ci siamo rafforzate, riconosciamo meglio le ingiustizie, sappiamo organizzarci e prendere decisioni. Il prossimo passo potrebbe essere creare un’associazione o un Gda (Gruppo di sviluppo agricolo) tra di noi, per poterci strutturare ancora di più, ricevere finanziamenti e sovvenzioni statali e renderci indipendenti dal lavoro come braccianti».

Wiem, la figlia maggiore di Saïda, segue con lo sguardo la madre e l’ascolta attentamente. Ogni tanto scatta a rincorrere un animale che cerca di allontanarsi dal gregge e lo riporta indietro, tra le sue braccia o trascinato da una corda. Il sole ormai basso illumina di taglio le colline punteggiate di cespugli e di edifici spogli di cemento. Dal loro tetto piatto si innalzano le barre di ferro per la costruzione di un ulteriore piano, lasciate a vista come promemoria e proposito di un futuro più prospero. Chiedo a Wiem se le piace vivere qui. «Sì, ma ho visto mia madre soffrire così tanto in tutti questi anni che non voglio lavorare in agricoltura, in nessuna mansione. Se proprio dovesse rendersi necessario, farei almeno lavorare gli uomini al posto delle donne!».

Salutiamo Saïda e la sua famiglia, Fadhila e Fatma. Mentre imbocchiamo la strada per Jendouba, Khouloud rassicura che le rivedremo presto: «Conosco queste donne sin dall’inizio del progetto Faire; ho cominciato questo viaggio con loro. Penso che siano le nostre eroine nazionali. Durante la pandemia, quando la maggior parte di noi stava seduta a casa, loro andavano al campo a lavorare per darci da mangiare, rischiando la propria salute, come fanno ogni giorno. Io le ho conosciute in quel periodo. Appena possibile, le andavamo a trovare a casa e loro venivano alla casa della nostra associazione a preparare il caffè. È una connessione meravigliosa, non è solo lavoro. Noi non le stiamo aiutando, stiamo solo cercando di essere mediatrici affinché possano migliorare le proprie condizioni di vita e nel frattempo impariamo da loro. Lavoriamo così, come attiviste dell’associazione; crediamo che le relazioni umane siano la cosa più importante. Ciò che rimarrà per sempre, anche quando i progetti saranno terminati. Noi continueremo ad andarle a trovare e a farci forza a vicenda, perché sono nostre sorelle».

People, planet, peace: l’8 settembre a Firenze l’evento per i 40 anni del Cospe

Dal 1983 l’Ong è attiva in molti angoli del mondo con progetti incentrati sul ripudio delle ingiustizie sociali e delle discriminazioni di ogni genere, sulla giustizia ambientale e sulla cura dei beni comuni. In occasione dell’anniversario dei 40 anni, dalla mattina fino alla sera dell’8 settembre a Firenze sono in programma numerosi eventi (il programma completo di People, planet, peace qui). Incontri con gli operatori Cospe, dibattiti sui diritti ambientali e civili, mostre di fotografia e, in chiusura della giornata, lo spettacolo The story is sick (nella foto), con la compagnia teatrale palestinese Ayyam al Masrah – Theater Day Productions, l’unica attiva dal 1995 nella Striscia di Gaza. Introducono lo spettacolo il console italiano a Gerusalemme Giuseppe Fedele e l’attore e scrittore Moni Ovadia.

 

Gli occhi del “Piano Mattei”

Il video l’ha pubblicato il quotidiano inglese The Guardian perché si sa che i migranti morti vanno raccontati a debita distanza per non sporcare il tappeto del salotto. Mostra una donna magra, magrissima, praticamente uno scheletro riversa a terra con gli occhi spalancati di chi è stata mangiata dalla sua disperazione. Al suo fianco un’altra donna grida ripetutamente è morta, è morta, è morta con una voce che sembra un ripetersi di spari. 

La scena è stata ripresa nel campo di detenzione di Abu Salim, ai bordi di Tripoli, la capitale libica dove l’Italia è il grande sponsor, con le spalle coperte dall’Unione europea, della contemporanea Shoah che come quell’altra accade serenamente nell’indifferenza delle istituzioni. Di quella donna non sappiamo nulla, come non sappiamo quasi mai nulla dei migranti che dalle nostre parti sono solo numeri e percentuali che calano o crescono e poi vengono dati in pasto all’una e all’altra parte politica. Quella donna probabilmente se fosse riuscita a trovare le forze per imbarcarsi e se avesse avuto la buona sorte di non finire incastrata in fondo al mare avrebbe potuto meritarsi l’etichetta di clandestina qui da noi, prima di essere sballottata in altri illegali centri di detenzione, questa volta nostrani, dove almeno c’è da bere e da mangiare.

Quello che sappiamo è che i finanziatori del campo che l’ha stremata fino a lasciarla morire siamo noi. Quella donna è il risultato del “Piano Mattei” che viene sventolato come vittoria per “aiutarli a casa loro” e che non gocciola dalle mani insanguinate delle autarchie nemmeno un ciotola di riso per trovare le forze che servono al giorno successivo.

Buon giovedì. 

Nella foto: frame del video diffuso da The Guardian

“Io non sono qui”, il poetico graphic novel sui campi profughi

Forse è proprio vero che la crisi è il motore più profondo per una vera risposta estetica. Questa riflessione non viene di certo compiuta per la prima volta adesso. Chi scrive è stato molti anni fa folgorato da una frase che gli disse Bruno Zevi «Saggio, la modernità è ciò che trasforma la crisi in valore e suscita una estetica di rottura e di cambiamento».
Da allora ho rivoluzionato il mio modo di pensare e di fare. Ho cercato sempre di partire da una crisi e quanto più acuta essa fosse, tanto meglio era.

Per esempio, ragioniamo sui nuovi strumenti informatici. Ebbene, questi strumenti non sono affatto “soluzione” o una “scorciatoia del fare”, ma l’esatto contrario. Sono delle sfide. Ci chiedono come il nostro operare debba modificarsi alla luce di queste nuove potenzialità. Come non possono non mutare con l’avvento di una potenzialità parametrica i parametri del nostro lavoro? Un progetto è pensato ormai come un insieme di variabili in costante mutazione che non solo determinano un nostro diverso modo di progettare dal punto di vista pratico ma devono portare a un esito molto diverso nell’aspetto e potenzialità delle nuove architetture rispetto al passato. Riflettiamo: la presenza della macchina ha determinato un processo progettuale radicalmente diverso dalla architettura rinascimentale e “allo stesso tempo” anche una costruzione basata sui nuovi concetti di trasparenza, di economicità, di funzionalità. Lo vediamo bene quando guardiamo alla città e all’architettura nata dalla rivoluzione industriale. Similmente, nella rivoluzione informatica non cambia solo il “modo” di progettare, ma deve cambiare l’essenza stessa dell’architettura che assorbe in sé quei caratteri parametrici, interattivi, mutabili. addirittura “intelligenti”, della informatica stessa.

La riflessione sulla crisi ha avuto un grande campo di applicazione nell’ambito del dottorato di ricerca in Architettura Teorie e Progetto negli anni dal 2011 al 2018 a “Sapienza”. Molti lavori sono partiti dalle criticità che si aprono nel mondo contemporaneo.
Per esempio, il mondo della costrizione e delle carceri, il mondo dei rifiuti, il mondo delle crisi ambientali e idriche e, venendo a noi, il mondo dell’immigrazione e dei campi profughi. La storia illustrata di Fiamma Ficcadenti nasce esattamente in questo ambito. Fiamma ha realizzato un gran lavoro “scientifico” proprio nella sua dissertazione dottorale “Architettura dell’Impermanenza”, per capire non solo che cosa sia il mondo dei campi profughi nelle sue implicazioni sociali, politiche e umane, ma che è anche servito a delineare quali possono essere le idee nuove che urbanistica e architettura possono offrire esattamente affrontando queste crisi. Il processo di studio di queste nuove criticità allarga così il campo di azione della stessa disciplina architettonica. Che ora è in grado di offrire idee e soluzioni in questo campo, come similmente è avvenuto nel settore dei rifiuti, delle carceri o delle crisi idriche. La dissertazione dottorale di Fiamma da questo punto di vista è straordinaria ed è in pubblicazione in un libro con la casa editrice Quodlibet.

Ma un bel giorno Fiamma mi ha mandato le prime tavole della storia illustrata “Io non sono qui” (Vita nostra edizioni). Queste tavole mi hanno colpito immediatamente per un insieme di ragioni. Innanzitutto la forza del tema che è appunto un argomento di rilevanza storica e che viene sentito e interpretato da chi lo conosce a fondo – certamente – ma anche da chi rivela una straordinaria anima poetica. Ma mi colpì anche che quanto conoscevo attraverso il suo ponderoso lavoro di ricerca ora si muoveva nel campo dell’espressione. Un tema cosi drammatico da spingere la nostra autrice – la immagino la notte a scrivere e disegnare dopo una giornata in cantiere – a darne una interpretazione attraverso lo scritto sempre giusto e intelligente e dei disegni che mi apparivano meravigliosi.

Pur amando da sempre il fumetto come modalità espressiva, non ho gli strumenti professionali per illustrare al lettore la forza e la bellezza di quanto Fiamma ha realizzato. In fondo però non è necessario, basta guardarlo.
Il suo lavoro parla da sé e sono certo che chi lo legge ne sarà rapito: dalla forza del disegno, dall’acutezza della scrittura, dalla capacità di trasformare la crisi in valore e in una nuova estetica. Una estetica dura, anti-indulgente, anti-retorica e alla fine necessaria all’autrice, ma anche a far muovere il lettore nella direzione della vita e dell’amore.

In apertura e nel testo: illustrazioni di Fiamma Ficcadenti

 

Non beva, Giambruno

Il prode conduttore televisivo Andrea Giambruno, nonché compagno della presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva promesso che in qualità di primo first gentleman nella storia d’Italia sarebbe stato invisibile. Sì, ciao. Non riuscendo a controllare il testosterone che gli chiedeva di uscire dal dietro le quinte ha scelto di condurre una trasmissione di carattere politico. Il compagno della presidente del Consiglio che tutti i giorni in tivù discetta di politica pretendeva di non essere associato a Meloni. Che beata ingenuità. 

In veste di conduttore di trasmissione politica il prode Giambruno è riuscito a inanellare una strepitosa serie di figure barbine che talvolta gli hanno fatto meritare articoli più estesi di quelli dedicati alla non moglie. L’ultima risale a pochi giorni fa quando, con la capacità analitica di un giocatore di briscola al bar di fronte al sesto bicchiere di vino bianco, ha detto che se le donne non bevono sono al sicuro. Un’idea strepitosa al pari di quella del ministro Piantedosi che consigliava ai disperati di morire di fame e di guerra nei loro Paesi per non rischiare di morire annegati. 

Dopo avere detto una banale sciocchezza che fa Giambruno? Torna in televisione e contrattacca: «anche le mamme dicono alle proprie figlie di stare attente», dice il prode Giambruno, dimostrando di non sapere la differenza tra un messaggio giornalistico e un rimbrotto materno. Avrebbe potuto scusarsi, spiegare meglio la sua frase che ha fatto scalpore. Niente di tutto questo: Giambruno contrattacca. «E la sinistra, quindi, vuole tutti ubriachi, drogati?», risponde. Niente, proprio non riesce a tenere a freno il testosterone. 

Buon mercoledì.

Il metodo Bandecchi

Cosa abbia fatto da sindaco e quali siano le sue qualità politiche non è dato saperlo. Stefano Bandecchi negli ultimi due mesi è riuscito a sfondare nelle pagine della cronaca nazionale solo per le sue intemperanze. In tempi sciocchi il più violentemente sciocco suscita clamore poiché in lui si identificano gli sciocchi che ne ammirano il coraggio di esserlo in pubblico. Nel sindaco di Terni Bandecchi si identificano invece i violenti. È questo è estremamente più pericoloso

In tre mesi il sindaco di Terni eletto a capo di una coalizione civica ha promesso di “perseguitare” (testualmente) un signore che si era pulito una scarpa in una fontana, ha cercato di mettere le mani addosso (nonché definito “coglione”) a un giornalista e infine ieri ha cercato il contatto fisico (e promesso di “far saltare i denti”) con un consigliere comunale dell’opposizione.

A febbraio Bandecchi, che è anche presidente della Ternana, squadra di calcio cittadina, aveva litigato con un gruppo di (suoi!) tifosi, sputandogli addosso, come si compete a una persona incapace di controllare un confronto senza sfociare nella violenza.

Stefano Bandecchi è solo l’ultimo caso di persona diventata personaggio pubblico per le sue intemperanze. Al pari di musicisti che da anni non fanno dischi o di critici d’arte che spopolano per le loro ingiurie Stefano Bandecchi è un prodotto della spettacolarizzazione della volgarità e della violenza. Ne abbiamo visti tanti, da Calderoli a Borghezio. In politica più di ciò che si fa conta quanto ci si fa notare. Ora è il tempo delle scazzottate che pagano. Sempre a proposito della violenza come matrice.  

Buon martedì.

Non sono in crisi le cose, soffrono le persone

Leggendo i titoli dei giornali in queste ultime settimane sembra che un’epidemia abbia stretto la gola all’Italia: “in sofferenza l’hotspot di Lampedusa”, “in crisi i comuni”, “tende di fortuna”, “Prefetture in affanno”, “porti sotto stress”. È un trucco semplice, piuttosto infame: se a essere in crisi sono le “cose” ci si può permettere di non parlare delle persone.

Suonerebbe estremamente diverso raccontare che uomini donne e bambini (molti minori non accompagnati) soffrono gli spazi volutamente non organizzati dal governo e mancano di servizi e diritti volutamente negati. Sarebbe diverso scrivere che non sono “i comuni” a essere in crisi ma sono sindaci – quindi persone – che si ritrovano a governare qualcosa che gli cade addosso perché lo Stato latita, anche loro senza mezzi e senza soluzioni. Reificare un problema per alleggerirne le responsabilità è una disumanizzazione vigliacca, pensateci.

La “crisi” è voluta. A inizio anno il Tavolo Asilo e Immigrazione ha chiesto all’attuale governo di programmare gli interventi di accoglienza, come previsto dalla normativa. Li hanno ascoltati per la prima volta il 4 agosto. Anche le responsabilità non sono dei “fenomeni” o delle “cose”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni per settimane ha celebrato “i successi internazionali per fermare l’immigrazione”. Oggi sui giornali membri del governo accusano l’Ue di “essere stati lasciati soli”.

Basta un po’ di coraggio, parliamo delle persone.

Buon lunedì.

Nella foto: frame di un video sull’hotspot di Lampedusa, Skytg24

La nazionale di calcio femminile spagnola è entrata nella storia. Ma a Rubiales non è andata giù

La nazionale di calcio femminile spagnola è entrata nella storia battendo l’Inghilterra nella finale della Coppa del Mondo in Australia lo scorso 20 agosto. È stata una partita immensa e il gol della capitana Olga Carmona ha regalato alla squadra l’eternità che merita. Nonostante anche in Spagna lo sport femminile abbia scarsa visibilità e le atlete abbiano mezzi limitati a disposizione rispetto ai colleghi, hanno dimostrato una grande qualità di gioco e sono state delle vere regine del calcio. Questa vittoria è l’unica notizia di cui bisognerebbe parlare. Il risultato della nazionale femminile va oltre l’aspetto strettamente sportivo: è un assalto al simbolo del calcio, simbolo culturale machista per eccellenza.
Dopo decenni di invisibilità, ostacoli e pregiudizi, il calcio femminile spagnolo raggiunge il suo massimo splendore con questo mondiale. È una rivoluzione, non è qualcosa successa per caso. Ci sono state pioniere che, nel corso degli anni, hanno continuato a giocare a uno sport in cui non erano ben accette, hanno continuato a chiedere rispetto e dignità, condizioni migliori e parità di trattamento con gli uomini. Perché dieci, quindici o venti anni fa quello che è successo era inimmaginabile. L’idea dominante era che solo gli uomini potessero giocare a calcio, era qualcosa in loro esclusivo possesso, le donne che volevano farlo venivano derise e maltrattate. Poi l’instancabile lotta delle donne per la parità di genere ha avuto la meglio, dalla politica ai campi di calcio, he sovvertito i ruoli, almeno in Spagna. Ma come spesso accade arriva un uomo che ruba la scena. Arriva il tuo capo, Luis Rubiales presidente della Reale Federazione Spagnola di Calcio, ti afferra la testa e ti bacia sulla bocca in mondovisione, anche se tu non vuoi. Ecco quanto sa essere sfacciato il patriarcato. E così, durante la cerimonia per la consegna della Coppa del Mondo, quel bacio senza consenso stampato sulla bocca di Jenni Hermoso, maglia rossa numero 11, diventa un’immagine virale di un atto di violenza che riguarda il potere e il dominio e non certo un gesto di amicizia e gratitudine, come poi ha cercato di giustificarsi Rubiales.
Puoi vincere la WORLDCUP2023, giocare una partita vista da 5,6 milioni di persone, ma questo non ti salverà dall’essere aggredita da un uomo. Ma non basta, il tuo allenatore Jeorge Vilda, viene ripreso sempre da quelle telecamere mentre festeggia il gol partita toccando il seno della collaboratrice Montserrat Tomé. Niente di nuovo, ben 15 giocatrici della squadra avevano affermato nell’autunno scorso di non voler più rispondere alle convocazioni in Nazionale poiché, secondo quanto riportato dalla stampa spagnola, il CT sarebbe stato per loro “psicologicamente abusivo” e fautore di un clima pesante in grado di destare momenti di crisi all’interno della squadra. Sempre Vilda, dopo la vittoria mondiale, nelle interviste che rilascia parla delle calciatrici definendole “campioni”, al maschile, perché tanto il maschile generico comprende tutti, ma rende invisibili 23 donne che hanno lavorato duramente per raggiungere quel risultato.
“Siamo donne che fanno bene il loro lavoro, perché il calcio femminile è un lavoro. Questa partita è per tutto il calcio femminile, per tutte le donne che hanno lottato e lavorato per molti anni per essere qui”. A dirlo è la calciatrice spagnola Vero Boquete, una delle principali commentatrici della Coppa del Mondo femminile, oggi centrocampista della Fiorentina. Stadi pieni, record di spettatori, successo mediatico ed enormi investimenti pubblicitari sono solo alcuni degli indicatori del successo dello calcio femminile.
Poi arriva un uomo, un’autorità nella Federazione, un uomo in una posizione di grande potere nei confronti delle giocatrici, che le bacia quando vuole, che ruba le luci della ribalta quando vuole e pretende così di sottolineare la sua superiorità.
L’avanzata femminista che la Spagna ha vissuto negli ultimi anni è stata definitiva in termini di sensibilizzazione della società, e ha messo alle corde l’onnipotente Rubiales. Ha anche messo a nudo una stampa sportiva sessista e quei media che hanno cercato di proteggerlo. Sono i femminismi ad aver insegnato a riconoscere la violenza e i rapporti di potere, decenni di movimenti femministi hanno trasformato la percezione di ciò che è accettabile e ciò che non lo è. A quante donne è successo di imbattersi in un Rubiales? “A tutti i ragazzi che sono stupefatti dalla reazione contro Rubiales: è perché è successo a tutte noi. Con il nostro capo, con il nostro cliente, con il nostro insegnante, con il nostro amico, con uno sconosciuto, con voi…”, ha scritto su Twitter la giornalista Irantzu Varela.
La star del calcio Megan Rapinoe ha parlato di “sessismo e misoginia”. “Quello che è successo ai Mondiali è solo una sintesi di ciò che è accaduto nel calcio femminile negli ultimi anni”, ha dichiarato Gaëlle Thalmann, portiere della nazionale svizzera. “Azioni inaccettabili sono state permesse da un’organizzazione sessista e patriarcale. Il comportamento di chi crede di essere invincibile non deve essere tollerato”, ha aggiunto l’intera squadra inglese in un comunicato. Sara Gama capitana della nazionale italiana: “La mia massima solidarietà a Jenni Hermoso, neocampionessa del mondo. Quello che sta succedendo lascia sconcertati. E molto tristi perché un momento speciale di calcio, l’unica cosa di cui sarebbe stato naturale parlare, è stato rovinato”. Anche il mondo del calcio maschile ha reagito indignato.
La Fifa, massimo organismo internazionale del calcio, ha sospeso il sessista Luis Rubiales per i prossimi 90 giorni da “tutte le attività calcistiche a livello nazionale e internazionale”. L’associazione Feminismos Madrid he indetto una manifestazione a sostegno della nazionale di calcio femminile con l’obiettivo di “rivendicare uno sport libero dalla violenza sessista”. Lo
striscione della manifestazione recita “Contigo Jenni, con las campeonas del mundo” (Con te Jenni, con le campionionesse del mondo), a sostegno della giocatrice baciata da Rubiales.
In foto la calciatrice Jenni Hermoso

Il pensiero di Rosa Luxemburg così prezioso per interpretare il presente

Di Rosa continuiamo a parlare e a scrivere. Sulla sua contemporaneità Left ha prodotto significativi approfondimenti, pubblicando anche un interessante volume in collaborazione con la Fondazione Rosa Luxemburg e dal 4 agosto con un nuovo libro che ne rilegge le lotte insieme a quelle di altre importanti figure di partigiane dei diritti. Ci sarà modo di approfondire ulteriormente, ore vorrei proporvi una breve recensione di un testo da poco stampato Rosa Luxemburg oggi (Prospettiva Edizioni, a cura di Claudio Olivieri). Vi ho scritto insieme ad undici scrittori amanti, come me, di Rosa. Il significato del lavoro è nella controcopertina: «Un libro a più voci, punti di vista (femminili e maschili) a confronto sull’attualità del pensiero di Rosa. Perché fare i conti con l’opera della rivoluzionaria polacco/tedesca e trarre spunti dalla sua vita è di aiuto per interpretare alcune questioni cruciali per il presente e per tornare su nodi storici fondamentali del Novecento. Dagli interventi, differenti per accenti e sensibilità, emerge un filo conduttore: l’urgenza di rinnovare lo schieramento con gli ultimi e l’esigenza di interrogarsi sulle possibilità di liberazione».

Abbiamo, infatti, ancora bisogno di Rosa per affrontare l’attuale tremenda mutazione antropologica, politica, sociale, con la guerra che è diventata, dopo Vilnius, la nuova costituzione euro/occidentale. Il suo pensiero scientifico e la sua prassi politica, la sua etica superiore ci permettono di ricercare ancora, di ridisegnare il conflitto per l’alternativa di sistema. Spesso le sinistre hanno colmato le difficoltà e i vuoti del proprio presente chiamando a testimonianza antichi combattenti per la libertà. Fu Spartaco che, nel 1916,  diede il proprio nome al soggetto rivoluzionario guidato da Rosa Luxemburg. Il loro punto di riferimento era Karl Marx. Vi sono stati dirigenti comunisti, proprio come la Luxemburg, (ma penso anche a Gramsci) che mai hanno sottoposto sé stessi ad alcun apparato. Sono stati uccisi da anticomunisti. Essi sono tuttora punti di riferimento per tutte e tutti coloro che ancora vogliono «sovvertire tutte quelle situazioni nelle quali l’uomo è un essere avvilito, soggiogato, abbandonato e disprezzato». Come scriveva Karl Marx. Se viene rimossa la memoria, si resta prigionieri del passato.

Rosa fu combattente politica, attivista mai doma: la sua vita era la rivoluzione. Anche per questa propensione “totale” seppe dare al suo impegno una forte impronta pedagogica, un ruolo educativo e progettuale. Rosa riteneva, infatti, che la rivoluzione dovesse forgiare anche donne e uomini che fossero all’altezza dei compiti storici: una “nuova umanità”. In definitiva, in Rosa era molto arduo distinguere il pubblico dal privato. Ebbe curiosità umane e impegni culturali, grande libertà sentimentale insieme ad un rigore assoluto che ispirava rispetto, anche per la sua autorevolezza. Rosa, insomma, non appassisce mai. Anzi, ci dà spunti importanti per affrontare, ancora oggi, i temi fondanti per l’alternativa.

Per approfondire leggi il libro di Left Partigiane dei diritti

Reddito di cittadinanza, il colpo di spugna del governo Meloni a Napoli produce un disastro

Da oggi, 25 agosto, circa 33mila nuclei familiari riceveranno dall’Inps la comunicazione per sms o via mail sullo stop del reddito di cittadinanza, dopo aver percepito la settima rata di agosto. A fine del 2023 saranno in totale circa 230mila le famiglie coinvolte nello stop alla misura. Dall’1 settembre coloro che rimarranno senza Rdc potranno iscriversi sul sito dell’Inps per usufruire del programma Supporto formazione lavoro. Sulle conseguenze del taglio al reddito di cittadinanza pubblichiamo il racconto in prima persona del presidente della Municipalità 8 del Comune di Napoli

Il governo Meloni ha deciso, con un colpo di spugna, di cancellare la misura del Reddito di cittadinanza, prestazione nata come misura di politica attiva del lavoro e di contrasto alla povertà che ha permesso a migliaia di nuclei familiari di poter sopravvivere in un Paese che, dal punto di vista degli avanzamenti dei diritti e delle politiche del lavoro, si dimostra fanalino di coda d’Europa; proprio durante la pandemia il Rdc si è dimostrata una misura essenziale che ha permesso a migliaia di cittadini di sopravvivere.
Ma cosa ha significato questa misura anche in merito alla lotta allo sfruttamento e alla capacità di livellare, al rialzo, le storture di un mondo del lavoro, come quello italiano che, da anni, oramai subisce una frammentazione? L’Italia è l’unico Paese europeo i cui salari sono diminuiti del -2,9 dal 1990 (dato Ocse). Il Rdc ha permesso a moltissime persone di poter sopravvivere, ed è proprio per questo che esso acquisisce senso in una dimensione complementare con una norma sul salario minimo, per ridare respiro a un mondo del lavoro che ha prodotto una massa di poveri e sottopagati alla mercé del “peggior” offerente.

Le porte del mio ufficio di Presidenza presso l’VIII Municipio del Comune di Napoli sono sempre aperte ai cittadini. Moltissimi i percettori che in questi giorni attraversano l’uscio dell’ufficio, ai quali ovviamente va tutta la mia solidarietà; qualche giorno fa una donna, sola, 56 anni, le mani consumate per aver pulito centinaia di scale, si è rivolta a me disperata, la sua faccia era quella della povertà più dignitosa. Non rientra più nel beneficio, malgrado oramai sia considerata per il mondo del lavoro inadatta alle mansioni più pesanti e meno retribuite, le uniche che le sono state proposte ovviamente al nero, per pochissimi euro l’ora. Questa donna non si è mai sottratta al lavoro, quello vero, quello che noi qui chiamiamo “fatica”. Il Rdc rappresentava per lei un modo per poter pagare l’affitto, fare la spesa, comprare qualche medicina per i numerosi acciacchi che la colpiscono a causa degli anni passati china. La perdita di questo diritto la metterà di nuovo sul baratro, di fronte alla miseria, di fronte al vuoto e alla solitudine del suo monolocale il cui fitto non saprà più come sostenere. Il Rdc era anche questo, un supporto direzionato al diritto all’abitare, ad avere un tetto sulla testa.

Una storia esemplificativa di tante altre storie, 21.500 per la precisione. È questo il numero delle persone che si sono viste revocare la misura con un colpo di spugna. Sono storie che ci conducono nel corpo vivo di una classe sventrata e nella manomissione del gioco degli specchi. La post-modernità fa in modo che ciascun essere umano non riveda sé stesso nella figura dell’altro riflessa dello specchio sociale.
Ma oltre ai percettori “diretti” del Rdc, pensiamo anche ai percettori “indiretti” di questa misura; i quartieri che governo, Chiaiano, Marianella, Piscinola e Scampia sono in un’area periferica a Nord di Napoli. Da diversi anni abbiamo visto spuntare come funghi piccoli esercizi commerciali di generi di prima necessità che sono sopravvissuti al Covid e alla concorrenza degli esercizi della grande distribuzione. Tutto ciò grazie alla carta gialla. Un rientro di Iva per lo Stato e un supporto alla sopravvivenza dei commercianti di quartiere.
L’Istituzione municipale è una istituzione di prossimità e quindi di vicinanza con chi in questo momento sta vivendo un tempo atroce. È evidente che siamo agli inizi di un ciclo di lotte per il reddito inteso come condizione imprescindibile per la dignità umana, ma queste lotte si determineranno come delle vertenze di vicinanza che si collocano su un piano di ricomposizione di ciò che altri stanno provando a mandare in frantumi.

L’autore: Nicola Nardella, avvocato, è presidente Municipalità 8 del Comune di Napoli