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Chiara Saraceno: Quanti errori nel Pnrr sugli asili nido

I primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo del bambino. E gli asili nido e la scuola dell’infanzia sono gli strumenti della formazione considerati ormai essenziali per contrastare il fenomeno della dispersione scolastica. Soprattutto al Sud e nelle isole dove sono quasi inesistenti e dove il tasso di dispersione invece è altissimo. Per indagare le varie cause del fenomeno, il Garante nazionale dell’infanzia e dell’adolescenza per la prima volta ha promosso una commissione ad hoc di esperti e il risultato è stato un documento di studio e proposta pubblicato nel 2022 in cui l’assenza dei servizi per l’infanzia risulta tra le cause degli abbandoni scolastici precoci. Ma a che punto siamo con la grande operazione messa in piedi dal Pnrr, che proprio per asili nido e scuola dell’infanzia ha stanziato 4,6 miliardi di euro nella “missione 4”? Le notizie non sono confortanti. Anzi. Secondo quanto riporta il Sole 24 ore del 19 agosto, degli oltre 2500 progetti soltanto 900 prevedono la costruzione di nuove strutture e di questi circa la metà al Sud. Gli altri, si legge nell’articolo, riguardano ampliamenti di asili nido e scuole dell’infanzia già esistenti. Ricordiamo che l’obiettivo fissato nel Consiglio europeo del 2002 era di arrivare ad una copertura del 33% dei posti entro il 2010 (mai raggiunto in Italia) e che adesso l’Ue rilancia al 45% entro il 2030. Il rapporto Openpolis/Con i bambini del 2021 attesta che siamo al 25,5%, con 18,5 punti di divario tra Centro-nord e Sud. Eppure i servizi per la prima infanzia sono essenziali anche per promuovere la partecipazione al lavoro delle donne. In sostanza, sono diritti da garantire a tutti e questo porta un significativo cambiamento per tutta la società. E a maggior ragione nelle aree disagiate economicamente e socialmente.
Per fare il punto della situazione abbiamo rivolto alcune domande alla sociologa Chiara Saraceno che da tempo è impegnata, con i suoi scritti e anche in una rete di associazioni, nella battaglia per garantire a tutti i bambini i servizi della prima infanzia e che già su Left  aveva messo in guardia sull’assenza di interventi efficaci da parte dello Stato.

Professoressa Saraceno, frequentare asili nido e scuola dell’infanzia è considerata una importante prevenzione contro la dispersione scolastica, soprattutto in territori disagiati e nel caso di contesti familiari difficili. Sugli asili nido lei da tempo sostiene la necessità di colmare il divario esistente in Italia. Qual è il bilancio in questo momento? I fondi del Pnrr sono stati assegnati ai Comuni che ne sono privi? Sono riusciti a partecipare ai bandi soprattutto al Sud?
La situazione non è rosea. Ci sono stati, a mio parere, errori fin dall’inizio. Invece di verificare in quali comuni o comprensori si era più lontani dall’obiettivo di copertura del 33% e di conseguenza individuare dove destinare prioritariamente i fondi, si è deciso sì di attribuire una quantità di risorse maggiore al Mezzogiorno, notoriamente carente nella disponibilità di questi servizi, ma poi si è affidata la concreta “messa a terra” al meccanismo dei bandi, quindi alla decisione e capacità dei Comuni di parteciparvi. Come se la decisione se garantire o meno la scuola primaria fosse lasciata alla decisione di una giunta comunale.

E il risultato quale è stato?
Il risultato è che proprio i comuni più sguarniti spesso non hanno partecipato ai bandi, per sovraccarico di lavoro, mancanza di personale e professionalità adeguate, per motivi culturali (si pensa ancora che i nidi servano soprattutto alle mamme che lavorano, e dove l’occupazione delle donne in generale e delle madri in particolare è scarsa, i nidi sembrano inutili), per timore di non ricevere nel tempo dallo Stato le risorse necessarie per farli funzionare. Non a caso i bandi per il Sud sono stati riaperti più volte e ciononostante non ci sono state risposte per fruire di tutti i fondi disponibili. Si aggiunga che molti dei progetti presentati erano allo stato di abbozzo e richiedono un lavoro aggiuntivo per diventare operativi, nonostante, tardivamente, sia stata approntata una struttura professionale di accompagnamento ai comuni che ne avessero bisogno. Ora bisognerà controllare strettamente che i fondi non spariscano o non siano destinati ad altro. Si può accettare un ritardo, anche per fare le cose come si deve, ma avendo presente che nel frattempo si possono ulteriormente allargare i divari territoriali nella disponibilità di questo servizio così essenziale per la riduzione delle disuguaglianze tra bambini nelle opportunità di buona crescita, così come si allarga il divario tra la situazione italiana, che arranca a garantire il 33% di copertura a livello nazionale e il nuovo obiettivo europeo fissato al 45% per il 2030. Aggiungo che c’è un altro problema che né il governo precedente né l’attuale hanno messo a fuoco.

Qual è il problema?
Non basta creare nuovi posti nido, occorre anche farli funzionare quotidianamente e anno dopo anno. Se l’ultima legge di stabilità del governo Draghi, avendo definito la copertura del 33% un livello essenziale di prestazione ha anche allocato risorse per la gestione per gli anni a venire (che ovviamente andranno confermate e aggiornate), c’è un grave problema di personale che andrebbe affrontato subito: mancano le educatrici/educatori preparati, perché è una professione non molto considerata, anche a causa del diverso trattamento e opportunità professionali (e condizioni contrattuali) di cui godono le educatrici dei nidi rispetto alle insegnanti della scuola dell’infanzia. Le prime, con la sola laurea triennale, possono lavorare solo nei nidi, le seconde, con la laurea magistrale possono insegnare anche nella scuola primaria. Per avere un numero adeguato di educatrici/educatori il Ministero dell’istruzione, che ha la responsabilità dei nidi, dovrebbe interagire con quello dell’università innanzitutto per sollecitare le università a istituire corsi di laurea dedicati là dove mancano e invece i nidi dovrebbero aumentare e comunque a programmare attentamente le iscrizioni in rapporto agli aumenti previsti. Il settore nidi può diventare uno sbocco professionale interessante, ma deve essere programmato con attenzione. Poi si potrebbe anche discutere dell’opportunità di una carriera unica nell’ambito dello 0-6.

Oltre alle difficoltà da parte dei Comuni dovute alla mancanza di personale e all’organizzazione, c’è anche un gap culturale che impedisce la realizzazione di asili nido? E come si può superare?
Come ho già detto, prevale ancora l’idea che i nidi siano solo o prevalentemente un servizio di conciliazione per le mamme che lavorano. In parte sono concepiti così anche nel Pnrr. In questo modo si sottovaluta il loro essenziale ruolo educativo, non sostitutivo o surrogatorio a quello materno/familiare, ma complementare: importante per tutti i bambini ma in particolare per quelli in condizioni di svantaggio economico, sociale, culturale, inclusi i bambini di origine straniera. Non si aiutano neppure le madri, perché legare l’offerta di nidi all’occupazione materna impedisce alle madri che non sono occupate di cercare un’occupazione, di (ri)mettersi in formazione, di pensarsi non solo come madri. Occorre accompagnare l’aumento dell’offerta di nidi con un lavoro culturale, che persuada i genitori che il nido è una cosa buona per i loro bambini ed anche per loro, come opportunità di confronto e di rafforzamento delle propri capacità genitoriali.

Questo governo a parole parla molto di natalità, hanno organizzato anche gli Stati generali della natalità a maggio, ma al di là dei bonus, lei ritiene che ci sia davvero la volontà di creare dei servizi per l’infanzia? O prevale l’idea di famiglia chiusa in sé stessa con la donna che ritorna a fare l’angelo del focolare?
Credo che sulla necessità di aumentare l’offerta di nidi il consenso sia abbastanza trasversale, così come trasversale è la diversità delle motivazioni. Non credo che il problema con l’attuale governo sia che si vuole far tornare la donna a fare l’angelo del focolare, anche se non vedo grandi passi avanti sulle politiche di conciliazione ed anche quelle di parità salariale e non solo. Piuttosto, per rimanere ai bambini, vedo che c’è una certa difficoltà a considerare l’importanza della co-genitorialità, del coinvolgimento dei padri fin da subito.

Venendo al tema della lotta alla dispersione scolastica, il 6 ottobre EducAzioni, la rete di cui lei è portavoce, presenterà a Roma un Vademecum sui “patti educativi di comunità”. Che cosa prevedono in concreto per contrastare la povertà educativa?
Prevedono la creazione di alleanze territoriali, con e attorno alla scuola (inclusa quella dell’infanzia e i nidi), tra soggetti diversi, pubblici, di terzo settore, privati, per arricchire il curriculum educativo delle bambine/i e adolescenti specie nelle aree più svantaggiate. Si tratta d esperienze già in atto e diffuse, ma che mancano di un quadro normativo e di governance che garantisca continuità. Perché diventino una politica educativa normale proponiamo tre linee di azione.

Può spiegare nei dettagli?
Innanzitutto la costruzione di un sistema di governance integrato che permetta la collaborazione sinergica, strategica e operativa, tra i diversi soggetti impegnati nell’ambito delle politiche educative, del lavoro e del sociale, prevedendo e rafforzando processi che includano i ragazzi e le ragazze come protagonisti attivi nella definizione delle politiche che li riguardano. Il secondo punto riguarda un cambio di paradigma nelle procedure e negli strumenti di erogazione delle risorse finanziarie: dal bando competitivo a percorsi di co-programmazione e co-progettazione, in un rapporto paritario tra i diversi attori della comunità educante, che includano anche i ragazzi e le ragazze; sul rafforzamento dei soggetti e delle esperienze già riconosciute; e per l’identificazione di aree più vulnerabili, secondo dati statistici. E infine proponiamo un rafforzamento delle risorse a disposizione dei Patti Educativi attraverso un fondo ordinario, l’ampliamento quantitativo delle risorse economiche e l’aggiunta di alcuni criteri di assegnazione per l’erogazione di risorse ordinarie alle scuole.

Sul tema della dispersione scolastica e sui problemi della scuola che sta per ripartire, vedi il numero di Left in uscita l’8 settembre, in edicola e online

L’odissea di Seydou e Moussa raccontata da Matteo Garrone

C’è aria di festa a Dakar: ad animare le strade, in occasione del Sabar, colori, musica e canti. È qui, in un villaggio di etnia wolof, che vivono Seydou (Seydou Sarr) e Moussa (Moustapha Fall), condividendo la passione per la musica e il sogno di raggiungere l’Europa.
In concorso alla 80esima Mostra internazionale d’arte cinematografica della Biennale di Venezia – e in sala dal 7 settembre con 01 Distribution – Io capitano di Matteo Garrone racconta il viaggio dei due giovanissimi protagonisti che decidono di lasciare il Senegal e che, costretti a farlo clandestinamente, affrontano gli orrori dei centri di detenzione libici e sfidano i pericoli del deserto e del Mediterraneo.

«In Senegal non c’è alcuna guerra. C’è però chi scappa», così scrivono Lorenzo Giroffi e Giuseppe Borello in un articolo apparso su Left il 19 ottobre 2018, “Senegal e Gambia, depredati a casa loro“, dove indagano, con puntualità, alcune tra le innumerevoli motivazioni sottese all’emorragia di giovani che fuggono dal proprio Paese di origine alla ricerca di migliori condizioni di vita.

Il viaggio di Seydou e Moussa assume i contorni audaci e temerari delle prime grandi scoperte, quando determinazione e speranza muovono, insieme ai passi, anche gli intenti: sogni di progetti futuri talmente ambiziosi da nascondere le insidie. Un viaggio di formazione che si trasforma ben presto in un illogico e disumano viaggio per la sopravvivenza. Dal Mali al Niger, alla traversata nel deserto, fino alle acque del Mediterraneo, è il paesaggio a rivelare ancora tracce di sconfinata bellezza: luoghi che restituiscono, grazie all’utilizzo dei campi lunghi, quell’attenzione e quella predilezione per l’elemento figurativo che rendono esteticamente riconoscibile il cinema garroniano. Esemplare è la scena nel deserto – quasi una sorta di ‘necessaria’ distensione narrativa del racconto che riecheggia, nella forma della composizione dell’immagine, alcuni dipinti di Chagall – quando una donna, finalmente ‘libera’ grazie all’incontro con l’umano sentire di Seydou, si libra in volo.

Ad emergere dallo sfondo, sulle curve sinuose delle dune sabbiose, i corpi dei personaggi impegnati nella dura marcia, figure inermi in equilibrio precario, prive della vivacità prefigurata nell’incipit, quando era la danza ad inneggiare alla vita.
La storia di Seydou e Moussa fa eco ad altri personaggi, anch’essi coraggiosi eroi del nostro tempo, come le sorelle siriane Yusra e Sarah Mardini, che hanno ispirato con le loro gesta Le nuotatrici (2022) di Sally El Hosaini, film che racconta della loro fuga da Damasco fino alle Olimpiadi di Rio del 2016. E ancora, richiama le storie di Diala Brisly, Abu Hajar, Bahila Hijazi e Lynn Mayya, Anas Maghrebi, Bboy Shadow, Tammam Azzam, Medhat Aldaabal, Omar Imam, artisti siriani sfuggiti alla guerra – protagonisti del potente documentario di David Henry Gerson, The Story Won’t Die (2022) – capaci di trasformare il proprio drammatico vissuto in espressione artistica (L’arte che resiste: The Story won’t die, Left, 10 giugno 2022).

Una coproduzione internazionale Italia Belgio, l’ultimo film di Garrone ritorna a raccontare storie di immigrazione: la sua opera prima, Terra di mezzo (1996) descriveva la quotidianità delle prostitute senegalesi nella periferia romana, una realtà che, come afferma lo stesso regista, lo aveva sorpreso, anche per i suoi contorni surreali, fiabeschi.
In Io capitano Garrone sembra rimarcare l’attenzione nei confronti del reale in una maniera più vibrante e autentica, mettendo in primo piano l’essere umano alle prese con le innumerevoli sfide che è costretto a dover fronteggiare. «Per realizzare il film siamo partiti dalle testimonianze vere di chi ha vissuto questo inferno e abbiamo deciso di mettere la macchina da presa dalla loro angolazione per raccontare questa odissea contemporanea dal loro punto di vista, in una sorta di controcampo rispetto alle immagini che siamo abituati a vedere dalla nostra angolazione occidentale, nel tentativo di dar voce, finalmente, a chi di solito non ce l’ha».

Allo spettatore viene chiesto, dunque, di stare dentro le cose, di porsi in ascolto, di assumere il punto di vista del personaggio, di stargli accanto e di sperimentare quel sentimento di solidarietà necessario per restare in vita, anche quando il resto del mondo sembra rimanere inerte e silente davanti alle richieste d’aiuto.
Soprattutto nella seconda parte, il film restituisce i segnali di una dimensione immaginifica, che costituisce – rimarcandone il senso di sospensione – quella tensione tra «realismo della messa in scena e costruzione dell’universo onirico entro cui agiscono i personaggi» di cui scrive Christian Uva – nel volume da lui curato, Matteo Garrone (2020), edito da Marsilio – riflettendo sul cinema del regista romano.
Scritto dallo stesso Garrone, insieme con Massimo Ceccherini, Massimo Gaudioso e Andrea Tagliaferri, Io capitano si impone, nell’intera cinematografia del regista, probabilmente come il film più compiuto, dove lo stesso protagonista si fa portavoce – quasi a voler riscattare i personaggi garroniani che lo hanno preceduto – di un’inedita evoluzione, che sospinge l’eroe/Seydou a re-inventarne l’epilogo, così come per la sua stessa storia personale.

La colonna sonora del film è firmata da Andrea Farri. Edita da Sony music è disponibile in digitale.

La passione di Giuliano Montaldo per Giordano Bruno. Un ricordo del grande regista

«Giovedì mattina in Campo di Fiore fu abbrugiato vivo quello scelerato frate domenichino di Nola … heretico ostinatissimo, et havendo di suo capriccio formati diversi dogmi contro nostra fede, et in particolare contro la Santissima Vergine et Santi, volse ostinatamente morir in quelli lo scelerato; et diceva che moriva martire et volentieri, et che se ne sarebbe la sua anima ascesa con quel fumo in paradiso. Ma hora egli se ne avede se diceva la verità». Il «frate scelerato», di cui parla l’Avviso di Roma del 1600, è Giordano Bruno, filosofo e frate domenicano, condannato dall’Inquisizione e bruciato vivo in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio del 1600. La sua colpa? Aver superato l’ipotesi copernicana del sole immobile, al centro dell’universo. Bruno, nella Cena delle ceneri del 1584, non si limita infatti a porre il Sole al centro di un sistema di stelle fisse, ma arriva a intuire uno spazio infinito con infiniti mondi in evoluzione per un tempo infinito. Nel suo De l’infinito universo et mondi scrive: «Esistono innumerevoli soli e innumerevoli terre ruotano attorno a questi». Una teoria che rende eterno l’universo e rischia di escludere l’idea stessa di un dio creatore. Bruno si pone fuori dal cristianesimo. Diversamente da Spinoza, Giordano Bruno è un pensatore «anti cristiano», come ha detto uno dei massimi studiosi del Nolano, Michele Ciliberto.

Per ricordare Giordano Bruno, il suo spirito di ricerca,  multidisciplinare come voleva la tradizione rinascimentale, la forza della sua immaginazione, che diversamente da Spinoza, non temeva le immagini e la fantasia, l’associazione nazionale Libero pensiero”Giordano Bruno” guidata da Maria Mantello organizza ogni anno un pomeriggio di incontri e di interventi in piazza a Campo de’ Fiori a Roma dal titolo Nel nome di Giordano Bruno, senza laicità non c’è democrazia, a cui partecipano Antonio Caputo. Elena Coccia, Luigi Lombardi Vallauri, Maria Mantello e  il regista Giuliano Montaldo, autore di un  memorabile film  nel 1973 con, protagonista, Gian Maria Volonté nel ruolo del filosofo.

«All’epoca avevo già lavorato a due film sul tema dell’intolleranza, in cui raccontavo la pazzia delle gerarchie militari che uccidono anche in tempo di pace e  un altro in cui raccontavo la drammatica storia di  Sacco e Vanzetti, proseguendo su quel filone ebbi l’idea di lavorare sulla figura di Bruno, anche lui vittima dell’intolleranza», ricorda il regista. «Un’immagine mi fece scattare l’idea del film, vidi una sera all’imbrunire dei ragazzi inglesi che parlavano e discutevano di Giordano Bruno ai piedi della statua a Campo de’Fiori. Una scena che mi colpì anche perché mi resi conto che non sapevo abbastanza di lui. Fu così che mi misi a studiare i suoi testi. E mi innamorai del pensiero di quest’uomo che guardava più lontano di tutti gli altri, che aveva il coraggio di portare fino in fondo la propria visione, senza paura e senza abiure. Poi dovetti lottare per tre anni per convincere la struttura del cinema, perché si impegnasse in questa impresa». Per una precisa scelta il regista non mise la parola fine in fondo al film, sperando che si continuasse a parlare di Giordano Bruno.

Intervista del 16 febbraio 2016

@simonamaggiorel

«Come persona molto ricca, in rappresentanza di un’organizzazione di persone facoltose che la pensano come me, chiedo al G20 di tassarci»

Lo chiedono perfino i miliardari. La disuguaglianza nel mondo è talmente ingiusta che provoca ribrezzo anche a coloro che ne giovano, così in vista del G20 in India 300 milionari, economisti di fama mondiale, artisti e politici dei Paesi G20 hanno deciso di firmare l’appello promosso da Oxfam, Patriotic Millionaires, Institute for Policy Studies, Earth 4 All e Millionaires for Humanity. Tra i firmatari ci sono milionari, ereditieri, politici ed economisti del calibro di Gabriel Zucman, Joseph Stiglitz, Thomas Piketty, Jayati Ghosh, Kate Raworth, Jason Hickel e Lucas Chancel.

Perché? Nell’ultimo decennio i miliardari del pianeta hanno più che raddoppiato i propri patrimoni, passati da 5.600 a 11.800 miliardi di dollari. Eppure, su scala globale, per ogni dollaro di gettito fiscale solo 4 centesimi provengono da imposte patrimoniali e con le regole attuali metà dei milionari del mondo non sarà assoggettata ad alcuna imposta di successione, potendo trasferire, esentasse, una ricchezza pari a 5 mila miliardi di dollari ai propri eredi. L’estrema concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi rappresenta “un disastro economico per l’ambiente e per il rispetto dei diritti umani che minaccia la stabilità politica in tutto il mondo – si legge nella lettera – (…) Decenni di riduzione delle tasse per i più ricchi, basata sulla falsa promessa che della ricchezza ai vertici avremmo beneficiato tutti, hanno contribuito ad acuire le disuguaglianze, portandole a livelli allarmanti”. 

I patrimoni dei miliardari sono aumentati al ritmo di 2,7 miliardi di dollari al giorno nell’ultimo triennio. In Italia la povertà assoluta è triplicata negli ultimi 15 anni. 

Buon mercoledì.

Smeriglio:«Dal successo di Sumar una speranza per un’Europa di sinistra»

Massimiliano Smeriglio

La campagna per le europee è già entrata nel vivo, anche si voterà nella settimana del 9 giugno 2024. Non c’è tempo da perdere, suggerisce l’ex capitana Carola Rackete che, annunciando la sua candidatura con Die Linke, denuncia la crescita di formazioni filonaziste (Afd) in Germania. Un’onda simile si segnala, purtroppo, anche in Grecia, in Olanda, in Finlandia, in Svezia e in molti altri Paesi. Per non dire della Polonia e dell’Ungheria.

Come scongiurare questa deriva post fascista? Lo abbiamo chiesto al parlamentare europeo e scrittore Massimiliano Smeriglio, (eletto nel 2019 da indipendente nelle liste del Pd) con il quale giovedì 7 al Visionaria Urban Fest, a Roma (Garbatella) abbiamo approfondito questo e altri temi insieme agli europarlamentari Ana Miranda Paz (The Greens) e Manu Pineda (The Left).

Massimiliano Smeriglio, da dove nasce la crescita dell’ultra destra in Europa e come contrastarla?

Nasce anche dagli effetti della globalizzazione e del neoliberismo temperato che ha caratterizzato la stagione dei governi progressisti in quasi tutta Europa ed anche in Italia. Parliamo di una destra che ha una sua ben precisa ideologia e visione del mondo che dobbiamo conoscere a fondo per poterla contrastare: è una destra nazionalista, negazionista riguardo al tema epocale dei cambiamenti climatici; è una destra guerrafondaia, patriarcale, con forti sfumature razziste. Dall’India di Modi all’Ungheria, alla Polonia, alla Tunisia di Saïed che guida un governo autoritario e razzista. Ma è la stessa destra che ha governato gli Usa con Trump e il Brasile con Bolsonaro. Meloni ha annusato questo vento e ha cercato di dargli rappresentanza.

Il quadro potrebbe essere ulteriormente aggravato dai risultati delle elezioni che si terranno a novembre nei Paesi bassi e il prossimo 15 ottobre in Polonia?

In Olanda è cresciuto un movimento di agricoltori con sfumature reazionarie. Realisticamente potrebbe vincere le elezioni. Nonostante segnali di ripresa di un minimo di movimento civile e di reazione culturale in Polonia, temo, la destra vincerà di nuovo.

Quali sono le  nuove caratteristiche di questo fronte di destra?

La novità è che questa destra non è più esplicitamente euroscettica, diversamente da quel che accadeva nel 2019. A ben vedere oggi si fronteggiano tre modelli di Europa: quella delle nazioni e dei nazionalismi, che riduce al minimo le istanze di una idea comunitaria europea. È l’Europa rappresentata nel Consiglio europeo, non quella espressa dal Parlamento europeo. Poi c’è l’Europa della tecnocrazia che è stata identificata come l’Europa del centrosinistra e che corrisponde ai governi tecnici che si sono susseguiti dal 2011 al 2022. Parliamo in questo caso di un modello di Europa dignitosa, che tutto sommato tiene sui diritti civili, ma non è un’Europa di sinistra, intesa come espressione della sovranità popolare e del Parlamento.

Quali politiche dovrebbero caratterizzare un’Europa di sinistra a suo avviso?

Bisogna mettere insieme diritti umani e civili, giustizia sociale e ambientale. Questa terza opzione deve rappresentare la nostra sfida. Dobbiamo essere molto ambiziosi e coraggiosi nello sfidare la destra, non sulle piccole cose, ma sull’idea di società. Loro sono patriarcali, noi siamo femministi. Loro sono nazionalisti, noi europeisti. Loro sono razzisti, noi antirazzisti. Loro negano l’emergenza climatica, noi dobbiamo fare della questione ambientale il centro del nuovo modello di sviluppo. Le tragedie climatiche che attraversano il mondo, purtroppo, non sono più al centro dell’agenda politica europea. Ripeto, noi come forze ambientaliste di sinistra dobbiamo tenere insieme la giustizia ambientale e quella sociale, anche perché a pagare i disastri climatici sono i più i poveri e chi sta peggio.

Frans Timmermans, che ora in Olanda affronta una difficile sfida nella corsa a primo ministro (per una coalizione di socialisti e verdi) ha lavorato a un Green new deal europeo, ma il progetto non è decollato, perché?

Purtroppo quell’opzione è stata sconfitta. L’Europa uscita dalle urne del 2019, da cui è nata l’idea della “maggioranza Ursula”, sosteneva il progetto di green new deal, fortemente voluto da Timmermans, e anche da un grande europeo come David Sassoli. A metà mandato quella scommessa è finita per cambi di maggioranze e anche per una certa furbizia e ambiguità del partito popolare che si è aperto alla destra dei conservatori. Meloni ha colto quella opportunità per uscire dall’angolo del conservatorismo identitario e rilanciare. Oggi questa storia è squadernata. Ma non ci siamo arresi. Abbiamo votato in continuità con l’inizio della legislatura, puntando su obiettivi ambiziosi riguardo alla neutralità climatica, per incidere sulla catena alimentare e sui processi produttivi. Ma non abbiamo più la maggioranza, perché gran parte dei popolari e dei liberali si sono spostati su un’altra linea.

Non a caso, anche in Italia, il liberale Calenda di Azione apre al nucleare, d’accordo con Salvini. Che ne pensa di questa opzione?

Io non sono d’accordo per molti motivi: per il modello di sviluppo ultra accentrato, per la pericolosità, ma anche perché in Italia ci sono stati due referendum e il popolo italiano ha scelto un altro modello di sviluppo.

Stiamo assistendo al fallimento dell’Europa riguardo alle politiche migratorie con costose e criminali esternalizzazioni dei confini e memorandum come quello firmato con la Tunisia dalla presidente della Commissione Von der Leyen con la premier Meloni. Intanto non c’è più neanche un impegno europeo al soccorso come era la missione Mare nostrum, mentre Fontex fa solo danno…

Anche su questo tema l’agenda conservatrice di destra purtroppo avanza in tutta Europa. La strategia? Negare e un po’ nascondere, molto esternalizzare. Come forze di sinistra non possiamo accettare la trasformazione di banditi del mare e criminali di guerra in interlocutori come è successo già nel caso dell’accordo con la guardia costiera libica all’epoca del governo Gentiloni e come accade oggi con l’autocrate Saïed a Tunisi. Dobbiamo chiarirci su questo punto.

Lei lo denuncia da tempo anche partecipando a missioni lungo la rotta balcanica e scrivendo reportage

Sì, in questi anni da parlamentare europeo ho avuto l’opportunità di andare sulla rotta balcanica e ho visto con i miei occhi quali drammi si consumano. All’epoca, l’attuale ministro Piantedosi era capo di gabinetto di Salvini e le sue direttive contro il diritto internazionale europeo facevano scuola. Oggi lo scenario, se possibile, è ancor più tragico.

Per i profughi ucraini è stata attivata la direttiva del 2001 che permette libera circolazione in Europa come è giusto che sia, come fare perché questo diritto venga riconosciuto anche a chi fugge da altre guerre dal Sud del mondo?

È clamoroso il doppio standard che applichiamo. Lo stato di diritto e il rispetto dei diritti civili e umani dovrebbero essere l’alfa e l’omega della politica culturale europea nel mondo, ma non è così. L’accoglienza di 4 milioni di profughi ucraini è stata importante, perché in Ucraina si muore, le città vengono bombardate dalla Russia di Putin. Ma noi non mettiamo in campo i medesimi strumenti e risorse per chi scappa da altre guerre, per chi fugge dalla Siria, dalla Libia, dal Libano, dall’assediata Palestina. È evidente che quando noi europei parliamo di stato di diritto e di diritti umani e civili non riusciamo a guardare oltre una prospettiva eurocentrica. E allora non siamo credibili, perché andiamo a due velocità.

Una questione simile riguarda il tema della guerra, l’Europa ha abdicato a un ruolo diplomatico per la costruzione della pace?

A questo riguardo a me è capitato di votare in difformità rispetto alla formazione politica a cui appartengo da indipendente (il gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici al Parlamento Europeo ndr). La questione non è il dibattito sulle responsabilità della Russia che sono acclarate, ma come organizzare una agenda negoziale e di pace. Su questo le risposte europee sono gravemente deficitarie. A mio avviso non si può non avere l’ambizione di costituire la pace, non si può lasciare un’agenda di pace nelle mani di Paesi come la Turchia piuttosto che la Cina; non si può lasciare nelle mani del papa o del cardinale Zuppi un negoziato di pace, perché la pace non è una posizione etica o morale, è una scelta politica che attiene alle istituzioni sovrane, cioè elette dal popolo. La nostra capacità di investire e rispondere all’emergenza della guerra è stata buona. Ma sulla costruzione della pace c’è una cappa insopportabile. La Nato è una alleanza militare difensiva, non gli competono le scelte politiche. L’atlantismo sta diventando la cifra dei governi di destra più che l’europeismo. Noi dobbiamo invece rilanciare l’iniziativa strategica europea, dobbiamo rimarcare l’indipendenza e la sovranità europea rispetto a una agenda che corre tra Londra e Washington e che non è la nostra.

Riguardo all’obiettivo del 2 per cento in armamenti richiesto dalla Nato agli Stati membri entro il 2028, il cancelliere tedesco Olaf Scholtz ora frena e anche la segretaria del Pd Ellly Schlein. È sufficiente?

Rientra in quella agenda opposta a quella della destra a cui accennavamo all’inizio. Su questo dovrebbe sentirsi coinvolto in maniera seria tutto il campo democratico progressista. Io spero che questi temi – il clima, l’immigrazione, la pace, la lotta al patriarcato, la lotta al nazionalismo per rilanciare le istituzioni comunitarie (dunque europee non delle nazioni) – siano condivisi anche dal M5s, dal Pd e da tutte le forze del campo largo. Penso che l’Alleanza verdi sinistra italiana possa dare un contributo importante a questa discussione. Penso anche che ci sia lo spazio per una lista, una aggregazione di sinistra, ecologista, basta sulla giustizia sociale e sulla pace, che possa caratterizzare un pezzo di campagna elettorale in maniera importante.

Serve una lista pacifista come quella proposta da Michele Santoro?

Servono anche forme di mobilitazione dal basso come quella messa in campo da Santoro, a cui io ho partecipato e che sostengo. Penso che la questione della pace sia uno dei temi della costruzione di una agenda di trasformazione dell’Europa, ma non so se possa essere l’unico punto. A mio avviso la costruzione della pace ha a che fare con il modello di sviluppo, perché quando decidi di rimpinguare 27 arsenali per 27 eserciti stai dicendo “viva il nazionalismo” e non “viva la difesa comune europea”. Un’agenda di guerra produce crisi sulle catene alimentari ed energetiche, genera inflazione e la pagano i più poveri, senza contare che la guerra inquina tantissimo.

Al Visionaria Urban fest interverrà Yolanda Diaz,vice presidente del governo Sanchez. Ha realizzato un importante risultato alle recenti elezioni spagnole con il movimento Sumar arrivato al 12, 3 per cento. Come ministro del lavoro ha varato politiche sul salario minimo, contro i contratti precari e a termine, ha lavorato alla legge che regola i contratti di riders ecc. Può essere di ispirazione?

Io lo spero molto, seguo Sumar dall’inizio, condivido parte del mio lavoro al Parlamento europeo con Maria Eugenia Rodriguez Palop, responsabile del programma di Sumar. Ho avuto la fortuna di veder nascere questa piattaforma politica culturale che ne confedera realtà nazionali, regionali, locali, unendo culture politiche diverse: dal partito comunista spagnolo a Izquierda unida, a Podemos e tante realtà locali. Sono contento del successo di Sumar e che venendo in Italia, Yolanda Diaz, abbia scelto di venire da noi. È stata a Bruxelles per parlare con i commissari e in Francia per parlare con Mélenchon, andrà alla Festa dell’unità e viene al Visionaria Urban fest. Che abbia deciso di accettare il mio invito è motivo di orgoglio proprio per quello che stiamo cercando di fare. La cosa straordinaria di Yolanda Diaz è che è una leader donna dalla formazione politica solida, robusta, che ha declinato approcci di sinistra mettendo le mani al cuore del problema: la giustizia sociale, il mercato del lavoro, il femminismo che lei lo ha declinato come politiche attive relative alla autonomia di genere e alla tutela delle donne sul posto di lavoro. Penso che l’esperienza del governo Sachez sia molto significativa. Ad essa Diaz ha dato un contributo straordinario. Quanto alle europee penso che la spinta di Sumar possa assomigliare a quella che diede Syriza, guidata da Tsipras una decina di anni fa. Il movimento politico Sumar non è la reductio ad unum, ma uno spazio di esperienze diverse e plurali che Diaz è riuscita a mettere insieme.

 

L’appuntamento: Yolanda Diaz la leader di Sumar  è l’ospite d’onore di Visionaria Urban fest 2023 a Roma. Dal 4 al 9 settembre, con il titolo”impronte”, è tornata la festa per la sinistra popolare nel cuore rosso della Capitale nel quartiere Garbatella. Oltre alla già vice presidente del governo Sanchez e ministra del lavoro che l’8 settembre incontra Smeriglio e Gualtieri in un incontro pubblico in Campidoglio, tantissimi i protagonisti di questa edizione- da Monica Guerritore a Sandro Portelli. Da Tridico, Ciaccheri, Marotta, allo stesso Smeriglio, Fratoianni e Bonelli e tanti altri. Fra gli eurodeputati ci sono Ana Miranda, Manu Pineda, Pietro Bartolo e Maria Eugenia Palop. La Villetta Social Lab, torna così a farsi spazio di confronto a sinistra e di resistenza, lanciando una proposta in vista delle Europee.

 

 

 

 

 

Autore della foto Eric VIDAL
Copyright: © European Union 2021 – Source : EP
Tratta dal sito www.massimilianosmeriglio.it

Sulla sanità, tutte cazzate

Tutte cazzate. Mi si perdoni l’utilizzo di una parola greve e maleducata. Non ho trovato, pensandoci e ripensandoci, un sinonimo. I numeri dell’ultimo rapporto Gimbe sul finanziamento della sanità pubblica certificano che i buoni propositi in tempi di pandemia, quella pioggia di promesse sulla “sanità che sarebbe diventata una priorità” sono una menzogna che abbraccia l’intero arco parlamentare.

La spesa sanitaria pubblica del nostro Paese nel 2022 si attesta al 6,8% del Pil, sotto di 0,3 punti percentuali sia rispetto alla media Ocse del 7,1% che alla media europea del 7,1%. Sono 13 i Paesi dell’Europa che in percentuale del Pil investono più dell’Italia, con un gap che va dai +4,1 punti percentuali della Germania (10,9% del Pil) ai +0,3 dell’Islanda (7,1% del Pil). Impietoso il confronto con gli altri paesi del G7 sul trend della spesa pubblica 2008-2022 (figura 4), da cui emergono alcuni dati di particolare rilievo. Innanzitutto, negli altri paesi del G7 (eccetto il Regno Unito) la crisi finanziaria del 2008 non ha minimamente scalfito la spesa pubblica pro-capite per la sanità: infatti dopo il 2008 il trend di crescita si è mantenuto o ha addirittura subìto un’impennata. In Italia, invece, il trend si è sostanzialmente appiattito dal 2008, lasciando il nostro Paese sempre in ultima posizione. In secondo luogo, spiega il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta «l’Italia tra i Paesi del G7 è stata sempre ultima per spesa pubblica pro-capite: ma se nel 2008 le differenze con gli altri Paesi erano modeste, con il costante e progressivo definanziamento pubblico degli ultimi 15 anni sono ormai divenute incolmabili».

La prossima manovra non porterà nessun cambiamento di rotta. Non ne siamo usciti migliori dalla pandemia. Siamo quelli di prima, i sopravvissuti, con meno forze per indignarci.

Buon martedì.

Partigiani della Costituzione contro la riforma Casellati

Il governo delle destre non alimenta solo oppressione sociale, conformismo disciplinare sui valori, patriarcato, bellicismo iperatlantista. Il fondamento ideologico della sua identità è l’abbattimento della Costituzione repubblicana antifascista. Le forze democratiche stanno sottovalutando tale aspetto anche perché incerte e divise sulla reale difesa ed attuazione della Costituzione. La proposta populista/nazionalista sulla quale la presidente del Consiglio Meloni e la ministra Casellati stanno tentando di stringere i tempi è il cosiddetto “premierato”. Riteniamo, come Left, che sia una forma di irrigidimento verticale, plebiscitario, autoritario della forma/Stato. La bozza di riforma del governo prevede un presidente del consiglio eletto direttamente dai cittadini, con una soglia minima del quaranta per cento (potrebbe anche sciogliere le Camere e revocare i ministri. La prima, ovvia, considerazione, che Giorgia Meloni ipocritamente nega, è che viene fortemente indebolita la figura del presidente della Repubblica, prevista, non a caso, dalla Costituzione come massimo ruolo di garanzia. Il presidente della Repubblica ha poteri decisivi nella nomina del presidente del Consiglio e nello scioglimento delle Camere. Con la “riforma Meloni” la sua figura diverrebbe evanescente, simbolica.

Meloni sta proponendo uno schema inedito, che ha un solo precedente , fallimentare, il governo Rabin in Israele. Non funzionò. È, poi, una pericolosa convinzione che l’attuale presidente del Consiglio vuole imporre attraverso il suo vastissimo armamentario propagandistico che il Paese avrebbe bisogno di un governo più forte e stabile. Il governo, attualmente, in Italia, nella materialità dei processi decisionali quotidiani, è fin troppo forte e pervasivo. L’esecutivo ha annesso a se stesso quasi completamente il procedimento decisionale legislativo. Michele Ainis ci ha ricordato, qualche giorno fa, in un’intervista, per ricordare il diritto comparato, che lo stesso presidente Usa Joe Biden non può emanare decreti legge e non può sciogliere il Congresso. In effetti, il”premierato” non è una riforma circoscritta che tende “solo” ad esaltare una presunta sovranità popolare attraverso il meccanismo dell’elezione diretta. Bisogna ragionare, demistificare. La sovranità popolare prevista dall’articolo 3 (secondo comma) della Costituzione è, infatti, al contrario rispetto allo schema meloniano, partecipazione diretta quotidiana delle cittadine e dei cittadini alla vita politica, economica, sociale della Repubblica. Sovranità popolare non significa dare un voto di delega una volta ogni cinque anni allontanando, anzi, da sé l’agire diretto per il miglioramento della propria condizione sociale, culturale, di dignità, di costruzione della trama della convivenza collettiva. La sovranità popolare costituzionale è pluralismo, ricucitura delle differenze. Esige un sistema elettorale proporzionale, una riconquistata centralità del Parlamento (organo che è specchio del pluralismo), la valorizzazione dei corpi intermedi. Tutto ciò che, in due decenni di attentati politici alla Costituzione, è venuto meno. Il voto diretto per scegliere il presidente del Consiglio è indebolimento del conflitto sociale , passivizzazione della partecipazione. Rende evanescente il dissenso, lo emargina. È il contrario della filosofia di costruzione di un popolo partecipe che ha animato l’alto dibattito dell’assemblea Costituente e che ha orientato verso una democrazia orizzontale, costituzionale. La legalità costituzionale è limitazione del potere assoluto, è garanzia dei diritti. L’elezione diretta del presidente del Consiglio è, invece, concentrazione del potere. È pura propaganda dire che la proposta verte sulle esigenze di “stabilità e governabilità”. La situazione istituzionale è fin troppo stabile. Gramsci avrebbe parlato di “rivoluzione passiva”, di fronte al dogma neoliberista. La situazione sarebbe ancora più preoccupante se venisse approvata la cosiddetta “autonomia differenziata”: non solo la secessione delle aree più ricche del paese ma anche l’istituzionalizzazione delle disuguaglianze. È, in definitiva, in questa controriforma la discriminante tra democrazia costituzionale e democrazia plebiscitaria (il simulacro di una falsa sovranità). Tenteremo, anche questa volta, di essere partigiani della Costituzione.

Fate finta di essere felici

Fate finta di essere felici. Era questo il succo del messaggio girato tra i fedelissimi di Fratelli d’Italia disponibili a diventare claque a Caivano in occasione della discesa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Qualcuno si è scandalizzato, molti hanno finto di essere sorpresi. Eppure che la politica oggi sia soprattutto narrazione lo sappiamo da anni, insistono a denunciarlo sparuti intellettuali e giornalisti.

Con la narrazione i disperati sono diventati usurpatori: i poveri usurpatori di dignità, i migranti usurpatori di luoghi non loro, i giovani usurpatori del futuro a carico degli anziani, gli anziani usurpatori della sanità pubblica perché pretendono cure, i lavoratori usurpatori del reddito dei capi, gli ambientalisti usurpatori della serenità del sistema produttivo. Usurpatori dappertutto bastonati da parole mendaci e quindi violente, com’è ogni falsità spacciata per vera.

Solo che le parole, si sa, generano realtà e ci costringono a dibattere di questioni che sostanzialmente non dovrebbero esistere semplicemente perché non esistono. Così ci si può permettere tutto, su tutto. Matteo Renzi può accusare gli oppositori del jobs act di non avere «mai letto la legge» fingendo che quel provvedimento non sia stato letto e smontato dalla Corte Costituzionale. Giorgia Meloni può promettere e accusare l’opposizione di non permetterle di mantenere. Chi governa si può permettere di frignare denunciando l’oppressione del “pensiero dominante” di chi sta all’opposizione. 

Chi finge meglio di essere felice vince. 

Buon lunedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio a Caivano, 31 agosto 2023 (governo.it)

M. Gabriella Gatti, psicoterapeuta: L’ideologia della sopraffazione e quella duplice violenza sulle donne

Una lunga scia di femminicidi e di violenza contro le donne continua ad attraversare l’Italia ma non c’è ancora una sollevazione generale. È una emergenza strutturale, che non conosce tregua da anni, ma ancora non ci sono reazioni di massa come ci aspetteremmo. Anzi, sono tantissimi i tentativi di delegittimare le donne che hanno subito violenza. Sui media mainstream, sul web e non solo.

Siamo ancora sotto choc per lo stupro di Palermo con cui è stata doppiamente massacrata una ragazza di 19 anni, prima dal branco e poi da commentatori tv. Siamo sotto choc per la violenza, ripetuta e rimasta a lungo sotto silenzio di cui sono state vittime due bambine a Caivano agita da una gang di ragazzi e ragazzini cresciuti in un contesto di criminalità camorristica. Ciò che accomuna i due casi, oltre alle logiche mafiose, complici e omertose, è una dinamica di gruppo maschile violenta e perversa (lo dice persino il ministro Piantedosi). Come leggere queste azioni criminali? Sconvolge che i violentatori siano giovanissimi. Quale subcultura c’è dietro? Lo abbiamo chiesto alla professoressa Maria Gabriella Gatti, medico, psicoterapeuta con una lunga esperienza clinica riguardo all’età evolutiva e docente della scuola Bios Psichè.

Professoressa Gatti, come leggere le violente dinamiche di gruppo maschili e giovanili che abbiamo visto in azione a Palermo e Caivano e che si erano già manifestate a Roma in un ambiente sociale agiato con il cosiddetto “stupro di Capodanno” e in altre occasioni? Stare in gruppo è caratteristico dell’adolescenza, è un fattore di crescita, ma in questi casi è diventato darsi manforte per sopraffare ragazzine?
È normale nell’adolescenza che i ragazzi stiano insieme, si riconoscano tra pari, nelle molteplici difficoltà e insicurezze proprie di quest’età, che trasformando il corpo trasforma anche la psiche. Per i giovani la sessualità dovrebbe essere una meravigliosa scoperta, che apre le porte ad una nuova visione “dell’altro” che suscita sensazioni e immagini mai sperimentate, in una ricerca non sempre facile, ma che dà senso alla vita. In una fase così complessa dell’esistenza umana, l’identità viene messa alla prova: insieme gli adolescenti si sostengono e condividono le difficoltà delle nuove esperienze. Il gruppo di pari rappresenta una fase di transizione che facilita la separazione dai genitori, realizzazione psichica fondamentale perché si possa diventare uomini e donne con una propria identità definita. Questa dovrebbe essere la fisiologia, che noi adulti (come genitori, insegnanti, operatori dell’informazione, psicoterapeuti ecc.) dovremmo favorire e tutelare e nello stesso tempo mettendo in atto una critica continua nei confronti di quell’ideologia che vede nella sopraffazione dell’altro la realizzazione, comunque falsa, dell’essere umano. Su questo tema si dovrebbe avere un consenso più o meno unanime, almeno formale…

Ma quando si parla di violenza sulle donne, però non è così…
Di fatto, nonostante i legislatori abbiano emesso nuove o più numerose leggi e pene più severe, si constata che le storie di violenze e di uccisioni continuano ad accadere e vengono addirittura considerate eventi ineluttabili. A parte la denuncia e l’indignazione mediatica, non si intraprende alcuna ricerca per comprendere le cause dei crimini in questione che sono la conseguenza di un pensiero malato presente da millenni. La cecità affettiva della cultura dominante, negando l’identità e la realtà psichica della donna, finisce per limitare la concezione stessa di essere umano.

Vale a dire?
La violenza sulle donne non è solo sopraffazione, è molto di più: è non riconoscere loro alcuna identità umana e specifica realtà psichica. Le donne sono per molti uomini solo oggetto di possesso, adibite alla procreazione e alle cure familiari. Per giustificare questo pensiero “malato”, cioè non aderente alla realtà, si attribuisce la responsabilità dei crimini degli stupri ed abusi alle donne stesse che sarebbero colpevoli di seduzioni svianti, di costumi inappropriati e di esigere la propria libertà: insomma “il male” sarebbe nel genere femminile, che non avendo alcuna razionalità, necessiterebbe di un controllo maschile e sociale. È un pensiero delirante che ci portiamo dietro da millenni che impedisce una reazione corretta ed una trasformazione culturale.

Si tende a credere che le violenze accadano solo in determinati contesti degradati. È così?
Non si può pensare che la violenza di gruppo contro le donne, messa in atto dagli adolescenti di un quartiere di Palermo o nel Parco Verde di Caivano, possa accadere solo in ambienti socialmente molto degradati e come conseguenza di una sottocultura. È cronaca di tutti i giorni che queste violenze avvengono a tutte le latitudini e in tutti gli ambienti sociali. Gli atti criminosi vengono commessi anche da giovani che hanno un buon livello di istruzione scolastica e appartenenti a famiglie ben inserite nel tessuto sociale: siamo di fronte al prodotto di una cultura millenaria che nega appunto identità, libertà e sessualità alle donne. Non possiamo separare l’atto sessuale dall’intenzionalità degli aggressori, quando in essi c’è la volontà cosciente di ledere, sfregiare, distruggere la realtà psichica delle loro vittime.

Le leggi ci sono, vanno attuate, ma con tutta evidenza non bastano. Il ministro Valditara dice che bisogna fare formazione nelle scuole, in che modo andrebbe svolta?
Dovremmo chiederci cosa intendiamo per istruzione: una serie di nozioni e informazioni che vengono apprese in modo passivo senza stimolare minimamente il pensiero e l’identità personale? La scuola vuole alunni accondiscendenti e poco reattivi e raramente si apre la discussione su temi sociali ed etici, che eventualmente gli insegnanti fanno a proprio rischio e senza alcun sostegno. Penso che attualmente la scuola sia priva di strumenti che consentano la conoscenza della realtà umana: quest’ultima è tenuta, nella maggioranza dei casi, fuori dai rapporti scolastici e non considerata nei contenuti nelle varie materie d’insegnamento. Molte scuole hanno adottato gli sportelli con figure professionali di sostegno psicologico per gli studenti che vi vogliano accedere. Iniziative meritevoli che andrebbero comunque incrementate e approfondite.

Gli sportelli psicologici nelle scuole sono importanti presidi, purtroppo assenti a Caivano. Lì i violentatori hanno potuto agire indisturbati?
La vicenda di Caivano ripete purtroppo una lunga storia di violenza sulle donne proiettata in un tessuto degradato e malavitoso. I violentatori cercano come vittime bambine indifese che non hanno strumenti per reagire, si sentono così forti, anche se non sono altro che dei veri vigliacchi. Le vittime vengono sempre cercate tra le ragazze più timide e per annullare la loro volontà e consapevolezza si ricorre alla droga dello stupro o si approfitta di un momento di fragilità dovuto all’uso eccessivo di alcool e in questi casi si dice: se la sono cercata! Sicuramente Caivano è un quartiere dove la violenza è pressoché l’unica legge, ma quello che è accaduto alle due bambine e probabilmente anche ad altre merita una seria riflessione sulla complessità del fenomeno.

La lettera apparsa il 28 agosto su Repubblica del padre di una ragazzina vittima dello stupro di capodanno a Roma fa pensare, che ne pensa?
In questa coraggiosa lettera si coglie la gravità della lesione psichica subita da questa ragazza e la grande sofferenza che ne consegue. Molti adolescenti dopo abusi e violenze intraprendono comportamenti autolesivi e distruttivi sia fisici che psichici con vissuti di angoscia e di vuoto, fino al ritiro sociale. Uno specifico percorso psicoterapeutico può fornire non solo strumenti di comprensione ma ricreare un’identità che consenta nuovamente di aver fiducia negli esseri umani.

Quali sono le conseguenze che chi è stata violentata si trova ad affrontare? Vittorino Andreoli ha parlato di omicidio psichico rispetto a questi drammatici fatti, lei ne aveva già lungamente parlato su Left rispetto alla pedofilia.
Per gli adolescenti che hanno subito abusi è possibile far superare loro il trauma con uno specifico trattamento psicoterapico. Per i bambini la violenza produce un danno ancora più difficile da riparare per la loro identità meno strutturata e le minori difese: per questo motivo possiamo definire la violenza sui bambini un vero “omicidio psichico”, come ho più volte sostenuto. Con Andreoli non si può essere d’accordo sul fatto che ciascun uomo, come egli ha più volte affermato, è potenzialmente un assassino. Non siamo tutti figli di Caino e non abbiamo il marchio indelebile del peccato originale.

I turisti italiani “scoprono” l’Albania. Ma fra mille, antichi, pregiudizi

Nel 1995 Rando Devole e Ardian Vehbiu pubblicavano il libro La scoperta dell’Albania. Gli albanesi secondo i mass-media” mostrando come l’immagine degli albanesi in Italia fosse fortemente condizionata da stereotipi dovuti alla chiusura del Paese durante il comunismo. L’attenzione mediatica che ha avuto il turismo italiano in Albania recentemente, rivela l’attualità del libro poiché i pregiudizi sugli albanesi ancora perdurano nonostante che il regime comunista sia finito da oltre trent’anni.

Prima di addentrarci nell’attualità si deve fare una premessa al fine di collocare i viaggi turistici in Albania in una prospettiva temporale più ampia. Le relazioni tra Italia e Albania sono fortemente radicate nella storia dell’imperialismo e del colonialismo italiano nel Mediterraneo. Già alla fine dell’Ottocento, le élites politiche del Regno d’Italia miravano ad annettere territori albanesi adiacenti la costa Adriatica che facevano parte dell’Impero Ottomano. Diversi diplomatici, studiosi e giornalisti italiani visitarono la regione tra Ottocento e Novecento. I loro resoconti di viaggio divennero le principali risorse d’informazione sugli albanesi e sono utilizzati ancora oggi come fonti storiche. Non conoscendo né la lingua e né le culture locali, le impressioni dei viaggiatori erano contraddittorie e condizionate dai bagagli di pregiudizi che si portavano da casa. Gli occidentali vedevano i Paesi balcanici come una terra di passaggio tra Europa civile e oriente barbaro. Gli albanesi erano descritti come un popolo selvaggio, anarchico, “nietzschiano”, e tendenzialmente criminale che viveva diviso in “tribù” e che non poteva incivilirsi senza il sostegno dell’Italia. Questi argomenti furono utilizzati per giustificare l’annessione italiana del sud dell’Albania dopo scoppio della Grande Guerra e l’occupazione dell’intero Paese nell’aprile del 1939, alla vigilia del nuovo conflitto mondiale.

L’interesse turistico per l’Albania sorge nel momento in cui si inizia a pensare ai territori “albanesi” come futuri possedimenti italiani. Viaggiatori come Antonio Baldacci, Arturo Galanti, Pio Biondoli, Vico Mantegazza e tanti altri indicavano l’Albania come meta per cacciatori, amanti della natura e dell’alpinismo. Essi inoltre fornivano descrizioni dei costumi e degli aspetti fisici di donne e uomini, che servivano per stimolare la curiosità e la fantasia erotica dei lettori anche in funzione eugenetica. Le guide turistiche sono il prodotto del processo di domesticazione e incorporazione dell'”altro” e degli ambienti “esotici” nell’immaginario imperiale. La guida L’Adriatico orientale da Venezia a Corfù pubblicata da Giuseppe Marcotti nel 1899, dà risalto al lascito architettonico e culturale della dominazione romana e veneziana che erano considerati da molti viaggiatori italiani come gli unici periodi in cui i territori albanesi avevano goduto di pace e prosperità. Lo stesso obiettivo avevano testi più elaborati che furono pubblicati nelle decadi successive come L’Albania Antica (1924), di Luigi Maria Ugolini, finanziata dell’Ente turistico italiano e L’Albania (1940), pubblicato dalla Consociazione turistica italiana.

Le opinioni, i concetti, e le categorie di origine coloniale sono ancora diffusi nella società contemporanea dato che, ad eccezione di singoli ricercatori, una riflessione sistemica sugli effetti a lungo termine del colonialismo non è mai stata intrapresa. Al contrario, si nota come figure istituzionali elogino il colonialismo italiano considerandolo un fattore di civiltà e utilizzando dunque gli stessi argomenti che erano in voga nel periodo liberale e fascista. Non è insolito leggere articoli e libri recenti che fanno riferimento ad “Albania una e mille” di Indro Montanelli pubblicato nel 1939, come una fonte attendibile, nonostante che il libro fosse scritto per giustificare l’annessione italiana dello Stato vicino.

Il retaggio dell’ideologia coloniale condiziona anche l’attuale politica estera italiana che vede l’Albania e i Balcani come zona di espansione economica. L’Italia è il principale partner economico albanese. Vi sono oltre duemila aziende italiane in Albania, alcune delle quali operano in settori chiave come quello bancario, edilizio e energetico. A Tirana ha sede l’ufficio dell’Agenzia italiana per lo sviluppo e la cooperazione. La maggior parte dei fondi a disposizione dell’agenzia sono spesi per progetti che hanno luogo in Albania. L’economia albanese è già fortemente legata a quella italiana. Tuttavia, il governo italiano sta incitando le aziende a investire di più nel Paese vicino. In linea con queste direttive, il ministro del turismo Daniela Santanché si è recata a Tirana ad inizio agosto per convincere la sua omologa Mirela Kumbaro a dare agli operatori italiani maggiori opportunità imprenditoriali ( Salvo poi affermare Vacanze in Albania non c’è paragone con l’Italia ndr).

L’attuale attenzione che la stampa italiana ha dato al turismo italiano in Albania non deriva direttamente dalle relazioni italo-albanesi, ma da altre questioni. La campagna mediatica è stata resa popolare da La Repubblica, che descriveva l’Albania come “l’ultima spiaggia” per gli italiani che non possono permettersi le vacanze in patria perché costano troppo. Lo scopo del quotidiano non era elogiare l’Albania che viene presentata come meta low cost, ma criticare il governo e in particolare il ministro Santanché per non aver valorizzato le località italiane. Il premier albanese Edi Rama ha rubato la scena a tutti/e pubblicando l’8 agosto una foto della nave albanese Vlora carica di migranti che raggiunsero le coste italiane nell’estate del 1991. Il viaggio della Vlora è famoso per il modo in cui le migliaia di persone a bordo furono trattate dalle autorità italiane. I migranti furono portati all’interno dello stadio vecchio di Bari dove furono lasciati per giorni sotto al sole senza adeguato accesso all’acqua, al cibo e a servizi igienici. Si trattò di una delle brutte pagine della transizione albanese che mostrarono l’impreparazione e il razzismo delle istituzioni italiane.

Il “trollaggio” è stato utile a Rama per catturare l’attenzione dei quotidiani italiani ai quali ha rilasciato interviste a profusione. Su Libero Edi Rama ha definito Meloni “una tigre” della politica e l’Albania come una “piccola Italia”. L’aver equiparato il Paese da lui governato a un’appendice dello Stato vicino assecondando così i disegni di espansione che ancora permangono nella diplomazia italiana, è stato un modo di fare propaganda turistica presso quella parte di popolazione che ostenta orgogliosamente i propri pregiudizi verso gli albanesi. Inoltre, Rama forse sperava di far dimenticare le critiche rivolte al suo governo da Londra a causa dei flussi di migranti albanesi che attraversano illegalmente La Manica e che sono considerati una minaccia per l’ordine pubblico del Regno Unito. L’immagine progressista che Rama vuole dare di sé, gli è utile per controbilanciare le accuse che riceve quotidianamente dai partiti e dalla stampa d’opposizione. C’è stato perfino chi ha accusato il primo ministro di essere un autocrate che mina le libertà di stampa e di distruggere il patrimonio storico e naturale del Paese mediante opere di cementificazione per fini speculativi.

Il dibattito italiano ha continuato ad evolversi indipendentemente dagli interventi di Rama. Dopo una prima fase in cui l’Albania era dipinta come una felice scoperta per vacanze popolari, la stampa italiana ha dato risalto a opinioni opposte. Il Gazzettino, Libero e altri quotidiani hanno riportato recensioni di turisti che si lamentavano dei servizi, dei prezzi e delle spiagge perché erano inferiori alle loro aspettative. Oltre al fatto che trovare una spiaggia ideale ad agosto nella costiera adriatico-jonica spendendo poco è un’ambizione velleitaria, il problema principale di queste “critiche” è che estendono un giudizio personale maturato in seguito ad una conoscenza molto limitata del territorio, a tutto il Paese. Il disappunto dei turisti italiani è dovuto alla carenza di informazioni adeguate sull’Albania. In tal modo, l’attenzione mediatica è finita per riprodurre, come al solito, una serie di stereotipi, per lo più negativi, non senza accenti razzisti come, a mio avviso, certi articoli pubblicati da Mowmag. Il ritorno ai pregiudizi classici è stato accolto con piacere da persone che, come il governatore Toti, si sono sentite oltraggiate dall’idea che l’Albania potesse essere paragonata all’Italia che, dal suo punto di vista eurocentrico, risulta avere “la percentuale più alta dei beni culturali al mondo”.

Uno degli aspetti che maggiormente colpiscono dal modo in cui è stata raccontata l’Albania è la mancanza di voci albanesi, a parte ovviamente la voce di Rama che è diventato un personaggio ubiquo. Vi sono oltre quattrocentomila cittadini di origine albanese stabilmente residenti in Italia. Molti di loro hanno le conoscenze e le capacità professionali per esprimere un punto di vista complesso sul Paese dando così la possibilità di conoscerne meglio la cultura, la geografia, la storia a chi non ha avuto la possibilità di andarci spesso o di fare studi approfonditi. Lo stesso potevano fare tanti giornalisti albanesi residenti in Albania che la stampa italiana raramente interpella. Ultimamente si parla degli albanesi come esempio di “integrazione”, ma la voce degli albanesi così come quella di molte altre comunità di origine diasporica è del tutto assente dai giornali italiani più diffusi. Indipendentemente dall’orientamento politico, la stampa nazionale non è inclusiva e non rappresentano larghe fasce della società contemporanea. Dal momento che la narrazione dell’Albania è affidata a persone che la conoscono attraverso i filtri dell’ideologia coloniale, essa sarà ciclicamente riscoperta attraverso dinamiche relazionali e categorie descrittive di stampo ottocentesco.

L’autore: Saggista e scrittore Fabio Bego è coautore del libro Invito al viaggio. In Albania(TrE-Press). Da segnalare due suoi recenti articoli usciti su Balkan Insight

 

La foto è di Di Artur Malinowski – @Flickr: