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Oltre la maschera, Alter Heroes

testo e foto di Marco Scardovi

Quanto (poco) possiamo dirci incuriositi dalla vita delle persone che incrociamo per strada? Le percepiamo appena, quasi fossero ombre di passaggio sul nostro cammino. Modelli inconsapevoli che vestiamo con maschere omologanti, tendenti al grigio, il cui fine ultimo è semplificare una complessità che – anche non dovesse spaventare – rischierebbe comunque di disorientare. Quasi volessimo mantenere il diritto ad osservare ma stessimo perdendo la capacità di comprendere, sembriamo essere pronti a relegarne le esistenze all’unico ruolo che sembra loro attribuibile: quello di comparse. A questo tipo di maschere intendono contrapporsi quelle indossate dalle persone ritratte in queste foto. Maschere forse deboli nella trama, ma forti nel significato anche in quanto simboli. Osservandole, verranno certamente in mente i nomi dei supereroi a cui fanno riferimento: Batman, Superman o Flash. Meno immediato, ricordare invece i nomi degli alter ego che si celano dietro ad esse, veri e più autentici protagonisti di ogni avventura, detentori della dimensione più intima e complessa di ogni supereroe. Per quanto riguarda i/le protagonisti/e di questi scatti, basti sapere che – dopo aver attraversato il Sahara, la Libia e il Mar Mediterraneo – i loro destini si sono incrociati nel 2016 a Lugo di Romagna.

Riace resiste e chiede giustizia per Lucano

Amedeo Ciaccheri e Mimmo Lucano

Crollate le accuse contro l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano e completamente stravolta la sentenza di primo grado del Tribunale di Locri che lo aveva condannato a oltre 13 anni per reati gravi tra cui associazione per delinquere, truffa, peculato. La Corte d’appello di Reggio Calabria ha condannato Lucano a 1 anno e 6 mesi con pena sospesa: un decimo di quanto chiedeva la procura. Assolti tutti gli altri imputati. Oggi, 11 ottobre, nelle ore in cui è arrivata la notizia della sentenza d’appello, vi proponiamo il reportage integrale di Amedeo Ciaccheri da Riace, uscito nel numero di settembre 2023 di Left. 

Battuta dal vento Riace aspetta sulla collina. Un piccolo borgo immerso nella Locride calabrese che ha conquistato l’attenzione del mondo intero per ben due volte negli ultimi cinquant’anni, a vederlo oggi sembra davvero che dorma impassibile di fronte alla storia e in attesa di un destino già scritto. Come tanti altri borghi su queste stesse colline, come potrebbe dirsi di tanti altri luoghi delle cosiddette aree interne, Riace sa che in questo modello di sviluppo non ha futuro. Lo avrà forse la Marina del paese, che ambisce a trovare il suo posto almeno per qualche mese l’anno nell’industria del turismo. Qualche anziano nei bar, poche luci accese nel paese. Rimangono aperte le botteghe di un altro mondo possibile, il vasaio di Kabul, le sarte, gli artisti, e attendono, anche se non ci sono passeggiatori pronti a entrare. Un sonno inquieto dove non c’è pace e rassegnazione mista a rabbia si contendono il campo. Il 20 settembre Domenico Lucano, detto Mimmo, detto Mimì Capatosta, tornerà sul banco degli imputati per essere nuovamente giudicato sulla sua condotta da sindaco prima che una piccola restaurazione tornasse a conquistare questo piccolo borgo che ha tentato la rivoluzione.
In questa estate torrida un mese di eventi e incontri ha animato il Villaggio globale di Riace sfidando il senso di sconfitta e la ragionevolezza. Un appuntamento per rinsaldare alleanze e rilanciare.

Non è difficile raggiungere Riace: in aereo fino a Reggio o Lamezia, qualche ora di macchina, qualche ora di treno. Eppure c’è chi ha lavorato per rendere Riace irraggiungibile tentando di farne un ricordo. Non è difficile raggiungere Riace ma chi la mette sul banco degli imputati qua non c’è mai stato. Probabilmente proverebbe vergogna. Anche la Fattoria sociale non si è fermata. Rinata negli ultimi mesi grazie all’utilizzo di una parte minimale del fondo di solidarietà mosso dalla campagna che Luigi Manconi e tanti altri hanno sostenuto in giro per l’Italia, la Fattoria sociale resiste aggrappata alla montagna. I suoi asinelli, le galline, le papere possono continuare a contare sul lavoro dell’associazione Città futura e di altre complicità solidali, come i ragazzi di Alex Zanotelli. In tempi di dibattito sulla conversione ecologica, la Fattoria sociale non vale solo come esperienza di inserimento lavorativo ma trae la sua importanza nell’aver messo in sicurezza il costone di un monte, recuperato il corso storico di un fiume e frenato così il dissesto idrogeologico. In tempi di alluvioni e frane, pensare a questo qualche anno fa, sembra eccezionale ma non lo è. È solo giusto.Tanti, tantissimi, a cominciare da Left hanno parlato in questi anni di Riace per il modello di accoglienza integrata che Domenico Lucano ha saputo costruire o raccontare le pratiche di comunità che Mimmo ha saputo valorizzare, esercitando la forza di un ideale in contro tempo. Mentre la globalizzazione concentra valori e persone nelle grandi città. Mimmo ha tolto la polvere dalle radici di un ideale antico di giustizia sociale per fare poche cose semplici. Riace è stato per questo un laboratorio politico, un esperimento di democrazia integrale, di riappropriazione della decisione, un problema per la sinistra che cerca nel nuovo millennio una nuova costituzione materiale e che possa reimmaginare ancora una volta il suo rapporto con il potere.

Un agosto militante, davvero sarebbe da dire, quello appena trascorso a Riace, per l’ostinazione di voler raccogliere insieme una geografia solidale, da Luigi Ferrajoli a Wim Wenders, da Eugenio Bennato a Mario Oliverio, da Nichelino in Piemonte alla Garbatella romana. A vedere quanti in questi anni hanno speso dichiarazioni su Riace, può sembrare poca cosa ma non è così. C’è chi è importante che ci sia per tenere insieme iniziativa politica e scenari giuridici, la musica e il dibattito, i laboratori e le cene a tarda notte, il mondo e il borgo.

Mimmo Lucano non è più sindaco e affronta questa battaglia da militante così come ha cominciato nei collettivi diversi decenni fa ma venire a Riace può aiutare chi segue da lontano le vicende di questo Davide che affronta Golia, per sfatare un mito. Mimmo non è un uomo solo. Questo racconto della solitudine di Lucano ha svolto fino a oggi la sua opportuna funzione nel dibattito pubblico: il povero cristo, l’utopista, il disgraziato, in qualche modo è stato fatto pagare a Riace di essere divenuta un simbolo della Liberazione dei nostri tempi, quella di Tonino Bello ad esempio, dove umanità e critica sistemica si tengono insieme. Ma attraversare Riace in questa calda estate italiana dove si fatica a costruire le battaglie dell’autunno su povertà e autonomia differenziata, e mentre la guerra continua, consumando la credibilità della politica europea, si può credere che qua la sinistra potrebbe ritrovare sé stessa. Non un uomo, ma un progetto, intanto antirazzista, e poi radicale, che usa il linguaggio di tutti, e non quello delle élite ma rivoluziona la qualità della vita e le prospettive di futuro. Un progetto che non poteva andare avanti tranquillo.
Mimmo non vuole essere un martire. È tosto, e all’opportunismo di diventare un personaggio non ha ceduto. Una novità per la sinistra dei nostri tempi, ammalata di tatticismo, che ha tentato negli ultimi anni la scorciatoia dell’album di figurine dove incasellare tutti, generalesse e generali senza esercito, al massimo con un liquido pubblico di follower.

Riace perciò resiste a modo suo, come una comunità, sotto schiaffo certo, ma una comunità: i migranti, gli attivisti della prima ora, i ragazzi che non vogliono vedere morire il borgo dei propri genitori e per questo sentono dentro la forza di una militanza necessaria, gli avvocati, i sindaci vicini e quelli lontani, gli artisti, i giornalisti. Riace si è fatta porta d’Europa in questi anni e se condivide le sue buone pratiche con tante altre esperienze a lei vicine e lontane, Riace per prima, così com’è stata con Lucano sindaco ed è ancora ostinatamente oggi, ha colto la forza politica di una sfida valoriale in questo tempo e della critica a questo modello di sviluppo. Non solo accoglienza ma democrazia, ecologia, lavoro, futuro, diritti.

Da una sfida contro la morte della sua comunità Lucano ha tratto forza, parole e motivazione per inventare un mondo che prima non esisteva. Un mondo giusto e possibile, non facile ma possibile. Questo mondo andrà a processo il 20 settembre per l’appello alla condanna di questa storia. Le accuse di peculato e abuso d’ufficio sono uno scandalo per chi conosce questo borgo ma l’ostacolo ormai è obbligato.
Che venga riconosciuta l’innocenza di Lucano e degli altri imputati non è importante solo per liberarli da una ingiusta gogna ed eliminare la scure economica che pesa su di loro come un macigno ma per tornare ad affrontare la sfida politica di Riace. Che Lucano possa essere di nuovo sindaco o ancora di più, militante per una Europa di pace, sarebbe una bella battaglia da combattere, non per lui ma per la sinistra che meritiamo. Una sfida collettiva, non numeri primi ma moltiplicatori generativi, come è Mimmo, per cui il potere è un oggetto da distribuire, potenza di trasformare, battaglia e non solo testimonianza.
Una cosa possiamo fare: aprire ambasciate di Riace in ogni città. Anti nazionaliste, municipaliste, ambasciate di umanità e complicità per sostenere questa esperienza e la sua battaglia.
Perché quando Lucano dice rifarei tutto, senza rimpianti, senza rancore, non fa solo una affermazione, ma ci fa una domanda: rifarei tutto, saremo insieme? Ecco una domanda giusta per la sinistra del nostro tempo.

L’autore: Amedeo Ciaccheri è presidente del Municipio VIII di Roma

 

 

I braccianti del ghetto sulle orme di Di Vittorio

In fuga non soltanto dalla guerra, ma anche dalla siccità che provoca carestie e strangola lentamente interi Paesi africani, loro sanno bene quale sia il valore dell’acqua. Dove c’è, si può lavorare la terra, coglierne i frutti, in una parola vivere. Per questo quei grandi serbatoi azzurri che sono finalmente arrivati a Borgo Mezzanone sono stati salutati come un evento. Già, perché ai lavoratori agricoli della Capitanata e del Tavoliere, migranti arrivati fin qui per raccogliere frutta, verdura e ortaggi che crescono negli sterminati campi pugliesi, mancava perfino l’acqua potabile. Sono stati versati fiumi di inchiostro per denunciare l’insostenibile condizione di chi vive in questa vecchia pista aeroportuale, a pochi chilometri da Foggia, costruita dagli alleati durante la Seconda guerra mondiale, dismessa un quarto di secolo fa e subito diventata, nel linguaggio burocratico, un centro di accoglienza per rifugiati. Quale accoglienza? Nemmeno l’acqua potabile hanno avuto, almeno fino a inizio di agosto.

Andrea Orlando: Il governo Meloni è forte con i deboli

Un anno fa da ministro del Lavoro Andrea Orlando aveva avanzato una proposta sul salario minimo, ma poi cadde il governo Draghi. Poi è arrivata la proposta unitaria di Pd, M5s, Alleanza Verdi e Si, + Europa e Azione ma è stata votata una sospensiva. L’11 agosto scorso la premier Meloni, convocando le opposizioni, ha lanciato la palla in tribuna, affidandola al Cnel. Il dibattito sul salario minimo così slitta a ottobre, se non addirittura a gennaio, visto che prima c’è la legge di bilancio. E tre milioni e mezzo di lavoratori poveri restano ancora al palo. Nonostante i sondaggi e le raccolte di firme dicano che gran parte dell’opinione pubblica vuole una legge sul salario minimo (sul modello di quel che accade in 22 Paesi dell’Unione europea) le forze di governo alzano un muro di obiezioni.
Andrea Orlando, cosa rispondete a chi dice che un salario minimo per legge indebolirebbe la contrattazione?
Intanto è importante chiarire quale è la nostra proposta di salario minimo. Non viene introdotta come in altri Paesi rimettendola semplicemente a una decisione del Parlamento o dell’autorità politica. In Turchia, per esempio, prima delle elezioni, Erdoğan ha alzato il salario unilateralmente. La nostra proposta invece lega il salario minimo alla contrattazione come norma, cioè estende i migliori contratti a tutti i lavoratori di un settore. Interviene come una clausola di legge che fissa un minimo sotto il quale non si può andare nella contrattazione. Altro aspetto importante è che il salario minimo viene fissato con la concertazione che coinvolge le parti sociali. Ripeto, non è il Parlamento o il ministro del Lavoro che decide arbitrariamente.

Il catechismo della scuola digitale

Da una parte i docenti e dall’altra i funzionari ministeriali e i pedagogisti. Nel mezzo, l’orientamento sempre più digitale del ministero. Non si era mai arrivati a una distanza tanto ampia tra la visione della scuola più diffusa nel corpo insegnante e le concezioni didattiche dell’apparato burocratico-pedagogico che definisce le linee di indirizzo del sistema di istruzione. Leggendo i documenti ministeriali in tema di didattica e partecipando ai corsi di aggiornamento proposti dall’apparato burocratico-pedagogico, si avverte un’ostile estraneità, come se si fosse smarrito il senso del lavoro del docente. Come si è arrivati a questi livelli di incomprensione tanto alti? Sicuramente attraverso decenni di comunicazione a senso unico: in convegni e incontri pubblici, per esempio, le rare occasioni di compresenza – e quindi di possibilità di dialogo – di funzionari dell’apparato e di docenti di scuola si sono dissolte in un nulla di fatto, con i rappresentanti dell’apparato intenti a dispiegare le magnifiche sorti e progressive dell’innovazione didattica e i docenti di scuola costretti a un ascolto passivo, prima della sparizione (letterale), per improrogabili impegni istituzionali, dell’imbonitore di turno.

La scuola pugnalata da Calderoli

«Quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il Presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue …». Queste sono le parole che il padre costituente Piero Calamandrei disse agli studenti l’11 febbraio 1950. Fissiamole bene a mente. Non si sono dedicate adeguate analisi alle possibili conseguenze sul sistema nazionale dell’istruzione dei provvedimenti relativi all’autonomia differenziata, che saranno messi in campo se il ddl 615, promosso dal ministro degli Affari regionali, Roberto Calderoli, dovesse andare in porto.

I dispersi e i salvati

Dispersione scolastica significa dispersione sociale. Il quadro è ormai chiaro, dopo decenni in cui in Italia il tasso di abbandoni scolastici, nonostante leggere flessioni nel tempo, è rimasto costantemente alto, collocando il nostro Paese tra i primi in Europa. Ed è altrettanto evidente che il sistema scolastico, da solo, non può arginare questo fenomeno. Si tratta di un’emergenza sociale complessa le cui cause sono molteplici, tra cui: gravi condizioni economiche delle famiglie, povertà educativa, contesti territoriali disgregati, assenza di servizi per la prima infanzia. Una situazione ben nota da anni ma, a quanto pare, visti i dati negativi che persistono, le soluzioni si sono rivelate sempre insufficienti. E tali appaiono anche gli interventi previsti nel Pnrr. La dispersione scolastica è la punta di un iceberg, il campanello d’allarme sulle condizioni di vita di un’Italia povera, economicamente e culturalmente, ma soprattutto senza sbocchi per il futuro. Perché poter studiare, anche in questi anni tormentati da crisi, pandemia e guerra, rappresenta una speranza di cambiamento. Individuale e collettivo. Viceversa, rinunciare alla scuola significa incontrare maggiori rischi di disoccupazione o lavoro in nero e minorile, povertà, esclusione, e anche, purtroppo, possibilità di devianza.

L’inganno del liceo made in Italy

Qualcuno sostiene che la destra al governo abbia dovuto sottostare in molti campi a vincoli e accettare di conseguenza annacquamenti e mediazioni. Sarà anche così, ma non sulla scuola. Sulla scuola sta facendo la destra.
Porta avanti la propria visione che, se sorprende, è per la nitidezza del progetto e l’ostentazione con cui viene esposta. Come se desse per scontata l’approvazione collettiva.
Questo a mio parere è il frutto da un lato, di un senso comune di taglio profondamente conservatore che non si è riusciti minimamente a scalfire; dall’altro, della incertezza del centrosinistra di governo che negli anni sul tema scuola ha commesso un errore dietro l’altro. La lista sarebbe lunga ma adesso siamo in emergenza e non serve l’elenco degli errori. Occorre capire (e farlo capire alla scuola e al Paese) cosa sta succedendo. Perché sta passando il messaggio che il “disastro” della scuola sarebbe colpa dello spirito che mosse le sperimentazioni partite dagli anni Settanta, di Barbiana, dell’egualitarismo che avrebbe eliminato ogni gerarchia, il riconoscimento del merito e quindi la valorizzazione dei migliori.
Possibile che non si riesca a vedere come il modello allo sfascio, perché anacronistico in una società che non può che reggersi su una cultura alta e diffusa, è ancora quello gentiliano che purtroppo porta benissimo i suoi cento anni?

L’anno che verrà

foto di Renato Ferrantini

Settembre è il mese delle ripartenze, della ripresa delle attività, una specie di nuovo inizio anno dopo la sospensione estiva. E tra le ripartenze ce n’è una che coinvolge milioni di persone: è l’avvio del nuovo anno scolastico. Quindi è giusto chiedersi che anno sarà per la scuola italiana, per gli studenti e le studentesse, per tutti coloro che nella scuola lavorano: docenti, personale Ata, dirigenti. Lo facciamo con la consapevolezza che stiamo parlando della infrastruttura sociale fondamentale per il Paese, per il suo sviluppo democratico ed economico, presente ovunque, dalla grande città ai piccoli centri. Lo facciamo perché ci interessa, perché è un patrimonio che ci appartiene e che vogliamo preservare e difendere: la scuola pubblica. La scuola misura lo stato di salute sociale e democratico di un Paese.
La sua missione fondamentale è concorrere all’uguaglianza sostanziale concretizzata dall’articolo 3 della Costituzione, fondamento del principio di solidarietà. Significa cioè che le è affidato il compito di assicurare l’uguaglianza delle condizioni di partenza, di fare cioè in modo che tutti e tutte partano sulla stessa linea. È lo strumento più potente per combattere le disuguaglianze e nello stesso tempo per assicurare, attraverso gli strumenti della conoscenza, la libertà. È il luogo dell’inclusione perché è aperta a tutti e tutte. Perché è bene ricordare il senso e gli obiettivi della scuola pubblica?

La risposta è che questo senso e questi obiettivi si sono persi o fortemente attutiti nelle scelte del decisore pubblico negli ultimi venti anni e nella stessa narrazione pubblica che si fa sulla scuola. Se passiamo in rassegna le scelte politiche che abbiamo alle spalle, il sistema di istruzione è stato troppo spesso oggetto di tagli e non di investimenti e gli interventi di riforma sempre subiti e non condivisi con coloro che devono farsene carico tutti i giorni: gli insegnanti e il personale della scuola tutto.

Infine mi riferisco alla tentazione – sempre presente – di privatizzazione del sistema pubblico di istruzione. Questo quadro non muta molto se guardiamo ad oggi. I tempi che attraversiamo sono caratterizzati da un aumento delle disuguaglianze sociali, territoriali ed economiche, un impoverimento delle condizioni materiali che è aumentato nell’ultimo anno per effetto della crescita dell’inflazione, con un rafforzamento delle disparità generazionali di genere. Nello stesso tempo stiamo attraversando cambiamenti epocali – transizioni – che pongono al centro della possibilità di competere dell’Italia la conoscenza e la scienza: mi riferisco allo sviluppo delle tecnologie digitali e alla riconversione ecologica delle produzioni e degli stili di vita. Sfide che impongono un cambiamento del punto di vista e politiche lungimiranti finalizzate alle prossime generazioni, le Next generation evocate dall’importante programma europeo licenziato dopo la crisi Covid. Cioè, ci troviamo in una fase delicata e di passaggio in cui le politiche pubbliche dovrebbero promuovere il contrasto alle polarizzazioni e alle disuguaglianze di accesso, garantendo una maggiore offerta di istruzione pubblica, allargando e rendendo effettivo il diritto all’istruzione ben oltre il termine obbligatorio di studi: quella formazione permanente e lungo l’arco della vita necessaria per affrontare questi rapidi cambiamenti e contrastare le nuove esclusioni sia occupazionali che democratiche.

Purtroppo non è questo che sta accadendo. Il governo di destra che si è insediato meno di un anno fa ci propone ricette note e stravecchie. In termini generali dopo la approvazione della legge delega sul fisco, abbiamo più di qualche preoccupazione, se non evidenti certezze, che il sostegno economico al sistema di welfare di questo Paese e alle istituzioni della conoscenza rischia di essere pregiudicato. Sulle questioni invece specifiche, siamo alle prese con l’ennesimo taglio delle istituzioni scolastiche o dimensionamento che dir si voglia, che sotto la presunta egida del Pnrr ridurrà del 9% le scuole esistenti. Peccato che il Pnrr c’entri poco e che ci troviamo di fronte ad una sorta di spending review sulle spalle degli studenti.

Decreti come un cinegiornale

Tra cent’anni quando storici e studiosi studieranno questo tempo potranno tranquillamente scorrere i nomi affibbiati ai decreti passati dal Consiglio dei ministri per ripassare la cronaca. Dal decreto Cutro al decreto Caivano la propaganda governativa nei suoi decreti più pubblicitari che legislativi ha trasformato l’attività politica in cronaca nera di risulta. Se accade qualcosa di tragico Giorgi Meloni e la sua schiera di ministri sono pronti a confezionare un bel decreto con qualche nuova punizione: è il panpenalismo tipico degli incapaci a governare le trasformazioni. 

Nel decreto “Caivano”, l’ultimo della serie, si prevede di risolvere il disagio giovanile mandando in carcere i genitori che non garantiranno la frequenza della scuola obbligatoria. Risolvere il disagio di un ragazzo arrestando i genitori è un’idea che suggerisce una chiara idea del solo della politica: tamponare, incerottare per inettitudine nel costruire. Della stessa stregua è l’ossessione dei siti porno come colpevoli degli stupri, secondo la stessa strategia dell’alienazione per cui la “colpa” di tutto ciò che accade sia sempre “fuori” dalla società. 

Così, insieme all’ennesimo osservatorio che nel giro di qualche anno si ritroverà senza mezzi e senza risorse, si pensa a un nuovo proibizionismo: quello telefonico. Nel Paese in cui non si riesce a evitare che i detenuti pubblichino le loro gesta su TikTok il governo aveva due strade: ammonire i grandi gruppi dietro i social o partorire una punizione (che non riusciranno a controllare) contro i ragazzetti. Inutile dire quale strada abbiano preso. 

Buon giovedì.