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Le trame di Filomeno

La mostra di Angelo Filomeno al Must di Lecce, foto di Rosanna Carrieri

A cosa e a chi servono le mostre d’arte contemporanea? Sono convinta che servano alla collettività (o almeno così dovrebbe essere), non solo con un fine divulgativo, ma anche di tutela della memoria comune, del pensiero critico e degli spunti che da esse scaturiscono. E una mostra aperta fino al 22 ottobre a Lecce nel museo civico (Must) è in tal senso occasione di diverse riflessioni. In primo luogo, nel suo merito estetico e scientifico, che nel caso di Angelo Filomeno. Works. New Millennium, ideata da Claudia Branca e curata da Massimo Guastella, è indubbio, sia per la perizia tecnica che le circa sessanta opere dimostrano e per le scelte allestitive, sia per il rigore critico e filologico (ormai in disuso nell’iperconsumo delle mostre) e l’attenta ricostruzione condotta dal curatore in catalogo, del percorso artistico di Filomeno, newyorkese d’adozione da oltre trent’anni ma originario di San Michele Salentino, paese della provincia brindisina.

Un ministero alla deriva

Il ministro della cultura Sangiuliano

Facili profeti, anzi Cassandre, eravamo stati a febbraio nell’evento organizzato a complemento del numero di Left (2/2023), quando, a commento dell’atto di indirizzo del ministro Sangiuliano che fissava le priorità politiche del triennio 2023-2025, avevamo sintetizzato gli obiettivi del governo quanto a politiche culturali, come ispirati di fatto alla velleitaria esaltazione di primati culturali, funzionale da un lato all’appiattimento definitivo del patrimonio culturale a merce finalizzata alla rendita turistica, e dall’altro ad una quasi ossessiva rivendicazione identitaria, in termini conservatori. Ammettiamolo, però: nonostante le avvisaglie, e benché preparati al peggio, pochi di noi si aspettavano il livello di rozzezza, trash, incompetenza, asservimento, in una parola, cialtroneria che ha accompagnato la puntuale applicazione di quegli indirizzi politici.

Maurizio Ferraris: Tutta colpa della tecnologia?

L’ingresso dell’intelligenza artificiale (AI) nella vita di tutti i giorni ha aperto molti interrogativi e dibattiti. Alcuni giustamente anche sulla sua efficacia, dal momento che molte sue applicazioni si sono rivelate fin qui alquanto scarse e fallaci. Ma c’è anche chi si interroga sulla sua pericolosità, paventando persino che possa diventare «un’arma di sterminio dell’umanità». L’allarme è partito proprio da alcuni scienziati che hanno lavorato alla sua progettazione e che, nonostante ciò, hanno lanciato appelli e moniti (a cominciare da Sam Altman, Ceo di OpenAI e progettatore di ChatGpt): messaggi che hanno creato non poco sconcerto e che hanno dato indirettamente la stura a millenaristi che parlano dell’intelligenza artificiale come di una minaccia per l’uomo, preconizzando che l’AI possa diventare (non si sa come) consapevole di sé, prendendo il sopravvento su di noi umani, portandoci all’estinzione.
Come leggere queste fantasticherie? Cosa c’è dietro questa tecnofobia generalizzata? Quali sono i reali interessi in gioco? E dall’altro lato quali sono i vantaggi delle nuove tecnologie per la nostra vita? Come esercitare un controllo etico e sociale sullo sviluppo della tecnica più avanzata? Come indirizzarne la crescita in modo che la tecnologia sia sempre più un supporto e un potenziamento dell’umano? A questa fitta selva di domande prova a rispondere il libro Tecnosofia, tecnologia e umanesimo per una scienza nuova (Laterza), nato dal dialogo fra il rettore del Politecnico di Torino Guido Saracco e l’ordinario di filosofia teoretica dell’Università di Torino Maurizio Ferraris, che su queste tematiche è intervenuto il 9 settembre al festival Con-vivere a Carrara e il 15 settembre al festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo.

Svevo e Joyce, una, nessuna, centomila vite

«Trieste è un posto di transizione geografica, storica, di cultura, di commercio, cioè di lotta», scriveva nel maggio del 1912 su La Voce il letterato triestino Scipio Slataper. «Ogni cosa è duplice o triplice a Trieste, cominciando dalla flora e finendo con l’etnicità». La descrizione che fa Slataper della sua città è emblematica e mette a fuoco le caratteristiche di un luogo chiave della Mitteleuropa, allora porto strategico dell’Impero austro-ungarico, e crocevia dei destini di tanta storia del Novecento. Destini collettivi e individuali, come quelli di molti grandi scrittori: oltre allo stesso Slataper, tra gli altri spiccano i nomi di Umberto Saba, Biagio Marin, Carlo Michelstaedter, Italo Svevo (pseudonimo di Ettore Schmitz) e quello di un illustre triestino d’adozione, il più illustre di tutti: James Joyce. Egli arrivò nella città friulana a ventidue anni il 20 ottobre del 1904, con la compagna Nora Barnacle. Il loro primo figlio nascerà proprio a Trieste l’anno seguente e avrà nome italiano, Giorgio, così come la seconda figlia Lucia.

L’utopia concreta di Salvador Allende

«Lavoratori della mia patria, ho fiducia nel Cile e nel suo destino. Altri uomini supereranno questo momento oscuro e amaro, in cui il tradimento pretende di imporsi. Voi continuate a sapere che, prima o poi, si riapriranno i grandi viali dove passa l’uomo libero per costruire una società migliore.¡Viva Chile! ¡Viva el pueblo! ¡Vivan los trabajadores! Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrificio non sarà vano, sono certo che sarà almeno una lezione morale che condannerà l’inganno, la viltà e il tradimento». L’11 settembre 1973 un golpe militare capeggiato dal comandante in capo dell’Esercito, il generale Augusto Pinochet, rovescia violentemente il governo costituzionale di Unidad popular guidato dal socialista Salvador Allende dal settembre 1970. «Con un gesto di imperdonabile condotta, il popolo cileno elegge presidente Salvador Allende», scriverà ironicamente lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano. Si tratta di una vittoria storica per le sinistre cilene e per Allende che dopo ben tre tentativi (1952, 1958, 1964) viene eletto presidente della Repubblica del Cile con un programma che aspira alla costruzione di una società socialista nel pieno rispetto delle istituzioni democratiche.

Il più crudele degli anni per le donne di Teheran

«Perché devo fermarmi, perché?» si chiedeva Forough Farrokhzâd nella poesia “È solo la voce che resta”. La poetessa, morta nel 1967, racconta con i suoi versi le tensioni che attraversavano già allora la società iraniana e le contraddizioni tra le sue caratteristiche etico-religiose e culturali. In realtà, questi versi sono più attuali che mai perché, ancora oggi, nessuno ha deciso di fermarsi. È passato un anno dalla morte di Mahsa Amini e noi siamo ancora qui a contare morti e feriti. Si parla di almeno 500 persone uccise negli scontri di piazza e 20mila arrestate, almeno 7 messe a morte. I numeri reali non li avremo mai. Ma abbiamo le storie, le sofferenze, le lacrime di chi ci racconta cosa è successo in Iran negli ultimi 12 mesi. Il 16 settembre 2022, nelle stesse ore in cui veniva seppellita in fretta e furia Mahsa Zhina Amini, nel cimitero di Saqqez nel Kurdistan iraniano, in tutto l’Iran si stava diffondendo il movimento rivoluzionario “Donna, vita, libertà”.

«I miei 6.640 giorni nel braccio della morte»

L’architettura delle metropoli americane non è certo timida nella messa in scena del potere dello Stato. Houston, con il suo quartiere dei tribunali, non fa eccezione. Qui, gli edifici sembrano sfidarsi in un tacito braccio di ferro architettonico, per stabilire quale meriti il titolo di supremo custode della Legge. C’è il tribunale minorile, l’edificio dove vengono selezionati i giurati, la Corte civile, quella storica del 1910 – solenne e maestosa – e la Corte penale, dove si sentenzia la pena capitale. Oltre il fiume, alcuni murales raffiguranti la Giustizia – con la sua spada, la bilancia e la benda sugli occhi, ma qui è nera e porta i capelli cotonati. Anthony Graves attende l’intervista in un bar sotto una vecchia torre dell’orologio. A lui, che ha passato quasi 19 anni nel braccio della morte, si chiede se la percezione del tempo lo turbi. Graves risponde con lo sguardo di chi ha visto i giorni diventare anni e gli anni decenni, mentre lottava per dimostrare al mondo la sua totale innocenza. «Sono entrato nel braccio della morte nel 1994 e quando sono tornato a casa, quasi 19 anni dopo, per me era ancora il 1994», dice. «Vivi rinchiuso per 22 ore al giorno, in uno spazio che non sarà più largo di 2-3 metri. E questi giorni sono stati 6.640. Studi il tuo caso senza tregua, scrivi lettere disperate. Ma spesso, finisci col girare in tondo nella tua cella. L’isolamento forzato spezza la tua voglia di vivere e ti fa impazzire. Succede di continuo».

Perché la democrazia Usa non ferma Trump

C’era una volta l’October surprise, spauracchio di tutti i candidati presidenziali che, a un mese dal voto, temevano sempre di veder comparire sui giornali una notizia considerata sconvolgente sul loro conto (di solito risalente agli anni dell’università). L’incredibile misfatto poteva senza problemi affossare una candidatura promettente, o comunque dare dei bei mal di testa alla squadra del candidato in questione che avrebbe dovuto dare il tutto per tutto per scamparla. C’era una volta, appunto. Negli ultimi anni, qualcosa di molto importante è cambiato, qualcosa che potremmo riassumere in un nome: Donald Trump. Vincitore a sorpresa delle primarie del Partito repubblicano del 2016, Trump arrivò alla Casa Bianca con tutti i pronostici degli analisti contro. Un risultato che è stato possibile anche grazie al meccanismo peculiare delle presidenziali statunitensi, per cui non è sempre detto che chi ottiene la maggioranza del voto popolare sia poi lo stesso a essere nominato presidente dal voto dei Grandi elettori, le eminenze grigie che determinano il risultato finale. Quello a cui stiamo assistendo adesso, però, ha superato tutte le previsioni possibili.

Il futuro che viene da Oriente

“Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà” avrebbe detto Napoleone nel 1816. In realtà sono secoli che la Cina alternativamente si affaccia al nostro mondo, come una creatura curiosa ricca di cultura, oppure come una minaccia politica o commerciale.
Solo in questi ultimi decenni, si è passati dalla curiosità e il rispetto che portarono l’Italia del partito socialista di Nenni al riconoscimento della Repubblica popolare il primo novembre 1971, alla curiosità degli spettatori italiani mossi dalla visione del documentario di Antonioni Chung-kuo (1972) e dello sceneggiato a puntate di Giuliano Montaldo su Marco Polo trasmesso negli anni Ottanta, per poi arrivare alla grande tragedia dei fatti di Tian’anmen del 1989, che sembrarono allontanare la Cina dai nostri occhi.
Poi, l’entrata nella Cina nel World trade organization nel 2001 sembravano averla risucchiata definitivamente nel nostro mondo economico: le Olimpiadi del 2008 e l’Esposizione universale di Shanghai del 2010. Il mondo era globalizzato, l’occidente produceva in Cina, mentre consumava in Europa e in America. Se qualcuno scriveva che il mondo era più complesso di quello che sembrava, veniva tacciato di disfattismo, il sole rosso del capitalismo ormai era già sorto e ai più sembrava ormai alto nel cielo anche in terra cinese.

Violenza contro le donne. La parola chiave è prevenzione

Anna Scala è stata accoltellata alla schiena e trovata morta nel bagagliaio della sua auto. Aveva denunciato per ben due volte il suo ex partner. Il suo drammatico caso, insieme agli stupri di gruppo a Palermo e a Caivano di cui sono state vittime una ragazza e due bambine hanno fatto parlare della necessità di leggi più incisive (restrittive, repressive). Io continuo a pensare che non servano ulteriori leggi chissà come risolutive, ma occorra che quelle già esistenti vengano applicate e che si seguano le direttive internazionali che puntano sul sostegno e la protezione reale delle vittime, con strumenti finanziati e personale formato (centri anti-violenza, case rifugio, percorsi personalizzati di fuoriuscita dalla violenza), nonché sulla prevenzione della violenza maschile contro le donne. La domanda ritorna: abbiamo veramente bisogno di maggiori strumenti legislativi? È solo la coercizione e la repressione la risposta efficace per combattere questo fenomeno che non accenna a scomparire, anzi rimane costante nel tempo nonostante da anni, in Italia, si registri un calo costante degli omicidi totali? A me sembra che nei fatti la prevenzione venga del tutto trascurata.