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Robert Perišić, la Croazia e il senso di smarrimento di una generazione

«Sandra stava raccontando qualcosa. Poi il suo volto è scomparso. Si è spento, non c’era nulla. Era una cosa imbarazzante, brutta, alcuni piccoli quadratini lampeggiavano al posto del suo viso. Lei sorrideva disperatamente e terribilmente, come a dire: “È finita, adesso saremo così.”».
Questo breve passo va ben oltre l’idea di una semplice disintegrazione, al contrario evoca una condizione ancor più crudele: restare vivi, testimoni e osservatori del proprio svanire. Un’immagine che sintetizza il contenuto non soltanto della raccolta di racconti Disastri esistenziali e spese folli (Bottega Errante Edizioni, settembre 2023) bensì dell’intera opera dello scrittore croato Robert Perišić, nato nel 1969 a Spalato e apparso sulla scena letteraria croata a metà degli anni Novanta.

Sin dall’inizio la penna di Perišić ha saputo riconoscere e leggere la straordinarietà del contesto storico e delle transizioni che stavano per investire quell’area geografica: quarant’anni di socialismo seguiti dal suo crollo, culminato in un conflitto sanguinoso e infine l’arrivo del capitalismo, già oltremodo rodato nei suoi meccanismi perversi nell’Occidente e ora pronto a dilagare anche nell’Est Europa.
Lo sguardo da antropologo dell’autore croato è attratto in modo particolare dalle trasformazioni esistenziali che i movimenti politici, sociali ed economici innescano o determinano nell’individuo e nella collettività.

Nello scollamento schizofrenico tra individuo e sistema Perišić trova il suo ritmo: da un lato la marcia accelerata, frenetica, disumana delle vicende storiche che incalzano, dall’altro i personaggi che Perišić ci restituisce sono persone comuni, giovani uomini e donne della sua generazione, annichiliti, spaesati, interrotti. Alle spalle un passato abitato da fantasmi, colpe, perdite e nostalgie, davanti un futuro straniante di promesse irreali, mondi luccicanti, traguardi che sfuggono man mano che ci si avvicina. L’unica dimensione temporale alla quale aggrapparsi è il presente, ma in questi ventitre racconti di Disastri esistenziali e spese folli scritti nell’arco degli ultimi trent’anni, il presente somiglia a un deserto privo di qualsiasi senso storico dell’esistenza.

Nel racconto “I ragazzi sono fuori di testa al cento per cento” l’autore ci porta direttamente dentro l’assurdità della guerra, scegliendo un particolare punto di vista, ci catapulta in un villaggio appena occupato da soldati esaltati che, in quel posto povero e dimenticato da Dio, trovano in maniera del tutto inattesa una Ferrari e grazie alla potenza dell’auto devastano tutto ciò che trovano sulla loro strada, ammazzandosi infine. Oppure nel racconto “Addio alle armi”, chiaro omaggio a quello che in effetti è uno dei suoi maestri, dove un ragazzo e una ragazza nel bel mezzo di un goffo approccio sessuale, sono raggiunti dalla prima sirena dell’allarme generale della loro vita: «L’ho guardata con fare da maschio, cercando di dire qualcosa che la calmasse, ma aveva un aspetto strano, il suo viso si stava contorcendo, le sopracciglia, gli occhi… Isteria. E questo mi ha spaventato. Era iniziata la guerra. In quel bagno senza la finestra».

Nei racconti ambientati immediatamente dopo la guerra campeggia un’atmosfera di devastazione psichica e scissione emotiva che partorisce personaggi feroci, traumatizzati, alcolisti e tossicodipendenti, toccanti nella loro totale inadeguatezza alla vita.
Man mano che ci si addentra negli anni Duemila la scena cambia, il richiamo seducente della ricchezza, gli standard elevati di competizione, l’inevitabilità del fallimento in un sistema brutale, l’incapacità di crescere e diventare adulti sono le tensioni che muovono i personaggi, tutti abitati da un’anomalia persistente, una mancanza radicata da qualche parte nelle proprie profondità.

Un maestro del less is more, Perišić non indugia nelle ferite, le apre con un colpo secco, una prosa asciutta ed essenziale, per poi posizionarsi subito sull’altra sponda del dolore, quella dell’ironia pungente, sempre intelligente e rivelatrice.
Il linguaggio stesso è un personaggio per un autore consapevole che il mondo si deposita nei sedimenti della lingua, seppure scomparso nella realtà, lo si può sempre ritrovare nell’archeologia delle parole. In questo senso vale la pena recuperare il suo romanzo I prodigi della città di N. uscito nel 2021 sempre per Bottega Errante Edizioni. Ambientato in un Paese in transizione economica, più precisamente in una desolata cittadina dove il capitalismo si presenta con il proposito anacronistico di riaprire una fabbrica in disuso e lo fa prendendo in prestito discorsi socialisti. Qui la lingua è un virus: ha il potere di risuscitare mondi, risvegliare assopiti fantasmi di gloria e insinuare una nuova opportunità in vite che si percepiscono finite già da un pezzo.

“«Mi dica, lei potrebbe rinnovare la produzione? Organizzarla?».
«Hmm. Be’, se avessi tutto il necessario…».
Mentre respirava l’aria che gli stava facendo passare la sbornia, nella testa di Sobotka risuonava: le stesse turbine.
“Sono degli sprovveduti. Quella roba è vecchia”. Li farà scappare se glielo dice? Quindi sottolineò con cautela:
«Ma io ho lavorato a quell’epoca, in quel sistema, alla vecchia maniera».
Me ne frego dei vostri sistemi, stava per dire Oleg, invece rispose:
«Per quel che mi riguarda può fare come vuole, alla nuova o alla vecchia maniera, persino l’autogestione se volete».”

L’autrice: Elvira Mujčić è una scrittrice e traduttrice bosniaca naturalizzata italiana

L’appuntamento
Il 16 settembre (ore 15 Auditorium Largo San Giorgio) a Pordenonelegge viene presentato in anteprima Disastri esistenziali e spese folli (Bottega Errante Edizioni, traduzione Elvira Mujčić), il libro di Robert Perišic che dialogherà con Federica Manzon (direttrice editoriale di Guanda)

Caro Salvini, la regia del complotto sui migranti è la tua inetta propaganda

Matteo Salvini ieri in conferenza stampa ci ha spiegato che «questo è un esodo» di migranti «pianificato dalla criminalità organizzata. È un atto di guerra». «Penso – ha detto il ministro – che sia qualcosa di voluto e organizzato anche per mettere in difficoltà un governo scomodo. Sono convinto che ci sia una pianificazione e una regia dietro a questo esodo». 

Niente di nuovo sotto il sole: quando i vittimisti che stanno al governo non hanno soluzioni da proporre non possono fare altro che immaginare nemici inventati e descrivere catastrofi imminenti. Invece ciò che sta accadendo ha un colpevole chiarissimo che risponde proprio alla politica di Matteo Salvini. È lui ad avere sdoganato la narrazione di un’immigrazione che fosse figlia del “buonismo” di qualcuno e non un ampio fenomeno umano. È lui che ha convinto un manipolo di fessi che si potesse chiudere come un rubinetto. È lui che ha iniziato a giocare al ruolo del bullo in Europa sfidando gli altri Stati a una gara di egoismo per poi frignare per l’egoismo degli altri. 

È lui, soprattutto, ad avere confuso una questione umanitaria con la politica, dimenticando che l’umanità è pre-politica in qualsiasi Paese che non sia governato da bestie o da fascisti. 

Ora che il giocattolo si è rotto e smutanda Matteo Salvini e tutti i suoi nipoti venuti dopo di lui (Giorgia Meloni è stata semplicemente l’allieva più sveglia che ha superato il maestro) inventarsi una guerra è l’atto finale della farsa. “L’intelligence” può risparmiare tempo, le basta bussare all’ufficio del ministro Salvini. 

Buon giovedì.

Nella foto: frame di un video sugli sbarchi a Lampedusa (LocalTeam), 13 settembre 2023

Via Almirante, Grosseto, 2023

A Grosseto il sindaco Antonfrancesco Vivarelli Colonna è riuscito a realizzare il sogno del leader locale di Fratelli d’Italia Fabrizio Rossi, ora deputato: diventare il primo capoluogo in Italia con una via intitolata al fascista Giorgio Almirante, colui che n prima persona nella promozione o nel sostegno alla violenza squadrista. Prima della Liberazione, sostenne apertamente tesi razziste e antisemite sul periodico “La difesa della razza”. Firmò inoltre personalmente, nel 1944 quale dirigente della Repubblica Sociale, regime fantoccio al servizio degli occupanti tedeschi, un duro provvedimento collaborazionista con i nazisti, attraverso il quale gli “sbandati” venivano espressamente minacciati e perseguiti con la morte. Un uomo che dopo la Liberazione non condannò mai il fascismo, facendo persino pervenire aiuti all’estero al terrorista Carlo Cicuttini, autore della strage di Peteano, nella quale tre carabinieri rimasero uccisi.

Per farlo il sindaco ha lasciato per mesi alcuni suoi concittadini in una strada senza nome (mentre infiammava lo scontro politico): quelli non potevano ricevere la posta e scaricare rifiuti e in più hanno ricevuto l’avviso di pagamento dell’Imu non potendo avere residenza in abitazioni che risultavano quindi seconde case. 

La nuova circolare interpretativa del Ministero arrivata a giugno (che sembra tagliata su misura per Grosseto) ha dato il via libera. La firma è arrivata qualche giorno fa dalla prefetta Paola Berardino, incidentalmente moglie del ministro all’Interno Matteo Piantedosi. 

Buon mercoledì.

Così Ponticelli rialza la testa con un progetto d’arte collettiva

Il 14 e 15 settembre andrà in scena ai Bipiani di Ponticelli nella periferia est di Napoli, lo spettacolo Exaudi, con artisti professionisti e abitanti del quartiere – che si chiama così per via delle strutture abitative “temporanee” costruite in seguito al terremoto del 1980. Exaudi è l’ultima tappa del progetto #foodistribution, che mette in relazione l’analisi del processo abitativo con il teatro, la fotografia e l’illuminazione. Giunto alla sesta edizione, il progetto ideato e prodotto da Manovalanza, associazione napoletana di promozione sociale, fondata da Adriana Follieri e Davide Scognamiglio, punta a stabilire una relazione diretta e continuativa tra le collettività di aree urbane e le arti della scena. Lo spettacolo è stato preceduto da una masterclass di alta formazione, multidisciplinare. Ecco per Left il racconto della regista.

Exaudi – Manovalanza, foto di T. Vitiello

Lo spazio scenico è uno spazio urbano: siamo nel campo detto Bipiani, a Ponticelli, nella periferia est di Napoli. Precisamente lo spettacolo si sviluppa nell’interstizio tra due blocchi di containers di colore blu avio, tonalità compresa tra terra e cielo, sul retro delle abitazioni provvisorie in cui vivono in rapporto di vicinato famiglie di albanesi, senegalesi, napoletani; le loro finestre con le veneziane mosse dal vento affacciano sul nostro palcoscenico, che si estende in lunghezza per oltre trenta metri, con le due uniche quinte naturali, varchi per entrate e uscite di scena, poste in fondo, e protette da un basso muretto con un varco centrale. Il fondale naturale, costituito e incorniciato anch’esso dalle case, ha porte e finestre delicatamente protette da tende bianche. Il pavimento è irregolare e lascia intravedere fessure, tracce, buche, al cui interno le piante prendono spazio. Un tubo dell’acqua rotto le irriga. In lontananza altre case, altri tetti, vetrate, luci che si accendono a sera, un ventilatore che gira. In alto il cielo.

Questa è la prima didascalia ed è così, per chi legge come per chi assiste, che si apre allo sguardo l’allestimento site-specific dello spettacolo Exaudi.
La dignità di questa brutta periferia di noi stessi è disarmante. È una dignità silenziosa e discreta, che sembra dire: non accetto compromessi, non accetto soluzioni finte o troppo semplici. E al tempo stesso: sto in un limbo, senza tempo e senza volontà. Non abito qui. Non sono qui.

Mentre il teatro già si allarga a prendere il suo spazio ideale, la superficie reale è metronomo e regola. I tramonti spesso ci sorprendono, qualcuno con naturalezza interrompe il flusso di lavoro per dire: guarda! ed è un tuffo di bellezza che rimette tutto a posto per qualche secondo.

Il bene in mezzo al male, tutto sta incastrato come elementi di un’architettura.
Abitanti dello scivoloso dover vivere senza pensare. Artisti esposti a violente intemperie emotive. Tutti ballerini su un pavimento crepato.
Trafitti da parte a parte, puntelliamo il mondo.

Il lavoro è complesso, difficile da raccontare mentre si va costruendo, ché anche questa volta (la sesta del progetto #foodistribution a cura di Manovalanza che mette insieme la riflessione attiva e la contaminazione tra geopolitica, teatro, installazione e disegno luci urbano), ogni elemento formale e sostanziale, seppur frutto di lunga ed elaborata riflessione, si compone nel mese che precede il debutto, giorno per giorno insieme agli abitanti-attori, in forma di scrittura scenica condivisa, e grazie all’esercizio di partecipazione e co-creazione di una numerosa ed eterogenea compagine di artisti, con e senza esperienza professionale.

“Nella luce dorata del crepuscolo, da un apparente disordine, in uno spazio acquisito come teatro, prende vita il gioco delle parti a cui una comunità variopinta e straordinariamente assortita di ogni possibile declinazione umana è ansiosa di partecipare. Li accomuna un sorriso, che non ha nulla di leggero o divertito, tanto meno beato, è il sorriso di chi si accorge della propria dignità e insostituibile unicità”.
Così ci scrive Federica Castaldo dopo essere stata alle prove. La sua visione è una restituzione di senso al nostro lavoro. La sua presenza e di tutta la Fondazione Pietà dei Turchini, – che ci accompagna da alcuni mesi nella ricerca del pensiero adatto a comporre la drammaturgia sonora del lavoro, invitando anche Guido Barbieri ad offrire la sua illuminante consulenza musicale, – appaga a pieno il bisogno di avere sapienti compagni di viaggio, e copre con estrema generosità il ruolo di coproduttori musicali, anch’essi autori del disegno artistico generale, oltre che sostenitori.

Ci sono moltissime persone coinvolte direttamente e attivamente nel progetto, alcune con ruoli istituzionali o ufficiali, altre la cui presenza è connotata da un desiderio trasparente di partecipazione; il modello che si realizza sembra distante anni luce dal concetto di marginalità cui verrebbe spontaneo far riferimento attraversando il luogo, studiando la sua storia e approfondendone le vicende politiche e sociali. Questa straordinaria democrazia spontanea dice molto sui bisogni delle piccole comunità, sulla capacità di suggerire e anticipare anche la resilienza pianificata e qui non ancora attuata. Qui dove sui muretti, in mezzo all’amianto delle case-containers, gli abitanti coltivano piantine di pomodori e a sera illuminano l’altarino che hanno edificato per la Madonna della neve. Qui dove in quarant’anni di vuoto istituzionale sono nate e cresciute persone che ora, nei pomeriggi e nelle sere ventose dedicate al lavoro di ricerca e creazione teatrale, compongono e giocano i pezzi di un puzzle che presto sarà completato, nel palcoscenico-casa allestito e illuminato per il pubblico a sedere.

Conosco da molti anni questo luogo e i suoi abitanti, Davide ha realizzato qui uno dei suoi primi reportage fotografici mentre io stavo, ascoltavo, osservavo e cominciavo a lasciarmi guardare. Da due anni sono qui con un ruolo ben definito e ben accolto, da regista scruto tutto teatralmente e con rispetto, luogo e persone; per loro e con loro compongo, li osservo crescere e stancarsi, ammalarsi e morire, innamorarsi, emanciparsi, eccellere, vivere aspettando le nuove case con frenesia o con mollezza, sempre con pudore, dignità, schiena salda. Li osservo quindi trasfigurarsi, muoversi con mistica cura nello spazio scenico, sostenendo anche lì lunghe attese; leggo la responsabilità della loro presenza, corpi attenti e al tempo stesso gioiosi: è per me unico al mondo questo ritmo interpretativo così semplicemente intenso, naturale senza spontaneismo, pieno di fede in ciò che sarà. Mi sento invasa della loro fiducia.

Ci è piaciuto immaginare che Exaudi fosse un titolo giusto e beneaugurante per aprire il lavoro e la riflessione poetica partendo dal desiderio di avere una casa in muratura, una casa vera le cui particelle aeree e sonore potessero finalmente smetterla di penetrare fin dentro i polmoni, fin dentro l’anima. Questo desiderio che chiede come una preghiera di essere esaudito è l’inizio della nostra drammaturgia. Alle spalle del pubblico, di fronte alle attrici e agli attori, si estende l’area che ospiterà le nuove case; con semplicità andiamo in quella direzione.

Il luogo parla, non c’è che da scrivere sotto dettatura per poi rileggere a voce alta, per ascoltare di nuovo, quindi finalmente cancellare le parole e lasciare i pochi segni indelebili, tracce profonde. E ancora, cercare la forma di un racconto che esaudisca, traducendo senza tradire, il desiderio sotteso in quel luogo. Mettersi in bocca una nuova lingua stratificata per dire. Cominciare da qui. Dal reale edificare il surreale: una letteratura scenica fantastica e poetica che nulla abbia a che vedere con la biografia, che sia trampolino per sperimentare altre altezze e altre profondità.

Lo spettacolo si divide in tre capitoli concepiti come stanze o quadri compiuti e indipendenti, che sviluppano scenicamente i temi e le domande principali della nostra ricerca artistica condivisa; la fruizione consecutiva dei tre capitoli lascia al pubblico lo spazio di collegamento e sintesi.

Mentre scrivo, dal pieno del lavoro di composizione, ne metto in discussione la successione, consapevole di quanta rivoluzione potrebbe apportare allo spettacolo e alla narrazione lo spostamento della sequenza dei capitoli e la conseguente sintesi emotiva e razionale.
Questo gioco fondato sulla combinatoria degli elementi mi lascia intravedere quanta vita possibile ci sia nell’opera che stiamo costruendo.

Ecco come abbiamo titolato finora le domande fondamentali che danno vita rispettivamente ai tre capitoli dello spettacolo, in questo provvisorio ordine narrativo:

QUANTI ANTENATI HANNO LE NUOVE CASE?

Le case, temporanee come noi che le abitiamo, ci hanno assorbiti. Ora ne siamo
parte. Non riconosciamo più la nostra faccia dalle pareti: le rughe sono come carta da parati, segni di casa appiccicati addosso. Il luogo come lo vediamo adesso è il risultato
di questa stratificazione. Quello che non poteva essere smaltito è rimasto a fare da
base a ciò che è arrivato dopo. Gli antenati sono ovunque. Qui è pieno di
genius loci. Ma cinque pareti su sei sono di Eternit. Una sola è salva. Vi poggio i piedi
e guardo il cielo. Questo imponente mausoleo per i morti, dedicato ai vivi, è il nostro teatro. Un pavimento che è abisso di stelle.

DIASPORA

Probabilmente l’andare non sarà per tutti. Forse l’attesa porterà a una separazione. Uomini, donne, bambini abitano facendo e disfacendo la vita. Ogni gesto è reiterato all’infinito. Ogni azione si arrovella su sé stessa senza mai sbocciare. Gli oggetti sono eloquenti, e dimostrano l’umano attaccamento alle cose. Le cose e le persone si confondono: la funzione reifica i corpi che sembrano scomparire attraverso l’azione stessa; corpi usati dall’oggetto che usano, inglobati da quella funzione fino a diventare essi stessi oggetto, non fosse per la vettoriale tensione che, una volta provocato il disequilibrio nello scollamento dall’oggetto-protesi, spinge a cercare nuovamente contatto e relazione umana. C’è un segreto sotto il pavimento e le persone hanno perso il centro, smarrita la mappa;
il loro incedere cerca appoggi. Talvolta in un punto d’appoggio si trova un altro
sbilanciamento, ed ecco che nasce la danza, ecco l’abbraccio per non precipitare.

Mi guardo intorno. Qui c’è già tutto, anche quello che non dovrebbe. Tutto ciò che si aggiunge non serve che a noi, costruttori di mondi sul vertiginoso vuoto, insozzatori di silenzio.

Sta sulla scena
senza alcuno strumento.
Appoggia le mani sul petto,
là dove nasce il respiro
e dove si spegne.
Non sono le mani a cantare
E nemmeno il petto.
Canta ciò che tace.
Adam Zagajewski

ESODO

Siamo come l’umanità dipinta da Guttuso ne L’occupazione delle terre incolte di Sicilia: andiamo verso ciò che sta per principiare.
Il cambiamento è figlio di lunghissima attesa. Il cambiamento porta strascichi e accumula macerie. Ma è dietro l’angolo, posso raggiungerlo a piedi.
La distanza tra la speranza e la grazia è uguale a zero.
Gli scafi che ci hanno portati qui, le navi che hanno portato via i volti amati, le navi che ce li riporteranno indietro, sono tutt’intorno come una giungla. L’acqua si sente scorrere nelle vene e nelle tubature, le piante non smettono di nascere e di crescere.
La dignità non cede, a costo della morte come esercizio e pratica d’amore.
Un bel dì vedremo…
È perpetuo e non definitivo questo andare dall’altra parte, che ci sia o meno la fine del mondo, tanto il mondo si rifà, a due a due. Andare è nascere, così imparo direzione e spinta.
Poserò la testa sulla tua spalla e farò un sogno di mare e domani un fuoco di legna
Perché l’aria azzurra diventi casa chi sarà a raccontare chi sarà
Sarà chi rimane io seguirò questo migrare seguirò questa corrente di ali.
Khorakhané (a forza di essere vento)

La drammaturgia originale si articola principalmente attraverso il lavoro di scrittura scenica e ciascun attore-abitante è anche dramaturg. Le letture vengono suddivise, scambiate e spesso condivise a voce alta, così come le intuizioni. Sono molte le mani che firmano questo lavoro.
Fonti per la drammaturgia originale:
Medea di Christa Wolf
Madama Butterfly di Puccini, Giacosa e Illica
Casa Occupata di Julio Cortàzar
Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes
L’ombra e la grazia di Simone Weil
Dialoghi di profughi di Bertolt Brecht
Scritti di Antonio Neiwiller
La speranza è nell’invisibile di Raimon Panikkar
Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino
KaraOde I poeti del ‘900 messi in musica da Mauro Calise e Giovanni Block

Le visioni sceniche, e gli elementi conseguenti che sono a cura di Emanuele Perelli, attraversano, nutrendosene, l’immaginario di Hopper, per approdare a Picasso nel suo periodo blu, quindi a Guttuso. Le linee tese e lievi delle stampe giapponesi fanno da guida ai corpi.
Ciascuno di questi artisti compone idealmente un tassello luminoso, il luogo fa il resto.
Collegare i punti tra loro è ricreare costellazioni, stelle-guida da seguire per spostare finalmente i Bipiani dalla terra al cielo.

In apertura Exaudi – Manovalanza, foto di T. Vitiello

Fratelli d’Italia. E cugini

C’è la sorella di Giorgia Meloni, Arianna, diventata donna di peso nel partito e pronta in rampa di lancio per le prossime elezioni europee. C’è il marito di Arianna, Francesco Lollobrigida, ministro all’Agricoltura e alla Sovranità alimentare, cognato di Giorgia Meloni. Ora c’è Rocco Bellantone, cugino da parte di madre (lo scrive Il Foglio) di Giovanbattista Fazzolari, politico di Fratelli d’Italia, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, ovvero Giorgia Meloni.

Rocco Bellantone avrebbe potuto diventare ministro alla sanità ma a quel tempo qualcuno deve avere pensato che non fosse elegante inserire un ulteriore parente. Passati i mesi e rarefatto l’imbarazzo ora Bellantone è stato nominato commissario straordinario dell’Istituto superiore della sanità con un decreto del ministro Orazio Schillaci, quello che occupa la poltrona che avrebbe potuto occupare Bellantone. 

Rocco Bellantone è un medico chirurgo endocrino e metabolico. Nato a Villa San Giovanni, Reggio Calabria, il 2 agosto 1953, si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma nel 1977. Ha una specializzazione in urologia. Il suo curriculum è stato scelto “tra personalità appartenenti alla comunità scientifica, dotato di alta e riconosciuta professionalità”, come si legge nel documento della sua nomina.

Delle due l’una: o le famiglie dei dirigenti del partito di Giorgia Meloni sono un concentrato di talenti e di professionalità di cui per anni non ci eravamo accorti oppure il tanto decantato sovranismo è solo una declinazione del familismo.

Buon martedì. 

Nella foto: il professor Rocco Bellantone, frame di un video del Policlinico Gemelli

A 50 anni dal golpe di Pinochet, il Cile è ancora molto diviso. Ecco perché

Il mattino dell’11 settembre 1973 la città di Santiago si svegliava al suono di bombe e spari. L’esercito cileno guidato dal generale Augusto Pinochet stava assediando con carri armati e caccia La Moneda, il palazzo presidenziale e sede del governo. Poche ore dopo si suicidava il presidente Salvador Allende, democraticamente eletto nel 1970 e primo presidente socialista del Cile.

Pinochet si insediò alla guida del Paese instaurando una dittatura militare che sarebbe durata diciassette anni, fino al 1990. Il governo militare assunse il controllo di tutti i mezzi di comunicazione, sciolse l’Assemblea Nazionale, mise fuori legge i partiti che avevano fatto parte del governo di Allende, e instaurò un regime di repressione del dissenso: nel giro di qualche mese erano già migliaia gli oppositori politici arrestati, imprigionati, torturati e uccisi.

La violenta repressione del dissenso politico continuò per tutta la durata della dittatura: nei diciassette anni di potere di Pinochet, più di 3mila persone furono uccise o fatte sparire – ufficialmente sono ancora 1.162 i desaparecidos, le vittime ancora disperse, della dittatura – circa 40mila persone furono torturate, e oltre 200mila furono costrette a fuggire dal Paese (circa il 2% della popolazione cilena del 1973).

In questi giorni, il Paese celebra il cinquantenario del golpe con una serie di iniziative, tra cui il primo programma ufficiale per ritrovare i desaparecidos, sotto lo slogan “democrazia è memoria e futuro”. Eppure, l’eredità della dittatura è ancora presente nelle istituzioni cilene e molti nel Paese sono reticenti a condannare apertamente Pinochet. Inoltre, molte questioni relative al golpe, primo fra tutti il ruolo degli Stati Uniti in esso, rimangono non del tutto chiare.

«Il Cile, oggi, è un Paese molto diviso» dice Paulina Pavez-Verdugo, ricercatrice all’Università del Cile che ha approfondito la questione del rapporto dei cileni con il golpe e con la dittatura di Pinochet. «Una parte importante della società cilena ha una visione non solo negazionista, ma apologetica, della dittatura: è preoccupante la percentuale di cileni che non ha una visione negativa del colpo di Stato e delle violazioni dei diritti umani negli anni della dittatura». Secondo un recente sondaggio dell’istituto Cerc-Mori, il 36% dei cittadini cileni ha una visione positiva del golpe e ritiene che Pinochet abbia «liberato il Cile dal marxismo»; è il dato più alto misurato in 28 anni di sondaggi. La stessa percentuale di cittadini ritiene che i militari «avevano ragione» a realizzare il golpe. Inoltre, solo il 64% della popolazione ritiene che Pinochet fosse un dittatore: per il 39% dei cileni Pinochet è l’uomo che ha modernizzato l’economia cilena, mentre per il 20% è uno dei migliori governanti che il Cile abbia avuto nel ventesimo secolo.

Anche molti politici cileni portano avanti una narrativa negazionista rispetto alla dittatura. Recentemente, la deputata di destra Gloria Naveillán ha dichiarato che il fatto che le detenute durante la dittatura subissero violenze sessuali è una «leggenda metropolitana» e che si tratta di «accuse per le quali non ci sono prove», nonostante le numerose condanne e la vasta documentazione a riguardo. Il 22 agosto, inoltre, la sessione del Parlamento cileno è iniziata con la lettura – promossa da una coalizione di destra ed estrema destra – di una dichiarazione del 22 agosto 1973 che denunciava una «grave violazione dell’ordinamento giuridico e costituzionale della Repubblica» da parte del governo di Allende. A inizio settembre, il partito di destra Chile Vamos si è rifiutato di firmare il “Compromesso di Santiago” proposto dal governo, un accordo per la celebrazione congiunta dell’anniversario del golpe e un documento di condanna della dittatura e di impegno per la difesa della democrazia.

L’attuale presidente di sinistra Gabriel Boric, eletto nel 2021 contro il candidato di estrema destra e nostalgico di Pinochet José Antonio Kast, ha cercato in molti modi di cancellare l’eredità di Pinochet: in primo luogo con il tentativo di sostituire la costituzione del 1980 ancora in vigore. Questa costituzione, adottata sotto la dittatura, è forse il lascito più importante del regime di Pinochet; essendo fortemente incentrata su un modello economico neoliberale, è fra l’altro considerata la base delle enormi disuguaglianze della società cilena che hanno portato a proteste di massa tra il 2019 e il 2020. Eppure, una nuova costituzione redatta sotto il governo Boric è stata respinta dai cittadini cileni in un referendum nel 2022.

Dietro al rifiuto della nuova costituzione, secondo Pavez-Verdugo, così come dietro alle posizioni apologetiche verso Pinochet, c’è una narrativa fortemente sospettosa nei confronti della sinistra, assimilabile alla campagna anticomunista della guerra fredda, «il tipico ritornello che Pinochet ci ha salvato dal comunismo e che senza di lui saremmo come Cuba, il Venezuela o l’Unione Sovietica; c’è un elemento emotivo molto grande nel fantasma del comunismo». Questa narrativa è portata avanti dai rappresentanti di un’élite che concentra il potere economico e il controllo dei principali mezzi di comunicazione del Paese; nel caso del referendum costituzionale, secondo la ricercatrice, «la destra ha portato avanti una campagna fortemente ideologica contro la nuova costituzione sui principali mezzi di comunicazione quando il testo non era stato ancora scritto».

Pavez-Verdugo ritiene inoltre che il sistema educativo abbia un ruolo nella scarsa consapevolezza storica verso gli anni della dittatura. In Cile, il golpe militare del 1973 è diventato parte ufficiale del curriculum scolastico solamente nel 2009: anche adesso, secondo la ricercatrice, «la questione della memoria storica e delle violenze della dittatura non viene discussa in modo serio e approfondito».

Inoltre, secondo la ricercatrice, la poca consapevolezza è legata al fatto che in Cile non ci sia stato uno stacco dopo la dittatura militare: «C’è una continuità tra la dittatura e la democrazia, dal momento che abbiamo ancora la stessa costituzione e che figure di rilievo della dittatura sono rimaste al governo nel periodo democratico; al termine della dittatura militare non c’è stato nessun processo contro i criminali, non c’è stato un taglio netto, e Pinochet è morto senza mettere piede in tribunale: uno dei dittatori più violenti e autoritari al mondo è morto senza essere processato». Pinochet, dopo essersi dimesso dalla carica di presidente, ha infatti continuato a servire come capo dell’esercito per anni, ed è rimasto senatore fino al 2002, prima di morire di infarto a 91 anni, in Cile. «Il risultato è una classe politica che non è mai riuscita a staccarsi con decisione dalla dittatura, così come le istituzioni, a partire dalla costituzione, dal Parlamento, dalla magistratura, e dalle forze dell’ordine».

Una legge d’amnistia approvata durante la dittatura ha inoltre bloccato per decenni le indagini e i processi: le accuse di omicidi, torture, stupri e rapimenti contro militari e forze dell’ordine cilene iniziarono ad essere indagate solo nel 2000. Ad oggi, circa 250 persone sono in carcere per le violenze commesse durante la dittatura; molte delle sentenze per i più importanti casi di abusi e violazioni di diritti umani sono però state emesse solamente quest’anno.

Ma non solo le violazioni dei diritti umani e i crimini commessi durante la dittatura restano senza giustizia e verità: anche alcune questioni legate al golpe non sono ancora del tutto chiare. In particolare, il ruolo che gli Stati Uniti e la Cia hanno avuto in esso. Alla fine di agosto, la Cia ha declassificato alcuni documenti ufficiali dell’8 settembre 1973, che confermano che l’allora presidente Nixon era stato informato della possibilità di un colpo di stato. Altri documenti resi pubblici durante l’amministrazione Clinton hanno rivelato che gli Stati Uniti hanno attivamente tentato di rovesciare Allende già nel 1970, e hanno sostenuto economicamente e militarmente Pinochet durante la dittatura.

Il coinvolgimento diretto di Cia e Stati Uniti nel golpe del 1973 non è però mai stato dimostrato, e in molti chiedono la declassificazione di altri documenti potenzialmente rilevanti, ancora segreti, che potrebbero far luce sulle circostanze del colpo di Stato e sul ruolo giocato dagli Stati Uniti. Anche la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha sollecitato la declassificazione dei documenti relativi al golpe cileno, sostenendo che aiuterebbe l’avvicinamento tra i due Paesi così come la creazione di una consapevolezza e memoria storica più forte in Cile, contrastando il revisionismo e il negazionismo.

D’altra parte, anche il coinvolgimento degli Stati Uniti nel golpe è oggetto di negazionismo da parte di molti cileni, spiega Pavez-Verdugo: «Anche per quanto riguarda le cose che già si sanno, che la Cia ha reso pubbliche, tanti cileni negano i fatti e sostengono che siano bugie della sinistra, che le fonti di queste informazioni non sono affidabili e che il coinvolgimento degli Stati Uniti è una bugia».

In questo contesto, la celebrazione del 50esimo anniversario del golpe rischia di essere un evento che polarizza ulteriormente la società cilena piuttosto che un’occasione per unificare il Paese. «Siamo nel mezzo di una battaglia di memoria, una battaglia di rappresentazione e di significato, e soprattutto una battaglia politica per riconoscere la nostra storia», conclude Pavez-Verdugo.

Nella foto, il bombardamento della Moneda e una immagine di Salvador Allende (wikipedia)

Leggi anche: Andrea Mulas, L’utopia concreta di Salvator Allende, Left, settembre 2023

Sulla rotta Ita-Lufthansa dilettanti allo sbaraglio

Giorgia Meloni in conferenza stampa dopo il vertice G20 ha voluto lanciare una stoccata al commissario europeo Paolo Gentiloni per non perdere terreno con i suoi alleati sull’antieuropeismo e per ridestare i suoi elettori stanchi dalla sua improvvisa moderazione. E ha sbagliato. “Sta accadendo una cosa obiettivamente curiosa, ha osservato Meloni, la stessa Commissione europea che per anni ci ha chiesto di trovare una soluzione al problema Ita, quando troviamo una soluzione al problema Ita la blocca. Quindi non stiamo più capendo e vorremmo una risposta. Su questo è stato interessato anche il commissario Gentiloni”, ha detto la presidente del Consiglio.

A stretto giro di posta un portavoce dell’esecutivo comunitario ha chiarito che “la Commissione europea “non ha ancora ricevuto alcuna notifica” sull’accordo tra Ita e Lufthansa”. La situazione è degna di un filmato comico di terza categoria: Giorgia Meloni si lamenta per la mancata risposta a una lettera mai spedita. Così poche ore dopo deve intervenire il Ministero delle finanze italiano per chiarire che tutto va ben e che il dialogo con i commissari europei procede a gonfie vele, “a stretto contatto”. 

La stoccata pubblicitaria contiene anche un altro marchiano errore: a seguito del congedo della vicepresidente Ue, Margrethe Vestager, responsabile della concorrenza, stando a quanto viene ricordato a Bruxelles in ambienti vicini al dossier, il commissario Didier Reynders è ora il responsabile del portafoglio, mentre Paolo Gentiloni è competente per le questioni relative all’economia e non alla concorrenza. Non male, eh?

Buon lunedì.

Il Sud e la Resistenza dimenticata. Quei soldati che l’8 settembre 1943 divennero partigiani

La data dell’8 settembre 1943 resta incisa nella memoria degli italiani come sinonimo di incertezza, confusione, caos. L’annuncio dell’armistizio con gli Alleati, siglato qualche giorno prima a Cassibile, in provincia di Siracusa, giunse al termine di eventi che nell’estate avevano già profondamente turbato l’opinione pubblica nazionale: il 10 luglio lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia, il 25 la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini. In poche settimane l’esercito tedesco si ritirava dal Mezzogiorno per attestarsi lungo la linea difensiva Gustav, non prima di aver consumato alcune stragi come quella del 12 agosto a Castiglione di Sicilia con 16 morti e quella del 6 settembre a Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria, dove i morti furono 17, e non prima di aver anche saggiato la rivolta delle popolazioni meridionali, come a Matera il 21 settembre e una settimana dopo durante le famose Quattro Giornate di Napoli.

Nelle stesse ore in cui, alle prime luci del 9 settembre, il re e il maresciallo Pietro Badoglio con un seguito di alti ufficiali e dignitari lasciavano ignominiosamente Roma alla volta di Pescara, gettando nello scompiglio e senza più ordini l’esercito, altrove si preparava il terreno per sconfiggere il nazifascismo e riscattare l’onore nazionale. Sulle montagne del Centro e del Nord Italia si andavano organizzando i primi gruppi di resistenti ai quali, secondo una troppo semplificata storiografia, si aggiungevano i militari meridionali sbandati che si trovavano nell’impossibilità di restituirsi alle proprie famiglie. In verità la prima formazione garibaldina in Piemonte nasce la sera stessa del 9 settembre a Barge, in provincia di Cuneo, per opera di un siciliano, Pompeo Colajanni di Caltanissetta, che è entrato in contatto con il torinese Ludovico Geymonat, un professore di filosofia interdetto dall’insegnamento per aver rifiutato l’adesione al fascismo. Il gruppo è composto da circa ottanta militari, quasi tutti meridionali; Colajanni prende nome di battaglia Barbato in memoria di Nicola Barbato, medico, socialista e organizzatore delle lotte contadine di fine ‘800 in provincia di Palermo, e costituisce il Battaglione “Carlo Pisacane”, marcando l’inequivocabile nesso tra la guerra partigiana e il Risorgimento meridionale.

Con Barbato sono, tra gli altri, il pugliese Giovanni Latilla che diverrà comandante della VI Divisione Garibaldi “Langhe” e Vincenzo Modica di Mazara del Vallo che, con il nome di battaglia Petralia, sarà comandante della I Divisione Garibaldi “Piemonte” e avrà l’onore di portare la bandiera nella manifestazione conclusiva dell’esperienza partigiana il 6 maggio del 1945 in piazza Vittorio Veneto a Torino. Senza le capacità e i mezzi di cui disponevano i militari “sbandati” la Resistenza non sarebbe stata quella che conosciamo. La massima concentrazione partigiana in Piemonte è una conseguenza della dissoluzione della IV Armata rientrata dalla Francia dopo l’invasione del giugno 1940, al comando del generale Raffaello Operti. In Piemonte il Cln dispone dei fondi necessari per finanziare la guerriglia proprio grazie alle casse che il generale ha messo a disposizione convocando una riunione, presieduta dal suo aiutante, colonnello Reisoli, all’Albergo Venezia di Lanzo. Vi partecipano, oltre ad alcuni esponenti politici locali, i capi militari che già il 9 settembre si sono portati a Piano Audi, una località di montagna nel comune di Corio Canavese. Tra di loro Girolamo Rallo di Catania, che guida il gruppo Etna, e il comandante Aldo Barbaro di Catanzaro che verrà massacrato dai fascisti nel successivo aprile insieme a undici dei suoi uomini. Rallo e Barbaro hanno entrambi scelto di formare delle bande partigiane autonome dai partiti; non così un altro calabrese, Giuseppe Rije di Celico appartenente a una famiglia di antiche tradizioni democratiche che, con una trentina di uomini, è entrato in contatto con il gruppo del comunista Nicola Grosa, uno dei più attivi e generosi partigiani piemontesi. Cadrà in un agguato tesogli nel febbraio del ’44.

Ancora tra gli uomini che subito dopo l’8 settembre si sono portati a Piano Audi è Saverio Papandrea di Monteleone, l’odierna Vibo Valentia; sacrificherà la propria vita l’8 dicembre a Forno Canavese per coprire la ritirata dei suoi compagni nella prima battaglia in linea della storia della Resistenza, la battaglia di Monte Soglio. In Valsusa è il maggiore Luigi Milano di Lanciano a dare il via alla Resistenza subito dopo l’annuncio dell’armistizio; morirà qualche anno dopo a causa delle sevizie subite dopo la cattura, mentre cadrà in combattimento un altro comandante abruzzese, Sergio De Vitis di Lettopalena. Anche al di fuori del Piemonte i meridionali marcano la loro presenza subito dopo l’8 settembre. In Emilia è il calabrese Dante Castellucci a guidare, insieme ad Aldo Cervi, la prima spedizione partigiana sull’Appennino reggiano; e in Liguria Piero Borrotzu, sardo di Orani, insieme al corregionale di Cagliari Franco Coni, costituisce la Brigata d’assalto “Lunigiana”. Borrotzu verrà fucilato dai nazifascisti nell’aprile del ’44 nello Spezzino, a Chiusola di Sesta Godano, consegnandosi spontaneamente ai suoi carnefici per evitare il massacro di persone innocenti; Coni, nel dopoguerra, parteciperà alla fondazione del PSIUP.

Molte di queste storie sono poco conosciute perché ebbero per teatro le regioni del Centro-Nord e gli uomini che vi presero parte, quando non persero la vita, tornarono nel dopoguerra alle loro città di origine dove quella grandiosa epopea, con il corollario di indicibili sofferenze subite dalla popolazione civile, non era stata vissuta e ancor oggi, ottanta anni dopo, non è ben compresa e accolta come autenticamente propria.

L’autore: Pino Ippolito Armino ingegnere e giornalista, dirige la rivista “Sud Contemporaneo” e fa parte del comitato direttivo dell’Istituto “Ugo Arcuri” per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Tra i suoi libri, “Il fantastico regno delle due Sicilie” (Laterza 2021)

Giambruno, Meloni e la “libertà di stampa”

Così alla fine la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nonché compagna del giornalista Andrea Giambruno, ieri in conferenza stampa ci ha spiegato cosa sia la libertà stampa. Peccato che non c’entri nulla con il succo del discorso. Sviare, dunque, sviare sempre.

Riprendiamo la storia dall’inizio. Il giornalista Andrea Giambruno, compagno di Giorgia Meloni, dice testualmente: «Se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi». Ovviamente viene deriso e ricoperto di indignazione: la vittimizzazione secondaria è roba da lupi, appunto. Non contento Giambruno si ripresenta in televisione e non si scusa, anzi accusa i suoi accusatori di attaccare lui per attaccare il governo.

Normale quindi che si chieda conto al governo, interpellato dallo stesso Giambruno. Giorgia Meloni dice che pensa che il compagno «abbia detto in modo frettoloso e assertivo una cosa diversa da quella che è stata interpretata dai più». Cioè? È stato frainteso? Quindi avrebbe potuto spiegarsi meglio nella puntata successiva, no?

Ma il capolavoro è Giorgia Meloni che chiede ai giornalisti di smettere di chiederle del suo compagno che nel frattempo lamenta di essere attaccato per colpire la sua compagna che incidentalmente è presidente del Consiglio. E come chiama il suo desiderio di non voler rispondere alle cretinate pronunciate e mai smentite dal suo compagno in televisione? Libertà di stampa: “Vi prego, per il futuro, di non chiedermi conto di quello che un giornalista nella libera espressione del suo operato dichiara in televisione”, ha detto Giorgia Meloni sottolineando di non essere lei “a dirgli che cosa deve dire: non ritengo di poterlo fare perché io credo nella libertà di stampa davvero”.

“Libertà di stampa, davvero”. Che spettacolo osceno. 

Buon venerdì.

Nel sogno di Gilgamesh

Dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, quando le prime notizie sull’epopea di Gilgameš uscirono in Italia dalla cerchia degli specialisti, anche il grande pubblico iniziò a scoprire che l’Iliade e l’Odissea, i poemi che tutti conoscevamo, scritti nell’VIII secolo a. C. da un cantore dell’Asia Minore detto Omero, avevano nella letteratura sumerico-accadica un antecedente di 1500 anni. Eppure già da un secolo tavolette di argilla incise in caratteri cuneiformi, emerse dagli scavi archeologici, tra mito e storia testimoniavano agli studiosi europei le gesta del re di Uruk, fondatore della città sull’Eufrate: Gilgameš, l’eroe sumerico che molto prima della Bibbia aveva raccontato la storia del cosiddetto Diluvio universale. Ma le ragioni di un tale ritardo nella divulgazione delle scoperte tardarono a lungo ad emergere. Nel 1993 La saga di Gilgamesh fu finalmente pubblicata nella bella traduzione italiana del famoso assirologo Giovanni Pettinato, già traduttore del ricchissimo archivio di Ebla, emerso dagli scavi di Paolo Matthiae nella città siriana fiorita tra il 2500 e il 1600 a.C.